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L’apocalisse silenziosa: la lenta scomparsa degli insetti

Scritto: Sofia Belardinelli
Fonte: https://ilbolive.unipd.it/it/news/lapocalisse-silenziosa-lenta-scomparsa-insetti
Fonte: Somerset Wildlife Trust Report 2019

Sono molti, ormai è noto, gli effetti negativi dell’attività antropica incontrollata degli ultimi duecento anni. Tra questi, vi è l’incipiente Sesta estinzione di massa: per la prima volta nella storia della vita sulla Terra, una sola specie ha sterminato un numero elevatissimo di altre specie viventi: uno studio del 2018 ha stimato che, dall’inizio della civilizzazione dell’uomo, è andato perduto l’83% dei mammiferi selvatici – circa cinque su sei. Vi è un altro dato, tuttavia, che è stato a lungo sottovalutato: il crescente tasso di estinzione che riguarda gli invertebrati, e in particolare, negli ambienti terrestri, gli insetti. Il Somerset Wildlife Trust ha dedicato il suo ultimo report, pubblicato sul finire del 2019, ad una ricognizione della situazione a livello globale, proponendo anche una serie di azioni che possono essere messe in atto – sia a livello governativo, sia dai singoli cittadini – per contrastare il fenomeno.

Le specie di insetti note sono circa un milione, di cui spesso non conosciamo altro che l’esistenza, ignorandone invece le particolarità fisiologiche, i comportamenti e le attività all’interno dei propri ecosistemi; si stima, tuttavia, che ne esistano almeno altri quattro milioni che la scienza non è ancora stata in grado di scoprire. Se gli attuali tassi di estinzione dovessero confermarsi nei prossimi anni, è possibile che molte di queste specie si estinguano senza che noi arriviamo anche solo a sapere che siano esistite, in modo da poterne stimare la perdita.

Nell’ultimo decennio molti autorevoli studi si sono concentrati su tale muto dramma: tra questi, molto importante si è rivelato il report pubblicato nel 2017 dalla Entomological Krefeld Society, i cui dati, pur basati su esperimenti condotti solo in siti tedeschi e in un periodo di tempo limitato, mostrano dei trend incontrovertibili: la biomassa degli insetti, negli ultimi 30 anni, è vertiginosamente diminuita (con tassi del 75%). La tendenza è confermata anche da altre ricerche: nel 2018, i biologi Bradford Lister e Andres Garcia hanno pubblicato i risultati di una serie di misurazioni condotte nella foresta tropicale di Puerto Rico; a distanza di 35 anni dalle prime rilevazioni, la biomassa degli insetti era diminuita in modo verticale, con tassi che oscillavano tra il 70 e il 98% a seconda delle specie e del periodo dell’anno.

Somerset Wildlife Trust Report 2019

Le cause di questo declino sono molteplici; si tratta, per lo più, di fattori di disturbo di origine antropica, tra cui la perdita di habitat, l’esposizione cronica a cocktail letali di pesticidi e di altre sostanze chimiche, la diffusione di specie alloctone invasive, gli incipienti impatti del cambiamento climatico. Recenti studi sembrano mostrare, in particolare, come quest’ultimo fattore abbia un ruolo primario nella sparizione degli insetti, i quali si trovano privi del loro habitat e incapaci di sopravvivere a fronte dello sfasamento tra i propri ritmi riproduttivi e quelli delle piante da cui sono, in molti casi, dipendenti. Le attività umane generano una pluralità di fattori di disturbo secondari, tra cui le molteplici sostanze chimiche di sintesi immesse involontariamente negli ecosistemi; il crescente numero di specie invasive, diffuse mediante la rete globale dei trasporti, che hanno ridotto la biodiversità di molti ecosistemi; l’inquinamento luminoso, che ha ricadute significative soprattutto sugli insetti notturni.

La tragedia nella tragedia è che l’opinione pubblica ignora l’enorme importanza degli insetti. Essi forniscono numerosi servizi ecosistemici fondamentali: sono cibo per molte specie di uccelli e piccoli mammiferi, che in loro assenza si estinguerebbero; compiono l’impollinazione, funzione necessaria per l’87% di tutte le specie vegetali e per i tre quarti delle coltivazioni umane, fornendo così un servizio il cui valore è stimato tra i 235 e i 577 miliardi di dollari l’anno in tutto il mondo; svolgono un’importante azione di controllo biologico; aiutano a riciclare i nutrienti, coadiuvando i processi di decomposizione dei materiali organici. È stato stimato che, attribuendo a tutto questo un valore economico, esso sarebbe pari ad almeno 57 miliardi di dollari l’anno nei soli Stati Uniti.

Vi sono tuttavia molti insetti di cui non conosciamo le funzioni, né siamo in grado, in parecchi casi, di comprendere la moltitudine di interazioni complesse che intercorrono tra i diversi organismi all’interno di un ecosistema. Per rendere ragione del valore di questi esseri viventi, dunque, non possiamo rimetterci al loro supposto valore economico: un argomento da tenere in considerazione è quello che sostiene che gli esseri viventi non umani hanno diritto di essere qui tanto quanto noi. “Non abbiamo forse il dovere morale -si legge nel documento – di prenderci cura dei nostri compagni di viaggio sul pianeta Terra, che essi siano pinguini, panda o insetti?”.

