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CNBC: Lasciate in pace l’Italia! L’UE vuole l’austerità fiscale da un’economia che affonda

Scritto da: Henry Tougha
Fonte:http://vocidallestero.it/2018/10/18/cnbc-lasciate-in-pace-litalia-lue-vuole-lausterita-fiscale-da-uneconomia-che-affonda/

CNBC, uno dei media mainstream americani, dà spazio a un articolo aspramente polemico verso i vertici UE, colpevoli di aver fomentato un inutile dissidio col governo italiano che propone una manovra economica appena moderatamente espansiva. Contrariamente alla nostra vulgata giornalistica, questo articolo addita proprio la commissione UE come colpevole dello “spread” che ha fatto seguito al braccio di ferro sulla manovra. È infatti inconcepibile, per gli americani, che nelle circostanze attuali la UE si ostini sull’applicazione di un’austerità fiscale che si è già dimostrata irrimediabilmente fallimentare. Nel frattempo altri grandi paesi, come la Francia e la Spagna, continuano ad accumulare deficit di bilancio tranquillamente maggiori di quello italiano senza dare adito ad alcun dibattito. L’articolo parteggia apertamente per l’Italia, nonostante nel finale proponga un’immagine idealizzante del “progetto” europeo.

di Michael Ivanovitch, 14 ottobre 2018

Un attacco ridicolmente feroce, diretto contro la politica fiscale timidamente espansiva presentata dall’Italia nella legge di bilancio per il prossimo anno, sta scatenando il panico sui mercati e offrendo uno spettacolo poco edificante sulle relazioni intra-europee, eternamente malgestite.

L’acrimonia manifestata dalla commissione UE nella sua revisione della legge di bilancio italiana è già costata ai contribuenti italiani un aumento – evitabile – del peso del debito sulle generazioni future. Solo nel corso degli ultimi due mesi, il già elevato costo del debito a dieci anni è aumentato di oltre 100 punti base – un duro colpo per un paese che ha già 2.400 miliardi di euro di debito pubblico. Si tratta di un debito pari a quasi il 150 percento del prodotto interno lordo italiano.

Qual è il problema che il governo italiano deve affrontare

Già nell’impossibilità di operare una politica monetaria indipendente con cui gestire la domanda e l’occupazione, l’Italia ha cambiato un po’ rotta rispetto alla precedente politica fiscale restrittiva, al fine di dare qualche sostegno all’attività economica e di prevenire ciò che appare già chiaramente come l’inizio di una nuova recessione ciclica, di ampiezza e durata ancora sconosciute.

La crescita economica del paese nel secondo trimestre di quest’anno ha continuato a indebolirsi, raggiungendo a stento un aumento dello 0,2 percento, e proveniva da una crescita già fiacca all’inizio dell’anno. Con l’eccezione delle esportazioni, tutti le più importanti componenti della domanda appaiono deboli.

La follia dell’austerità fiscale pro-ciclica

I consumi delle famiglie – che rappresentano circa i due terzi del PIL – sono frenati dalla elevata disoccupazione e dall’assenza di aumento dei redditi reali. Il volume delle vendite al dettaglio nei primi sette mesi dell’anno è diminuito con un tasso su base annuale dello 0,7 percento, a causa della stagnazione dei salari reali e del terzo più elevato tasso di disoccupazione (dopo Grecia e Spagna) dell’eurozona.

Lo scorso agosto il 9,7 percento della forza lavoro italiana era disoccupata, con uno spaventoso 31 percento di forza lavoro giovanile disoccupata e senza futuro. Oltre a questo, 6,5 milioni di italiani, l’11 percento della popolazione totale, vive sotto la soglia di povertà.

Sfortunatamente c’è anche di peggio. La UE riporta che il 30 percento della popolazione italiana è a rischio di povertà ed esclusione sociale.

Di fronte a prospettive così cupe per la domanda interna, alcuni si chiedono se la ricetta tedesca che viene suggerita possa davvero funzionare. Le esportazioni, certo, sono l’ingrediente principale della panacea tedesca, poiché rappresentano il 30 percento dell’economia italiana.

