Il Mose è una porcata, se ne sono accorti anche loro

Scritto da : Marco Cedolin
Fonte: http://ilcorrosivo.blogspot.it/2017/10/il-mose-e-una-porcata-se-ne-sono.html

Quando nel 2008 andava in stampa Grandi Opere, con un intero capitolo dedicato alla truffa del Mose, tutti i media mainstream nessuno escluso, cantavano in coro le lodi della nuova opera, magnificandone le proprietà taumaturgiche, pronti a giurare che il “mostro” in costruzione avrebbe salvato la città di Venezia ed altrettanto pronti nel bollare come antimoderna e demagogica qualsiasi critica venisse portata nei confronti del progetto.
Oggi, a nove anni di distanza, La Stampa di Torino pubblica un articolo “Venezia e il suo Mose, storia di un fallimento”, nel quale racconta esattamente le stesse cose che a suo tempo ventilai in Grandi Opere, declinandole ovviamente al presente e non al futuro (come feci io) ed aggiornandole con il rendiconto di una serie di disastri ancora peggiori di quanto la Cassandra che alligna in me fosse stata in grado di vaticinare a suo tempo….
Il “mostro” non ancora completato (dovrebbe esserlo nel 2022) a fronte degli 1.6 miliardi di euro previsti (e dei 4,5 che ventilavo io) è già costato 5,5 miliardi del contribuente italiano e sostanzialmente la struttura versa in rovina, dal momento che per riparare gli elementi già rovinati dalla salsedine e dalle cozze prima ancora che l’opera sia entrata in funzione serviranno come minimo altri 700 milioni di euro, sempre che bastino, dal momento che stando a quanto scrive La Stampa anche buona parte delle strutture non ancora posate in mare si stanno arruginendo a causa della salsedine. Al tutto andranno sommati almeno 105 milioni di costo annuale per la manutenzione, sempre che bastino e la sensazione che emerge leggendo l’articolo è proprio quella che non basteranno.
Anche nel caso che l’opera riesca un giorno ad entrare in funzione, cosa di cui i giornalisti della Stampa dimostrano di dubitare fortemente, a Venezia non salverà un bel niente, dal momento che come scrivevo io allora e scoprono loro oggi, il Mose entrerà (se entrerà) in funzione solamente con le maree eccezionali oltre i 110 cm di altezza e resterà inerte con quelle inferiori che sono le più frequenti e la maggiore causa di danno per i veneziani.
Come se non bastasse intorno all’opera (come sostenevo in Grandi Opere) sulla Stampa viene fatto notare come abbia proliferato un giro di corruzione miliardario “per coprire lavori e opere mal progettati e peggio realizzati”, parte del quale sarebbe già stato svelato dalla magistratura.
E ciliegina sulla torta “secondo una perizia commissionata dal Provveditorato alle Opere Pubbliche di Venezia, braccio operativo del Ministero delle Infrastrutture, il MOSE rischia cedimenti strutturali per la corrosione elettrochimica dell’ambiente marino e per l’uso di acciaio diverso da quelli dei test. Le cerniere che collegano le paratoie mobili alla base in cemento – ce ne sono 156, ognuna pesa 36 tonnellate, un appalto da 250 milioni affidato senza gara al gruppo Mantovani – sono ad altissimo rischio (probabilità dal 66 al 99 per cento) di essere già inutilizzabili.”
Il tutto porta i giornalisti della Stampa (che come i loro colleghi 9 anni fa sostenevano l’opera contro la nostra miopia) ad affermare che il Mose sarebbe una vera e propria “antologia degli orrori”, che “non sempre il gigantismo paga” e che “il MOSE è il simbolo di quel che non si deve fare.”
Peccato che lor signori non abbiano preso coscienza della realtà prima che i miliardi dei contribuenti italiani venissero sperperati e la laguna veneta devastata, quando ancora le marchette in favore del Mose rendevano molti quattrini ed erano funzionali alla costruzione di fulgide carriere giornalistiche.

Ordine dei Medici di Roma: “Nessuna vaccinazione senza il consenso dei genitori”

Fonte: http://www.informasalus.it/it/articoli/nessuna-vaccinazione-consenso-genitori.php

“Nessuna vaccinazione senza il consenso dei genitori”. Così si è espresso il presidente dell’Omceo (Ordine dei Medici di Roma) Roma, Giuseppe Lavra, in merito ad una richiesta di parere da parte di un dirigente medico responsabile di uno dei centri vaccinali territoriali di una Asl della Capitale.