Da una prospettiva antropocentrica – che dobbiamo inevitabilmente adottare – siamo di fronte ad un problema che mette a serio rischio la sopravvivenza e il benessere della nostra società; il declino degli insetti è già oggi una realtà, ma non è ancora irreversibile. I governi e la società civile devono dunque assumersi la responsabilità di agire per contrastare questo fenomeno. Come sottolinea il rapporto, esistono molte soluzioni di non difficile attuazione, e che non comportano costi alti né dal punto di vista economico né sul piano culturale.

Tra le proposte del Somerset Wildlife Trust – originariamente pensate per l’Inghilterra, ma facilmente estensibili su una scala ben più ampia – vi è la necessità di una netta diminuzione del ricorso a pesticidi (che non solo sono sempre più utilizzati, ma sono molto più potenti e dannosi di quelli sintetizzati alcuni decenni fa), il cui uso va regolamentato con precise norme e sanzioni, e un impegno a creare un “Nature Recovery Network” rendendo più verdi i nostri giardini e le città, creando habitat che favoriscano la crescita della biodiversità vegetale ed animale. Un altro mutamento sostanziale dovrà riguardare l’ambito agricolo: è necessario modificare l’attuale sistema – basato su monocolture che hanno bisogno, per sostenere gli alti ritmi di produzione e i bassi costi richiesti dal mercato, di un massiccio ricorso a pesticidi e fertilizzanti – ad un nuovo modello colturale che si basi sui principi dell’agroecologia, ritenuta da eminenti organizzazioni come la FAO e l’UNEP il metodo agricolo migliore dal punto di vista della sostenibilità ambientale, economica e sociale.

La situazione è critica: per questo è necessario un piano d’azione concertato e condiviso tra amministratori e società civile che promuova un nuovo approccio, all’insegna della sostenibilità, nello sfruttamento della natura; senza una tale consapevolezza, e senza la tempestiva assunzione di questo impegno, è probabile che la condizione attuale, ora eccezionale, diventi non solo normale, ma irreversibile.

Carlo Collodi

Il creatore di pinocchio…

Fonte: https://biografieonline.it/biografia-carlo-collodi

Carlo Collodi (il cui vero nome è Carlo Lorenzini), nasce a Firenze il 24 novembre 1826. La madre, Angelina Orzali, benché diplomata come maestra elementare, fa la cameriera per l’illustre casato toscano dei Garzoni Venturi – la cui tenuta a Collodi rimarrà uno dei ricordi più cari del piccolo Carlo – e in seguito presso la ricca famiglia Ginori di Firenze. Il padre Domenico Lorenzini, di più umili origini, debole di carattere e fragile di salute, lavora come cuoco per gli stessi marchesi Ginori.

Primogenito di una numerosa e sventurata famiglia (dei dieci figli, sei ne muoiono in tenera età), Carlo frequenta le elementari a Collodi, affidato ad una zia. Malgrado il carattere vivace, inquieto e propenso all’insubordinazione, viene avviato agli studi ecclesiastici presso il Seminario di Val d’Elsa e poi dai Padri Scolopi di Firenze.

Quando il fratello Paolo Lorenzini diventa dirigente nella Manifattura Ginori, la famiglia acquista finalmente un po’ di serenità e di agiatezza, e Carlo può iniziare la carriera di impiegato e di giornalista.

Abbracciando le idee mazziniane, partecipa alle rivolte risorgimentali del 1848-49. Negli anni Cinquanta , nel suo ruolo appunto di giornalista, descrive la realtà toscana cogliendone i lati spiritosi e bizzarri, fatta di intrighi e storielle da caffè per mezzo di fulminanti invenzioni linguistiche. Tutto materiale che confluirà nel suo capolavoro, l’intramontabile Pinocchio.

Stimolato dalle esperienze come giornalista, comincia a scrivere intensamente, esercitando la sua capacità di dar vita, per mezzo della sua poetica, alle novità della vita contemporanea. Ne sono testimonianze i suoi primi romanzi “Un romanzo in vapore” e “Da Firenze a Livorno”, pubblicati intorno al 1856 e in cui l’autore fu tra i primi a evidenziare la novità tecnologica apportata della ferrovia.

Di ingegno versatile, creativo, spiritoso, Lorenzini fondò in seguito il periodico “Il Lampione” che si prefiggeva di “far lume a chi brancolava nelle tenebre“; dopo la (temporanea) restaurazione granducale “Il Lampione” dovette chiudere (riaprirà undici anni dopo) e Lorenzini si dedicò al giornale “Scaramuccia” (soprattutto di critica teatrale) collaborando ad altri periodici fra cui il “Fanfulla”.

