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DEPISTAGGIO BORSELLINO / LE RIMEMBRANZE DI NINO DI MATTEO, E IL PROCESSO COMINCIA Il 5 NOVEMBRE

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2018/09/30/depistaggio-borsellino-le-rimembranze-di-nino-di-matteo-e-il-processo-comincia-il-5-novembre/

Neanche il tempo di una sentenza (quella sulla ‘Trattativa’) e la super toga antimafia, l’icona del popolo delle agendine rosse si trova in libreria con un già cult, “Il patto sporco. Il processo Stato-Mafia nel racconto di un suo protagonista: Nino Di Matteo”. Non poteva che essere Chiarelettere l’editrice a pubblicare la lunga (oltre 200 pagine) intervista all’Eroe dei due Mondi raccolta da Saverio Lodato, per una vita inviato dell’Unità a Palermo e firma di punta del plotone di penne antimafia.

Non abbiamo letto il prestigioso volume, ma scorrendo il reportage che firma Corrado Stajano per il Corriere della Sera sembra di saperne molto, ma molto meno di prima. Soprattutto eclissando letteralmente dei fatti di sostanza che – vivaddio – in questi maledetti 35 anni sono stati acquisiti. Invece sembra di volteggiare, leggendo il libro, in una bolla perfetta, in un nulla metafisico e metastorico: una vertigine che ti può dare il senso del più totale spaesamento.

TRA I RICORDI DI NINO DI MATTEO

Il libro di Lodato. In apertura Giancarlo Caselli e sullo sfondo il covo di Totò Riina

Qualche cenno ai 200 chili di tritolo che Cosa nostra aveva ordinato per far fuori Di Matteo, le imprecazioni carcerarie di Totò Riina (che certo sapeva bene di essere ‘ascoltato’ da chi doveva sentire). E poi i soliti interrogativi senza risposta, e che il libro non contribuisce certo a darne neanche una briciola: “chi fece sparire – scrive Stajano – quasi del tutto i file informatici di Giovanni Falcone dopo la sua morte? Quali furono i motivi dell’accelerazione dell’assassinio di Paolo Borsellino? Che cosa avrà scoperto il magistrato nei tragici 57 giorni dopo Capaci?”.

Quindi uno dei punti bollenti: “La cattura di Riina nel gennaio ’93, poi la mancata perquisizione del covo sono smaccate prove dell’accordo tra le parti per ‘evitare che saltassero fuori atti e documenti compromettenti proprio su quella fase della trattativa’”.

C’è da augurarsi che nel libro ci sia qualche elemento in più su quel maxi buco nero del covo di Riina (che si collega alla mancata cattura di Bernardo Provenzano). Cosa c’era veramente in quel covo trovato ritinteggiato e messo a nuovo dopo due settimane di mancato controllo? E la cassaforte portata via in tutta tranquillità? Quell’archivio dei 3000 nomi di cui parla addirittura il capitano Ultimo – il braccio destro del capo Ros Mario Mori – che potrebbe essere finito nella mani di Matteo Messina Denaro per ricattare mezza Italia?

Beh, qualche spiegazionicina in più ce la saremmo aspettata dalla nostra Icona antimafia. Come anche sullo scarso controllo operato dal neo procuratore capo Giancarlo Caselli, arrivato da appena due settimane. Per non parlare della improvvisa, misteriosa e soprattutto mai indagata  morte (ecco un altro buco nero della nostra malastoria di cui nessuno parla) del procuratore Gabriele Chelezzi, che su quelle connection stava lavorando da mesi.

 

ARCHIVI & AGENDE

Da un archivio a un’agenda, quella rossa di Paolo Borsellino, il passo non è poi così lungo. Come mai nessun elemento in più – da parte di uno degli inquirenti di punta per la strage di via D’Amelio – viene partorito? Nessuna nuova pista per quel passaggio di mano della bollente agendina – quasi un’azione rugbistica – dal carabiniere accusato, processato e assolto, fino a Giuseppe Ayala e poi a chissà chi?

Come mai nessun cenno a quel famigerato Castel Utveggio che sovrasta Palermo e che domina sul palcoscenico di via D’Alemio? Non interessa sapere chi lo usava? Per chi non lo ricordi, è stato per anni un centro studi che faceva capo ai gesuiti di padre Pintacuda, poi s’è trasformato nel Cerisdi, un altro centro studi, ma stavolta per questioni militari, di sicurezza, tanto da essere riconducibile – secondo alcune attendibili fonti della procura di Palermo – ai Servizi Segreti. Per alcuni anni è stato presieduto da uno degli uomini più potenti della Sicilia: Elio Adelfio Cardinale, per anni rettore di Medicina a Catania, radiologo di fama, marito di Anna Maria Palma.

Ecco che un primo cerchio si chiude: il magistrato che per primo ha avuto in mano il fascicolo ancora fumante delle indagini sul tritolo di via D’Amelio è la consorte di Cardinale, il quale – va rammentato – è stato sottosegretario alla Salute nel governo Monti. Uno che quindi se ne intende.

E siamo al domandone? Come mai Nino Di Matteo, nel suo lungo sfogo con l’amico giornalista, non fornisce uno straccio di spiegazione (stando almeno all’articolo di Stajano) sul più grande depistaggio della nostra storia giudiziaria, di cui si è appena discusso davanti al Csm e che sarà oggetto dell’ennesimo processo che comincia il 5 novembre a Caltanissetta, dedicato proprio al Depistaggio?

Quel depistaggio è cominciato prima, con l’agendiana rossa e via dicendo, sostiene Di Matteo.

Ma sta di fatto che qualcuno l’avrà pure pensato, ideato, organizzato, messo in pratica, o no?

I tre poliziotti oggi accusati non possono che essere di tutta evidenza l’ultimo anello della catena, lo capirebbe anche un bambino. Fabrizio Mattei, Michele Ribaudo e Mario Bò non possono che essere i burattini che qualcuno o alcuni hanno manovrato. Elementare.

E allora? Tutti – o molti – hanno scaricato la montagna delle responsabilità sull’allora capo della Squadra Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera, morto oltre 15 anni fa, nel 2002 e che difficilmente può più difendersi né fornire lumi.

C’è solo da sperare che qualcuno parli, come si augura Fiammetta Borsellino? “Ci sono grossi pezzi dello Stato – sottolinea – implicati nella strage che ha ucciso mio padre e i ragazzi della scorta”. E rivolta ai poliziotti, in occasione delle sedute davanti al Csm, tormentata ha continuato a chiedersi: “Perchè non parlano, perchè non dicono da chi ebbero l’ordine di ammaestrare Scarantino (Vincenzo Scarantino, il teste taroccato, ndr) con degli appunti molto dettagliati? E come è possibile che nessun magistrato si sia accorto del depistaggio messo in atto da un gruppo di poliziotti?”.

Perfino Nino Caleca, il legale di uno dei poliziotti oggi sotto accusa, Mario Bò, afferma: “Il mio assistito era convinto di avere fatto la cosa più bella dellla sua vita con quella indagine. Agì alle dipendenze dei superiori e di chi coordinava l’inchiesta”.

 

MA CHI ERANO I VERI DIRETTORI D’ORCHESTRA

Ma chi erano i ‘superiori’? Chi ‘coordinava’? Semplice come bere un bicchier d’acqua: i magistrati inquirenti. Quindi Anna Maria Palma poi affiancata da Carmelo Petralia e, 5 mesi dopo, da Nino Di Matteo. Questo il tris d’assi che ha diretto l’orchestra. Ma attenzione al nome del procuratore capo di allora: Giovanni Tinebra, il cui ruolo – in questa vicenda – è ancora tutto da scoprire

Possibile che Palma, Petralia e Di Matteo abbiano perso la memoria? Che tutti   contemporaneamente non sappiano e non ricordino?