Purtroppo però questa ricetta sarà un altro fallimento, ed è un tentativo spudorato di manipolazione. Nel corso degli ultimi tre anni le esportazioni nette rappresentavano uno 0,5 percento della già quasi stagnante crescita italiana dell’1,1 percento del PIL. E sebbene le esportazioni nei primi sette mesi dell’anno crescessero di 4 punti percentuali rispetto all’anno precedente, questo non ha fatto assolutamente niente per rivitalizzare la produzione industriale del paese. La produzione industriale durante il periodo tra gennaio e luglio è crollata di un tasso annuale di 0,5 punti.

Questo naturalmente fa presagire esiti negativi per gli investimenti aziendali, perché la debolezza del settore manifatturiero suggerisce una grande abbondanza di capacità produttiva inutilizzata. In altre parole le aziende italiane non hanno bisogno di nuovi macchinari o di impianti più grandi: hanno già quello che gli serve per soddisfare la domanda attuale e attesa per il futuro.

Quindi cosa resta per sostenere i posti di lavoro e i redditi in Italia? Nulla – assolutamente nulla – continua a gridare in modo enfatico questa UE tedesca: l’Italia non ha una politica monetaria indipendente e, secondo la Commissione UE, la sua posizione fiscale deve restare solida e dura come il ghiaccio in modalità restrittiva a tempo indeterminato.

Il momento “whatever it takes” dell’Italia

L’Italia sa cosa tutto ciò significhi. Prima dell’inizio della crisi finanziaria dello scorso decennio, prima che venisse imposta l’austerità fiscale tedesca, il deficit di bilancio italiano del 2007 era stato ridotto a -1,5 percento del PIL (a confronto di quasi -3 percento in Francia). L’avanzo primario (cioè il bilancio prima di sottrarre gli interessi sul debito) era dell’1,7 percento del PIL, e aiutava ad abbassare il debito pubblico fino al 112 percento del PIL, rispetto a una media del 117 percento dei sei anni precedenti.

Ma poi si è scatenato l’inferno non appena i tedeschi – che rifiutavano sprezzantemente gli appelli di Washington alla ragione – hanno deciso di impartire la loro lezione ai “miscredenti fiscali”, imponendo le politiche di austerità alle economie dell’eurozona che già stavano affondando.

L’Italia non deve permettere che questo accada mai più

Allora cosa dovrebbe fare l’Italia? La risposta è semplice: esattamente ciò che ha detto di voler fare nel suo progetto di bilancio per il 2019, approvato lo scorso martedì da un’ampia maggioranza in Senato (61 percento di voti a favore) e alla Camera (63,4 percento di voti a favore).

L’Italia sta comodamente dentro i parametri di bilancio dell’eurozona. Il suo deficit di bilancio previsto al 2,4 percento del PIL per il prossimo anno fiscale è inferiore al limite del 3 percento imposto dall’unione monetaria.

E allora perché tutto questo trambusto? Perché nessuno sembra voler obiettare il fatto che la Francia e la Spagna avranno deficit maggiori dell’Italia?

La Francia ha appena aumentato la propria stima sul deficit per il prossimo anno portandola al 2,8 percento del PIL, rispetto alla precedente stima del 2,6 percento, sulla quale si era impegnata. E non è tutto. Sono ancora da definire le stime al ribasso sulla crescita, non c’è consenso politico su cosa bisogna tagliare, e un governo sempre più debole e impopolare potrebbe non riuscire nemmeno a mantenere il deficit di bilancio sotto il 3 percento del PIL.

L’instabile governo di minoranza spagnolo è alle prese con lo stesso problema. L’economia sta rallentando e Madrid ha una lunga storia in fatto di sforamento delle previsioni del deficit di bilancio. Il deficit di quest’anno, per esempio, è previsto per il 2,7 percento del PIL, ma la stima ufficiale fornita l’anno scorso era del 2,2 percento. Per come stanno le cose adesso, mantenere il deficit spagnolo sotto il limite del 3 percento del PIL sembra già un’impresa epica.