Ma la sua vera strada la trova quando, già avanti con gli anni, si dedica alla letteratura per l’infanzia. Come funzionario al servizio dello stato unitario appena formato, inizia con la traduzione dei racconti delle fate di Perrault, per poi lavorare a vari libri pedagogici per la scuola. Per questa attività adotta il nome di Collodi che non è altro che il nome del paese originario della madre (all’epoca in provincia di Lucca, mentre dal 1927 si trova in provincia di Pistoia).

Dopo “Giannettino” (1875) e “Minuzzolo” (1877) scrive il suo capolavoro “Le avventure di Pinocchio“, apparse per la prima volta sul “Giornale dei bambini” nel 1881 con il titolo “La storia di un burattino” facendole terminare con il quindicesimo capitolo. Dopo pochi mesi Collodi riprese la narrazione del libro con il nuovo titolo per portarlo a termine nel 1883 anno in cui viene raccolto in volume dall’editore Felice Paggi di Firenze.

Originariamente le avventure di Pinocchio si concludevano nell’episodio dell’impiccaggione, con la morte del burattino. Le proteste dei piccoli lettori del “Giornale dei bambini” indussero però l’autore a proseguire il racconto, che si concluse definitivamente, con la trasformazione del burattino in bambino. Qualche anno dopo la sua apparizione in volume, “Le avventure di Pinocchio” divennero un testo vendutissimo, un classico che indubbiamente oltrepassa i confini della mera letteratura per l’infanzia. L’opera è stata pubblicata in 187 edizioni e tradotta in 260 lingue o dialetti. Prima di aver goduto del meritato successo, Carlo Collodi muore, improvvisamente, il 26 ottobre 1890 a Firenze. Le sue carte, donate dalla famiglia, sono conservate nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze

Scoperte 30 bare antiche nella necropoli di Luxor

Fonte: https://ilfattostorico.com/2019/10/21/scoperte-30-bare-antiche-nella-necropoli-di-luxor/

Ministero delle Antichità d’Egitto
Al Ahram
Egypt Today
Reuters

(Ministro delle Antichità d’Egitto)

Trenta bare intatte, sigillate e dipinte, appartenute a un gruppo di sacerdoti e sacerdotesse della XXII dinastia, sono state rinvenute nella necropoli di el-Assasif, presso l’antica città di Tebe, oggi Luxor. «È il primo grande deposito di bare umane mai scoperto dalla fine del XIX secolo», ha dichiarato il ministro delle antichità egiziano Khaled El-Enany. A distanza di 3000 anni, le bare mostrano ancora i loro eccezionali colori e le iscrizioni geroglifiche.

(Ministro delle Antichità d’Egitto)

Pericolo dei tombaroli

Mostafa Waziri, segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egiziane, ha riferito che le bare erano in due livelli: 18 bare sopra e 12 sotto. Alcune delle persone inumate erano sacerdoti. In totale sono state trovate le mummie di ventritré maschi adulti, cinque femmine adulte e due bambini dell’antico Egitto. Secondo Waziri, le bare vennero raggruppate e nascoste verso la fine della XXII dinastia da un sacerdote egizio, al fine di proteggerle dai disordini e dai predatori di tombe dell’epoca.

Decifrazione in corso

Durante la conferenza stampa di sabato, gli archeologi hanno aperto le bare di un maschio e di una femmina adulti. Le due mummie sono sembrate ben conservate: gli involucri esterni erano ancora intatti e coprivano completamente i volti e i corpi. Non c’era alcun manufatto, ma è possibile che fossero stati avvolti negli involucri. Lo scavo è ancora in corso e gli archeologi stanno decifrando i geroglifici: i dipinti sul legno sono così ben conservati che si possono distinguere le divinità e le scritture, le scene dal Libro dei Morti e i titoli dei defunti. L’analisi potrebbe identificare e datare esattamente queste persone. A novembre, le bare saranno spostate da Luxor al Cairo per essere restaurate e infine esposte presso il Grande Museo Egizio, che dovrebbe aprire il prossimo anno vicino alle piramidi di Giza.

(Ministro delle Antichità d’Egitto)

Per la prima volta nella sua storia, ha aggiunto Waziri, il Ministero delle Antichità sta dirigendo circa 40 missioni puramente egiziane. El-Assasif è una grande necropoli antica in cui sono state fatte numerose scoperte recenti. L’anno scorso, a poca distanza da qua, gli archeologi avevano trovato altre sepolture ben conservate in due tombe (la TT33 e quella di Thaw-Irkhet-if). Il direttore degli scavi archeologici di Luxor, Salah El Masekh, ha affermato che la necropoli di Assasif ospita anche tombe della XVIII, XXV e XXVI dinastia.

(Ministro delle Antichità d’Egitto)

(Ministro delle Antichità d’Egitto)

(Khaled Desouki, AFP via Getty Images)

(Ministro delle Antichità d’Egitto)

(Ministro delle Antichità d’Egitto)

(Ministro delle Antichità d’Egitto)

Alimenti vegani: sono sempre la scelta più compatibile con l’ambiente?