Possibile che dei poliziotti abbiano pensato un bel giorno di rovinarsi la vita e la carriera per inventare un falso pentito? E’ mai credibile?

L’abbiamo scritto diverse volte: la Palma era una toga ‘rossa’, ai tempi di quelle militanze, ed era anche molto amica di Borsellino, secondo quanto ricordano i cronisti siciliani. Anni dopo l’inversione a U, quando viene chiamata dal berlusconiano Renato Schifani a dirigerne il Gabinetto ai tempi della sua presidenza del Senato.

Come mai tutti minimizzarono le parole di giudici come Ilda Boccassini e Roberto Sajeva i quali avevano messo in guardia da Scarantino, giudicandolo un teste del tutto inaffidabile e inattendibile? Come mai, invece, nelle mani di Palma, Petralia e Di Matteo diventa l’Oracolo di Delfo? La fonte di tutte le Verità sulla strage di via D’Amelio? Perchè cadono tutti in trappola?

Forse l’ennesimo processo sul depistaggio che si apre a Caltanissetta potrà darci qualche lume in più per arrivare a che – come implora Fiammetta Borsellino – Verità e Giustizia dopo tanti anni siano fatte, e uno dei buchi più neri e vergognosi dello Stato venga cancellato per sempre.

Verranno interrogati, oltre evidentemente i poliziotti, tutti i magistrati che hanno gestito il fascicolo e quindi ordinato e coordinato l’inchiesta e poi il primo processo che ha mandato all’ergastolo 6 innocenti? I quali, poi, hanno trascorso in carcere ‘solo’ 16 anni e adesso ovviamente si sono costituiti parte civile chiedendo un ovvio risarcimento. Per la serie: mafiosi parti civili contro dei poliziotti dello Stato. Il mondo capovolto.

Mentre – udite udite – fino ad oggi non si è costitutito parte civile il ministero degli Interni: per la serie, Matteo Salvini se ne frega. Si costituirà, invece, quello della Giustizia.

Nell’iniziare formalmente il  processo (che decollerà come detto il 5 novembre) il pm, Stefano Luciani, ha tuonato: “Non fu per ansia di giustizia che venne costruito ad arte il falso pentito Vincenzo Scarantino”. Nè per fare in fretta e sbattere il mostro in prima pagina, come furono le prime accuse lanciate contro La Barbera.

“Qualcuno dei miei amici mi ha tradito”, disse alla moglie Agnese Paolo prima di essere trucidato.

Il giallo continua.   

Il Direttore dell’Istituto di Astronomia della Accademia Russa delle Scienze ammette l’esistenza di molte Civiltà Extraterrestri

Fonte: https://www.segnidalcielo.it/il-direttore-dellistituto-di-astronomia-della-accademia-russa-delle-scienze-ammette-lesistenza-di-molte-civilta-extraterrestri/

NASA, la Sonda SDO fotografa “Enorme Oggetto” sul Sole. Potrebbe essere quello fotografato dallo skywatcher italiano!

Fonte: https://www.segnidalcielo.it/nasa-la-sonda-sdo-fotografa-enorme-oggetto-sul-sole-potrebbe-essere-quello-fotografato-dallo-skywatcher-italiano/

Qualche giorno fa,  avevamo presentato le fotografie di un misterioso ed enorme oggetto che era stato immortalato accanto al Sole durante il tramonto del 29 settembre 2018. Le immagini erano state  registrate dallo skywatcher Stefano Farigu che si trovava sui Monti di Sinnai (Sardegna). Queste fotografie hanno fatto il giro del mondo e aperto dibattiti sui social, facendo discutere moltissimi appassionati di UFO e scettici.

Immagini concesse da Stefano Farigu

immagine tratte da Helioviewer.org- concesse da UFO Sightings Hotspot

Ora anche la NASA, attraverso la sonda SDO ha registrato la presenza dello stesso oggetto fotografato da Stefano Farigu. Le fotografie della NASA sono state registrate il 30 Settembre 2018, e il misterioso oggetto compare alle ore 01:06.

Si tratta di un corpo bianco di grandi dimensioni visibile nelle immagni SDO di helioviewer.org sulla parte superiore del Sole. Le immagini sono state diffuse grazie al sito UFO Sightings Hotspot che ci ha concesso gentilmente le fotografie e che pubblichiamo di seguito.

immagine tratte da Helioviewer.org- concesse da UFO Sightings Hotspot

L’oggetto visibile sul Sole è di enormi dimensioni e sembra sia fuoriuscito attraverso la corona solare per poi andare verso lo spazio in pochi secondi. Astronomi hanno suggerito che potrebbe trattarsi di plasma ma i ricercatori UFO lo escludono sostendendo che si trattava di un enorme nave aliena comparsa grazie a un WormHole o Stargate che si è creato sfruttando il potente campo magnetico e gravitazionale del Sole. Navi aliene o Plasma solare, la comparsa di questo enorme oggetto sul Sole ha lasciato basiti tutti i ricercatori.

A cura della Redazione Segnidalcielo

 

 

L’epoca dei giganti. Evoluzione e statura umana

Scritto da: Sabina Marineo
Fonte: http://storia-controstoria.org/paleolitico/epoca-giganti/

Il tempo dell’Homo erectus fu anche l’epoca mitica dei giganti? Fra questi ominini che popolarono la terra sin dal Pleistocene – vale a dire a partire da circa due milioni di anni fa – e da cui discendono le tre specie più “recenti” Neanderthal, Denisova e Sapiens, c’erano molti individui di statura eccezionalmente alta. In alcuni casi raggiungevano i due metri. Erano creature dalla forza incredibile, con una prestanza fisica che avrebbe superato quella dei nostri atleti di oggi. Furono gli inventori della bifacciale, un utensile litico molto efficace, dato che venne utilizzato per centinaia di migliaia di anni. Il loro cervello poteva raggiungere i 1200 cm cubi ed erano in grado di costruire abitazioni, officine di lavoro all’aria aperta, lance da caccia dalla forma perfetta e, soprattutto, di controllare il fuoco.

Bifacciali: il miracolo della simmetria

Uno splendido esemplare di bifacciale che risale a ca. 450.000 anni fa. The Upper Galilee Museum of Prehistory, Hula Valley. Foto Guyassaf

Più di una volta, ammirando le splendide bifacciali (o amigdale), quegli oggetti di pietra dalla caratteristica forma a mandorla che dovevano essere una sorta di utensile multiuso, mi sono stupita delle loro dimensioni. Le bifacciali venivano, come dice il nome, lavorate da entrambi i lati e dimostrano una ricerca di simmetrica bellezza che lascia l’osservatore senza parole. In genere erano usate per tagliare la carne animale, lavorare le pelli, spezzare altri materiali. I nostri antenati le impugnavano alla base, le usavano tenendole strette nella mano.

Le più antiche, ritrovate in Africa, datano circa 1,5 milioni di anni e sappiamo che le bifacciali furono utilizzate fino a 200.000 anni fa. Un periodo di tempo lunghissimo che la dice lunga sulla loro efficacia. Evidentemente erano molto apprezzate. Il livello di armonia della forma raggiunto da questi oggetti si può capire confrontandole con gli utensili precedenti, per esempio i cosiddetti chopper, ciottoli tondeggianti scheggiati e taglienti, ed è senz’altro racchiuso nella simmetria. Un fattore che testimonia la ricerca estetica di forme armoniche e che suggerisce il raggiungimento di un elevato livello di pensiero astratto. Non solo. Anche la conoscenza del simbolo.