Perché tutto questo viene accolto da Bruxelles con un assordante silenzio? Forse l’accondiscendenza della UE verso la Francia e la Spagna ha molto a che fare con il loro livello più basso di debito pubblico?

È possibile, ma se fosse vero sarebbe un grosso errore. Quei paesi hanno un debito più basso con una tendenza di bilancio che va in peggioramento. Il debito pubblico della Francia è al 122 percento del PIL. Il fatto che la Francia abbia un deficit primario significa che il debito continuerà ad aumentare. Il debito pubblico della Spagna è al 115 percento del PIL, sostanzialmente senza alcun avanzo primario. Entrambi i paesi sono sulla strada di un aumento delle passività pubbliche a seguito dell’ampliamento dei loro disavanzi fiscali.

Nessuna sorpresa se qualcuno si domanda: l’attacco della UE contro la politica fiscale dell’Italia fa forse parte di un programma diverso? Ve ne accennerò, ma un’altra volta.

Idee di investimento

L’austerità fiscale in un’economia Italiana che rallenta – su cui pesa l’elevata disoccupazione, pla overtà in crescita e le infrastrutture che crollano – dovrebbe essere considerata una follia totale.

Lo spazio per un sollievo fiscale è molto ridotto, ma questo è il momento del “whatever it takes” italiano: Roma deve sostenere la propria attività economica, la crescita dell’occupazione e la spesa per le infrastrutture.

I leader del governo italiano potrebbero non apprezzare molto alcuni dei propri vicini, ma questo non è un buon motivo per denigrare la UE. Gli italiani non li hanno votati per questo.

I padri fondatori della UE – come Alcide de Gasperi e Altiero Spinelli – hanno messo l’Italia lì dove deve stare. La Grecia e l’Italia sono la culla della civiltà europea.

Il processo di unificazione europeo ha portato pace, un gigantesco e sempre più omogeneo mercato unico, l’euro e la Banca Centrale Europea – certamente i maggiori risultati dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Si può ben dire che l’Italia ha ragione di restare al centro di questo progetto epocale.

Sul fallimento della Turchia e l’opportunità dell’Italia di uscire dall’euro

Fonte: http://vocidallestero.it/2018/10/12/sul-fallimento-della-turchia-e-lopportunita-dellitalia-di-uscire-dalleuro/

Charles Gave, sul blog francese dell’Institut des Libertés, parla dei guai finanziari della Turchia, che si trova di fronte all’improbabile sfida di dover rinnovare una quota di debito estero pari al 30 percento del proprio PIL entro un anno. Molte grandi banche europee sono esposte verso la Turchia, e potrebbero subire pesanti perdite. In questo contesto, la necessità dei governi di ricapitalizzare alcune delle proprie banche potrebbe cozzare con le “regole europee”. L’Italia, con un forte surplus sia nei conti con l’estero sia nel bilancio primario (e con un governo spregiudicato),  avrebbe i migliori incentivi a uscire dall’euro, dato che nella situazione attuale non avrebbe la necessità di finanziarsi sui mercati internazionali. L’articolo è di fine maggio,  ma ancora attuale.

di Charles Gave, 28 maggio 2018

Qualche mese fa spiegavo ai lettori dell’Institut des Libertés che il prossimo paese a saltare sarebbe stata la Turchia – il paese del buon Erdogan, ben noto difensore dei diritti umani, posto che si parli di Palestina e non di Siria.

Adesso ci siamo.

Qualche cifra: circa 180 miliardi di dollari di debito estero della Turchia giungeranno a scadenza nel corso dei prossimi 12 mesi. A questo importo dobbiamo aggiungere circa 50 miliardi di deficit delle partite correnti, che dovranno a loro volta essere finanziati. La somma totale è pari a circa il 30 percento del PIL turco, mentre le riserve valutarie interne ed esterne ammontano a poco meno del 20 percento del PIL.

Oops…

Questo sembra indicare che c’è un problema di “liquidità” a breve, brevissimo termine.

E improvvisamente la lira turca comincia ad accartocciarsi su se stessa, e questo aggrava il problema, perché il debito è denominato in dollari o in euro, i tassi d’interesse a breve termine sono ai massimi, e a mio avviso il FMI è sul punto di prenotare dei biglietti (di prima classe, ovviamente, perché queste persone viaggiano esclusivamente in prima classe) per fare visita al caro Receip nel suo gran palazzo alle porte di Ankara.

