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Sconfitto il partito della guerra alle elezioni di metà mandato

Fonte: http://movisol.org/sconfitto-il-partito-della-guerra-alle-elezioni-di-meta-mandato/

L’”ondata blu” di voti per il Partito Democratico, che era stata preannunciata e promossa dai media dominanti negli Stati Uniti, non si è materializzata alle elezioni di metà mandato del 6 novembre. I democratici hanno ripreso la maggioranza alla Camera, ma a un livello ben inferiore a quelli generalmente raggiunti dal partito di opposizione nel corso di tutte le elezioni di metà mandato. Quanto al Senato, i repubblicani hanno incrementato la maggioranza conquistando tre o quattro seggi in più, a seconda dell’esito del conteggio dei voti ancora in corso. Per contrasto, i democratici di Bill Clinton avevano perso otto seggi al Senato nel 1994, e quelli di Obama sei nel 2010.

Il fatto che Donald Trump e i repubblicani a lui fedeli ce l’abbiano fatta, dopo due anni di calunnie e vituperii, a partire dalla falsa accusa che Trump si fosse fatto aiutare dalla Russia per vincere le elezioni del 2016, è dovuto in larga parte al fatto che il Presidente sia sceso in campo personalmente nella campagna per il Senato. Trump ha condotto la campagna elettorale per undici candidati repubblicani e, finora, otto di loro hanno vinto. La campagna personale di Trump viene accreditata, perfino dai suoi oppositori, come l’elemento determinante che ha arginato l’ondata blu dei democratici.

Anche se si potrebbe dire molto di più nell’analizzare il risultato del voto, due aspetti risaltano. La vittoria al Senato rende molto improbabile un tentativo di impeachment, che richiede due terzi dei voti, ovvero 67. Che l’inchiesta dell’inquirente speciale Mueller non abbia prodotto prove serie di interferenze russe o della collusione di Trump con la Russia nel 2016, garantisce che Trump resterà Presidente per il resto del mandato di quattro anni.

In secondo luogo, una volta completato il conteggio dei voti, Trump ha teso la mano ai democratici, invitandoli a lavorare con lui invece di proseguire fanaticamente la campagna per un cambiamento di regime. Ha telefonato a Nancy Pelosi, che probabilmente diventerà la Presidente della Camera, per congratularsi con lei e suggerirle sforzi comuni su temi cruciali, come la ricostruzione delle infrastrutture e la riduzione dei prezzi troppo alti dei farmaci da prescrizione. Alcuni nell’Amministrazione hanno indicato che Trump potrebbe tornare alla promessa, fatta durante la campagna per le presidenziali, di ripristinare la legge Glass-Steagall, sostenuta da molti democratici. Pur offrendo un rametto d’ulivo, ha ammonito i democratici che se proseguiranno con le inchieste contro di lui, la sua famiglia e le sue imprese, la risposta “sarà simile a una guerra” e gli elettori daranno la colpa ai democratici per non aver affrontato i problemi reali del Paese.

Durante la campagna elettorale Trump aveva chiarito la sua intenzione di attenersi ai temi che portarono alla sua vittoria nel 2016, inclusi quello di cercare la cooperazione con Vladimir Putin e con la Russia, quello di difendere la sovranità americana e quello di porre fine agli accordi di “libero scambio” della globalizzazione che hanno portato al quasi smantellamento del settore industriale americano. Se insisterà nell’offerta di collaborare sulla politica economica, i democratici si troveranno di fronte al momento della verità: lavoreranno con lui, nell’interesse di quello che Franklin D. Roosevelt definiva il “forgotten man”, l’uomo dimenticato, o continueranno a essere il partito di Wall Street e della City di Londra, difendendo un sistema finanziario in bancarotta e promuovendo il cambiamento di regime e la guerra, in particolare contro Russia e Cina?

The Week – La Guerra autodistruttiva dell’Europa all’Italia

Scritto da: Malachia Paperoga
Fonte: http://vocidallestero.it/2018/10/31/the-week-la-guerra-autodistruttiva-delleuropa-allitalia/

Anche sul sito americano The Week, si sottolinea come la manovra economica proposta dal Governo Italiano sia perfettamente ragionevole e in linea sia con la volontà di abbandonare le fallimentari politiche di austerità, sia con il notissimo parametro del 3% (deficit/PIL) imposto da Bruxelles. La BCE dovrebbe sostenere le politiche nazionali di aiuto alle economie in difficoltà, fino a quando non si raggiunge la piena occupazione e l’inflazione non minaccia di salire eccessivamente. Invece, gli euroburocrati stanno dichiarando guerra al Governo Italiano, col probabile risultato di far ripiombare l’intera eurozona in una crisi esistenziale. 

Di Jeff Spross, 25 ottobre 2018

L’Italia e l’Unione europea si avviano verso uno scontro frontale. Il nuovo governo italiano vuole aiutare i suoi cittadini, dopo anni di pesante impoverimento economico. Ma l’UE è determinata a fermarlo, nel nome della disciplina fiscale neoliberista.

Si tratta di uno spettacolo incredibile, che mette a nudo la sconfinata stupidità e l’autodistruttiva prepotenza della leadership UE.

L’Italia è stata colpita duramente dalla crisi economica globale del 2008 e dalla seguente crisi dell’eurozona. La disoccupazione italiana ha raggiunto il 13%, e dopo anni di sofferenza sotto le misure di austerità imposte dall’Europa, la disoccupazione si trova ancora intorno al 10%. Non sorprende quindi che gli Italiani si siano infine stancati dello status quo; in giugno, si sono ribellati votando un’improbabile coalizione di populisti di destra e di sinistra perché andasse al governo.