L’archeologo Jean Marie Le Tensorer fa un ulteriore passo avanti e afferma:

Il numero d’oro è un esempio di postulato dell’armonia. (…) In Siria un solo giacimento archeologico (…) ci ha lasciato più di 8000 bifacciali. Tenendo conto che questo sito è stato scavato soltanto per una ventina di metri quadrati, si può presupporre che tale orizzonte ospiti in totale da 60.000 a 70.000 bifacciali! Queste bifacciali presentano delle forme di grande purezza. Risalgono a 500.000 anni or sono e indicano una tendenza alla standardizzazione e alla riproduzione di un rapporto preferenziale larghezza/lunghezza. Questo rapporto è in media di 1:4. (N.d.A.: Vicino al numero d’oro). Per me si tratta di un rapporto armonico fondamentale creato dall’Homo erectus. La morfologia simmetrica della bifacciale non evoca forse la forma dell’uomo stesso e della sua mano? (…) In questo caso il corpo umano, emblema dell’armonia, sarebbe all’origine dell’immagine, la bifacciale sarebbe lo specchio armonico dell’uomo.”

Quando fabbricava questi oggetti meravigliosi, l’Homo erectus non badava dunque soltanto alla loro utilità, voleva anche possedere qualcosa di bello. Alcune bifacciali erano per lui talmente preziose, erano state lavorate con tale cura, da non essere nemmeno utilizzate nel quotidiano. Erano riservate esclusivamente all’uso di corredo funerario. L’esemplare forse più famoso in questo senso è la famosa “Excalibur”, un’amigdala di quarzite scoperta nel giacimento spagnolo di Sima de los Huesos insieme a resti ossei umani di 400.000 a.C. La bifacciale non presenta nessuna traccia di utilizzo e quindi doveva rivestire un’importanza prettamente rituale. Forse la prima offerta funeraria di cui siamo a conoscenza attualmente e che conferma la presenza del pensiero astratto in tempi già così remoti.

Prima della bifacciale: raffigurazione di un chopper, 1 milione di anni fa. Reperto del sito paleolitico di Dmanisi, Georgia. Disegno di José-Manuel Benito, pubblico dominio

Ma dopo il primo stupore provato per la bellezza e perfezione delle amigdale, l’osservatore è sopraffatto da un altro pensiero. Le bifacciali non erano soltanto oggetti dalla chiara efficacia nell’uso quotidiano e dall’indubbio valore estetico, potevano essere anche… molto pesanti.  Nel giacimento paleolitico francese Caune de Arago (Tautavel), in un orizzonte di 580.000 anni fa, si è recuperato un esemplare di ben 35 cm di lunghezza. Proviamo ad immaginarne il peso. In effetti, vedendo dal vero alcuni esemplari nelle vetrine dei musei, c’è da restare sbalorditi: che mani dovevano avere i nostri avi del Paleolitico per poterle comodamente impugnare e maneggiare? Ma con il passare del tempo tali utensili divennero sempre più piccoli. Proprio come la statura – e quindi la mano – di chi li confezionava.

I “giganti”

Nel lontano 1948 il team diretto dal paleontologo Richard Leakey ebbe la fortuna di scoprire in Kenya lo scheletro quasi completo del “Turkana Boy” (il ragazzo di Turkana o di Nariokotome). Un ritrovamento eccezionale. Alto e slanciato, questo individuo della specie Homo erectus stupì tutti gli esperti. Nel corso delle analisi ci si rese conto che misurava 160 cm di altezza ed era morto ad appena 7-8 anni d’età. Da adulto, il ragazzino avrebbe probabilmente raggiunto i 185 cm. Il bambino soffriva di malformazioni congenite che ne causarono la morte e tuttavia, sulla base delle analisi scheletriche, si poteva ipotizzare che anche questo giovane individuo, se pur malato, in vita doveva aver posseduto una forza a dir poco atletica.

Bifacciale del giacimento paleolitico di Olduvai, ca.1 milione di anni fa. British Museum – Foto Discott CC BY-SA 3.0

Altri esemplari di Homo erectus presentavano una statura di tutto rispetto che sfiorava i 2 metri (riscontrata in seguito ad analisi effettuate su resti fossili scoperti primariamente nell’Africa meridionale, vedi ricerche del paleontologo Lee Berger), mentre i Sapiens aurignaziani che popolavano l’Europa 40.000 anni fa potevano pur sempre vantare un’altezza media di 183 cm. Una misura che supera di molto la media attuale europea (175 cm). Tipici esempi in tal senso sono i resti fossili dell’uomo scoperto nel sito francese Abri Cro Magnon, con i suoi 183 cm, e gli individui delle sepolture nel giacimento dei Balzi Rossi, in Italia, alcuni dei quali – Uomo di Grimaldi e Uomo di Mentone – misuravano da 190 a 195 cm di altezza.

E bisogna precisare, per amore di correttezza, che il presunto Uomo di Mentone in realtà era una donna del Gravettiano spirata intorno a 24.000 anni fa all’età di circa 37 anni. Oggi è chiamata “Donna di Caviglione”. La giusta attribuzione sessuale si deve al professor Henry de Lumley. Dunque una donna molto alta, al di fuori dalla norma cui siamo abituati oggi. Se gli europei dell’Aurignaziano (47.000-35.000 a.C.) e del Gravettiano (29.000-20.000 a.C) erano ancora molto prestanti, già gli esponenti del Magdaleniano (17.000-11.000 a.C.) si presentavano più minuti, mentre presso le genti del Neolitico (10.000 a.C.) si è registrata una statura media di 162,5 cm.

Una considerazione a parte merita l’uomo di Neanderthal con la sua altezza media di 160 cm, perché in questo caso abbiamo a che fare con una specie umana che si è evoluta dall’Homo erectus heidelbergensis dopo centinaia di migliaia di anni della permanenza di quest’ultimo in Europa. Dunque la sua fisionomia bassa e tarchiata era il risultato di un adattamento alla situazione climatica dell’Era glaciale. Invece sia l’Homo erectus che l’Homo sapiens appartenevano entrambi a specie di più recenti origini africane, erano individui dalla corporatura alta e slanciata e dalla carnagione scura che meglio potevano sopportare le temperature elevate e le forti radiazioni solari presenti nel Continente nero.

C’è poi da aggiungere che non mancano esempi a riprova dell’adattamento fisico dell’uomo di Neanderthal sia al freddo ambiente glaciale che a quello caldo del Medio Oriente. Ci sono esemplari extra europei che presentano altezze superiori, come per esempio il Neanderthal i cui resti fossili sono stati scoperti nella grotta di Amud, in Israele, che misurava 180 cm di altezza. Anche il Neanderthal rinvenuto nella grotta israeliana di Kebara non si può definire di statura bassa con i suoi 170 cm. E in Israele vigevano altre condizioni climatiche, ben lontane dalle temperature europee dell’Era glaciale.

Scheletro dell’uomo di Grimaldi. Questo esemplare di Homo sapiens misurava ben 195 cm d’altezza. Fu scoperto nel giacimento paleolitico di Balzi Rossi. Musée d’Anthropologie préhistorique di Monaco – Foto Georges Jansoone CC BY 3.0

La statura e il problema della dieta

Ma perché, nel corso dei secoli e millenni, l’uomo è divenuto sempre più piccolo? Quali sono i fattori che possono portare ad una diminuzione oppure ad un aumento di statura? Solo il freddo o il caldo? No. Non solo i cambiamenti climatici globali, anche quelli nutrizionali. Perché ovviamente gli individui più piccoli hanno un fabbisogno energetico minore, dunque maggiori probabilità di sopravvivere in presenza della carenza di cibo. E perché allora ci fu una forte diminuzione di statura nel Neolitico, proprio quando il clima in Europa era diventato più mite e il cibo era presente in modo continuato?