Scritto da: Nicoletta
Fonte: https://www.soloecologia.it/10112019/alimenti-vegani-sono-sempre-la-scelta-piu-compatibile-con-lambiente/12934

La richiesta di prodotti vegani è in continuo aumento, perché una dieta priva di carne, pesce uova, latte e miele è considerata più sana e sopratutto più ecologica. Ma “vegano” è sempre sinonimo di “ecofriendly”?

Formaggio vegan, cotoletta vegetariana, hamburger senza carne: sugli scaffali dei supermercati le alternative alla carne e ad altri prodotti di origine animale vanno a ruba. Il numero dei nostri connazionali esclusivamente vegani non ancora è altissimo in rapporto alla popolazione, ma è in costante crescita e a essi si affiancano i clienti che non fanno completamente a meno della carne e non vogliono demonizzare altri alimenti di origine animale, ma semplicemente vogliono consumarne una minore quantità. Dei benefici della dieta vegana abbiamo parlato in questo articolo e ribadiamo che sicuramente dal punto di vista ecologico, tutto ciò che tra i nostri alimenti non proviene dalla zootecnica è sicuramente più rispettoso dell’ambiente. Uno studio dell’Università di Oxford ha dimostrato che la produzione di cibo nel mondo causa l’emissione di un quarto di tutti i gas serra, ma l’80% di questi hanno origine nei processi di allevamento. Adottare una dieta vegana è probabilmente la leva in assoluto più potente per ridurre la propria impronta ecologica, ben più che comprare un’auto elettrica o usare meno l’aereo.

Tuttavia, permetteteci di dire che l’etichetta “vegan” che ora si trova su molti alimenti (inclusi insospettabili prodotti come succo di mela, vino o cioccolato fondente) non è automaticamente garanzia di una dieta rispettosa dell’ambiente. Occorre porsi delle domande importanti, prima tra tutte: Da dove proviene la derrata e come viene realizzata? Occorre sempre verificare l’origine e gli ingredienti. C’è una bella differenza nel bilancio di produzione CO2 tra una fetta di carne biologica prodotta nella propria regione e in quello di una cotoletta vegan prodotta all’estero (se non addirittura) oltreoceano, magari con soia proveniente da una monocoltura OGM, tenuta insieme da sofisticati additivi chimici, e trasportata su gomma o in aereo in Italia, oppure infarcita di conservanti e trasportata via mare! Certo, stiamo esagerando poiché esistono molte ottime vie di mezzo – ma lo facciamo esclusivamente per chiarire il punto che ci interessa sottolineare… A ben guardare, se mangiamo la carne di un’azienda agricola ubicata non lontano dal luogo di acquisto, che alleva le mucche al pascolo, nutrendole di erba proveniente da aree inutilizzabili per l’agricoltura e contribuendo così alla conservazione dell’ecosistema dei pascoli – allora anche i gas dannosi per il clima prodotti da questi animali durante la digestione rimangono in equilibrio in un ciclo naturale.

Le raccomandazioni del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) sono di consumare molta meno carne, ma anche di non rinunciare completamente ai prodotti animali, bensì di tornare al principio della carne di ottima qualità (magari venduta a un giusto prezzo) e mangiata non tutti i giorni, ma solo in giorni “speciali”, ad esempio la domenica o due volte la settimana. A questa raccomandazione va aggiunta quella di prediligere le derrate conservate nella minore quantità di imballaggi possibile (specie se si tratta di plastica). E poi la regola sempre valida di evitare in ogni modo lo spreco del cibo, visto che secondo le stime il 30% di quello prodotto nel mondo finisce tra i rifiuti.

FIGLI E FIGLIASTRI: PER LA UE GLI AIUTI DI STATO SONO AMMESSI … SE TEDESCHI!

Fonte: https://scenarieconomici.it/figli-e-figliastri-per-la-ue-gli-aiuti-di-stato-sono-ammessi-se-tedeschi/

Che bella l’Unione Europea, dove tutti i paesi sono uguali e con gli stessi diritti… oppure no? Secondo quanto riportato dal FAZ la Commissione Europea si appresta ad approvare la ricapitalizzazione delle banca tedesca Nord LB effettuata con fondi pubblici per 3,6 miliardi. L’analisi di questa decisione ha impiegato ben 9 mesi dato che l’operazione è stata svolta quasi un anno fa, ma alla fine l’esamina termina con un ok su tutta la linea.

La crisi inizia della Nord LB diventa non più affrontabile con mezzi ordinari a fine 2018 quando il peso degli NPL, dei crediti inesigibili, diventa tale da portare a 2 miliardi di perdite, dando un potente colpo alla capitalizzazione della banca. A giugno 2019 siamo in una situazion in cui,  potenzialmente, la banca dovrebbe essere chiusa perchè non rispetta i coefficienti minimi di capitalizzazione CET1, del 10,57%. La  Banca però non chiude perchè i land della Bassa Sassonia e della Sassonia-Anhalt , insieme ad altre casse di risparmio della Germania del Nord, avevano già concordato un’operazione di rifinanziamento per 3,6 miliardi. Ora questa operazione viene approvata dalla Commissione e può passare alla fase finale, cioè l’approvazione dei parlamenti dei land e l’esecuzione dell’iniezione di capitali.

