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Scoperto l’Homo Luzonensis nelle Filippine

Fonte: e Traduzione: https://ilfattostorico.com/2019/04/18/scoperto-lhomo-luzonensis-nelle-filippine/

Museo di Storia Naturale di Londra

Nature (articolo)

Science

The Guardian

Science Alert



La grotta di Callao sull’isola di Luzon nelle Filippine (Callao Cave Archaeology Project)

Un nuovo ramo è stato aggiunto all’albero dell’evoluzione umana dopo che una nuova, antica specie umana, l’Homo luzonensis, è stata scoperta nelle Filippine. Sono almeno tre individui di circa 67.000 anni fa. Tra il 2007 e il 2015, i ricercatori ne hanno trovato 13 ossa nei sedimenti della grotta di Callao, sull’isola di Luzon. La scoperta riecheggia l’enigmatico Homo floresiensis scoperto in Indonesia: entrambi piccoli e ritrovati incredibilmente su delle isole.

La caverna di Callao (Quincy, Alamy)

L’opinione di Chris Stringer

Il professor Chris Stringer, ricercatore presso il Museo di Storia Naturale di Londra e autorità indiscussa sulla storia dell’evoluzione umana, afferma: «Dato il piccolo campione di fossili rinvenuti, alcuni scienziati metteranno in discussione l’opportunità di creare una nuova specie. Altri, come me, si chiedono invece se i ritrovamenti di Luzon si riveleranno essere una variante del già noto Homo floresiensis. Sappiamo che l’isolamento su un’isola può essere un catalizzatore per alcuni strani cambiamenti evolutivi, comprese le reversioni a stati apparentemente primitivi. Tuttavia, per il momento è probabilmente ragionevole accettare la nuova specie in attesa di altri ritrovamenti».

Un albero ramificato

Le recenti scoperte di nuove specie umane hanno trasformato l’albero dell’evoluzione umana in un “boschetto”. Sappiamo che sempre più specie antiche sono sopravvissute negli ultimi 100.000 anni suggerendo che, almeno in alcuni luoghi come il sud-est asiatico, i nostri antenati potrebbe averci convissuto. Durante una prima migrazione fuori dall’Africa, l’Homo erectus arrivò in Cina e in Indonesia, mentre si pensa che il più enigmatico Uomo di Denisova (un parente dei Neanderthal) potrebbe aver persino raggiunto i pressi della Papua Nuova Guinea.

Fino al ritrovamento dell’Homo floresiensis su un’isola, la loro abilità marinara era stata spesso messa in discussione. Ci si chiedeva se i loro antenati ci arrivarono su zattere in modo accidentale o se stessero esplorando attivamente la regione. La presenza dell’Homo luzonensis nelle Filippine si aggiunge a questo dibattito, poiché l’isola di Luzon non è mai stata collegata alla terraferma asiatica, il che significa che i loro antenati devono aver attraversato l’oceano in qualche modo.

L’isola di Luzon (Trustees of the Natural History Museum, London)

L’Homo Luzonensis

La grotta su Luzon era stata esplorata per la prima volta nel 2003. I ricercatori non avevano scoperto nulla di importante e quindi avevano abbandonato il sito. Non si pensava che gli antichi umani potessero essere passati da Luzon, non c’era motivo di esplorare ulteriormente. Poi, però, la scoperta sull’isola di Flores aveva dimostrato era stato possibile raggiungere queste isole apparentemente inaccessibili, così i ricercatori sono tornati alla caverna di Callao nel 2007 per scavare un po’ più a fondo. In uno strato di ossa animali di 50.000-80.000 anni fa (con un’età minima probabile di 67.000 anni), è stato scoperto un piede umano quasi completo. Ulteriori scavi hanno successivamente rivelato altro materiale umano.

Il prof. Philip Piper (Università Nazionale Australiana) coautore dello studio pubblicato su Nature, afferma: «I resti fossili includono denti e ossa del piede e delle dita di un adulto. Abbiamo anche recuperato il femore di un bambino. Ci sono alcune caratteristiche davvero interessanti – per esempio, i denti sono veramente piccoli. La dimensione dei denti in generale – anche se non sempre – riflette la dimensione complessiva del corpo di un mammifero, quindi pensiamo che probabilmente l’Homo luzonensis fosse relativamente piccolo. Quanto piccolo esattamente non lo sappiamo ancora. Avremmo bisogno di trovare alcuni elementi scheletrici dai quali potremmo misurare la corporatura in modo più preciso».

Antichi e moderni

Le caratteristiche dei resti mostrano un intrigante mix di aspetti sia moderni sia antichi. Ad esempio, mentre i denti sembrano più simili a quelli degli uomini moderni, le mani e i piedi sembrano corrispondere più strettamente con le australopitecine di due milioni di anni fa. La scoperta di altri parenti umani su un’isola diversa del sud-est asiatico, unita alle caratteristiche primitive, solleva domande intriganti. Gli uomini di Flores e di Luzon sono strettamente imparentati, o sono specie separate che cedettero entrambe al nanismo delle isole?

«Alcuni sostengono che le caratteristiche primitive dell’Homo luzonensis siano la prova di una dispersione umana dall’Africa, antecedente addirittura a quella dell’Homo erectus, forse più di due milioni di anni fa», afferma Stringer. «L’Homo floresiensis e l’Homo luzonensis rappresenterebbero alcuni degli ultimi sopravvissuti di quella prima ondata primitiva, rimanendo ai margini del mondo abitato. Secondo altri, sono invece dei discendenti dell’Homo erectus, isolati e colpiti dal fenomeno del nanismo insulare per un considerevole periodo di tempo». Solo con la scoperta di altri resti umani a Luzon e nel sud-est asiatico potrà rispondere ad alcune di queste domande.

Alcuni denti dell’Homo Luzonensis, due premolari e tre molari (Callao Cave Archaeology Project)

(Callao Cave Archaeology Project)

Un osso del piede di Homo Luzonensis (Callao Cave Archaeology Project)

Philip Piper con un calco dell’osso di Homo Luzonensis (Lannon Harley, ANU)

12 tombe a corridoio dei Sedici Regni

Fonte: https://ilfattostorico.com/2019/01/15/12-tombe-a-corridoio-dei-sedici-regni/

Un’offerta rituale in bronzo (Xinhua)

Un antico complesso di tombe è stato scoperto in un villaggio in Cina, nella provincia nordoccidentale dello Shaanxi. Risale all’epoca dei Sedici Regni (304-439 d.C.) e comprende 12 tombe a corridoio disposte su due file. All’interno vi erano numerose offerte funerarie, quali statuette di terracotta e monete di bronzo.

Le 12 tombe a corridoio (Xinhua)

Le 12 tombe sono state scavate tra il 2017 e il 2018 nel villaggio di Leijia, all’interno della Xixian New Area, un nuovo grande distretto urbano in costruzione. Le tombe, disposte su due file, erano composte da una porta e un corridoio che conducevano alla camera con la sepoltura. «Sono state scoperte per la prima volta alcune usanze funerarie mai viste prima: per esempio, la posa di alcune pietre in una piccola fossa all’angolo della tomba, oppure diverse pietre quadrate sopra i piedi di alcuni individui», ha dichiarato Liu Daiyun, ricercatore dell’Istituto provinciale di Archeologia dello Shaanxi.

