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La relazione della Commissione Fioroni e le “verità dicibili” della Repubblica

Fonte: http://www.clarissa.it/editoriale_n1992/La-relazione-della-Commissione-Fioroni-e-le-verita-dicibili-della-Repubblica

Il 7 dicembre del 2017, pochi giorni prima della fine della XVII legislatura della Repubblica, è stata consegnata la terza relazione, conclusiva dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro – cosiddetta “commissione Fioroni”: lavori dei quali siamo stati tra i pochissimi ad occuparci diffusamente su clarissa.it, in occasione della presentazione della seconda relazione, nel dicembre 2016. Il silenzio che sta seguendo anche questa volta la pubblicazione integrale negli atti parlamentari di questo documento (doc. XXIII, n. 29) è sintomo impressionante di quanto la verità sulla nostra storia politica sia stata sistematicamente manipolata dalla nostra classe dirigente e, di conseguenza, non abbia più alcun impatto su di un’Italia sempre più inerte e sfiduciata.
Avevamo a suo tempo già accennato ad alcune delle più rilevanti novità emerse dal lavoro della Commissione e presentate nella precedente relazione: anche in questo caso, vi sono numerosi elementi che meritano studio e riflessione. Basti qui citare il ruolo di un personaggio come Giorgio Conforto, sul quale qualsiasi investigatore di mezza tacca si sarebbe soffermato a lungo. Presentandosi pubblicamente come uomo di sinistra, collabora dal 1933 e almeno fino al 1941 con l’ufficio informazioni segrete del Ministero degli esteri e con Guido Leto, capo della polizia politica; passa nel 1946 a fornire informazioni a James Angleton dell’OSS americano e, di conserva, al ben noto prefetto Federico Umberto D’Amato, responsabile quest’ultimo dell’Ufficio Affari Riservati per l’intera epoca della strategia della tensione, in linea con i meriti acquisiti durante la guerra, meriti che gli hanno meritato la Bronze Star americana. Conforto, la cui figlia ospiterà Morucci e Faranda in clandestinità, è quindi una figura chiave per capire cos’è avvenuto in Italia durante la guerra fredda: la Commissione afferma infatti di “ritenere che il ruolo spionistico di Conforto a favore dell’Urss fosse quanto meno bilanciato da una sua funzione di confidente o fonte delle strutture di polizia italiane” (p. 101), funzione della quale la Commissione ha avuto finalmente conferma incontrovertibile dall’audizione di un alto ufficiale dei nostri servizi segreti. Viene confermata quindi la condizione dell’Italia dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, quella di un terreno libero dove Usa e Urss collaborano quando occorre nella gestione del terrorismo, quando la destabilizzazione serve a garantirne la stabile collocazione nell’area Nato, alla quale l’Italia è stata assegnata dagli accordi di Yalta, e dalla quale non deve uscire.
Non sorprende in questo contesto quanto emerso dal lavoro della Commissione anche sulla questione della reale collocazione della prigione di Aldo Moro, che ora si ipotizza possa aver trovato sede in uno dei condomini di via Massimi 91, a Roma. Vale a dire in un’area (di proprietà di una ben nota banca vaticana) nella quale hanno sede numerose società, istituzioni e personaggi operanti nel mondo in cui si scontrano, interagiscono e trattano i poteri forti che agiscono nel nostro Paese: il mondo atlantico, la Chiesa cattolica, le massonerie, l’allora impero sovietico.
Lo abbiamo detto all’inizio: quello che però più colpisce della relazione è ben altro. Qualcosa che in un popolo desto e consapevole dovrebbe suscitare una forte reazione, poiché qui abbiamo una delle prove più drammatiche di quanto, al riparo dell’articolato sistema dei partiti che manovrano la nostra raffinata democrazia parlamentare, venga negato agli Italiani il diritto basilare di una vera democrazia – la conoscenza della verità sulla condizione dell’Italia.
La Commissione infatti ricostruisce minutamente, con nomi e cognomi, la trattativa condotta da esponenti delle Brigate Rosse in via di dissoluzione con i vertici delle istituzioni italiane, per tramite dei servizi di sicurezza e di canali informativi gestiti dal mondo ecclesiastico. Scopo di questa operazione, scrive testualmente la Commissione era la “stabilizzazione di una «verità parziale» sul caso Moro, funzionale ad una operazione di chiusura della stagione del terrorismo che ne espungesse gli aspetti più controversi, dalle responsabilità di singoli appartenenti a partiti e movimenti, al ruolo di quell’ampio partito armato, ben radicato nell’estremismo politico, di cui le Brigate rosse costituirono una delle espressioni più significative, ma non certo l’unica” (p. 139). Si assiste quindi a ben costruiti e riusciti “tentativi di interloquire col Presidente Cossiga, con parti del mondo politico e col SISDE, sin dal 1984-1985, e di costruire, nelle dichiarazioni a Imposimato, un preciso perimetro politico-giudiziario entro il quale si sarebbe dovuta muovere la ricostruzione della vicenda Moro. Il tutto nel quadro dell’elaborazione della legge sulla dissociazione che avrebbe in qualche modo «canonizzato» una posizione garantita, nella quale Morucci e gli altri dissociati potevano rilasciare, nei modi e tempi da loro ritenuti congrui, elementi testimoniali”.
Per chi abbia conoscenza non superficiale di quanto accaduto nei cosiddetti “anni di piombo”, e più in generale nella stagione della strategia della tensione, queste affermazioni sono di una straordinaria gravità. Esse confermano infatti la responsabilità morale e politica di uomini ai più alti livelli dello Stato italiano (Cossiga e Andreotti per fare solo due nomi apicali), i quali con estrema lucidità gestirono la costruzione di quella “verità dicibile” in parallelo sui due versanti degli opposti estremismi, di cui erano stati tra i più spregiudicati strumentalizzatori. Verso il terrorismo “rosso”, mediante appunto la gestione del memoriale Morucci sul caso Moro; verso quello “nero”, mediante il sapiente dosaggio di informazioni riduttivamente manipolate sul caso Gladio – nel momento in cui ciò si rendeva vitale per due ragioni chiarissime: impedire che emergesse la regia degli apparati Nato nella strategia della stabilizzazione attraverso la destabilizzazione; secondo, confermare il loro ruolo di garanti dell’allineamento italiano nei confronti del sistema internazionale di spartizione del potere mondiale. Quest’azione parallela si conclude infatti in precisa coincidenza temporale, nell’estate del 1990, cioè proprio quando, caduto il muro di Berlino, si rendeva necessario in tutta fretta prepararsi ad un futuro nel quale era ben chiaro il ruolo di unica potenza egemone degli Stati Uniti d’America e degli apparati Nato utilizzati nella stabilizzazione nel suo campo dell’intera Europa occidentale. Era dunque necessario “riaccreditarsi” per il futuro, da una parte, e coprirsi le spalle per il passato, dall’altra.
Per chi segue fin dal principio il lavoro condotto, in sede giudiziaria e ancor più in sede di studio storico, da Vincenzo Vinciguerra in merito appunto alla strategia da lui denominata destabilizzazione per stabilizzare – troviamo qui la più netta conferma di quanto Vinciguerra abbia lavorato per la verità – proprio quando, non solo i mandanti, ma anche tutti gli epigoni dei terrorismi strumentali, rosso e nero, hanno preferito rinchiudersi nell’area protetta delle “verità dicibili”, quella gestita sapientemente dalla regia atlantica.
Se in merito alla propria individuale condotta ognuno è richiamato a questioni di fondo sulle quali è inutile qui spendere parole – sul piano della storia d’Italia, possiamo dire che ci troviamo davanti, con questa relazione della Commissione, alle prove di un tradimento del nostro popolo che ha ben poco da invidiare a quanto avvenuto l’8 settembre del 1943, e che anzi si colloca in piena continuità storica con esso. In entrambi i casi, infatti, i detentori istituzionali del potere dello Stato hanno difeso questo loro potere a scapito della sovranità, dell’indipendenza, dell’identità e della missione dell’Italia contemporanea.
Nessuna sorpresa dunque, se in taluni appunti del giudice Giovanni Falcone pubblicati anch’essi lo scorso dicembre, tra i nomi di coloro che rappresentavano il possibile “quarto livello” della mafia, torna il nome di quel Vito Guarrasi che, presente a Cassibile nel 1943 per firmare quell’armistizio che dell’8 settembre è l’indiscutibile premessa, ha poi operato come uno dei principali uomini del raccordo Stato-Mafia. Nessuna sorpresa dunque se, chiusa perché superata la stagione della strategia della tensione rosso-nera, è stata la mafia a prendersi carico della nuova strategia della tensione, negli stessi mesi in cui i vecchi epigoni del sistema italiano della Guerra Fredda si preoccupavano di delimitare ben chiaramente, a tutela della propria sopravvivenza, il perimetro della verità dicibile.
Impossibile quindi per noi oggi accettare, se si è alla ricerca di verità vere e non solo di quelle “dicibili”, il genuflettersi dei mass-media italiani nella commemorazione dell’anniversario dell’uccisione di Piersanti Mattarella, allorché anche in quel caso una possibile verità è stata da tempo rigorosamente delimitata, in quanto collocata anch’essa nella stessa stagione della destabilizzazione per stabilizzare, quella che pochi mesi dopo avrebbe portato ad uno dei suoi episodi più impressionanti, la strage di decine di innocenti italiani alla stazione ferroviaria di Bologna.
Inevitabili di conseguenza anche gli interrogativi su tutto quanto viene oggi detto ritualmente, per esempio agli studenti delle scuole italiane, sulla lotta alla mafia: se si include infatti in questa informazione ai giovani l’illustrazione della storia dello Stato-Mafia, è necessario in nome della verità risalire ai patti occulti che permisero lo sbarco americano in Sicilia e che consentirono l’armistizio di Cassibile; è necessario fare anche menzione dell’art. 16 del trattato di pace, con la protezione da esso accordato tra gli altri ai mafiosi; nonché la celebre risposta che su questo argomento diede proprio il povero Aldo Moro, il 20 giugno del 1974, ad un’interrogazione dell’on. Carraro, allora presidente dell’Antimafia, risposta quanto mai rivelatrice proprio del compito fondamentale che i vertici dello Stato italiano hanno assegnato a se stessi: perimetrare la verità perché sia dicibile. La stessa verità dicibile che Moro ha dunque pagato con la propria vita, insieme a quella degli uomini della sua scorta: con la differenza che della verità vera questi ultimi erano probabilmente del tutto ignari, e restano dunque tra le sue vittime innocenti.

