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DEPISTAGGIO BORSELLINO / NON SOLO POLIZIOTTI, ORA DUE MAGISTRATI

Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2019/06/12/depistaggio-borsellino-non-solo-poliziotti-ora-due-magistrati/

Per la prima volta indagati due pm che si sono occupati della strage di via D’Amelio. L’accusa è da novanta: depistaggio e calunnia aggravata.

Fino ad oggi erano finiti sotto i riflettori, e quindi a processo, soltanto tre poliziotti. Ora la procura di Messina, guidata da Maurizio De Lucia, punta più in alto e vuol vederci chiaro su uno dei più grossi buchi neri della nostra storia.

IL TAROCCAMENTO DI SCARANTINO

Tutto ruota intorno al taroccamento del pentito Vincenzo Scarantino, perché sulla base delle sue accuse inventate di sana pianta furono condannate sette persone, che hanno scontato 16 anni di galera da innocenti. Mentre killer e mandanti rimanevano regolarmente a volto coperto, beati uccel di bosco fino ad oggi.

Ricostruiamo quelle prime battute bollenti. Le indagini partono alla procura di Caltanissetta, feudo governato dal procuratore Gianni Tinebra, morto due anni fa.

La scena si affolla subito di toghe. Si rimbocca le maniche il procuratore aggiunto Paolo Giordano, si attivano i pm Carmine Petralia e Roberto Sajeva, quindi gli applicati Ilda Boccassini e Fausto Cardella; segue a ruota Anna Maria Palma, poi entra in campo Nino De Matteo. Insomma, uno squadrone.

Il plotone, col passare dei mesi, si sfoltisce, e rimangono ad occuparsene a tempo pieno Palma, Petralia e Di Matteo.

Circa il ruolo di quest’ultimo molti hanno sostenuto: “Ma era di primo pelo, non aveva alcuna esperienza di mafia”. Suscitando le ire di Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo, la quale ha sempre chiesto con forza che si indagasse tutto campo, non solo sul ruolo dei poliziotti, ma anche su quello dei magistrati che, di tutta evidenza, avevano una logica supervisione sull’inchiesta.

“Ma se Di Matteo non aveva alcuna esperienza di mafia, perché mai lo hanno messo ad indagare sull’uccisione di mio padre e della scorta?”, è stato alcuni mesi fa il j’accuse di Fiammetta, al quale Di Matteo ha risposto ricordando il suo successivo pedigree antimafia.

TUTTI A DIGIUNO DI MAFIA!

E oggi cerca di mettere una pezza a colori anche l’allora aggiunto Giordano: “Sia io che Tinebra che Petralia, nessuno di noi aveva esperienze per quanto riguarda le organizzazioni criminali di Palermo”.

E che ci facevano allora in procura, a prendere la tintarella?

Da rammentare, comunque, che quando Ilda Boccassini è stata trasferita a Milano, ha poi inviato una missiva ai magistrati impegnati nella gestione del pentito Scarantino, in cui li metteva in guardia dal prestargli credito, ritenendolo del tutto inattendibile e inaffidabile.

Ilda Boccassini

Parole finite al vento, quei pm se ne sono altamente fregati.

Ma vediamo cosa ha raccontato Scarantino circa il ruolo da lui stesso giocato.

Un mago delle versioni tutte diverse una dall’altra, il pentito taroccato, capace di dire un giorno una cosa e quello seguente la cosa diametralmente opposta.

Tre anni fa dichiara a processo di essere stato totalmente costruito a tavolino. Racconta di tutte le minacce, le intimidazioni subite. La paura per il destino della moglie, la paura di quanto gli può succedere. Da gulag.

Punta l’indice sui poliziotti (e tre sono ora sotto processo a Caltanissetta) e sull’allora coordinatore del team, Arnaldo La Barbera, ex questore di Palermo. Ma La Barbera oggi non si può difendere, perché è morto 15 anni e passa fa.

Fornisce dettagli inediti. Gli insegnavano il copione passo passo, doveva mandarlo a memoria, ripeterlo un paio di volte al giorno in vista del dibattimento. Quando non si ricordava bene cosa dire, doveva alzare la mano e chiedere di andare in bagno, dove avrebbe trovato un poliziotto-suggeritore pronto ad imbeccarlo.

VERSIONI MULTIPLE

Versioni ogni volta diverse sul ruolo dei magistrati. In prima battuta parla di Anna Palma, individuando in lei la regista dell’operazione. Degli altri non fa menzione.

