Pinocchio

Fonte: http://www.salvatorebrizzi.com/

La trasmutazione alchemica di un burattino che diventa individuo.

Il ladro che s’intrufola tra la folla cercando qualcuno da poter derubare, è quasi un chiaroveggente. Come se avesse delle antenne, egli sente quali sono le persone vigili, sveglie, e quali invece sono mezzo addormentate. L’indizio per lui è la luce, perché dall’uomo vigile emana una sorta di chiarore, e non sarà quindi con lui che se la prenderà. Egli va in cerca di chi sonnecchia a occhi aperti, e s’impadronisce del suo portafoglio o della sua borsa, senza che l’altro se ne accorga, essendo infatti immerso in una sorta di oscurità. Allo stesso modo, le entità malefiche del mondo invisibile, non se la prendono con colui nel quale sentono la luce, perché sanno che saranno immediatamente individuate e respinte. Perciò, attenzione: se volete essere al riparo da tutte le specie di ladri, mantenete sempre in voi una luce accesa.
Omraam Mikhael Aivanhov

Quella che intraprende Pinocchio è in verità una via alchemica che porta al risveglio. Come afferma anche lo splendido Aivanhov nel precedente passo: i ladri vanno in cerca di chi sonnecchia a occhi aperti. Le persone non si danno pena di risvegliarsi perché non si rendono conto dei pericoli, provenienti ora dal piano materiale ora da quelli più sottili, con cui quotidianamente convivono. È bene che l’uomo addormentato resti cieco, perché se “vedesse” si accorgerebbe delle entità e delle situazioni che lo circondano e ne resterebbe sconvolto. Immaginate di svegliare un sonnambulo mentre sta camminando sul cornicione di un palazzo!
A Firenze e Rimini propongo un seminario nel corso del quale scopriremo che la storia del burattino Pinocchio altro non è che la storia di un essere umano “meccanico” che attraverso numerose peripezie (le cosiddette iniziazioni) diviene infine un essere consapevole e risvegliato. È il cammino interiore d’un burattino che – divenuto uomo – al termine della favola “ritrova il Padre”.
Pinocchio è un nome composto dai due termini “pino” e “occhio”. Il frutto del pino, la pigna, nell’esoterismo ha sempre indicato la ghiandola pineale (la quale si chiama così proprio perché ha la forma di una pigna, dal lat. pinea), una ghiandola che corrisponde al »terzo occhio« nella fisiologia esoterica. Pinocchio rappresenta quindi il processo di apertura del terzo occhio, la capacità di vedere oltre la forma.

È scritto nel Vangelo:
La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!
(Mt 6,22-23)

Il Padre, Geppetto, ne è il Creatore, infatti non è un vero padre nel senso comune del termine, ma Colui che lo trae dalla materia e gli dà forma. Lo scolpisce nel legno, lo crea burattino, cioè un essere “meccanico”, “addormentato”, come direbbe Gurdjieff, in grado di parlare e camminare, ma non dotato di coscienza, quindi non ancora umano.

Appena creato, Pinocchio diviene subito ingestibile, in quanto non ha ancora ritrovato né la sua anima (la Fata Turchina) né tantomeno il Padre, dal quale dovrà prima separarsi per conoscere le insidie del mondo, proprio come accade al figliol prodigo nell’omonima parabola evangelica. Lungo il suo cammino iniziatico imparerà a conoscersi, a gestire il corpo, le emozioni e la mente, sorvegliato a distanza dalla sua anima, la quale – nonostante le menzogne del burattino – lo aiuterà nei momenti più bui e lo rimetterà sulla “retta via”.

Notare che il libro ebbe grande successo popolare, ma l’allora imperante perbenismo (1883, anno della pubblicazione) della critica letteraria ne sconsigliò la lettura ai ragazzi “di buona famiglia” per i quali, taluno soggiunse, “poteva trattarsi di una perniciosa potenziale fonte d’ispirazione”.

Oltre al petrolio, i due Sudan si contendono la Cina

Scritto da: Antonella Napoli
Fonte: http://temi.repubblica.it/limes/oltre-al-petrolio-i-due-sudan-si-litigano-la-cina/34653

Khartoum continua a bombardare il Sud, incurante delle minacce internazionali di sanzioni. Il presidente sudsudanese Kiir vola a Pechino per chiedere sostegno nel conflitto e supporto tecnico per un nuovo oleodotto.

La diplomazia internazionale minaccia nuove sanzioni contro Khartoum e Juba, ultimo disperato tentativo di frenare l’escalation di violenze tra Sudan e Sud Sudan. Nessuna azione messa in campo finora ha sortito gli effetti che si auguravano i paesi impegnati nel processo negoziale per l’attuazione del Sudan Peace Security and Accountability Act.

 

Sia il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon sia il Consiglio di sicurezza del Palazzo di Vetro hanno condannano l’occupazione della città di Heglig da parte delle forze armate sudsudanesi, i continui bombardamenti aerei e le incursioni messe in atto dall’esercito del Sudan; le Nazioni Unite hanno chiesto l’immediato cessate il fuoco.


Anche l’Unione europea, attraverso l’Alto rappresentante per la politica estera Catherine Ashton, ha deplorato l’uso della forza da entrambe le parti. All’unanimità, il Consiglio esteri dell’Ue ha adottato una dichiarazione che invita “a cessare le ostilità, a fermare immediatamente gli attacchi sui rispettivi territori, a evitare ogni ulteriore azione provocatoria e ad attivare una verifica congiunta delle frontiere e un meccanismo di monitoraggio”.

La Ashton non si è però sbilanciata a fare previsioni sulle possibili sanzioni. Non ha invece esitato a parlarne apertamente il ministro francese alla Cooperazione Henri de Raincourt che non le ha escluse “nel caso che il conflitto continui”.

Incurante dell’attivismo europeo e internazionale, l’esercito del presidente sudanese Omar Hassan al Bashir ha risposto con nuovi bombardamenti aerei sulle aree di confine del Sud Sudan, contese per la presenza di considerevoli riserve di idrocarburi. In particolare sono state colpite le località di Panakwach e di Lalop, così come il valico di frontiera di Teshwin, una striscia di territorio del sud dove sono stati registrati i combattimenti più violenti. 


Gli ultimi raid hanno fatto seguito a quelli di metà aprile su Bentiu, capitale dello Stato di al-Wahda 25 chilometri oltre la linea del fronte: i bombardamenti hanno causato vittime e molti feriti sia tra i soldati impegnati negli scontri sia tra la popolazione civile.

Intanto, il presidente del Sud Sudan Salva Kiir, che ha accusato apertamente il Sudan di aver dichiarato guerra al suo paese, è stato ospite del governo cinese per la sua prima visita ufficiale a Pechino. La Cina, stretto alleato di Khartoum e importatore di gran parte del greggio estratto nel paese (oltre il 60%), è da tempo all’opera per tentare di sedare il conflitto che sta prendendo la piega di una vera e propria guerra. Pechino ha anche inviato un proprio rappresentante per tentare di mettere fine alle ostilità.

L’incontro con il presidente Hu Jintao ha affrontato il tema principale degli scontri tra i due Stati, da poco separati con la proclamazione di indipendenza del sud nel luglio 2011 in seguito al referendum dello scorso gennaio. Juba lamenta l’inerzia da parte della comunità internazionale nei confronti di Khartoum che continua a sferrare attacchi lungo il confine, nonostante il ritiro delle truppe sud sudanesi da Heglig.

“Ci hanno chiesto di richiamare i nostri soldati e lo abbiamo fatto. A loro è stato chiesto di mettere fine ai bombardamenti aerei e alle incursioni sul nostro territorio e non lo hanno fatto” ha affermato laconicamente il presidente del Sud Sudan a colloquio con il suo omologo cinese.

Ma Kiir non si è limitato a chiedere il sostegno di Pechino nel conflitto. Il suo viaggio nel paese asiatico era finalizzato soprattutto a ottenere maggiori investimenti cinesi. Non è un caso che, contestualmente alla visita di Stato, il neo presidente abbia inaugurato la nuova ambasciata nella capitale.

Secondo indiscrezioni raccolte e pubblicate dal Financial Times, Kiir ha chiesto alla Cina di finanziare un grande progetto di oleodotto, per il quale i cinesi hanno già fornito supporto tecnico. L’infrastruttura strategica permetterebbe a Juba di non dover sottostare alle esose richieste di Khartoum per l’utilizzo delle condutture presenti sul suo territorio e che dal sud si estendono sino a Port Sudan, nel nord del paese.

Il Sud Sudan sta dunque gettando le basi, che appaiono già solide, per creare vie alternative all’export del suo greggio. Ed è proprio questo il casus belli che sta trascinando i due Stati in una nuova guerra fratricida.