Questo nuovo governo ha prontamente proposto un ambizioso bilancio nazionale, che include un reddito minimo garantito, la cancellazione dei tagli effettuati in precedenza al sistema pensionistico, una serie di tagli della pressione fiscale, e altro. Non occorre dire che questo notevole pacchetto di spese, insieme alla riduzione delle entrate fiscali, richiederebbe l’aumento del deficit. L’Italia prevede una differenza tra entrate ed uscite fiscali del 2,4% del PIL nel 2019.

Perché farlo? Molto semplicemente, il governo italiano vuole ridurre la povertà e offrire ai suoi cittadini un po’ di aiuto mentre l’economia continua ad arrancare. Ma si tratta anche di una buona politica economica: con una disoccupazione del 10% e il PIL che è sceso – da quasi 2.400 miliardi di dollari nel 2008 a 1.900 miliardi di dollari oggi – l’Italia sta chiaramente soffrendo una grossa carenza di domanda aggregata. La maniera per risolvere la carenza è che il governo spenda più di quanto tassi; in particolare spenda in programmi che mettano soldi nelle tasche dei consumatori. Gli italiani di conseguenza spenderebbero questi soldi aggiuntivi, creando così nuovi posti di lavoro.

I Baroni tecnocrati dell’Unione Europea non sono a favore di questo piano, per usare un eufemismo.

La UE proibisce alle sue nazioni di avere deficit di bilancio superiori al 3% del PIL. Questa limitazione è già folle, ma tuttavia l’Italia la rispetta. La complicazione è questa: la Commissione Europea ha ottenuto nel 2013 il potere di porre il veto ai bilanci degli Stati membri della UE. Il debito pubblico italiano è già intorno al 132% del PIL. Inoltre, lo scorso luglio, il Consiglio dei Ministri UE ha emesso una raccomandazione vincolante all’Italia di tagliare il proprio deficit strutturale dello 0,6% del PIL (il deficit strutturale è il deficit di bilancio escludendo gli effetti del ciclo economico e altri eventi estemporanei). Al contrario, il bilancio proposto dall’Italia aumenterà il deficit strutturale dello 0,8% del PIL.

Tutto considerato, la Commissione Europea ha concluso che i progetti dell’Italia costituiscono una “grave inosservanza degli obblighi di politica di bilancio previsti dal Patto di Stabilità e Crescita”. La Commissione vuole che l’Italia riscriva il suo bilancio, altrimenti applicherà multe e sanzioni.

Il Consiglio dei Ministri UE è formato dai ministri degli Stati membri UE – in qualche modo è equivalente ai segretari di gabinetto negli Stati Uniti. La Commissione Europea invece, è un organo di governo i cui membri sono nominati dal Parlamento Europeo (è il Parlamento Europeo che opera nel modo classico degli organi legislativi, con i paesi membri UE che eleggono i loro rappresentanti). Per quale strano motivo, se non l’esistenza delle regole bizantine della UE, queste persone dovrebbero poter dire al governo italiano democraticamente eletto di affossare il proprio piano e imporre più austerità ai propri cittadini?

Come spesso in questi casi, la risposta sono i soldi.

Se il governo italiano controllasse la propria moneta, la sua banca centrale potrebbe semplicemente comprare il debito governativo creato dal suo deficit e tenere bassi i tassi di interesse. Ma l’Italia è un membro dell’Unione monetaria dell’eurozona. E la quantità di euro emessa è controllata dalla Banca centrale europea (BCE), che a sua volta ha la supervisione delle banche centrali nazionali dell’eurozona. Il sistema della BCE prevede ogni sorta di regole e limiti sui casi in cui può  acquistare i titoli di debito emessi dagli Stati membri dell’eurozona e sulla quantità che è possibile comprarne.

Perciò sono gli investitori privati a dare al Governo Italiano gli euro di cui ha bisogno per coprire il suo deficit. Non sorprende che i battibecchi politici li rendano scettici, quindi i tassi di interesse sul debito italiano stanno salendo.

Ma i tassi di interesse in salita dell’Italia sono il risultato di decisioni politiche arbitrarie che sono sia congenite alla struttura di governo della UE sia imposte dai tecnocrati al governo della UE. La BCE potrebbe semplicemente dare il mandato alla Banca Centrale Italiana di iniziare a fornire euro freschi e usarli per comprare il debito italiano, sostenendo così la spesa a deficit del governo. L’unico vero limite economico a questo tipo di politica è il tasso di inflazione. Al momento, il tasso è intorno al 2%, che è il valore che piace alla BCE (in realtà l’ultimo valore registrato in Italia è addirittura dell’1,4%, ed in calo,  NdVdE). Ma perché l’aiuto monetario all’Italia inizi a far crescere l’inflazione, non solo la disoccupazione  italiana dovrebbe prima diminuire drasticamente, ma la disoccupazione dovrebbe diminuire drasticamente in tutta l’eurozona.

In breve, l’Unione europea e la BCE hanno entrambe uno spazio enorme di manovra per sostenere la spesa a deficit italiana, senza alcuna ripercussione economica. Il problema è solo che non vogliono farlo.L’Italia, nel frattempo, sembra pronta a giocare duro contro i baroni UE. “Questi provvedimenti non servono a sfidare Bruxelles o i mercati, ma devono compensare il popolo italiano di molti torti” ha detto all’inizio di questo mese il Vice Primo Ministro Italiano Luigi Di Maio. “Non c’è un piano B perché non ci arrenderemo”.

In passato, la Commissione europea in realtà non si era mai spinta a rigettare il bilancio di uno Stato membro. Ha tempo fino al 29 ottobre per decidere se prendere questa decisione formale. Se lo fa, e la lotta conseguente finisce per distruggere le fondamenta del Progetto Europeo, i leader della UE non avranno altri da incolpare se non sé stessi.