Nelle tombe erano presenti diverse offerte funerarie. La maggior parte sono di ceramica, come vasi, lampade e le statuette di guerrieri, animali e servi. Gli oggetti in bronzo comprendono invece specchi, sigilli, spille, braccialetti, campanelli e diverse monete. Tra queste, una rara moneta del regno degli Zhao Posteriori ha permesso la datazione delle tombe. Gli archeologi hanno anche trovato teschi di maialini in due tombe e una grande quantità di chicchi di miglio. «Basandoci sulla distribuzione delle tombe, è possibile che le tombe appartenessero a una singola famiglia», ha aggiunto Liu. «Effettueremo dei test del DNA per verificarlo».

Statuette funerarie di terracotta (Xinhua)

(Xinhua)

(Xinhua)

Un sigillo di bronzo (Xinhua)

 

Un nuovo affresco di Leda e Zeus a Pompei

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/11/19/un-nuovo-affresco-di-leda-e-zeus-a-pompei/ 

MiBAC

ANSA

Nuove scoperte a Pompei: affresco di Leda e il cigno (Cesare Abbate, MiBAC)

Gli scavi nella Regio V a Pompei hanno portato alla luce uno splendido affresco del dio romano Giove, nella forma di cigno, e Leda, la regina di Sparta nella mitologia greca. Il dipinto si trova nella camera da letto di un’antica domus, una lussuosa casa romana. L’affresco stupisce per la qualità e i suoi colori ancora straordinariamente vivaci.

(Cesare Abbate, MiBAC)

Il mito di Leda

La scena piena di sensualità rappresenta il congiungimento tra Zeus-Giove, trasformatosi in cigno, e Leda, moglie di Tindaro re di Sparta. Dal doppio amplesso, prima con Giove e poi con Tindaro, nasceranno, fuoriuscendo da uova, i gemelli Castore e Polluce (i Dioscuri), Elena – futura moglie di Menelao re di Sparta e causa della guerra di Troia – e Clitennestra, poi sposa (e assassina) di Agamennone re di Argo e fratello di Menelao. A Pompei l’episodio di Giove e Leda gode di una certa popolarità, poiché è attestato in varie domus con diverse iconografie. La donna è in genere in piedi, e non seduta come nel nuovo affresco, e in alcuni casi non è raffigurato il momento del congiungimento carnale.

Un ricco proprietario

Nell’ingresso della dimora, l’estate scorsa, era stato scoperto un affresco di Priapo nell’atto di pesarsi il fallo. Peccato che il proprietario di tanta magnificenza non abbia ancora un nome. L’ipotesi più probabile, spiega il direttore del parco archeologico Massimo Osanna, è quella di «un ricco commerciante, forse anche un ex liberto ansioso di elevare il suo status sociale con il riferimento a miti della cultura più alta». Di più non è detto che si riesca a sapere. «La fattura è di altissima qualità», sottolinea Osanna, e il modello di riferimento sembra essere particolarmente colto, la Leda del greco Timòteo, grande scultore del IV secolo a.C.

Lavori di sicurezza

L’affresco è stato scoperto venerdì durante i lavori di stabilizzazione e riprofilamento dei fronti di scavo, in un cubicolo (stanza da letto) di una casa lungo via del Vesuvio. Per esigenze di sicurezza, gli altri ambienti di questa ricca dimora non potranno purtroppo essere scavati. Tanto che per mettere in salvo e proteggere i due splendidi affreschi, dice Osanna, «si valuterà con i tecnici e con la direzione generale l’ipotesi di rimuoverli e di spostarli in un luogo dove potranno essere salvaguardati ed esposti al pubblico».

(Cesare Abbate, MiBAC)

(Cesare Abbate, MiBAC)

(Cesare Abbate, MiBAC)

(Cesare Abbate, MiBAC)

 

La grotta di Chauvet, bella e impossibile. Eppure le datazioni dicono: 36.000 anni fa

Fonte: http://storia-controstoria.org/paleolitico/la-grotta-di-chauvet-bella-e-impossibile-eppure-le-datazioni-dicono-36-000-anni-fa/

Ci sono tornata. La tentazione era troppo forte. La grotta di Chauvet attira gli appassionati come la luce le falene. È perfetta e al contempo misteriosa. È bella e impossibile, perché lo stile delle pitture, dei disegni e delle incisioni parietali si presenta incredibilmente moderno, tanto attuale da aver fatto pensare dapprima agli studiosi che si trattasse di un’evoluzione artistica più “recente”. Si collocarono le opere di Chauvet nel Magdaleniano (ca. 18.000- 11.000 B.P.) ipotizzando uno sviluppo seguito all’arte della grotta di Lascaux. Oggi, grazie alle tante datazioni estremamente accurate, sappiamo che i maestri dell’Età della Pietra hanno operato nella grotta 36.000 anni or sono. Davvero nella notte dei tempi.

La grotta meglio datata al mondo

E così la scoperta di Chauvet ha cambiato il concetto dell’evoluzione artistica. L’idea che quest’ultima abbia seguito un percorso cronologicamente lineare è ora sfatata. I risultati delle tante analisi effettuate all’interno della grotta hanno contraddetto il concetto di sviluppo lineare dell’arte in modo evidente e inderogabile. Infatti non soltanto le raffigurazioni di Chauvet si presentano stilisticamente e tecnicamente superiori a tante altre eseguite decine di migliaia di anni dopo, non è solo questo il punto. A ciò si aggiunge il fatto che gli artisti di Chauvet hanno adottato tecniche e metodi sconosciuti anche ai pittori del Medioevo e “riscoperti” soltanto molto più tardi dagli artisti del Rinascimento. Lo dice la scienza.

La scoperta di Chauvet è stata quindi una rivoluzione e ci invita ad abbandonare i vecchi schemi mentali e ad aprirci a nuove realtà, a concezioni diverse. L’esistenza di Chauvet ha avuto un impatto decisivo sul nostro modo di interpretare il passato. Tuttavia, come sempre accade, alcuni scettici (altresì una sparuta minoranza) continuano ad opporsi all’evidenza e le discussioni sulle datazioni continuano ancora oggi, nonostante Chauvet sia attualmente la grotta meglio datata al mondo.

La grotta di Chauvet è situata nel Midi della Francia, dipartimento Ardèche, presso la pittoresca località di Vallon-Pont-d’Arc. È stata scoperta nel dicembre del 1994 dai tre speleologi Jean Marie Chauvet, Éliette Brunel Deschamps e Christian Hillaire. Oggi la grotta originale è chiusa ai visitatori, una misura di sicurezza assolutamente necessaria per proteggere le opere dai batteri che possono causare la proliferazione di alghe e funghi sulle pitture, le incisioni e i disegni e portare al deterioramento e alla sparizione dell’importante patrimonio artistico. Dopo l’esperienza negativa della grotta di Lascaux, che fu per decenni aperta al pubblico e seriamente danneggiata, si è pensato bene di tutelare la grotta di Chauvet fin dall’inizio.

Tuttavia è possibile visitare un facsimile della caverna (le sale sono più piccole di quelle originali in rapporto 1:3, mentre le dimensioni delle pitture, dei disegni e delle incisioni corrispondono agli originali), la “Caverne du Pont d’Arc”, per farsi un’idea dell’eccezionale bellezza di questo patrimonio dell’umanità (attenzione: si deve però prenotare la visita per tempo, è ammesso soltanto un determinato numero di persone al giorno).

Come scritto più sopra, la grotta è stata sottoposta a numerosissime datazioni, ben 350, sia radiometriche che al C14, dirette e indirette, eseguite sulle rocce, sulle stalattiti, sulle pareti, sui focolari e anche sui pigmenti di colore, sulle ossa di animali recuperate nella caverna, sulle tracce lasciate dalla fuliggine delle fiaccole dell’Età della Pietra. Soprattutto va sottolineato che sono state effettuate numerose datazioni dirette su campioni prelevati da alcuni disegni eseguiti a carbone e dallo strato di calcite che ricopriva altre opere.