 

UNA BRUTALE OMOLOGAZIONE TOTALITARIA

Scritto da: Gianni Tirelli
Fonte: http://www.oltrelacoltre.com/?p=12318

Conosco, anche perché le vedo e le vivo, alcune caratteristiche di questo “nuovo Potere” ancora senza volto: per esempio la sua determinazione (coronata da successo) di trasformare contadini e sottoproletari in piccoli borghesi, e soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo “sviluppo”: produrre e consumare.
L’identikit di questo volto ancora bianco del nuovo Potere attribuisce vagamente ad esso dei tratti “moderati”, dovuti alla tolleranza e a una ideologia edonistica perfettamente autosufficiente; ma anche dei tratti feroci e sostanzialmente repressivi. La tolleranza è infatti falsa, perché in realtà nessun uomo ha mai dovuto essere tanto normale e conformista come il consumatore; e quanto all’edonismo, esso nasconde evidentemente una decisione a preordinare tutto con una spietatezza che la storia non ha mai conosciuto.
Dunque questo nuovo Potere è in realtà – se proprio vogliamo conservare la vecchia terminologia – una forma “totale” di fascismo. Ma questo Potere ha anche “omologato” culturalmente l’Italia: si tratta dunque di una omologazione repressiva, pur se ottenuta attraverso l’imposizione dell’edonismo e della joie de vivre.
Il nuovo fascismo non distingue più! non è umanisticamente retorico – ma è americanarmente pragmatico. Il suo fine è la riorganizzazione e l’omologazione brutalmente totalitaria del mondo. Pasolini – Scritti Corsari 1975

Questi ultimi cento anni di storia sono stati caratterizzati da una crescita esponenziale della violenza, della paura, della crudeltà e della mortalità.
Un’escalation sistematica dell’orrore che non ha eguali nella storia dell’umanità. Due guerre mondiali, il nazifascismo e la bomba atomica, sono state le prove tecniche che hanno anticipato il debutto, della più inimmaginabile tragedia umana che, nel “Liberismo Relativista”, incarna quint’essenza del maligno al potere. In questa guerra al massacro le armi tradizionali di un tempo sono state bandite per sempre, a favore delle più moderne, funzionali e intelligenti, di distruzione di massa e mediatiche; frutto insperato dello sforzo congiunto di autorevoli scienziati, studiosi e ricercatori che nell’efficacia delle loro “scoperte” si sono garantiti l’esclusiva e la protezione del potere.
E’ evidente che ogni parallelo con il passato è a dir poco imbarazzante e volutamente miope. Ogni tentativo di azzardare un corrispettivo fra ieri e oggi, è sinonimo di ignoranza, ipocrisia, inconsapevolezza e disonestà intellettuale.

Questi due mondi, sono opposti e contrapposti. Nulla li accomuna e ogni possibile affinità addotta, è un esercizio di mistificazione. Uno è il bene e l’altro il male. Uno è la vita e l’altro la morte – un mondo biofilo e l’altro necrofilo.
Definirli, diversi, sarebbe un’ingenuità imperdonabile. La diversità prescinde da ogni concetto di omologazione, per attestarsi come valore imprescindibile della condizione umana e di ogni altra forma di vita. Anche parlare di due mondi, è improprio e inesatto. Prima della rivoluzione industriale esisteva una realtà che definiva il mondo in ogni suo aspetto, regole, valori e principi etici, imperituri e non opinabili – oggi, questo mondo si è spento per sempre, per trasfigurare in un inconscio vuoto permeato di nulla e di relativismo; un non mondo.

Per tanto, sostenere la tesi dell’eterna e inevitabile “necessità” del male, endemica a una storia del mondo fatta di corsi e ricorsi storici, attestandola come fattore fisiologico (al fine di giustificare le aberrazioni e nefandezze di questo secolo), sarebbe come affermare che le spade delle legioni romane uccidevano al pari di una testata nucleare – che le cadute da cavallo (mezzi di trasporto di un tempo), le potremmo serenamente paragonare (per numero e conseguenze), agli incidenti stradali che, giornalmente, si consumano sulle nostre strade e autostrade. Che, il tasso di sostanze, tossiche inquinanti e mortali, disperse nelle acque di fiumi, laghi, mari e falde acquifere e sul territorio, non è un novità di oggi – che l’aria delle nostre città è la stessa di sempre – che la sistematica estinzione di specie animale e vegetali è un fattore fisiologico, endemico alle ragioni della natura stessa.

In verità, non sappiamo più distinguere il male dal maligno, la libertà dalla licenza, la furbizia dall’intelligenza, la verità dalla menzogna e il progresso dalla catastrofe ambientale.
Questa nostra è la peggiore delle schiavitù. Siamo prigionieri, costretti dentro l’invisibile gabbia dell’omologazione e di un persistente disagio psichico/esistenziale, oppressi dalla dittatura di una libertà effimera e dall’illusione indotta dal Sistema Relativista di considerarci tali. Ogni altro aggettivo che potremmo affiancare al termine “relativismo”, con l’intento di rafforzarne il significato etimologico, in realtà, lo mortifica, essendo lo stesso (il relativismo) una condizione fuori da ogni oggettiva comprensione umana e più terribile auspicio.

Di fatto, dentro di noi, non vibra più alcuna corda e ogni moto di mare si è spento, schiacciato dall’appiattimento verso il basso di ogni nostro personalismo, giudizio critico e gesto rivoluzionario.
Neppure sotto il peggiore dei regimi, era mai stata prodotta una tale massificazione delle coscienze e una così alta percezione della paura, in tutte le sue forme psicotiche, ipocondriache, di densità e di contaminazioni!
Gli individui androidizzati delle società occidentali, interpretano la conoscenza del passato, come incapace di attingere a una realtà oggettiva e assoluta. Affermo questo sulla base di un’attenta e disincantata osservazione dei loro atteggiamenti, ragionamenti, convincimenti e, in fine, analizzando gli effetti delle loro scelte sulla realtà presente.

Oggi, nelle democrazie consumistiche, l’illegalità è assurta a regola. Gli organi preposti a contrastarla, sono così marci e corrotti, che chiamare le nostre società, civili, è un ossimoro. L’ossimoro, partorito in quantità industriale dal moderno Sistema liberticida, è il germe malefico del relativismo.
Per tanto, la locuzione “certezza scientifica”, descrive con efficacia il contrasto logico di una tale affermazione, codificandola, a buon diritto, fra la sconfinata categoria dei moderni e catastrofici ossimori.

Franz Friedrich Anton Mesmer

Tratto da: Enciclopedia delle discipline bio-naturali, Valerio Sanfo, ed.A.E.ME.TRA.
Fonte:http://www.aemetra-valeriosanfo.it/mesmerismo.html#Mesmerismo-Indice

Artefice della pratica mesmerica fu Anton Mesmer (1734-1815) medico e fisico austriaco dal cui nome fu coniato il termine “mesmerismo”.

Il pensiero di Mesmer oscillò tra spiritualismo e materialismo riunendo due dottrine: una di natura fisica e l’altra medica. Egli credette di aver rintracciato il rimedio universale: il fluido magnetico di natura biologica (e per questo, detto anche magnetismo animale).

La dottrina del magnetismo animale trova le sue origini già in Paracelso (1493-1541) che introdusse l’uso della calamita (magnetite) in Occidente quale uso terapeutico.

Si possono considerare altri precursori: Marsillo Ficino, Pietro Pomponazzi e Girolamo Cardano.

Dal 1776 Mesmer abbandonò l’uso della calamita e ricorse all’imposizione delle mani coniando il suo assioma: “Unica è la malattia, quindi unico è il farmaco che è il fluido universale o fluido magnetico; la crisi è il mezzo per superare la malattia”.

Prima a Vienna, poi a Parigi (dal 1778 al 1815) il mesmerismo divenne la terapia di moda. La famosa tinozza o Baquet e la sala delle crisi (la salle des crises) divennero lo scenario nel quale l’arte del mesmerismo si sviluppò e crebbe.

Ad una analisi contemporanea si possono rintracciare tre indirizzi principali nell’azione terapeutica di Mesmer: per suggestione ipnotica, tramite la psicoterapia, attraverso la bioenergia.

Il termine ipnosi non era ancora stato coniato, ma l’azione mesmerica induceva uno stato diversificato di coscienza, chiamato sonnambulismo, e la storia dell’ipnotismo riporta il termine ipno-magnetismo dalla scuola francese di Nancy, in particolare nella figura di Charcot (1825-1893).

I due fattori principali dell’ipnomagnetismo vengono individuati nella suggestione verbale e non verbale (comunicazione non verbale) e nell’energia fluidica emessa dall’ipnotista.

Durante le sedute mesmeriche si faceva uso delle proposizioni verbali, della musica (egli stesso suonava l’armonica a vetri): ingredienti sufficienti per intravedere in Mesmer un precursore della psicoterapia. D’altronde la crisi catartica (crisi mesmeriana) auspicata quale passaggio finale per raggiungere la guarigione è sicuramente un indispensabile elemento psicoterapico. Per quanto concerne la bioterapia, possiamo rintracciare diversi aspetti tutt’oggi condivisi dai cultori della cura attraverso l’imposizione delle mani. Per Mesmer la malattia è disarmonia, e il magnetizzatore è un “accordatore”.

La supposizione che il fluido magnetico fosse simile all’attività elettrica del sistema nervoso e che attorno ai nervi scorresse il fluido, riportano alla fisiologia tradizionale orientale con la presenza di appropriati canali nei quali circolerebbe l’energia vitale.

Le affinità tra questa energia e il fluido mesmeriano sono numerose; ad esempio la presenza di un codice binario della dispersione (mesmerismo negativo) e bonificazione (mesmerismo positivo), l’influenza dei passaggi magnetici (particolari movimenti effettuati con le mani in prossimità del corpo del paziente) sulla circolazione sanguigna.

Oggi la tecnica mesmerica si fonde più o meno consapevolmente con le metodiche d’azione utilizzate nella bioterapia in senso lato e più specificatamente nella pranoterapia.

Va ricordato che il fondatore dell’omeopatia, Samuel Hahnemann (1755-1843) condivideva il ricorso al mesmerismo affermando che l’Energia Vitale dell’operatore potesse riequilibrare il paziente, come leggiamo da un suo scritto: “…Questa forza curativa, così spesso negata o disdegnata per oltre un secolo… in virtù della quale la forte volontà di una persona ben intenzionata nei confronti di una malata, per contatto diretto o anche senza contatto e persino ad una certa distanza, può portare l’energia vitale del mesmerizzatore, sano e dotato di questo potere, all’interno dell’altra persona dinamicamente (= senza supporto materiale)…”

 

 

India: sesso bandito prima dei 18 anni

Scritto da : Alberto Staiz
Fonte: http://www.wakeupnews.eu/india-sesso-bandito-prima-dei-18-anni/

In India l’età minima per avere rapporti sessuali sarà diciotto anni. La novità è prevista in un nuovo progetto di legge, definito “antiquato” e “bacchettone” da molti gruppi di difesa dei diritti umani, secondo i quali la normativa non servirà, come invece sostiene il governo, a scoraggiare la pedofilia. La cosiddetta “età del consenso” è attualmente fissata in India a 16 anni, in linea con tutti gli altri Paesi democratici.