I vichinghi e la foresta che non voleva crescere

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/blog/6-news-ita/good-news/4354-islanda,-la-foresta-che-non-voleva-crescere.html

Come trovare l’uscita da una foresta islandese? Basta alzarsi in piedi. E’ la vecchia battuta sulle minuscole foreste del paese, che infatti ricoprono appena il 2 per cento della sua superficie nazionale. Ma non è stemre stato così. Quando i primi vichinghi sbarcarono sull’isola la trovarono coperta di foreste. Secondo un’antica prime saga, “a quel tempo, l’Islanda era coperta di boschi, tra le montagne e la riva”. Ma i vichinghi cominciarono prontamente ad abbattere le foreste per fabbricare navi, e a dissodare il suolo per farne campi e pascoli. “Così hanno eliminato il pilastro dall’ecosistema”, spiega al New York Times Gudmundur Halldorsson, ricercatore del Soil Conservation Service island.

E non basta. I vichinghi hanno anche importato pecore nell’isola, che hanno impedito la ricrescita degli alberi “Il pascolo ovino ha impedito la rigenerazione delle betulle dopo il taglio e l’area boschiva ha continuato a ritirarsi”, spiega il Servizio forestale islandese. In passato la scomparsa delle foreste è stata imputata a una specie di la piccola era glaciale, o alle eruzioni vulcaniche, ma la più recente ricerca ha individuato il vero responsabile: l’uomo.
L’Islanda sta ora tentando di ripristinare le foreste on alberi nativi, per fermare l’erosione del suolo, ridurre le tempeste di sabbia e migliorare l’agricoltura e le riserve di acqua potabile. E’ un centinaio di anni che il paese lavora a ripristinare le proprie foreste, ma la crescita lenta causata dal clima gelato certo non aiuta.
Eppure è più facile salvare le foreste a crescita antica che sostituirle, specialmente in un luogo freddo come l’Islanda. Il paese ha lavorato al rimboschimento per più di 100 anni, piantando milioni di alberi di abete rosso, pino e larice non nativi e anche betulle native. L’Islanda ha aggiunto centinaia di migliaia di piantine all’anno per gran parte del 20 ° secolo, raggiungendo 4 milioni ogni anno negli anni ’90 e fino a 6 milioni all’anno nei primi anni 2000. I finanziamenti forestali sono stati drasticamente ridimensionati dopo la crisi finanziaria del 2008-2009, ma l’Islanda ha continuato ad aggiungere fino a 3 milioni di nuovi alberi ogni anno negli ultimi anni.

Questo impegno ha contribuito a salvare alcune delle ultime foreste naturali dell’Islanda, e anche a loro aggiunte, ma è un ritorno lento. La copertura forestale dell’isola è probabilmente scesa al di sotto dell’1 per cento nella metà del ventesimo secolo, e ora le foreste di betulle ora coprono l’1,5 per cento dell’Islanda, mentre le foreste coltivate coprono un altro 0,4 per cento. Il paese non ha fretta e unta di arrivare al 12 per cento entro il 2100.

Ad aiutare la Finlandia ci pensa il cambiamento climatico, che ha reso possibile il rimboschimento di vaste aree sui fianchi delle montagne e nella periferia degli altipiani centrali. Peccato che lo stesso fenomeno sta sciogliendo i ghiacciati, e ha aperto le povere foreste native all’assalto di parassiti.

Foreign Affairs: l’Euro è in declino?

Scritto da: Saint Simon
Fonte: http://vocidallestero.it/2018/01/15/foreign-affairs-leuro-e-in-declino/

La moneta unica, in assenza delle istituzioni statuali necessarie, è tenuta in piedi soltanto dalla BCE, diventata nel corso della crisi dell’euro prestatore non ufficiale di ultima istanza. Tuttavia, la legittimità della BCE si fonda sul principio della banca centrale indipendente e più in generale su quella ideologia neoliberale che decenni di bassa inflazione e crescita lenta mettono sempre più in discussione. L’incapacità della UE di darsi istituzioni statuali, combinata con l’ascesa delle istanze dei partiti cosiddetti populisti che implicitamente contestano la legittimità stessa della BCE, mette in serio dubbio la capacità della UE di rispondere alle future crisi e trasforma l’Europa da “assistente” dell’egemonia finanziaria statunitense in “generatore di rischi” per il sistema finanziario globale. Da Foreign Affairs.

di Kathleen R. McNamara, 12 gennaio 2018

Quando l’euro fu creato circa 15 anni fa, c’era l’ipotesi che la nuova valuta avrebbe potuto sfidare il dominio del dollaro USA come valuta internazionale di riserva. Ma il guardiano dell’euro, la Banca Centrale Europea (BCE), aveva poco desiderio per tale ruolo. Allo stesso modo, i mercati valutari hanno mostrato scarso sostegno all’idea di soppiantare l’egemonia del dollaro con l’euro, nonostante il passaggio a obbligazioni denominate in euro e un rafforzamento del valore dell’euro negli anni 2000. Ciò ha significato che l’UE, in gran parte, ha svolto un ruolo di “supporto” all’egemonia finanziaria statunitense, nel periodo postbellico fino ad oggi.

