Tutti gli articoli di UtPrincipale

Guerrieri adottati? Una tomba di Alemanni con degli stranieri

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/09/16/guerrieri-adottati-una-tomba-di-alemanni-con-degli-stranieri/

Elmo bizantino trovato nella sepoltura 12 (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Uno studio sulla rivista Science ha scoperto che una tomba di nobili Alemanni, in Germania, era composta da persone di origine sorprendentemente diversa. Dei tredici individui sepolti, solo cinque erano parenti di primo o secondo grado. Addirittura all’interno di una stessa tomba vi erano i corpi di tre persone cresciute in luoghi lontani. Gli scienziati ipotizzano che alcuni di loro potessero essere ostaggi, scambiati da bambini e adottati dalle nuove famiglie.

Guerrieri medievali Alemanni

(Landesamt für Denkmalpflege im RP Stuttgart)

Il cimitero era stato scoperto nel 1962 nei pressi della città di Niederstotzingen. Conteneva i corpi di 10 adulti e 3 bambini, e preziosi oggetti funerari. Ma nonostante decenni di studio, nessuno sapeva come fossero morti o da dove venissero. Ora una nuova analisi del DNA e di altre tracce chimiche rivela che alcuni nacquero qui, mentre altri arrivarono da regioni lontane dell’Europa. «È uno studio convincente», afferma Alexander Mörseburg, antropologo biologico dell’Università di Cambridge (non coinvolto nella ricerca). Ma poiché i morti erano chiaramente nobili, dice, il loro stile di vita potrebbe non essere un buon riferimento per il resto della popolazione locale.

I defunti erano dei guerrieri Alemanni, una confederazione di tribù germaniche. Lontanamente imparentate con i Goti, vissero nell’Europa centrale tra il III e l’VIII secolo d.C. e si scontrarono spesso con l’Impero romano. I preziosi corredi funerari – elmi con rivestimenti in cuoio, spade, fibbie di bronzo e pettini finemente intagliati – hanno permesso la datazione delle tombe allemaniche (le adelsgrablege) all’inizio del VII secolo d.C., tra il 580 e il 630.

Bambini adottati?

Pettini decorati, tagliati dai palchi di cervi (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Il gruppo di ricerca diretto dall’archeologo Niall O’Sullivan (Istituto per lo Studio delle Mummie di Eurac a Bolzano) ha utilizzato i più avanzati metodi di sequenziamento per estrarre il DNA dalle ossa dai 13 individui. Si è scoperto che undici di loro erano maschi, e su otto persone analizzate, cinque erano parenti di primo o secondo grado, ovvero con gli stessi nonni. Dai denti sappiamo che nacquero in Germania, eppure quattro di loro avevano dei corredi funerari di origine franca, longobarda e bizantina. Dunque i membri di una stessa famiglia potevano entrare in contatto con culture diverse. Curiosamente, altre tre persone sepolte in un’unica tomba – di solito riservata a una famiglia – non erano parenti. Uno proveniva dall’Europa settentrionale, orientale o centrale, mentre gli altri due venivano dall’Europa meridionale, forse dal Mediterraneo. E di questi due probabilmente solo uno crebbe nella regione di Niederstotzingen.

Com’è possibile che i guerrieri Alemanni accolsero degli stranieri nelle loro case? Una spiegazione è che fossero ostaggi. «Il folklore dell’epoca racconta di tribù che si scambiano ostaggi bambini, poi cresciuti come figli», spiega O’Sullivan. Forse alcuni di loro furono portati a nord come ostaggi, e cresciuti come guerrieri dalle loro tribù adottive. Potevano tornare ad essere delle pedine durante le trattative tra le tribù. Secondo Mörseburg, l’ipotesi è plausibile ma non si può generalizzare un singolo caso. È anche difficile capire quanto il resto degli Alemanni fossero aperti agli stranieri, dato che la maggior parte di questi individui era di discendenza nobile. Sarebbe interessante, dice, studiare anche il DNA della popolazione comune. Non sono infine chiare le cause dei decessi, visto che i corpi non recano tracce di traumi fatali o malattie. Era stata ipotizzata la peste di Giustiniano, ma i ricercatori non hanno trovato tracce del batterio, lo Yersinia pestis.

Armi e finimenti longobardi nella sepoltura 6 (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Finimenti con ornamenti franchi nella sepoltura 9 (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Solo due sepolture, la 3 e la 12, sono multiple (Science)

 

La Grecia esce dai programmi della Troika in pessime condizioni economiche

Fonte: http://movisol.org/la-grecia-esce-dai-programmi-della-troika-in-pessime-condizioni-economiche/

Grecia, Bandiera, Blu, Bandiera Greca

Con grande fanfara è stato annunciato in agosto che la Grecia è uscita dai programmi di aiuto della Troika. Ma non è stato detto che l’infame programma dell’UE ha lasciato l’economia greca in uno stato di collasso. Il PIL è crollato di un terzo dal 2008, il debito estero supera i 337 miliardi di Euro, contro un PIL di 161,7 miliardi, mentre gli interessi sui debito ammontano a 18,6 miliardi all’anno o il 20% del bilancio nazionale. Inoltre la Grecia continuerà a sottostare alla sorveglianza dei creditori fino al 2060 e in tutto questo tempo dovrà mantenere un surplus primario del 3,5% per ripagare il debito, cosa assurda visto che perfino il Fondo Monetario Internazionale riconosce che il debito diventerà insostenibile molto prima di essere ripagato. In altre parole, il Paese non sarà mai in grado di riprendersi, e ancor meno di crescere. I fatti parlano da soli. Nella classifica Eurostat della ricchezza nazionale, la Grecia è scesa dal 14° posto di dieci anni fa al 24° posto attuale. Nel 2007 il PIL pro capite della Grecia era il 95,1% della media dell’UE, ma nel 2017 era crollato al 69,7%. I prezzi di beni e servizi, invece, erano all’82,2% della media dell’UE tranne che nel cibo e nelle bevande analcoliche, dove erano del 3,3% più alti della media europea.