La modifica si inserisce all’interno di una normativa sulla Protezione dei bambini contro reati sessuali (Protection of Children against Sexual Offences Bill) che è stata messa a punto lo scorso anno e che ora ha ricevuto il via libera del governo, come riferito dal Times of India.

Di fatto, secondo la nuova legge i rapporti, anche consenzienti, tra i giovani che non hanno ancora compiuto i 18 anni saranno considerati alla stregua di violenza sessuale e puniti con una pena fino a tre anni di carcere; con la seria difficoltà, secondo il parere di diversi giuristi, nell’identificare assalitore e vittima.

Secondo molti attivisti ed esperti giuridici, la legge è antiquata rispetto alla realtà giovanile, dove i rapporti extramatrimoniali non vengono più condannati dalla morale comune. Kirti Singh, giurista indiana, ha detto che questa nuova norma «criminalizza le relazioni sessuali tra giovani» e che «non è con queste leggi che si puniscono gli abusi sessuali sui minori».

Altri esperti criticano aspramente il Governo indiano, accusandolo di perdersi in stupidaggini di questo tipo, quando esistono altre problematiche ben più pericolose e controverse, come il dato dei baby lavoratori, che in India risultano essere più di 44 milioni nella fascia d’età 4 – 14 anni.

Schiavitù del XXI secolo.Il calvario e lo sfruttamento delle tribù indigene

Scritto da : Daniele Cardetta
Fonte: http://www.articolotre.com/

La tribù Awa nella fortesta amazzonica brasiliana sta pagando sulla propria pelle il prezzo del “progresso”. Le corporations e le grandi multinazionali stanno procedendo a colonizzare la foresta amazzonica senza lasciare più speranza alle tribù indigene.

Coloro i quali hanno immaginato che ormai l’umanità si fosse lasciata alle spalle l’abominio della schiavitù potrebbero andare incontro a una cocente delusione. Certo, i galeoni pieni di schiavi incatenati nella stiva non fanno più su e giù tra le Americhe e l’Africa, ma le popolazioni indigene di vaste parti del globo sono costrette a subire ingiustizie e spoliazioni di ogni genere ancora oggi, in pieno XXI secolo.Un tempo affaristi senza scrupoli organizzavano lo sfruttamento delle colonie con il placet delle istituzioni statali, oggi si è assistito a una lenta ma inesorabile privatizzazione dello sfruttamento che permette a multinazionali, corporations e interessi privati di provvedere in prima persona alla spoliazione delle risorse altrui.

LA DECIMAZIONE DEL POPOLO AWA- Quando queste corporations private decidono di procurarsi delle risorse, non guardano in faccia a nessuno, e poco importa se utilizzano tutti i metodi, moderni o primitivi, per ottenere quello che vogliono. Le tribù amazzoniche della foresta pluviale, ad esempio, come quella Awa, stanno subendo un vero e proprio assalto, che per molti si può configurare quasi come un tentativo di sterminio. Il prezzo del “progresso”, se così lo si può chiamare, gli Awa lo hanno pagato a carissimo prezzo subendo una vera e propria decimazione. A sostenerlo non qualche bizzarro gruppo ambientalista o dei diritti umani, bensì il Guardian di Londra, che il 22 aprile ha pubblicato la notizia secondo cui rimarrebbero vivi solo più 355 membri della tribù Awa.

Questa decimazione sarebbe stata il risultato del tentativo delle industrie private di procedere all’appropriazione della foresta amazzonica per ottenere enormi quantitativi di legname ealtre risorse. Spesso e volentieri queste corporations utilizzano veri e propri eserciti privati di mercenari per intimidire e anche uccidere qualsiasi indigeno o abitante che non accetti immediatamente i “benefici” dell’economia di mercato. Della tribù Awa si è riusciti a sapere qualcosa perchè un attore britannico, Colin Firth, si è occupato in prima persona del loro caso, riuscendo a trovare la sponsorizzazione di una agenzia non governativa chiamata “Survival Internaional” per una campagna a difesa dei diritti della tribù. Esistono però migliaia di piccole tribù ormai prossime all’estinzione in diverse parti del mondo, e nessuno sembra avere interesse o guadagno a divulgare le loro storie.Non tutti hanno un santo un paradiso o la fortuna di ricevere l’interesse di un premio Oscar, anzi per la stragrande maggioranza delle tribù del mondo vi è solamente un’assordante silenzio.

IL RUOLO DELLA BANCA MONDIALE- Al calvario silenzioso del popolo Awa hanno partecipato in prima fila, sempre secondo il Guardian, sia la Comunità Economica Europea, sia i programmi della Banca Mondiale, i cui piani risalenti agli anni Ottanta prevedevano un’estrazione di massa di ferro e oro dalla regione amazzonica brasiliana. Questo progetto ha portato in breve tempo all’arrivo nella regione abitata dagli Awa di strade, ferrovie, alberghi e miniere. Ovviamente il prorompente ingresso della modernità nella foresta amazzonica ha sconvolto l’ecosistema di ampie porzioni di territorio, e le compagnie hanno imparato ben presto ad affidarsi a professionisti della violenza per mettere a tacere ogni dissenso tra le popolazioni native. L’assoziazione Brazil’s National Indian Foundation (Funai) ha rivelato negli scorsi mesi di non disporre della forza necessaria a fermare il “personale”delle compagnie private in quanto armato.

Secondo molti questa sarebbe la lucida applicazione del piano della Banca Mondiale degli ultimi 30 anni, ovvero assicurarsi che dozzine di paesi deboli in tutto il mondo promulghino leggi favorevoli agli interessi delle compagnie minerarie, In questo modo gli interessi privati riescono a sovrapporsi a quelli nazionali dei singoli paesi, rendendo impossibile per i cittadini colpiti ottenere giustizia per vie legali. Ma la Banca Mondiale non è l’unica agenzia sovranazionale in grado di controllare e condizionare i governi nazionali dei singoli paesi. Solo per fare un esempio la Canadian transnational gold mining giant Barrick Gold’s ha da anni tenuto un comportamento a dir poco rapace e ha letteralmente soffocato con la violenza ogni protesta proveniente dai gruppi di indigeni in Argentina e Cile. Qui la multinazionale canadese ha letteralmente distrutto l’habitat di intere tribù, provvedendo persino a usare la dinamite e altre sostanze velenose per l’ambiente per scavare miniere, e costruire edifici e capannoni.

UN SISTEMA CAPILLARE-Veri e propri cartelli di multinazionali hanno fatto inoltre pressione sui governi di Santiago e Buenos Aires per aggirare le leggi locali, e nel 2000 un trattato bilaterale ha permesso ai giganti come la canadese Barrick una piena autonomia, permettendo quindi alle compagnie straniere di spartirsi letteralmente il controllo delle montagne andine. Questa nuova legislazione letteralmente ha favorito le azioni degli investitori nello sviluppare il business delle miniere e di tutti i tipi di risorse naturali presenti. Esiste in sostanza un vero e proprio rapporto asimmetrico tra le istituzioni degli Stati, incapaci di difendere i diritti della popolazione locale, e i forti interessi privati delle corporations e delle multinazionali nel mondo. Come ha riferito il “Guardian”, ormai questi interessi privati si sono imposti su quelli pubblici dei singoli paesi, e la corruzione arriva laddove si fermano gli ideali. Da tempo le corporations hanno già messo in conto di dover arrivare a controllare le autorità locali in modo da poter evitare la legislazione locale e continuare a fare i propri interessi senza controllo.

Valga su tutti l’esempio del governatore argentino Beder Herrera della regione di La Rioja, ricca di giacimenti minerari. Herrera prima di diventare governatore si era fatto notare per aver organizzato diverse proteste pubbliche contro la Barrick Gold. Le proteste lo avevano anzi reso popolare e gli permisero qualche anno dopo di venire eletto come governatore. A quel punto Herrera si mise a trattare direttamente con la Barrick e ha ritirato tutto quanto aveva detto in precedenza contro la multinazionale. Ora Herrera ha addirittura dato ul suo appoggio ai mercenari assoldati dalla Barrick Gold per tenere a bada le proteste popolari e per impedire che si svolgano le Assemblee dei cittadini nella società civile. Non contento, Herrera ha persino dichiarato illegali le proteste contro la Barrick Gold.

In sostanza quindi le lobbies di potere mondiale operano vere e proprie pressioni sui governi locali che in questo modo vengono velocemente neutralizzati, A quel punto non resta che zittire e intimidire la società civile, e a questo pensano i pistoleros e i mercenari direttamente al soldo delle multinazionali.Non tutti i governi nazionali però sono disposti a svendersi o a subire i ricatti delle multinazionali. Quando questo non accade però le corporations riescono spesso e volentieri a trovare altri modi per far valere il proprio volere, magari finanziando gruppi politici all’opposizione, o persino sobillando vere e proprie rivolte, come per qualcuno potrebbe essere accaduto in Libia con la cosiddetta “Primavera Araba“. Insomma anche se ci troviamo in pieno XXI secolo i mezzi utilizzati da questi nuovi imperialisti ricordano da vicino quelli utilizzati dai colonialisti nel XIX e nel XVIII secolo ma con una sostazionale differenza: mentre in passato lo sfruttamento avveniva alla luce del sole e veniva considerato giusto, oggi le stesse persone che perpetrano lo sfruttamento a parole si fanno invece portatori di valori come “diritti umani”, “amicizia”, “libertà” e “democrazia”.