In un certo senso è tutta routine.

Può essere.

Ma le cose cominciano a diventare davvero interessanti quando in tutta questa equazione si inseriscono le banche europee.

Secondo le statistiche ufficiali (che ancora sottovalutano la realtà) la Turchia è indebitata verso le banche per 450 miliardi di dollari… principalmente si tratta di banche europee, e indubbiamente che tra queste ci saranno i soliti sospetti come Deutsche Bank, Crédit Agricole, ING, Unicredit e Socgen.

E con un debito del genere ciò che si profila all’orizzonte non è solo un problema di liquidità, ma anche un problema di solvibilità.

Liquidità + Solvibilità = grossi guai in vista. E ci saranno elezioni anticipate a giugno in Turchia, destinate a consolidare il potere già assoluto del signor Erdogan.

Sembra dunque probabile che le banche non riavranno indietro che una piccola parte del denaro che avevano prestato alla Sublime Porta [metafora per indicare il governo dell’Impero Ottomano, NdT], e che nessuno sappia esattamente quando questi ipotetici rimborsi saranno effettuati.

Le suddette banche saranno costrette a subire perdite sulle loro esposizioni verso la Turchia fino al 50 percento del valore, ovvero circa 225 miliardi di dollari. Si tratterebbe di un duro colpo alla già precaria solvibilità delle nostre care (oh, certo!) istituzioni finanziarie, perché tali esposizioni saranno detratte dai loro propri fondi, che per alcune sono già quasi in negativo.

In effetti, come già tutti dovrebbero sapere, i crediti in sofferenza di queste stesse banche sono di circa 1000 miliardi di euro, una cifra già mostruosa.

Nel caso di un fallimento della Turchia si passerebbe ad almeno 1200 o 1300 miliardi di euro.

Poiché una tale somma sarebbe più grande del capitale delle banche stesse, ciò renderebbe sempre più difficile nascondere il fatto che una gran parte di essere è praticamente già fallita.

E quando i depositari se ne accorgeranno, è probabile che andranno a fare un salto in banca a prelevare tutti i loro risparmi. Avremmo dunque una “corsa agli sportelli” come nel diciannovesimo secolo…

Inoltre mi chiedo se queste banche europee, non contente di concedere prestiti alla Turchia anziché alle piccole e medie imprese francesi o italiane, non si siano avventurate anche a prestare fondi in… dollari statunitensi. Niente di più facile: la filiale americana della banca emette carta commerciale sul mercato di New York, poniamo all’uno percento, e la ripropone alle istituzioni turche al due percento. Ma se l’istituzione turca fallisce, allora la banca si troverà a corto della cifra in dollari che ha prestato. E allora la banca dovrà iniziare a coprire le proprie posizioni convulsivamente, generando un aumento del valore del dollaro, che non fa che fiaccare ancor di più la povera Turchia.

E di colpo il valore dei titoli bancari europei crollano con un tonfo, e questo rende del tutto impossibile qualsiasi aumento di capitale. Non vedo chi potrebbe sottoscrivere un aumento di capitale quando la gran parte di queste banche si trova tecnicamente in bancarotta, con un ammontare di fondi propri inferiore alla somma dei crediti in sofferenza. In effetti, perché dovrei pagare oggi per sottoscrivere un aumento del capitale o comprare una banca in Europa coi tempi che corrono?

E quindi non è affatto impossibile che le nostre élite finanziarie siano obbligate a fare un saltino a Bruxelles per chiedere nuovi aiuti vari ed eventuali in termini di ricapitalizzazioni, vantaggi fiscali, autorizzazioni alla fusione con un concorrente, sotto la semplice condizione di trasferire qualche migliaio di piccoli impiegati o altro del genere.

E tutte le persone del vecchio continente si renderanno conto da sole che i cosiddetti sforzi fatti da loro e solo da loro per “salvare” le banche dopo i disastri del 2008-2009 e del 2011-2012 non saranno serviti assolutamente a nulla.

