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Il vero petrolio? Sono i dati

Scritto da: Francesco Suman
Fonte: http://www.unipd.it/ilbo/vero-petrolio-sono-dati

I dati sono il petrolio del XXI secolo, letteralmente. Se fino a pochi anni fa le più grandi al mondo, in termini di capitalizzazione, erano compagnie come Exxon Mobil e General Electric, oggi queste sono state scalzate dai giganti dell’Information Technology (IT) come Google (Alphabet), Facebook, Apple, Amazon, Microsoft, che superano i 500 miliardi di dollari  di capitale a testa, e continuano a crescere.

Il data scientist, con le sue capacità di analizzare e interpretare dati, diventa quindi una figura professionale sempre più centrale e richiesta sul mercato. Sempre più aziende infatti, oggi, ritengono di potere acquisire vantaggi competitivi da analisi e elaborazione dati.

A parlarne agli studenti del nuovo corso di laurea magistrale “Physics of Data”, che si propone di preparare una nuova generazione di fisici con conoscenze avanzate nel campo della fisica e una formazione di alto livello nell’ambito di big data e data science, è stato Davide Del Vecchio, Data Solution Architect alla Microsoft, nel corso di un incontro organizzato dal dipartimento di Fisica e Astronomia dell’università di Padova.

“La data science è la pratica di estrarre informazioni dal mondo reale per creare valore aziendale” secondo Davide Del Vecchio, “grazie all’uso di dati, algoritmi e sistemi si possono operare migliori decisioni e azioni nella società”.

La prima data scientist è stata una donna, Florence Nightingale (1820-1910), un’infermiera britannica che applicando il metodo scientifico dimostrò l’importanza dell’igiene negli ospedali correlandola a un ridotto tasso di mortalità. Grazie al suo pionieristico lavoro nel 1859 divenne la prima donna membro della Royal Statistical Society e nel 1874 membro onorario della American Statistical Association.

È stato però Enrico Fermi nel 1955, riporta Del Vecchio, a introdurre l’idea che i computer possono essere usati per testare ipotesi fisiche, con gli esperimenti numerici (o simulazioni al computer) sviluppati con Pasta, Ulam e Tsingou, qualcosa di “non molto diverso da quello che si fa oggi con il deep learning o con la teoria dei grafi”.

Il deep learning altro non è che un metodo per fare predizioni. A partire da dati demografici, ad esempio, si può arrivare a predire con un buon grado di approssimazione l’orientamento politico di un soggetto; partendo da età, salario, livello di istruzione e sesso è possibile predire se un soggetto sarà più probabilmente repubblicano o democratico.

“Il data scientist deve avere a che fare con uno strano vocabolario, perché mette nel modello una serie di parametri eterogenei, differenti linguaggi provenienti da discipline diverse, ma tenuti insieme”.

Oggi disponiamo di un’infinità di dispositivi che raccolgono dati, dai sensori meteorologici a quelli che monitorano i flussi del traffico automobilistico, dai dati delle transazioni bancarie ai like e alle interazioni nei social network. Tutto, in linea di principio, può venire registrato. Freud potrebbe dire che la nostra società ha un problema con l’accumulazione seriale, sintomo di uno sviluppo inceppatosi alla seconda delle sue celebri fasi psicosessuali. Ma tant’è, il data scientist è la figura che a partire dal dato grezzo effettua l’analisi, lo ripulisce dal “rumore”, e ne estrae la pepita d’oro (in inglese questa operazione si chiama proprio mining), ovvero l’informazione utile, il pattern, il significato statistico potremmo dire (sempre che ci sia).

Chiaramente da questa bulimia di dati può derivare anche un eccessivo controllo, violazioni della privacy, o più gravemente ancora interferenze con la libera formazione di preferenze e opinioni. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” risponde Del Vecchio citando Spiderman.

Tra i riconoscimenti ottenuti per il suo lavoro Davide Del Vecchio cita il premio innovazione s@alute ottenuto per il progetto Khare (Kinect hololens assisted rehabilitation experience) sviluppato per Inail e finalizzato a migliorare l’esperienza riabilitativa degli infortunati e a ottimizzare il lavoro di medici e fisioterapisti. “Si tratta di una una piattaforma tecnologica che attraverso un normale computer e un sistema di rilevamento e tracciatura dei movimenti (Kinect) aiuta il medico e il fisioterapista a controllare e valutare l’esercizio svolto dal paziente”.