La Commissione della concorrenza di Bruxelles può approvare i contributi in conto capitale di enti del settore pubblico solo se si giunge alla conclusione che un investitore privato avrebbe fornito tale capitale alle condizioni concordate. Questa affermazione è risibile, francamente, per la Nord LB sia perchè la banca era già decotta da tempo,  sia perchè due investitori privati Centerbridge e Cerberus avevano presentato due offerte per Nord LB, ma a condizioni ben diverse e che erano stati respinti dagli attuali proprietari pubblici. Proprio perchè la condizioni attuali sono diverse da quelle offerte dal mercato, in teoria, non sarebbe stata autorizzabile, ma.. è la Germania, volete che la Commissione dica di no? Non scherziamo. 

Di questa decisione saranno molto soddisfatti sia gli ex Azionisti e creditori  delle Banche dell’Italia centrale  (Etruria, Marche, Carife etc) e delle due venete, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, che videro invece i propri istituti ammazzati per rispettare le regole della concorrenza. Potrebbe rendere più contenti invece i lavoratori dell’ILVA perchè, ora, ci sono più possibilità di autorizzazione per un diretto intervento statale.

A FURIA DI USARE (SENZA CRITERIO) IL MANGANELLO MEDIATICO DE BENEDETTI RISCHIA DI FARSI MALE DA SOLO

Scritto da: Francesco Maria Toscano
Fonte: http://www.ilmoralista.it/2019/10/10/a-furia-di-usare-senza-criterio-il-manganello-mediatico-de-benedetti-rischia-di-farsi-male-da-solo/

Sull’Espresso on -line di ieri (clicca per leggere) Gianfrancesco Turano si diletta nel dipingere la “galassia nera” che agiterebbe il web al fine di turbare il “meraviglioso” e “paradisiaco” ordine attuale, fondato sui pilastri della globalizzazione politica e del liberismo economico. Questi “cattivoni” che non amano Merkel e Draghi, che contestano l’austerità e le politiche infami di quella Ue che – parole di Vincenzo Visco – , ha organizzato un “olocausto in Grecia”, sono naturalmente “fascisti”. In realtà tante dinastie che furono naziste per davvero – penso alla famiglia Quandt che controlla il colosso automobilistico tedesco Bmw- continuano ancora oggi a dominare la Germania e quindi l’Europa, ma non importa. Per i giornalisti di Repubblica-l’Espresso l’accusa di fascismo è un moto “pavloviano”, un riflesso automatico che demonizza e delegittima tutti i non allineati. Avremmo volentieri trascurato il pezzo confuso di Turano, ma sfortunatamente non possiamo. Nel pezzo in questione infatti, Turano tira in ballo pure Vox Italia quel tanto che basta per giustificare le vergognose prassi censorie che il nostro partito ha subito e subisce fin dalla sua nascita. Non contento il giornalista manda un “messaggio” (non ho scritto “pizzino”) pure a Byoblu, denotando fastidio per la crescita di un canale che ospita di frequente (questo aspetto è effettivamente grave) perfino “pericolosi figuri” del calibro di Bagnai e Rinaldi. Byoblu ha osato sentire l’opinione di Alberto Micalizzi che, condannato in primo grado a 6 anni per truffa, andrebbe forse nel frattempo “ibernato” e ridotto in una condizione di meditabondo silenzio (ma di Adriano Sofri condannato in via definitiva per l’omicidio Calabresi che scrive sul Foglio Turano che dice?). Ma tutti questi peccati sono poca cosa rispetto alla colpa di avere ospitato il politologo Dugin, vera ossessione del gruppo Repubblica/l’Espresso che vede nel barbuto pensatore russo la quintessenza di un pensiero eretico e pericoloso, incarnazione vivente del fascismo eterno che ritorna in forme dissimulate. Siccome non conosciamo il nome di un bravo psicologo esperto in psicopatie ricorrenti, rispondiamo a Turano brevemente nel merito delle cose dette. Vox Italia non ha nulla a che vedere con il nazismo o con il fascismo; Vox Italia è un partito che si riconosce completamente nei valori impressi nella nostra Costituzione nata sulle ceneri dei totalitarismi novecenteschi. Vox Italia contesta gli attuali assetti di potere, fondati sul predominio del denaro e sulla mercificazione dell’Uomo ridotto a mero strumento di produzione e di consumo, servo muto e inconsapevole da sacrificare sull’altare del dio-mercato. Si può dire tutto questo, o Turano e compagnia ci devono far bere l’olio di ricino per così poco? Turano dovrebbe semmai approfondire il profilo di chi lo paga, ovvero di Carlo De Benedetti, uomo già coinvolto in vicende poco edificanti al tempo di Mani Pulite; finanziere molto potente già affiliato alla loggia “Cavour” di Torino che – a proposito di Russia- qualcuno ha accostato alle vicende cristallizzate dentro il dossier Mitrokhin(clicca per leggere). Per non parlare, per ora, del caso “Banco Ambrosiano”. Ora domando: visto che i vostri stipendi sono pagati da un editore così, siete proprio sicuri di avere i titoli per fare di continuo la morale agli altri? Non è meglio che cominciate a guardarvi allo specchio prima di concentrarvi sul mondo circostante? Se non riuscite a farvi da soli una seduta di autoanalisi vorrà dire che vi aiuteremo noi.