Ma ora, lo status di “assistente” dell’Europa potrebbe essere in discussione. Le forze populiste che sono emerse in tutto il continente mettono alla prova la legittimità dell’euro e minacciano le fondamenta sia istituzionali che ideologiche su cui poggia. Con questa incertezza, sorge la possibilità che l’UE si trasformi in un “generatore di rischio” all’interno dell’ordine finanziario globale o, forse ancora peggio, in un “saccheggiatore” del sistema stesso.

UNO SVILUPPO POLITICO INCOMPLETO

L’autorità sovrana della BCE è fondamentale per la più ampia stabilità del sistema finanziario globale. Ma una delle sue principali debolezze riguarda le particolarità dell’architettura dell’euro: a differenza di ogni altra valuta di successo, a livello europeo c’è solo la BCE, mentre mancano le più ampie istituzioni sociali e politiche necessarie a dare fondamenta stabili e durature alle valute. Sono quattro i ruoli per cui questo ampio assetto dell’autorità politica risulta necessario : funzionare da generatore affidabile di fiducia e liquidità per il mercato; fornire una solida regolamentazione del rischio finanziario; costruire meccanismi di redistribuzione fiscale e aggiustamento economico; creare la solidarietà necessaria ad affrontare tempi difficili. È questa mancanza di un governo più ampio che mette in pericolo l’euro e lo rende un potenziale “predone” del sistema finanziario internazionale, non le sue carenze come valuta ottimale, come hanno sostenuto alcuni economisti come Paul Krugman.

Per quanto riguarda il primo elemento, che serve come supporto visibile e a prova di bomba per rassicurare i mercati finanziari, la zona euro sta facendo relativamente bene. Sebbene in origine fosse stata creata come banca centrale iper-indipendente, dotata di un mandato ristretto per combattere l’inflazione e proteggere il valore dell’euro, la BCE nel corso del tempo si è dimostrata più innovativa nel fornire fiducia e liquidità di quanto immaginassero i suoi creatori quando si incontrarono a Maastricht nei primi anni ’90. In particolare, la BCE, sotto la guida di Mario Draghi, ha emesso centinaia di miliardi di euro in prestiti di emergenza alle banche europee negli anni successivi all’implosione dell’economia greca a seguito della recessione globale del 2008. La politica monetaria rispecchia in qualche misura la decisione del Tesoro statunitense e della Federal Reserve nel 2008 di salvare le banche americane attraverso il Troubled Assets Relief Program [Programma di Aiuto agli Asset in Difficoltà, ndt]. Anche le Long Term Refinancing Operations [operazioni di rifinanziamento a lungo termine, ndt] della BCE, che prestano denaro a tassi di interesse molto bassi agli stati membri in difficoltà, rappresentano un significativo allontanamento dall’immagine della BCE come istituzione che non agisce per sostenere le entità in difficoltà finanziarie. Gli LTRO si sono dimostrati relativamente efficaci nel calmare i mercati e dare agli stati membri indebitati un certo spazio per fare le riforme, anche se le richieste di politica di austerità sono state gravemente dannose.

Queste nuove politiche e questi programmi sono stati accompagnati da una serie di dichiarazioni molto più energiche e apertamente politiche da parte dei dirigenti della BCE. Nell’estate del 2012, i commenti muscolari di Draghi che impegnavano la sua istituzione a fare “tutto il necessario” per salvare l’euro hanno ricevuto molta attenzione in Europa e negli Stati Uniti, ma è stata soltanto una delle molte dichiarazioni che sono venute dalla BCE durante la crisi della zona euro. In termini sia della sua capacità istituzionale che del suo ruolo nel dibattito politico, la BCE ha svolto un ruolo essenziale e inaspettato in quanto prestatore non ufficiale di ultima istanza, riducendo così il ruolo di potenziale “generatore di rischio” dell’UE.

Tuttavia, il secondo fattore, che richiede un’unione bancaria e finanziaria europea, è quello dove l’UE ha mostrato maggiore debolezza. La profonda integrazione finanziaria tra gli stati europei richiede un quadro onnicomprensivo per proteggersi dal contagio di crisi bancarie. Sebbene ci sia stato qualche movimento verso una tale struttura di unione bancaria, essa rimane incompiuta. La Commissione Europea, con il sostegno della BCE, ha avuto successo nell’ottenere un accordo su un meccanismo unico di vigilanza per le banche della zona euro. Questa iniziativa è guidata dalla BCE e fornisce un regolamento unico per tutte le banche. L’Autorità Bancaria Europea, creata nel 2011, è un nuovo importante attore che disciplina gli Stati della zona euro e quelli non appartenenti all’euro come parte del Sistema Europeo di Vigilanza Finanziaria. Questi sviluppi normativi e istituzionali, tuttavia, devono ancora includere elementi cruciali come l’assicurazione comune sui depositi, che proteggerebbe da una corsa catastrofica agli sportelli in tutta l’UE, e le regole di risoluzione bancaria devono ancora essere attuate per far fronte alle future crisi bancarie.

Il terzo elemento – l’unione fiscale ed economica – rimane il più irraggiungibile per l’UE. Anche se alcuni hanno sostenuto che l’UE ha bisogno solo dell’unione bancaria, politicamente più praticabile, l’unione fiscale rimane fondamentale per gestire gli inevitabili alti e bassi di una valuta comune, fornendo meccanismi per la redistribuzione fiscale e l’aggiustamento economico. Un’unione fiscale comporta la capacità di ricavare gettito attraverso le tasse, di redistribuire il denaro attraverso la spesa pubblica e di raccogliere fondi aggiuntivi attraverso strumenti di debito pubblico. L’UE attualmente non ha nessuna di queste funzioni esplicite, sebbene (meno visibilmente) redistribuisca fondi attraverso il suo Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e il Fondo Sociale Europeo. Le proposte degli “eurobond” e di altri modi di mutualizzare il debito nell’eurozona si sono rivelate politicamente provocatorie perché implicano un’integrazione politica molto più profonda di quella che molti in Europa sono disposti ad accettare, mentre in Germania suscitano in alcuni il timore di rimanere invischiati nelle spese dissolute dei loro vicini. Al posto di un’unione fiscale, la dirigenza dell’UE e i capi di stato e di governo hanno aggressivamente cercato di imporre programmi di austerità, che comportano riduzione del deficit e del debito, su società che stanno ancora barcollando per le conseguenze negative della crisi finanziaria. Tali sforzi sembrano molto più simili ai programmi di prestito condizionale ai prestiti di aggiustamento strutturale del FMI che ad un sistema amministrativo integrato che potrebbe tenere insieme un’unione monetaria. Questi programmi di austerità mettono a repentaglio il futuro dell’UE e, quindi, la stabilità nel più ampio ordine finanziario globale.