Il medico chiedeva come si dovesse comportare qualora i genitori di un minore si rifiutino di firmare il consenso informato, adducendo come motivazione che essendo obbligati per legge non intendono esprimere il proprio consenso.

Il Presidente dell’Ordine, Giuseppe Lavra, rispondendo all’interessata e a agli altri colleghi, ha precisato che “il principio del consenso informato – nel caso di minori, espresso dai genitori – è un principio cardine per l’espletamento di qualsiasi attivita’ sanitaria”. Infatti, la Corte Costituzionale ha già affermato che “il consenso informato, quale espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico” deve considerarsi “principio fondamentale in materia di tutela alla salute”, trovando “fondamento negli artt.2, 13 e 32 della Costituzione” (Corte Cost. sent. 43/2008).

“Da tutto ciò – si legge ancora della comunicazione dell’OMCeO – deriva che un atto sanitario posto in essere in assenza di consenso può integrare un illecito civile, penale e deontologico”.

“Il D.L. 73/2017 prevede che il genitore che non adempia venga dapprima indirizzato alla ASL competente e poi, in caso di perdurante diniego, condannato al pagamento di una sanzione pecuniaria. In altre parole, nel caso in cui immotivatamente il genitore si rifiuti di sottoporre il proprio figlio a vaccinazione (non portandolo al centro vaccinale o non prestando il proprio consenso, ipotesi queste assimilabili al quesito posto), l’ordinamento non prevede di imporre coattivamente la vaccinazione, bensì di sanzionare il comportamento a livello amministrativo.

In sostanza, l’obbligatorieta’ della vaccinazione non appare come alcuna deroga al principio per cui il medico debba raccoglierne il consenso prima di procedere alla vaccinazione, dopo aver escluso che possano esservi circostanze ostative alla vaccinazione e dopo aver opportunamente informato. Nessuna vaccinazione, pertanto, senza il consenso dei genitori”.

Il picco del petrolio nel 2035? Ma la domanda mondiale è destinata a crescere fino al 2030

Fonte: http://www.greenreport.it/news/energia/picco-del-petrolio-nel-2035-domanda-mondiale-destinata-crescere-al-2030/

Diversi esperti di energia prevedono che la domanda mondiale di benzina raggiungerà il picco entro 13 anni grazie all’impatto delle auto elettriche e dei motori più efficienti, ma nel suo rapporto “The rise and fall of black gold – When will peak oil demand strike?” Wood Mackenzie, prevede che l’adozione di veicoli elettrici possa ridurre in modo significativo la domanda di benzina, in particolare dopo il 2025, quando le vendite di auto a batteria supereranno quelle a combustibili fossili.

Il nuovo rapporto suggerisce che «la domanda globale della benzina è probabile che raggiunga il  picco entro il 2030».

Wood Mackenzie dice che la crisi dei prezzi non ha dato un colpo fatale all’industri petrolifera, ma la prossima crisi potrebbe diventare permanente: «Negli ultimi anni, l’industria petrolifera ha perso mordente, ma ne è venuta fuori a testa alta e guardando al futuro. Ma si trova di fronte a delle perturbazioni; una prospettiva scoraggiante sia per gli acquirenti che per i venditori. Abbiamo già assistito  all’aumento dell’energia rinnovabile che ha determinato un cambiamento nel mercato.  Allora cosa significa tutto questo cambiamento per la domanda del petrolio e il futuro dell’industria?»

Il rapporto prova a rispondere con un’altra domanda: «Veicoli elettrici – solo l’inizio?» e risponde che «Dei  96 milioni di barili di petrolio consumati globalmente ogni giorno, quasi 60 milioni vengono utilizzati nei trasporti. Tuttavia, i progressi tecnologici, sia nell’efficienza dei carburanti, sia nel passaggio a veicoli ibridi e elettrici, sembrano ostacolare la domanda».

