Trump, il rischio è di emulare George W. Bush

Scritto da: Mirco Coppola
Fonte: http://www.opinione-pubblica.com/trump-il-rischio-e-di-emulare-george-w-bush/


Come tutto il mondo ormai sa, alle 2.40 ore italiane gli Stati Uniti hanno compiuto un attacco aereo alla base militare Al Sharyat in Siria, ordinato da Donald Trump.

La  base militare, ritenuta responsabile del presunto attacco chimico delle forze di Assad a Khan Sheikhun, cittadina della provincia di Idlib in mano ai ribelli, è stata colpita da 59 missili Tomhawk, che hanno danneggiato seriamente la base siriana e fatto 6 vittime.

Dal Cremlino hanno risposto in tono piccato che l’attacco americano è stato un flop (solo 29 missili a segno secondo i russi) e condannato l’atto. Ma resta la gravità del gesto, che fa emergere la grande voglia degli Usa di mettere il cappello sul fronte siriano che dopo l’ingresso pesante della Russia nella lotta contro l’ISIS si avvia a chiudersi con il completo trionfo di Assad. Magari con qualche accordo sugli assetti politici e etnici, ma salvando l’integrità del paese e il dominio politico del Ba’ath. Almeno queste erano le prospettive fino ad ora…

Anche Trump quindi contraddicendo alle sue stesse parole in campagna elettorale e da presidente eletto, si lancia in una rappresaglia militare che lo mette sulla scia dei suoi predecessori più recenti. Non è dato sapere se a questa azione seguirà un attacco vero e proprio alle postazioni siriane o trattasi di una dimostrazione di forza, per i motivi che spiegheremo fra poco.

Non torneremo sul problema importantissimo dell’informazione manipolata nel mondo contemporaneo. Noi il nostro dovere sulla Siria lo abbiamo già fatto, abbiamo messo a nudo le incongruenze del sistema informativo quando si è costretti ad informare su ciò che accade in quei contesti laddove sono presenti i cosiddetti “canaglia”, quegli Stati che da qualche anno sono chiaramente indicati come nemici dell’Occidente.

Nell’era della post-verità, da quando l’informazione è diventata l’arte di influenzare l’opinione pubblica piuttosto che di analizzare i fatti con metodologia e rigore è diventato completamente inutile ingaggiare battaglie d’opinione anche sui fatti più evidenti. Inutile sciorinare decine di esempi che stanno lì a dimostrare quanto le ricorrenti accuse ai governi degli stati “canaglia” di aver usato a turno armi chimiche, fosse comuni e i più atroci crimini contro l’umanità si siano rivelate nella maggior parte dei casi infondate e mai dimostrate.

Che sia vero o no l’attacco chimico da parte di Assad, l’aggressione missilistica di stanotte è soltanto l’acme di un dietro le quinte che racconta di uno scontro interno agli Usa assai bollente. Donald Trump partito con il populismo anti-establishment della campagna elettorale è stato costretto in poco più di due mesi a fare dietrofront sulla maggior parte dei punti della sua agenda politica. Dalla riforma sanitaria volta a sostituire il costosissimo Obamacare alla riforma fiscale, e sul fronte esterno una quasi immobile politica estera, dove nonostante le premesse iniziali il nuovo presidente ha quasi del tutto rinunciato ad allacciare ogni rapporto con Putin, se non attraverso le solite formalità diplomatiche.

In due mesi nessun passo avanti è stato fatto né sul fronte ucraino, a proposito del quale la diplomazia statunitense ha comunque proseguito sull’onda lunga della precedente amministrazione, cioè con una posizione intransigente sulla Crimea, né tantomeno sulla Siria, dove Trump era partito con il sostenere moderatamente Assad, in quanto nemico del terrorismo islamico, al totale rinnegamento del leader del Ba’ath siriano.

Come era facile prevedere già quando Trump è stato eletto a novembre, nonostante la carica non trascurabile di presidente, sarebbe stato difficile scalfire la solidità degli apparati di sistema, che negli Usa all’indomani della caduta del muro e della fine della Guerra Fredda si sono messi in testa per vari motivi (dall’economico e strategico al filosofico-religioso) di fare degli Stati Uniti il “gendarme del mondo”.