Infine, all’Unione europea manca anche un’unione politica più ampia, che costituisce il fondamento legittimo di tutte le altre valute. Sebbene negli ultimi 50 anni l’UE sia diventata notevolmente istituzionalizzata, con un quadro giuridico di tipo costituzionale e una serie di politiche e pratiche che incidono profondamente sulla vita quotidiana di tutti gli europei, non ha tutte le strutture amministrative di stampo statale che supportano tutte le altre valute nazionali. A scapito della stabilità europea e globale, semplicemente l’UE non ha creato la solidarietà sociale e le istituzioni politiche legittime per integrare adeguatamente l’euro in un quadro politico più ampio.

Poiché i meccanismi politici per stabilizzare l’economia europea rimangono elusivi, la crisi dei flussi di rifugiati e il reinsediamento dei migranti, la Brexit e l’ascesa di gruppi populisti anti-UE hanno gettato seri dubbi sul più ampio progetto europeo e hanno così trasformato il ruolo dell’Europa, da “assistente” a  “generatore di rischio” nell’ordine finanziario globale.

IL DECLINO DEL NEOLIBERALISMO

Ma le configurazioni istituzionali non sono l’unico fattore importante nel considerare la sicurezza del ruolo dell’UE nell’ordine finanziario globale. Anche le idee sono dispositivi essenziali e inevitabili di legittimazione. In effetti, l’iper-indipendente e politicamente isolata BCE è in parte il risultato della più ampia cultura del neoliberalismo, un insieme di idee che comprende una serie di politiche, come la rigida delega del controllo sull’offerta di denaro ad esperti scollegati dalla democrazia rappresentativa. Il razionale teorico alla base di questa idea è semplice: i politici che inseguono i voti probabilmente cercheranno di manipolare l’economia in modi che rendono felice la popolazione nel breve termine, ignorando la possibilità che le loro politiche monetarie generino problemi economici a lungo termine. L’isolamento delle banche centrali dall’influenza diretta dei funzionari eletti è stato uno dei cambiamenti di governo più importanti a livello globale negli anni ’90. La BCE, istituita nel 1999, ha portato l’indipendenza della banca centrale all’estremo, avendo soltanto deboli canali di rappresentanza e supervisione politica.

L’indipendenza della banca centrale ha raggiunto uno status formidabile nella vita politica contemporanea, con pochi dubbi sulla sua logica o efficacia. Ma le prove a sostegno dell’indipendenza della banca centrale sono sempre state contrastanti, nel migliore dei casi. Questa contraddizione può essere spiegata da ciò che chiamo diffusione di una “narrativa razionale”. I governi come quelli della zona euro scelgono di delegare il potere finanziario per acquisire importanti proprietà legittimanti e simboliche, che sono particolarmente allettanti in tempi di incertezza o difficoltà economiche.

Questa dinamica è razionale e strumentale, ma solo se inserita in un contesto culturale e storico molto specifico che legittima quella delega, la cultura del neoliberismo. Invece, il passaggio a una banca centrale indipendente sembra solo proteggere la politica monetaria dalla politica. Infatti, come ha sostenuto Jacqueline Best in Foreign Affairs, cementa un insieme specifico di ideologie e posizioni partigiane che favoriscono determinati gruppi sociali, in particolare gli investitori, rispetto ad altri, come i lavoratori. La BCE ha beneficiato del forte consenso sulla desiderabilità dell’indipendenza della banca centrale, che è stata parte integrante della svolta neoliberale dagli anni ’90 in poi.

La domanda è questa: dopo diversi decenni di bassa inflazione e crescita lenta, questa legittimazione delle banche centrali indipendenti potrà continuare? Questo è tutt’altro che chiaro, poiché gli effetti disastrosi delle politiche di austerità imposte ai paesi debitori come Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna hanno creato profonde divisioni politiche e hanno alimentato le fiamme della reazione populista contro l’isolata tecnocrazia europea. Mentre partiti euroscettici emergono in tutta l’UE per sfidare il consenso liberale ortodosso che ha governato l’UE, non è chiaro se i fondamenti che legittimano la BCE e l’euro oggi siano ancora validi. Se la giustificazione dell’indipendenza della BCE è messa in discussione, ma la configurazione istituzionale dell’UE non è aggiornata per dare all’euro l’autorità politica di cui ha bisogno, è molto probabile che l’UE avrà moltissime difficoltà.

Proprio come gli osservatori ora temono che gli Stati Uniti siano in una posizione strutturalmente indebolita a causa dell’apparente rifiuto del ruolo di “nazione indispensabile” degli Stati Uniti da parte del presidente Donald Trump, lo sviluppo politico incompleto dell’UE e la reazione contro l’ideologia che legittima la BCE mettono in discussione la capacità dell’Europa di affrontare crisi future. Questi fattori rendono l’UE un “generatore di rischio” come minimo e un potenziale “saccheggiatore” nell’ordine finanziario globale nel peggiore dei casi. Il sistema finanziario globale non può permettersi un simile esito.

EXTRA, abduction aliene nella RAI anni ‘70 – di Davide Rosso

Fonte: http://www.sogliaoscura.org/extra-abduction-aliene-nella-rai-anni-70-davide-rosso/

Extra, sceneggiato Rai degli anni ’70, diretto da uno dei maestri del piccolo schermo, Daniele D’Anza, responsabile di capolavori del giallo, o di quell’oggetto indefinibile che è Il segno del comando. Qui D’Anza scrive con Lucio Mandarà e sceglie di confrontarsi con la fantascienza, genere poco praticato nella nostra cinematografia e, ancor meno, sul piccolo schermo.