Un trend che emerge anche dalle vendite di auto elettriche nei diversi continenti. Secondo gli esperti di Wood Mackenzie, «L’aumento dei veicoli elettrici e delle energie rinnovabili spiega alcuni dei divari crescenti tra il mondo sviluppato e quello emergente. La domanda di petrolio nei Paesi sviluppati ritornerà al declino strutturale entro il 2020, eliminando circa quattro milioni di barili al giorno entro il 2035. Al contrario, le economie in via di sviluppo aumenteranno la loro domanda di petrolio di quasi 16 milioni di barili al giorno entro il 2035». Anche se il picco della domanda di petrolio per i trasporti a livello mondiale dovrebbe essere raggiunto entro il 2030, il rapporto prevede «la crescita continua della domanda complessiva globale del petrolio, sostenuta dal settore petrochimico. Tuttavia, la prospettiva di un picco della domanda di petrolio di picco è molto reale. L’industria deve iniziare a pianificare ora se vuole essere preparata a  ciò che ha di fronte».

Paesi come Regno Unito, Francia, Norvegia, Olanda, Islana e Slovenia hanno detto che vieteranno la vendita delle auto a diesel e benzina entro un periodo che va dal 2025 al 2040 e la Cina, il più grande mercato automobilistico del mondo, è sulla stessa strada e l’India ha annunciato che la seguirà. E’ chiaro che questo avrà un impatto significativo sulla domanda petrolifera.

Alan Gelder, analista senior di Wood Mackenzie, ha detto a The Guardian che le increspature sulla superficie del mercato dei combustibili fossili si faranno sentire  molto prima e che «Le compagnie petrolifere stanno già disinvestendo dalle raffinerie e diminuisce il numero delle stazioni di servizio, Stiamo diventando sempre più efficienti nell’utilizzo della nostra energia. Così, mentre  le economie crescono facciamo sempre meno affidamento sul  petrolio, quindi l’importanza del petrolio nell’economia globale dovrebbe diminuire nel tempo. Per i paesi che si affidano fortemente alle entrate delle imposte sui carburanti, come ad esempio i 28 miliardi di sterline di tasse che arrivano al Regno Unito ogni anno , il crollo della domanda di benzina costituirà una sfida per i governi».

A breve termine, le modifiche normative per gli standard di efficienza dei combustibili imposti negli Usa da Barack Obama sull’esempio di quelli europei e cinesi saranno il maggiore ostacolo alla crescita della domanda di combustibili fossili. Poi l’impatto maggiore dovrebbe venire dalle auto elettriche.

Toyota ha annunciato che testerà automobili elettriche, da mettere in strada in Giappone dal 2020, che  sono dotate di intelligenza artificiale per aiutare le auto  a comprendere meglio i loro guidatori e ad adattarsi. Un progetto  di auto senza guidatore, la Concept i-series, che può anche essere pilotato manualmente. La Toyota ha spiegato che l’intelligenza artificiale valuterà «Le emozioni e il livello di vigilanza leggendo le espressioni, le azioni e il tono di voce del guidatore».

Gelder è convinto che le vendite delle auto elettriche decolleranno dopo il 2025: «Quanto più si va nel futuro, più auto elettriche  ci saranno» e prevede che entro il 2030 i modelli plug-in rappresenteranno il 10% delle vendite di nuove auto, ma «Se le città cominceranno a vietare le automobili con il motore a combustione, questo accelererebbe rapidamente il passaggio ai veicoli elettrici»,

Mentre la benzina raggiungerà il picco prima,  gli analisti prevedono che il picco della  domanda globale di petrolio sarà raggiunto intorno al 2035, dato che la sua crescita è determinata sia dalle politiche di lotta al cambiamento climatico che dalla maturazione delle economie dei Paesi in via di sviluppo.

Alla Wood Mackenzie sottolineano che «Anche se il mercato si preoccupava dell’offerta di approvvigionamento petrolifero, la preoccupazione principale dell’industria è il picco della domanda. La prospettiva di un picco della domanda di petrolio è molto reale» e prevede che il picco della domanda di picco di petrolio sia anticipato di una decina di anni rispetto alla previsione fatta dalla BP per la metà degli anni 2040 e di 5 anni rispetto all’International energy agency che fissa il picco al 2040.