Ora sappiamo che la caverna dell’Ardéche è stata frequentata in più fasi e durante un lasso di tempo enorme, a partire da 36.000 sino a circa 29.000 anni or sono. Le opere artistiche risalgono quindi all’Aurignaziano (40.000-30.000) e le ultime tracce dei visitatori al Gravettiano (30.000 –22.000). La certezza che nessuno, sino al 1994, sia potuto penetrare nella caverna, è dato dal fatto che un crollo dei massi avvenuto sull’entrata preistorica ostacolò l’accesso a partire da 29.500 anni fa. Il crollo degli ultimi massi avvenuto circa 7000 anni dopo sigillò definitivamente l’entrata. Ciò significa che la tradizione culturale (e forse cultuale?) legata a tale luogo è perdurata per millenni. Oggi i pochissimi studiosi autorizzati ad entrare nella caverna per motivi di preservazione e ricerca, utilizzano l’accesso che fu utilizzato dai tre speleologi scopritori, mentre quello preistorico originario è ancora ostruito dai massi litici.

Dunque la perfezione era all’inizio? Gli artisti di Chauvet sembrano aver conosciuto la tecnica di una prospettiva ante litteram, il metodo sintetico di rappresentare gli animali in movimento, la tecnica dello sfumato per conferire agli animali raffigurati la corposità di un altorilievo, la rappresentazione tridimensionale ottenuta avvalendosi di profondità e contorni per mostrare gli animali come se uscissero dalle fessure delle pareti rocciose per poi avventurarsi nel cuore della grotta. A tutto ciò si aggiunge la mano sicura e geniale degli artisti che testimonia una padronanza indiscutibile di linee e forme, la conoscenza intrinseca del comportamento animale propria degli antichi cacciatori, la bellezza della spontaneità delle immagini e della forza espressiva racchiusa in pochi tratti.

Rinoceronti, leoni e mammut nella fauna di Chauvet

Chauvet è un miracolo. Non è facile descriverne lo splendore. C’è solo una possibilità: recarsi sul posto e ammirare di persona il bestiario incredibile che emerge dalle ombre e dagli anfratti e che un tempo sembrava muoversi alla luce tremolante delle torce per perdersi poi, irraggiungibile, nell’universo del mito. Nelle prime sale rocciose domina il colore rosso dell’ocra. Poco distante dall’entrata si stagliano i profili di orsi delle caverne: fantasmi meravigliosi, perfetti, essenziali. Orsi che non hanno occhi, come spiriti, anime della terra.

Una pioggia di cerchi rossi esplode su una parete rocciosa: i palmi delle mani di chi passò in quella caverna 36.000 anni fa e, dopo aver immerso le mani nel colore rosso, impresse il suo marchio sulla pietra. Forse un gesto di culto. Gli esperti hanno individuato mani di donna, uomo, bambino. Forse tra esse ci sono anche quelle degli artisti. In una galleria della caverna un dito sconosciuto ha tracciato nell’argilla morbida uno splendido cavallo, un po’ più in là un altro artista ha usato la medesima tecnica per immortalare una civetta.

Un mammut emerge dall’ombra, una coppia di leoni cammina fianco a fianco. In un angolo si vede un piccolo rinoceronte solitario, poi altri orsi di diversi colori. Segni. Dappertutto. Tanti simboli ricorrenti e misteriosi il cui significato a noi estraneo rimane racchiuso nel silenzio della grotta. Uno ricorda una farfalla, un altro un gigantesco insetto. Nelle sale più interne è la volta del colore nero, ricavato dalla polvere di manganese e, per i disegni, dal carbone. Se nel passato le sale dipinte in rosso erano parzialmente illuminate dalla luce del giorno, quelle in nero sono appartenute invece da sempre al regno della notte.

Una parete cattura l’attenzione dell’osservatore, incatena il suo sguardo a quattro splendidi cavalli. Verso il fondo della grotta si susseguono i grandi pannelli, quelli davvero sublimi che hanno cambiato il nostro concetto di evoluzione artistica. Si vedono un branco di leoni, una mandria di rinoceronti, dei mammut, bisonti, ancora cavalli. Gli animali raffigurati in maggior numero a Chauvet sono i leoni, i rinoceronti, i mammut e gli orsi delle caverne. Animali pericolosi che appariranno di rado nelle raffigurazioni di epoca più tarda e sembrano invece dominare l’universo dell’Aurignaziano. Sono gli stessi protagonisti dell’arte mobiliare tedesca, quella del Giura svevo, che ha portato alla creazione della Venere di Hohle Fels e dello splendido Uomo-Leone di Hohlenstein, due capolavori di ben 40.000 anni fa.

Dunque anche le specie di animali rappresentati parlano per un’epoca estremamente remota, in barba alla fantastica modernità dello stile adottato dagli artisti. Perché “artisti”? Perché gli studiosi pensano che delle mani diverse abbiano operato nella grotta di Chauvet. Sconosciuti che dovevano fruire di un’esperienza profonda in materia, di un esercizio pluriennale probabilmente effettuato su materiale deperibile, come pelli oppure legno. Le altre opere di questi maestri sono andate perdute, le raffigurazioni parietali di Chauvet sono rimaste a testimoniare la loro passata esistenza.

 Il regno dell’orso delle caverne: un culto del Paleolitico?

E poi Chauvet è il regno dell’orso delle caverne. Un gigante erbivoro di quasi due metri al garrese che non appare soltanto sulle raffigurazioni parietali. La grotta era la sua tana. Fino a 30.000 anni or sono questo impressionante visitatore ibernava tra le rocce di Chauvet, lo testimoniano gli avvallamenti lasciati dal suo corpo nel terreno originale, i graffi prodotti dalle sue unghie lungo le pareti, i numerosi resti fossili all’interno della grotta. Ma c’è di più. Un altro mistero si aggiunge alle tante domande senza risposta. In una delle sale più interne, una di quelle da sempre preda della notte, gli speleologi hanno scoperto un grosso masso di pietra di forma triangolare su cui poggiava un teschio di orso delle caverne.

Il masso era precipitato dal soffitto della caverna più di 30.000 anni fa e i frequentatori della grotta, gli uomini dell’Aurignaziano, vi avevano poggiato sopra il cranio di orso, seguendo la geometria della pietra, sistemandolo proprio sul vertice del triangolo litico. Come fosse un altare. Tutto intorno al masso hanno poi disposto altri crani ed ossa di orsi delle caverne. Una scena bizzarra, quasi irreale, che ha portato molti studiosi ad ipotizzare una sorta di culto dell’orso nel Paleolitico.

L’archeologo francese Jean Clottes, esperto di Chauvet, parla di sciamanismo. Identifica nelle grotte francesi dei luoghi di culto in cui le genti del Paleolitico si recavano per ristabilire quel legame invisibile con l’altro mondo, forse con gli spiriti degli animali, con le forze della natura. L’antropologo Alain Testart ipotizza che lo spazio delle caverne abbia costituito un microcosmo mitico, la rappresentazione dello stato del mondo alle origini. Non è da escludersi che anche una strana raffigurazione situata nella sala più profonda della grotta di Chauvet faccia parte di questo universo magico: su una roccia triangolare che pende dal soffitto l’artista ha dipinto in colore nero un triangolo pubico, una vulva, e le estremità inferiori di questo stralcio di donna si fondono con l’immagine di un bisonte.