Parlandone a bocce ferme, quando ormai quel tempo meraviglioso è terminato, possiamo rilevare che Extra arriva dopo la prova generale di A come Andromeda, sceneggiato derivato da un romanzo inglese, novelization di una serie inglese andata in onda nel 1961 sulla BBC e mai trasmessa in Italia. A come Andromeda rappresentò il primo tentativo tutto italiano di portare la fantascienza sul piccolo schermo, dal gennaio al febbraio del 1972. Prima s’era visto poco. Le schegge fantastiche de Ai confini della realtà e la serie inglese Ufo, trasmessa sulla televisione svizzera alla fine del 1971. Dopo ci sarebbe stato il giallo/fantastico Gamma (1975). A come Andromeda, realizzato con grandi capacità da Vittorio Cottafavi e interpretato da un ispirato Luigi Vannucchi, rimaneva all’interno della fantascienza tradizionale, con il confronto (classico) tra le intelligenze superiori aliene e la razza umana, contradditoria ma sensibile. Francamente questo genere di umanizzazione degli Ufo (penso all’algida e via via sempre più contrastata Nicoletta Rizzi) mi lascia indifferente. Nutro altrettanta ostilità nei confronti della fantascienza spaziale o fantasy alla Guerre stellari, fastidiosamente infantile. Per questo Extra ha un sapore particolare, direi unico, all’interno della nostra Tv. Il solo fatto che sia stato realizzato lascia stupefatti. Come mai D’Anza abbia deciso di confrontarsi con un simile (s)oggetto mi sfugge. Sicuramente ci saranno, nel maremagnum della rete, delle interviste sul tema. Io non le conosco e ignoro le motivazioni dei dirigenti Rai dell’epoca. Extra si ispirava ad un fatto “reale”, qualcosa che riguardava l’abduction, ossia il rapimento alieno, argomento assai più ruvido rispetto al contattismo di A come Andromeda. Bisogna ricordare che nel 1976, a parte la serie capolavoro di UFO, coi suoi alieni boschivi e maniaci, su queste cose, in Tv, s’era visto un tubo. Extra non scivolava né nella fantascienza più sociologica, né nei viaggi spaziali, anzi rimaneva in una strana via di mezzo, mostrandoci un mondo assolutamente contemporaneo a quello degli spettatori di allora. Questo perché Extra nasceva da episodi di cronaca avvenuti in America nel 1973 e raccontava le vicende di due operai (nello sceneggiato sono Giampiero Albertini e Luca Del Fabbro, entrambi nel ruolo di una vita) di 45 e 19 anni che affermano di esser stati rapiti e portati su un disco volante da creature alte poco più di un metro e con delle tenaglie al posto delle mani. Da questo semplice incipit si sviluppa la trama di Extra, film Tv lontano dai plot affollati e confusionari dei tanti gialli di Durbridge, o dai cascami gotici de Il segno del comando. Extra presenta un nucleo di personaggi principali ridotto rispetto ad altre storie televisive. Da una parte i due operai con le loro famiglie e la stazione di polizia a raccogliere le loro prime testimonianze, e dall’altra una mesmerizzata Daniela Surina, moglie di un poliziotto incredulo interpretato dall’ottimo Vittorio Mezzogiorno. La Surina ha vissuto la medesima esperienza dei due operai, solo che, per timore d’esser creduta pazza e di finire nel tritacarne mediatico (cosa che accadrà alla coppia Albertini/Del Fabbro, ridotti a fantocci nelle mani della stampa e dei militari), preferisce non confessare a nessuno i suoi tormenti. Tormenti psicologici che la gettano in uno stato di terrore profondo, anticipando i pazienti traumatizzati della Jovovich ne Il quarto tipo, altro grande film sui rapimenti alieni. E la paura si concretizza in modo sottile, fruttando al meglio il mezzo televisivo: D’Anza costruisce una provincia americana anonima, fatta di gas station, statali desertificate, già pronte per una copertina onirica di Karel Thole. E viene proprio in mente un Urania del 1967, Le strade dell’invasione, prima antologia fantascientifica uscita nella collana mondadoriana e dedicata alle micro-invasioni, mono-invasioni aliene sul nostro pianeta. L’invasione di Extra avrebbe potuto figurare benissimo in quella meravigliosa raccolta (doppiata dal suo seguito, Nuove strade dell’invasione): gli alieni di Extra non si vedono mai, forse nemmeno esistono, prodotti dalle alterazioni della mente. A parte dei televisori sfarfallanti, degli strani rumori e le parole dei rapiti, nessuno può garantirci che non si sia trattato di una burla, o di un caso d’isteria collettiva. D’Anza è bravo nel rimanere sul vago, costruendo un’atmosfera rarefatta e pesante, sempre cupa, notturna (su Extra il sole sembra non splendere mai), dove i contorni delle cose, delle persone, sono indefiniti, doppi, menzogneri. Il sospetto cala sulla comunità del Mississipi, dividendo gli abitanti in ufologi e non ufologi. Il caso finirà nelle fauci crudeli della stampa, o nelle autopsie psicologiche di vari esperti. Tra di loro s’aggirano figure inquietanti, persone che sembrano saperla lunga e accennano a segreti governativi, organizzazioni occulte di uomini in nero, anticipando praticamente tutto X-files e Martin Mystere. E qui Extra tocca i suoi punti più alti, anticipando appunto, in Italia e non solo, tutto quel che sarebbe venuto dopo. Che gli alieni di Extra siano cannibali come quello di Prey di Norman J. Warren (1978), o comunque interessati agli organi umani come quelli di UFO, poco importa. Forse non hanno l’aspetto (ingannevole) di una fighissima Johansson in Under the skin, comunque paiono malevoli e letali, interessati a seminare zizzania e scombinare il cervello delle persone che rapiscono. Essi rimangono, come gli uomini in nero, nel buio del folklore, agitando da dietro le quinte, le paure ancestrali della comunità. D’Anza dunque, in modo molto moderno e controcorrente con le regole della tv classica, sceglie di non scegliere, non svelando nulla degli invasori occulti e giocando coi dubbi e le paure inconsce dei suoi personaggi, uomini e donne qualunque, piccoli anti-eroi (operai, casalinghe, impiegati, scribacchini) di un universo provinciale, tagliato fuori dalle grandi arterie del progresso capitalista. Da dove vengono gli UFO? Cosa vogliono da noi? Perché sono qui? E da quanto sono arrivati? Accadrà ancora? Su queste strade il cinema tornerà più volte in questi ultimi anni (basti pensare a quell’immenso edificio di miti moderni che è X-files, o anche Twin Peaks, erroneamente considerato un serial thriller e non un oggetto non indentificato dove gli alieni hanno un ruolo forse non secondario…). Nella televisione italiana, invece, prodotti tanto originali e innovativi come Extra spariranno per sempre. Oggi si piange quel cinema di genere italiano scomparso, ma ancor di più dovremmo piangere questo sceneggiato, opera inquieta e unica nel suo genere, ingiustamente sparito dalla circolazione fino alla riprogrammazione memorabile su Rai Premium poco tempo fa.

AUTOSTRADE / TRUCCHI, REGALI, MILIARDI E ANCHE IL SEGRETO DI STATO

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2018/01/07/autostrade-trucchi-regali-miliardi-e-anche-il-segreto-di-stato/

Autostrade, la super lobby va sempre in gol. Gol pesanti, miliardari, quelli messi a segno dai signori del pedaggio eterno, oggi beneficiati con l’ennesimo aumento tariffario, e da un regalo trovato sotto l’albero di Natale, per quanto riguarda una bella fetta dei lavori di manutenzione, da gestire attraverso società collegate e controllate.

Ma la ciliegina sulla torta è ancora un’altra: i contratti di concessione sono coperti dal più assoluto riserbo, nessun cittadino né utente né associazione dei consumatori può ficcarci il naso. Perchè sono coperti – udite udite – nientemeno che dal segreto di Stato.

UN SEGRETO COMODO COMODO

E cominciamo proprio da questo ultimo, incredibile tassello nel mosaico affaristico dei padroni del casello. Racconta un funzionario del ministero dei Trasporti: “Avete mai provato a chiedere di esaminare i contratti stipulati dal concedente, ossia il ministero dei Trasporti mentre prima era l’Anas, e i privati? Non vi verrà mai fornito, perchè sono contratti protetti dal segreto di Stato. Lo stesso succede, in un ambito diverso, per i prodotti finanziari, spesso titoli spazzatura, venduti dalle banche ai loro risparmiatori: nessuno può vederli, anche in quel caso c’è il segreto di Stato. Ma vi rendete in quale democrazia taroccata viviamo? Non c’è un partito che alzi un dito per protestare e viglia cambiare le cose. Tutti allineati e coperti. E i cittadini, al solito, derubati e calpestati come pezze da piedi”.

Forse ricorderete la vicenda dei contratti ‘finanziari’ sui quali la Voce scrisse un’inchiesta poco più d’un anno fa. E di una folle sentenza del Consiglio di Stato che difendeva, con acrobatiche motivazioni, l’apposizione del Segreto di Stato, perchè alla stampa – veniva sostenuto – quindi alla pubblica opinione, ai cittadini, non è giusto far sapere cosa le banche approntano alle loro spalle, quali trappole – come si è visto in questi anni – allestiscono i Bankster di casa nostra per veder rimpinguare i loro profitti, sempre sulla pelle dei risparmiatori.

Non c’è due senza tre, ed eccoci alla terza vicenda che i lettori della Voce conoscono bene. I dossieraggi ordinati dal governo Berlusconi ad inizio anni 2000 ai danni di magistrati, giornalisti e gruppi ‘scomodi’, spiati per anni, pedinati, delegittimati nelle loro attività: il tutto venne organizzato dai Servizi di Nicolò Pollari e venne alla luce nel corso dell’inchiesta sul rapimento Abu Omar. Ma il processo di Perugia che ne è scaturito è finito in flop, per via del Segreto di Stato apposto da tutti i premier che negli ultimi dieci anni si sono succeduti, da Prodi a Berlusconi fino alla quaterna dei non eletti (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni). Una vicenda di spionaggio privato trasformata in una alta questione di difesa nazionale, l’unica che può giustificare il Segreto di Stato.