Se la disoccupazione ufficiale è diminuita dal 28% al 20%, il motivo è semplice. In otto anni, dai 350.000 ai 400.000 greci, in larga parte giovani laureati, hanno lasciato il Paese e non vengono quindi calcolati nelle statistiche ufficiali tra i disoccupati. La disoccupazione reale è al di sopra del 30%, con quasi tutti i nuovi posti di lavoro nel precariato.

Quanto al rapporto tra tasse e PIL, la Grecia è in cima alla lista dell’UE, dal 13° posto del 2008 al 27° di oggi. Nel 2008 le tasse sulla produzione e sulle importazioni erano il 12,6% del PIL, mentre nel 2017 questo dato è schizzato al 17,5%, stando all’ente statistico greco (ELSTAT). L’imposta sul reddito è aumentata dall’8,1% del 2008 al 10,2% del 2017. I contributi per la previdenza sociale sono saliti dal 12,7% del 2008 al 14.6% nel 2017. La situazione della sanità è catastrofica. Stando a una dichiarazione rilasciata il mese scorso dal sindacato dei lavoratori ospedalieri (POEDIN), dal 2010 il numero di dipendenti permanenti negli ospedali è stato ridotto drasticamente di venticinquemila unità, mentre i fondi per gli ospedali sono stati dimezzati tra il 2015 e quest’anno. La metà delle forniture mediche negli ospedali statali ha superato l’aspettativa di vita, mentre nelle isole persiste la carenza acuta di medici. Inoltre, medici e personale qualificato cercano occupazione all’estero. L’unico aspetto positivo dell’economia è il porto del Pireo, che la Cina ha ampliato per farne un collegamento strategico per l’Iniziativa Belt and Road. Sono stati modernizzati non solo il porto per i container e quello per i passeggeri, ma anche gli impianti per la riparazione delle navi, creando nuovi posti di lavoro.

24Bottles, l’alternativa sostenibile alle bottiglie di plastica. Intervista ai fondatori Matteo Melotti e Giovanni Randazzo

Scritto da: Lucia Lenci
Fonte: http://www.green.it/24bottles-lalternativa-sostenibile-alle-bottiglie-plastica-intervista-ai-fondatori-matteo-melotti-giovanni-randazzo/

Secondo le stime, ogni anno più del 30% della plastica prodotta viene dispersa nell’ambiente, impattando gravemente sull’habitat naturale e sulla biodiversità. In questo scenario, il consumo di bottiglie di plastica è in crescita e, numeri alla mano, l’Italia detiene il primato del più alto consumo di acqua in bottiglia, con 208 litri di acqua bevuti. Produrre, trasportare e riciclare le bottiglie di plastica è costoso, sia in termini economici che ambientali. La situazione ha spinto anche la Commissione Europea a ridefinire la direttiva sulle acque potabili, stilando un programma per garantire maggiori informazioni e puntando alla sensibilizzazione dei cittadini. L’obiettivo a lungo termine è ridurre, entro il 2030, i 25 milioni di tonnellate di plastica consumati annualmente nel territorio dell’Unione, fissando al 30% la percentuale del riciclo. Ma com’è possibile risolvere il problema? Ne abbiamo parlato con Matteo Melotti e Giovanni Randazzo, fondatori di 24Bottles, brand italiano di design che contribuisce alla diminuzione del consumo di plastica con una bottiglia alla moda, leggera e sostenibile in acciaio 18/8.

Da dove nasce l’idea di creare 24Bottles?

Ci siamo incontrati lavorando in banca e siamo diventati amici da subito. In uno dei nostri viaggi insieme, abbiamo visitato una meravigliosa baia siciliana il cui paesaggio era stato rovinato da sacchi di immondizia e  rifiuti abbandonati sia lungo i sentieri che sulla spiaggia. Da lì è nato il desiderio di impattare positivamente nella vita delle persone, contribuendo alla risoluzione del problema ambientale che affligge il Pianeta.

L’insoddisfazione sul posto di lavoro ci ha dato la spinta finale per fare il grande passo. Abbiamo iniziato informandoci per capire quale fosse il prodotto ideale che combinasse i nostri obiettivi: eco-sostenibilità, rispetto dell’ambiente e influenzare le abitudini della comunità sociale.

24Bottles

Le bottiglie 24Bottles coniugano la sostenibilità ambientale al design, cosa volete comunicare?

Le bottiglie sono il veicolo attraverso il quale esprimiamo i nostri valori e quelli della nostra community. Da subito abbiamo fatto in modo di coniugare il lato estetico al principio etico, facendo leva sul primo per raggiungere dei risultati in termini di buone abitudini e rispetto dell’ambiente. L’idea della bottiglia riutilizzabile ovviamente non è originale, ma originali sono il design e la qualità dei nostri prodotti. Abbiamo cercato di portare la borraccia fuori dall’immaginario “outdoor”, creando delle bottiglie dal design elegante che si adattassero alle esigenze della vita e allo stile della città. Per questo, per esempio, abbiamo fatto in modo di ridurre al minimo il peso delle bottiglie, in modo che siano davvero comode e facili da portare sempre con sé.

