Pico della Mirandola

Fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=2756&biografia=Pico+della+Mirandola

Pico della Mirandola

Giovanni Pico, Conte di Mirandola e Principe della Concordia, nasce nel suo castello nel modenese il 24 febbraio 1463, da Giovan Francesco I e Giulia Boiardo. Appena nato, viene vista una fiamma in forma di cerchio stare sopra il giaciglio della partoriente. Il segno è evidente, il neonato chiamato Pico è destinato a illuminare il mondo, ma solo per un breve periodo di 31 anni, in cui gli capita di tutto.

Viene condannato come eretico, ma anche definito il più grande pensatore della cristianità dopo sant’Agostino; viene accusato di omosessualità, ma per amore si improvvisa rapitore di donne già sposate venendo incarcerato, ma riesce a uscire da questa situazione imbarazzante “in maniera dignitosa” e in particolare modo libero; grazie al suo prestigio si guadagna un posto in una sacra rappresentazione dipinta dal grande Botticelli.

Il giovanissimo Pico Della Mirandola è ricco, bello, generoso, colto ed estremamente intelligente, con il suo coraggio e la sua sfrontatezza da ragazzo lo vede rispondere implacabile a un cardinale che sostiene che i bambini prodigio (riferendosi a Pico) in età adulta diventano dei perfetti idioti “Chissà com’era dotata da piccolo Vostra Eminenza” replica Pico al Cardinale esterrefatto. Il giovane Pico Della Mirandola non ha torto a risentirsi per quella battuta del cardinale portata dall’invidia e dall’ignoranza dell’epoca; Pico conosce a memoria tutta la Divina Commedia di Dante Alighieri e qualunque Lettura o Poema che ha ascoltato ho letto solo una volta.

Questo dono il giovane Pico l’ha ereditato dai parenti materni (amanti della cultura). Suo cugino Matteo Boiardo ha scritto il famoso poema dal titolo “Orlando Innamorato”, al contrario dei suoi due fratelli molto bellicosi Anton Maria e Galeotto, dediti alla pratica e all’arte delle armi e all’amministrazione dello Stato. Del potere a Pico non importa nulla e alla guerra preferisce le poesie d’amore. In seguito rinuncia ai beni di famiglia, riservandosi una rendita sufficiente a un’agiata vita da intellettuale, spendendo la sua fortuna in rari testi antichi o per soggiornare nei maggiori centri di studi. Un’occupazione, quest’ultima, alla quale si dedica molto presto; nel 1477 all’età di 14 anni su suggerimento della Madre si sposta di Università in Università, prima a Bologna e dopo la morte prematura dell’amata Madre Giulia Boiardo (nel mese di agosto del 1478), si trasferisce a Ferrara su invito del Duca Ercole I D’este, in seguito si trasferisce nelle città di Padova e Pavia, fino ad arrivare a Parigi per dedicarsi al diritto canonico, agli studi umanistici, ai corsi di retorica e di logica matematica.

Nel frattempo studia con molta facilità la lingua Ebraica e la lingua Greca, lingue che insieme al Latino, all’Arabo e al Caldaico gli sono utili per il futuro, quando si cimenta con la cabala, l’antica “sapienza occulta” degli Ebrei. All’età di 21 anni arriva a Firenze (all’epoca attivissimo centro culturale) entrando a fare parte della cerchia dell’Accademia Platonica, un circolo per gli amici letterati di Lorenzo de’ Medici, mecenate e Signore del capoluogo toscano.

Eppure la sua fama e l’incondizionata ammirazione di Lorenzo il Magnifico, non bastano a fare accettare le sue idee. Dicevano i Latini “Nomen omen” (il destino è nel nome) e infatti Pico che preferisce il titolo di Conte Della Concordia, cerca di riconciliare l’antica filosofia aristotelica, quella platonica e i vari elementi della cultura orientale in una filosofia universale, con l’intenzione di riunire idealmente tutte le religioni, nella convinzione che i grandi filosofi hanno come unico scopo la conoscenza di Dio e che in questo senso hanno contribuito alla nascita del Cristianesimo.

La Chiesa in questo periodo è ossessionata dalle streghe e dagli eretici: Pico lo scopre presto. Nel 1486 decide di organizzare a Roma un congresso filosofico: la sua idea è di sostenere le proprie tesi “uno contro tutti” di fronte a una sala di potenziali dotti oppositori, non calcolando che il primo e più accanito di questi è proprio il papa. Il pontefice Innocenzo VIII rinvia lo svolgimento della disputa, e istituisce una commissione per esaminare le 900 Proposizioni dialettiche, morali, fisiche, matematiche, teologiche, magiche, cabalistiche, sia proprie che dei sapienti caldei, arabi, ebrei, greci egizi e latini formulate dal giovane filosofo.

In tre mesi i teologi vaticani ne dichiarano eretiche 7 e infondate 6. Pico Della Mirandola che possiede una memoria straordinaria, difetta sicuramente in diplomazia (scrivendo una furiosa Apologia), in cui rivendica la sua libertà di filosofo dando degli ignoranti ai censori. In questo modo Pico non fa altro che peggiorare la situazione: Innocenzo VIII condanna in blocco le 900 tesi e ne vieta la lettura, la copiatura e la stampa, pena la scomunica. L’ira papale segue Pico anche Oltralpe, il filosofo viene arrestato in Francia (dove si è rifugiato) e dopo meno di un mese di prigionia viene rispedito in Italia per intercessione di Lorenzo il Magnifico.

Dall’estate del 1488 Pico della Mirandola si stabilisce sui colli fiesolani nelle vicinanze di Firenze. Affetto dalla scabbia e profondamente turbato per la condanna di eresia (che gli viene revocata solo cinque anni dopo, da papa Alessandro VI Borgia) si converte a uno stile di vita quasi monacale, con il desiderio di ottenere l’assoluzione. In una lettera di Matteo Bossi, il superiore dell’Abbazia di Fiesole ne loda il comportamento ossessivamente virtuoso: “Egli ha allontanato talmente il piede da ogni mollezza e tentazione della carne che sembra (al di là dei sensi e dell’ardore giovanile) vivere una vita da Angelo“.

Pico della Mirandola non è sempre stato uno stinco di santo: solo un paio di anni prima (il 10 maggio 1946), ad Arezzo aveva tentato di rapire la bellissima Margherita (moglie di Giuliano Mariotto de’ Medici, lontano parente di Lorenzo il Magnifico). L’amata, stregata dagli occhi azzurri, dai capelli biondi e dalle spalle larghe e muscolose di quel ragazzo alto quasi due metri, scappa con lui verso Siena fingendosi vittima di un rapimento. Ma i due vengono raggiunti dal marito tradito e dai suoi soldati, che con le armi si riprendono la fuggiasca. La perdita dell’amata irrita Pico che riesce a consolarsi: le donne non gli mancano mai e probabilmente neppure gli spasimanti del suo stesso sesso.