E figurarsi, ora, per le autostrade, cosa mai può giustificare il Segreto di Stato? Pericoli per la sicurezza del nostro Paese? Perchè se caso mai ne viene a conoscere il contenuto la Francia si scatena la rivoluzione? A proposito di Francia, va notato en passant che tutti i contratti di concessione che regolano il settore autostradale transalpino vengono regolarmente pubblicati sul sito del ministero.

Da noi, invece, quello guidato da Graziano Delrio resta un sepolcro imbiancato.

Continua il funzionario: “sono in buona parte contratti vecchi, risalenti agli anni ’90, una parte poi è stata riveduta tra il 2008 e il 2010, un’altra ancora è stata rinnovata alla chetichella e si tratta ogni volta di prolungamenti ultraventennali. Il segreto sta proprio in quel che prevedono, che è bene non far conoscere ai cittadini, perchè altrimenti si accorgerebbero delle truffe alle quali sono sottoposti. Nei contratti, infatti, le società private devono dettagliare i loro piani di investimento, i quali giustificano il mantenimento dei pedaggi e gli eventuali rincari. Ora, se si scopre che certi investimenti non sono stati fatti, oppure sono stati promessi e non fatti, cade ogni giustificazione per pedaggi e aumenti, e quindi si scopre finalmente che il re è nudo. Per cui il Segreto di Stato serve a coprire il meccanismo truffaldino”.

A quanto pare in Italia esiste, tra le tante Autorithy, anche una per i Trasporti. Ma che ci sta a fare se non esige un minimo di trasparenza nel suo settore? Si trincerano all’Autorità: “abbiamo più volte più volte manifestato la necessità di renderli pubblici, i contratti”.

Manifestato a chi? A se stessa? Una sorta di autoproclama, peraltro disatteso?

IL REGALO DEL 40 PER CENTO

Ma eccoci al regalo di Natale, confezionato con cura dal governo Gentiloni, dal ministro Delrio e dal segretario Pd Matteo Renzi. Un emendamento alla legge di Bilancio, infatti, riconferma la quota del 40 per cento dei lavori di manutenzione, che era stata messa in discussione – per la sua evidente anomalia – dal Codice degli Appalti approvato due anni fa e che prevedeva invece una riduzione al 20 per cento.

A quella riduzione i big delle autostrade – gruppi Benetton e Gavio in testa – si sono ovviamente ribellati e hanno trovato facili e morbide sponde governative, attraverso le quali riuscire a imprimere nell’asfalto quella quota fatidica, il 40 per cento di tutti i lavori di manutenzione autostradale da smistare alle loro società collegate o controllate senza dover passare per nessuna gara d’appalto. Cose che neanche nella Turchia di Erdogan.

Un affare da circa 15 miliardi di euro, quelli che possono spartirsi le numerose sigle che popolano il ricco arcipelago autostradale.

In pole position Pavimental e Spea sul fronte della Autostrade per l’Italia fa capo al gruppo Atlantis dei Benetton. Il nome di Pavimental è venuto alla ribalta, alcuni anni fa, per i subappalti concessi ad alcune sigle in forte odore di camorra e concernenti caselli autostradali e viadotti.

Alla potente SIAS dei Gavio, invece, fanno capo svariate altre sigle, a partire dalla storica Itinera, per poi passare a Abc, Interstrade, Sea, Sicogen e Sina. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Globalmente, il numero degli addetti ai lavori in questo lussureggiante arcipelago è di circa 3000 addetti. Il sindacato, dal canto suo, pensa alla difesa dei posti di lavoro e poco è interessato a regole & trasparenza.

 

No ai cibi stracotti perchè perdono le loro virtù

Scritto da: Marianese Torrisi,dietista.
Fonte: http://www.italiasalute.it/9982/No-ai-cibi-stracotti-perch%C3%A8-perdono-loro-virt%C3%B9.html

Esistono alcuni semplici accorgimenti per sfruttare al meglio le sostanze presenti negli alimenti, in particolare in quelli vegetali. Intanto dovrebbero essere introdotti nella dieta gradualmente e in quantità sempre più sostenute, in modo tale che l’organismo si abitui ad assimilarli. E, come regola generale, vanno poco cotti: solo in questo modo non si distruggono le vitamine e gli enzimi che rinforzano il sistema immunitario, né si compromettono i sapori. Evitando così di esagerare con i condimenti.
Si consiglia di consumare 6 porzioni al giorno di verdura e frutta: tradotto in grammi, significa 250 g di verdure e ortaggi da cuocere, 100 g di insalate con ortaggi freschi, un frutto grande (arancia o mela) oppure 100 g di frutti medi o piccoli (prugne, ciliegie, fragole).E’ possibile raddoppiare le porzioni per esempio mangiando 2 arance o consumando carote o frutta per spuntino, anziché merendine, crackers o caramelle.
Per coprire le 3-4 porzioni prescritte di legumi e cereali, si può scegliere per esempio tra 60 g di pane integrale, 40 g di fiocchi d’avena, 80 g di pasta o riso integrale, 60 g di polenta di semola, 100 g di chicchi di mais freschi, 100-120 g di legumi freschi o surgelati, 35-50 g se secchi.
Spesso per motivi di lavoro si è obbligati a mangiare in mense aziendali, bar e ristoranti dove è molto difficile trovare i cibi proposti dalla nostra dieta.
In mensa conviene scegliere un primo di legumi e un’insalata mista con rucola, pane integrale e frutta fresca.
Al bar ordinate il panino più integrale pregando di farcirlo con pomodoro rosso, una fettina di cipolla e magari una striscia di doppio concentrato di pomodoro. Come bevanda una spremuta fresca di arancia.
A casa bisogna mangiare il più crudo possibile, perché per effetto del calore si perde la vitamina C. Il betacarotene ( presente nelle verdure verdi e arancio) resiste alle brevi cotture al vapore, la carota si gusta cruda. Invece il licopene del pomodoro resiste anche alla cottura, gli anticancro di cereali e legumi non temono il calore.

Una rete di fortificazioni militari dell’Età del Bronzo scoperta in Siria

Fonte : https://ilfattostorico.com/2018/01/02/una-rete-di-fortificazioni-militari-delleta-del-bronzo-scoperta-in-siria/

CNRS

Università Lione 2

L’Orient-Le Jour

Qal'at al-Rahiyya hama syria età bronzo

Vista, verso Est, del muro settentrionale a Qal’at al-Rahiyya (M.-O. Rousset mission Marges arides)

Un’eccezionale rete militare dell’Età del Bronzo Medio (II millennio a.C.), completa di fortezze e torri, è stata scoperta nel Nord della Siria da missione archeologica franco-siriana.

La struttura, eccezionale per la sua estensione, fu eretta per proteggere le aree urbane e le terre circostanti. È la prima volta che in questo territorio viene scoperto un sistema fortificato così esteso.