L’insostenibile accordo dell’Università di Messina con l’ateneo-ostaggio di Erdogan

Fonte: http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2019/10/linsostenibile-accordo-delluniversita.html

Un’aggressione sanguinosa ai danni della popolazione kurda, l’ennesima, e un’escalation autoritaria e repressiva che ha colpito soprattutto negli ultimi tre anni migliaia di intellettuali, docenti e studenti universitari, giornalisti, attivisti politici in tutta la Turchia. Non sembrano conoscere limiti le nefandezze del regime del sultano Erdogan, ma soprattutto sono davvero poche le voci autorevoli oggi in Italia, specie in ambito accademico, pronte a denunciare le conseguenze immediate e i pericoli globali a medio termine dell’attacco sferrato dalle forze armate turche nella Siria nord-orientale. Di contro sono ben ventisette le università italiane che continuano a mantenere stabili relazioni di cooperazione alla ricerca e collaborazione scientifica (anche in ambiti militari) con gli atenei della Turchia, nonostante la campagna governativa che ha colpito l’intero sistema educativo del paese, con illegittime condanne, arresti, ingiuste detenzioni, torture, licenziamenti e sospensioni di rettori, docenti, ricercatori e allievi. Tra i disattenti (o cinici) partner italiani degli atenei turchi c’è l’Università degli Studi di Messina. Il 16 aprile 2014 l’allora rettore Pietro Navarra e il prof. Mehmet Fuzun, rettore dell’Università Dokuz Eylul di Smirne, sottoscrivevano un Accordo-quadro di cooperazione culturale, scientifica e didattica nei campi di mutuo interesse per “promuovere iniziative finalizzate alla realizzazione di programmi congiunti di ricerca e favorire gli scambi”. Nello specifico l’accordo puntava a promuovere la mobilità di docenti, ricercatori, personale tecnico e amministrativo, studenti; lo scambio di informazioni, di pubblicazioni scientifiche e di altro materiale didattico; l’organizzazione di iniziative comuni come conferenze, seminari, lezioni, ecc.; l’uso reciproco degli strumenti di ricerca e accesso alle strutture delle due Istituzioni”. All’articolo 5 dell’Accordo-quadro si riporta che la durata dello stesso è di cinque anni dalla firma dei rappresentanti legali dei due atenei (dunque sino al 15 aprile 2019 scorso), ma che “potrà essere rinnovato tacitamente allo scadere, salvo il caso in cui, una delle Parti, intenda recedere dallo stesso”. Ad oggi non risulta che l’Università di Messina o la Dokuz Eylul di Smirne abbiano comunicato l’intenzione a dare per concluso il mutuo accordo di cooperazione, né pare ci sia l’intenzione di farlo da parte del nostro ateneo, nonostante i crimini commessi dalle forze armate turche in Siria e contro la popolazione kurda che vive dentro e fuori i confini del paese. Non si comprende poi come nessuno all’interno dell’Università di Messina si sia accorto nel corso del quinquennio di vigenza dell’accordo di cooperazione quanto sia accaduto all’interno dell’Università di Smirne. Eppure sono numerosi i report di organizzazioni non governative in difesa dei diritti umani o le inchieste giornalistiche che hanno documentato come proprio la Dokuz Eylul Universitesi di Smirne sia stata tra le più colpite dalla furia repressiva e dai decreti emergenziali (illegittimi ed incostituzionali) del nuovo sultano di Ankara. Fermandosi solo a quanto accaduto negli ultimi tre anni, segnaliamo i fatti più ravi avvenuti Il 26 ottobre 2016, ad esempio, le forze di polizia turche hanno eseguito l’arresto di 55 tra docenti e studenti della Dokuz Eylül, nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria che li vedrebbe coinvolti n qualche modo nell’organizzazione del violento tentativo di colpo di stato avvenuto il 15 luglio precedente. In particolare, gli inquirenti hanno accusato gli accademici e gli allievi di Smirne di avere utilizzato ByLock, un’applicazione smartphone che le autorità governative ritengono sia stata utilizzata come sistema di collegamento tra i presunti appartenenti al movimento guidato dall’esponente religioso islamico Fethullah Gülen, ritenuto di essere il mandante e l’organizzatore del fallito golpe, ma che ha sempre formalmente negato di aver avuto un qualsivoglia ruolo nella sollevazione anti-governativa, chiedendo di essere sottoposto ad un’inchiesta internazionale indipendente. Il 4 gennaio 2017 sette studenti della Dokuz Eylül Universitesi sono stati vittima di un’aggressione da parte delle forze di sicurezza: dopo essere stati picchiati, sono stati condotti in un posto di polizia e posti agli arresti. Le vittime avevano letto in pubblico un documento che invitava alla mobilitazione del campus a favore della crescita del secolarismo in Turchia. Il documento era stato redatto in risposta all’attacco terroristico avvenuto a Istanbul il giorno di Capodanno che aveva causato la morte di 39 persone, presumibilmente eseguito da presunti miliziani pro-Isis. Gli studenti sono stati accusati di “avere incitato la popolazione all’odio e all’ostilità” secondo quanto previsto dall’articolo 216 del Codice penale turco che prevede una pena sino a tre anni di carcere. Il giorno successivo all’arresto, gli studenti venivano rilasciati a piede libero in attesa del processo. Il 30 maggio 2017, ventisette accademici della Dokuz Eylül Universitesi di Smirne venivano arrestati ancora con l’accusa di tenere legami con il movimento islamico Gülen. Ancora una volta le prove addotte dagli inquirenti vertevano sull’uso