Si potrebbe pensare che con la “rivoluzione” neolitica ci siano state maggiori possibilità di nutrire un numero più elevato di persone in modo regolare, ossia usufruendo a piene mani delle risorse agricole e di quelle fornite dall’allevamento del bestiame, due fonti più sicure della caccia che poteva presentare dei problemi in determinati periodi dell’anno oppure in seguito a particolari eventi naturali. Le genti sedentarie del Neolitico avevano poi, al contrario dei cacciatori raccoglitori nomadi (o seminomadi) del Paleolitico, la possibilità di immagazzinare le loro provviste. D’altra parte però, l’antropologo Jean-Luc Voisin fa un’osservazione molto interessante:

“Certo, la diminuzione della statura potrebbe essere dovuta ad un nuovo regime alimentare, ma nel Neolitico la nutrizione doveva essere meno ristretta che nel Paleolitico. In effetti l’agricoltura e l’allevamento permettevano di avere del cibo in modo continuato e dunque i periodi di carenza erano più rari. Tuttavia questo nuovo metodo di vita necessitava di un lavoro di tutte le braccia. Anche i bambini partecipavano al lavoro sin dalla più tenera età intraprendendo delle attività che, come si è dimostrato, bloccano il processo della crescita.”

Ricostruzione di un Homo sapiens aurignaziano sulla base di resti fossili della grotta rumena Pestera cu Oase. Si tratta del cranio più antico di Sapiens scoperto in Europa, Datazione calibrata: 40.500 anni fa, presenta caratteristiche morfologiche proprie dell’Homo sapiens e dell’uomo di Neanderthal. Analisi del DNA effettuate nel 2015 hanno infatti confermato che un antenato di quest’uomo vissuto 4-6 generazioni prima era il risultato di un’ibridazione Sapiens/Neanderthal. Questa ricostruzione è stata commissionata dal Neanderthal Museum di Mettmann dove si trova attualmente in esposizione permanente accanto a molte altre ricostruzioni di ominini magistralmente eseguite dagli artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis. Il museo ha recentemente ristrutturato le sue sale esponendo queste ricostruzioni effettuate su base strettamente scientifica e secondo le ultime conoscenze. Foto: Reimund Schertzl

A tali considerazioni si aggiunge poi l’affermazione dello studioso Francois Marchal:

“In effetti se le condizioni di vita migliorano, la statura aumenta rapidamente come durante l’Impero romano, oppure come oggi. Invece se le condizioni peggiorano, anche la statura diminuisce, ciò che accadde alla caduta dell’Impero romano.”

La dieta dei cacciatori raccoglitori, più ricca di carne fresca, pesce, vegetali selvatici e meno ricca di farinacei, avrebbe favorito una crescita sana. Inoltre un cacciatore “lavora” meno ore al giorno di un agricoltore o di un allevatore di bestiame. Si è calcolato che in media bastassero tre, quattro ore giornaliere per la caccia (lo stesso vale per la raccolta di vegetali, radici, funghi ecc.) Il resto della giornata i cacciatori potevano dedicarsi ad altre occupazioni più o meno piacevoli. Chi mangia meglio e lavora meno diventa più grande?

Evoluzione o adattamento?

Bisogna poi distinguere, osserva Marchal, fra evoluzione e adattamento. Quando l’Homo sapiens giunse dall’Africa 40.000 anni fa, la sua statura era ancora alta. Poi, circa due decine di millenni dopo, la sua statura è diminuita. In questo caso abbiamo a che fare con un fenomeno evolutivo avvenuto in un lunghissimo arco di tempo. Al contrario, l’aumento di statura che è stato registrato in Europa da circa un secolo ad oggi non è evoluzione bensì adattamento, dovuto semplicemente ad un altro tipo di vita, ad un regime alimentare migliore. Il primo fenomeno, quello evolutivo, non è reversibile; il secondo, quello adattativo, sì.

Grotta di Caviglione, Balzi Rossi. Qui vennero alla luce importanti reperti dell’Homo sapiens del tipo Cro Magnon. Foto Lemone CC BY-SA 4.0

Ma aumento e diminuzione di statura sono anche legati all’aumento e alla diminuzione delle dimensioni del cervello. Il cervello di una donna è, in media, più piccolo di quello di un uomo. Un elemento che non ha nulla a che fare con l’intelligenza di una persona e che è strettamente connesso alle dimensioni corporee. Per logica, quindi, le dimensioni cerebrali variano di pari passo con quelle morfologiche. 100.000 anni fa il cervello dell’Homo sapiens misurava da 1500 a 1600 cm cubi. 12.000 anni dopo comportava 1450 cm cubi ed oggi ha un volume medio di 1350 cm cubi. Il volume del cranio dipende dalla morfologia globale dell’individuo.

Comunque i nostri progenitori della specie Sapiens non avevano soltanto un cervello più grande del nostro. Gli aurignaziani non erano soltanto più alti di noi, ma anche più atletici. Ed è probabile che non conoscessero l’obesità. Per nutrirsi, dovevano esercitare un’elevata attività fisica regolare. Il paleoantropologo Jean Jacques Hublin afferma:

“(…) per metabolizzare le proteine della carne e derivarne una quantità sufficiente di calorie, i cacciatori raccoglitori del Paleolitico dovevano aggiungervi dei grassi e del midollo, come testimonia la rottura sistematica delle ossa animali nella maggior parte dei siti paleolitici. Trovare della carne era importante, trovare della carne grassa ancor più. Ingrassare in alcune stagioni per vivere poi delle proprie riserve di grasso, era per i nostri antenati un vantaggio adattativo evidente.”

A questo punto si potrebbe obiettare: sarà pur così, d’altra parte però la loro vita non era lunga e superava raramente i 35 anni d’età. Sì, e tuttavia sembra che, in linea di massima, le popolazioni di cacciatori raccoglitori abbiano vissuto più a lungo e meglio di quelle sedentarie. Sicuramente queste ultime erano più esposte a malattie legate al lavoro della terra, al contatto continuo e molto ravvicinato con gli animali domestici, ad eventuali epidemie e alla nutrizione a base di farine che provocava maggiori problemi di natura dentaria.

Inoltre dobbiamo pensare che anche nel XIX secolo la durata media della vita umana era… di 35 anni. Sembra incredibile? Eppure non lo è. Risultati di studi internazionali dicono che soltanto nel 1990 si è arrivati a raggiungere una durata media della vita di 64 anni che, a detta degli esperti, si estenderà nel 2020 (nei Paesi occidentali) a 72 anni d’età.

Vediamo dunque che le cose sono cambiate in modo decisivo soltanto di recente. Appena 200 anni fa eravamo allo stesso livello dei nostri lontani parenti del Paleolitico. E allo stesso tempo possiamo renderci conto del motivo per cui questo eterno fantasma della morte abbia da sempre tormentato l’animo umano dando luogo, talvolta, a creazioni di somma poesia come l’Epopea di Gilgamesh, l’eroe sumero che partì alla ricerca dell’immortalità.

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Atlantide distrutta dall’atomica 10.000 anni fa? Documenti tibetani aprono a teorie ai limiti della fantascienza

Fonte: http://www.befan.it/atlantide-distrutta-dallatomica-10-000-anni-fa-documenti-tibetani-aprono-a-teorie-ai-limiti-della-fantascienza/

Atlantide distrutta dall’atomica 10.000 anni fa? Documenti tibetani aprono a teorie ai limiti della fantascienza

Diversi anni fa in Tibet, per la precisione a Lhasa, furono ritrovati dei documenti in sanscrito che i Cinesi inviarono all’Università di Chandrigarh affinché venissero tradotti.