Ed è qui che rischia di intervenire il nuovo governo italiano, il terzo personaggio di questo antico dramma, la cui condizione passa da interessante ad appassionante.

I due partiti arrivati oggi al potere in Italia hanno fatto una campagna elettorale usando un messaggio semplice e di buon gusto, che riassumo liberamente così:

Le élite europee sono incompetenti e corrotte, il progetto monetario comune (l’euro) è un’indicibile idiozia, ed è prioritario cambiare le prime e abbandonare il secondo. Di fatto e di diritto, le decisioni importanti in materia di moneta, di credito e banche, devono essere tolte a Bruxelles e riportate a livello nazionale”.

Ecco qui qualcosa di cui sono ben sicuro e di cui la maggior parte dei lettori dell’Institut des Libertés è convinta.

Immaginiamo ora che una grande banca italiana sia pesantemente esposta verso la Turchia.

Immaginiamo che questa banca italiana si trovi in difficoltà e chieda al governo italiano di essere salvata. Questo è formalmente vietato da quei geni che ci governano da Bruxelles.

Sarebbe una vera provocazione per il nuovo governo italiano, che in nessun caso potrebbe lasciar crollare una delle sue banche senza innescare una vera depressione in Italia.

Ecco la situazione dell’Italia oggi:

– Un avanzo dei conti con l’estero pari al 3,5 percento del PIL

– Un avanzo primario di bilancio (vale a dire prima di dover pagare gli interessi sul debito) pari al 2 percento del suo PIL

– Un debito la cui durata è aumentata significativamente dopo il 2012

– Un debito che è per la maggior parte detenuto da italiani

Vale a dire, in caso di uscita dall’euro i nostri cugini latini non avrebbero assolutamente bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali.

E questo è ben lungi dall’essere il caso della Francia…

L’Italia non è mai stata in una posizione così favorevole per uscire dall’euro e dall’Unione Europea.

Senza dubbio la Gran Bretagna sarebbe ben lieta di iniziare immediatamente dei negoziati con il nuovo governo italiano per un trattato commerciale.

Ho sempre detto e scritto che sarà l’Italia a suonare la campana dell’uscita dall’euro.

Potremmo essere vicini a quel punto.

Il momento di comprare massicciamente in Europa si sta avvicinando. Ma per ora tenete la vostra polvere all’asciutto, bene all’asciutto, e tenetela dovunque ma ben lontana dall’euro.

 

LA CONTRAPPOSIZIONE TRA GOVERNO E PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA videointervista ad Antonio de Martini da ” La Finanza sul web”

Fonte: https://corrieredellacollera.com/2018/09/24/la-contrapposizione-tra-governo-e-presidenza-della-repubblica-videointervista-ad-antonio-de-martini-da-la-finanza-sul-web/

Molti, a partire da Eugenio Scalfari e Sabino Cassese, gridano allo scandalo ed invocano un intervento risolutivo del Presidente della Repubblica per fermare il ciclone Salvini ed il “governo scassaburocrati” loro amici.

E’ la posizione diametralmente opposta a quella che costoro assunsero nel 1964  con le accuse di Golpismo fatte al Presidente Segni, al presidente del Senato Merzagora ed all’on Pacciardi che volevano un intervento del Presidente per impedire lo sviluppo dell’Idra del centrosinistra che , proprio a partire da quell’anno ( vedasi l’intervento di Pacciardi alla Camera sul bilancio dell’interno).

La sola costante è che sia nel 1964 che nel 2018 il centrodestra era fortemente maggioritario.

Ecco alcune ragioni che mi inducono a chiedere le dimissioni di Sergio Mattarella. Dovesse seguire una polemica, sono pronto a fornire altri elementi probanti.

Nella foto, la prima pagina dell’ESPRESSO, di quando Scalfari e Cassese consideravano un colpo di Stato promuovere un governo del Presidente.  Buona visione.