La ricerca dei materiali rende il vostro prodotto unico e ricercato, raccontateci come nascono le bottiglie 24Bottles e il loro impatto sull’ambiente.

I nostri originali design nascono principalmente da lunghi brainstorming in cui ci confrontiamo per cercare di rispondere ad una specifica necessità. L’impatto dei rifiuti plastici, in particolare degli oggetti e imballaggi usa e getta, è grave ed allarmante. Il nostro obiettivo è contribuire a diminuire lo spreco e il consumo di bottiglie di plastica, innescando abitudini responsabili che tengano conto dell’ambiente. Siamo partiti dalla produzione, spesso sottovalutata, che invece ha un ruolo predominante in termini di impatto ambientale. Basti pensare che la produzione di una singola bottiglia di plastica da 500ml genera 80 grammi di CO2 nell’atmosfera. Per questo sulle nostre Urban Bottle si trova il numero -0,08: sta a indicare la CO2 che si evita di disperdere nell’ambiente ogni volta che si riempie la nostra bottiglia.

24Bottles

A questo proposito, in che modo bilanciate l’impatto ambientale dei vostri processi produttivi?

Abbiamo coinvolto un ente certificatore indipendente per valutare l’impatto ambientale dei nostri prodotti. Una volta avuto il risultato in mano abbiamo considerato diverse opzioni per compensare la CO2. Ad oggi ci siamo appoggiati a Treedom, società attraverso la quale abbiamo creato una foresta di 1500 alberi su 5 diversi paesi. Oxygen, questo il nome della nostra foresta, azzera l’impatto ambientale dei nostri prodotti. Inoltre, Treedom coinvolge la comunità locale, creando lavoro nei paesi in cui sono presenti i nostri alberi.  La gestione è infatti affidata ai contadini che ovviamente possono sfruttare e godersi i frutti, veri e propri, del loro lavoro per avviare le proprie attività commerciali dove c’è più bisogno.

In che modo 24Bottles fa la differenza?

A livello pratico cerchiamo di proporre sempre la soluzione più semplice e comoda per risolvere un problema. Le nostre bottiglie in acciaio sono le più leggere sul mercato: tutti possono portarsela dietro senza sentirne il peso. Inoltre, siamo gli unici a proporre prodotti completamente a impatto zero grazie alla compensazione della CO2. E soprattutto, a differenza di altri brand, i nostri design sono originali, studiati e realizzati da noi dalla A alla Z in modo da poter perfezionare i nostri prodotti in qualsiasi momento per venire incontro alle esigenze del nostro pubblico.

24Bottles

Quali sono gli ostacoli principali che un’azienda come la vostra, attenta alla sostenibilità ambientale, incontra?

Entrambi proveniamo da settori lontani dal mondo del design industriale e della moda. Inizialmente non avevamo nessun tipo di conoscenza del settore retail e di cosa significasse fare impresa. Ciò che ci ha consentito di crescere sono state una vision molto limpida e una grande passione. Tuttavia, il vero ostacolo è stato riuscire a entrare nel mercato italiano, essendoci dovuti creare uno nostro spazio da zero. L’Italia è stato infatti un paese ostico da coinvolgere perché, dati alla mano, è da sempre uno dei maggiori consumatori di acqua in bottiglia. Nel nord Europa, ad esempio in Germania, siamo riusciti a farci notare permettendoci di crescere da subito. Oggi abbiamo un ottimo riscontro anche nel nostro paese, grazie alla qualità, al passaparola e alla comunicazione sui social.

Quali sono le vostre prospettive future?

La nostra priorità è diventare sempre più efficienti e specializzati: vogliamo consolidare la nostra esperienza e diventare un punto di riferimento nel mondo per quanto riguarda le bottiglie in acciaio. Attualmente stiamo lavorando a nuove linee di bottiglie, nuovi colori, nuove fantasie e nuovi accessori. Cerchiamo di proporre qualcosa di nuovo almeno ogni 6 mesi in corrispondenza delle stagioni della moda, perché prima di tutto noi ci consideriamo tali. Inoltre a livello di mercato, abbiamo cominciato a distribuire i nostri prodotti in Asia e in Australia. Per il prossimo futuro il grande salto sarà entrare nel competitivo mercato Usa.

Chi ha costruito Stonehenge?

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/09/02/chi-ha-costruito-stonehenge/

Università di Oxford

The Guardian

Nature

La squadra dei ricercatori intorno alla buca di Aubrey 7, dopo gli scavi del 2008 (Adam Stanford, Aerial-Cam Ltd)

Un nuovo studio scientifico ha dimostrato che almeno 10 delle persone sepolte a Stonehenge (Inghilterra) provenivano da un luogo molto particolare. Come le grosse ‘pietre blu’ che compongono il famoso cerchio, anch’essi venivano probabilmente dal Galles occidentale, a 240 km di distanza. Si tratta di un grande successo per la ricerca scientifica, che è riuscita ad analizzare delle fragili ossa carbonizzate di 5.000 anni fa.

La fossa Aubrey 7 (Christie Willis, UCL)

Le buche di Aubrey

Molto è stato detto circa l’origine delle pietre di Stonehenge, le fasi di costruzione e lo scopo religioso o astronomico, ma poco è stato detto sui costruttori e sulle persone sepolte nel sito. Stonehenge è uno dei più grandi cimiteri neolitici della Gran Bretagna. Gli scavi condotti tra il 1919 e il 1926 avevano recuperato i resti scheletrici di fino a 58 individui, all’interno delle cosiddette buche di Aubrey (un anello di 56 buche) e altrove nel sito. Seppelliti nuovamente dal loro scopritore, sono stati dissotterrati nel 2008. Le analisi osteoarcheologiche hanno identificato frammenti di ossa del cranio di almeno 25 individui. L’analisi al radiocarbonio li ha datati tra il 3180-2965 e il 2565-2380 a.C., quindi durante le fasi iniziali della costruzione del monumento. Finora non se ne poteva sapere di più: lo smalto dei denti, solitamente usato per l’analisi degli isotopi, era stato distrutto o alterato dalla cremazione.