All’interno dell’Accademia fiorentina, l’umanista Marsilio Ficino (noto omosessuale) propone l’amore socratico (l’amore spirituale fra uomini), perché a suo dire “nelle donne la perfezione dell’anima non esiste“, frase decantata molti secoli prima dall’antico filosofo greco Platone (anche lui omosessuale) come mezzo per avvicinarsi alla Bellezza di Dio (una bella scusa per screditare l’amore passionale di una donna e giustificare la loro omosessualità).

Pico sperimenta questo tipo di amore con l’umanista Girolamo Benivieni. Con lui divide anche tomba e lapide con la scritta “Affinché dopo la morte la separazione di luoghi non disgiunga le ossa di coloro i cui animi in vita congiunse Amore“. La conferma di questo amore omosessuale tra Pico e Benivieni la fornisce il frate Girolamo Savonarola, legato a Pico da un’amicizia nata durante gli ultimi anni di vita del passionale Conte della Concordia.

Dopo la morte dell’amico, durante una predica il domenicano rivela che la sua anima “non è potuta andare subito in Paradiso, ma è assoggettata per un certo tempo alle fiamme del Purgatorio“. Visto che il frate ha rilevato il peccatore ma furbescamente non il suo peccato, ci pensano i fedeli a ricamare su quella notizia data solo a metà, spiegando che negli ultimi tredici giorni di vita di Pico della Mirandola egli soffriva in maniera straziante di febbri dolorose portata dalla sifilide, che hanno portato alla morte prematura il grande filosofo, il 17 novembre del 1494, all’età di 31 anni.

Alcuni storici credono che Pico sia stato una delle prime vittime della grande epidemia chiamata “mal francese”, che ha colpito tutta l’Europa tra gli anni 1493 e 1494. Il nobile senese Antonio Spanocchi racconta in una lettera datata 29 settembre 1494, che un altro membro dell’Accademia Platonica, Angelo Poliziano è morto in modo altrettanto rapido e inaspettato due mesi prima di Pico, ammalandosi poco dopo un suo giovane amante. Ma come succede anche al giorno d’oggi “l’affaire sessuale” vero o presunto viene usato per nascondere vicende molto più torbide. Secondo gli antropologi, analizzando le ossa di Pico della Mirandola, si è scoperto che è stato avvelenato e assassinato con l’arsenico trovato in abbondanza nei suoi poveri resti. Tra le varie ipotesi, la più probabile vuole che l’unico amore proibito che è costato la vita a Pico è quello per la Scienza.

Il geniale Pico Della Mirandola è convinto che i corpi celesti non hanno il potere di influire sulle vicende umane e che non è possibile prevedere il futuro basandosi sulle congiunture astrali. Afferma che solo l’uomo può decidere del proprio destino con le sue libere scelte. Pico critica quello che nella sua epoca per molti è una scienza esatta, relegandola al ruolo di “arte divinatoria” nel suo manoscritto dal titolo “Disputationis adversus astrologiam divinatricem”, pubblicato postumo dal nipote Gianfrancesco.

Una lettera anonima scritta pochi mesi dopo la morte di Pico della Mirandola, secondo molti da Camilla Rucellai, guida della potente corporazione degli astrologi, indirizzata al suo allievo nelle arti dell’occulto Marsilio Ficino, rivela: “Dopo la morte del nostro nemico hai fallito. L’Assassinio di Pico è una sciocchezza. Si sarebbe fatto dimenticare ritirandosi dal gioco e adesso eccolo trasformato in vittima. Il suo libro assumerà ancora più importanza. Pico esitava a pubblicarlo, ora il suo erede si sente il dovere di farlo. Il Papa vuole il libro per comprometterci. Quel manoscritto deve sparire, ritrovalo“. Ma il fatto che il pamphlet di Pico contro l’astrologia riesce a vedere le stampe grazie al nipote, è la prova che i suoi nemici se la cavano meglio con gli oroscopi che con i furti.

Il riciclaggio (legale) delle Banche Centrali per nascondere la guerra delle valute: comprano azioni e dollari per svalutare la propria moneta!

Scritto da: Mitt Dolcino
Fonte: http://scenarieconomici.it/ofcs-riciclaggiobanchecentrali/

Fonte dell’Immagine sopra: Bloomberg

(ofcs.report) Temo che Trump avesse davvero ragione: l’EU con la Germania in testa ha approfittato di una valuta – l’euro – più debole di quello che sarebbe stato il marco tedesco. E questo a danno dei beni prodotti negli USA, spiazzati da quelli tedeschi svalutati grazie alla moneta unica per la sola presenza nella compagine dei paesi periferici in crisi/mandati in crisi post 2010.

Già questo sarebbe un problema – e lo è per gli USA che vedono salire il dollaro indebolendo la propria economia grazie ad escamotages monetari figli del QE europeo, anche qui Trump ha ragione – ma la conseguenza addirittura fatale rischia di essere un’altra: le Banche Centrali soprattutto europee (ma non solo, vedasi il Giappone) non solo vendono la propria valuta (euro e franchi) comprando dollari ma addirittura iniziano con i proventi delle vendite a comprare azioni americane (per ora)!

Tali acquisti non solo sono una chiara manipolazione dei prezzi di borsa (già di per se grave), ma addirittiura il primo passo per la nazionalizzazione delle aziende quotate, un socialismo per via capitalistica!

Appunto, siamo davvero alla vigilia di una nazionalizzazione di fatto delle aziende quotate in borsa da parte delle banche centrali? Forse è per questo che Berlino freme per togliere Draghi dalla BCE per metterci un tedesco. Si, perchè se l’EU franco-tedesca riuscisse nell’intento di mettere a capo della BCE un affiliato al progetto egemonico dell’asse Berlino-Parigi all’atto dell’autorizzazione diretta alla BCE a comprare azioni anche europee, le pressioni per le privatizzazioni delle aziende dei periferici diventerebbero di fatto inutili, avverrebbero e basta. Infatti la BCE acquisterebbe dette aziende come sostegno all’economia e dunque le stesse potrebbero essere poi alienate a danno dei paesi d’origine in modo assai semplificato.

Ecco che si comprende l’enorme pericolosità della legge sulla Golden Share introdotta dal solito Mario Monti, che – nota bene – non può essere applicata ai soggetti europei…

Lettura importantissima quella che ci propone ofcs.report in quanto mette a posto numerosi tasselli, tra guerra delle valute, svalutazioni competitive, salita perenne delle borse e guerra per ora solo economica tra le due sponde dell’Atlantico a chi svaluta di più. Oltre che la guerra del sistema ex clintoniano a Trump, a capo della fronda nemica del presidente USA c’è proprio Berlino, non a caso.

Un solo commento personale: viste le contrapposizioni sono praticamente certo che finirà male, a testate sul muso.