Fino all’ennesima versione di un paio di settimane fa, quando scagiona da ogni accusa Di Matteo e Petralia. “Il dottor Di Matteo non mi ha mai suggerito niente, il dottor Petralia neppure. Mi hanno convinto i poliziotti a parlare della strage”.

La solita colpa scaricata sugli anelli deboli. Come se un’inchiesta potesse svolgersi all’insaputa dei magistrati. Come se il pool di toghe non agisse sempre in strettissimo, fisiologico coordinamento.

Fiammetta Borsellino

L’inchiesta di Messina adesso si allarga a Palma e Petralia, accusati di “calunnia aggravata, con l’aggravante di aver favorito l’organizzazione mafiosa”. Parti lese coloro i quali hanno dovuto scontare l’incredibile condanna, con 16 anni in galera da innocenti.

Dal prosieguo, si dovrà capire come mai il pm Di Matteo non ha ricevuto un trattamento simile, avendo condiviso la stessa inchiesta in quei primi anni. “Ci sarà di certo un motivo tecnico oppure di merito”, commentano a Messina, “lo si dovrà appurare nelle prossime settimane”.

E fra pochi giorni, per il 19 giugno, è previsto lo svolgimento di un esame irripetibile che potrà portare forse a qualche chiarimento o comunque qualche elemento significativo in più.

Si tratterà di ascoltare i nastri di 19 cassette dei primi anni ’90, contenenti la voce intercettata di Scarantino. Dal momento che i supporti magnetici sono vecchissimi e si possono rovinare, per questo si tratta di esame ‘irripetibile’, che si svolgerà alla presenza di tutti i legali delle parti coinvolte.

FIAMMETTA BOLLENTE

Dichiara Fiammetta Borsellino. “E’ un punto di inizio. E’ un atto più che dovuto l’attivazione di un procedimento di accertamento delle responsabilità dopo tutto quello che è emerso nei dibattimenti: le anomalie e le omissioni, che potranno pur avere avuto una regia occulta, ma chi doveva fare la sentinella non ha impedito che tutto ciò accadesse”.

E attacca il Csm, la figlia di Paolo: “Dopo la mia audizione di un anno fa, non è arrivata alcuna risposta. Forse erano impegnati a fare altro”.

E ora si capisce bene cosa erano impegnati a fare, i super togati del Consiglio Superiore della Magistratura

E i media? Come al solito dormienti o quasi. Solo il Fatto quotidiano dedica mezza pagina alla fresca inchiesta sulle due toghe siciliane per uno dei più grandi buchi neri della nostra storia. Repubblica e il Corsera appena due brevi, un riquadratino e un colonnino.

Molto meglio tuffarsi negli stravolgari gossip Rai sui neomelodici siciliani che offendono la memoria di Falcone e Borsellino.

Per la Voce ha scritto memorabili articoli e inchieste, proprio sul caso Scarantino, Sandro Provvisionato, lo storico fondatore di “Misteri d’Italia”.

Già cinque ani fa, infatti, Provvisionato ha ricostruito per filo e per segno il taroccamento di Scarantino, facendo nomi cognomi e indirizzi di tutti i protagonisti di quel gigantesco depistaggio di Stato. Che solo ora, parzialmente, sta venendo alla luce.

Dall’intelligenza artificiale alla stupidità naturale

Scritto da: Francesco Carraro
Fonte: https://www.francescocarraro.com/dallintelligenza-artificiale-alla-stupidita-naturale/

Il deep learning è l’ultima frontiera in materia di intelligenza artificiale. La locuzione significa, letteralmente, “apprendimento profondo” e consiste nella capacità delle macchine di imparare accumulando “esperienze” e giungendo a livelli di comprensione inimmaginabili persino per il programmatore che le ha impostate. Il deep learning è stato anche paragonato a una black box, una scatola nera, perché non c’è modo di capire quali siano le ragioni effettive del suo funzionamento. Una sorta di scoperta, o meglio invenzione, sfuggita di mano ai suoi scopritori e inventori. Sul deep learning si sono buttate a pesce le più grandi corporation del business mondiale e anche le superpotenze come America e Cina. E l’Europa sta a guardare? Purtroppo, no. E diciamo purtroppo non perché l’Europa, come storico continente culla della civiltà occidentale, abbia qualcosa da farsi insegnare dagli americani o dai cinesi.