(Christie Willis, UCL)

Ossa cristallizzate dal fuoco

La squadra di scienziati diretta da Christophe Snoeck (Vrije Universiteit Brussel) ha scoperto che una parte delle informazioni biologiche sopravvive alle alte temperature della cremazione, anche a 1.000°C. «Da ingegnere chimico innamorato dell’archeologia, questa sembrava la sfida perfetta», ha raccontato Snoeck al Guardian. «La cremazione distrugge davvero tutta la materia organica incluso il DNA, ma la materia inorganica sopravvive. Chiaramente, quando si tratta di elementi chimici leggeri come carbonio e ossigeno, questi sono pesantemente alterati, ma per elementi più pesanti come lo stronzio – circa sette volte più pesante del carbonio – non è stata osservata alcuna alterazione. Al contrario, grazie alle alte temperature raggiunte, la struttura dell’osso viene modificata, rendendolo resistente agli scambi post-mortem con il terreno di sepoltura».

Tre dei resti di cranio studiati (Christie Willis, UCL)

Costruttori dal Galles

I risultati dello studio mostrano che almeno 10 dei 25 individui studiati non vissero vicino a Stonehenge durante l’ultimo decennio della loro vita: probabilmente arrivarono dalla parte occidentale della Gran Bretagna, una regione che include l’ovest del Galles, il luogo di estrazione delle famose ‘pietre blu’ di Stonehenge. E proprio in quel periodo (3100 a.C. circa) Stonehenge passò dall’essere un terrapieno a un cerchio di grosse pietre. «I resti cremati delle enigmatiche buche di Aubrey e la mappatura aggiornata della biosfera suggeriscono che gli abitanti delle montagne Preseli [Galles occidentale] non solo fornirono le pietre blu utilizzate per costruire Stonehenge, ma si trasferirono insieme alle pietre e qui furono sepolti», dice John Pouncett (Università di Oxford), co-autore dello studio, pubblicato il 2 agosto su Nature Scientific Reports.

L’affioramento roccioso di Carn Goedog, il luogo di origine delle pietre blu in Galles. Alcuni dei resti scheletrici trovati a Stonehenge mostrano segnali isotopici di stronzio coerenti con il Galles occidentale (Adam Stanford, Aerial-Cam Ltd)

 

Il Fluoro (Ovvero: come trasformare un rifiuto tossico in un toccasana indispensabile per l’uomo)

Fonte: http://ilporticodipinto.it/content/il-fluoro-ovvero-come-trasformare-un-rifiuto-tossico-un-toccasana-indispensabile-l%E2%80%99uomo

Parecchi anni fa un pediatra mi allungò due tavolette di fluoro per il “bene” di mio figlio; non soltanto erano indispensabili per prevenire la carie, disse (il fatto che non avesse ancora i denti e che avrebbe dovuto cambiare completamente i primi che sarebbero spuntati non intaccò minimamente la sua logica), ma aggiunse che erano vitali anche per le ossa.

Lo guardai in faccia con attenzione e il suo sguardo rispose a qualsiasi tentazione potesse venirmi di intavolare una discussione. Lo ringraziai, uscii e le pasticche volarono nel primo cestino di rifiuti che mi capitò a tiro. Ero certo della sua buona fede ma lo ero altrettanto della sua ignoranza.

Oggi il fluoro si trova nell’acqua potabile, in quella minerale, in tutti i dentifrici più comunemente utilizzati, nelle gomme americane e continua ad essere raccomandato dai pediatri (solo per fare alcuni esempi); è tutt’ora considerato un importante aiuto per la salute di ossa e denti e questa leggenda metropolitana (o fake news, fate voi) persiste nonostante non sia certo un mistero il fatto che fin dalla sua scoperta è stato catalogato come: rifiuto tossico estremamente pericoloso.

Il Dott. Giorgio Petrucci, chimico e insegnante di diritto industriale e sicurezza nei laboratori dell’Università di Firenze, ci aiuta a capire di cosa si tratta:

…Il fluoro è l’ultimo elemento (escludendo i radioattivi e i transuranici) che viene isolato e studiato; la ragione è dovuta alla sua altissima reattività chimica che lo porta a interagire, anche violentemente, con quasi tutti gli altri elementi. E’ un gas giallo verdastro altamente tossico che non esiste in forma libera. Nonostante la sua abbondanza relativa nei composti della crosta terrestre sia maggiore di elementi come rame o piombo, la difficoltà di ottenerlo allo stato puro rende la sintesi dei suoi composti molto costosa…

I sali di fluoro sono molto stabili, spesso poco o affatto solubili e presentano un’altissima fitotossicità per molte specie di piante. Essi possono essere assorbiti dal suolo mediante le radici ma la maggior parte degli inquinanti fluorurati di origine industriale vengono assorbiti per via aerea. In questo caso l’introduzione delle sostanze fluorurate avviene attraverso gli stomi (sistema respiratorio sito sulle foglie)… 1

Sempre Petrucci ci spiega che il primo composto importante del fluoro dal punto di vista industriale è l’acido fluoridrico; una sostanza molto tossica e aggressiva che attacca pure il vetro e deve essere trasportato attraverso contenitori o tubature costruite con materiali adeguati. Questo composto assieme al fluoro sta alla base di tutta una serie di processi industriali.