MD

Minardi ricorda: “Le mie notti di perdizione con Marcinkus e Calvi”

Fonte: http://www.articolotre.com/2014/08/minardi-ricorda-le-mie-notti-di-perdizione-con-marcinkus-e-calvi/

foto_13274503_02180

 

 

 

 

 

Redazione– Sono trascorsi 30 anni, da quella Roma di potere oscuro e misteri. Una Roma di stragi, anche, di enigmi e delitti. E, tra i protagonisti di quegli anni, anche lei, allora giovanissima: Sabrina Minardi, la bellissima che fu compagna del boss della banda della Magliana, Renato De Pedis.

Una donna che tutti volevano. Soprattutto gli uomini delle trame occulte: desiderata, sexy, mai volgare. E lei, tra cocaina e violenza, si concedeva. Voglia, a sua volta, di potere e prestigio. Anni frenetici, in cui i destini di Ior, P2, Banda della Magliana e Banco Ambrosiano si intrecciavano tra loro: Calvi non era ancora stato “suicidato”, Minardi era la desiderata, e l’aveva pure conosciuto.

A raccontarlo lei stessa, in un libro scritto dalla giornalista Raffaella Notariale, “Segreto Criminale”: in esso, la donna che fu di Renatino ripercorre quel periodo e riporta alla mente tutto. Ricorda, per esempio, la sua relazione con Roberto Calvi, conquistato durante una cena a casa del faccendiere per eccellenza, Flavio Carboni.

Il giorno successivo, secondo quanto racconta la donna, “mi telefonò e mi disse: ‘Senti, ti posso vedere un attimo?'”. La risposta fu garbata: “‘No, guarda, sto a casa, non esco’.E lui che non mollava: “Ma vengo sotto casa! Puoi scendere due minuti?”. “Nel giro di poco lui era già sotto casa mia”, racconta ora Minardi. “Ho preso e sono scesa con la vestaglia: in quel periodo io non sapevo che cosa fosse il senso del pudore. Comunque, questo si è presentato con la Limousine, quella con il terzo scompartimento, per capirci. E io sono salita con la vestaglietta, le ciabattine. E niente…”.

Avevamo una relazione”, ha proseguito. “Ma non standard. Era veramente molto cerebrale. Non c\’è quasi mai stato sesso. C’è stato una volta, durante i nostri momenti di perdizione.” “Roberto”, d’altronde, “per me era una figura bella, chiara, pulita”. Le faceva molti doni e favori: “Lui mi ha regalato una villa a Montecarlo. Gli serviva una prestanome, sia chiaro, ma poi la villa è rimasta a me, per questo dico che me l’ha regalata”, ha raccontato ancora Minardi. “E mi ha prestato l’aereo per portare mamma a Parigi dove faceva chemioterapia. E poi mi riempiva di gioielli e cose così.” “Cose belle”, ha aggiunto, “ma è durata poco perché per lui era un periodaccio. A distanza di qualche mese, nemmeno un anno, è stato trovato morto“. Un delitto nel cui ambito il coinvolgimento della Banda della Magliana è stato provato.

Ma tra le rivelazioni di Minardi ve n’è una riguardante anche il controverso ex presidente dello Ior, Monsignor Marcinkus. “Certo che l’ho conosciuto”, ha spiegato la donna. “Non so che cosa gli avessero detto al monsignore, se gli avevano detto o meno che ero una tipa allegra e carina con chi era generoso, insomma, ma lui voleva stare con me… E io ci sono stata“, ha rivelato. “Però, evidentemente, Flavio  gli aveva parlato di me, gli avrà forse detto che ero di facile reputazione, perché lui, il pretaccio, fu molto diretto. Non usò preamboli”. Secondo il suo racconto, in cambio di sesso, l’uomo fece “entrare un cugino di mia madre a lavorare in Vaticano”. “Dalla sera che gliel’ho chiesto, la mattina già era assunto”, ha precisato. “E… soldi, soldi, soldi, soldi, soldi, soldi… Ma tanti, eh”.

Minardi, di soldi, ne vedeva molti. Quelli che intascava, ma anche quelli che doveva consegnare per conto di Renatino. Proprio al numero uno dello Ior. “Renato mi dava borsoni di soldi per Marcinkus”, ricorda infatti nel libro. Metteva sempre tutti i soldi nelle borse Louis Vuitton. Era fissato più di una donnina tutta fashion con le Vuitton. E io andavo da Marcinkus a presentargli un’amica e a portargli il borsone.” Soldi che “servivano a farne altri”.

Ma nel racconto di Minardi non ci sono solo Calvi e Marcinkus. Tra i personaggi dei suoi ricordi si contano anche i cardinali Agostino Casaroli e Ugo Poletti. Su questi in particolare, la donna ricorda un episodio preciso: “Il cardinale stava molto, molto, molto in confidenza con Renato. Grandi sorrisi, chiacchieravano amabilmente. Si misero a chiacchierare pure in disparte, mi ricordo ancora le mosse di Renato: si metteva le mani in faccia, a coprire la bocca, mentre parlava.” “Quando doveva parlare di cose serie e c’era gente faceva così”, ha concluso. “Non si fidava neanche dei muri”.

Poveglia, l’isola dei fantasmi

Fonte: http://fantasmitalia.it/poveglia/

 poveglia

 

Una storia di fantasmi, benché più immediatamente attraente per il pubblico, spesso non è onesta  al pari di una dove vengono esposti  fatti nudi e crudi. Ma quando i fatti sono relativi all’isola di Poveglia, possiamo star certi che saranno accattivanti allo stesso modo, per i “credenti” quanto per gli scettici.

L’isola di Poveglia si trova a sud della costa di Venezia,  lungo il canal Orfano, in quel tratto della laguna fra la serenissima e il porto di Malamocco.
Ad oggi è un isola disabitata, non aperta al turismo e abbandonata all’erosione che ne riduce ogni giorno di più i confini. Ma non sempre è stato così: storicamente questo piccolo lembo di terra ora immerso nell’oblio, ha vissuto i suoi giorni di gloria a partire dal secolo 800, quando in seguito all’uccisione del tredicesimo doge di Venezia Pietro Tardonico, accolse le famiglie dei 200 servi a lui più fedeli  per concessione del doge Orso I Partecipazio. L’isola crebbe nello sviluppo fino alla guerra di Chioggia, scoppiata nel 1379 fra le due repubbliche marinare di Genova e Venezia. Poveglia, per la sua posizione strategica, venne sfruttata come avamposto militare e tutti i civili  che la abitavano furono “cortesemente invitati” ad abbandonarla, per lasciar posto ai vari armamenti (ancora oggi, fra i ruderi, è riconoscibile l’ottagono).Da allora, l’isola di Poveglia è rimasta pressoché inabitata e ha assolto alle funzioni più scomode e impressionanti.