Entrata attualmente utilizzata dagli studiosi per accedere all’interno della grotta di Chauvet. Foto: Thilo Parg CC BY SA 4.0

La donna e il bisonte, la donna e il mammut: questo tema ritorna spesso, come un leitmotiv, nell’arte rupestre del Paleolitico. Parte dall’Aurignaziano per poi attraversare il Gravettiano e raggiungere il Magdaleniano, l’ultima tappa dell’arte delle caverne che finisce, inspiegabilmente, intorno a 11.000 anni fa. Non conosciamo il motivo che portò a questo epilogo improvviso. Forse la fine dell’Era Glaciale con i grandi cambiamenti di vegetazione e fauna ad essa collegati scatenò una crisi profonda che sconvolse il mondo dei cacciatori-raccoglitori. Sappiamo soltanto che quest’epoca segnò la fine di una lunghissima tradizione di decine di millenni, una delle più lunghe tradizioni della preistoria, quella che ispirò i nostri lontani antenati europei a tracciare disegni, pitture, incisioni e simboli nel cuore della terra.

Oggi sappiamo che le genti del Paleolitico non abitavano nel profondo delle grotte. Non erano “uomini delle caverne” nel vero senso del termine. Anche quest’immagine è figlia di preconcetti e false supposizioni dei secoli scorsi, dettati dalla mancanza di informazioni più precise. Preferivano invece allestirsi delle tende in accampamenti all’aperto, oppure occupare dei ripari in riva ai fiumi sotto speroni di roccia, talvolta allestivano ad abitazione l’entrata delle caverne, magari nella stagione fredda.

Ma le sale più profonde delle grotte, spesso difficilmente accessibili, non erano abitate. Gli ambiti più reconditi erano esclusivamente destinati all’arte e forse a culti sconosciuti. Di sovente non c’era luce laggiù, i frequentatori dovevano illuminare le pareti con lampade a grasso animale oppure fiaccole. Non di rado gli artisti operavano in posizioni impossibili, accucciati, distesi supini in ambienti estremamente angusti. Spesso tracciavano le loro opere più belle proprio là, dove nessuno poteva vederle. Perché? Forse per loro l’azione contava più del risultato.

L’eruzione del Vesuvio avvenne il 24 ottobre del 79 d.C.

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/10/22/leruzione-del-vesuvio-avvenne-il-24-ottobre-del-79-d-c/

MiBAC

Repubblica

L’iscrizione che recita “XVI (ante) K(alendas) NOV(embres)” (MiBAC)

Un’iscrizione scoperta nel sito archeologico di Pompei confermerebbe la data dell’eruzione del Vesuvio il 24 ottobre del 79 d.C. L’iscrizione è stata portata alla luce nella “Casa con giardino” e riporta la data del 17 Ottobre, dunque una settimana prima della grande catastrofe. Finora si pensava che fosse avvenuta il 24 agosto, nonostante le prove archeologiche e letterarie a favore della data autunnale.

La Casa con giardino (MiBAC)

 

 

 

 

 

 

 

La Casa con giardino

L’iscrizione è scritta col carboncino, un materiale fragile ed evanescente. Siccome non avrebbe potuto resistere a lungo nel tempo, risale verosimilmente all’anno dell’eruzione. Recita “XVI K Nov”, ovvero “sedici (giorni prima) delle calende di novembre. In altre parole il 17 ottobre, una settimana prima dell’eruzione, che sappiamo essere il 24 ottobre grazie a Plinio il Giovane. La casa era in corso di ristrutturazione: accanto agli stupendi affreschi nel portico e alle vivaci megalografie nelle camere, alcune stanze erano addirittura senza pavimento, come l’atrio dove è stata trovata l’iscrizione. Probabilmente sarebbe stata ricoperta di intonaco poco dopo.

Plinio aveva torto?

La teoria dell’eruzione il 24 agosto deriva dall’unica testimonianza oculare dell’evento, descritta da Plinio il Giovane a Tacito molti anni dopo. Lo scrittore romano, all’epoca 17enne, osservò l’eruzione dall’altra parte del golfo di Napoli. Molti studiosi fanno riferimento alla versione più antica di questa lettera, il codice Laurenziano Mediceo, ma altre come il codice Oratorianus riportano la data di ottobre. Inoltre nelle case sono stati rinvenuti dei bracieri usati per scaldarsi, tracce di vestiti pesanti, segni della conclusione della vendemmia e frutti autunnali (bacche di alloro, castagne, noci, datteri, melegrane, prugne e fichi secchi).

Testo ambiguo

Secondo la prima interpretazione, dopo la data c’è scritto “IN[D]ULSIT / PRO MASUMIS ESURIT[IONI]”, ovvero “[Il 17 ottobre] lui indulse al cibo in modo smodato”. Tuttavia Giulia Ammannati, docente di paleografia latina alla Scuola Normale di Pisa, ha proposto la seguente interpretazione: “IN OLEARIA / PROMA SUMSERUNT”, “hanno preso nella dispensa olearia”. Cosa? Non si sa, visto che «qualcosa è stato cancellato, forse il complemento oggetto», aggiunge Massimo Osanna, direttore del Parco archeologico di Pompei. «Ora bisogna scoprire la cella olearia!».

(ANSA/Ciro Fusco)

 

L’epoca dei giganti. Evoluzione e statura umana

Scritto da: Sabina Marineo
Fonte: http://storia-controstoria.org/paleolitico/epoca-giganti/

Il tempo dell’Homo erectus fu anche l’epoca mitica dei giganti? Fra questi ominini che popolarono la terra sin dal Pleistocene – vale a dire a partire da circa due milioni di anni fa – e da cui discendono le tre specie più “recenti” Neanderthal, Denisova e Sapiens, c’erano molti individui di statura eccezionalmente alta. In alcuni casi raggiungevano i due metri. Erano creature dalla forza incredibile, con una prestanza fisica che avrebbe superato quella dei nostri atleti di oggi. Furono gli inventori della bifacciale, un utensile litico molto efficace, dato che venne utilizzato per centinaia di migliaia di anni. Il loro cervello poteva raggiungere i 1200 cm cubi ed erano in grado di costruire abitazioni, officine di lavoro all’aria aperta, lance da caccia dalla forma perfetta e, soprattutto, di controllare il fuoco.

Bifacciali: il miracolo della simmetria

Uno splendido esemplare di bifacciale che risale a ca. 450.000 anni fa. The Upper Galilee Museum of Prehistory, Hula Valley. Foto Guyassaf

Più di una volta, ammirando le splendide bifacciali (o amigdale), quegli oggetti di pietra dalla caratteristica forma a mandorla che dovevano essere una sorta di utensile multiuso, mi sono stupita delle loro dimensioni. Le bifacciali venivano, come dice il nome, lavorate da entrambi i lati e dimostrano una ricerca di simmetrica bellezza che lascia l’osservatore senza parole. In genere erano usate per tagliare la carne animale, lavorare le pelli, spezzare altri materiali. I nostri antenati le impugnavano alla base, le usavano tenendole strette nella mano.

Le più antiche, ritrovate in Africa, datano circa 1,5 milioni di anni e sappiamo che le bifacciali furono utilizzate fino a 200.000 anni fa. Un periodo di tempo lunghissimo che la dice lunga sulla loro efficacia. Evidentemente erano molto apprezzate. Il livello di armonia della forma raggiunto da questi oggetti si può capire confrontandole con gli utensili precedenti, per esempio i cosiddetti chopper, ciottoli tondeggianti scheggiati e taglienti, ed è senz’altro racchiuso nella simmetria. Un fattore che testimonia la ricerca estetica di forme armoniche e che suggerisce il raggiungimento di un elevato livello di pensiero astratto. Non solo. Anche la conoscenza del simbolo.