da parte dei docenti dell’applicazione ByLock, del possesso di un conto bancario presso la Bank Asya, precedentemente chiusa dalle autorità perché ritenuta vicina al leader religioso Fethullah Gülen, o perché ritenuti membri di fondazioni o associazioni ad egli collegate. Il personale arrestato è stato poi licenziato dall’università sulla base di quanto disposto da un decreto governativo adottato in “emergenza” dopo il tentato golpe del luglio 2016. Il 27 giugno 2017  l’amministrazione della Dokuz Eylül University ordinava invece la sospensione di dodici studenti delle facoltà di Medicina, Economia e Belle Arti, rei di aver sottoscritto una petizione che invitava il governo turco a interrompere le operazioni di guerra contro i ribelli kurdi nella parte sudorientale del paese. La petizione era stata lanciata nel gennaio 2016 da 1.128 studenti di 89 università turche e da oltre 300 studenti residenti all’estero. Oltre a chiedere la fine delle ostilità tra le forze armate turche e i membri del Pkk, i sottoscrittori accusavano in particolare il governo di “massacri deliberati e deportazioni di civili”, invocando l’autorizzazione all’ingresso di osservatori indipendenti nella regione. In seguito alla pubblicazione dell’appello, tutti i 1.128 firmatari erano stati posti sotto inchiesta giudiziaria ed amministrativa; molti di essi erano stati allontanati o sospesi dalle loro funzioni, fermati o arresati o sottoposti a minacce da parte delle forze militari e di sicurezza. Il 28 novembre 2017 una corte turca emetteva una sentenza di condanna a otto ani di carcere nei confronti di Erhan Hepoğlu, studente di economia della Dokuz Eylül Universitesi, accusato di essere “membro di un’organizzazione terroristica”, ancora una volta sulla base di un suo presunto legame con Fethullah Gülen. Nell’ottobre 2016, gli agenti della Divisione dei crimini finanziari della polizia turca avevano arrestato Erhan Hepoğlu nella sua abitazione di Izmir; durante il blitz gli era stato sequestrato un pendrive che avrebbe contenuto al suo interno foto e video del leader islamico accusato del tentato golpe del 15 luglio. Successivamente la procura aveva contestato allo studente l’utilizzo dell’applicazione smartphone ByLock e di un conto bancario presso la Bank Asya. Erhan Hepoğlu ha sempre negato di avere utilizzato ByLock o di avere avuto contatti con il movimento Gülen. Il 28 novembre 2017, dopo un anno di carcere preventivo, il tribunale lo aveva condannato in primo grado a cinque anni e quattro mesi di prigione, pena poi aggravata in appello per le nuove norme anti-terrorismo adottate dal governo Erdogan. Infine, il 31 dicembre 2017, le autorità turche hanno eseguito l’arresto di un lettore della Dokuz Eylul Universitesi che era stato destituito dal suo incarico a seguito di un decreto ad hoc che lo accusava di coinvolgimento con il tentato colpo di stato del luglio 2016. Il lettore si preparava ad attraversare il confine con la Grecia insieme ad un ex assistente tecnico della Yildiz Technical University e ad un docente della scuola secondaria (anche questi ultimi due sono stati arrestati). Mentre il ciclone Erdogan si abbatteva contro docenti e allievi dell’ateneo partner dell’Università degli Studi di Messina, le autorità accademiche della Dokuz Eylul Universitesi rafforzavano i propri legami con il complesso militare-industriale turco e con le stesse forze NATO presenti in Turchia. Il 3 maggio scorso, ad esempio, una folta delegazione di docenti e studenti dell’università di Smirne si recavano in visita presso il quartier generale delle forze terrestri alleate di Izmir (NATO Allied Land Command’s – LANDCOM), per “approfondire il ruolo e la missione dei reparti della NATO che garantisce la sicurezza al nostro popolo e al nostro paese, adattandosi continuamente alle nuove sfide”, come riporta il comunicato emesso dall’ufficio stampa della Universitesi. Quella con l’Alleanza Atlantica è una partnership consolidata da decennia. Già a partire dalla fine dello scorso decennio, la Dokuz Eylul Universitesi, insieme ad altri importanti centri accademici turchi che vantano accordi con l’Italia (la Istanbul Universitesi e la Canakkale Onsekiz Mart Universitesi), coopera con il NATO Undersea Research Centre (NURC) con sede a La Spezia in progetti di ricerca sulla “sicurezza navale e sottomarina” e a controverse sperimentazioni militari nelle acque del Mar Nero, del Mar di Marmara e dell’Egeo (anche congiuntamente con l’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale di Trieste, l’ENEA e il Massachusetts Institute of Technology – MIT). “I risultati delle ricerche del NATO Undersea Research Centre supportano l’abilità delle nazioni NATO a condurre con successo le operazioni contro le minacce e/o per la sicurezza marittima”, riporta un comunicato emesso dal entro NATO di La Spezia a conclusione di una campagna di “ricerche” eseguite in Turchia con l’Università di Smirne. E’ il Dipartimento di Ingegneria meccanica della Dokuz Eylul Universitesi uno dei centri di ricerca d’eccellenza turco in campo civile e militare. Nel 2016 ha reso noto i risultati di un suo progetto di analisi sugli effetti della frequenza di corsa nelle caratteristiche dinamiche dei mezzi pesanti da 44 tonnellate, 8×8, in configurazione militare. Non ci sarebbe da stupirsi che si tratta proprio di quei mezzi utilizzati in queste settimane per occupare la Siria nord-orientale e concorrere ai massacri di civili kurdi.