Il contenuto di quei documenti ha stupito il professor Ruth Reyna, che si è occupato della traduzione:sarebbero state riportate, infatti, le istruzioni per costruire delle astronavi interstellari. Queste macchine erano chiamate “Astra” e secondo l’esperto che le vagliò potrebbero essere state utilizzate da civiltà antiche per inviare in altri pianeti gruppi di uomini.
Inizialmente sottovalutati, questi documenti sono stati presi in maggior considerazione dopo l’annuncio da parte della Cina di volersi servire dei dati che sono lì riportati per compiere ricerche all’interno del proprio programma spaziale. Si tratta del primo caso in assoluto in cui un Governo asiatico ha ammesso di compiere delle ricerche per vincere la forza di gravità.
I manoscritti descrivono astronavi interstellari ma non fanno riferimenti a viaggi nello spazio, anche se uno dei testi epici indiani, il “Ramayana“, narra di un viaggio sulla Luna a bordo proprio di una di queste fantomatiche astronavi e  di come, nel corso di quella starordinaria spedizione,avvenne una battaglia con un veicolo di Atlantide, denominato “Asvin“.

Le origini della tecnologia in grado di sfidare la gravità con la quale erano costruite queste astronavi risalgono però a molti anni prima, all’incirca 15 mila anni fa; fra Pakistan e India settentrionale si sviluppò la civiltà di Rama (che diede vita a città estremamente sofisticate) e accanto ad essa pare si trovasse Atlantide. Secondo quanto riportato su alcuni antichi testi indiani, il popolo di Rama si muoveva utilizzando macchine volanti, chiamate “Vimana“. Stando alle descrizioni dei testi, tali Vimana somigliavano in tutto e per tutto a dei dischi volanti come li concepiamo noi oggi e venivano utilizzati dagli antichi Indiani per compiere i loro viaggi, sfruttando un sistema di propulsione a base di mercurio.
Da ciò che emerge sulla base di tali incredibili ricostruzioni, la civiltà atlantidea  era ancora più avanzata a livello tecnologico rispetto agli indiani di Rama ed inoltre aveva un’indole più “guerriera”. Pure il popolo di Atlantide disponeva di macchine volanti, chiamate “Vahilixi“, ma non si hanno documentazioni precise come per i Vimana a riguardo di questi apparecchi. Da quel poco che è stato possibile comprendere, i Vahilixi avrebbero avuto la forma di sigari ed erano in grado di muoversi addirittura sott’acqua; ne esistevano però anche a forma di disco, e pure questa tipologia era capace di muoversi nell’acqua.
Fra la civiltà di Rama e quella di Atlantide ebbe luogo, secondo quanto si evince da altri testi antichi, una guerra terribile, in un arco temporale compreso fra 10 mila e 12 mila anni fa. Durante questo conflitto vennero impiegate  vere e proprie armi di distruzione di massa, nello specifico ordigni atomici, e nei testi vengono descritti nel dettaglio gli effetti radioattivi di tali ordigni sulle popolazioni. Alcuni scavi risalenti al secolo scorso compiuti nella città di Mohenjodaro Rishi portarono alla luce degli scheletri con un tasso di radioattività estremamente elevato, i quali parrebbero confermare quanto raccontato in quei testi dell’antichità. I resti erano radioattivi quanto quelli che vennero rinvenuti a Nagasaki e Hiroshima dopo l’esplosione delle due bombe atomiche che sconvolsero e distrussero le cittadine nipponiche.
Tali esplosioni furono in grado di vetrificare fortificazioni fatte di pietra e alcune di queste mura vetrificate, ameno secondo i sostenitori di queste ardite teorie,  ancora oggi si possono trovare in diverse zone del Pianeta, dalla Francia all’India, passando per Turchia, Irlanda e Scozia.

È lecito, dunque, pensare che Atlantide possa essere stata distrutta da un conflitto atomico? In tanti ne sono convinti e il risultato di quella guerra tecnologicamente molto avanzata fu quello di far collassare il mondo e l’umanità intera, portandola nell’età della pietra e posticipando l’inizio della storia moderna di alcuni millenni. Non tutte le conoscenze di quelle civiltà, però, sarebbero andate perdute; trattandosi di “invenzioni” formidabili per gli uomini delle epoche successive, viene quasi automatico pensare che siano state custodite con cura da gruppi di esseri umani “illuminati”, riuniti in delle società segrete nate proprio con lo scopo di proteggere tali scoperte.
Perciò in tanti sono convinti che alcuni di quei dischi volanti costruiti all’epoca delle civiltà di Atlantide e Rama siano giunti fino a noi e vengano custoditi all’interno di grotte avvolte nella massima segretezza situate in Tibet e in diverse zone dell’Asia centrale.
In attesa di prove più tangibili, teorie che non possono che affascinare.

La Grande Piramide è un collettore elettromagnetico

Fonte: https://www.nibiru2012.it/grande-piramide-collettore-elettromagnetico/

http://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/energia/2018/08/01/grande-piramide-i-fisici-scoprono-il-segreto-della-sua-energia-_172052f1-4547-47cf-8faf-78b79ec92c47.html

La scoperta effettuata da un team di ricercatori russi e tedeschi. Grazie a questa ricerca potremo creare celle solari più efficaci, rimane un “mistero” il reale scopo della Grande Piramide di Giza.

Sembra che pian piano emerga la verità sui grandi megaliti che le civiltà antiche ci hanno lasciato in eredità. Da più di 30 anni ricercatori coraggiosi cercano di fare luce sul reale utilizzo e scopo della Grande Piramide di Giza e finalmente si comincia a dar loro ragione.

Sui giornali in questi giorni è apparsa la notizia che il megalito più famoso al mondo sia in realtà un collettore elettromagnetico. Ancora si parla di tomba e questo “mito” continua a perdurare. Sempre più però possiamo dire, grazie a ricerche scientifiche, che le piramidi non furono costruite per utilizzarle come tombe ma c’è MOLTO altro.

Vediamo la notizia da fonte Ansa:

Le celle solari del futuro si ispirano alla Piramide di Cheope: al di là delle leggende, la piramide di Giza è stata studiata con i metodi della fisica ed è emerso che riesce a concentrare l’energia elettromagnetica, e precisamente le onde radio, sia nelle camere interne sia nella base. Si potrebbero così progettare nanoparticelle ispirate alla struttura di questo edificio che siano in grado di riprodurre un effetto analogo nel campo dell’ottica, da utilizzare per ottenere celle solari più efficienti. Lo indica la ricerca pubblicata sul Journal of Applied Physics e condotta dai fisici della Itmo University a San Pietroburgo e del tedesco Laser Zentrum di Hannover.

Per Tullio Scopigno, fisico dell’Università Sapienza di Roma, l’applicazione prospettata dai ricercatori è interessante “ma questo studio va preso con cautela, in quanto basato su modelli matematici non ancora supportati da evidenze sperimentali”. I ricercatori hanno condotto lo studio perché interessati alla struttura della della tomba del faraone Cheope dal punto di vista fisico. In particolare hanno voluto vedere come le onde radio si distribuiscono nella sua complessa struttura.

Per farlo hanno ipotizzato che non ci siano cavità sconosciute e che il materiale calcareo da costruzione sia uniformemente distribuito. Sulla base di queste ipotesi è stata messa a punto una simulazione matematica e si è visto che la Grande Piramide può concentrare le onde radio nelle sue camere interne e sotto la base, un po’ come una parabola.

piramide cheope misteri

Questo avviene, rileva Scopigno, perché “la lunghezza d’onda delle onde radio, compresa 200 e 600 metri, è in un certo rapporto rispetto alle dimensioni della piramide”. Questo significa che per avere lo stesso effetto con altri tipi di radiazioni che hanno lunghezze d’onda diverse, come la luce, sono necessarie strutture di dimensioni diverse, precisamente occorrono dispositivi in miniatura. Ecco perché i ricercatori prevedono di progettare nanoparticelle, ossia delle dimensioni di qualche milionesimo di millimetro, e a forma di piramide, in grado di riprodurre effetti simili nel campo ottico, da usare nelle celle solari.