Bahrain – Il Gran Premio della vergogna e le tensioni nel Golfo

Fonte: http://www.medarabnews.com/2012/04/25/bahrain-%E2%80%93-il-gran-premio-della-vergogna-e-le-tensioni-nel-golfo/

Era stato annunciato con lo slogan “Unif1ed: One Nation in Celebration”, il Gran Premio di formula 1 che si è corso domenica 22 aprile in Bahrain. L’intenzione era di presentare l’evento come un simbolo della riconciliazione nazionale in atto nel paese.

Il governo ha speso 40 milioni di dollari per ospitare la corsa automobilistica che – dopo essere stata sospesa nel 2011 a causa della sollevazione popolare – quest’anno avrebbe dovuto dimostrare al mondo che la vita nel piccolo regno del Golfo era tornata alla normalità, dopo la brutale repressione che aveva schiacciato la rivolta.

Il risultato è stato assolutamente contrario alle intenzioni del governo: in segno di protesta, decine di migliaia di manifestanti hanno invaso le strade di Manama e dei villaggi attorno alla capitale (50.000 nella sola giornata di venerdì, secondo alcune stime, in un paese di poco più di un milione e 200.000 abitanti, di cui meno della metà sono in possesso della nazionalità). Numerosi sono stati gli scontri con la polizia, che si sono conclusi con un bilancio pesante: un morto e decine di feriti (alcuni anche tra le forze dell’ordine).

Stando ai resoconti, la vittima, un giovane di 37 anni, è deceduta per le ferite provocate da pallini da caccia – una causa di morte tragicamente diffusa nelle proteste che si protraggono nell’isola dal febbraio dello scorso anno, e che hanno provocato un’ottantina di decessi, secondo fonti dell’opposizione popolare (35 persone sono morte nei primi due mesi della protesta, secondo il rapporto della Bahrain Independent Commission of Inquiry – BICI – commissionato dal governo e pubblicato a novembre dello scorso anno).

Oltre a reprimere le proteste con percosse, proiettili di gomma e gas lacrimogeno più volte rivelatosi fatale, le forze di sicurezza governative spesso sparano con fucili da caccia contro i manifestanti. Nella repressione, inoltre, è stato fatto ampio ricorso alla tortura, come documentato dallo stesso rapporto BICI.

Che il Gran Premio avrebbe ulteriormente fomentato le tensioni in Bahrain era chiaro ormai de settimane. Numerosi erano stati gli inviti a cancellare l’evento lanciati dall’opposizione, che aveva affermato che tenere la corsa mentre centinaia di persone tuttora vengono torturate nelle carceri del paese e le manifestazioni vengono soffocate con la violenza era un insulto alla popolazione.

Un responsabile del Bahrain Center for Human Rights (BCHR) aveva dichiarato che la riconciliazione si ottiene attraverso un processo politico, non con la formula 1 mentre i diritti umani continuano ad essere calpestati nel paese.

Il BCHR è noto anche perché il suo fondatore, Abdulhadi al-Khawaja, langue in prigione dall’aprile dello scorso anno, ed è divenuto un simbolo della protesta. Arrestato per aver chiesto la fine della monarchia e la creazione di una repubblica, Khawaja è stato torturato (come documenta lo stesso rapporto BICI) e processato da un tribunale militare. Come segno estremo di protesta, egli ha iniziato uno sciopero della fame che si protrae ormai da oltre 70 giorni, e che lo ha ridotto in fin di vita.

Le notizie sul deterioramento delle condizioni di Khawaja, ed il fatto che il governo ha finora respinto tutti gli appelli a rilasciarlo, hanno contribuito ad inasprire le tensioni alla vigilia del Gran Premio. Molti osservatori hanno inoltre messo in guardia che, se egli dovesse morire, la situazione in Bahrain potrebbe precipitare.

UNIVERSI PARALLELI

Mentre infuriavano gli scontri, soprattutto nei villaggi attorno alla capitale, la corsa si è svolta in un clima irreale, quasi in un universo parallelo, grazie al fatto che le forze di sicurezza sono riuscite a isolare completamente l’autodromo da quanto stava avvenendo nel resto del paese.

Sabato sera, piloti e personale della formula 1 hanno potuto gustare un barbecue in stile locale sontuosamente offerto dagli organizzatori sotto palme illuminate con i colori della bandiera nazionale del Bahrain.

Jean Todt, il presidente della FIA (la federazione automobilistica internazionale), ha dichiarato di non essere sicuro che quanto veniva riportato dai giornali corrispondesse alla realtà del paese.

Il boss della formula 1 Bernie Ecclestone, che alla vigilia della corsa aveva definito il Bahrain “calmo e tranquillo”, ha risposto infastidito ai giornalisti che quanto stava avvenendo nel paese “non ha niente a che fare con noi”.

Al suo fianco il principe ereditario Salman bin Hamad Al-Khalifa, esponente dell’ala riformista della famiglia reale (quella più incline al compromesso con i manifestanti), è riuscito a fare quasi una bella figura dicendo ai giornalisti che “a differenza di quanto è stato riportato, non stiamo cercando di dire che siamo perfetti”, e aggiungendo di augurarsi “che abbiate l’occasione di vederci con tutte le nostre complessità, e le nostre sfumature”.

In ogni caso, il governo ha invitato solo i giornalisti sportivi, mentre ai giornalisti di politica estera è stato negato l’ingresso nel paese.

La formula 1 rappresenta un grande affare per il Bahrain. Nel 2010 il governo intascò 300 milioni di dollari; quest’anno i guadagni erano stimati in 500 milioni, senza contare i diritti televisivi. Ma ciò non sembra incidere sulla miseria nel paese, in cui oltre 27.000 famiglie (ovvero quasi il 22%) vivono sotto la soglia di povertà, secondo dati della Labour Market Regulatory Authority del Bahrain.

IL RUOLO IPOCRITA DI GRAN BRETAGNA E STATI UNITI

Al di là dell’ipocrisia del circo della formula 1, ad apparire stridente è l’approccio dei due grandi alleati occidentali del Bahrain – Stati Uniti e Gran Bretagna – alla crisi nel paese. Al contrario di quanto è avvenuto con altri regimi arabi colpiti dalle rivolte, nessuna particolare pressione economica è stata esercitata nei confronti della monarchia regnante. Anzi, vi sono stati contatti tra il Regno Unito e il Bahrain – che è uno dei più importanti centri finanziari del Medio Oriente – per rafforzare i rapporti con la City di Londra.

All’indomani dello scoppio delle proteste, nel febbraio 2011, sia Washington che Londra avevano sospeso la vendita di armi a Manama, anche perché erano giunte notizie che le forze di sicurezza reprimevano i manifestanti proprio con equipaggiamento fornito dalle due potenze occidentali.

Tuttavia ben presto Londra ha ripreso le forniture, e notizie della fine di gennaio indicano che anche Washington ha ricominciato a vendere le proprie armi al Bahrain, stipulando singoli contratti di valore inferiore al milione di dollari che, come tali, non sono soggetti alla supervisione del Congresso.

Nel frattempo ha fatto scandalo la notizia che, malgrado la repressione tuttora in corso nel paese,  la regina d’Inghilterra ha invitato il re del Bahrain a un pranzo di gala che si terrà al castello di Windsor nella seconda metà di maggio.

Dal canto suo, il Bahrain ha assoldato diverse compagnie americane di “public relations” perché migliorassero l’immagine del paese agli occhi del mondo, ed in particolare lo convincessero dell’inesistenza di qualsiasi rivoluzione proprio in vista del Gran Premio del 22 aprile.

Ma ancora più inquietante è l’ambiguo rapporto che esiste tra Manama da un lato, e Washington e Londra dall’altro, a livello della sicurezza.

Una delle prescrizioni chiave del rapporto BICI – che era stato commissionato dal governo di Manama proprio su pressione di Washington e Londra – era stata di riformare le forze di sicurezza in modo da impedire il ripetersi di abusi e torture.

Tuttavia, a cinque mesi dalla pubblicazione del rapporto, nulla è stato fatto al di là di pochi cambiamenti di facciata, come ha denunciato recentemente anche Human Rights Watch, e come gli incidenti dello scorso fine settimana e degli ultimi mesi (in cui oltre 20 persone sono morte per il solo fatto di aver inalato gas lacrimogeno risultato letale) sembrano confermare.

E ciò malgrado il fatto che, con un gesto probabilmente inteso a tacitare i suoi due alleati occidentali, Manama aveva assunto due funzionari – rispettivamente un britannico e un americano – come consulenti incaricati di assistere il governo del Bahrain a riformare la polizia.

Il paradosso è che entrambi sembrano avere un passato discutibile: il primo è un ex commissario della britannica Metropolitan Police implicato nello scandalo delle intercettazioni illegali fatte dal tabloid “News of the World” di proprietà del magnate Rupert Murdoch, mentre il secondo è l’ex capo della polizia di Miami, accusato di aver “usato la mano pesante” nei confronti dei manifestanti in occasione di un vertice nel 2003.

I due sembrano aver colto l’occasione per “rifarsi una vita” in Bahrain, proprio come avveniva un tempo a molti occidentali che trovavano rifugio “oltremare” in piena epoca coloniale.

UN RECENTE PASSATO COLONIALE

In effetti il Bahrain ha un passato coloniale molto recente. Il paese ha acquisito l’indipendenza solo nel 1971, dopo essere stato un protettorato britannico per più di un secolo.

L’indipendenza del paese segnò la partenza della Royal Navy britannica, a cui però subentrò – praticamente senza soluzione di continuità – la marina militare americana. Oggi il Bahrain ospita il quartier generale della Quinta Flotta, una componente essenziale del potente dispositivo militare che gli USA schierano in questo momento nel Golfo in chiave anti-iraniana.