Sin dalla sua candidatura il miliardario di New York ha avuto contro non solo la famiglia Clinton, Obama e i democratici ma una bella fetta del suo partito.

John McCain, noto veterano della Guerra del Vietnam e da sempre vicino a posizioni “guerrafondaie” ha iniziato a temere Trump sin dai suoi primi successi alle primarie repubblicane fino alle recenti dichiarazioni dove lo paragona addirittura a un dittatore. George W. Bush a poche ore dal voto presidenziale ha dichiarato pubblicamente di preferire la Clinton a Trump. Ted Cruz, uno degli esponenti più popolari del Partito Repubblicano ha dato il suo endorsement a Trump solo fine settembre del 2016 quando il tycoon iniziava ad avere qualche chance contro la Clinton, ma gli sgarbi reciproci al Congresso del Partito Repubblicano sono difficili da dimenticare.

Lo stesso Vice-Presidente Mike Pence, ex Governatore dell’Indiana, era partito a sostegno di Ted Cruz, per poi essere indicato da Trump come candidato vice-presidente, probabilmente indicato dal GOP come uomo a tutela del partito: è anche lui uno di quelli che spinge per l’intervento in Medio Oriente. Non ultimo per importanza va citato Marco Rubio, senatore della Florida di origini latino-americane, avversario di Trump alle primarie e fortemente interventista, non ha lesinato critiche al presidente, che ha accusato di avere delle responsabilità per quanto accaduto a Idlib.

Critiche nei confronti di Trump sono piovute dal GOP anche laddove il tycoon avrebbe dovuto giocare in casa, come nel caso del muslim ban, che improvvisamente ha trasformato certi ultraconservatori americani in uomini di larghe vedute su differenze etniche e culturali.

Se è vero che dissapori e contrasti ci sono in tutti i grandi partiti diventa difficile per Trump portare a casa ciò che ha promesso in campagna elettorale date le premesse. Di Trump non si cerca soltanto di ostruirne l’azione politica, ma di provocarne le dimissioni il prima possibile. Nelle ultime settimane il presidente repubblicano ha dovuto rinunciare a ben tre pedine fondamentali, lo stratega e consigliere Bannon, rimosso dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Micheal T. Flynn, fedelissimo di Trump e uomo di quell’apparato militare che vede con simpatia la Russia e la figura di Putin, accusato di aver allacciato rapporti diplomatici prima di essere nominato a capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, e Devin Nunes, capo della Commissione ristretta per l’Intelligence è stato costretto a farsi da parte per quanto riguarda le indagini sull’influenza della Russia sulle elezioni presidenziali del 2016, accusato di essere troppo fazioso a favore di Mosca.

Un attacco bipartisan quello che sta subendo il gruppo guidato da Trump, attaccato dagli uomini legati ad Obama ancora operativi all’interno degli apparati di Stato, il cosiddetto Deep State, che hanno creato ad arte la fuga di notizie legate ai rapporti tra la Russia e il presidente repubblicano, a conferma di quanto non sia sufficiente avere il comando della CIA o dell’FBI, e dai suoi stessi colleghi di partito.

Naturalmente ciò non giustificano le mosse guerrafondaie e unilaterali di Trump e neanche la sua apparente ignavia, ma fanno emergere l’estrema difficoltà difficoltà della classe dirigente statunitense a raccogliere il messaggio che la popolazione ha lanciato con l’elezione del tycoon alla Casa Bianca, che li invitava al cambiamento.

È evidente che gli americani non sono più disposti a sacrificare i propri figli in guerre in giro per il mondo lontane da Washington o da Los Angeles, e che sono costretti a pagare in termini di occupazione e benessere l’aumento in pressione fiscale che un’economia basata sulle guerre e sul dominio finanziario del dollaro può comportare. Non a caso infatti il miliardario di origini tedesche ha conquistato i suoi successi nell’America profonda e nel Midwest, l’America dei settori industriali, messa in ginocchio da Obama e dalla crisi dei subprime.

Ma era difficile pensare che bastasse vincere le presidenziali o le primarie per cambiare una classe dirigente che andrebbe radicalmente sostituita con una generazione diversa, con idee nuove, non inficiate da un’ideologia da post guerra fredda. Il fallimento di Trump sancirebbe il completo fallimento del sistema bipolare statunitense del maggioritario con primarie, che tanto si vorrebbe imitare in Europa, soprattutto in Italia (dove nel frattempo è già fallito). Un sistema che dovrebbe garantire tramite l’alternanza anche un certo pluralismo di idee e di posizioni, che invece costringe chi vuole farne parte di conformarsi a un pensiero unico dominante, in questo momento di marca neocon e globalista.