La previsione del picco della Wood Mackenzie  è addirittura più prudente di quello di alcune multinazionali petrolifere come la Shell che pensano che verrà raggiunto nei primi anni 2030  e potenzialmente anche verso la fine degli anni 2020, causa della crescita delle auto elettriche e alimentate da  biocarburanti. La Shell è convinta che l’impatto sulla domanda di petrolio di auto più efficienti nel consumare carburante supererà di gran lunga l’impatto dei veicoli elettrici.

Ma tutto potrebbe essere rallentato (o accelerato) dalla geopolitica impazzita di Donald Trump o dalle eterne guerre mediorientali: a causa degli scontri tra l’esercito irakeno e i peshmerga kurdi nelle aree petrolifere dell’Iraq e delle preoccupazioni per le sanzioni Usa contro l’Iran, il prezzo del petrolio si è assestato su uno dei suoi livelli più alti di quest’anno: 58,24 dollari al barile.

Nel silenzio dei media il sistema Italia sta implodendo. L’ottima versione di Guido Salerno Aletta

Scritto da: Mitt Dolcino
Fonte: https://scenarieconomici.it/il-sistema-italia-sta-implodendo/

Avete notato i media recentemente? Tra fake news ed argomenti quattrostagioni tirati fuori dal cassetto alla bisogna stanno raggiungendo il parossismo dell’indecenza: non si informa più la gente, non si evidenziano più gli argomenti importanti, men che meno i problemi. Si cerca solo di fare una cosa, solo una: tenere calma la gente, non facendole capire che sta andando letteralmente in rovina.

L’ho già spiegato più e più volte, tra crisi (che i media hanno contribuito a rendere più pesante e profonda, non fosse per l’avallo della nefasta austerità) ed interessi delle elites locali, che poi sono gli stessi editori, oggi il gioco è quello di fregare il prossimo. Leggasi, visto che dette elites hanno avuto la possibilità di delocalizzare le proprie aziende, di pagare le tasse all’estero (vedasi FCA, ma non è l’unica), oltre a pagare meno di i dipendenti (Job Act etc.), dopo aver fatto guadagni fenomenali in borsa, alla fine lasciano un buco di gettito. Che deve essere colmato dagli italiani, dalla gente.

Non che tali elites siano contrarie all’austerità, tutto sommato sanno che è nefasta: il punto è che l’austerità da imporre ai periferici è necessaria per tenere in piedi l’euro. E visto che costoro hanno accumulato enormi patrimoni proprio in euro – sostituendoli ad instabili lire -, dunque devono accettare il rigore di Bruxelles e Berlino. Anche se manderà in rovina il paese. Chiaramente, la gara è – come detto prima – a fregare il prossimo, i deboli italiani dovranno pagare per chi conduce la macchina del vapore, anche loro italiani.

Se le entrate tributarie sono salite del 2.6% mentre il PIL è salito meno (1%), allora le tasse sono aumentate…

Questo in sintesi è quanto vi ho spiegato negli ultimi 4 anni, per contingenze personali ho avuto la fortuna di capirlo prima. Ne volete la riprova? Ho fatto una breve analisi di stampa sulle manovre finanziarie dal 2011 in avanti, analisi grossolana, solo i titoli, prendendo anche il 2010 quando il governo Berlusconi iniziò ad essere messo sotto pressione: facendo la somma delle manovre correttive, con quella del 2017 siamo a circa 200 miliardi di maggiori tasse (va notato che la manovra pre-elettorale del 2017 è la più bassa di tutte, ossia la mazzata euroimposta per gli italiani arriverà dopo le elezioni del 2018, in assenza di una sfida aperta all’EU e soprattutto all’euro). O anche, visto che nei primi 8 mesi del 2017 le entrate tributarie sono aumentate del 2.6%, visto che l’economia NON è aumentata del 2.6%, le tasse sono aumentate di conseguenza (diciamo almeno dell’1.6%, ndr). Ad esempio con i metodi statistici che vi ho “svelato” (vedasi LINK) la scorsa settimana quando vi ho spiegato che la tassazione italiana media di circa il 43% (è abbastanza stabile attorno a tale cifra dal 2009, ndr) si riferisce all’economia effettiva più quella sommersa; ovvero, visto che quella sommersa non paga tasse la reale pressione fiscale è drasticamente aumentata dal 2010-11 (l’introduzione dell’economia sommersa nel calcolo del PIL data dal 2014), siamo prossimi al 50%, per le aziende al 65% (LINK). Ed infatti dopo 6 anni di austerità – come da copione – i  salari sono crollati ed i prestiti andati a male esplosi.