Il fluoro infatti viene utilizzato nella lavorazione dell’alluminio (prodotto quindi in enormi quantità durante il periodo bellico), è ampiamente utilizzato anche nell’industria nucleare e uno dei suoi impieghi più importanti è stato quello per la produzione della bomba atomica (arricchimento dell’uranio) nel famoso “Progetto Manhattan”. E’ stato inoltre prodotto anche come gas nervino e insetticida (Sarin – Soman. Ibidem)

A questo punto uno potrebbe chiedersi: “Ma allora? Si sa che è tossico?” Certo che si; ad esempio, il fluoro sta nell’elenco dei composti da smaltire per proteggere l’ambiente e la salute umana secondo la legge italiana.2

In uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche americano viene caldamente consigliata una riconsiderazione immediata relativa al rischio-beneficio della supplementazione di fluoro nella dieta umana.3

Nella tabella sottostante si può vedere la tossicità della sostanza dove, ad esempio, LD50 sta per: dose singola considerata letale per il 50% delle cavie (ratto o coniglio) sottoposte a esperimento dopo l’ingestione, LD Uomo è la dose letale per l’uomo e via dicendo. E’ espressa in milligrammi di sostanza per chilo su peso dell’animale. 4

Un’altra considerazione importante che fa notare Petrucci riguarda i valori medi utilizzati negli Stati Uniti per cui un lavoratore può essere esposto per otto ore lavorative al giorno senza che ne ricavi un danno permanente. E’ strano che i valori siano pari a 2,5mg/m³, esattamente identici a quelli inglesi e tedeschi che però sono espressi in valori di dose massima da non superare nemmeno per un secondo.

…Essendo improbabile che i lavoratori statunitensi siano più immuni all’effetto dei fluoruri rispetto a quelli europei, sorge il dubbio che questi parametri siano stati creati ad arte per le esigenze dell’industria americana… 5

Ci sarebbe molto, moltissimo da aggiungere, ma per il momento fermiamoci qui, il quadro è abbastanza inequivocabile. Come si fa allora a trasformare una potente sostanza tossica conosciuta fin dall’800 in una medicina miracolosa? Ci vuole un po’ di magia, una faccia come il culo e una riserva di stronzate gigantesche; insomma servono soldi, tattiche per manipolare l’opinione pubblica e l’istinto di Zio Paperone.

Smaltire il fluoro infatti è tutt’altro che economico ma ciò che rappresenta un costo e una perdita per l’industria, può facilmente trasformarsi in una risorsa e in un’ulteriore guadagno grazie alla parola: “riciclaggio”.

Strane cose iniziano ad accadere… Nel 1931 il dentista Henry Trendley Dean sta indagando su un fenomeno che colpisce popolazioni isolate degli Stati Uniti le cui fonti idriche mostrano un’alta concentrazione di fluoruro. Per la prima volta Dean può verificare i danni dell’acqua sottoposta a fluorizzazione; il dentista infatti rileva tutti i sintomi della fluorosi (intossicazione da fluoro): smalto macchiato, perdita di colore e forte corrosione. Curiosamente però, i dati allarmanti che emergono dalle analisi vengono tralasciati a favore di una teoria accarezzata da Dean: dato che gli abitanti sembrano non avere carie, è possibile che riducendo la quantità di fluoro nelle acque si possa giovare alla salute dentale. Il fatto che il dentista fosse alle dipendenze del ministero del tesoro che aveva come segretario Andrew Mellon, tra i fondatori e principali azionisti della “Alcoa” (alluminium company of America) non fa storcere il naso a nessuno.

Nel 1939 è la volta del biochimico Gerald Judy Cox che dopo aver somministrato fluoro ai topi, arriva alla conclusione che il fluoro può diminuire la carie arrivando al punto di suggerire la fluorizzazione delle acque come misura preventiva di sanità pubblica. Il fatto che il biochimico stesse lavorando per il “Mellon Institute”, il laboratorio di ricerca della “Alcoa”, ancora una volta non interessò a nessuno.

Arriviamo così alla seconda guerra mondiale, dove entra in campo l’industria militare e il progetto Manhattan; nelle industrie di fluoruri i vetri sono incrinati dai vapori di fluoro; tra i lavoratori si riscontrano lesioni cutanee, la perdita di tutti i denti e altre patologie. Tutte queste realtà sono raccontate da documenti all’epoca classificati segreti e declassificati di recente. Un completo resoconto con estese fonti bibliografiche può essere rintracciato nel libro di Lorenzo Acerra: Fluoro, pericolo per i denti, veleno per l’organismo.6

Davanti alla prospettiva di vedersi piovere addosso e da ogni parte denunce per intossicazione di fluoruro che avrebbero potuto mettere in pericolo la segretezza del progetto Manhattan, le autorità militari fanno quello che gli riesce meglio: insabbiano tutta la faccenda.

Iniziano così a spuntare medici e ricercatori che asseriscono che il fluoro in piccole dosi fa bene alla salute.