Una delle caratteristiche più odiate e contestate delle forze di sicurezza del Bahrain è il fatto di ricorrere all’uso di “mercenari” – giordani, siriani, yemeniti, baluchi del Pakistan – in base a un retaggio che è tipicamente coloniale. Furono infatti gli inglesi a ricorrere a questo sistema, in Bahrain ed altrove nel loro impero.

E gli inglesi continuarono a dominare la polizia segreta del Bahrain per lunghi anni, anche dopo l’indipendenza del paese – basti pensare che Ian Hendersen, tuttora ricordato come “il macellaio del Bahrain” per il suo ricorso alla tortura, fu a capo di questi servizi (i cosiddetti “mukhabarat”) fino al 1995.

L’aspetto più allarmante è però che il governo del Bahrain è accusato di arruolare questi mercenari con l’obiettivo di alterare l’equilibrio demografico nel paese. Essi, infatti, sono principalmente arabi sunniti che, oltre ad essere reclutati nelle forze di sicurezza, ricevono la cittadinanza.

Il Bahrain è un paese a maggioranza sciita (si ritiene che gli sciiti costituiscano il 60-70% dei cittadini, anche se stime esatte non esistono) in cui però la monarchia regnante degli Al Khalifa è sunnita. L’opposizione popolare sciita accusa la famiglia reale di cercare, attraverso l’importazione di mercenari, di aumentare la componente sunnita nel paese.

UN PAESE IN BILICO

La complessa composizione etnica del Bahrain è un ulteriore fattore che contribuisce a rendere più intricata la sua crisi attuale. Tale composizione è il risultato della storia del Bahrain, situato in una regione come quella del Golfo in cui sciismo e sunnismo si sono storicamente accavallati, e che è sempre stata in bilico fra mondo arabo e mondo persiano.

Il Bahrain fece parte dell’impero persiano safavide dall’inizio del XVII secolo alla fine del XVIII, ed è per questa ragione che ancora oggi alcuni iraniani rivendicano il Bahrain come “quattordicesima provincia” dell’Iran.

La famiglia Al Khalifa, d’altra parte, giunse in Bahrain nel 1783 provenendo dalla penisola araba, ed ha lontani legami con la famiglia degli Al Saud che oggi governa a Riyadh (e che a sua volta considera il Bahrain come una sorta di “giardino di casa” del regno saudita).

Il Bahrain, del resto, si trova a poche decine di kilometri dalla costa dell’Arabia Saudita, ed in particolare dalla sua Provincia Orientale, ricca di petrolio, ed a sua volta popolata da una minoranza sciita (discriminata dal governo sunnita di Riyadh) che ha stretti legami di parentela con gli sciiti del Bahrain.

E’ per queste ragioni che il Bahrain è facile ostaggio delle tensioni settarie fomentate da Riyadh da un lato, e da Teheran dall’altro.

Va però detto che al momento del ritiro della potenza coloniale britannica, nel 1971, la popolazione del Bahrain scelse a larga maggioranza l’indipendenza tramite un plebiscito, e che i cittadini sciiti del paese, al pari dei sunniti, si considerano arabi (ad eccezione di una minoranza che ha effettivamente origini persiane).

Va anche detto che, sebbene la maggioranza sciita sia certamente discriminata dalla monarchia sunnita al potere (lamentando un più elevato tasso di disoccupazione, e una discriminazione nella pubblica amministrazione, nel settore privato, ma anche nelle scuole e nelle università), molti sunniti si trovano ugualmente esclusi dalla forma di capitalismo clientelare che domina il paese.

E’ per queste ragioni che la protesta scoppiata nel febbraio 2011, nel più ampio contesto delle rivolte della cosiddetta “Primavera Araba”, fu eminentemente non settaria, e improntata alla rivendicazione di diritti civili e politici.

Sebbene i manifestanti fossero per ovvie ragioni in maggioranza sciiti, anche molti sunniti presero parte ai cortei, chiedendo maggiore equità sociale, un parlamento con maggiori poteri, ed in ultima analisi la trasformazione della monarchia in senso costituzionale.

REPRESSIONE E SETTARISMO DI STATO

Sebbene l’ala riformista della famiglia reale, guidata dal principe ereditario Salman, avesse tentato una mediazione (che fu sul punto di avere successo) con l’ala più moderata dell’opposizione rappresentata dal partito sciita al-Wifaq, i membri intransigenti della famiglia imposero la linea dura nelle strade portando a una radicalizzazione della protesta: molti manifestanti cominciarono a chiedere la creazione di una repubblica al posto della monarchia (pur mantenendo la protesta ampiamente entro i limiti della nonviolenza).

Ciò a sua volta determinò l’intervento militare delle forze saudite, che nel marzo 2011 entrarono nel paese sotto la bandiera della Peninsula Shield Force, dipendente dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC).

Ne è seguita una durissima repressione – caratterizzata da arresti su vasta scala, uccisioni, abusi e torture – la quale ha soffocato la fase acuta della rivolta, ma a tutt’oggi non è riuscita a sedare le proteste e a tacitare il malcontento.

Non è chiaro se l’intervento militare saudita fu invocato dall’ala dura della famiglia Al Khalifa, in particolare per scongiurare l’imminente accordo fra il principe ereditario e il partito al-Wifaq, o se fu imposto da Riyadh, essenzialmente con la stessa finalità.

La dinastia saudita – che è il terzo grande alleato degli Al Khalifa insieme a Stati Uniti e Gran Bretagna, ma che in questo momento è certamente il primo per importanza ed influenza – vede senza dubbio l’eventuale trasformazione in senso democratico di una monarchia vicina (con la conseguente cessione di poteri da parte della famiglia regnante) come un tabù che non può essere infranto. Riyadh inoltre temeva un possibile “contagio” della rivolta alla sua Provincia Orientale.

Infine, la trasformazione del Bahrain in senso democratico significherebbe, agli occhi di Riyadh, l’ascesa di un governo sciita (e, nell’ottica settaria saudita, inevitabilmente filo-iraniano) alle porte di casa propria.

Comunque siano andate le cose a marzo dello scorso anno, uno degli ostacoli maggiori alla trasformazione democratica del Bahrain è rappresentato proprio dalle ingerenze saudite, in certo qual modo suggellate lo scorso giugno dal matrimonio tra  un figlio di re Hamad del Bahrain e una figlia di re Abdullah dell’Arabia Saudita. La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che l’economia del Bahrain è legata a doppio filo con quella di Riyadh.

La repressione che ebbe luogo a partire dal marzo 2011 fu accompagnata da una durissima retorica di Stato, dalle forti tinte settarie. Manama e Riyadh di comune accordo accusarono l’opposizione sciita di essere composta da “terroristi al soldo di potenze straniere” – un’allusione non troppo velata all’Iran.

Sta di fatto che la rivolta del febbraio 2011 era una rivolta autoctona, ampiamente improntata a principi democratici e non settari, e non ispirata da Teheran, come ha confermato lo stesso rapporto BICI (con grande disappunto di re Hamad), e come ammise lo stesso segretario alla Difesa USA Robert Gates quando si recò in visita a Manama un mese dopo lo scoppio della rivolta.

L’opposizione ha certamente commesso degli errori, e forse il suo punto più debole è il fatto di essere guidata da leader religiosi, sebbene rivendichi semplicemente diritti civili e politici. Sia a causa della repressione interna, sia a causa della natura intrinsecamente sovranazionale dello sciismo, questi leader spesso si sono formati all’estero, in Iraq o in Iran (dove si trovano le città sante dello sciismo), e ciò senza dubbio ha offerto un appiglio al regime.

Ciò nondimeno, è stata la retorica settaria del regime, accompagnata dall’intervento militare dell’Arabia Saudita, ad aver polarizzato la società del Bahrain, contrapponendo sunniti e sciiti come mai era accaduto prima nella storia del paese.

REGIONALIZZAZIONE DELLA CRISI

L’intervento saudita, inoltre, lungi dal risolvere la crisi, vi ha effettivamente introdotto componenti nuove, in quanto ha suscitato l’aspra reazione di condanna degli sciiti in tutto il mondo arabo (oltre che in Iran), di fatto trasformando una sollevazione democratica locale in una contrapposizione settaria regionale.

L’opposizione nel paese è ora certamente più frammentata, ma anche più polarizzata secondo linee settarie, maggiormente incline alla violenza, e composta da una pletora di gruppi alcuni dei quali hanno cominciato ad operare in clandestinità, e ormai potrebbero essere davvero tentati di cercare alleanze all’estero.

Dal canto loro, i membri intransigenti della famiglia reale hanno l’appoggio di Riyadh e delle altre monarchie del Golfo, e probabilmente non vedono alcun motivo per impegnarsi in un dialogo serio con l’opposizione.

I timidi tentativi fatti dagli Stati Uniti in questo senso sono stati accolti con freddezza, se non con aperto risentimento. Il comandante dell’esercito Khalifa bin Ahmad Al Khalifa, ad esempio, ha senza mezzi termini accusato Washington di aver complottato a favore della rivolta attraverso le sue ONG.

La Casa Bianca, in effetti aveva in un primo momento appoggiato il dialogo fra il principe ereditario e l’opposizione. Dopo l’intervento saudita del marzo 2011, Washington aveva però mantenuto il silenzio, probabilmente per non danneggiare ulteriormente i rapporti con Riyadh, già deteriorati dopo che gli americani avevano abbandonato Mubarak, grande alleato dei sauditi.

Recentemente però, rendendosi conto che la situazione in Bahrain si sta pericolosamente deteriorando, gli Stati Uniti stanno di nuovo lavorando con discrezione a favore dell’apertura di un dialogo. Sebbene finora la presenza navale americana non sia stata messa apertamente in discussione dai manifestanti (un’altra conferma del fatto che la famiglia Al Khalifa non si trova di fronte a militanti ideologizzati e filo-iraniani), Washington sa che, se la situazione dovesse precipitare, le cose potrebbero cambiare anche per i suoi interessi nel paese.