L’archeologo Jean Marie Le Tensorer fa un ulteriore passo avanti e afferma:

Il numero d’oro è un esempio di postulato dell’armonia. (…) In Siria un solo giacimento archeologico (…) ci ha lasciato più di 8000 bifacciali. Tenendo conto che questo sito è stato scavato soltanto per una ventina di metri quadrati, si può presupporre che tale orizzonte ospiti in totale da 60.000 a 70.000 bifacciali! Queste bifacciali presentano delle forme di grande purezza. Risalgono a 500.000 anni or sono e indicano una tendenza alla standardizzazione e alla riproduzione di un rapporto preferenziale larghezza/lunghezza. Questo rapporto è in media di 1:4. (N.d.A.: Vicino al numero d’oro). Per me si tratta di un rapporto armonico fondamentale creato dall’Homo erectus. La morfologia simmetrica della bifacciale non evoca forse la forma dell’uomo stesso e della sua mano? (…) In questo caso il corpo umano, emblema dell’armonia, sarebbe all’origine dell’immagine, la bifacciale sarebbe lo specchio armonico dell’uomo.”

Quando fabbricava questi oggetti meravigliosi, l’Homo erectus non badava dunque soltanto alla loro utilità, voleva anche possedere qualcosa di bello. Alcune bifacciali erano per lui talmente preziose, erano state lavorate con tale cura, da non essere nemmeno utilizzate nel quotidiano. Erano riservate esclusivamente all’uso di corredo funerario. L’esemplare forse più famoso in questo senso è la famosa “Excalibur”, un’amigdala di quarzite scoperta nel giacimento spagnolo di Sima de los Huesos insieme a resti ossei umani di 400.000 a.C. La bifacciale non presenta nessuna traccia di utilizzo e quindi doveva rivestire un’importanza prettamente rituale. Forse la prima offerta funeraria di cui siamo a conoscenza attualmente e che conferma la presenza del pensiero astratto in tempi già così remoti.

Prima della bifacciale: raffigurazione di un chopper, 1 milione di anni fa. Reperto del sito paleolitico di Dmanisi, Georgia. Disegno di José-Manuel Benito, pubblico dominio

Ma dopo il primo stupore provato per la bellezza e perfezione delle amigdale, l’osservatore è sopraffatto da un altro pensiero. Le bifacciali non erano soltanto oggetti dalla chiara efficacia nell’uso quotidiano e dall’indubbio valore estetico, potevano essere anche… molto pesanti.  Nel giacimento paleolitico francese Caune de Arago (Tautavel), in un orizzonte di 580.000 anni fa, si è recuperato un esemplare di ben 35 cm di lunghezza. Proviamo ad immaginarne il peso. In effetti, vedendo dal vero alcuni esemplari nelle vetrine dei musei, c’è da restare sbalorditi: che mani dovevano avere i nostri avi del Paleolitico per poterle comodamente impugnare e maneggiare? Ma con il passare del tempo tali utensili divennero sempre più piccoli. Proprio come la statura – e quindi la mano – di chi li confezionava.

I “giganti”

Nel lontano 1948 il team diretto dal paleontologo Richard Leakey ebbe la fortuna di scoprire in Kenya lo scheletro quasi completo del “Turkana Boy” (il ragazzo di Turkana o di Nariokotome). Un ritrovamento eccezionale. Alto e slanciato, questo individuo della specie Homo erectus stupì tutti gli esperti. Nel corso delle analisi ci si rese conto che misurava 160 cm di altezza ed era morto ad appena 7-8 anni d’età. Da adulto, il ragazzino avrebbe probabilmente raggiunto i 185 cm. Il bambino soffriva di malformazioni congenite che ne causarono la morte e tuttavia, sulla base delle analisi scheletriche, si poteva ipotizzare che anche questo giovane individuo, se pur malato, in vita doveva aver posseduto una forza a dir poco atletica.

Bifacciale del giacimento paleolitico di Olduvai, ca.1 milione di anni fa. British Museum – Foto Discott CC BY-SA 3.0

Altri esemplari di Homo erectus presentavano una statura di tutto rispetto che sfiorava i 2 metri (riscontrata in seguito ad analisi effettuate su resti fossili scoperti primariamente nell’Africa meridionale, vedi ricerche del paleontologo Lee Berger), mentre i Sapiens aurignaziani che popolavano l’Europa 40.000 anni fa potevano pur sempre vantare un’altezza media di 183 cm. Una misura che supera di molto la media attuale europea (175 cm). Tipici esempi in tal senso sono i resti fossili dell’uomo scoperto nel sito francese Abri Cro Magnon, con i suoi 183 cm, e gli individui delle sepolture nel giacimento dei Balzi Rossi, in Italia, alcuni dei quali – Uomo di Grimaldi e Uomo di Mentone – misuravano da 190 a 195 cm di altezza.

E bisogna precisare, per amore di correttezza, che il presunto Uomo di Mentone in realtà era una donna del Gravettiano spirata intorno a 24.000 anni fa all’età di circa 37 anni. Oggi è chiamata “Donna di Caviglione”. La giusta attribuzione sessuale si deve al professor Henry de Lumley. Dunque una donna molto alta, al di fuori dalla norma cui siamo abituati oggi. Se gli europei dell’Aurignaziano (47.000-35.000 a.C.) e del Gravettiano (29.000-20.000 a.C) erano ancora molto prestanti, già gli esponenti del Magdaleniano (17.000-11.000 a.C.) si presentavano più minuti, mentre presso le genti del Neolitico (10.000 a.C.) si è registrata una statura media di 162,5 cm.

Una considerazione a parte merita l’uomo di Neanderthal con la sua altezza media di 160 cm, perché in questo caso abbiamo a che fare con una specie umana che si è evoluta dall’Homo erectus heidelbergensis dopo centinaia di migliaia di anni della permanenza di quest’ultimo in Europa. Dunque la sua fisionomia bassa e tarchiata era il risultato di un adattamento alla situazione climatica dell’Era glaciale. Invece sia l’Homo erectus che l’Homo sapiens appartenevano entrambi a specie di più recenti origini africane, erano individui dalla corporatura alta e slanciata e dalla carnagione scura che meglio potevano sopportare le temperature elevate e le forti radiazioni solari presenti nel Continente nero.

C’è poi da aggiungere che non mancano esempi a riprova dell’adattamento fisico dell’uomo di Neanderthal sia al freddo ambiente glaciale che a quello caldo del Medio Oriente. Ci sono esemplari extra europei che presentano altezze superiori, come per esempio il Neanderthal i cui resti fossili sono stati scoperti nella grotta di Amud, in Israele, che misurava 180 cm di altezza. Anche il Neanderthal rinvenuto nella grotta israeliana di Kebara non si può definire di statura bassa con i suoi 170 cm. E in Israele vigevano altre condizioni climatiche, ben lontane dalle temperature europee dell’Era glaciale.

Scheletro dell’uomo di Grimaldi. Questo esemplare di Homo sapiens misurava ben 195 cm d’altezza. Fu scoperto nel giacimento paleolitico di Balzi Rossi. Musée d’Anthropologie préhistorique di Monaco – Foto Georges Jansoone CC BY 3.0

La statura e il problema della dieta

Ma perché, nel corso dei secoli e millenni, l’uomo è divenuto sempre più piccolo? Quali sono i fattori che possono portare ad una diminuzione oppure ad un aumento di statura? Solo il freddo o il caldo? No. Non solo i cambiamenti climatici globali, anche quelli nutrizionali. Perché ovviamente gli individui più piccoli hanno un fabbisogno energetico minore, dunque maggiori probabilità di sopravvivere in presenza della carenza di cibo. E perché allora ci fu una forte diminuzione di statura nel Neolitico, proprio quando il clima in Europa era diventato più mite e il cibo era presente in modo continuato?