Nel 1700, all’epoca della “morte nera” essa divenne un lazzaretto. La peste colpì duramente l’Europa e a Venezia, al fine di evitare la diffusione della malattia il magistrato della sanità dispose che tutti i corpi sarebbero dovuti essere condotti sull’isola di Poveglia per essere bruciati e sepolti in fosse comuni. Successivamente, il provvedimento si estese drammaticamente ai contagiati: Poveglia divenne l’isola della quarantena, dove individui ancora coscienti, a volte non ancora contaminati, venivano condotti a morire lontano da Venezia. Uomini, donne e bambini morirono lentamente, consumati dalla malattia. La testimonianza di questo strazio si trova nel terreno di Poveglia stessa, dove sotto placidi vigneti, vengono ancora oggi rinvenuti migliaia di corpi.

Poveglia, manicomio

Nel corso degli anni intorno all’isola e ai sui suoi morti nacquero tante leggende, tutte legate a una sorta di essenza malevola di cui essa era ormai permea, radicata fin sotto terra. Ma la storia degli orrori non si era ancora conclusa: nel 1922 a Poveglia venne eretto uno strano edificio la cui funzione è ancora oggi dibattuta; qualcuno è arrivato perfino a negarne l’esistenza. Di che edificio si trattava?
Da alcuni archivi risulta che esso svolse la funzione di casa di riposo per anziani. Tuttavia i fatti e le testimonianze sembrano condurci ad una versione un tantino differente e cioè che l’edificio fosse una clinica per malati di mente. Tale ipotesi è oggi la più accreditata, supportata in maniera schiacciante delle rovine del luogo che urlano la loro verità. “reparto psichiatria” è ciò che troverete inciso sulle pareti all’ingresso.

Il manicomio venne poi smantellato nel 1946, ma gli anni in cui esso fu attivo furono i più ricchi di avvenimenti e avvistamenti inquietanti. Sembra infatti che i pazienti dell’ospedale fossero tormentati dalle anime dei morti di peste e che in quei periodi le richieste di trasferimento presso altri centri arrivassero numerosissime alla scrivania del direttivo.
Trattandosi di individui classificati come “malati di mente”, i loro racconti non vennero mai presi in seria considerazione e, anzi, funsero da pretesto per soddisfare i sadismi del direttore, che la leggenda ci descrive come un sadico lobotomizzatore.
I mezzi adoperati nel manicomio di Poveglia per la cura dei malati di mente sembra fossero atroci e primitivi, per le conoscenze di oggi. La prima lobotomia di cui si ha notizia venne effettuata in Svizzera nel 1890 dal dottor Sarles, che forò il cervello di sei pazienti ed estrasse parti del lobo frontale. È plausibile che in Italia, a Poveglia, questo dottore eseguisse le stesse pratiche sui suoi pazienti? E ancora, è davvero esistito un individuo simile? La leggenda si conclude con la sua morte: tormentato a sua volta dagli spiriti di Poveglia, come accaduto per i pazienti in cura, l’uomo impazzì e si suicidò gettandosi dal campanile dell’isola. Un’infermiera che aveva assistito all’accaduto raccontò che egli non morì con l’impatto col suolo, ma soffocato da una strana nebbiolina che si era propagata dal terreno fin dentro il suo corpo, lasciandolo esanime.

La storia è suggestiva ma sebbene ci siano evidenze concrete circa l’esistenza del manicomio, sul suo direttore, fanatico lobotomizzatore, non è trapelato molto. Fa comunque riflettere il fatto che negli archivi veneti il manicomio di Poveglia venga spacciato come una casa di riposo per anziani, come se la verità sul suo utilizzo di ospedale per malati di mente fosse da custodire segretamente.
L’abbandono del manicomio segna anche la fine della storia “ufficiale” dell’isola. Da allora essa è disabitata e i pochi visitatori che nel corso degli anni hanno deciso di esplorarla sono tornati indietro con testimonianze raggelanti di voci, lamenti e apparizioni di strane figure. Negli anni sessanta una famiglia benestante l’acquistò e vi si stabilì, per poi sbarazzarsene  dopo qualche mese dall’acquisto, terrorizzata anch’essa dagli spiriti dei malati di peste (anche ritrovarsi una fosse comune in mezzo al vigneto non deve essere stata un’esperienza piacevole). Recentemente i parapsicologi  della serie tv “ghost adventures” hanno girato un episodio sull’isola di Poveglia.

Come arrivare a Poveglia

L’isola, essendo piena di ruderi, è chiusa al pubblico ed è quasi impossibile riuscire ad accedervi. Solo con particolari autorizzazioni da richiedere al comune di Venezia almeno 10 mesi prima è possibile visitarla. In alternativa, qualora vi trovaste già sul luogo e decideste di sperimentare un tour dall’atmosfera impalpabile e cupa, potreste rivolgervi a qualche imbarcazione-taxi privata. Pagando (circa 200 euro), vi accorgerete come la superstizione sparirà istantaneamente dai loro volti. Ricordatevi però di portare con voi da bere e da mangiare, poiché per ovvie ragioni sull’isola non sorgono resort.

Viaggi Onirici

Fonte: http://viaggionirici.blogspot.it/

 

I sogni notturni chiariscono a volte la realtà in maniera sorprendente. Sono dei miraggi ingannatori o un riflesso fedele del nostro stato psicologico? Bisogna cercare un significato a queste visioni oniriche? Come interpretarle? Un giro d’orizzonti sui legami tra i sogni e la realtà.

A volte sogniamo di uno stile di vita che, consciamente, non abbiamo mai preso in considerazione. I sogni influenzano la nostra maniera di considerare gli avvenimenti o sono soltanto i portaparole del nostro inconscio?

Dei sogni sorprendenti

Sogni di viaggiare in un paese meraviglioso, dove soccombi al fascino dell’imprevisto, mentre sei uno che adora le vacanze nel trantran della tua casa di famiglia. Sebbene tu intrattenga dei buoni rapporti con i tuoi amici, e ti senta rispettato dai tuoi colleghi di lavoro, sei turbato dalle immagini che ossessionano le tue notti: combatti contro quelli con cui tutto sembrava in armonia oppure scopri il loro tradimento. Nei casi estremi, sogni di avere una relazione con colui o colei che nella vita non sopporti. Facendoti prendere coscienza d’un impulso che preferivi ignorare, questa metamorfosi notturna della realtà svela le tue angosce e le tue contraddizioni. Nel sogno si esprimono, travestite, le emozioni rimosse nell’inconscio.

La realizzazione del desiderio

Il sogno non è un esercizio di veggenza sugli avvenimenti o le persone. Si limita a esprimere i sentimenti che il sognatore asconde a se stesso. Ne “Il sogno e la sua interpretazione”, Freud precisa che il sogno non è una premonizione dell’avvenire, ma deve essere inteso come la realizzazione di un desiderio: la difficoltà consiste talvolta nell’identificare il desiderio in questione. Per riprendere l’esempio delle vacanze, il desiderio cosciente è riposarsi in un luogo familiare, dove non può succedere nulla di straordinario. Attraverso il sogno, confessi a te stesso che la tua aspirazione profonda è un’altra. Il viaggio che il tuo inconscio ti suggerisce, testimonia il tuo gusto dell’avventura. Dimostrando che la tua visione abitudinaria della vita nasconde una volontà differente, il tuo sogno ti ricorda la complessità dei tuoi desideri.