In questo articolo7 leggiamo: “Uno degli esempi più eclatanti della manipolazione dei dati è la pubblicazione di uno studio sugli effetti del fluoruro apparsa sul “Journal of the American Dental Association8, datato Agosto 1948; in questo che è considerato uno degli “articoli chiave” nella storia della fluorizzazione dell’acqua, Peter P. Dale e H. B. McCauley, entrambi coinvolti nel “Progetto Manhattan”, evidenziano come gli operai che prestano servizio presso le fabbriche in cui viene prodotto fluoruro destinato alla realizzazione di armi nucleari, hanno meno carie rispetto ai loro colleghi che lavorano in fabbriche che nulla hanno a che fare con il fluoruro. Lo studio si basa su dati reali, ma ciò che Peter P. Dale e H. B. McCauley omettono di dire è che, la maggior parte degli operai presi in considerazione, non ha più denti, evento che, di per sé, fra crollare drasticamente la possibilità di avere delle carie.”

Inizia quindi una vera e propria campagna pubblicitaria a favore della fluorizzazione delle acque e soltanto molti anni dopo si scoprirà che per dirigere l’opera di manipolazione fu ingaggiato, fin dal 1930, niente meno che il padre della persuasione: Edward Bernays che lavorava in quegli anni proprio per l’Alcoa.9

Per chi ancora non lo conoscesse, può farsi un’idea del personaggio da questo articolo:10

Bernays promosse la fluorizzazione dell’acqua, consultando la strategia per l’Istituto Nazionale di Ricerca Dentale.”Vendere il fluoruro era un gioco da ragazzi”, spiegò Bernays [in un’intervista del 1993]. Il mago delle relazioni pubbliche comprese che i cittadini avevano una fiducia spesso inconscia nell’autorità medica. «Puoi praticamente far accettare qualsiasi idea», disse Bernays ridacchiando. “Se i medici sono favorevoli, il pubblico è disposto ad accettarlo, perché un medico è un’autorità per la maggior parte delle persone, indipendentemente da quanto lui sappia o non sappia … Per la legge della media, di solito è possibile trovare un individuo in qualsiasi campo che sarà disposto ad accettare nuove idee, e le nuove idee si infiltreranno poi nelle altre persone che non l’hanno accettata “.11

Per concludere, quali sono i danni collegati e gli effetti collaterali legati al fluoro?

Fluorosi ossea, osteoporosi ed artrite
Disfunzioni della tiroide
Danni ai reni
Effetti negativi sulle funzioni cerebrali
Cancro

Maggiori approfondimenti sugli studi degli effetti collaterali li trovate nei libri citati.

La considerazione inquietante che emerge da questa storia è che nonostante tutta la voluminosa documentazione scientifica in materia comprese le prove sugli studi manipolati, le leggi, la letteratura etc. sia di dominio pubblico, resiste ancora, a distanza di anni, la leggenda metropolitana dell’innocuo fluoro che fa bene ai denti e alle ossa.

Questo è forse il segnale più importante del potere della propaganda nel manipolare il cervello della gente trasformando una palese falsità in una verità durevole nel tempo e profondamente radicata nell’opinione comune.

Buon dentifricio a tutti.

L’orango di Tapanuli minacciato da diga cinese

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/biodiversity/4406-l-orango-di-tapanuli-minacciato-da-diga-cinese.html

L’Orango di Tapanuli, una specie identificata solo nel 2017, è già in pericolo di estinzione. Si contano solo 800 esemplari nella foresta di Sumatra. La costruzione di una diga idroelettrica distruggerà il loro habitat. Dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere gli ultimi Oranghi di Tapanuli rimasti.

Solo pochi mesi fa, nel novembre 2017, la comunità scientifica ha scopertoche l’Orango in questione era una specie a sé stante e non una sottospecie dell’orango orango di Sumatra. Gli diedero il nome di Orango di Tapanuli (Pongo tapanuliensis). Le analisi del genoma hanno dimostrato che l’Orango di Tapanuli si separava dalla linea degli oranghi del Borneo. È la specie più rara di orango identificata fino ad oggi.

La scoperta mostra quanto poco sappiamo dei nostri parenti più stretti e quanto lacunosa la nostra conoscenza sulla biodiversità. L’essere umano distrugge più velocemente di quanto riesca ad osservare e descrivere. Questo potrebbe accadere all’Orango di Tapanuli se venisse costruita nel loro habitat una diga per alimentare una centrale idroelettrica.

Nella foresta a sud del lago Toba, vivono gli ultimi esemplari della specie, circa 800. Nella foresta di Batang Toru, la compagnia statale cinese Sinohydro ha in programma di costruire una centrale idroelettrica da 510 Mw. La comunità scientifica non valida il progetto che distruggerebbe, inondando, una parte dell’habitat degli Oranghi di Tapanuli: questo potrebbe significare la fine della rara specie di primati.

Una parte della foresta di Batang Toru è protetta, sebbene non esistano altre aree di valore ecologico, in cui il numero di oranghi sia particolarmente alto. La diga isolerebbe anche alcune popolazioni di oranghi gli uni dagli altri.

Rainforest Rescue invita a firmare una petizione per fermare la  costruzione della diga idroelettrica .

Atlantide distrutta dall’atomica 10.000 anni fa? Documenti tibetani aprono a teorie ai limiti della fantascienza

Fonte: http://www.befan.it/atlantide-distrutta-dallatomica-10-000-anni-fa-documenti-tibetani-aprono-a-teorie-ai-limiti-della-fantascienza/

Atlantide distrutta dall’atomica 10.000 anni fa? Documenti tibetani aprono a teorie ai limiti della fantascienza

Diversi anni fa in Tibet, per la precisione a Lhasa, furono ritrovati dei documenti in sanscrito che i Cinesi inviarono all’Università di Chandrigarh affinché venissero tradotti.