Firenze, la culla del Rinascimento

Scritto da: Fabio Forlano
Fonte:http://www.panoramitalia.com/it/travel/article/firenze-la-culla-del-rinascimento/1955/

Capitale dell’arte dal XV secolo, la città custodisce i tesori di grandi maestri come Botticelli, Michelangelo e Brunelleschi

Come tutto è iniziato

Convenzionalmente, gli storici fanno coincidere la fine del Medioevo con la scoperta dell’America (1492) da parte di Cristoforo Colombo. In realtà il cambiamento nel mondo occidentale era in atto già da qualche decennio, tra la fine dell’Impero bizantino e il divampare della riforma protestante. In tutto questo, Firenze viveva un periodo di lenta crescita, governata dalle famiglie borghesi della città. Le uniche minacce alla pace dei fiorentini arrivavano dalle mire espansionistiche dei Visconti, signori di Milano. La svolta avvenne con la presa del potere da parte della famiglia de’ Medici. Prima Cosimo e poi Lorenzo, detto il Magnifico, garantirono un periodo di pace e prosperità, finanziando l’opera di artisti e pensatori tra i più grandi della storia.

L’uomo al centro del mondo

Il Rinascimento affonda le proprie radici nel superamento dell’ideologia medievale. Al centro di ogni discorso venne posto l’uomo, soggetto capace di autodeterminarsi e dominare la natura con la propria volontà. La ricerca del piacere e della felicità non sembravano più essere un peccato. Così come il confronto e l’impegno sociale furono intesi quali percorsi obbligati verso il miglioramento della condizione umana.

Chiese e palazzi

L’impronta che il periodo rinascimentale ha lasciato su Firenze si nota soprattutto in ambito architettonico. Una passeggiata tra le chiese e i palazzi più belli della città mostra chiari i segni dello stile quattrocentesco, quando la riscoperta dell’armonia e delle forme geometriche di stampo romano chiusero definitivamente l’esperienza gotica. Il primo grande architetto del nuovo corso fu Filippo Brunelleschi, che già nella Cupola del Duomo aveva anticipato alcuni elementi del cambiamento.

Tuttavia è con lo Spedale degli Innocenti, e poi con le basiliche di San Lorenzo e Santo Spirito, che il Brunelleschi raggiunse il momento più compiuto dell’architettura rinascimentale fiorentina. Altre testimonianze importanti dell’epoca sono le facciate di Palazzo Ruccellai e di Santa Maria Novella, di Leon Battista Alberti, e Palazzo Medici Riccardi, di Michelozzo.

I grandi mecenate

Molta della produzione artistica del ‘400 fiorentino si deve alle commissioni dei grandi mecenate presenti in città: su tutti quelli della famiglia de’ Medici. Quando Cosimo tornò dall’esilio nel 1434 manifestò subito un gusto spiccato per il raffinato: per lui Donatello realizzò il David, sua opera più celebre che oggi è conservata nel Museo Nazionale del Bargello.

La stessa propensione ha accompagnato il governo di Piero e Lorenzo de’ Medici. Negli anni ‘70 del XV secolo in città si contavano decine di botteghe e laboratori. E Lorenzo, come a voler ripercorrere il mito di Atene, cercò di diffondere l’arte fiorentina in tutta Italia inviando i suoi migliori artisti nelle corti più ricche della Penisola. Il pittore simbolo del periodo laurenziano è Sandro Botticelli, capace di rendere gli ideali classici di armonia e bellezza in capolavori come la Primavera e la Nascita della Venere, entrambi custoditi presso la Galleria degli Uffizi.

L’età dei geni

Dopo la caduta dei Medici e la travagliata esperienza di Girolamo Savonarola, Firenze tornò alla calma sotto il gonfalonierato di Pier Soderini. In quegli anni ripresero le grandi committenze e in città lavorarono, seppur per un breve periodo, tre grandi maestri come Leonardo, Michelangelo e Raffaello.

Al periodo fiorentino di Leonardo da Vinci risale la realizzazione della Gioconda, ritratto di Lisa Gherardini moglie del mercante Francesco del Giocondo. Sebbene sia l’emblema del Rinascimento italiano, la Monna Lisa non ha mai avuto una collocazione stabile in città, essendo stata portata in Francia dallo stesso Leonardo già nel 1516.

Michelangelo Buonarroti, invece, tornò a Firenze nel 1501, ritrovando il clima dei suoi primi anni toscani. Il segno più evidente del suo secondo periodo fiorentino è senza dubbio il David, l’enorme statua di marmo oggi esposta nella Galleria dell’Accademia. Dal 1910, per ricordare la collocazione originaria dell’opera, in piazza della Signoria campeggia una copia del David, che riproduce fedelmente i lineamenti perfetti scolpiti dal Buonarroti.

Ultimo e più giovane dei tre geni che hanno servito Firenze all’inizio del XVI secolo fu Raffaello Sanzio. Marchigiano d’origine, Raffaello ha lasciato alla città la magnifica serie delle Madonne tra cui spicca la Madonna del Baldacchino, visitabile presso la Galleria Palatina.