Un’apertura sull’inconscio

Il sogno mette così in rilievo il fossato che separa il pensiero cosciente e la rimozione nell’inconscio: ciò che giudichi “buono per te”, secondo l’insieme di leggi morali che regola la tua vita, si esprime attraverso il pensiero cosciente. Ciò che credi “ti metta in pericolo”, sconvolgendo la tua maniera di vivere o le tue relazioni sociali, è respinto nell’inconscio. Le sole possibilità di espressione dell’’inconscio sono il sogno, gli atti mancati, oppure i sintomi somatici. Se le relazioni, che sembravano soddisfacenti nella realtà, appaiono ostili nel sogno, vuol dire che i sentimenti inconsci di colui che sogna nei confronti delle persone in questione sono più ambigui di quel che pensi, o che ha notato, senza soffermarcisi, un atteggiamento equivoco da parte loro. Come nell’esempio precedente, l’inconscio si manifesta all’individuo in maniera criptata: tocca a lui interpretarne il messaggio!

Il sogno rivelatore

Decifrare i propri sogni è meno semplice di quanto si creda: ogni elemento del sogno deve essere dissociato dal resto per assumere un significato autonomo. In psicanalisi, i sogni sono degli strumenti preziosi, perché la loro tonalità offre un nuovo punto di vista sulla realtà. Permettono di capire alcune incoerenze della vita reale e di rimediarvi. Ciò non significa però che, dopo un sogno, si debbano modificare frettolosamente i rapporti con gli altri o cambiare totalmente il proprio modo di vita. Non bisogna prendere un segnale d’allarme per una guida! Il sogno, proponendo un’altra visione della realtà, quella rimossa nell’inconscio, permette soltanto di esercitare la propria vigilanza e la propria riflessione.

La Battaglia dell’Ortigara-1917

Fonte: http://www.potiprvesvetovnevojne.si/La-Battaglia-Dell-Ortigara-Nella-Prima-Guerra-Mondiale

La battaglia dell'Ortigara

In quei giorni primaverili i piani dell’esercito italiano non prevedevano solamente l’avanzata sul fronte isontino, ma anche un nuovo piano offensivo nella zona dell’Altopiano di Asiago. Nonostante la controffensiva dell’estate precedente infatti, questa ampia zona di montagna era ancora parzialmente occupata dagli austro-ungarici. Le loro posizioni sulle cime meridionali del Trentino davano un grande vantaggio perché potevano controllare agevolmente tutti gli spostamenti italiani.

Il Comando Supremo decise perciò di agire in modo da ribaltare la situazione. Venne formata una nuova armata (la Sesta) agli ordini del generale Ettore Mambretti il quale avrebbe guidato i 200mila uomini alla conquista del Monte Ortigara, una cima di 2105 metri all’estremità orientale dell’altopiano tra il Veneto ed il Trentino. L’azione, considerata una delle più importanti dell’intero conflitto,  venne organizzata per la metà di giugno ma da subito fu bersagliata dalla sfortuna e dai contrattempi. La controffensiva austro-ungarica sul Flondar aveva reso necessario anticipare l’attacco. In tutta fretta Mambretti organizzò le prime linee ma proprio quando stava per essere dato l’ordine (7 giugno) le piogge torrenziali impedirono l’inizio delle operazioni. Il giorno seguente una mina destinata alla linea austro-ungarica esplose in anticipo uccidendo in un istante 230 soldati italiani.

Nel frattempo, la situazione sul Carso si calmò dando così l apossibilità alla Sesta Armata di prepararsi con maggiore serenità all’operazione. Mambretti però, inspiegabilmente, decise di non aspettare e il 10 giugno lanciò l’assalto all’Ortigara. Le divisioni partirono verso le pareti scoscese della montagna mentre 430 cannoni e 220 lanciabombe iniziarono a colpire le trincee asburgiche. Ma ancora una volta la sfortuna si accanì sui soldati italiani: le nuvole basse impedivano di avere una buona visuale e tutti i colpi lanciati contro le postazioni nemiche andarono a vuoto.
Nonostante le richieste di interruzione da parte di alcuni ufficiali, Mambretti ordinò di proseguire nella convinzione che le bombe e le granate italiane avrebbero sortito i loro effetti. Ma larealtà fu diversa e i soldati si trovarono bloccati sul fianco fangoso della montagna e si trasformarono in facili bersagli dell’artiglieria austro-ungarica.

Il 19 giugno le condizioni del tempo migliorarono nuovamente e l’attacco riprese con il supporto dei bombardieri Caproni, triplani che fornirono l’appoggio aereo necessario per l’avanzata italiana. La battaglia infuriò per una settimana ma le conquiste, ad esclusione di diversi pezzi di artiglieria e di circa mille prigionieri, furono nulle.

Il 25 giugno, dopo due settimane di combattimenti durissimi, i soldati asburgici respinsero definitivamente gli assalti della Sesta Armata con l’utilizzo di lanciafiamme e di gas. La Battaglia dell’Ortigara divenne così una delle pagine più drammatiche della Grande Guerra: in 16 giorni gli italiani persero più di 25 mila uomini e alcuni battaglioni persero oltre il 70% degli effettivi.

I geni della calvizie

Scritto da: Andrea Sperelli
Fonte: http://www.italiasalute.it/copertina.asp?Articolo_ID=8651

Capelli_13037C.jpg

Keywords | calvizie, capelli, geni,

Se siete calvi è colpa di vostra madre. E non è una questione di stress indotto dal carattere materno troppo invasivo, ma un fenomeno di carattere genetico. Lo afferma una ricerca dell’Università di Edimburgo pubblicata su Plos Genetics che ha rivelato la presenza di ben 287 geni associabili alla perdita dei capelli.
L’aspetto interessante è che tutti i geni si trovano sul cromosoma X, quello che si eredita appunto dalle mamme.
I ricercatori, guidati dall’italiano Riccardo Morioni, hanno spiegato di aver individuato una formula in grado di predire la calvizie in un soggetto.
«Anche se – aggiunge Morioni – è troppo presto per avere un test del sangue efficacemente predittivo. Ma la strada è ora spianata».
Lo studio è stato realizzato su un totale di 52mila uomini di mezza età e oltre. Di questi, 16.700 non mostravano alcuna perdita di capelli, 12mila avevano cominciato a perderli, in 14mila la caduta era stata moderata, mentre altri 9.800 erano già in una condizione di calvizie.
I soggetti che mostravano il numero più basso dei 279 geni legati alla calvizie erano anche quelli con le perdite inferiori. Soltanto il 14 per cento dei soggetti di questo gruppo mostrava infatti una calvizie incipiente, mentre il 39 per cento mostrava una chioma ancora integra.
Nel gruppo dei soggetti con la più alta quota di geni specifici alterati, ben il 60 per cento aveva già detto addio ai propri capelli. «La calvizie maschile colpisce l’80% degli uomini entro gli 80 anni di età, e spesso non è riconducibile a quanto osservato nei padri», concludono i ricercatori.