Dal passato una tecnologia per il futuro

Già questa è una cosa strabiliante e fuori da ogni logica: un monumento antico da sempre considerato una tomba che diviene fonte di ispirazione per progetti hi-tech. Come potete leggere nell’articolo nessuno si chiede come mai gli Egizi avessero bisogno di un collettore elettromagnetico. Buio assoluto ma un tassello in più per scardinare il concetto di storia come l’abbiamo sempre studiata. Siamo fermamente convinti che andrebbe riscritta e queste scoperte aiuteranno questo processo!

Dal 1976 al 2018: tra mito e leggenda il Pianeta X Nibiru

Fonte: https://www.nibiru2012.it/dal-1976-al-2018-mito-pianeta-x-nibiru/

Sono moltissime le storie che parlano del Pianeta X il quale, però, a tutt’oggi ancora non è stato avvistato. Il mito di Nibiru continua più vivo che mai, quale sono le sue origini? Scopriamole insieme.

Numerose teorie apocalittiche prevedono uno scontro tra esso e la Terra . Probabilmente alla base di questa credenza vi è una lettura distorta dei racconti di Zecharia Sitchin autore che, nel 1976, cominciò a parlare del “Pianeta degli dei” nelle sue opere.
Nel racconto della creazione Sumera è presente un’intera sezione interpretata da Sitchin come genesi del nostro sistema solare. Secondo lo scrittore esisteva un pianeta molto grande (Tiamat) localizzato in quello che ora sarebbe lo spazio tra la Terra e Marte. Nibiru, in uno dei suoi passaggi periodici, urtò violentemente contro Tiamat aprendolo in due: una parte creò l’attuale fascia di asteroidi che delimita il sistema solare interno e l’altra cambiò orbita dando vita alla Terra e alla Luna (Kingu).

Nibiru Pianeta X
Il 1982 e l’avvistamento di Nibiru

L’ipotesi dell’esistenza di questo fantomatico corpo fantasma prende vigore nel 1982/1983 quando il telescopio spaziale IRAS vede qualcosa in direzione della costellazione di Orione e la notizia finisce sul Washington Post.

Nibiru Pianeta X

Il 17 giugno dell’anno precedente la Nasa, in un comunicato ufficiale, riconosceva la possibilità che un pianeta di dimensioni considerevoli potesse orbitare ai confini del sistema solare. Da quel giorno la caccia al Pianeta X si fece serrata e prosegue ancora oggi.

Negli anni successivi vennero fatti molti studi e creati modelli per spiegare i mutamenti climatici estremi e le estinzioni di massa che la Terra ha subito nelle varie ere geologiche; questi studi riguardavano anche Nibiru come indiziato per questi cataclismi.

Si giunse alla conclusione che una protostella (una nana bruna) o un pianeta più grande di Giove potesse transitare periodicamente nella fascia di Kuiper o nella Nube di Oort scagliando gli oggetti in esse contenuti verso il sistema solare interno provocando una pioggia di comete e meteoriti.

Il 2003 e Nancy Lieder

Nel 2003 il caso Nibiru diventa globale, complice l’avvento di internet e le farneticazioni di Nancy Lieder. La donna, una nativa americana, affermava di essere in contatto periodico con una razza aliena denominata “Zeta” i quali la avrebbero avvertita dell’incombente pericolo dell’arrivo del Pianeta X.

Nibiru Pianeta X

La psicosi dell’apocalisse si sparse in tutto il mondo. La teoria prevedeva che Nibiru, tornando nel sistema solare interno (Sitchin sosteneva che la sua orbita durasse 3.600 anni), innescasse con la sua forza gravitazionale immensa una serie di catastrofi naturali sul nostro pianeta fino a provocare lo slittamento polare.

La teoria del dislocamento della crosta terrestre era il vero fulcro delle presunte predicazioni degli Zetas e fece molto clamore (fu anche teorizzata ufficialmente da più di un ricercatore).
Passarono gli anni , l’apocalisse non arrivò e Nibiru non venne trovato.
Nel 2012, grazie alla fine di un lungo ciclo Maya, la storia tornò in auge ma anche qui niente di concreto venne provato né accadde.

Nel 2017 nuovi studi scientifici riportano linfa alla caccia al Pianeta X:

“Due astronomi del Caltech (California Institute of Technology) hanno scioccato la comunità scientifica annunciando di avere prove schiaccianti dell’esistenza di un pianeta che orbita ai confini del nostro sistema solare. Il pianeta è stato soprannominato Pianeta 9 o Pianeta X, dovrebbe avere una massa pari a 10 o 12 volte quella della Terra ed impiegare dai 10.000 ai 20.000 anni per completare un’orbita attorno al Sole”
A febbraio del 2017 la NASA ha chiesto aiuto ai ricercatori di tutto il mondo attraverso il sito web “Backyard Worlds: Planet 9”. Grazie a questo progetto chiunque può avere accesso ai dati disponibili e può prendere parte al tentativo di scovare “Planet 9” (Nibiru). La NASA si aspetta di identificare tra Nettuno e la nostra stella più vicina (Proxima Centauri) un pianeta.

Nibiru Pianeta X

“Vi sono poco più di quattro anni luce tra Nettuno e Proxima Centauri e la gran parte di questo vasto territorio è inesplorato” ha spiegato l’investigatore principale del progetto, Marc Kuchner, astrofisico presso il Goddard Space Flight della NASA a Greenbelt, nel Maryland.
“Questo è possibile perché c’è poca luce solare, anche oggetti di grandi dimensioni in quella regione sono solo un bagliore di luce visibile. Ma, guardando gli oggetti agli infrarossi, è stato possibile con WISE scattare foto che altrimenti sarebbero state perse”.

Il 2017 e 2018 con David Meade e i Tabloid inglesi

In concomitanza con la grande eclissi dell’agosto scorso negli Stati Uniti alcuni cospirazionisti  riuscirono a far breccia nei quotidiani nazionali mischiando l’apocalisse cristiana con Nibiru. In particolare fece clamore David Meade con i suoi libri sulla Grande Tribolazione e il ritorno del fantomatico pianeta. Dal 2017 fino a metà 2018 si sono susseguite date su date per un impossibile scontro tra la Terra e il Pianeta X.

I tabloid inglesi come il The Sun o il Daily Mail pubblicarono senza sosta ogni genere di fake news sull’argomento mettendo alla berlina l’intera vicenda.

Questo ha gettato fango e discredito su una teoria che, come avete letto sino a qui, ha goduto di fascino e di alcune solide basi scientifiche.

La caccia la Pianeta X prosegue e vedremo cosa ci riserveranno questi anni. Lo avvisteremo?

L’ombra disperata di Abercorn Street (Real Ghost Stories) – di Gordon Miles

Fonte:http://www.sogliaoscura.org/lombra-disperata-abercorn-street-real-ghost-stories-gordon-miles/

L’immagine che trovate qui sotto sembrerebbe mostrare una bambina disperata che guarda fuori dalla finestra.
La fotografia è stata scattata al 432 di Abercorn Street  a Savannah (USA), dove si trova una casa strutturata su quattro piani e che ha una sinistra storia nel suo passato.
L’edificio è noto nella cittadina per essere infestato da fantasmi e infatti più di un testimone racconta di suoni, bisbigli, pianti e passi pesanti che si possono udire tra quelle vecchie mura.
E’ superfluo aggiungere che al momento dello scatto non era presente nessuno al suo interno.

La casa fu costruita nel 1868 per il generale Benjamin J. Wilson, un veterano della Guerra Civile e quando la moglie del militare cedette alla febbre gialla, si trovò costretto ad allevare da solo la figlia.