Si potrebbe pensare che con la “rivoluzione” neolitica ci siano state maggiori possibilità di nutrire un numero più elevato di persone in modo regolare, ossia usufruendo a piene mani delle risorse agricole e di quelle fornite dall’allevamento del bestiame, due fonti più sicure della caccia che poteva presentare dei problemi in determinati periodi dell’anno oppure in seguito a particolari eventi naturali. Le genti sedentarie del Neolitico avevano poi, al contrario dei cacciatori raccoglitori nomadi (o seminomadi) del Paleolitico, la possibilità di immagazzinare le loro provviste. D’altra parte però, l’antropologo Jean-Luc Voisin fa un’osservazione molto interessante:

“Certo, la diminuzione della statura potrebbe essere dovuta ad un nuovo regime alimentare, ma nel Neolitico la nutrizione doveva essere meno ristretta che nel Paleolitico. In effetti l’agricoltura e l’allevamento permettevano di avere del cibo in modo continuato e dunque i periodi di carenza erano più rari. Tuttavia questo nuovo metodo di vita necessitava di un lavoro di tutte le braccia. Anche i bambini partecipavano al lavoro sin dalla più tenera età intraprendendo delle attività che, come si è dimostrato, bloccano il processo della crescita.”

Ricostruzione di un Homo sapiens aurignaziano sulla base di resti fossili della grotta rumena Pestera cu Oase. Si tratta del cranio più antico di Sapiens scoperto in Europa, Datazione calibrata: 40.500 anni fa, presenta caratteristiche morfologiche proprie dell’Homo sapiens e dell’uomo di Neanderthal. Analisi del DNA effettuate nel 2015 hanno infatti confermato che un antenato di quest’uomo vissuto 4-6 generazioni prima era il risultato di un’ibridazione Sapiens/Neanderthal. Questa ricostruzione è stata commissionata dal Neanderthal Museum di Mettmann dove si trova attualmente in esposizione permanente accanto a molte altre ricostruzioni di ominini magistralmente eseguite dagli artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis. Il museo ha recentemente ristrutturato le sue sale esponendo queste ricostruzioni effettuate su base strettamente scientifica e secondo le ultime conoscenze. Foto: Reimund Schertzl

A tali considerazioni si aggiunge poi l’affermazione dello studioso Francois Marchal:

“In effetti se le condizioni di vita migliorano, la statura aumenta rapidamente come durante l’Impero romano, oppure come oggi. Invece se le condizioni peggiorano, anche la statura diminuisce, ciò che accadde alla caduta dell’Impero romano.”

La dieta dei cacciatori raccoglitori, più ricca di carne fresca, pesce, vegetali selvatici e meno ricca di farinacei, avrebbe favorito una crescita sana. Inoltre un cacciatore “lavora” meno ore al giorno di un agricoltore o di un allevatore di bestiame. Si è calcolato che in media bastassero tre, quattro ore giornaliere per la caccia (lo stesso vale per la raccolta di vegetali, radici, funghi ecc.) Il resto della giornata i cacciatori potevano dedicarsi ad altre occupazioni più o meno piacevoli. Chi mangia meglio e lavora meno diventa più grande?

Evoluzione o adattamento?

Bisogna poi distinguere, osserva Marchal, fra evoluzione e adattamento. Quando l’Homo sapiens giunse dall’Africa 40.000 anni fa, la sua statura era ancora alta. Poi, circa due decine di millenni dopo, la sua statura è diminuita. In questo caso abbiamo a che fare con un fenomeno evolutivo avvenuto in un lunghissimo arco di tempo. Al contrario, l’aumento di statura che è stato registrato in Europa da circa un secolo ad oggi non è evoluzione bensì adattamento, dovuto semplicemente ad un altro tipo di vita, ad un regime alimentare migliore. Il primo fenomeno, quello evolutivo, non è reversibile; il secondo, quello adattativo, sì.

Grotta di Caviglione, Balzi Rossi. Qui vennero alla luce importanti reperti dell’Homo sapiens del tipo Cro Magnon. Foto Lemone CC BY-SA 4.0

Ma aumento e diminuzione di statura sono anche legati all’aumento e alla diminuzione delle dimensioni del cervello. Il cervello di una donna è, in media, più piccolo di quello di un uomo. Un elemento che non ha nulla a che fare con l’intelligenza di una persona e che è strettamente connesso alle dimensioni corporee. Per logica, quindi, le dimensioni cerebrali variano di pari passo con quelle morfologiche. 100.000 anni fa il cervello dell’Homo sapiens misurava da 1500 a 1600 cm cubi. 12.000 anni dopo comportava 1450 cm cubi ed oggi ha un volume medio di 1350 cm cubi. Il volume del cranio dipende dalla morfologia globale dell’individuo.

Comunque i nostri progenitori della specie Sapiens non avevano soltanto un cervello più grande del nostro. Gli aurignaziani non erano soltanto più alti di noi, ma anche più atletici. Ed è probabile che non conoscessero l’obesità. Per nutrirsi, dovevano esercitare un’elevata attività fisica regolare. Il paleoantropologo Jean Jacques Hublin afferma:

“(…) per metabolizzare le proteine della carne e derivarne una quantità sufficiente di calorie, i cacciatori raccoglitori del Paleolitico dovevano aggiungervi dei grassi e del midollo, come testimonia la rottura sistematica delle ossa animali nella maggior parte dei siti paleolitici. Trovare della carne era importante, trovare della carne grassa ancor più. Ingrassare in alcune stagioni per vivere poi delle proprie riserve di grasso, era per i nostri antenati un vantaggio adattativo evidente.”

A questo punto si potrebbe obiettare: sarà pur così, d’altra parte però la loro vita non era lunga e superava raramente i 35 anni d’età. Sì, e tuttavia sembra che, in linea di massima, le popolazioni di cacciatori raccoglitori abbiano vissuto più a lungo e meglio di quelle sedentarie. Sicuramente queste ultime erano più esposte a malattie legate al lavoro della terra, al contatto continuo e molto ravvicinato con gli animali domestici, ad eventuali epidemie e alla nutrizione a base di farine che provocava maggiori problemi di natura dentaria.

Inoltre dobbiamo pensare che anche nel XIX secolo la durata media della vita umana era… di 35 anni. Sembra incredibile? Eppure non lo è. Risultati di studi internazionali dicono che soltanto nel 1990 si è arrivati a raggiungere una durata media della vita di 64 anni che, a detta degli esperti, si estenderà nel 2020 (nei Paesi occidentali) a 72 anni d’età.

Vediamo dunque che le cose sono cambiate in modo decisivo soltanto di recente. Appena 200 anni fa eravamo allo stesso livello dei nostri lontani parenti del Paleolitico. E allo stesso tempo possiamo renderci conto del motivo per cui questo eterno fantasma della morte abbia da sempre tormentato l’animo umano dando luogo, talvolta, a creazioni di somma poesia come l’Epopea di Gilgamesh, l’eroe sumero che partì alla ricerca dell’immortalità.

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Chi ha costruito Stonehenge?