ZH – Sbalorditiva ammissione di Draghi: un paese può lasciare l’eurozona, ma deve prima “pagare il conto”

Fonte: http://vocidallestero.it/2017/01/22/zh-sbalorditiva-ammissione-di-draghi-un-paese-puo-lasciare-leurozona-ma-deve-prima-pagare-il-conto/

Mario Draghi – sul quale è stata recentemente aperta un’inchiesta dell’Ombudsman della UE per “conflitto d’interessi” – ha platealmente sconfessato il “whatever it takes” di quattro anni fa: in una lettera di qualche giorno fa ha candidamente ammesso che un paese membro può lasciare l’eurozona, a patto che saldi le sue posizioni sul sistema Target2.  La caduta dell’ultimo tabù da parte della BCE suona contemporaneamente come uno spettacolare “liberi tutti” per i paesi deboli dell’eurozona e una quasi minaccia per l’Italia, il cui altissimo passivo Target2  costituirebbe una tremenda perdita per il principale creditore, la Germania, che non tarderà a valutare quanto valga la pena prevenirla. Da ZeroHedge.

 

di  Tyler Durden, 21 gennaio 2017

Meno di 4 anni fa, e poco dopo la famigerata minaccia agli speculatori del “whatever it takes“, Mario Draghi rispondeva a una domanda dei lettori di Zero Hedge, affermando che “non esiste un piano B” per quel che riguardava i piani di emergenza nel caso una nazione della zona euro uscisse dall’unione monetaria. Il ragionamento era semplice:  concepire un tale scenario significava ammettere la possibilità che si verificasse, ed è per questo che la BCE voleva disperatamente dare l’impressione che la coesione dell’Europa fosse indistruttibile, a qualsiasi costo.

Facciamo un veloce passo avanti a quattro anni dopo, quando non solo questa particolare strategia è stata completamente rigettata, ma per la prima volta il Governatore della BCE ha fornito un quadro, per quanto vago, che mostra cosa potrebbe accadere in caso di Exit.

In una lettera a due deputati italiani al Parlamento europeo pubblicata venerdì, e riportata per la prima volta da Reuters, Mario Draghi ha ammesso che un paese potrebbe uscire dalla zona euro – e questo è quanto per il suo “non esiste un Piano B” – ma prima di chiudere dovrebbe saldare i debiti col sistema di pagamenti Target2 dell’eurozona.

Se un paese dovesse lasciare l’Eurosistema, i crediti o le passività della sua banca centrale nazionale verso la BCE dovrebbero essere risolti in toto“, ha detto Draghi nella lettera, senza specificare in quale valuta dovrebbe aver luogo la “liquidazione”. Non è chiaro nemmeno quale sarebbe la reazione della BCE se un paese non “regolasse integralmente i suoi conti”: in definitiva, la BCE non dispone di un esercito che garantisca il  rispetto delle sue politiche.

Come conferma Reuters, il commento di Draghi costituisce “un vago riferimento da parte del Governatore della BCE alla possibilità che l’eurozona perda dei membri“. Noi diremmo non solo un “riferimento”, ma l’ammissione che un’Italexit è fin troppo possibile, e che tuttavia l’unico modo in cui la BCE lo permetterebbe sarebbe quello di far prima pagare all’Italia il suo conto Target2 di 357 miliardi di euro (sul quale diversi sprovveduti professori di economia hanno sostenuto negli ultimi 5 anni che non sarebbe mai stato utilizzato dalla BCE come merce di scambio nei negoziati sull’”exit” e che non ha implicazioni politiche; oops).

A dire il vero, il beneficiario di questo pagamento sarebbe il paese che fa più affidamento sul persistere dello status quo: la Germania, che ha qualcosa come 754 miliardi di euro di “attività” nel sistema Target2, che potrebbero essere azzerate se uno o più paesi della zona euro dovessero uscire senza soddisfare i propri obblighi di pagamento.

Nella lettera, Draghi ha ribadito che gli squilibri sono dovuti al ​​programma di acquisto titoli della BCE, nel quale molti dei venditori sono investitori stranieri con conti in Germania, e al conseguente riequilibrio dei portafogli.

L’ammissione di Draghi che il “QuItaly” – o UscIta come è chiamata all’interno del paese – è una possibilità fin troppo reale, coincide con un’ondata di sentimenti anti-euro in Italia e in altri stati dell’eurozona, alimentati in parte dalla decisione senza precedenti della Gran Bretagna nel giugno scorso di lasciare l’Unione europea.

La minaccia di default sui debiti transfrontalieri è stata spesso ritenuta un elemento di coesione della zona euro durante la crisi finanziaria. Poiché questi pagamenti generalmente non sono saldati, le economie più deboli, tra cui l’Italia, la Spagna e la Grecia, hanno accumulato enormi debiti verso Target2, mentre la Germania si distingue come il più grande creditore, con crediti netti per 754,1 miliardi di euro.

Gli squilibri Target2 sono peggiorati negli ultimi mesi, quando l’economista di Harvard Carmen Reinhart  ha lanciato l’allarme su una fuga di capitali dall’Italia. Lo si può vedere nel grafico sottostante,  il quale conferma come sotto la calma apparente dei bassi rendimenti dei titoli italiani – anche se recentemente risultano in crescita –  si stanno accumulando enormi squilibri di capitali.

Crediti e debiti nel sistema Target2 – in verde la Germania e in rosso l’Italia – dal 2003 al 2016

L’ammissione di Draghi, da intendere quasi come una minaccia all’Italia, potrebbe aver aperto un nuovo vaso di Pandora per la stabilità europea, in aggiunta alle preoccupazioni per Trump, perché non solo Draghi ha confermato che l’uscita dalla zona euro è stata esplicitamente prevista dalla banca centrale, ma definisce anche le condizioni alle quali sarebbe presa in considerazione e consentita.

Ancora più importante, ancora una volta fornisce la base per una “negoziazione” aggressiva, che potenzialmente può degenerare in una escalation di rancorose trattative tra l’Italia e la Germania, poiché la BCE ha messo di colpo in chiaro che il guadagno dell’Italia in una “ipotetica” uscita dalla zona euro costituirebbe una tremenda perdita per Berlino e per la Merkel. Siamo sicuri che in tempo brevissimo emergerà anche la questione di “quanto” valga la pena per la Merkel prevenire tale perdita. Quanto al significato della dichiarazione di Draghi per i paesi con un debito Target2 molto inferiore, che potrebbero anche prendere in considerazione l’uscita dall’unione monetaria, la risposta è racchiusa in due parole: “via libera”.

Aggiornamento: Come ci è stato fatto giustamente notare da @KellerZoe, dalla lettera di Draghi ai parlamentari Marco Zanni e Marco Valli non risulta la necessità di saldare i conti Target2 “prima” di un’uscita, ma semplicemente  si dice che in caso di uscita i conti dovranno essere regolati integralmente.  L’articolo di Zero Hedge quindi si rifà a una interpretazione estensiva da parte di Reuters e non al testo originale. 