Qal'at al-Rahiyya

Rampa d’accesso a Qal’at al-Rahiyya, vista verso Nord-Ovest (M.-O. Rousset mission Marges arides)

La regione esplorata dalla missione franco-siriana “Marges arides de Syrie du Nord” si trova ad Est della città di Hama e si estende per 7.000 km². All’epoca, ad Ovest vi erano le regioni sedentarie densamente popolate della Mezzaluna fertile, a Est le steppe aride abitate dai nomadi. La regione non fu abitata con continuità: «Abbiamo constatato che questa regione, difficile da sviluppare, veniva rioccupata in tempi di crisi. Tra l’alto, recentemente, il sito dell’epoca romana è stato rioccupato dagli abitanti in fuga da Hama e Homs», afferma uno degli autori, Marie-Odile Rousset, ricercatrice presso il Centre français de la Recherche scientifique (CNRS).

Qui gli archeologi hanno scoperto dei siti ben conservati, tra cui una rete di sorveglianza risalente al secondo millennio a.C. (2.000-1.550), dotata di fortezze, fortini, torri e recinti. «È la prima volta che viene portato alla luce un sistema fortificato di tale grandezza. Questa struttura corre lungo il rilievo che domina la steppa della Siria centrale e proteggeva gli insediamenti e le terre più attrattive durante l’Età del Bronzo Medio», dice Rousset. «Di quell’epoca conosciamo soprattutto le fortificazioni urbane, ma qui si tratta di fortificare un intero territorio per proteggere le strade principali e le terre». Le fortezze erano composte da grossi blocchi di basalto grezzo e i loro muri erano alti e larghi diversi metri. «Inoltre, ogni sito fortificato era stato progettato in modo da poter comunicare visivamente con gli altri grazie a segnali luminosi (luci notturne) o fumo, così da trasmettere rapidamente le informazioni ai centri di potere», precisa la studiosa.

La rete di fortificazioni è stata scoperta grazie alle immagini aeree e satellitari. I ricercatori francesi del Laboratoire Archéorient (Environnements et sociétés de l’Orient ancien-CNRS/Université Lumière Lyon 2) e della Direzione Generale delle Antichità e dei Musei della Siria, avevano già condotto delle analisi sul campo dal 1995 al 2002 e nel 2010 (dunque prima della guerra), datando anche le ceramiche raccolte sul posto. L’accesso alle osservazioni aeree e satellitari, dal 1960 ad oggi, ha però permesso di ricostruire la rete oltre i confini della zona esplorata, che dunque è stata rilevata lungo una distanza da nord a sud di circa 150 chilometri. Lo studio è stata pubblicato sulla rivista Paléorient il 19 dicembre 2017.

IL RICATTO DELLE BANCHE CENTRALI: BACK TO MESOPOTAMIA!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/12/07/il-ricatto-delle-banche-centrali-back-to-mesopotamia/

Prima di riprendere il dibattito che si è sviluppato tra le righe nel forum sul debito e le banche centrali, vorrei focalizzare anche solo per un istante il dato di ieri che ai più è passato inosservato, ma non certo ai “bond vigilantes” che hanno fatto nuovamente volare i prezzi dei titoli americani vicini ai massimi di settembre…

[Chart]

Usa: +3% produttività III trim., sotto stime ma top 3 anni, costo lavoro -0,2%, sotto stime. La produttività negli Stati Uniti è salita più delle previsioni nel terzo trimestre e al passo più rapido in tre anni, segno che l’economia americana, comincia a migliorare anche sul fronte industriale.

E qui abbiamo già il primo errore, come vedremo poi, l’economia americana non migliora da nessuna parte…

 Il costo unitario del lavoro, – il dato relativo è reso noto insieme alla produttività e rappresenta un importante termometro delle pressioni inflazionistiche, – è stato rivisto al ribasso a -0,2% (stima intermedia, quella preliminare era +0,5%), mentre gli analisti attendevano una crescita dello 0,3%. (…)  Nel secondo trimestre la produttività era salita dell’1,5% e il costo del lavoro era sceso dell’1,2% (rivisto al ribasso dal +0,3% precedente).

Il prossimo ” OUTLOOK 2018 EPIC MOMENT” non mancherà di sorprendervi con dettagliate analisi empiriche sulle dinamiche salariali e demografiche, un pozzo di storia dal quale gli amici di Machiavelli potranno trarre le giuste conclusioni!

Ricapitoliamo!

Questi prevedevano un aumento del 0,5 % ed è uscito un MENO 0,2 % dal costo del lavoro, il trimestre precedente avevano fatto uscire un dato preliminare per una crescita del 0,3 % e ora lo hanno rivisto addirittura  a MENO 1,2 %.

Sintesi finale!

Nessuna speranza per salari e inflazione, ZERO ASSOLUTO, l’aumento della produttività avviene a scapito delle retribuzioni della classe media americana, le quali scendono per 2 trimestri consecutivi, cosa che non si vedeva dal 2014.

Conclusione!

La Federal Reserve ha perso la sua battaglia, devono arrendersi non hanno speranze, l’unica possibilità che hanno è quella di focalizzare l’attenzione sulla famigerata pallottola d’argento per uccidere la deflazione da debiti…

DEFLAZIONE DA DEBITI: LA PALLOTTOLA D’ARGENTO …

Rileggetevi interamente questo articolo, se volete comprendere meglio, prendetevi tutto il tempo che serve, la sintesi sta tutta qui sotto…

Nel mondo ebraico antico, tanto per fare un esempio, esisteva, prescritto dalla legge mosaica dell’Antico Testamento, l’istituto del giubileo. Ogni “sette volte sette anni” durante l’anno giubilare l’intero organismo sociale si raccoglieva nel perdono il cui risvolto economico prevedeva la restituzione delle terre agli antichi proprietari e la remissione dei debiti. Il giubileo era quindi l’istintivo rimedio che la società israelitica aveva trovato per impedire che di producessero danni sociali dalla indefinita possibilità di accumulare ricchezza.

Si lo so, cose di altri tempi, inimmaginabili oggi, ma questo è il grande ricatto del debito e della crisi che continuano a tenere in piedi.

Ovviamente non stiamo auspicando di rimettere il debito della miriade di banche fallite o imprese zombie che stanno approfittando di questa crisi per arricchire un manipolo di psicopatici, stiamo auspicando che la politica, non quella mercenaria al servizio della finanza, ma quella con la P maiuscola si rendi conto che è possibile un …

EUROPA: QUANTITATIVE EASING FOR THE PEOPLE. 

 

È chiaro, quindi, che la Bce deve sviluppare una strategia consona al peculiare sistema dell’eurozona, invece di continuare a seguire le orme della Fed. Tale strategia dovrebbe basarsi sull’affermazione di Friedman che il “denaro fatto cadere dall’elicottero” – la stampa di grosse quantità di moneta e la loro distribuzione al pubblico – riesce sempre a stimolare l’economia e combattere la deflazione. Tuttavia, al fine di massimizzare l’impatto di un’operazione del genere, la Bce dovrebbe anche escogitare un modo per garantire un’equa distribuzione.

Una soluzione semplice sarebbe quella di distribuire i fondi ai governi, ai quali poi spetterebbe di decidere come meglio spenderli nei rispettivi paesi. Questo approccio, però, non è perseguibile per via della norma europea che vieta il ricorso alla Bce per finanziare la spesa pubblica.

Quello che la legge vieta, va cambiato, tante regole sono state cambiate durante questa crisi, tutte a favore della finanza, nessuna a favore degli stati o del popolo, solo austerità e deflazione salariale è stata imposta, perché se non lo hai ancora capito Bellezza, loro sono i tuoi padroni e tuo sei il loro servo, loro decidono e tu obbedisci, l’ignoranza è un’arma letale, e tu sei ignorante, ovvero ignori o fai finta di ignorare…

Una strada più percorribile sarebbe, quindi, quella di fornire a tutti i lavoratori e pensionati in possesso del codice fiscale (o dell’equivalente locale) una somma di denaro, erogata dalla Bce, che i governi dovrebbero semplicemente aiutare a distribuire. Un’altra alternativa è quella di fare riferimento alle liste elettorali, una banca dati pubblica che la Bce potrebbe utilizzare indipendentemente dai governi.