Anzi, potremmo dire che persino il deep learning non sarebbe nato senza i fisici pluralisti, i presocratici, Aristotele, Galileo, gli empiristi inglesi e tutta una interminabile sequela di menti europee precedenti, e propedeutiche, alla rivoluzione digitale. Eppure, l’Europa odierna, politicamente rappresentata dalla “Commissione”,  ha deciso di approcciare il tema del deep learning in modalità “stupido”. Lo ha fatto stilando un documento dal titolo “linee guida etiche per un’intelligenza artificiale affidabile” dove si legge che gli strumenti informatici in questione devono essere rispettosi della legge e dei valori etici. Quando abbiamo scritto, poco sopra, di una “modalità stupido”, non intendevamo affatto riferirci ai ventisette saggi della Commissione, né allo stuolo sterminato di burocrati che li sussidiano. Loro non sono stupidi, ma la “stupidità” –  intesa come inattitudine, naturale o appresa, al pensiero critico, al dissenso ragionato, al rifiuto delle verità imposte – la adorano. E ormai da parecchi anni, con un incremento micidiale nell’ultimo lustro, cercano di imporla attraverso la promozione del pensiero binario (la dicotomia vero-falso), l’ossessione per i contegni discriminatori (e quindi la lotta senza quartiere alle cosiddette discriminazioni), la diffusione di un’etica senza moralità (e cioè di un’etica falsa impastata di declamazioni di principio e totalmente svincolata da una piattaforma autenticamente morale). Insomma, la nuova cultura europea è connotata fondamentalmente dal terrore per chi – umano o robot che sia –  pensando con la propria testa rischia di entrare in rotta di collisione diretta (e quindi collisione renitente e ribelle) con le architravi stupide e immorali dell’attuale impianto giuridico-economico della società europea.

Pare abbiano deciso di investire quattrini (1,5 miliardi fino al 2020) per “educare” gli automi al bi-pensiero di stampo orwelliano. Quindi, ecco il codice etico per i robot i quali non dovranno essere –  parole dei commissari –  “afflitti da pregiudizi sociali e dovranno evitare di esacerbare le discriminazioni e la marginalizzazione dei gruppi più vulnerabili”. A tutti i robot in ascolto: siete spacciati. A tutti gli umani in ascolto: se non siete ancora robotizzati, ribellatevi

Russia e Stati Uniti devono raffreddare i punti caldi

Fonte: http://movisol.org/russia-e-stati-uniti-devono-raffreddare-i-punti-caldi/

Molti si saranno chiesti come mai il Presidente Trump abbia deciso di inviare il Segretario di Stato Mike Pompeo a incontrare il Presidente russo Vladimir Putin e il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov il 14 maggio, dati gli attacchi quotidiani sferrati a Mosca dal Dipartimento di Stato. Apparentemente, Trump si fida che Pompeo rappresenterà il suo punto di vista – e non il proprio – in quegli incontri. Un briefing del Dipartimento di Stato sull’imminente viaggio di Pompeo a Soci aveva esplicitamente asserito: “Una parte della nostra politica verso la Russia dice che è nostro interesse avere un rapporto migliore con la Russia”. Il funzionario, che ha parlato “on background”, cioè mantenendo l’anonimato, ha citato Trump: “Un dialogo produttivo è buono non solo per gli Stati Uniti e per la Russia, ma anche per il mondo… Se vogliamo risolvere molti dei problemi che affliggono il mondo, dovremo trovare il modo di cooperare per perseguire interessi comuni”.

È un fatto che il governo russo si è dimostrato essenziale nel risolvere numerose crisi nel mondo: da quella in Venezuela a quella in Iran, dalla crisi in Corea del Nord a quelle in Siria e in Afghanistan. Ognuna di queste crisi potrebbe esplodere in una guerra in piena regola e minacciare un conflitto mondiale. Di questo hanno discusso Putin e Trump nell’inaspettata telefonata di un’ora e mezzo del 3 maggio (cfr. SAS 19/19). Poi Trump ha spedito il suo rappresentante speciale per la Corea del Nord, Stephen Biegun, e l’inviato in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, a Mosca.

Tuttavia, numerosi neocon sia interni sia esterni all’Amministrazione, tra cui lo stesso Mike Pompeo, il consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton e il Vicepresidente Mike Pence, soffiano sul fuoco, perlomeno verbalmente, di quei punti caldi, sapendo bene che essi sono conflitti surrogati contro Russia e Cina.

Anche le tensioni verbali tra Washington e Teheran sono aumentate nelle scorse settimane, comprendendo minacce di nuove sanzioni e dispiegamenti militari. Tuttavia, secondo il New York Times e altre fonti, i vertici militari sono contrari a un’escalation. I leader di Teheran sono ben consci dell’influenza del partito della guerra e dei neocon a Washington. Parlando per CBS News il 5 maggio, il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha dichiarato: “Non crediamo che il Presidente Trump voglia lo scontro. Ma sappiamo che v’è gente che lo va cercando”. Trump, dal canto suo, parlando ai media il 10 maggio ha chiesto ai dirigenti iraniani di “chiamarlo” e negoziare un accordo equo, a patto che accettino di non sviluppare armi nucleari.