11 novembre 2018: il mondo sull’orlo della Terza Guerra Mondiale

Fonte: https://www.nibiru2012.it/11-novembre-mondo-orlo-terza-guerra-mondiale/

L’11 novembre 2018 si terrà a Parigi un incontro molto particolare tra Putin e Trump, il presidente russo recapiterà un messaggio capace di sconvolgere il pianeta stesso.

Circa tre giorni fa il consigliere per la sicurezza nazionale americana John Bolton ha incontrato Putin. Il meeting non è andato bene, per nulla. Così raccontano i siti cospirazionisti americani sul possibile scontro USA-RUSSIA dell’11 novembre. Vediamo i dettagli:

Durante il colloquio Putin ha detto personalmente a Bolton che se gli USA non smetteranno di effettuare operazioni “clandestine” in Siria sarà la volta della Russia di iniziare a compiere “operazioni”.

Putin ha specificato che questo avvertimento verrà dato un ultima volta da lui stesso, direttamente al Presidente Trump l’11 di novembre a Parigi. Il leader russo vuole essere sicuro che il messaggio arrivi forte e chiaro a Trump, e sarà l’ultimo avvertimento.

11 novembre terza guerra mondiale
L’incontro tra Putin e Bolt

America regina di sotterfugi?

Bolton ha replicato che qualsiasi azione di guerra contro l’esercito americano sfocerà in un conflitto aperto. Putin ha ricordato agli Stati Uniti d’America quello che hanno fatto di recente:”Voi avete costruito basi missilistiche tutto intorno alla Russia anche se avevate promesso di non muovervi di un passo verso Est quando è crollata l’Unione Sovietica. State giocando a fare esercitazioni di guerra in Finlandia lungo i nostri confini proprio in questi giorni. Avete rovesciato il governo Ucraino perchè Yanukovich (l’ex presidente) aveva scelto di rimanere vicino alla Russia piuttosto che all’Unione Europea, continuate a rifornire gli Ucraini con armi e munizioni per esasperare ancora di più la situazione. Voi avete causato tutti i problemi siriani a causa del gasdotto che collega il Qatar all’Europa. Avete inserito sistemi missilistici in Romania e Polonia per difendervi dagli stati “canaglia” come Iran e Nord Corea anche se tutti i radar di quei complessi puntano unicamente verso la Russia. Tutto quello che gli USA e la NATO hanno fatto negli ultimi 20 anni punta direttamente allo scontro con noi. Se è la guerra che volete, l’avrete”.

Quando i due leader si incontreranno l’11 di novembre a Parigi le cose potrebbero cambiare in modo drammatico, non ci resta che aspettare e verificare se queste informazioni sono l’ennesima bufala o hanno un fondamento di verità.

CNBC: Lasciate in pace l’Italia! L’UE vuole l’austerità fiscale da un’economia che affonda

Scritto da: Henry Tougha
Fonte:http://vocidallestero.it/2018/10/18/cnbc-lasciate-in-pace-litalia-lue-vuole-lausterita-fiscale-da-uneconomia-che-affonda/

CNBC, uno dei media mainstream americani, dà spazio a un articolo aspramente polemico verso i vertici UE, colpevoli di aver fomentato un inutile dissidio col governo italiano che propone una manovra economica appena moderatamente espansiva. Contrariamente alla nostra vulgata giornalistica, questo articolo addita proprio la commissione UE come colpevole dello “spread” che ha fatto seguito al braccio di ferro sulla manovra. È infatti inconcepibile, per gli americani, che nelle circostanze attuali la UE si ostini sull’applicazione di un’austerità fiscale che si è già dimostrata irrimediabilmente fallimentare. Nel frattempo altri grandi paesi, come la Francia e la Spagna, continuano ad accumulare deficit di bilancio tranquillamente maggiori di quello italiano senza dare adito ad alcun dibattito. L’articolo parteggia apertamente per l’Italia, nonostante nel finale proponga un’immagine idealizzante del “progetto” europeo.

di Michael Ivanovitch, 14 ottobre 2018

Un attacco ridicolmente feroce, diretto contro la politica fiscale timidamente espansiva presentata dall’Italia nella legge di bilancio per il prossimo anno, sta scatenando il panico sui mercati e offrendo uno spettacolo poco edificante sulle relazioni intra-europee, eternamente malgestite.

L’acrimonia manifestata dalla commissione UE nella sua revisione della legge di bilancio italiana è già costata ai contribuenti italiani un aumento – evitabile – del peso del debito sulle generazioni future. Solo nel corso degli ultimi due mesi, il già elevato costo del debito a dieci anni è aumentato di oltre 100 punti base – un duro colpo per un paese che ha già 2.400 miliardi di euro di debito pubblico. Si tratta di un debito pari a quasi il 150 percento del prodotto interno lordo italiano.

Qual è il problema che il governo italiano deve affrontare

Già nell’impossibilità di operare una politica monetaria indipendente con cui gestire la domanda e l’occupazione, l’Italia ha cambiato un po’ rotta rispetto alla precedente politica fiscale restrittiva, al fine di dare qualche sostegno all’attività economica e di prevenire ciò che appare già chiaramente come l’inizio di una nuova recessione ciclica, di ampiezza e durata ancora sconosciute.

La crescita economica del paese nel secondo trimestre di quest’anno ha continuato a indebolirsi, raggiungendo a stento un aumento dello 0,2 percento, e proveniva da una crescita già fiacca all’inizio dell’anno. Con l’eccezione delle esportazioni, tutti le più importanti componenti della domanda appaiono deboli.