La tormentata storia del castello di Buttrio

Fonte: http://italiaparallela.blogspot.it/2016/06/la-tormentata-storia-del-castello-di.htmlScritto da: © Monica Taddia
Foto © davebeltra_87

Non molto lontano dal fiume Natisone e a soli 12 km da Cividale del Friuli sorge, sulla Pampinutta, tra i Colli Orientali, il Castello di Buttrio. Già il nome della collina dal quale domina monti e pianure rivela la presenza delle preziose viti (il cui pampino è, appunto, la foglia) che fanno da cornice all’incantevole luogo, tutelato dal Ministero dei Beni Culturali e sede attuale di una struttura ricettiva alberghiera ed un’azienda vinicola.
Situato a 140 metri sopra il livello del mare, il castello offre un panorama mozzafiato che va dalle colline di Buttrio al Golfo di Trieste quando il cielo è particolarmente terso.
Incamminiamoci allora sulla strada che, dal centro del paese, porta dritta in cima al colle, suggestiva come se il tempo si fosse fermato cent’anni fa – non fosse per le macchine che l’attraversano e ci ricordano che, invece, siamo nel XXI secolo – tra aziende agricole e panorami di delicata bellezza: dopo un paio di chilometri, sulla nostra sinistra, un cancello dei primi del novecento su cui troneggia lo stemma con le iniziali del Barone Elio Morpurgo s’apre sul viale d’entrata del castello che ora reca il nome della nobile casata.
Probabilmente costruito nell’XI secolo sulle fondamenta di una vedetta romana esistita in epoca precedente, viene per la prima volta nominato in un documento ufficiale del 1139, anno in cui Ulrico, marchese di Toscana, ne diviene legittimo proprietario tramite cerimonia d’investitura. Inizialmente si presenta come una fortificazione, pensata più come luogo di difesa che non di delizia, caratteristica che mantiene con l’acquisizione da parte dei Signori di Buttrio nel XII secolo. Nel 1219 i feudatari liberi – a cui i Signori di Buttrio appartengono – danno il via ad una guerra contro il Patriarca di Gorizia culminante nel 1306, anno in cui il castello, caduto nelle mani del conte di Gorizia, viene raso al suolo in seguito ad un terribile assedio guidato dalle truppe patriarcali.
La prima ricostruzione avviene tre anni più tardi, nel 1309, ad opera dei Signori di Buttrio: nuovamente ci troviamo di fronte ad una costruzione di stampo militare comprendente un’alta torre, una grande porta di ingresso e mura fortificate. Il suo destino, però, non è proprio roseo: dopo nemmeno sessant’anni, il castello – di nuovo caduto in mani goriziane – viene distrutto da udinesi, cividalesi e gemonesi ribellatisi alla politica espansionistica del conte di Gorizia.
Il 1383 viene messa in atto la ricostruzione dei bastioni del castello  ma, in seguito ad un ennesimo attacco dei cividalesi, sono destinati alla devastazione.
Per due secoli questo luogo viene distrutto e ricostruito e quando, nel 1415, i Signori di Buttrio vengono spodestati, ciò che rimane del castello è abbandonato a sè stesso: una rovina – o poco più – adagiata, finalmente in pace, su quel tanto sfortunato colle.
Nel Seicento, però, la famiglia dei de Portis decide di acquistarlo per trasformarlo nella propria residenza. Una villa prestigiosa, circondata da un parco in cui troneggiano pini marittimi, magnolie, cedri del Libano ed altri alberi: da teatro di tragedie armate, il parco diviene ora luogo di lettura, lavori femminili, partite a scacchi, conversazioni, mentre il castello incomincia a definirsi come residenza lussuosa e confortevole.
Tra il XVII e il XVIII secolo vengono effettuate le migliorie e ristrutturazioni che portano alla struttura oggi conosciuta, con due alte torri (quella a sud est è l’originale del XVII secolo) circondate da edifici rurali di stampo novecentesco e in puro stile liberty. Il tutto, successivamente, viene migliorato ed impreziosito dalla famiglia dei Morpurgo che apporta qualche elemento d’originalità come il terrazzo veneziano e la scala di legno che si trova nell’attuale reception dell’albergo: nientemeno che la scala di una nave da crociera triestina dei primi del Novecento, un tocco di sontuosità che non stona ed impreziosisce la stanza conferendole importanza e suscitando meraviglia agli occhi di chi vi si trova di fronte.
Anche le sale interne, attualmente, mantengono lo stile liberty: gli stucchi, le porte, i preziosi e ricercati tessuti delle tappezzerie contribuiscono ad immergere il visitatore in un’atmosfera che nulla ha a che vedere con il crudele destino che, nei secoli scorsi, s’accanì sull’antica struttura. Di quell’epoca, databile tra il Duecento ed il Trecento, resta solo la chiesetta dei SS. Gervasio e Protasio, situata di fianco al castello e tutt’ora utilizzata in particolare nella celebrazione di matrimoni.

 

Come Trump potrebbe vincere la guerra tra valute

Scritto da: di Brendan Brown1
Traduzione per il Portico Dipinto : Johnny Contanti.
Fonte: http://ilporticodipinto.it/content/come-trump-potrebbe-vincere-la-guerra-tra-valute


L’attuale guerra valutaria è iniziata con il Grande Esperimento Monetario sotto l’amministrazione Obama. Questo ha innescato una svalutazione del dollaro nel periodo 2010-12. Da allora il lancio di simili e per certi versi più radicali esperimenti monetari in Europa e in Giappone ha alimentato grandi svalutazioni dell’euro e dello yen. Nel frattempo, una combinazione di politiche di bolle di credito e di repressione intensificata ha causato lo scivolamento della valuta cinese.

Finora l’amministrazione Trump non ha formulato un chiaro messaggio relativo alla guerra delle valute. Invece c’è stata una serie di frasi a effetto su particolari aspetti della guerra che omettono la principale fonte di questo conflitto – l’imperfetto standard globale di inflazione del 2%. A loro volta, il cancelliere tedesco e il primo ministro giapponese hanno dato risposte indignate alle frasi a effetto di Trump, fingendo che la BCE (Banca Centrale Europea) e BoJ (Bank of Japan), rispettivamente, siano istituzioni indipendenti dal governo, e che quindi i governi tedesco e giapponese non siano responsabili per le conseguenze sulle valute delle politiche monetarie.

Il fattore Donald Trump

Cominciamo con il commento del massimo consigliere commerciale del Presidente Trump, Peter Navarro per cui “la Germania sta usando un euro grossolanamente sottovalutato per sfruttare gli USA e i suoi partner dell’UE.” La realtà di fondo è che la cancelliera Merkel, nella difesa dello status quo europeo (compresa l’Unione monetaria europea [UEM] nella sua forma attuale) ha sostenuto il capo della BCE Draghi nel perseguire politiche di facilità monetaria radicale. Avrebbe potuto dire di no. Non l’ha fatto.