LINK: http://www.teleborsa.it/Editoriali/2017/10/16/la-piramide-rovesciata-non-regge-1.html

Un paese così, una vera piramide rovesciata, non può resistere a lungo. Oggi vedo che altri autori, ben referenziati, anche diffusi (strano), rafforzano tale tesi. Ad esempio Salerno Aletta, di Teleborsa.it, rinomato sito di analisi finanziaria. Articolo da leggere assolutamente, per la plastica chiarezza del ragionamento. Non è la prima volta che leggiamo – con estremo interesse – le apprezzate analisi di questo autore.

Quello che purtroppo nessun ancora vi dice sono le conseguenze di cotanto scempio euroimposto: semplicemente la fame, non poter curare i propri vecchi che inevitabilmente moriranno di inedia, penso soprattutto a coloro che perso il lavoro non riusciranno a trovarne un altro. Rivoluzione? Vedremo, se qualcuno finanzierà la rivolta. Certo, le prospettive per l’Italia sono funeree, a maggior ragione se il dollaro si indebolirà e/o le borse crolleranno e/o i tassi saliranno. E se vi aspettate comprensione dai tedeschi, da gente come Schauble, scordatevelo: pensate davvero di ricevere aiuto dai nipoti di coloro che non ebbero pena a mettere gli ebrei nel portacenere ?

A voi la Scelta.

Scoperta la cima di un obelisco della regina egizia Ankhesenpepi II

Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/10/10/scoperta-la-cima-di-un-obelisco-della-regina-egizia-ankhesenpepi-ii/
Fonte: Al Ahram
Ministero delle Antichità egiziano

(Ministry of Antiquities, Egypt)

La parte superiore di un obelisco è stata scoperta in Egitto da una missione archeologica svizzera-francese, nel complesso funerario della regina Ankhesenpepi II (2332-2287 a.C.), all’interno della necropoli di Saqqara.

È il più grande frammento di obelisco dell’Antico regno mai trovato finora. La forma del pyramidion (la cuspide piramidale) indica che in origine fosse ricoperto da lastre di metallo, probabilmente rame o lamine d’oro, così da far brillare l’obelisco alla luce del Sole.

Philippe Collombert (Università di Ginevra), direttore della missione archeologica, ha spiegato che l’obelisco di granito rosso ha una lunghezza di 2,5 metri. «Stimiamo che quando era intatto, l’obelisco fosse alto circa cinque metri».

Inoltre non è stato trovato nella sua posizione originaria: «Le regine della VI dinastia di solito avevano due piccoli obelischi all’ingresso del loro tempio funerario, ma questo è stato trovato un po’ lontano», dice l’archeologo Mostafa Waziri, segretario generale del Concilio Supremo delle Antichità. L’obelisco fu dunque rimosso dall’entrata e trascinato nel luogo dove lo si è scoperto. Probabilmente venne utilizzato in un periodo successivo dagli scalpellini; la maggior parte della necropoli fu infatti utilizzata come cava durante il Nuovo Regno e il Periodo tardo.

Su uno dei lati del pyramidion, un’iscrizione sembra corrispondere all’inizio dei titoli e al nome della regina Ankhesenpepi II. Inoltre, «Probabilmente è la prima regina ad avere i Testi delle piramidi (delle formule rituali egizie) incisi nella sua piramide», spiega Waziri. Prima di Ankhesenpepi II, i cosiddetti Testi delle piramidi venivano scolpiti solo nelle piramidi dei faraoni; dopo di lei, alcune mogli di Pepi II fecero lo stesso.

L’obiettivo principale della missione archeologica, istituita nel 1963 da Jean-Philippe Lauer e Jean Leclant, è studiare i Testi delle piramidi del Vecchio Regno. Dal 1987 la missione scava anche la necropoli delle regine, e quest’anno i lavori si stanno concentrando sul complesso funerario di Ankhesenpepi II, la regina più importante della VI dinastia.