L’affresco dei gladiatori combattenti a Pompei

Fonte: https://ilfattostorico.com/2019/10/11/laffresco-dei-gladiatori-combattenti-a-pompei/
Fonte: http://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/Ministero

(MiBACT)

Un nuovo eccezionale affresco è stato portato alla luce nell’antico sito di Pompei. La scena mostra un combattimento tra un mirmillone e un trace, due tipologie di gladiatori distinti da armature differenti e classici avversari nelle lotte gladiatorie. L’affresco si trovava nel sottoscala di una taverna, probabilmente frequentata dai gladiatori, che forniva alloggi al piano superiore.

L’affresco misura 1,12 x 1,5 mt (MiBACT)

La scoperta è stata effettuata nella Regio V, un sito di 21,8 ettari a nord del parco archeologico e non ancora aperto al pubblico. Il gladiatore a sinistra è un mirmillone della categoria degli “scutati”: impugna il gladium (una spada corta romana) e lo scutum (un grande scudo rettangolare) e veste un elmo a tesa larga dotato di visiera con pennacchi, il cimiero. L’altro, in posizione soccombente, è un trace, gladiatore della categoria dei “parmularii”, con lo scudo a terra. È rappresentato con elmo (galea), a tesa larga ed ampia visiera a protezione del volto, sormontato da un alto cimiero.

L’affresco è stato rinvenuto in un ambiente alle spalle dell’incrocio tra il vicolo dei Balconi e il vicolo delle Nozze d’Argento. Ha forma trapeizodaile, in quanto era collocato nel sottoscala, forse di una bottega. Al di sopra della pittura si intravede l’impronta della scala lignea. Molto probabilmente decorava un ambiente frequentato da gladiatori, forse una bettola dotata di un piano superiore, destinato ad alloggio dei proprietari dell’esercizio commerciale o come di frequente – soprattutto vista la presenza di gladiatori – destinato alle prostitute.

(MiBACT)

Il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, ha dichiarato: «Il sito archeologico di Pompei, fino a qualche anno fa, era conosciuto nel mondo per la sua immagine negativa: i crolli, gli scioperi e le file dei turisti sotto il sole. Oggi è una storia di riscatto e di milioni di turisti in più. Oggi è un sito accogliente, ma soprattutto è un luogo in cui si è tornati a far ricerca, attraverso nuovi scavi. La scoperta di questo affresco dimostra che davvero Pompei è una miniera inesauribile di ricerca e di conoscenza per gli archeologi di oggi e del futuro».

«È molto probabile che questo luogo fosse frequentato da gladiatori», dice il direttore generale Massimo Osanna. «Siamo nella Regio V, non lontani dalla caserma dei gladiatori da dove, tra l’altro, proviene il numero più alto di iscrizioni graffite riferite a questo mondo. In questo affresco, di particolare interesse è la rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al polso e al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue e bagna i gambali. Non sappiamo quale fosse l’esito finale di questo combattimento. Si poteva morire o avere la grazia. In questo caso c’è un gesto singolare che il trace ferito fa con la mano, forse, per implorare salvezza; è il gesto di ad locutia, abitualmente fatto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia. L’ambiente di rinvenimento è solo parzialmente portato in luce – su un lato emerge un’altra piccola porzione di affresco che rivela la presenza di un’altra figura – in quanto lo scavo dello stesso è stato possibile a seguito dell’intervento di rimodulazione dei pendii dei fronti e alla loro messa in sicurezza, che costituisce l’esigenza prioritaria di tutto il cantiere della Regio V».

(MiBACT)

(MiBACT)

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