La follia dell’austerità fiscale pro-ciclica

I consumi delle famiglie – che rappresentano circa i due terzi del PIL – sono frenati dalla elevata disoccupazione e dall’assenza di aumento dei redditi reali. Il volume delle vendite al dettaglio nei primi sette mesi dell’anno è diminuito con un tasso su base annuale dello 0,7 percento, a causa della stagnazione dei salari reali e del terzo più elevato tasso di disoccupazione (dopo Grecia e Spagna) dell’eurozona.

Lo scorso agosto il 9,7 percento della forza lavoro italiana era disoccupata, con uno spaventoso 31 percento di forza lavoro giovanile disoccupata e senza futuro. Oltre a questo, 6,5 milioni di italiani, l’11 percento della popolazione totale, vive sotto la soglia di povertà.

Sfortunatamente c’è anche di peggio. La UE riporta che il 30 percento della popolazione italiana è a rischio di povertà ed esclusione sociale.

Di fronte a prospettive così cupe per la domanda interna, alcuni si chiedono se la ricetta tedesca che viene suggerita possa davvero funzionare. Le esportazioni, certo, sono l’ingrediente principale della panacea tedesca, poiché rappresentano il 30 percento dell’economia italiana.

Purtroppo però questa ricetta sarà un altro fallimento, ed è un tentativo spudorato di manipolazione. Nel corso degli ultimi tre anni le esportazioni nette rappresentavano uno 0,5 percento della già quasi stagnante crescita italiana dell’1,1 percento del PIL. E sebbene le esportazioni nei primi sette mesi dell’anno crescessero di 4 punti percentuali rispetto all’anno precedente, questo non ha fatto assolutamente niente per rivitalizzare la produzione industriale del paese. La produzione industriale durante il periodo tra gennaio e luglio è crollata di un tasso annuale di 0,5 punti.

Questo naturalmente fa presagire esiti negativi per gli investimenti aziendali, perché la debolezza del settore manifatturiero suggerisce una grande abbondanza di capacità produttiva inutilizzata. In altre parole le aziende italiane non hanno bisogno di nuovi macchinari o di impianti più grandi: hanno già quello che gli serve per soddisfare la domanda attuale e attesa per il futuro.

Quindi cosa resta per sostenere i posti di lavoro e i redditi in Italia? Nulla – assolutamente nulla – continua a gridare in modo enfatico questa UE tedesca: l’Italia non ha una politica monetaria indipendente e, secondo la Commissione UE, la sua posizione fiscale deve restare solida e dura come il ghiaccio in modalità restrittiva a tempo indeterminato.

Il momento “whatever it takes” dell’Italia

L’Italia sa cosa tutto ciò significhi. Prima dell’inizio della crisi finanziaria dello scorso decennio, prima che venisse imposta l’austerità fiscale tedesca, il deficit di bilancio italiano del 2007 era stato ridotto a -1,5 percento del PIL (a confronto di quasi -3 percento in Francia). L’avanzo primario (cioè il bilancio prima di sottrarre gli interessi sul debito) era dell’1,7 percento del PIL, e aiutava ad abbassare il debito pubblico fino al 112 percento del PIL, rispetto a una media del 117 percento dei sei anni precedenti.

Ma poi si è scatenato l’inferno non appena i tedeschi – che rifiutavano sprezzantemente gli appelli di Washington alla ragione – hanno deciso di impartire la loro lezione ai “miscredenti fiscali”, imponendo le politiche di austerità alle economie dell’eurozona che già stavano affondando.

L’Italia non deve permettere che questo accada mai più

Allora cosa dovrebbe fare l’Italia? La risposta è semplice: esattamente ciò che ha detto di voler fare nel suo progetto di bilancio per il 2019, approvato lo scorso martedì da un’ampia maggioranza in Senato (61 percento di voti a favore) e alla Camera (63,4 percento di voti a favore).

L’Italia sta comodamente dentro i parametri di bilancio dell’eurozona. Il suo deficit di bilancio previsto al 2,4 percento del PIL per il prossimo anno fiscale è inferiore al limite del 3 percento imposto dall’unione monetaria.

E allora perché tutto questo trambusto? Perché nessuno sembra voler obiettare il fatto che la Francia e la Spagna avranno deficit maggiori dell’Italia?

La Francia ha appena aumentato la propria stima sul deficit per il prossimo anno portandola al 2,8 percento del PIL, rispetto alla precedente stima del 2,6 percento, sulla quale si era impegnata. E non è tutto. Sono ancora da definire le stime al ribasso sulla crescita, non c’è consenso politico su cosa bisogna tagliare, e un governo sempre più debole e impopolare potrebbe non riuscire nemmeno a mantenere il deficit di bilancio sotto il 3 percento del PIL.

L’instabile governo di minoranza spagnolo è alle prese con lo stesso problema. L’economia sta rallentando e Madrid ha una lunga storia in fatto di sforamento delle previsioni del deficit di bilancio. Il deficit di quest’anno, per esempio, è previsto per il 2,7 percento del PIL, ma la stima ufficiale fornita l’anno scorso era del 2,2 percento. Per come stanno le cose adesso, mantenere il deficit spagnolo sotto il limite del 3 percento del PIL sembra già un’impresa epica.

Perché tutto questo viene accolto da Bruxelles con un assordante silenzio? Forse l’accondiscendenza della UE verso la Francia e la Spagna ha molto a che fare con il loro livello più basso di debito pubblico?

È possibile, ma se fosse vero sarebbe un grosso errore. Quei paesi hanno un debito più basso con una tendenza di bilancio che va in peggioramento. Il debito pubblico della Francia è al 122 percento del PIL. Il fatto che la Francia abbia un deficit primario significa che il debito continuerà ad aumentare. Il debito pubblico della Spagna è al 115 percento del PIL, sostanzialmente senza alcun avanzo primario. Entrambi i paesi sono sulla strada di un aumento delle passività pubbliche a seguito dell’ampliamento dei loro disavanzi fiscali.