Ankhesenpepi II fu moglie del faraone Pepi I e, quando questi morì, sposò il figlio di sua sorella Anjesenpepi I, cioè suo nipote Merenra I, dal quale ebbe il futuro re Pepi II. Ma quando Merenra I morì, Pepi II aveva circa sei anni, e perciò Ankhesenpepi II divenne reggente, effettiva governatrice del paese, ma non diventò faraone come fece Hatshepsut più tardi. «Questo è probabilmente il motivo per cui la sua piramide è la più grande della necropoli dopo quella del faraone stesso», Waziri.

 

Le navi di Nemi. Rinascita di un museo dimenticato

Scritto da: Arianna Di Cori
Fonte:http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/08/06/news/le_navi_di_nemi_rinascita_di_un_museo_dimenticato-172495761/#gallery-slider=172424536

I sogni di “Europa unita” richiederebbero le relative azioni per realizzarli

Scritto da: Malachia Paperoga
Fonte: http://vocidallestero.it/2017/10/11/i-sogni-di-europa-unita-richiederebbero-le-relative-azioni-per-realizzarli/

Quando un politico tedesco fa una richiesta a un paese come la Cina a nome dell’Europa, normalmente ha secondi fini pro-Germania e pro-suo partito. Lo sa bene Cui Hongjian e lo scrive sul Global Times, evidenziando come siano ridicoli i tentativi di equiparare l’unità di uno Stato sovrano a quella di una struttura sovranazionale frammentata e con tendenze alla disgregazione quale è  l’UE. Come spesso accade, i politici tedeschi pretendono di avere il predominio nella UE senza assumersene le relative responsabilità, anzi tentando di scaricare il fallimento dell’integrazione europea su un “nemico esterno”, in questo caso la Cina. Del resto, non si ricordano precedenti in cui un’unione europea a guida tedesca sia finita particolarmente bene. 

Di Cui Hongjian, 6 settembre 2017

Recentemente, in una riunione settimanale di gabinetto in Francia, il ministro degli esteri tedesco Sigmar Gabriel ha descritto la Cina come una delle cause della declinante influenza dell’Europa e della crescente tendenza alla divisione all’interno dell’UE. Non è raro che i politici in Europa diano la colpa delle contraddizioni interne europee a fattori esterni (“Ma oggi c’è la Ciiiiiina!” NdVdE). Tuttavia, Gabriel ha affermato che Pechino “dovrebbe adottare una politica di ‘Europa unita’ e non tentare di dividerci,” e ha inspiegabilmente paragonato questa politica alla politica di “Cina unita”.

Nel dilemma attuale dell’Europa, è comprensibile che la Germania, che vuole difendere la sua posizione di predominio all’interno dell’UE, non lesini sforzi nell’appellarsi all’unità europea. Dopo tutto, una UE divisa significherebbe che gli enormi dividendi economici e l’influenza politica di cui gode la Germania al centro dell’Europa avrebbero probabilmente fine. Una volta che la divisione europea del lavoro, con la Germania nella parte superiore della catena del valore, dovesse crollare, è difficile immaginare dove finirebbe l’economia tedesca.

Perciò la Germania considera il mercato unico europeo e la sua catena del valore un territorio a suo uso esclusivo, e vigila ossessivamente sullo sviluppo della cooperazione con i paesi extraeuropei. È particolarmente preoccupata per la cooperazione tra la Cina e i 16 paesi dell’Europa centrale e orientale.

Gabriel ha chiesto alla Cina di prendere posizione per un’ “Europa unita”. Ma un’Europa unita è fattibile geograficamente, non in termini di politica ed economia. Già è discutibile che l’UE con i suoi 27 Stati membri possa rappresentare l’Europa, che ha ora quasi 50 tra paesi e regioni.

Ma seguiamo pure la logica di Gabriel nell’equiparare l’UE all’Europa. La Cina dovrebbe forse essere ritenuta responsabile della Brexit e delle tendenze disgregatrici all’interno dell’UE? La ragione principale dietro queste crescenti contraddizioni fra paesi dell’UE è che la Germania ha tentato di tenere la linea “una stessa politica per tutti” in seguito alla crisi del debito europeo, attuando con la forza politiche deflazionistiche che hanno provocato voci di malcontento nei paesi debitori e un allargamento del divario tra il Nord e il Sud Europa. Inoltre applicando unilateralmente una politica di “porte aperte”, spingendo per far approvare il sistema pro-quota  nell’assegnazione degli immigrati in tutta l’UE.