Copertina Espresso sul golpe de lorenzo

WALL STREET JOURNAL: STRONG BUY ITALY

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/10/01/wall-street-journal-strong-buy-italy/

E venne il giorno del Giudizio Universale, il Governo, la sua manovra sottoposta al giudizio di un manipolo di imbecilli, che seminano panico e terrore, lo spread vola ovunque, i mercati bruciano miliardi sull’altare della Patria, un mondo quello dei media italiani, guidato e presieduto da perfetti cretini, che preferiscono affidarsi alle previsioni di uomini come Cottarelli, Alesina o Giavazzi che hanno una lunga storia di fallimenti dal Fondo monetario internazionale, sino alle leggendaria previsioni sulla Grande crisi del 2008.

La notizia del giorno è che Donald Trump vincerà anche le elezioni di medio termine, ieri ha messo a segno un colpo non indifferente con il probabile accordo bilaterale con il Canada…

Tornando a noi, loro invece sono molto più razionali, anche se la carta straccia anglosassone, spesso e volentieri è intrisa di conflitti di interessi, ma il loro ragionamento non fa una grinza…

La sintesi ve la faccio io, più importante è il sostegno all’euro degli italiani, ampiamente al di sopra del 50 %, non il 2,4 % o altre fesserie, i BTP cominciano ad avere rendimenti interessanti e quindi conviene iniziare a comprarli.

Noi invece continuiamo a suggerire prudenza al netto di qualche rimbalzo del gatto morto sui nostri titoli di Stato, suggeriamo di non dimenticare le analisi di Machiavelli.

Lle agenzie di rating non fanno più paura, al limite alimentano volatilità, tantomeno la commissione europea, alle prese con una serie di richieste analoghe in arrivo da tanti altri Paesi.

L’editorialista del WSJ osserva che gli spread e i mercati si agitano molto, più quando si materializza un serio rischio per l’euro, il pericolo di un euroexit qualunque, piuttosto che qualche virgola di deficit.

Quello che spaventa davvero gli investitori, è il pericolo che un debito in euro venga poi rimborsato in lire, alla luce di una eventuale ristrutturazione…

“Fino a quando la maggioranza degli italiani sostiene l’euro, le tensioni del mercato in Italia probabilmente passeranno. Gli investitori dovrebbero concentrarsi meno sul deficit e più sul sostegno degli elettori all’euro” (…) Neanche i dolorosi tagli che la Ue ha imposto alla Grecia sono stati sufficienti» per alimentare il sostegno a scaricare l’euro.

L’Europa ha ben altri problemi a cui pensare, ad esempio alla Brexit…

Altolà di Draghi: “Impreparati a una Hard Brexit

Più che la Brexit sono i rischi di un mancato accordo, ad allarmare la Banca Centrale Europea. In audizione all’Europarlamento, il Presidente della BCE Mario Draghi si è mostrato rassicurante sul quadro generale, ma ha messo in guardia da qualche zona d’ombra e dallo scenario di una Hard Brexit. “Sul piano finanziario l’impatto della Brexit non dovrebbe essere particolarmente significativo – ha detto Mario Draghi -. Delle eccezioni, in alcuni ambiti, potrebbero registrarsi rispetto ai derivati compensati. Oppure potrebbero registrarsene in caso di eventi improvvisi o di una hard Brexit a cui al momento non siamo preparati”.

A rilanciare lo spettro di un mancato accordo sulla Brexit, la bocciatura negli scorsi giorni incassata dal piano di Londra al vertice europeo di Salisburgo. “Nessun accordo – il commento rilasciato all’indomani dalla premier britannica Theresa May – è sempre meglio di un cattivo accordo”.

Dopo giorni e giorni utilizzati dalla stampa italiana a seminare zizzania e inventarsi chissà cosa, in una intervista al Sole 24 Ore, ricorda ai soloni nostrani che il debito scende solo attraverso la crescita, il resto sono chiacchiere da bar!

Faccio notare soprattutto ai lettori di questo blog, che nessuno sa ancora come verranno utilizzate nel dettaglio le risorse liberate dallo sforamento degli impegni sul deficit, nessuno sa come verrà erogato il reddito di cittadinanza e le altre manovre, NESSUNO tranne chi ci sta lavorando, e non dimenticate che la manovra passa anche dalle commissioni bilancio della Camera e del Senato. Spero sia chiaro il concetto.