Nessuna sorpresa se qualcuno si domanda: l’attacco della UE contro la politica fiscale dell’Italia fa forse parte di un programma diverso? Ve ne accennerò, ma un’altra volta.

Idee di investimento

L’austerità fiscale in un’economia Italiana che rallenta – su cui pesa l’elevata disoccupazione, pla overtà in crescita e le infrastrutture che crollano – dovrebbe essere considerata una follia totale.

Lo spazio per un sollievo fiscale è molto ridotto, ma questo è il momento del “whatever it takes” italiano: Roma deve sostenere la propria attività economica, la crescita dell’occupazione e la spesa per le infrastrutture.

I leader del governo italiano potrebbero non apprezzare molto alcuni dei propri vicini, ma questo non è un buon motivo per denigrare la UE. Gli italiani non li hanno votati per questo.

I padri fondatori della UE – come Alcide de Gasperi e Altiero Spinelli – hanno messo l’Italia lì dove deve stare. La Grecia e l’Italia sono la culla della civiltà europea.

Il processo di unificazione europeo ha portato pace, un gigantesco e sempre più omogeneo mercato unico, l’euro e la Banca Centrale Europea – certamente i maggiori risultati dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Si può ben dire che l’Italia ha ragione di restare al centro di questo progetto epocale.

LA CONTRAPPOSIZIONE TRA GOVERNO E PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA videointervista ad Antonio de Martini da ” La Finanza sul web”

Fonte: https://corrieredellacollera.com/2018/09/24/la-contrapposizione-tra-governo-e-presidenza-della-repubblica-videointervista-ad-antonio-de-martini-da-la-finanza-sul-web/

Molti, a partire da Eugenio Scalfari e Sabino Cassese, gridano allo scandalo ed invocano un intervento risolutivo del Presidente della Repubblica per fermare il ciclone Salvini ed il “governo scassaburocrati” loro amici.

E’ la posizione diametralmente opposta a quella che costoro assunsero nel 1964  con le accuse di Golpismo fatte al Presidente Segni, al presidente del Senato Merzagora ed all’on Pacciardi che volevano un intervento del Presidente per impedire lo sviluppo dell’Idra del centrosinistra che , proprio a partire da quell’anno ( vedasi l’intervento di Pacciardi alla Camera sul bilancio dell’interno).

La sola costante è che sia nel 1964 che nel 2018 il centrodestra era fortemente maggioritario.

Ecco alcune ragioni che mi inducono a chiedere le dimissioni di Sergio Mattarella. Dovesse seguire una polemica, sono pronto a fornire altri elementi probanti.

Nella foto, la prima pagina dell’ESPRESSO, di quando Scalfari e Cassese consideravano un colpo di Stato promuovere un governo del Presidente.  Buona visione.

Copertina Espresso sul golpe de lorenzo

La Germania si radicalizza sempre di più

Scritto da: Fabio Lugano
Fonte: https://scenarieconomici.it/la-germania-si-radicalizza-sempre-di-piu/

La politica tedesca indica un andamento sempre più polarizzato dell’elettorato ed i partiti centristi appaiono sempre più spiazzati e messi da parte.

Se valutiamo l’andamento dei sondaggi nel tempo questo trend è chiaramente visibile:

Orami l’andamento è piuttosto chiaro: CDU e SPD in calo verdi e AfD in crescita, addirittura con un andamento dei primi quasi superiore a quello dei secondo. Paradossalmente i due partiti si sostengono: maggiore  è il supporto per un partito pro immigrazione come  i Verdi, maggiore è quello per AfD ed in mezzo si resta schiacciati. Un certo risveglio lo ha avuto anche la Linke, di sinistra, con il nuovo leader anti immigrazione vista come “Esercito proletario di riserva”.

Come indica questa tabella il gioco del secondo posto, dietro ad una barcollante CDU, è ormai a tre, con verdi, AfD e SPD che si giocano il posto, ma con la SpD che sembra leggermente in difficoltà rispetto agli altri due.

Si voterà domenica 14  in Baviera e ci sarà da ridere perchè CDU e SPD uniti perdono il 20% dei voti…

Ora in Baviera assisteremo all’improbabile nascita di una coalizione Nero-Verde (la CSU ha il colore nero) e probabilmente vedremo mettere un altro chiodo alla bara politica della Merkel. La teorica alternativa sarebbe CSU+AfD+FdP, ma siamo vicini alla fantascienza, proprio perchè segnerebbe la legittimità di AfD.

A livello nazionale rischia di riproporsi, dopo l’ennesima debacle della SPD una coalizione Giamaica, cioè CDU+Verdi+Liberali, ma è tutto da vedere. Probabilmente la Merkel, già sconfitta nel partito, cercherà salvezza a livello europeo.

 

La Grecia esce dai programmi della Troika in pessime condizioni economiche

Fonte: http://movisol.org/la-grecia-esce-dai-programmi-della-troika-in-pessime-condizioni-economiche/

Grecia, Bandiera, Blu, Bandiera Greca

Con grande fanfara è stato annunciato in agosto che la Grecia è uscita dai programmi di aiuto della Troika. Ma non è stato detto che l’infame programma dell’UE ha lasciato l’economia greca in uno stato di collasso. Il PIL è crollato di un terzo dal 2008, il debito estero supera i 337 miliardi di Euro, contro un PIL di 161,7 miliardi, mentre gli interessi sui debito ammontano a 18,6 miliardi all’anno o il 20% del bilancio nazionale. Inoltre la Grecia continuerà a sottostare alla sorveglianza dei creditori fino al 2060 e in tutto questo tempo dovrà mantenere un surplus primario del 3,5% per ripagare il debito, cosa assurda visto che perfino il Fondo Monetario Internazionale riconosce che il debito diventerà insostenibile molto prima di essere ripagato. In altre parole, il Paese non sarà mai in grado di riprendersi, e ancor meno di crescere. I fatti parlano da soli. Nella classifica Eurostat della ricchezza nazionale, la Grecia è scesa dal 14° posto di dieci anni fa al 24° posto attuale. Nel 2007 il PIL pro capite della Grecia era il 95,1% della media dell’UE, ma nel 2017 era crollato al 69,7%. I prezzi di beni e servizi, invece, erano all’82,2% della media dell’UE tranne che nel cibo e nelle bevande analcoliche, dove erano del 3,3% più alti della media europea.