Che si voglia la costruzione di un’Unione Europea forte o perseguire una “Europa unica”, questo deve essere fatto dagli europei per conto proprio. È responsabilità della Germania, dal momento che cerca attivamente di mantenere il dominio sull’UE. Se la Germania elude le proprie responsabilità e si dibatte tra innumerevoli contraddizioni, non potrà candidersi alla leadership dell’Unione Europea, figuriamoci poi guidare l’Europa nella sua interezza.

È irragionevole il paragone di Gabriel di una politica di “Europa unica” con una politica di “Cina unica”. L’unità della Cina è basata su fatti storici e sul consenso politico e riconosciuta dalle organizzazioni internazionali e dai trattati, mentre la politica di “Europa unica” è solo un concetto ambiguo.

Da partner responsabile, la Cina ha sempre rispettato e appoggiato l’integrazione europea e ha sottolineato la coerenza dello sviluppo delle relazioni con l’UE e i suoi Stati membri, cosa che si riflette nelle sue azioni. La profondità e l’ampiezza dei successi della cooperazione della Cina con l’Unione europea è la migliore prova del suo sostegno all’”Europa unica”.

Le parole di Gabriel a proposito della Cina sono solo congetture e riflessioni e non si basano sui fatti. Riflettono l’ansia di alcuni europei e di alcune élite politiche e i loro tentativi di trasferire le contraddizioni che emergono nei problemi interni ed esterni dell’Europa. Considerando specialmente le elezioni tedesche incombenti e le prospettive desolanti (poi puntualmente confermate NdVdE) del partito socialdemocratico di Gabriel, potrebbe esserci un movente politico più complicato dietro le sue parole.

Tuttavia, visti i drammatici cambiamenti nell’attuale situazione internazionale, le relazioni interne all’UE e interne tedesche sono ad un punto critico: non avanzare significa tornare indietro.

Pertanto, le tre parti interessate dovrebbero apprezzare le loro attuali conquiste ed esperienze e fare maggiori sforzi per promuovere relazioni migliori.

L’autore è direttore del Dipartimento degli Studi Europei, dell’Istituto cinese di studi interna

Borse assopite, stanno sottovalutando rischi a volatilità

Scritto da: Daniele Chicca
Fonte:http://www.wallstreetitalia.com/trimestrali-borse-andamento-12-ottobre-2017/

Secondo gli analisti Wall Street e le Borse europee stanno prendendo sotto gamba i rischi associati a un possibile risveglio della volatilità. Gli investitori con le loro azioni dimostrano di non scontare correttamente quanto volatile potrebbe risultare la stagione delle trimestrali che prende oggi il via con i conti fiscali delle big del settore finanziario.  I profitti del terzo trimestre sono solitamente molto variabili e i trader nel mercato delle opzioni – avverte Goldman Sachs in una nota – non stanno affatto prezzando un simile scenario. Il consiglio della banca d’affari per non rischiare cattive sorprese è allora quello di coprirsi da eventuali cali di prezzo di titoli o Borse, comprando simultaneamente una opzione call e una put allo stesso prezzo di esercizio (‘strike‘).

Una simile strategia che premia eventuali sbalzi di prezzo significativi – quindi la volatilità e non quale direzione prenderanno i titoli quotati – stima Goldman Sachs, dovrebbe rivelarsi redditizia specialmente con titoli quali IBM, McDonald’s, Microsoft e Netflix. Secondo le stime a disposizione, le banche Usa dovrebbero registrare incrementi di utili e fatturato, ma si prevede che il metro di paragone difficile con l’anno prima e le attività di trading in netto calo hanno avuto un impatto negativo sui risultati societari. Le Borse sono avvisate: la stagione delle trimestrali di ottobre è tradizionalmente caratterizzata da un elevato nervosismo di mercato, che potrebbe risollevare la volatilità dai minimi record degli ultimi mesi. Questa settimana riportano i conti colossi come JP Morgan Chase, Citigroup, Bank of America e Wells Fargo, mentre prima della fine del mese almeno una decina di blue chip avrà comunicato l’andamento del business nel terzo trimestre.