In effetti l’evidenza indica una cospirazione di guerra. Il Ministro delle Finanze Schaeuble ha ammesso in una recente intervista giornalistica (in Tagesspiegel) che Berlino ha accettato (nel 2014) di non esprimere pubblicamente la sua preoccupazione circa le politiche monetarie radicali della BCE, fermo restando che la BCE avrebbe assunto la responsabilità per l’allargamento del surplus commerciale tedesco. In effetti Berlino avrebbe potuto dichiararsi innocente sulla base dell’indipendenza della BCE e Draghi avrebbe appoggiato tale richiesta. Ma i cospiratori non hanno fatto i conti con l’ascesa di Donald Trump.

Lo schema moentario tedesco e giapponese

Non c’è dubbio che il governo di Berlino abbia fatto i conti in modo corretto sul fatto che le politiche radicali della BCE diventerebbero sempre più impopolari per vasti settori del pubblico tedesco. Punti di risentimento dovrebbero includere i tassi reali sostanzialmente negativi sul risparmio e il trasferimento di enormi volumi di capitale tramite la BCE in debito sovrano debole e banche (soprattutto in Italia). Ci sono anche, però, molti cittadini che hanno guadagnato dal boom delle esportazioni (alimentate dalla debolezza dell’euro) e col boom delle costruzioni.

In effetti, l’euro a buon mercato ha fornito una sagola di salvataggio politico essenziale per l’odierno cancelliere Metternich d’Europa (Merkel). Lo stato di guerra valutaria non dichiarata dalla coppia che non si ama Merkel-Draghi è stato il mezzo per frenare le forze del risentimento politico interno in Germania contro i crescenti costi della UEM.

Eppure, se l’unico modo per Berlino di sostenere lo status quo europeo è quello di permettere al capo della BCE Draghi di manipolare in modo efficace l’euro verso il basso, allora dovremmo concludere che l’unione monetaria in Europa come attualmente progettata e realizzata è in contrasto con il libero scambio globale e l’ordine globale liberale. La sfida per le élite europee o loro successori che desiderino mantenere l’unione potrebbe essere allora di aprire un altro canale di sopravvivenza – più plausibilmente all’insegna della deregolamentazione, del governo più snello, e di una moneta solida.

Passiamo alla replica del Primo Ministro giapponese Abe al commento del Presidente Trump (30 gennaio) per cui “il Giappone e la Cina usano la politica monetaria per perseguire la svalutazione e manipolano il mercato monetario, mentre ci sediamo qui come un gruppo di imbecilli.” E’ stato da subito un segreto di Pulcinella che l’obiettivo fondamentale di Abe nel mettere il Giappone sullo standard globale di inflazione del 2% (da gennaio 2013) è stato quello di tenere lo yen basso rispetto ai suoi alti picchi raggiunti durante l’offensiva valutaria degli Stati Uniti del 2009-12. E ora la straordinaria politica della BoJ di stampa di denaro potenzialmente illimitata per tenere il tasso di interesse a lungo termine di poco sopra lo zero, quando i tassi USA a lungo termine sono aumentati bruscamente, è una continuazione di quella stessa politica valutaria. Al di là della restituzione del pan per focaccia verbale all’Europa e al Giappone, Washington deve ancora avvisare il mondo che i giorni dello standard di inflazione globale del 2% sono finiti. Sì, questo standard è durato il doppio del tempo della vita effettiva del sistema di Bretton Woods (dal 1959 all’introduzione del mercato dell’oro a due livelli nel 1968), ma è palesemente marcio – come potentemente illustrato dalla guerra delle valute che ha generato e anche dalla successione di inflazione dei prezzi delle attività e fallimenti.

Che cosa dovrebbe fare Trump

L’amministrazione Trump potrebbe dar prova di leadership qui segnalando che intende nominare i successori di Yellen e Fischer, che potrebbero portare gli Stati Uniti fuori dallo standard di inflazione del 2% , il che farebbe tornare la legislazione in Congresso, che impedirebbe alla FED di interpretare il mandato di stabilità dei prezzi come inflazione perpetua al 2% annuo.

Gli alti funzionari economici internazionali degli Stati Uniti dovrebbero assolutamente rendere chiaro che il proseguimento delle svalutazioni monetarie camuffate da soffi inflazionistici nell’economia (in Europa come in Asia) per raggiungere un obiettivo di inflazione del 2% non è più accettabile. La premessa dovrebbe essere che gli strumenti monetari non standard (QE, tassi negativi, fissazione del tasso a lungo termine) sono la prova di intenti manipolazione di valuta.

L’amministrazione Trump dovrebbe rinnegare l’uso di questi strumenti da parte degli USA (introducendo una legislazione a tale scopo). Ancora più importante, dovrebbe pubblicare una lista di politiche monetarie e non che dovrebbero essere sospettate di essere forme di manipolazione della valuta.

Repressione finanziaria cinese

La Carta dovrebbe includere in primo luogo un sostenuto intervento sui mercati dei cambi esteri e restrizioni sui cambi; in secondo luogo, la sperimentazione monetaria nel perseguimento di obiettivi di inflazione; e in terzo, “manipolazione del sistema finanziario e repressione”. Il terzo punto dovrebbe avere ovvia rilevanza nei negoziati USA-Cina.

Pechino impone un regime di repressione finanziaria che governa essenzialmente il credito bancario alle imprese statali favorite, mentre riduce i tassi di rendimento sui risparmi sicuri; le sue politiche di credito inducono una bolla dopo l’altra (e molte insieme); la repressione politica si aggiunge ai timori riguardanti la sicurezza delle attività nazionali. E così i cittadini cinesi cercano sicurezza e reddito nei loro fondi meno rischiosi (immobiliari e prodotti di credito nazionali sono enormi scommesse) al di fuori della Cina. La conseguente massiccia fuga di capitali spinge la valuta cinese verso il basso.

Armata della sua lista di proscrizione contro la manipolazione, l’amministrazione Trump potrebbe prendere la strada maestra nei suoi prossimi incontri commerciali con Pechino, e anche più ampiamente con l’Europa e il Giappone. La violazione della Carta sarebbe motivo per l’avvio di una “azione” da parte degli Stati Uniti ai sensi della legislazione commerciale esistente.

A Tokyo, il Primo Ministro Abe è probabile che recepisca il messaggio, data l’importanza di buone relazioni con Washington in un momento di crescenti tensioni geo-politiche, soprattutto per quanto riguarda la Cina e la Corea del Nord. Ma cosa succede se la signora Merkel e il suo banchiere centrale non riescono a recepire il messaggio? I cittadini tedeschi hanno per fortuna la possibilità di votare per la pace valutaria e contro la guerra commerciale il prossimo autunno. Per i cinesi non esiste una tale via d’uscita dal pericolo di guerra tramite le urne.