Le recenti dichiarazioni di Maryam al-Khawaja, responsabile delle relazioni estere del BCHR e figlia di Abdulhadi al-Khawaja, suonano come un campanello d’allarme: “Per i manifestanti, gli Stati Uniti sono per il Bahrain ciò che la Russia è per la Siria”.

Di fronte all’intransigenza saudita e di buona parte della famiglia Al Khalifa, Washington sembra però avere poco margine di manovra, anche perché molti in questo momento soffiano sul fuoco delle tensioni regionali.

Le recenti dichiarazioni del leader sciita iracheno Muqtada al-Sadr, che ha improvvidamente invocato il boicottaggio del Gran Premio, hanno suscitato la pronta reazione della stampa di regime saudita, che non chiedeva di meglio per accusare nuovamente l’opposizione del Bahrain di essere in combutta con Teheran ed i suoi alleati.

La visita compiuta a metà aprile dal presidente iraniano Ahmadinejad ad Abu Musa, un’isola nel Golfo Persico occupata militarmente dall’Iran e contesa fra Teheran e gli Emirati Arabi Uniti, ha ulteriormente esasperato la situazione suscitando la condanna unanime dei paesi del GCC.

Sul quotidiano saudita al-Sharq al-Awsat, il commentatore Mshari al-Zaydi (come tanti prima di lui) ha scritto che l’Iran è la chiave di tutte le tensioni regionali, e che la crisi siriana e quella irachena sono solo “un sintomo del cancro iraniano”.

In questo contesto di polarizzazione settaria che va dalla Siria allo Yemen, ed in assenza di qualsiasi spiraglio di dialogo fra il governo e l’opposizione nel paese, vi è il grosso rischio che la crisi in Bahrain (su cui il Gran Premio ha momentaneamente attirato i riflettori dell’attenzione internazionale) sfoci in una nuova stagione di violenza, aggravando ulteriormente il già compromesso quadro regionale.

La scienza non può aggirare il limite di velocità di Einstein

Scritto da: Angelo Paratico
Fonte: Sunday Morning Post
Traduzione per la patatina fritta: Francesco Fontana, Anna Nicoletti

Un fisico si è recentemente trovato in una situazione imbarazzante per aver rivendicato che i neutrini possono viaggiare più velocemente della luce. Avrebbe dovuto meglio approfondire piuttosto di sfidare la legge di ferro del’universo.

Come noto, scoperte straordinarie richiedono prove straordinarie. Questa massima sulla cautela è evidentemente sfuggita al fisico italiano Dr Antonio Ereditato, mentre lavorava ad un esperimento che lo scorso settembre ha destato clamore. Il suo team ha dichiarato di aver scoperto che i neutrini possono viaggiare più  veloci della luce. I neutrini sono stati sparati a 730 chilometri di distanza sotto la crosta terrestre dall’acceleratore di particelle del CERN di Ginevra. Solamente ritenendo ciò possibile, egli avrebbe demolito la chiave di volta della teoria della relatività di Einstein. Le deboli prove hanno causato la sua rovina. Con la reputazione a brandelli, ha rassegnato le dimissioni da direttore del laboratorio dell’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) situato sotto al Gran Sasso. Alcuni strumenti difettosi sembrano aver causatole letture scorrette. Il sogno di trovare qualcosa più veloce della luce è  cosa vecchia. Il primo a pensare a questa possibilità è stato il fisico tedesco Arnold Sommerfeld nel 1904. Esiste anche un ipotetico nome, di etimologia greca, per tali particelle: tachioni.  In greco il termine significa “veloce” e tale nome è stato utilizzato per la prima volta da Gerald Feinberg nel 1967. Il problema è che nessuno è mai stato in grado di trovare od osservare particelle tachioniche o di spiegarne in modo credibile la loro possibile esistenza. L’ipotesi che i neutrini possano viaggiare più veloci della luce non è nuova. Ciò fu teorizzato dal fisico canadese Dr Alan Chodos nel 1985, sfruttando la cosiddetta “violazione dell’invarianza di Lorentz”, me egli fu totalmente criticato dai colleghi per averne solamente proposto la validità in una pubblicazione scientifica. La misurazione della velocità della luce è un successo francese. La dobbiamo a Armand H. L. Fizeau. Egli la determinò nel 1849 insieme al suo assistente, Jean Foucault. Focault è ricordato al giorni d’oggi soprattutto per l’omonimo pendolo, un semplice esperimento che prova he il nostro pianeta è in rotazione.

Il perfezionamento di tale misura è opera del fisico americano, Albert Michelson, che dedicò la sua vita a questo scopo che, alla fine, raggiunse. La luce raggiunge nel vuoto la massima velocità possibile: circa 299.792 chilometri al secondo, abbastanza veloce da percorrere il giro del mondo più di sette volte in un secondo e raggiungere il sole in circa otto minuti. Tuttavia la luce può viaggiare a differenti velocità a seconda del mezzo in cui si trova. Per esempio la luce può viaggiare attraverso un pezzo di vetro più velocemente che attraverso un diamante; ancora, viaggia più velocemente in aria che in acqua. Nel 1934 il fisico russo Pavel Cherenkov, sparò un fascio di elettroni in un bacino d’acqua a 257.488 chilometri al secondo, un valore più veloce della luce che viaggia attraverso l’acqua a “solo” 225.302. chilometri al secondo. Nel 1958 Cherenkov fu insignito del premio Nobel per questo esperimento. Al “grande collisore di adroni” del CERN gli scienziati sono stati in grado di spingere particelle a velocità prossime a quelle della luce. Sono state utilizzate enormi quantità di energia per portare le particelle a tali velocità,  tuttavia non hanno eguagliato la velocità della luce. Perché? Poiché tali particelle subiscono strani fenomeni quando sono prossime alla velocità della luce. Applicando energie sempre maggiori, anziché influenzare la velocità delle particelle viene modificata la loro massa: queste particelle non saranno ulteriormente velocizzate ma subiranno un incremento di massa. Allo stato attuale di conoscenza ed immaginazione, la conclusione ineluttabile è che la velocità della luce nel vuoto resterà irraggiungibile, esattamente come Einstein predisse.