 

Sesso, la prima volta dipende dai geni

Scritto da: Andrea Piccoli
Fonte: http://www.italiasalute.it/13874/pag2/Sesso-prima-volta-dipende-dai-geni.html

La scelta del momento giusto per la prima volta è influenzata anche dai geni. A sostenerlo sono i ricercatori dell’Università di Cambridge, che hanno pubblicato su Nature Genetics i dettagli di un’analisi sull’argomento.
Oltre ai condizionamenti ambientali, quindi, il primo rapporto sessuale sembra deciso anche dall’attività di 38 specifiche varianti genetiche. I geni in questione influenzerebbero il comportamento sessuale e riproduttivo, soprattutto in riferimento all’inizio della pubertà, all’età del primo rapporto sessuale e a quella del primo concepimento.
Non è ancora chiaro con quali meccanismi queste varianti contribuiscano a determinare i comportamenti sessuali e riproduttivi, ma si tratta in ogni caso di geni legati all’attività del cervello e allo sviluppo neurale.
«Un esempio è una variante genetica di CADM2, un gene che controlla l’attività cerebrale», hanno spiegato i ricercatori. «Questa variante è stata associata a una personalità incline ad assumere rischi, e anche alla precocità sessuale e a un numero maggiore di bambini».
I dati indicano peraltro che l’età media di inizio della pubertà si è abbassata notevolmente nel periodo storico che va dal 1860 al 2010, passando da 16,6 anni a 10,5. Ciò sarebbe legato proprio ad alterazioni specifiche del Dna.

 

E’ IN CORSO UN PROFONDO CAMBIAMENTO GEOPOLITICO NEL MEDIO ORIENTE

Scritto da: Fabio Lugano
Fonte: https://scenarieconomici.it/e-in-corso-un-profondo-cambiamento-geopolitico-nel-medio-oriente/

Prima di tutto sia la Russia sia l’Arabia Saudita sono due grandi produttori di petrolio, quindi entrambi interessati alla stabilizzazione a medio-lungo termine dei prezzi delle materie energetiche. Consideriamo che poi l’Arabia svolge un ruolo essenziale all’interno dell’OPEC , ma che nello stesso tempo è ben cosciente che senza il gigante russo non si può regolare il mercato. Inoltre la Russia, al contrario degli occidentali, è in buoni rapporti anche con tutto il mondo sciita legato all’Iran, all’Iraq ed a Hezbollah in Siria, ma , nello stesso tempo, riesce ad essere in buone relazioni anche con l’Egitto, alleato chiave di Riad, e con la Turchia. La Russia infine è un grande fornitore di sistema d’arma in diretta concorrenza con gli USA, e la recente vendita del sistema S 400 proprio all’Arabia indica la sua volontà di espandersi proprio in quel settore.

Altro grande punto di contatto è la tecnologia del Gas Naturale Liquefatto , LNG, che la Russia possiede ed in cui vorrebbe entrare, con i propri enormi giacimenti , anche l’Arabia, per non parlare della possibilità di Riad e di Mosca di regolare i prezzi sul mercato energetico indipendentemente dagli altri produttori, perfino OPEC.

Insomma una cooperazione con molte sfaccettature che mette in secondo piano i precedenti scontri, anche sul campo, nel teatro siriano.  La monarchia saudita potrebbe anche ottenere un riequilibrio dell’attuale posizione politica nei confronti degli sciiti e magari una mediazione per uscire dall’impasse militare e politica in Yemen e con il Qatar, che stanno levando il sonno ai monarchi arabi. Una posizione di duplice vittoria.

Cosa fa l’occidente ? Semplicemente vede svanire progressivamente la sua influenza nell’area, stretto come da due contraddizioni:

  • prima di tutto il suo peso come mercato energetico sta lentamente calando. Ormai i paesi OECD sono secondari rispetto alla Cina ed ai paesi dell’estremo oriente, anche grazie alla politica energetica di affrancazione dagli idrocarburi ed allo sviluppo dello shale oil e shale gas USA;
  • quindi sia gli USA sia i paesi europei sono sbranati dalle opposizione e dai conflitti interni, con posizioni sempre più radicalizzate e dividendi negli USA, e , nello stesso tempo con un’Europa in piena crisi di identità e di capacità.

Insomma nel mondo si era creato un vuoto di potere che, come tutti i vuoti , è destinato ad  essere riempito. In questo caso dal gigante Russo-Cinese.