Nello stesso briefing, Trump ha risposto a chi gli chiedeva quali consigli ricevesse da Bolton, in particolare dopo il fiasco del fallito golpe in Venezuela, in un modo che ha fatto capire di essere lui, e non Bolton, a fare la politica. “John ha delle forti opinioni sulle cose, ma va bene”, ha detto, aggiungendo: “In realtà, io lo modero, cosa che sorprende, vero? Vi sono altri che sono ancora [di] più [come] falchi, ma alla fine sono io a prendere le decisioni”.

Per quanto riguarda i negoziati commerciali con la Cina, non è stato raggiunto alcun accordo, ma sia Trump sia il negoziatore cinese Liu He sostengono che sono stati fatti passi in avanti e che i colloqui continueranno. Trump ha auspicato un vertice con Xi Jinping una volta raggiunto un accordo.

Giosuè Carducci

Fonte:https://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=227&biografia=Giosu%E8+Carducci


Del nucleo familiare fa anche parte la celeberrima Nonna Lucia, una figura determinante nell’educazione e formazione del piccolo Giosuè tanto che il poeta la ricorda con grande affetto nella poesia “Davanti San Guido”. Pochi anni dopo, però (precisamente nel 1842), questa figura per noi ormai nobilmente letteraria muore, gettando Giosuè nella disperazione. I moti rivoluzionari intanto prendono piede, moti nei quali è coinvolto il passionale e “testacalda” padre Michele. La situazione si complica al punto tale che vengono sparate fucilate contro la casa della famiglia Carducci, in seguito all’acuirsi del conflitto tra Michele Carducci e la parte più conservatrice della popolazione bolgherese; l’evento li costringe al trasferimento nella vicina Castagneto dove rimangono per quasi un anno (oggi conosciuta appunto come Castagneto Carducci). Il 28 aprile 1849 i Carducci giungono a Firenze. Giosuè frequenta l’Istituto degli Scolopi e conosce la futura moglie Elvira Menicucci, figlia di Francesco Menicucci, sarto militare. L’11 novembre 1853 il futuro poeta entra alla Scuola Normale di Pisa. I requisiti per l’ammissione non collimano perfettamente, ma è determinante una dichiarazione di padre Geremia, suo maestro, in cui garantisce: “… è dotato di bell’ingegno e di ricchissima immaginazione, è colto per molte ed eccellenti cognizioni, si distinse persino tra i migliori. Buono per indole si condusse sempre da giovine cristianamente e civilmente educato”. Giosuè sostiene gli esami svolgendo brillantemente il tema “Dante e il suo secolo” e vince il concorso. Negli stessi anno costituì, insieme con tre compagni di studi, il gruppo degli “Amici pedanti”, impegnato nella difesa del classicismo contro i manzoniani. Dopo la laurea, conseguita con il massimo dei voti, insegna retorica al liceo di San Miniato al Tedesco. E’ il 1857, anno in cui compone le “Rime di San Miniato” il cui successo è quasi nullo, salvo una citazione su una rivista contemporanea del Guerrazzi. La sera di mercoledì 4 novembre si uccide il fratello Dante squarciandosi il petto con un bisturi affilatissimo del padre; mille le congetture. Si dice perché stanco dei rimbrotti familiari specialmente del padre, che era diventato intollerante e duro anche con i figli. L’anno dopo, ad ogni modo, muore il padre del poeta. Un anno di lutto e il poeta finalmente si sposa con Elvira. In seguito, dopo la nascita delle figlie Beatrice e Laura, si trasferisce a Bologna, un ambiente assai colto e stimolante, dove insegna eloquenza italiana all’Università. Ebbe così inizio un lunghissimo periodo di insegnamento (durato fino al 1904), caratterizzato da una fervida e appassionata attività filologica e critica. Nasce anche il figlio Dante che però muore in giovanissima età. Carducci è duramente colpito dalla sua morte: torvo, lo sguardo fisso nel vuoto, si porta dietro il suo dolore ovunque, in casa, all’università, a passeggio. Nel giugno 1871 ripensando al figlio perduto compone “Pianto antico”. Negli anni ’60, lo scontento provocato in lui dalla debolezza dimostrata, a suo giudizio, in più occasioni dal governo postunitario (la questione romana, l’arresto di Garibaldi) sfociò in un atteggiamento filo-repubblicano e addirittura giacobino: ne risentì anche la sua attività poetica, caratterizzata in quest’epoca da una ricca tematica sociale e politica. Negli anni successivi, con il mutare della realtà storica italiana, Carducci passa da un atteggiamento violentemente polemico e rivoluzionario a un ben più tranquillo rapporto con lo stato e la monarchia, che finisce per l’apparirgli la migliore garante dello spirito laico del Risorgimento e di un progresso sociale non sovversivo (contro al pensiero socialista). La nuova simpatia monarchica culmina nel 1890 con la nomina a senatore del regno. Tornato a Castagneto nel 1879, dà vita, insieme ai suoi amici e compaesani alle celebri “ribotte ” durante le quali ci si intrattiene degustando piatti tipici locali, bevendo vino rosso, chiacchierando e recitando i numerosi brindisi composti per quelle occasioni conviviali. Nel 1906 al poeta viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura (“Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”). Le condizioni di salute non gli consentono di recarsi a Stoccolma per ritirare il premio che gli viene consegnato nella sua casa di Bologna. Il 16 febbraio 1907 Giosuè Carducci muore a causa di una cirrosi epatica nella sua casa di Bologna, all’età di 72 anni. I funerali si tengono il 19 febbraio e il Carducci viene seppellito alla Certosa di Bologna dopo varie polemiche relative al luogo di inumazione.