Se la disoccupazione ufficiale è diminuita dal 28% al 20%, il motivo è semplice. In otto anni, dai 350.000 ai 400.000 greci, in larga parte giovani laureati, hanno lasciato il Paese e non vengono quindi calcolati nelle statistiche ufficiali tra i disoccupati. La disoccupazione reale è al di sopra del 30%, con quasi tutti i nuovi posti di lavoro nel precariato.

Quanto al rapporto tra tasse e PIL, la Grecia è in cima alla lista dell’UE, dal 13° posto del 2008 al 27° di oggi. Nel 2008 le tasse sulla produzione e sulle importazioni erano il 12,6% del PIL, mentre nel 2017 questo dato è schizzato al 17,5%, stando all’ente statistico greco (ELSTAT). L’imposta sul reddito è aumentata dall’8,1% del 2008 al 10,2% del 2017. I contributi per la previdenza sociale sono saliti dal 12,7% del 2008 al 14.6% nel 2017. La situazione della sanità è catastrofica. Stando a una dichiarazione rilasciata il mese scorso dal sindacato dei lavoratori ospedalieri (POEDIN), dal 2010 il numero di dipendenti permanenti negli ospedali è stato ridotto drasticamente di venticinquemila unità, mentre i fondi per gli ospedali sono stati dimezzati tra il 2015 e quest’anno. La metà delle forniture mediche negli ospedali statali ha superato l’aspettativa di vita, mentre nelle isole persiste la carenza acuta di medici. Inoltre, medici e personale qualificato cercano occupazione all’estero. L’unico aspetto positivo dell’economia è il porto del Pireo, che la Cina ha ampliato per farne un collegamento strategico per l’Iniziativa Belt and Road. Sono stati modernizzati non solo il porto per i container e quello per i passeggeri, ma anche gli impianti per la riparazione delle navi, creando nuovi posti di lavoro.

EMANUEL MACRON & L’ ELISEO / UN COVO DI MASSONI, AFFILIATI DELL’ISIS O COSA ?

Scritto: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2018/07/26/emanuel-macron-l-eliseo-un-covo-di-massoni-affiliati-dellisis-o-cosa/

Un clamoroso autogol dopo la sbornia per la vittoria al Mondiale pallonaro? Una improvvisa passione tra padrone e bodyguard come nei copioni degli Studios? O cosa altro dietro   quell’incrocio tra spy story e una sceneggiata con stracci che volano insieme a documenti più che bollenti?

E’ la story estiva che fa andare in tilt non solo il gossip di mezzo mondo, ma anche in fibrillazione Cancellerie e Palazzi che contano: stiamo parlando, of course, del personaggio del giorno, il guardaspalle (e chissà cos’altro) più gettonato sui social, Alexandre Benalla, alto il doppio del suo buana, il presidente dell’Eliseo Emanuel Macron, che in una delle tante foto dei paparazzi lo rimira estasiato e accoccolato alla sua spallona destra.

Gossip a parte che certo non fa andare su tutte le furie l’algida Brigitte, ne stanno volando di tutti i colori, soprattutto sul fronte politico, perchè in questo momento ribollente sullo scacchiere internazionale il ruolo della Francia è assolutamente strategico, e le fresche fibrillazioni con l’Italia e la Germania non sono roba da poco.

Partiamo dalla polpa, la sostanza, lasciando da parte il gossip, che riduciamo alla prima dichiarazione al vetriolo rilasciata dal prefetto di Parigi, Michel Delpuech: “Derive individuali, inaccettabili, condannabili, in un quadro di favoritismi malsani”.

Certo, riferiti all’erede di Hollande e Sarkozy, non sono latte e miele.

UN BODYGUARD MASSONE E CON AMICI BORDER LINE ?

Eccoci ai fatti. Che pubblichiamo per un preciso dovere di cronaca, ma andranno con attenzione verificati e valutati dalla magistratura transalpina e dalle autorità competenti. Se basta.

Lo storico Maurizio Blondet la spara grossa: “Benallà era affiliato al Grande Oriente di Francia, collegato con la Loggia Emir Abder Kader”. Un eroe della storia egiziana, quest’ultimo, un ‘indipendentista’. Per capirne di più sulla massoneria egiziana, nordafricana e di tutto il bacino del Mediterraneo conviene consultare studi e ricerche condotte in modo molto minuzioso da Emanuela Locci, autrice de “La Massoneria nel Mediterraneo”, ricercatrice al DISPI, ossia il Dipartimento di Scienze Politiche all’Università di Cagliari.

Sintetizzando il tutto, la massoneria egiziana è in qualche modo una costola, ‘un esperimento’ all’interno al corpo massonico francese, in genere restio ad inclusioni indigene. E infatti, la prima versione della Loggia Regolare d’Egitto” finì nel 1954. Per poi rinascere oltre mezzo secolo dopo, nel 2007. Ma nel frattempo s’è registrata un’inversione di 180 gradi: se infatti la prima Loggia era d’ispirazione transalpina, la seconda è di marcata ispirazione britannica.