GÖBEKLI TEPE: UN SALTO NEL TEMPO

Scritto da: Mauro Paoletti
Fonte: http://www.edicolaweb.net/edic210a.htm

La scienza ufficiale trova impossibile che uomini del neolitico possano aver eretto megalitici monumenti, tra i quali le piramidi e la Sfinge.
Come potevano averla costruita oltre 12.000 anni fa?
Le tesi dei ricercatori, tra i quali eminenti geologi, che la considerano opera di una civilizzazione vissuta prima della nostra, purtroppo cancellata alla fine dell’ultima era glaciale, sono state e sono ritenute eretiche e, ovviamente, denigrate da tutti gli accademici.
È loro consuetudine, infatti, una volta ufficialmente accettata la teoria di un eminente e illustre collega, di non considerare tutto quanto emerge nei sopralluoghi successivi, neanche le eventuali rettifiche a probabili errori di valutazione.
Essi continuano a sostenere la teoria accettata come avessero un paraocchi che impedisce di allargare la visione dell’insieme, comportandosi di conseguenza come coloro che avversarono, al tempo, la teoria Copernicana.
Poi, talvolta, accade che il fato ci metta il famoso zampino scombinando le cose, confondendo e demolendo l’assunto della così detta Scienza Ufficiale. E così dalle sabbie del tempo riemerge qualcosa che confuta tutte le certezze; qualcosa che riscrive intere pagine della storia umana e costringe gli accademici a retrocedere dalle loro convinzioni o a restare in silenzio, considerando mestamente quanto fin a quel momento era ritenuto “eresia”.
Eventi che si sono ripetuti più volte nelle vicende umane in seguito a scoperte che retrodatano nei meandri del tempo la presenza di una antica e perduta civilizzazione provvista di avanzate conoscenze tecnologiche.
Siti come Nevali Cori e Catal Huyuk, avevano già fornito prove concrete di insediamenti altamente civilizzati 9.000 – 10.000 anni fa confutando già la tesi ufficiale che l’agricoltura avesse preceduto la civilizzazione e non il contrario.
La scoperta di Göbekli Tepe, in lingua turca “collina dell’ombelico”, nel sud-est della Turchia, negli altopiani dell’Anatolia, è una di quelle dovute al puro e semplice caso fortuito e rappresenta la prova inconfutabile della presenza di una comunità ben organizzata 13.000 anni fa, come emerge dalla datazione al radiocarbonio. Costituisce quindi quel “qualcosa” che gli accademici non si aspettavano assolutamente di trovare.
In una remota zona della Turchia, un pastore, mentre portava al pascolo il suo gregge, si riposò sedendosi su una delle strane pietre che affioravano dal terreno. Ai suoi occhi apparvero come pietre innaturali, di una forma strana e ricoperte da frammenti di selce, un segno inequivocabile di attività umana. Ne parlò in paese.
I curatori del museo di Sanliurfa contattarono il ministero e da Istanbul, dall’Istituto Tedesco di Archeologia, giunse la squadra di archeologi che sotto la direzione di Klaus Schmidt diede inizio agli scavi.
Göbekli Tepe consiste in un complesso di templi megalitici situati sopra una collina artificiale di circa quindici metri e un diametro di trecento; sopra un pianoro che domina la valle di Harran nei pressi di Sanliurfa, fra il Tauro e il Karaca Dag. Il ritrovamento risale al 1994, ma ci sono voluti più di sedici anni per affermare che si tratta di un sito risalente all’11.000 a.C. Gli scavi hanno riportato alla luce un complesso tempio megalitico che ha spinto alcuni di quegli eminenti archeologi a considerarlo, anche se solo allegoricamente, come il possibile sito del favoloso “Giardino dell’Eden”. Nonché a porsi alcune domande che non forniranno a breve risposte certe.
Chi lo ha costruito?
Uomini delle grotte? Alieni? O quella tanto nominata “prima civilizzazione” andata, forse non tanto misteriosamente, perduta?  Le rovine di Göbekli Tepe antiche di 13.000 anni, che ufficialmente non dovrebbero esistere, hanno obbligato l’archeologia ufficiale a riesaminare le teorie riguardo al mondo antico e alle popolazioni esistenti all’epoca; evidentemente più avanzate dal punto di visto tecnologico rispetto a quanto finora ipotizzato.
Questo a causa dell’attuale modo di considerare la preistoria.
Costruzioni complesse e elaborate come quelle di Göbekli hanno trovato accademici non ancora preparati a considerare la possibilità che l’intero complesso possa essere stato eretto da una perduta civilizzazione che popolava la Terra prima di noi, spazzata via a causa dello scioglimento dei ghiacci durante la fine dell’ultima era glaciale.
Adesso quegli accademici sono attualmente costretti ad ammettere i loro errori e ad affermare che furono proprio i cacciatori del Neolitico e erigere quelle antiche strutture.
La conseguenza di tali deduzioni e la datazione al carbonio, che sposta il complesso di Gobelki Tepe all’11000 anni a.C., spingono a riconsiderare l’età della Sfinge suggerendo che possa essere ancora più antica; avvalorando la ricerca condotta negli anni settanta e ottanta da John Anthony West, attraverso la quale concluse che la Sfinge era di gran lunga più antica di quanto gli archeologi ortodossi erano preparati ad accettare e ci fossero anzi buone probabilità che potesse essere stata costruita da una civiltà perduta nella notte dei tempi.
In un recente studio, titolato “Aspetti geologici sui problemi di datazione della grande costruzione egizia, chiamata, Sfinge”, pubblicato nel 2008, sono state presentate prove che retrodatano la costruzione del monumento a oltre 10.000 anni fa, nel Pleistocene. Benché l’archeologia ufficiale insista con la tesi che vede la Sfinge come il monumento dedicato al faraone Chefren, adesso molte evidenze collocano l’edificazione del monumento al 10.500 a.C., in pratica nello stesso periodo in cui fu edificato il complesso di Gobelki Tepe.
Ecco manifestarsi un crescente consenso alle tesi secondo le quali una “perduta” civiltà che abitava lungo le aree costiere del mondo antico possa avere costruito la Sfinge, le piramidi e quant’altro; un popolo erroneamente considerato composto solo da cacciatori-raccoglitori, ossia “uomini delle caverne”, che popolavano la regione nord-mediorientale tra 12.000 e 13.000 anni fa.
Secondo l’archeologo tedesco Klaus Schimdt, che da anni segue gli scavi sul sito di Göbekli, si trattava di una civiltà che aveva sviluppato una cultura religiosa, un’architettura avanzata concettualmente, nonché una forma sociale estremamente moderna. Schmidt ritiene che il tempio di Göbekli meriti un’altra considerazione “Per costruire un posto come questo, i cacciatori devono essersi riuniti in gran numero. Dopo avere finito l’edificio, probabilmente si stabilirono nella regione, accumunati dal culto religioso. In seguito scoprirono che non era sufficiente il sostentamento alimentare per tante persone sebbene l’attività di caccia e raccolta fosse regolare. Quindi iniziarono la coltivazione del terreno promuovendo l’agricoltura e l’allevamento. Raggrupparsi in un insediamento permanente poteva essere stata semplicemente un’esigenza per il sostentamento, oltre a una difesa contro predatori e condizioni atmosferiche avverse.” In effetti le pianure dell’Anatolia sono state la culla dell’agricoltura.
Il primo allevamento di suini addomesticati è stato rilevato a Cayonu, a sole sessanta miglia di distanza.
Anche ovini, bovini e caprini sono stati addomesticati per la prima volta nella Turchia orientale.
Il frumento di tutto il mondo discende da una specie di Farro coltivato nel territorio di Göbekli. Lo stesso dicasi per altri cereali quali la segale e l’avena. Oggi il paesaggio che circonda le misteriose pietre di Göbekli è arido e brullo, ma un tempo era popolato da grandi quantità di selvaggina, percorso da fiumi ricchi di pesce, sorvolato da stormi d’uccelli; costellato da verdi prati, boschi e frutteti.
Circa 10000 anni fa, il deserto curdo era un luogo paradisiaco dice Schmidt; per questo motivo lo indica come un Eden. Come tutte le medaglie hanno il loro rovescio, quando l’uomo ha iniziato la pratica dell’agricoltura, ha contribuito a cambiare il paesaggio e il clima della regione.
Con il taglio degli alberi il suolo è stato così lentamente eroso; l’aratro e la successiva azione di mietitura hanno lasciato un terreno arido e nudo. Col passare del tempo, l’oasi è diventata una terra stressata e con diminuzione di rendimento. Il paradiso di Schmidt andò perduto. Il cacciatore fu costretto ad allontanarsi dal suo glorioso Eden, come dice la Bibbia.
Dobbiamo considerare che le ricerche della culla della civiltà ci portano nell’est asiatico, dove numerose sono le testimonianze di una vita organizzata in villaggi che praticavano l’agricoltura, l’addomesticamento degli animali, la tessitura, l’estrazione e la lavorazione dei metalli, molto tempo prima che tali attività facessero la loro comparsa in terra mesopotamica.
Il geologo Raphael Pumpelly, dopo aver visitato l’Asia centrale, ipotizzò la presenza di un grande mare interno nell’Asia centrale che sostenne la popolazione della regione nella sua ordinaria attività.
Intorno al lago di Aral, in origine di 68.000 Km2 e adesso ridotto al 10% di tale superficie, per colpa dell’azione insana dell’uomo che per la coltivazione del cotone ha dirottato i due fiumi che lo alimentavano, vi erano numerosi insediamenti; la scomparsa progressiva di tale “mare interno” costrinse la popolazione a spostarsi verso ovest, portando la civiltà in quelle zone.
Dalle indagini risulta che l’attuale deserto situato fra il Turkmenistan e l’Uzbekistan, era un tempo un territorio agricolo, irrigato a mezzo di canali, con molte oasi e terreni adibiti alla coltivazione del frumento e dell’orzo.
Innumerevoli le prove storiche di quanto asserivano gli scrittori della Bibbia, quando parlavano dell’Eden, descrivendo l’angolo dell’Anatolia.
Nel Libro della Genesi, è indicato che l’Eden è a ovest dell’Assiria; Göbekli si trova in tale posizione. Che è attraversato da quattro fiumi, tra cui il Tigri e l’Eufrate. E Göbekli si trova tra due di questi.
Un libro dell’Antico Testamento parla dei bambini di Eden, che abitavano a Thelasar, una città nel nord della Siria, nei pressi di Göbekli. Infine Eden è una parola che deriva dalla lingua sumera e significa pianura. Göbekli si trova nella pianura di Harran. In base a questi motivi l’archeologo Schmidt considera Göbekli Tepe, il luogo dove era stato eretto un tempio nel paradiso perduto. Göbekli nasconde anche un mistero che potrebbe essere terribile.
Pochi anni fa, gli archeologi rinvennero presso Cayonu un mucchio di teschi umani, trovati sotto una lastra d’altare, tinta con sangue umano.Forse la prima prova di sacrifici umani; cosa che può essere avvenuto anche a Göbekli Tepe dato che, senza motivo o un perché, intorno al 8000 a.C., il sito fu deliberatamente sepolto sotto migliaia di tonnellate di terra, insieme a tutte le sue meravigliose sculture di pietra, creando le colline artificiali sulle quali il pastore curdo camminava nel 1994. Ad oggi sono state riportate alla luce cinquanta pietre, alte da uno a quattro metri, a forma di “T”, disposte in cerchi aventi un diametro da cinque a dieci metri. Intorno panchine scavate nella roccia, terrazze, nicchie e muri di mattoni di fango essiccato.
Indagini geo-magnetiche hanno rilevato altre 250 pietre ancora sepolte e altri quindici complessi monumentali.
I cinquanta pilastri alti tre metri, di un complesso che risulta essere l’opera monumentale più antica e fulcro della vita religiosa della città, portano bassorilievi con sculture che raffigurano piante ed animali; fra i quali gru, scorpioni, cinghiali, leoni, serpenti, anatre, tori e vacche.Per adesso non sono stati ritrovati resti di abitazioni.
Alla stessa profondità delle costruzioni sono stati trovati raschiatoi in pietra e punte di freccia con ossa di animali selvatici, semi e legno carbonizzato; reperti che denunciano un insediamento stabile.
Le oltre 100.000 ossa ritrovate appartengono a animali macellati e cucinati sul posto. Tra essi gazzelle, pecore, cinghiali, cervi rossi e moltissimi uccelli.Secondo gli esperti si può supporre un culto di tipo sciamanico.
Anche per Schmidt l’imponente costruzione eretta da cacciatori del primo Neolitico rappresenta un cosa indecifrabile, come lo è il motivo che ha spinto gli stessi costruttori a ricoprire il tutto erigendo colline artificiali, con un altrettanto imponente lavoro di movimento di terra. Si ipotizza che ciò possa essere avvenuto per la vergogna di aver usato violenza e sparso sangue a causa del culto seguito.
Alcune statue custodite nel museo di Sanliurfa, mostrano l’esuberante raffigurazione della dea Madre; un culto dedicato alla madre terra, che indicherebbero però qualcosa di completamente diverso.
A Göbekli adesso si possono ammirare quattro recinti circolari, delimitati da enormi pilastri in calcare pesanti oltre 10 tonnellate ciascuno, cavati con l’utilizzo di strumenti in pietra.
Secondo il direttore dello scavo le pietre, drizzate in piedi e disposte in circolo, simboleggerebbero assemblee di uomini.
Un’altra pietra a forma di T, lunga nove metri, estratta solo a metà dalla cava, è stata rinvenuta a circa un chilometro dal sito. Presenta una visibile frattura e forse per questo non venne utilizzata.
Lo studio degli strati di detriti accumulati sul fondo del lago di Van, in Anatolia, ha fornito significative informazioni sui cambiamenti climatici del periodo, individuando una consistente crescita della temperatura intorno al 9500 a.C.
Le analisi dei resti di pollini trovati nei sedimenti hanno rivelato che nella regione un tempo vi erano querce, ginepri e mandorli.
Di Göbekli finora è stato riportato alla luce solo il 5%, nonostante i lavori di ben tre team archeologici che vanno avanti senza soste.
Le escavazioni procedono lentamente a causa del clima che registra temperature estive proibitive e intense piogge nel periodo invernale, riducendo a pochi mesi dell’anno il periodo adatto per il proseguimento dei lavori.
Ma non solo Göbekli è incredibilmente antico, anche Sanliurfa lo è forse quanto Göbekli; non sono i soli siti dell’intera regione ad esserlo e, guarda caso, sono luoghi citati nella Genesi. Ad Harran viveva Abramo.
Tom Knox autore del libro “Il segreto della genesi” basato sugli scavi di Göbekli, benché romanzato, scrive che nella regione intorno a Göbekli Tepe, tra i curdi della Turchia meridionale e dell’Iraq settentrionale, è diffuso ancora oggi un gruppo di antiche religioni noto come culto degli angeli.
Gli adepti adorano un dio chiamato Melek Taus. Non a caso nel Museo di Sanliurfa vi sono statue di figure dalle sembianze angeliche.
Speculazioni, leggende; ma non si può negare che fino ad ora è sempre stato ritenuto che 13.000 anni fa l’uomo vivesse all’interno di caverne, dipingendole con scene di caccia, o costruendo al limite qualche rifugio in pietra grezza.
Anche dopo il periodo in cui Göbekli Tepe era al suo massimo splendore e per i circa 1500 anni successivi sembra ci siano pochissime evidenze di edifici anche solo paragonabili a quelli ritrovati nel sito turco.
Per questo si tratta di una scoperta che potrebbe mettere in discussione la linea temporale sull’evoluzione della civiltà umana; potrebbe essere né l’unica, né l’ultima.
È notizia recente che 40.000 anni fa l’Europa fu popolata da individui provenienti dal Kashmir; un’antica specie di Homo Sapiens. Sarebbe la conclusione di uno studio condotto dalla UC Davis Antropologia, presso il Dipartimento degli Stati Uniti d’America, rilevando che il 4% degli esseri umani non di origine africana hanno geni Neanderthal in seguito ad accoppiamenti avvenuti in tempi preistorici tra i due popoli.
Questa notizia ci arriva da Srinagar, un’alta valle del Kasmir piena di templi, uno dei quali conosciuto come “Il tempio degli Ebrei” o “Il tempio del Sole”.
Il più grande della regione, sullo sfondo dell’Himalaia il monte altissimo descritto da Ezechiele. Per maggiori informazioni in merito rimando all’articolo “Marand l’impronta del Signore”.
Per quanto riguarda gli esiti finali non rimane che attendere, anche se da quanto dichiarato da Schmidt, il lavoro di scavo di Göbekli impegnerà più di una generazione di archeologi.