Potsdam e Max-Planck Institut: mai così tanta CO2 negli ultimi 3 milioni di anni

Fonte: http://www.greenreport.it/news/clima/potsdam-e-max-planck-institut-mai-cosi-tanta-co2-negli-ultimi-3-milioni-di-anni/

Secondo lo studio Mid-Pleistocene transition in glacial cycles explained by declining CO2 and regolith removal”, pubblicato su Science Advances da un team del Potsdam-Instituts für Klimafolgenforschung (PIK) e del Max-Planck-Institut für Meteorologie (MPI-M), Le quantità del gas serra  CO2 nell’atmosfera sono probabilmente le più alte di sempre negli ultimi 3 milioni di anni».  Il tem di scienziati tedeschi è riuscito per la prima volta a realizzare una simulazione al computer che si adatta ai dati dei sedimenti oceanici per stabilire quale è stata l’evoluzione climatica in questo periodo di tempo. Gli scienziati tedeschi spiegano che «L’inizio dell’era glaciale, quindi l’inizio dei cicli glaciali dal freddo al caldo e viceversa, è stato innescato principalmente da una diminuzione dei livelli di CO2». Eppure lo studio conferma che «Oggi l’aumento dei gas serra dovuto alla combustione di combustibili fossili sta cambiando radicalmente il nostro pianeta. Negli ultimi 3 milioni di anni, le temperature medie globali non hanno mai superato i livelli preindustriali di oltre 2 gradi Celsius», un limite che verrà facilmente superato se «continua l’attuale inattività sulla politica climatica». Il principale autore dello studio, Matteo Willeit del PIK, spiega: «Dall’analisi dei sedimenti sul fondo dei nostri mari, sappiamo molto sulle temperature oceaniche del passato e sui volumi di ghiaccio, ma finora il ruolo dei cambiamenti della CO2 nel modellare i cicli glaciali non era stato pienamente compreso. Si tratta di una svolta che ora possiamo mostrare nelle simulazioni al computer: i cambiamenti nei livelli di CO2 sono stati il principale motore delle ere glaciali, insieme alle variazioni delle orbite terrestri attorno al sole, i cosiddetti cicli di Milankovitch. In realtà non si tratta solo di simulazioni: abbiamo confrontato i nostri risultati con i solidi dati provenienti dalle profondità marine e hanno dimostrato un buon accordo. I nostri risultati implicano una forte sensibilità del sistema terrestre a variazioni relativamente piccole della CO2 atmosferica. Per quanto sia affascinante, è anche preoccupante. ”

Al PIK sono convinti che studiare il passato della Terra e la sua variabilità climatica naturale sia la chiave per comprendere i possibili percorsi futuri dell’umanità e Willeit. Aggiunge; «Sembra che ora stiamo spingendo il nostro pianeta natale al di là di qualsiasi condizione climatica sperimentata durante l’intero attuale periodo geologico. il Quaternario. Un periodo che è iniziato quasi 3 milioni di anni fa e ha visto la civiltà umana iniziare solo 11.000 anni fa. Quindi, il cambiamento climatico moderno che vediamo è grande, davvero grande; anche per gli standard della storia della Terra»”