Il contenuto di quei documenti ha stupito il professor Ruth Reyna, che si è occupato della traduzione:sarebbero state riportate, infatti, le istruzioni per costruire delle astronavi interstellari. Queste macchine erano chiamate “Astra” e secondo l’esperto che le vagliò potrebbero essere state utilizzate da civiltà antiche per inviare in altri pianeti gruppi di uomini.
Inizialmente sottovalutati, questi documenti sono stati presi in maggior considerazione dopo l’annuncio da parte della Cina di volersi servire dei dati che sono lì riportati per compiere ricerche all’interno del proprio programma spaziale. Si tratta del primo caso in assoluto in cui un Governo asiatico ha ammesso di compiere delle ricerche per vincere la forza di gravità.
I manoscritti descrivono astronavi interstellari ma non fanno riferimenti a viaggi nello spazio, anche se uno dei testi epici indiani, il “Ramayana“, narra di un viaggio sulla Luna a bordo proprio di una di queste fantomatiche astronavi e  di come, nel corso di quella starordinaria spedizione,avvenne una battaglia con un veicolo di Atlantide, denominato “Asvin“.

Le origini della tecnologia in grado di sfidare la gravità con la quale erano costruite queste astronavi risalgono però a molti anni prima, all’incirca 15 mila anni fa; fra Pakistan e India settentrionale si sviluppò la civiltà di Rama (che diede vita a città estremamente sofisticate) e accanto ad essa pare si trovasse Atlantide. Secondo quanto riportato su alcuni antichi testi indiani, il popolo di Rama si muoveva utilizzando macchine volanti, chiamate “Vimana“. Stando alle descrizioni dei testi, tali Vimana somigliavano in tutto e per tutto a dei dischi volanti come li concepiamo noi oggi e venivano utilizzati dagli antichi Indiani per compiere i loro viaggi, sfruttando un sistema di propulsione a base di mercurio.
Da ciò che emerge sulla base di tali incredibili ricostruzioni, la civiltà atlantidea  era ancora più avanzata a livello tecnologico rispetto agli indiani di Rama ed inoltre aveva un’indole più “guerriera”. Pure il popolo di Atlantide disponeva di macchine volanti, chiamate “Vahilixi“, ma non si hanno documentazioni precise come per i Vimana a riguardo di questi apparecchi. Da quel poco che è stato possibile comprendere, i Vahilixi avrebbero avuto la forma di sigari ed erano in grado di muoversi addirittura sott’acqua; ne esistevano però anche a forma di disco, e pure questa tipologia era capace di muoversi nell’acqua.
Fra la civiltà di Rama e quella di Atlantide ebbe luogo, secondo quanto si evince da altri testi antichi, una guerra terribile, in un arco temporale compreso fra 10 mila e 12 mila anni fa. Durante questo conflitto vennero impiegate  vere e proprie armi di distruzione di massa, nello specifico ordigni atomici, e nei testi vengono descritti nel dettaglio gli effetti radioattivi di tali ordigni sulle popolazioni. Alcuni scavi risalenti al secolo scorso compiuti nella città di Mohenjodaro Rishi portarono alla luce degli scheletri con un tasso di radioattività estremamente elevato, i quali parrebbero confermare quanto raccontato in quei testi dell’antichità. I resti erano radioattivi quanto quelli che vennero rinvenuti a Nagasaki e Hiroshima dopo l’esplosione delle due bombe atomiche che sconvolsero e distrussero le cittadine nipponiche.
Tali esplosioni furono in grado di vetrificare fortificazioni fatte di pietra e alcune di queste mura vetrificate, ameno secondo i sostenitori di queste ardite teorie,  ancora oggi si possono trovare in diverse zone del Pianeta, dalla Francia all’India, passando per Turchia, Irlanda e Scozia.

È lecito, dunque, pensare che Atlantide possa essere stata distrutta da un conflitto atomico? In tanti ne sono convinti e il risultato di quella guerra tecnologicamente molto avanzata fu quello di far collassare il mondo e l’umanità intera, portandola nell’età della pietra e posticipando l’inizio della storia moderna di alcuni millenni. Non tutte le conoscenze di quelle civiltà, però, sarebbero andate perdute; trattandosi di “invenzioni” formidabili per gli uomini delle epoche successive, viene quasi automatico pensare che siano state custodite con cura da gruppi di esseri umani “illuminati”, riuniti in delle società segrete nate proprio con lo scopo di proteggere tali scoperte.
Perciò in tanti sono convinti che alcuni di quei dischi volanti costruiti all’epoca delle civiltà di Atlantide e Rama siano giunti fino a noi e vengano custoditi all’interno di grotte avvolte nella massima segretezza situate in Tibet e in diverse zone dell’Asia centrale.
In attesa di prove più tangibili, teorie che non possono che affascinare.

La Grande Piramide è un collettore elettromagnetico

Fonte: https://www.nibiru2012.it/grande-piramide-collettore-elettromagnetico/

http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/energia/2018/08/01/grande-piramide-i-fisici-scoprono-il-segreto-della-sua-energia-_172052f1-4547-47cf-8faf-78b79ec92c47.html

La scoperta effettuata da un team di ricercatori russi e tedeschi. Grazie a questa ricerca potremo creare celle solari più efficaci, rimane un “mistero” il reale scopo della Grande Piramide di Giza.

Sembra che pian piano emerga la verità sui grandi megaliti che le civiltà antiche ci hanno lasciato in eredità. Da più di 30 anni ricercatori coraggiosi cercano di fare luce sul reale utilizzo e scopo della Grande Piramide di Giza e finalmente si comincia a dar loro ragione.