Era successo qualcosa di simile anche a George W. Bush. Bush jr. nel 2000 aveva idee politiche non dissimili da quelle Trump, aveva fondato i suoi primi mesi di presidenza su un certo isolazionismo, riversando gli sforzi di Washington soprattutto nell’America indio-latina, aveva rifiutato di firmare i protocolli di Kyoto, badando al settore industriale dell’economia Usa e era uscito dal trattato anti-missili balistici, risalente alla Guerra Fredda e dichiarato obsoleto, per costruirsi un proprio sistema.

Fino ai tragici eventi dell’11 settembre 2001 la presidenza Bush poteva essere definita una presidenza molto soft, il Governatore texano era stato a tal proposito criticato per gli eccessivi giorni passati in vacanza da parlamentari e giornalisti. George W. era evidentemente tutt’altro che un falco, ma afferente alla corrente del conservatorismo sociale cattolico-cristiano. L’attentato alla Torri Gemelle tuttavia cambiò radicalmente la politica estera del Presidente Bush con gli interventi prima in Afghanistan e in seguito in Iraq, senza apparenti prove che quegli Stati avessero qualcosa a che fare con il terrorismo o fossero capaci di muovere una qualche guerra agli Usa.

Se dunque le Torri Gemelle servirono da casus belli contro gli ormai scomodi talebani e l’incontrollabile Saddam, i presunti crimini contro l’umanità di Assad potrebbero servire all’establishment per ottenere un cambiamento anche da parte di Donald Trump nei confronti di Putin e dei sui alleati. Come uno scacchista che nonostante lo svantaggio materiale riesce con un piano di gioco migliore del suo avversario, a costringerlo a una serie di mosse forzate in modo tale da riequilibrare o addirittura vincere la partita: Obama ci abituato ad usare tutte le tattiche possibile per sfinire l’avversario e deviare i suoi piani.

Difficile per Trump uscire da questa situazione, ammesso che lo voglia fare. Gli Stati Uniti ormai hanno un’inerzia troppo forte e contraria per essere fermata e invertita senza una strategia forte, ma quest’ultima potrà essere messa in pratica solo a lungo termine, ingaggiando uno scontro con il Deep State molto rischioso e duro. Vedremo se Trump avrà lo spessore per diventare un grande statista o la codardia di un presidente fantoccio come lo è diventato Bush jr.

L’attacco di stanotte, se è vera la notizia circolata in queste ore che il pentagono avrebbe addirittura avvertito Mosca e Damasco dell’attacco, ci fornisce degli indizi sulle intenzioni del tycoon, che sembra che voglia guadagnare tempo in attesa di avere un piano, piuttosto di sferrare un attacco definitivo alla Siria di Assad, consentendo così il tragico trionfo degli islamisti e sconfessando una delle premesse per le quali è stato eletto: porre fine alle politiche scriteriate (e costose) degli Usa in medio oriente.

Per il resto è il buon senso che dovrebbe suggerire che Assad seppure fosse quel personaggio orribile che qualcuno vuole far credere, resta anche cinicamente la migliore soluzione per la Siria. Anche fosse vero l’attacco chimico parliamo di 72 morti a fronte di 7 milioni di sfollati interni, 4 milioni di deportati all’estero e circa 300 mila morti tra combattenti e civili, oltre ai danni “collaterali” causati dall’islamismo che colpisce ormai da due anni l’Europa e l’Occidente. È indubbio che prima del 2011 in Siria erano abbastanza saldi certi equilibri etnici e confessionali (minoranze cristiane presenti da millenni e mai minacciate dal Ba’ath), cosa che di certo i ribelli islamisti non potranno mai garantire, come si è visto già in altri fronti come quello Libico (governo liberale debolissimo, ribelli infiltrati dall’ISIS) o quello egiziano (Fratelli musulmani prendono i gangli del potere, fermati solo da un colpo di stato militare). Non c’è dubbio su quale scenario sia quello migliore sotto il profilo della Sicurezza Internazionale.

 

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