Dei circa 275 milioni di adulti possessori di codice fiscale (o identificativo equivalente) nell’eurozona, circa il 90% è iscritto nelle liste elettorali. Basandoci sull’esperienza degli Stati Uniti nel 2001, quando un rimborso previdenziale pari a trecento dollari a persona ebbe l’effetto di aumentare la spesa del 25% circa del totale distribuito, un assegno di cinquecento euro (640 dollari) emesso dalla Bce potrebbe aumentare la spesa di circa 34 miliardi di euro, cioè l’1,4% del Pil. Per di più, il gettito fiscale aggiuntivo derivante da questo rimborso ridurrebbe in modo significativo il disavanzo pubblico.

No, come abbiamo visto nel forum ma soprattutto in …

BACK TO MESOPOTAMIA! 

…esiste un’altra via!

Cancellare il debito? Si può, secondo due economisti del FMI. Underblog

Eliminare il debito pubblico degli Usa con un colpo, e fare lo stesso con Gran Bretagna, Italia, Germania, Giappone, Grecia eccetera. E nello stesso tempo alimentare la crescita, stabilizzare i prezzi e spodestare i banchieri. In modo pulito e indolore, e più rapidamente di quel che si può immaginare. Con una bacchetta magica? No. Con una legge semplice, ma capace di sostituire l’attuale sistema attraverso il quale a creare denaro dal nulla sono le banche private.

Ripeto sta tutto scritto qui …

BACK TO MESOPOTAMIA! 

…è molto più semplice di quello che vogliono farvi credere, ma si sa, loro sono bravi a convincervi del contrario, tu devi espiare la tua colpa con l’austerità e la deflazione salariale, ma in fondo questa è la nostra colpa, perché non dimenticatevelo mai, il popolo con la sua ignoranza, la sua credulità, la sua apatia e tolleranza sta aiutando un manipolo di psicopatici ad impadronirsi del potere, cancellando la democrazia, si chiama plutocrazia Bellezza e tu non puoi farci nulla, se non almeno esserne consapevole!

Se non sai cosa rispondere dai un’occhiata qui sotto, non serve aggiungere nulla…

 

Chi era Newton Knight?

Scritto da: Michele Parrinello
Fonte: http://www.quellidelledomande.it/index.php/2016/11/29/chi-era-newton-knight/

Un vero eroe americano.

Ma di quale America?
Da spettatori esterni si sarebbe portati a rispondere che Newton Knight potrebbe essere l’eroe di un’America che si opponga ai muri da erigere al confine con le nazioni limitrofe, vieti la fondazione di riserve per pellerossa e nativi, rifugga la ghettizzazione della popolazione di colore.
La storia che ha preso vita dalla fondazione delle tredici colonie inglesi, come quella di ogni stato che senta una forte identità nazionale e un intenso trasporto patriottico, ha le sue luci abbaglianti e le sue ombre profonde al netto delle analisi faziose.
Lo schiavismo è (stato) una macchia indelebile nella storia della civiltà moderna e i suoi strascichi, a un secolo e mezzo dalla sua (formale) abolizione, fanno ancora sentire tutta la loro forza trascinante e inaridente.
In quest’ottica, perché quindi Newton Knight può essere considerato un eroe?
Nato nel 1837 nella contea di Jones, in Mississippi, ha preso parte alla guerra di secessione arruolato nell’esercito sudista. Complici le condizioni proibitive cui i soldati erano assoggettati all’indomani della battaglia di Corinth e indignato dall’approvazione da parte del Congresso dei Confederati della Legge dei Venti Schiavi, diserta il fronte. La nuova legislazione permetteva infatti a chi possedesse almeno venti schiavi di evitare il reclutamento forzato, e tale principio si estendeva a ulteriori membri della famiglia per ogni successiva ventina di servi. Braccato dalle autorità, si rifugia nelle paludi del fiume Leaf e, insieme a un gruppo sempre più nutrito di disertori e schiavi di colore sfuggiti alle grinfie dei propri padroni, fonda l’embrione di una comunità multirazziale egalitaria che si sarebbe evoluta nello Stato Libero di Jones. Diventa un Unionista del Sud e, col tempo, un cosiddetto Scalawag.
Gli anni del presidente Abraham Lincoln e quelli immediatamente successivi alla fine della guerra civile sono stati storicamente considerati come la culla di una società più equa e più attenta ai diritti umani. Pochi sanno però che il Proclama di Emancipazione, promulgato da Lincoln nel Settembre 1862 e reso operativo dal primo giorno di Gennaio dell’anno successivo, essendo stato emanato in tempo di guerra, fu una misura straordinaria che non solo bypassò il congresso ma liberò gli schiavi dei soli dieci Stati sudisti in guerra aperta con l’Unione.
Una misura atta a destabilizzare l’ordine sociale dei territori ribelli, privandoli del motore produttivo costituito dalle migliaia di schiavi di colore che lavoravano la terra e raccoglievano il cotone. Misura però che all’atto pratico non ha abolito la schiavitù, che sarebbe divenuta definitivamente fuorilegge solo con la ratifica del XIII Emendamento, datato 1865.

Illuminismo politico o fine strategia militare?Come sempre la verità si nasconde nelle pieghe equidistanti dai due estremi. Ne è riprova il fatto che il diritto, normativo e politico, di libertà di autodeterminazione prima e di voto poi, si ritrovò a cozzare con l’inerzia di una società non pronta né realmente preparata al cambiamento. Il razzismo trovò terreno fertile nell’iniziale assenza di un impianto statale in grado di essere garantista, con la naturale conseguenza della nascita della prima incarnazione del Ku Klux Klan.
Newton Knight è cresciuto come un uomo comune. È diventato un soldato, il capitano di una brigata di banditi e infine un paladino dell’ideale di uguaglianza. È stato uno dei primi uomini a sfidare la legge sposando una ex schiava di colore, intestando poi a lei tutti i propri possedimenti come conseguenza dell’impossibilità di una comunione di beni.  La sua epopea è stata rievocata, con licenze narrative propedeutiche al grande schermo, nel film Free State of Jones, di Gary Ross. Una pellicola che gode di una ricostruzione storica lussureggiante, realistica e coerente nella messa in scena, sebbene risulti fallace nella struttura narrativa e in un disequilibrio ritmico che ne rende disomogenei i differenti segmenti. Ha però l’onesto merito di non ricadere nella pomposa retorica né nella cieca propaganda a stelle e strisce, veicolando un messaggio che viene purtroppo parzialmente smorzato dall’imperfezione del mezzo cinematografico: Newton Knight ha vissuto la propria esistenza nella convinzione di un ideale e per esso era disposto a morire.
Sulle sue mani è scorso il sangue di molti nemici e altrettanti amici.
Sangue che ci ricorda quanto siamo tutti uguali, non avendo colori che si differenzino da un cupissimo carminio.

Highlights

-Free State of Jones è stato presentato al 34° Festival di Torino. Il regista Gary Ross ha utilizzato come fonti i libri “the free state of Jones” di Victoria E. Bynum e “The state of Jones” di Sally Jenkins e John Stauffer.

-Matthew McConaughey ha lavorato molto sulla propria presenza fisica e di scena, riuscendo a ottenere un’ottima somiglianza con il vero Newton Knight.

-La pellicola è spesso intervallata da foto d’epoca e didascalie quasi documentaristiche.