Proprio di fronte alla casa c’è la Massey School, una delle più antiche scuole pubbliche di Savannah, attiva ancora oggi.
La figlia del generale amava giocare con i bambini che frequentavano la Massey School, ma suo padre disapprovava tali frequentazioni. Ignorando le severe ammonizioni del padre, la bambina continuò a correre dall’altra parte della strada per divertirsi coi suoi coetanei.
La leggenda racconta che il generale Wilson, abituato a farsi rispettare dalle sue truppe e frustrato dal fatto che la piccola ignorasse i suoi divieti,  in un impeto di crudeltà  punì sua figlia legandola su una sedia vicino alla finestra del soggiorno. Poteva vedere gli altri bambini divertirsi fuori, senza però partecipare ai giochi.
Dopo alcuni giorni, la ragazzina morì per un colpo di calore e disidratazione. Infatti, le estati a Savannah sono molto torride e la posizione vicino alla finestra risultò fatale.
Il folle generale morì qualche tempo dopo, apparentemente per cause naturali. Ma forse la sua anima e quella della sfortunata figlia, non se ne sono mai andate da lì…

Egitto: la sua influenza nella cultura globale

Fonte: https://www.nibiru2012.it/egitto-influenza-nella-cultura-globale/

Egitto cristianesimo

L’Egitto dei Faraoni ha gettato le basi di tutto quello che è avvenuto dopo sia nella tradizione cristiana che in molti stereotipi culturali architettonici.

Agli albori della storia, migliaia di anni prima di Cristo, una civiltà chiamò a raccolta le sue forze per costruire i monumenti più grandi della terra: le piramidi di Giza.

13 milioni di tonnellate di blocchi di pietra, sufficienti a costruire la città di Londra, furono trasportati attraverso il deserto. Perchè? Quale visione del mondo giustificava una simile impresa? Gli esponenti del pensiero archeologico classico affermano che si trattava di tombe per tre faraoni.

Robert Bauval, scrittore e ricercatore inglese, nato ad Alessandria d’Egitto, ha passato gran parte della sua vita all’ombra delle grandi piramidi.

Egli ritiene che uno scopo molto più elevato sia alla base della loro costruzione e negli ultimi vent’anni ha cercato di scoprire quel significato di cui si avverte l’eco in antiche storie che parlano di stelle, di divinità discese sulla terra e della creazione come la concepivano gli egizi.

La creazione nella mitologia mondiale

All’inizio tutto era avvolto dalle tenebre e regnava il caos. Poi dal caos emerse un monte e su di esso spuntò Ra, il sole. Infine, un uccello fiabesco: la fenice si alzò in volo e il prime verso che emise fece muovere il mondo. In quel luogo, in seguito, sorse la città di Eliopoli, attorno ad una colonna sormontata dalla sacra pietra Benben, simbolo del monte all’origine della creazione.

Eliopoli era considerata una delle città più sacre del mondo antico. Il nome Eliopoli era rappresentato da un geroglifico: un pilastro sormontato da una croce. Gli antichi egizi la chiamavano “Innu Mehret”, “la colonna settentrionale”, simbolo di uno dei pilastri della Terra.

Sappiamo, da antiche iscrizioni, che lì si ergeva, infatti, un obelisco, molto tempo prima che a Giza fossero costruite le piramidi. Sappiamo anche che in cima alla stele era collocata una sacra reliquia: la pietra Benben.

Questa pietra era a forma di cono o di piramide, e per gli antichi egizi era come la croce per la cristianità, il più sacro dei simboli. Questo simbolo è custodito nel museo del Cairo ed è la pietra di coronamento di una piramide.

I sommi sacerdoti di Eliopoli erano secondi solo al faraone ed erano noti come costruttori, maghi, guaritori e astronomi. Di uno di loro si conosce il nome: Imhotep. In seguito sarà venerato dai greci come “Asclepio”, per i romani “Esculapio”, inventore della medicina. Ma Asclepio è noto anche per la sua conoscenza delle stelle e come ideatore delle grandi piramidi

egitto

La vita dopo la morte

Migliaia di anni prima dell’era cristiana, nell’antico Egitto si parlava del giudizio dopo la morte. I peccati di un uomo venivano pesati opponendoli a ciò che quella persona era stata realmente nel corso della sua vita, a quello che ne rimaneva dopo aver scartato tutto il resto. Quella egizia, insomma, era una civiltà in cerca di una verità interiore.

“Oggi, la visione del mondo che ci viene trasmessa dagli scienziati, ci dice che la verità è fuori di noi e dobbiamo cercarla all’esterno. Per gli egizi, invece, la verità va cercata all’interno, nel nostro mondo interiore, in noi”, spiega Robert Bauval su History Channel.

“Credevano che in ogni individuo ci fosse una scintilla del divino. Allo scopo di imparare ad espandere questa scintilla, portarla al massimo dello splendore, era necessario parlare con essa, interiormente, in un linguaggio che chiamavano “linguaggio degli dei”.

Come percepivano questo linguaggio? Se si fa parte del cosmo, bisogna comunicare con esso, e loro comunicavano percependo con i sensi, raccogliendo messaggi portati dal vento, dalle stelle, dalla luna, dalla fertilità del suolo, dalle stagioni, dalla nascita dei figli.

Questa è la lingua della natura, la lingua del cosmo e cominciarono a capire che si poteva codificare questo linguaggio, in un linguaggio sacro e simbolico, legato ai principi cosmici. Questo è il motivo per cui fu inventata la “scrittura sacra”. I miti egizi ci dicono che gli inventori di questa scrittura sacra furono gli dei.

Il mito di Osiride

Nei secoli che seguirono la costruzione delle grandi piramidi, religioni che veneravano altri dei sorsero e si diffusero nel mondo allora conosciuto.

Ma il mito di Osiride sfidò il tempo, anche se il nome stesso di Osiride sparì, sostituito da quello di Serapide. Numerosi templi a Osiride e Serapide, furono edificati in regioni molto distanti tra loro, quali erano l’Inghilterra, la Germania e la Francia.

Nel I secolo a.C., il culto si diffuse il tutto l’Impero Romano, competendo con la supremazia della nascente religione cristiana e finendo, persino, di influenzarla. All’interno del movimento cristiano, si sviluppo una fazione la quale fece propria l’idea che, al fine di giungere alla condizione divina, l’uomo dovesse acquisire al conoscenza mediante la ricerca interiore. Questa idea veniva direttamente dalla religione iniziatica egizia.

Alessandria d’Egitto fu, per molto tempo, luogo di iniziazione per i convertiti a questa nuova fede religiosa: qui, i primi cristiani venivano qui per ricevere la “gnosi“, ovvero la conoscenza mediante l’iniziazione, per cercare Dio in se stessi e la verità interiore.

Gesù, per questa corrente cristiana, era colui che li guidava a scoprire in loro la scintilla divina e per questo, non avevano bisogno né di chiese, né di gerarchie. La religione praticata dai primi cristiani ad Alessandria, rappresenta il collegamento fra il culto misterico dell’antico Egitto e la religione gnostica.

Influenza sul cristianesimo

La cultura e la mitologia egizia hanno influenzato anche lo sviluppo delle religione cattolica? Alcuni indizi possono essere scovati all’interno del vangelo di Matteo, nel quale si parla della natività di Gesù Cristo, bimbo divino nato dalla vergine Maria, collegando questo avvenimento con l’Egitto.

Il vangelo di Matteo è unico per tre cose importanti collegate alla storia della natività: la prima riguarda la sacra famiglia che scappa in Egitto per sfuggire alla strage degli innocenti voluta da Erode e che trova rifugio ad Eliopoli.

In una chiesa cristiana vicina a Eliopoli, è raffigurata la fuga in Egitto della Sacra Famiglia. La seconda si riferisce alla stella che indicava il luogo della nascita di Gesù; la terza riguarda proprio i Re Magi, figure misteriose che venivano dall’oriente. Che cosa voleva dire l’evangelista Matteo con questi dettagli?