Sui giornali in questi giorni è apparsa la notizia che il megalito più famoso al mondo sia in realtà un collettore elettromagnetico. Ancora si parla di tomba e questo “mito” continua a perdurare. Sempre più però possiamo dire, grazie a ricerche scientifiche, che le piramidi non furono costruite per utilizzarle come tombe ma c’è MOLTO altro.

Vediamo la notizia da fonte Ansa:

Le celle solari del futuro si ispirano alla Piramide di Cheope: al di là delle leggende, la piramide di Giza è stata studiata con i metodi della fisica ed è emerso che riesce a concentrare l’energia elettromagnetica, e precisamente le onde radio, sia nelle camere interne sia nella base. Si potrebbero così progettare nanoparticelle ispirate alla struttura di questo edificio che siano in grado di riprodurre un effetto analogo nel campo dell’ottica, da utilizzare per ottenere celle solari più efficienti. Lo indica la ricerca pubblicata sul Journal of Applied Physics e condotta dai fisici della Itmo University a San Pietroburgo e del tedesco Laser Zentrum di Hannover.

Per Tullio Scopigno, fisico dell’Università Sapienza di Roma, l’applicazione prospettata dai ricercatori è interessante “ma questo studio va preso con cautela, in quanto basato su modelli matematici non ancora supportati da evidenze sperimentali”. I ricercatori hanno condotto lo studio perché interessati alla struttura della della tomba del faraone Cheope dal punto di vista fisico. In particolare hanno voluto vedere come le onde radio si distribuiscono nella sua complessa struttura.

Per farlo hanno ipotizzato che non ci siano cavità sconosciute e che il materiale calcareo da costruzione sia uniformemente distribuito. Sulla base di queste ipotesi è stata messa a punto una simulazione matematica e si è visto che la Grande Piramide può concentrare le onde radio nelle sue camere interne e sotto la base, un po’ come una parabola.

piramide cheope misteri

Questo avviene, rileva Scopigno, perché “la lunghezza d’onda delle onde radio, compresa 200 e 600 metri, è in un certo rapporto rispetto alle dimensioni della piramide”. Questo significa che per avere lo stesso effetto con altri tipi di radiazioni che hanno lunghezze d’onda diverse, come la luce, sono necessarie strutture di dimensioni diverse, precisamente occorrono dispositivi in miniatura. Ecco perché i ricercatori prevedono di progettare nanoparticelle, ossia delle dimensioni di qualche milionesimo di millimetro, e a forma di piramide, in grado di riprodurre effetti simili nel campo ottico, da usare nelle celle solari.

Dal passato una tecnologia per il futuro

Già questa è una cosa strabiliante e fuori da ogni logica: un monumento antico da sempre considerato una tomba che diviene fonte di ispirazione per progetti hi-tech. Come potete leggere nell’articolo nessuno si chiede come mai gli Egizi avessero bisogno di un collettore elettromagnetico. Buio assoluto ma un tassello in più per scardinare il concetto di storia come l’abbiamo sempre studiata. Siamo fermamente convinti che andrebbe riscritta e queste scoperte aiuteranno questo processo!

Repubblica Centrafricana: i taglialegna che difendono la foresta

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/blog/6-news-ita/good-news/4404-repubblica-centrafricana-quei-taglialegna-che-difendono-la-foresta.html

Narcisse Makiandavo ha abbattuto centinaia di alberi, tutti illegalmente: li bruciava per produrre carbonella da vendere nella capitale Bangui. Oggi lui e i suoi colleghi sono divenuti attivi difensori dell’ambiente. “Abbiamo deciso di farla finita con la deforestazione. Ci siamo resi conto che stava spazzando via intere foreste native distruggendo l’ambiente di molte specie selvatiche”, spiega Makiandavo, che ora dirige un’associazione di ex taglialegna illegali. La sua associazione conta oltre 80 membri, tutti ex taglialegna che ora si battano per l’ambiente.
Dal 2014, il WWF sostiene associazioni locali e comunità indigene nella lotta alla deforestazione illegale. Tra esse, sono Initiatives pour la Démocratie et le Développement Durable (I3D), Jeunesse pour la Protection de l’Environnement en Centrafrique (JPEC) e Action Verte. Queste ONG hanno aiutato le comunità locali e indigene a organizzare i Comitati di governance delle foreste del villaggio (CVGF).

“Abbiamo insegnato ai membri dei comitati le tecniche di monitoraggio della foresta”, spiega Basile Imandjia, di Action Verte. “Li abbiamo anche aiutati ad organizzarsi in associazioni e ora sono impegnati in attività legali e si prendono cura delle loro famiglie proteggendo la foresta”.

I difensori dell’ambiente, ora affiliati alle associazioni, desiderano impegnarsi in attività legali per fonti di reddito alternative. “Vogliamo vivere una vita migliore contribuendo alla lotta contro la distruzione della foresta, che ha gravi conseguenze per la vita degli agricoltori centrafricani”, spiega Narcisse Makiandavo, un ex taglialegna ora attivo protettore della foresta.

Le associazioni locali, sostenute dal WWF, hanno aiutato oltre 80 taglialegna illegali a sviluppare nuove attività in grado di creare reddito proteggendo la foresta. Tra esse il rimboschimento e la coltivazione di teak o altri alberi come il Sapelli, Essesang, Ayous, Fraké, che producono legno ma forniscono anche servizi forestali (medicine, miele ecc).

Le aree di rimboschimento garantiranno una quantità sufficiente di legname, legna da ardere e carbonella. In questo modo il valore del legname prodotto aumenta mentre le foreste restano in piedi.