Prima di tornare agli incroci massonici internazionali, altre news non da poco su Benallà E la sua band. Fonti investigative internazionali riferiscono di un legame tra lo stesso Benallà e alcuni personaggi che direttamente o indirettamente sono stati coinvolti nelle stragi che hanno insanguinato la Francia, come quella del Bataclan e quella (mancata) allo Stadio di Parigi. Se provato, una bomba.

Non bastava, evidentemente, un solo body guard al delicato Macròn. E a reclutarne un secondo provvede proprio Nembo Benallà che chiama un altro fedelissimo, tale ‘Markao’. A quanto pare un personaggio dal pedigree non proprio adamantino: risulta, infatti, a sua volta legato ad Award Bendaud, un ‘delinquente comune’ che ha ammesso davanti agli inquirenti di aver ospitato in un appartamento a Saint Denis due tipi appena conosciuti: “non sapevo nemmeno chi fossero”, ha confessato candido come un giglio. Ed invece ruotavano intorno al gruppo di fuoco del Bataclan. Seconda bomba più forte della prima. Ma in che razza di Eliseo – se anche solo qualcuna di queste  circostanza venisse confermata – ci troviamo?

Un covo massonico, una succursale dell’Isis o cosa?

Uno che aveva tutte le porte aperte e gli accessi più facili al mondo, l’onnipresente Benallà. Poteva entrare e uscire tranquillamente dalla sontuosa Villa Touque, la maison d’amour di Brigitte ed Emanuel: e lui, il bodyguard “viveva in perfetta intimità con la coppia presidenziale”, sparano i gossippari transalpini.

Forse più strategico il libero accesso alla “Assemblea Nazionale”. Consentitogli da un personale bedge ricevuto dal DGSI (il servizio di spionaggio interno) che fornisce una sorta lasciapassare di Secret Defense, del quale possono godere i parlamentari.

Racconta Giorgio Sapelli, l’economista e candidato in pectore per una nottata alla premiership, poi scavalcato da Giuseppe Conte: “ho seguito a lungo le mosse pre presidenziali e poi presidenziali di Macròn. La newsletter ufficiale inviata ogni mattina dallo staff di Macron aveva nel suo indirizzario anche quello del Grande Oriente di Francia. Mi sono fatto una certa convinzione, ossia che Macròn abbia seguito fino ad un certo punto il cammino del Grande Oriente, che ha una spiccata connotazione socialista, per poi virare a destra e rispondere ai desiderata dei gruppi forti del potere francese. Più precisamente mi sono reso conto che Macròn esprime una parte del potere francese legato ad altri circuiti massonici più conservatori, come il Rito Scozzese Antico e Accettato, che è la massima espressione inglese legata alla Casa Reale”.

IL GRANDE AMICO INCAPPUCCIATO, JACQUES ATTALI

Ancora più esplicito l’economista transalpino Jacque Attali, il quale a botta calda, dopo l’ascesa all’Eliseo del 23 aprile 2017, sostenne: “Vi spiego io chi è Macròn, un supermassone oligarchico di livello internazionale”.

Secondo Giole Magaldi, autore di un’autentica enciclopedia sulle più potenti logge massoniche mondiali (le cosidette UR Lodgdes), Macròn fa capo alla Three Eyes, una delle più influenti, fondata da Henry Kissinger ed alla quale, tra gli illustri italiani, farebbe capo anche l’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano.

Una splendida carriera nella superbrocrazia francese, quella griffata Macròn, sempre al seguito del maestro Attali che lo ha introdotto negli ambienti che contano dell’Eliseo, dopo la laurea all’ENA, ossia la super Università per la burocrazia. Il suo cursus honorum, infatti, pur giovanissimo, è inarrestabile: consigliere economico dell’Eliseo, poi direttamente ministro dell’Economia. Senza dimenticare qualche consulenza prestigiosa che non fa mai male, come al super gruppo statunitense  Rotschield o la partecipazione a qualche super summit, come quello dei Bilderberg, i potenti della terra, tenutosi quest’anno ai primi di giugno a Torino.

Gioele Magaldi

Chiudiamo con qualche piccolo ‘segnale’ e due battute.

Tra i primi c’è chi fa notare la presenza costante, sulla sua scrivania presidenziale, di due oggetti: sullo schermo del suo I Phone c’è l’immagine di un gallo, che secondo gli esoteristi è un tipico simbolo massonico. Sulla stessa scrivania fa poi capolino un orologio “a quadrante doppio”. Senza dimenticare quell’Inno alla Gioia intonato nella notte della vittoria che ha fatto andare in visibilio non solo i parigini e gli amanti della musica, ma anche folte schiere massoniche.

La prima battuta, invece, venne pronunciata a Attali a proposito delle polemiche continue sull’euro: “Ma cosa credono, che l’euro l’abbiamo inventato per la felicità della plebaglia europea?”.

Eccoci poi alla gaffe in diretta, nel salotto di Otto e Mezzo, sotto gli occhi sgranati di Lilli Gruber, pronunciata da un altro economista, Marc Lazard, invitato a commentare il dopo voto, una sorta di gioco di parole un po’ complesso da afferrare-tradurre ma che suonava in questo modo: “Macròn? Machone? Ah, massone”.

Formiche e cicale

Fonte: http://www.crisiswhatcrisis.it/2018/06/07/formiche-e-cicale/

La Germania è una formica. L’Italia una Cicala.

Vero?

Falso.

Perchè ormai l’avanzo primario ( al netto del pagamento degli interessi) dello Stato Italiano è tra i più alti del mondo .ll che vuol dire che la gran parte dei cittadini riceve dallo Stato meno di quel che da mentre sono la parte più abbiente e gli Istituti finanziari italici ed esteri, chi detiene i buoni del tesoro nostrani, coloro ricevono più di quel che danno.