La vergine e il bambino

Siccome sappiamo che il vangelo di Matteo, molto probabilmente, è stato redatto ad Alessandria d’Egitto, Robert Bauval ipotizza che Matteo abbia creato l’immagine di Maria e di Gesù Bambino per parlare agli egizi, ai quali, un’immagine del genere, era molto familiare, in quanto richiama l’immagine più potente della religione egizia: quella della dea Iside che reca in braccio un fanciullo divino.

E’ chiaro dunque che si cercò di fare accettare una nuova religione, un nuovo culto, a persone che per tre millenni aveva visto nell’infante divino il figlio della dea Iside.

In un certo senso, Matteo rubò agli egizi il mito stellare di Iside, di Horus e della stella Sirio e lo trapiantò nella mitologia cristiana. E’ plausibile pensare che i primi cristiani d’Egitto, considerassero Iside come la madre di Gesù. Solo in seguito la vergine assunse l’identità di Maria.

La stella nel cielo

C’è però un simbolo ancora più potente attraverso il quale i primi cristiani cercarono di veicolare il mito di Iside nella nuova religione. Il riferimento è alla stella di Betlemme.

E’ essa la stella di Iside, l’antica stella di origine divina? Dopo 3 mila anni, a causa del fenomeno delle precessione, è cambiato il tempo in cui Sirio sorge e tramonta.

Durante l’epoca dell’antico Egitto, la stella Sirio sorgeva durante il periodo del solstizio d’estate. All’epoca della nascita di Gesù, invece, questa stella appariva in cielo, più o meno, nel periodo del solstizio d’inverno, intorno al 25 dicembre, precisamente dopo il tramonto del sole.

Ora, siccome sappiamo che per gli ebrei e i primi cristiani il giorno cominciava al crepuscolo, il 25 dicembre vedevano sorgere la costellazione di Orione e subito dopo la stella Sirio spuntare all’orizzonte.

Questa era la stessa immagine che gli Egizi osservarono per migliaia di anni, quando celebravano la nascita di Horus, l’infante divino durante il solstizio d’estate. E’ lecito dunque ipotizzare che la stella della divinità sia stata presa da un antico mito egizio e fatto proprio dalla religione cristiana.

I Re Magi

Anche i magi che si mettono in viaggio per seguire la stella potrebbe essere il tentativo di uniformarsi a un altro antico mito egizio. La costellazione di Orione, con le sue tre stelle splendenti che formano la cintura, sorgendo sembrano annunciare la nascita di Sirio. Ebbene, è solo Matteo che parla dei Re Magi. Possiamo ipotizzare che le tre stelle della cintura di Orione siano diventati i “tre” magi del vangelo di Matteo?

Sul finire dell’epoca classica, gli ultimi gnostici sopravvissuti affidarono alla scrittura i loro vangeli e la filosofia antica, per sottrarli ai loro persecutori.

I testi religiosi degli gnostici sono riapparsi solo di recente, ma quelli filosofici erano venuti alla luce alcuni secoli fa a Firenze, culla del rinascimento.

Nel 1460, un monaco consegnò a Cosimo De’ Medici un pacco di manoscritti. Si trattava dell’”Ermetica”, una raccolta delle ultime parole di Ermete Trismegisto, ovvero del dio egizio Thoth. Cosimo De’ Medici chiese a Marsilio Ficino di mettere da parte la traduzione delle opere di Platone e di dedicarsi a quella degli scritti ermetici.

Improvvisamente, gli intellettuali europei entrarono in contatto con la saggezza degli egizi e questo divenne un fatto di notevolissima importanza culturale, tanto che nei trecento anni che seguirono, servi da stimolo agli artisti europei d’avanguardia, agli intellettuali e ai filosofi.

Alla base del Corpus Haermeticum c’è l’idea della forza dei simboli, l’idea che i simboli non sono solo qualcosa grazie alla quale si riconosce qualcuno o qualcosa, ma che hanno un significato più profondo e che il simbolo stesso possa portare all’iniziazione.

L’ermetismo diventò così popolare che perfino Rodrigo Borgia (papa Alessandro VI) fece decorare i suoi appartamenti nel Vaticano con scene in cui sono raffigurati Iside, Osiride e Thoth Ermes, così come li immaginavano i pittori del rinascimento. Si stava diffondendo una religione molto più antica, e da alcuni ritenuta più saggia, di quella di Mosè e della Bibbia.

Nella cattedrale di Siena si può ammirare un’immagine di Ermete Trismegisto, ovvero del dio Thoth, che trasmette la saggezza dell’Egitto e della Fenice, simbolo della città di Eliopoli.

I papi disseminarono Roma di simboli dell’antichità e di obelischi provenienti dall’Egitto. Stranamente, i papi scelsero l’antico simbolo di Eliopoli e cioè, un pilastro sormontato da un croce e lo posero proprio nel cuore della cristianità. E’ curioso che tutti coloro che vanno in Piazza San Pietro, vengano anche ad ammirare questo antico simbolo dell’Egitto pagano.

Studiosi, quali il gesuita Athanasius Irkere, studiarono gli enigmi egizi, ma la Chiesa cominciò ad avvertire il pericolo. L’ermetismo stimolava prese di posizioni personali, lontani da quelli che erano i suoi interessi. Le nuove idee furono, quindi, bandite e i libri bruciati.

Nel 1600, l’ermetismo venne fatto tacere con la forza e Giordano Bruno, principale sostenitore, fu trascinato davanti a un tribunale ecclesiastico. Malgrado le orrende torture che gli vennero inflitte, il filosofo rinunciò di abbandonare le proprie idee.

La Chiesa aveva un solo modo per porre fine a tutto questo e accadde l’impensabile: il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno fu portato in piazza Campo de’ Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Fino all’ultimo momento della sua vita, il filosofo cercò di non guardare la croce che gli veniva posta davanti agli occhi da un membro dell’inquisizione. Le sue ceneri saranno gettate nel Tevere. Dopo questi tragici eventi, l’ermetismo divenne un fatto culturale clandestino.

Influenza sulla Massoneria

L’ermetismo trovò rifugio nelle società esoteriche, quali il movimento dei rosacrociani e la massoneria. La grande loggia di Londra, cuore e quartier generale della Massoneria pullula di antichi simboli. Gli affiliati vengono iniziati ai segreti, ai riti e ai simboli.

Secondo Michael Baigent, non c’è dubbio che l’ermetismo, partito dall’Egitto, si sia ramificato fino a influenzare anche il ritualismo e il simbolismo delle società segrete: la piramide, l’occhio onniveggente e la stella. I simboli egizi più sacri sono entrati a far parte dei misteri massonici. Le stesse istituzioni americane risultano “contaminate” dall’antico simbolismo egizio.

I fondatori degli Stati Uniti, George Washington, Benjamin Franklin e altri, erano in maggioranza dei massoni e fecero costruire e decorare la Casa Bianca con un’abbondanza di immagini che richiamano la massoneria. La costituzione stessa degli Stati Uniti è un’estensione dei principi della massoneria, con il suo porre fortemente l’accento sulla democrazia, sul sapere e sugli incentivi da dare alla scienza.

Egitto

Nel tempio massonico dedicato a George Washington, c’è un altro simbolo familiare: Washington e altri padri fondatori sono raffigurati con il “grembiule dei muratori“.

Anche il dollaro, simbolo della potenza americana, mostra il alto sconosciuto dello stemma americano: la piramide con l’occhio onniveggente con la promessa di un Nuovo Ordine Mondiale.

Egitto

E oggi, a più di duecento anni di distanza, possiamo ammirare in alcune delle città più importante dell’occidente, la presenza degli obelischi, simboli antichissimi di un’altra civiltà.

Da anni e anni, milioni di persone vi girano attorno, osservandoli distrattamente, di colpo, però, catturano l’attenzione di qualcuno, il quale si chiede: “Che cosa ci fanno qui?”, cercando di evocare la magia del passato e capire il significato di questi simboli, che al pari dei geroglifici, hanno bisogno di essere decodificati.