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/09/02/chi-ha-costruito-stonehenge/

Università di Oxford

The Guardian

Nature

La squadra dei ricercatori intorno alla buca di Aubrey 7, dopo gli scavi del 2008 (Adam Stanford, Aerial-Cam Ltd)

Un nuovo studio scientifico ha dimostrato che almeno 10 delle persone sepolte a Stonehenge (Inghilterra) provenivano da un luogo molto particolare. Come le grosse ‘pietre blu’ che compongono il famoso cerchio, anch’essi venivano probabilmente dal Galles occidentale, a 240 km di distanza. Si tratta di un grande successo per la ricerca scientifica, che è riuscita ad analizzare delle fragili ossa carbonizzate di 5.000 anni fa.

La fossa Aubrey 7 (Christie Willis, UCL)

Le buche di Aubrey

Molto è stato detto circa l’origine delle pietre di Stonehenge, le fasi di costruzione e lo scopo religioso o astronomico, ma poco è stato detto sui costruttori e sulle persone sepolte nel sito. Stonehenge è uno dei più grandi cimiteri neolitici della Gran Bretagna. Gli scavi condotti tra il 1919 e il 1926 avevano recuperato i resti scheletrici di fino a 58 individui, all’interno delle cosiddette buche di Aubrey (un anello di 56 buche) e altrove nel sito. Seppelliti nuovamente dal loro scopritore, sono stati dissotterrati nel 2008. Le analisi osteoarcheologiche hanno identificato frammenti di ossa del cranio di almeno 25 individui. L’analisi al radiocarbonio li ha datati tra il 3180-2965 e il 2565-2380 a.C., quindi durante le fasi iniziali della costruzione del monumento. Finora non se ne poteva sapere di più: lo smalto dei denti, solitamente usato per l’analisi degli isotopi, era stato distrutto o alterato dalla cremazione.

(Christie Willis, UCL)

Ossa cristallizzate dal fuoco

La squadra di scienziati diretta da Christophe Snoeck (Vrije Universiteit Brussel) ha scoperto che una parte delle informazioni biologiche sopravvive alle alte temperature della cremazione, anche a 1.000°C. «Da ingegnere chimico innamorato dell’archeologia, questa sembrava la sfida perfetta», ha raccontato Snoeck al Guardian. «La cremazione distrugge davvero tutta la materia organica incluso il DNA, ma la materia inorganica sopravvive. Chiaramente, quando si tratta di elementi chimici leggeri come carbonio e ossigeno, questi sono pesantemente alterati, ma per elementi più pesanti come lo stronzio – circa sette volte più pesante del carbonio – non è stata osservata alcuna alterazione. Al contrario, grazie alle alte temperature raggiunte, la struttura dell’osso viene modificata, rendendolo resistente agli scambi post-mortem con il terreno di sepoltura».

Tre dei resti di cranio studiati (Christie Willis, UCL)

Costruttori dal Galles

I risultati dello studio mostrano che almeno 10 dei 25 individui studiati non vissero vicino a Stonehenge durante l’ultimo decennio della loro vita: probabilmente arrivarono dalla parte occidentale della Gran Bretagna, una regione che include l’ovest del Galles, il luogo di estrazione delle famose ‘pietre blu’ di Stonehenge. E proprio in quel periodo (3100 a.C. circa) Stonehenge passò dall’essere un terrapieno a un cerchio di grosse pietre. «I resti cremati delle enigmatiche buche di Aubrey e la mappatura aggiornata della biosfera suggeriscono che gli abitanti delle montagne Preseli [Galles occidentale] non solo fornirono le pietre blu utilizzate per costruire Stonehenge, ma si trasferirono insieme alle pietre e qui furono sepolti», dice John Pouncett (Università di Oxford), co-autore dello studio, pubblicato il 2 agosto su Nature Scientific Reports.

L’affioramento roccioso di Carn Goedog, il luogo di origine delle pietre blu in Galles. Alcuni dei resti scheletrici trovati a Stonehenge mostrano segnali isotopici di stronzio coerenti con il Galles occidentale (Adam Stanford, Aerial-Cam Ltd)

 

Trovata la scultura di un re biblico?

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/06/14/trovata-la-scultura-di-un-re-biblico/

The Guardian

Live Science

Azusa Pacific University

re biblico israele

La statua del possibile re biblico, subito esposta nel Museo d’Israele di Gerusalemme (Ilan Ben Zion / AP Photo / Gtres)

Una scultura di 3000 anni fa si è rivelata un mistero per i ricercatori che non hanno idea di chi rappresenti. Alta 5 cm, è un esempio estremamente raro di arte figurativa della regione durante il IX secolo a.C., un periodo associato all’Antico Testamento. La scultura era stata scoperta nel 2017 in un sito chiamato Abel Beth Maacah, in Israele vicino al confine con il Libano. A parte un pezzo di barba mancante e il naso scheggiato, è in ottime condizioni e nulla di simile era mai stato trovato prima. La corona d’oro indica chiaramente un re, ma quale fosse esattamente rimane un mistero.

Il ritrovamento è avvenuto ad Abel Beth Maacah, vicino alla moderna città di Metula (The Guardian)

Gli archeologi avevano scoperto la statuetta nelle rovine della città biblica di Abel Beth Maacah, in Israele. Il sito era diventato un villaggio arabo dal nome simile, Abil al-Qamh. Durante il IX secolo a.C. l’antica città si trovava in mezzo a tre potenze regionali: il regno arameo con capitale Damasco a Est, la città fenicia di Tiro a Ovest e il regno di Israele (o regno di Samaria) a Sud. La Bibbia menziona Abel Beth Maaca in una lista di città attaccate dal re arameo Ben Hadad durante una campagna contro il regno israelita. «La posizione è molto importante perché suggerisce che il sito potrebbe essere stato conteso, probabilmente tra Aram Damascus (oggi Damasco, ndr) e Israele», ha detto Naama Yahalom-Mack, archeologa dell’Università Ebraica, che dal 2013 dirige gli scavi insieme all’Azusa Pacific University.

Ben-Hadàd (re degli Aramei) ascoltò il re Asa (re del Regno di Giuda, in guerra col regno di Israele-Samaria);

mandò contro le città di Israele i capi delle sue forze armate, occupò Iion, Dan, Abel-Bet-Maaca e l’intera regione di Genèsaret, compreso tutto il territorio di Nèftali.

Re 1, 15:20

Nell’estate del 2017, la squadra di Yahalom-Mack stava scavando il pavimento di un grande edificio dell’Età del ferro, quando il volontario Mario Tobia scoprì la scultura. Lo strato del ritrovamento risalirebbe ai biblici regni rivali di Israele (Samaria) e Giuda. Eran Arie, curatore dei dipartimenti dell’Età del ferro e dell’archeologia persiana presso il Museo d’Israele, ha detto che la scoperta è unica nel suo genere. «Nell’Età del ferro, se c’è un’arte figurativa, e in gran parte non c’è, è di qualità molto bassa. Questa invece è di ottima qualità». La statuetta è fatta di faience, un materiale simile al vetro, usato per i gioielli e le statuette umane e animali nell’antico Egitto e nel Vicino Oriente. «Il colore del viso è verdastro a causa di questa tinta di rame presente nella pasta di silicato», ha detto Yahalom-Mack.