Si vede piuttosto bene nel grafico di testa di questo post. In realtà l’Italia è più formica degli altri paesi europei e il deficit è dovuto solo al servizio del debito. Basterebbe abbassare i tassi di questo servizio, magari portarli sotto zero e non avremmo nessun bisogno di manovre.

Ma non è solo questo. Il debito di un paese è l’insieme di quello dello stato e di quello dei cittadini.

Di nuovo, per quanto riguarda il debito delle famiglie, gli Italiani sono tra le formichine e non tra le cicale.

Non è che tutto vada bene, sora la marchesa. Non è che non ci siano sprechi e malversazioni. Non è che non si possa allocare meglio le risorse, umane e finanziarie dello Stato.

E’ che dobbiamo smetterla di vederci come cicale, mentre ci affanniamo a riempire i granai altrui, che, per contraccambio ci infamano… Il debito è un problema?

Certo: è IL problema.

Ma quello Mondiale, quello globale. Perchè la crescita mondiale è attualmente finanziata a debito, un debito che aumenta più rapidamente della suddetta crescita e quindi si mangia quote sempre crescenti della ricchezza reale dei paesi. E’ una crescita finta, in sostanza.

Il nostro è solo una piccola parte del totale, che cresce molto ma molto più rapidamente di quanto sia possibile controllare. La soluzione passa attraverso la ristrutturazione e/o l’inflazione. La terza via, l’abbiamo già vista all’opera e non funziona. Perché porta comunque al defaut, alla ristrutturazione all’inflazione. O a tutte e tre insieme.

In pratica, all’esplosione dello schema Ponzi planetario.

Il mondo ha bisogno di nemici: perché Trump e Putin fanno paura

Scritto da: Lorenzo Vita
Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/trump-putin-nemico/

 

Il mondo ha sempre bisogno di un nemico. È questo il duro insegnamento della nostra Storia. Ed è su questa base che si fonda gran parte della politica estera delle potenze, che senza un avversario esistenziale rischiano di veder fallire un’intera strategia costruita per decenni.

Per molti, questa situazione è un pericolo. Ma per molti altri, specialmente nei grandi apparati militari, avere un nemico, soprattutto se tradizionalmente tale, è una garanzia. Serve per mettere a frutto la propria politica di alleanze. Perché avere un nemico comune aiuta più che avere interessi in comune. Serve a trovare fondi utili ai segmenti politici e della Difesa più interessati a un determinato fronte. Ma serve anche come assicurazione che tutto resti immutato.

Ogni Stato ha un suo nemico. E per molti decenni le potenze hanno costruito un sistema internazionale basato su solide alleanze, ma anche su storiche inimicizie. Conflitti freddi o meno freddi all’apparenza interminabili. Nemici esistenziali che hanno reso impossibile sganciare la politica estera di uno Stato dal suo avversario, che ne è diventata la nemesi.

Le grandi crisi internazionali della nostra epoca si fondano su rivalità strategiche risalenti negli anni e che hanno superato cambi di governi ma anche grandi mutamenti politici. E se la volontà politica c’era, è mancata la volontà di molti apparati che ruotano intorno a quelle scelte. Perché avere un nemico aiuta anche a legittimare se stessi. Prova ne è il vertice fra Donald Trump e Vladimir Putin che ha visto molti, soprattutto in America, tremare di fronte alla possibilità che i due leader si incontrassero.

Perché il vertice di Helsinki pone tutti di fronte a un interrogativo. Ed è un interrogativo che preoccupa: se tutto questo finisse? Se Washington e Mosca appianassero le divergenze, cosa avremmo di fronte a noi? Una frase di Putin, durante la conferenza stampa finale, è emblematica: “Dobbiamo lasciare alle spalle il clima da Guerra fredda e le vestigia del passato“. Un passato che però rappresenta il motivo per cui esistono tutti i grandi apparati militari creati nel Novecento così come le loro strategie.

Trump, più di Putin, sta rappresentando per certi versi la fine di un’epoca. È un presidente diverso che, con metodi bruschi, sta realizzando una politica estera diversa dal solito. Non è un rivoluzionario, ma il frutto di una particolare teoria politica americana, che già da anni teorizza un’America diversa, meno invasiva, meno attenta all’Europa, desiderosa anche di rapportarsi in maniera positiva alla Russia. Ed è per certi versi la stessa teoria che ha portato Trump a incontrare Kim Jong-un a Singapore: trovare una via per fermare conflitti che trovano radici solo nel passato.

Questo non significa che Trump sia un pacifista. Il presidente degli Stati Uniti sta però cambiando i suoi nemici. La Russia non interessa perché ora il problema è la Cina, con uno sguardo sempre molto attento sull’obiettivo Iran. E questo, per molti, implica non solo la fine di un’epoca, ma anche la fine di un mondo.

Se Trump e Putin appianano le divergenza sul fronte orientale, che senso ha per Trump mantenere in vita, ad esempio, la Nato, quando il suo solo scopo cessa di esistere? E se per Trump l’Unione europea è un problema, come giustificare o anche sostenere la presenza di truppe al confine con la Russia quando i suoi nemici sono dentro la stessa Europa? E si torna di nuovo a parlare di nemici.

Questo chiaramente implica dei cambiamenti radicali. Che molti non sono disposti ad accettare. Per ideologie, per convinzione, per semplice pragmatismo ma anche per puro calcolo personale, esistono strategia quasi intoccabili. Al Pentagono, a Mosca, ma anche nelle varie sedi in cui si decidono le strategie militari a medio e lungo termine di un Paese. Cosa si fa senza un nemico? Sembra paradossale, ma molte strutture si reggono sull’esistenza di un avversario. E Trump rischia di modificare parametri che da decenni sostengono la politica strategica americana.