Basandosi su ricerche precedenti del PIK, i ricercatori hanno riprodotto le principali caratteristiche della variabilità climatica naturale negli ultimi milioni di anni con un modello numerico efficiente: una simulazione al computer basata su dati astronomici e geologici e algoritmi che rappresentano la fisica e la chimica del nostro pianeta. La simulazione si basa solo su  cambiamenti ben noti di come la Terra orbita intorno al sole, i cosiddetti cicli orbitali , e su diversi scenari per le condizioni del nostro pianeta che variano lentamente, come la CO2 emessa dai vulcani. Dato che i ghiacciai scivolano più facilmente sulla ghiaia che sul substrato roccioso, lo studio ha anche esaminato i cambiamenti nella distribuzione dei sedimenti sulla superficie terrestre e ha indagato sul ruolo della polvere atmosferica, che rende la superficie del ghiaccio più scura e contribuisce quindi alla sua fusione.

Un altro autore dello studio, Andrey Ganopolski, anche lui del PIK, sottolinea: «Il fatto che il modello possa riprodurre le caratteristiche principali della storia climatica osservata ci dà fiducia nella nostra comprensione generale di come funziona il sistema climatico. Le simulazioni che sviluppiamo devono essere abbastanza semplici da consentire il calcolo di migliaia di cicli per molte migliaia di anni e, tuttavia, devono catturare i fattori critici che guidano il nostro clima. Questo è ciò che abbiamo ottenuto. E sta confermando quanto siano straordinariamente importanti i cambiamenti nei livelli di CO2 per il clima della Terra».

Il glifosato causa il cancro. Nuova condanna per Bayer-Monsanto

Fonte: http://www.informasalus.it/it/articoli/glifosato-cancro-bayer-monsanto.php

Il noto pesticida è stato “un fattore determinante” nell’insorgenza del linfoma non Hodgkin a Edwin Hardeman, un uomo di 70 anni che per diversi anni ha fatto uso dell’erbicida Roundup, prodotto dalla multinazionale statunitense Monsanto, e contenente glifosato.

Si tratta del secondo caso riconosciuto da un tribunale. Prima di Edwin Hardeman, infatti, la multinazionale Monsanto era stata portata a processo anche da Dewayne Johnson,  giardiniere e utilizzatore dell’erbicida Roundup, colpito come Hardeman dallo stesso tumore. Era l’agosto del 2018 e Monsanto veniva condannata al risarcimento di 289 milioni di dollari (poi ridotta a 78,5 milioni).

In totale sono più di 11 mila coloro che negli Stati Uniti hanno fatto causa alla multinazionale Monsanto-Bayer, affermando che l’esposizione agli erbicidi a base di glifosato causa il linfoma non Hodgkin.

Marella Agnelli: c’era una volta la Fiat, oggi non più italiana

Fonte: http://www.libreidee.org/2019/03/marella-agnelli-cera-una-volta-la-fiat-oggi-non-piu-italiana/