Un indizio cruciale per identificarlo come un monarca del Vicino Oriente è stata la sua “pettinatura molto interessante”, simile a come gli antichi Egizi raffiguravano nell’arte i popoli del Vicino Oriente. «È la classica rappresentazione di una persona semita», ha commentato Yahalom-Mack. Dato che la datazione al carbonio 14 non può datare la statuetta più precisamente che il IX secolo, i potenziali candidati sono molti. Yahalom-Mack ha ipotizzato i re Ben Hadad o Hazael di Damasco, Achab o Jehu di Israele, o Ithobaal di Tiro – personaggi che compaiono tutti nella Bibbia. «Stiamo solo ipotizzando, è come un gioco», ha aggiunto. «È come un saluto dal passato, ma non sappiamo nient’altro». Mentre gli studiosi discutono se la testa fosse un pezzo singolo o parte di una statua più grande, questo mese gli archeologi dovrebbe riprendere gli scavi dove è stata trovata la testa del re misterioso.

Mario Tobia poco dopo la scoperta (Robert Mullins)

 

Un tempio di Antonino Pio nell’oasi di Siwa

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/05/14/un-tempio-di-antonino-pio-nelloasi-di-siwa/
Ministero delle Antichità d’Egitto
National Geographic

antonino pio egitto

(Egyptian Ministry of Antiquities via AP / Gtres)

Una missione archeologica egiziana ha scoperto le fondamenta di un grande tempio dell’epoca di Antonino Pio, imperatore romano tra il 138 e il 161 d.C.

Le rovine si trovavano nell’oasi di Siwa, nel deserto egiziano, presso il villaggio di al-Haj Ali e a 350 metri dal cimitero della città, la cosiddetta “Montagna dei Morti” (Gabal Al-Marwa).

(Egyptian Ministry of Antiquities via AP / Gtres)

Il tempio era un grande edificio in pietra calcarea lungo 40 metri e largo 8,5. Oggi però non ne restano che le fondamenta della pianta rettangolare. L’ingresso era fiancheggiato da due piccole stanze e conduceva a una sala lunga 25 metri e al Sancta Sanctorum. Il tempio era circondato da un muro esterno lungo 71 metri e largo 56. Il capo della missione archeologica Abdul Aziz al-Damiri, direttore generale delle antichità di Matrouh e Siwa, ha spiegato che il ritrovamento più importante è un blocco di pietra calcarea con iscrizioni in greco, sormontato da una cornice con un disco solare avvolto dai cobra.

L’iscrizione ha permesso di identificare l’imperatore Antonino Pio, il cui lungo regno trascorse pacificamente, e il nome del governatore della provincia d’Egitto dell’epoca. Il blocco di pietra era lungo 5 metri e alto 1. Frammentato in tre parti, probabilmente era collocato sopra l’ingresso del tempio come architrave. Ora è stato trasferito nel magazzino del Museo di Siwa dove saranno eseguiti i lavori di conservazione.

(Egyptian Ministry of Antiquities via AP / Gtres)

(Egyptian Ministry of Antiquities)

(Egyptian Ministry of Antiquities)

(Egyptian Ministry of Antiquities)

(Egyptian Ministry of Antiquities)

(Egyptian Ministry of Antiquities)

Recentemente, a 50 km da Siwa, era stato scoperto un tempio greco-romano.

 

Il mistero del massacro di Sandby Borg

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/05/06/il-mistero-del-massacro-di-sandby-borg/

The Guardian

Antiquity

 

sandy borg svezia impero romano occidente

L’estremità di una spada in argento dorato (Daniel Lindskog)

In Svezia gli archeologi hanno scoperto le eccezionali prove di un terribile massacro avvenuto alla fine del V secolo d.C., sulla costa dell’isola di Öland. Gli abitanti di un piccolo villaggio furono misteriosamente uccisi nelle loro case o in strada mentre provavano a fuggire.

I loro corpi vennero lasciati marcire sul posto e non vennero neanche presi gli oggetti preziosi che portavano con sé, tra i quali degli splendidi gioielli e alcune monete d’oro romane.

Il forte ad anello di Sandby Borg. Ospitava circa 50 case e una popolazione di 200-250 abitanti (Sebastian Jakobsson)

A Sandby Borg sembra non esserci stato scampo. In una casa un uomo anziano, colpito al cranio, cadde proprio sopra il focolare e il suo corpo fu carbonizzato fino all’osso. In un’altra casa un ragazzo adolescente, forse durante la fuga, inciampò su un corpo steso sul pavimento e morì sul posto. L’orrore si legò così tanto al sito che quando gli archeologi cominciarono i lavori, la popolazione locale li avvertì di tenersi lontani da quel luogo. Dopo tre stagioni di scavi, con meno di un decimo del sito scavato, la squadra ha pubblicato i suoi risultati sulla rivista Antiquity. Le scoperte raccontano la fine catastrofica della vita nel villaggio – “un singolo evento che fermò il tempo, come un naufragio ma a terra”.

Alla metà del V secolo d.C. Sandby Borg era un prospero villaggio protetto dalle mura di un forte circolare. Dopo l’attacco non tornò mai nessuno a seppellire i morti, e nemmeno per saccheggiare gli oggetti preziosi o il bestiame. I morti – nove in una sola casa – marcirono dove caddero, distesi in strada o in casa fino al crollo dei tetti, mentre i loro animali morirono di fame chiusi nelle recinzioni. In mezzo ai corpi giacevano ancora degli oggetti preziosi: monete d’oro romane, gioielli in argento dorato, ornamenti argentati per capelli, perline di vetro e conchiglie di ciprea dal Mediterraneo. Gli archeologi hanno persino trovato tracce degli ultimi pasti, tra cui una mezza aringa vicino a un focolare e alcune pentole.

Perla di vetro decorata con fiori e spirale d’argento (Daniel Lindskog)

Un magnifico anello (Daniel Lindskog)

Una spilla d’argento (Daniel Lindskog)

(Daniel Lindskog)

(Alfsdotter et al./Antiquity)

Ludwig Papmehl-Dufay, archeologo del museo locale, aveva iniziato gli scavi dopo che alcuni tombaroli erano stati avvistati nel sito. Sebbene non esistano resoconti scritti o orali del massacro, alcune storie locali lo consideravano un luogo pericoloso. «Trovo molto probabile che l’evento sia stato ricordato e abbia creato dei forti tabù, forse tramandati nei secoli grazie alla tradizione orale», ha detto Papmehl-Dufay. Tre stagioni di scavo hanno già suscitato numerosi interrogativi. Nel cranio di un uomo erano stati conficcati quattro denti di pecora. Secondo Papmehl-Dufay potrebbero rappresentare un’offesa finale: siccome gli antichi mettevano una moneta o altri piccoli oggetti di valore coi morti per pagare il passaggio nell’aldilà, questa sarebbe stata una maledizione per prevenirlo. Nelle vicinanze è stato trovato l’osso di un piccolo braccio, la prova che neppure i bambini furono risparmiati.

Tra tutti i beni scoperti non sono state trovate armi complete. Forse furono prese come trofei e sepolte come offerta rituale in una palude vicina. Öland è un’isola al largo della costa svedese nel Mar Baltico, e nel periodo romano era ricca. Le monete d’oro romane e le importazioni di lusso testimoniano i salari guadagnati combattendo come mercenari. Sull’isola si contano almeno 15 forti ad anelli, ma solo Sandby Borg sembra aver avuto una fine così cruenta nei turbolenti decenni della caduta dell’Impero romano d’Occidente. Il museo della contea di Kalmar ha organizzato una piccola mostra del sito, e spera di crearne una più ampia permanente. Finora sono stati recuperati 26 corpi e sono state scavate totalmente solo tre delle 53 case, ma molti altri resti aspettano ancora che la loro storia sia finalmente raccontata.

(Daniel Lindskog)

(Daniel Lindskog)

(Daniel Lindskog)

(Daniel Lindskog)

(Daniel Lindskog)

Pianta di Sandby borg (Alfsdotter et al./Antiquity)