25 Aprile: una festività da abolire!

Scritto da: Carmelo R. Viola
Fonte: http://byebyeunclesam.wordpress.com/2010/04/15/25-aprile-una-festivita-da-abolire/

Che gli americani abbiano liberato l’Italia è una delle barzellette più uggiose e stomachevoli che i nostri rappresentanti (si fa per dire), in combutta con giornalisti-ciabattini, continuano a raccontarci senza vergognarsi del ridicolo, di cui si coprono, confessando se non altro un’immensa ignoranza della storia.
Gli americani si sono sempre mossi solo in funzione di interessi di potenza o di mercato (che è poi un modo diverso di fare potenza). Non hanno mai manifestato alcun proposito di liberare un solo Paese da una dittatura o potere cattivo meno che nei riguardi del mondo comunista, in cui vedono, e non a torto, la propria negazione. Il parametro della tollerabilità di qualunque Stato, nell’ottica degli USA, si chiama solo e semplicemente “USA-compatibilità”. Il che significa, come è evidente, che quanto è compatibile, anzi cònsono, con gli interessi, geopolitici o di mercato, della macchina del mostro industriale-politico-militare nordamericano, non può temere alcun intervento o sanzione anche se all’interno si fa scempio dei diritti civili.
Non è proprio una battuta ad effetto, questa, se si pensa che ancora ci sono paesi in cui si condanna alla lapidazione delle adultere e se nell’Arabia Saudita, paese amico degli USA, si pratica ancora il taglio della mano per i ladri (magari per fame!). Quello della democrazia è un paravento che fa spifferi da tutte le parti. Del resto, “la più grande democrazia del mondo” è una dittatura imperialista con dittatore elettivo legittimata da un giochetto elettorale e rappresentata da un fantoccio di turno al servizio del potere reale di chi lo ha fatto eleggere.
Le continue ciance sui diritti civili trasgrediti in Cina e a Cuba nascondono una realtà tipica, che fa davvero pietà se si pensa che nell’àmbito degli USA non esiste alcuna garanzia circa il diritto al lavoro e meno che mai a quello di conservarlo, se l’assistenza sanitaria è pagata – quando possibile – dagli stessi assistiti attraverso specifiche polizze di assicurazione, se la povertà sta sempre dietro l’angolo e se la criminalità è come una patina che copre l’intero territorio della grande unione di Stati.
Ciò premesso, appare chiaro che gli americani non avevano alcun interesse di liberare l’Italia dalla dittatura fascista tanto da non accorgersi di quella, davvero feroce, di Franco e dell’altra, di Salazar, ambedue nella penisola iberica, ma solo quello di accorrere in aiuto alla complice Inghilterra: a tal fine, non potevano non invadere-occupare l’Italia, il polo più a portata di aggressione dell’asse con Berlino. E non potevano che farlo secondo il costume yankee, cioè massacrandola di bombardamenti non certo per colpire obiettivi militari ma il più spesso a scopo prettamente terroristico, per fiaccare le autorità e le forze in armi attraverso il panico (terrore) dei civili, quando non anche o solo per il piacere sadico dei seminatori di morte. A Tripoli (dove lo scrivente viveva), i fratelli siamesi di Albione, voglio dire i signori inglesi, degni compari dei militari “a teschi e bare” (pardon, a stelle e strisce), venivano a bombardare quasi tutte le notti (e talvolta anche di giorno, colpendo abitati civili e povera gente che non disponeva di un rifugio adeguato. Memorabile è il bombardamento navale britannico del 21 aprile 1941 (Natale di Roma!), durato non meno di quattro ore e causa di danni immani e di innumeri morti, tra i civili s’intende.
La liberazione dell’Italia dal potere mussoliniano fu solo un effetto secondario e, quel ch’è peggio, costituì un pretesto per occupare militarmente il nostro Paese. Era inevitabile che la gente, stressata dalle bombe e dalla fame, vedesse negli occupanti il simbolo della fine di un incubo. Sulla stessa fame le truppe “di liberazione” posero il pretesto del famigerato “Piano Marshall”, una forma di carità pelosa, cioè condizionata dal rispetto, senza limiti di tempo, della sovranità militare degli occupanti, che sarà il diritto dei vincitori e che si chiamerà NATO con quelle implicazioni a catena che conosciamo.
Così conciato il nostro Paese è diventato perfettamente “USA-compatibile”, anzi “USA-servile”, una “riserva coloniale” a tutti gli effetti, con basi militari in crescente proliferazione e fra le più grandi di tutta l’Europa. E’ così che agli interessi nazionali va anteposta la devozione feudale al principe yankee di turno inviando inservienze militari gratuite (a titolo vergognosamente ipocrita di “missioni di pace”) prima in Iraq ed ora in Afghanistan, a dispetto dell’art. 11 della Costituzione, semplicemente ridotto a figura retorica della carta fondamentale di uno Stato sedicente di diritto.
La storia del dopo guerra è una conferma a posteriori della non liberazione dell’Italia se è vero che nei paesi latino-americani i signori yankee continueranno ad abbattere o a creare poteri a seconda della compatibilità o meno con il parametro sopra detto. Un esempio valido per tutti è quello del Cile dove, fatto assassinare Allende, vi instaureranno la tirannia del malvagio cattolicissimo Pinochet.
La classifica, che gli USA han fatto degli Stati prima dell’occupazione, totalmente contro il diritto ordinario e internazionale, dell’Iraq è ben eloquente: è “canaglia” qualunque Stato che non sappia servire gli interessi della Casa Bianca e del Pentagono. L’Iraq, già vittima dell’embargo con moria di bambini per mancanza di alimenti e di farmaci di prima necessità (oltreché per irradiazione radioattiva, strascico dell’aggressione militare di Bush-padre), subirà un’aggressione con un dispiegamento di forze tanto poderoso quanto vile ma non senza l’assenso di un’ONU, ridotta a feudo di fatto della potenza yankee.
Il 25 Aprile è una ricorrenza nazionale ambigua nella misura in cui pretende di ricordare agli italiani una liberazione americana, che non è mai avvenuta e che oggi, più che mai, sa di viscido ossequio ad una potenza selettivamente criminale, semplicemente barbarica, (con buona pace del premio Nobel per la pace Obama!) e che sta mettendo a rischio la sopravvivenza della specie umana. Chi ha il coraggio di proporne l’abolizione senza correre il rischio di essere accusato di apologia di fascismo?