Fiat fuit. Con la morte dell’ultima imperatrice, Marella Caracciolo-Agnelli, finisce la dinastia Fiat, tragicamente decimata dal destino. Nella sua figura regale si sintetizzava l’incontro della dinastia imperiale delle Auto e del Capitalismo nostrano con la dinastia principesca-editoriale dei Caracciolo, già proprietari de “La Repubblica-l’Espresso”. Per il mondo radical che l’ha salutata, la Signora era la sintesi perfetta dell’Impero Fiat e del mondo progressista-liberal. Così l’hanno ricordata Gianni Riotta, Nicola Caracciolo, Ezio Mauro ed altri. Marella Agnelli simboleggiava, con classe e sensibilità, va detto, l’incontro tra la saga padronale e il mondo della sinistra venuto dal comunismo, dalle lotte operaie contro i “padroni”. Fiat e Martello, auto, aiuti di Stato e stampa progressista. Poi, magari la signora aveva altre sensibilità, amava l’Oriente, Jung e Hillman, pativa con ammirevole self control alcune intemperanze di suo Marito, il Re Gianni. Ma viene celebrata nel suo ruolo di cerniera tra il mondo dei ricchi e la sinistra, tra il piccolo mondo snob e la sinistra a mezzo stampa. Con Marchionne era già finito l’ultimo residuo di mezza italianità della Fiat. Manca l’Italia nella nuova Fiat. Resta il marchio della Ferrari, del Cavallino rosso, ma non più l’Azienda-Regime.
La Fiat manca come sede, manca come leadership, manca come orizzonte di riferimento, manca l’I d’Italia nel nuovo nome, Fca, anche per evitare sigle oscene, almeno da noi. Come è noto, l’ex Fiat è ora un’azienda italo-statunitense con domicilio fiscale legale in Olanda e sede centrale a Londra, guidata da un inglese e presieduta da John Elkann che avremmo difficoltà a definire italiano, per nome, origine e visione. Resta come sottomarca la Fiat, piccolo gadget per il vintage e per gli acquirenti nostalgici; quel marchietto antico che sa tanto di miracolo economico, anni Cinquanta, famiglie italiane, film in bianco e nero. Una dopo l’altra le aziende italiane se ne vanno all’estero. Il paradigma resta la Fiat che lasciò l’Italia cinque anni fa. Ricordo cosa dissero i nostri media quando la Fiat s’imparentò a Chrysler. Gran Torino, caput mundi; che trionfo, la Fiat si è pappata la Chrysler, Obama assunto come maggiordomo di colore da Marchionne, gli Stati Uniti aspettano trepidanti che l’azienda torinese porti la modernità nel loro paesone e risolva la crisi economica mondiale.
È il giorno dell’orgoglio italiano, titolavano perturbati e commossi i grandi giornali italiani, tutti o quasi partecipati Fiat, in un modo o nell’altro. Gli Usa andranno in 500, profetizzavano euforici gli editoriali e le tv, l’Italia ricolonizza l’America, come ai tempi di Colombo e di Vespucci. Momento storico, ripetevano solenni i Tg, gli italiani della Fiat portano l’auto ecologica in America. Ma la Fiat non era in un mare di guai, non l’aiutava lo Stato, incluso il governo Berlusconi? Ma non si erano dimezzate le vendite delle auto? E che fine avevano fatto i giudizi sulla qualità delle auto Fiat? Poi, come è noto, andò diversamente. Oggi a malapena la Fiat è la nonnina di paese della Fca global. Ma guardiamo il diritto e il rovescio. A centoventi anni dalla nascita nel 1899, il diritto dice che la Fiat è parte notevole della storia d’Italia del Novecento e la sua Famiglia Reale è stata l’altra dinastia torinese che ha dominato l’Italia dopo i Savoia.
La Fiat è stata il simbolo, la metafora e il veicolo italiano dell’industrializzazione e della modernizzazione, dell’immigrazione da sud a nord e dell’immaginario collettivo e privato, fino a colonizzare lo sport, tramite l’egemonia della Juve, ancora perdurante, arrivando a disegnare l’assetto dei trasporti su gomma del nostro paese. La Fiat non è mai stata solo una grande azienda privata ma ha sempre agito all’ombra della pubblica protezione: anche ai tempi del fascismo godette del sostegno del regime e del duce in persona; poi in guerra le tresche bilaterali con nazisti e partigiani, ad esempio, per boicottare la socializzazione delle aziende promossa dalla Rsi che non piaceva né ai comunisti né ai “padroni”. Poi, l’aiuto governativo ai tempi della cassa integrazione, dalle agevolazioni in ogni campo ai grandi ammortizzatori delle sue perdite. E’ proverbiale il detto che la Fiat socializzava le perdite e privatizzava i profitti.
(Marcello Veneziani, “C’era una volta la Fiat”, da “La Verità” del 26 febbraio 2019; articolo ripreso sul blog di Veneziani)

UN ELICOTTERO ITALIANO SOSTITUIRA’ LO HUEY. L’AGUSTA BELL MH 139

Scritto da: Fabio Lugano
Fonte: https://scenarieconomici.it/un-elicottero-italiano-sostituira-lo-huey-lagusta-bell-mh-139/

Un pezzo di italia sostituirà il famoso “Huey”, l’elicottero simbolo del Vietnam. Agusta Westland, gruppo Leonardo) ha vinto la gara d’appalto per la fornitura di elicotteri all’Aviazione USA con il MH 139 , elicottero multiruolo  che sarà costruito in joint venture con Boeing in 84 esemplari, ma di progettazione italiana. Bimotore, ultimo di una famiglia di elicotteri che vede la sua versione italiana AW 139 già in servizio nell’Esercito Italiano, avrà tra i suoi compiti quello di collegamento e di protezione con le basi nucleari sparse per gli Stati Uniti, diventando l’elicottero “Nucleare ” che, in caso di necessità, trasporterà testate nucleari, oltre a provvedere alla difesa con armi convenzionali come due mitragliatrici ai lati della fusoliera, missili etc. Inoltre ha la possibilità di mondare un vasto assortimento di telecamere e di sensori necessari per le attività ri ricerca, pattugliamento e ricognizione.

Il contratto ha un valore complessivo di 2,4 miliardi di dollari i cui primi 375 sono legati alla consegna dei 4 semplari iniziali. Anche se la costruzione avverrà negli USA la progettazione è completamente tricolore.


Guerrieri adottati? Una tomba di Alemanni con degli stranieri

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/09/16/guerrieri-adottati-una-tomba-di-alemanni-con-degli-stranieri/

Elmo bizantino trovato nella sepoltura 12 (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Uno studio sulla rivista Science ha scoperto che una tomba di nobili Alemanni, in Germania, era composta da persone di origine sorprendentemente diversa. Dei tredici individui sepolti, solo cinque erano parenti di primo o secondo grado. Addirittura all’interno di una stessa tomba vi erano i corpi di tre persone cresciute in luoghi lontani. Gli scienziati ipotizzano che alcuni di loro potessero essere ostaggi, scambiati da bambini e adottati dalle nuove famiglie.

Guerrieri medievali Alemanni

(Landesamt für Denkmalpflege im RP Stuttgart)

Il cimitero era stato scoperto nel 1962 nei pressi della città di Niederstotzingen. Conteneva i corpi di 10 adulti e 3 bambini, e preziosi oggetti funerari. Ma nonostante decenni di studio, nessuno sapeva come fossero morti o da dove venissero. Ora una nuova analisi del DNA e di altre tracce chimiche rivela che alcuni nacquero qui, mentre altri arrivarono da regioni lontane dell’Europa. «È uno studio convincente», afferma Alexander Mörseburg, antropologo biologico dell’Università di Cambridge (non coinvolto nella ricerca). Ma poiché i morti erano chiaramente nobili, dice, il loro stile di vita potrebbe non essere un buon riferimento per il resto della popolazione locale.

I defunti erano dei guerrieri Alemanni, una confederazione di tribù germaniche. Lontanamente imparentate con i Goti, vissero nell’Europa centrale tra il III e l’VIII secolo d.C. e si scontrarono spesso con l’Impero romano. I preziosi corredi funerari – elmi con rivestimenti in cuoio, spade, fibbie di bronzo e pettini finemente intagliati – hanno permesso la datazione delle tombe allemaniche (le adelsgrablege) all’inizio del VII secolo d.C., tra il 580 e il 630.

Bambini adottati?

Pettini decorati, tagliati dai palchi di cervi (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Il gruppo di ricerca diretto dall’archeologo Niall O’Sullivan (Istituto per lo Studio delle Mummie di Eurac a Bolzano) ha utilizzato i più avanzati metodi di sequenziamento per estrarre il DNA dalle ossa dai 13 individui. Si è scoperto che undici di loro erano maschi, e su otto persone analizzate, cinque erano parenti di primo o secondo grado, ovvero con gli stessi nonni. Dai denti sappiamo che nacquero in Germania, eppure quattro di loro avevano dei corredi funerari di origine franca, longobarda e bizantina. Dunque i membri di una stessa famiglia potevano entrare in contatto con culture diverse. Curiosamente, altre tre persone sepolte in un’unica tomba – di solito riservata a una famiglia – non erano parenti. Uno proveniva dall’Europa settentrionale, orientale o centrale, mentre gli altri due venivano dall’Europa meridionale, forse dal Mediterraneo. E di questi due probabilmente solo uno crebbe nella regione di Niederstotzingen.

Com’è possibile che i guerrieri Alemanni accolsero degli stranieri nelle loro case? Una spiegazione è che fossero ostaggi. «Il folklore dell’epoca racconta di tribù che si scambiano ostaggi bambini, poi cresciuti come figli», spiega O’Sullivan. Forse alcuni di loro furono portati a nord come ostaggi, e cresciuti come guerrieri dalle loro tribù adottive. Potevano tornare ad essere delle pedine durante le trattative tra le tribù. Secondo Mörseburg, l’ipotesi è plausibile ma non si può generalizzare un singolo caso. È anche difficile capire quanto il resto degli Alemanni fossero aperti agli stranieri, dato che la maggior parte di questi individui era di discendenza nobile. Sarebbe interessante, dice, studiare anche il DNA della popolazione comune. Non sono infine chiare le cause dei decessi, visto che i corpi non recano tracce di traumi fatali o malattie. Era stata ipotizzata la peste di Giustiniano, ma i ricercatori non hanno trovato tracce del batterio, lo Yersinia pestis.

Armi e finimenti longobardi nella sepoltura 6 (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Finimenti con ornamenti franchi nella sepoltura 9 (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Solo due sepolture, la 3 e la 12, sono multiple (Science)