Chi ha voglia di leggersela qui sotto la risposta del ministro Tria, la sua versione.

Holger Zschaepitz su Twitter

Sono qui con voi a fare un’intervista come ministro dell’Economia. Questa mi pare una risposta chiara alle voci su mie dimissioni, che non ho mai minacciato». Giovanni Tria esordisce così nel lungo colloquio che il 29 settembre ha concesso al Sole 24 Ore nel suo ufficio a Via XX Settembre al termine di un sabato pomeriggio di lavoro sulla definizione finale della Nota di aggiornamento al Def. Una Nota che punta a un obiettivo di crescita per il Paese all’1,6% per il prossimo anno e all’1,7% per il successivo, e mette in programma una discesa del peso del debito di un punto all’anno per i prossimi tre anni. «Non è una discesa forte – riconosce Tria – ma è maggiore di quella realizzata negli ultimi anni. E sarà garantita anche da una clausola di salvaguardia sulla spesa che sostituisce le clausole sulle entrate fiscali utilizzate finora in ogni manovra per scrivere obiettivi di deficit e debito poi sempre rivisti».

C’è un’interessante analisi di Eurointelligence,

La decisione significa che l’Italia è ora in aperta sfida alle regole del bilancio dell’UE. Ci sarà uno scontro con la Commissione europea, ma dubitiamo molto che questo problema si trasformi in uno scontro di vita o di morte. Questa aspettativa sembra essere condivisa dai mercati – che a un certo punto hanno comunque spinto lo spread italiano a 10 anni a 250 pb. Dubitiamo che la Commissione europea vorrà rischiare uno scontro che finirebbe per spingere ancora più elettori a sostenere la Lega e i Cinque Stelle alle elezioni europee del prossimo anno.

A tal proposito vorrei farvi notare quanto accaduto intorno all’apertura di Wall Street venerdì, sui nostri rendimenti del decennale…

Il problema è che al Governo sanno benissimo che una recessione globale, una nuova crisi è in arrivo, dopo la Yellen anche Feldstein, Martin Feldstein, colui che predisse che l’euro avrebbe portato a conflitti in Europa, sul Wall Street Journal scrive che …

Dieci anni dopo l’inizio della Grande Recessione, un’altra lunga, profonda crisi potrebbe presto rovinare l’economia statunitense. L’alto livello dei prezzi degli asset rispecchia oggi la precedente tendenza dei prezzi delle case che ha preceduto lo schianto del 2008; entrambi i pronostici riflettono lunghi periodi di tassi di interesse reali molto bassi causati dalla politica della Federal Reserve. Ora che i tassi di interesse stanno aumentando, i prezzi azionari diminuiranno, trascinando giù la ricchezza delle famiglie, la spesa dei consumatori e l’attività economica.

Molte conclusioni a cui giunge sui tassi non ci trovano d’accordo, ma alla fine la sintesi è che un’esplosione deflattiva è dietro l’angolo …

Sfortunatamente, non c’è nulla a questo punto che la Federal Reserve o qualsiasi altro attore governativo possa fare per evitare che ciò accada.

Più i tassi salgono e più sarà devastante la deflazione da debiti che ne deriverà.

Il mutuo a tasso fisso a 30 anni è salito per la quinta settimana consecutiva al 4,72%, un massimo non visto dal 28 aprile 2011 quando era del 4,78% e i tassi più alti si stanno ora rivolgendo contro i nuovi acquirenti di case, poiché i tassi più alti degli ultimi anni rendono gli acquisti di una casa proibitivi per i nuovi acquirenti.

Figurarsi cosa accadrà al mercato immobiliare, se la Fed continua ad aumentare i tassi, ma questa è un’altra storia, restate sintonizzati e godetevi l’incontro di oggi a Bruxelles e la svolta di breve del sentiment dei mercati sul nostro Paese.

La Grecia esce dai programmi della Troika in pessime condizioni economiche

Fonte: http://movisol.org/la-grecia-esce-dai-programmi-della-troika-in-pessime-condizioni-economiche/

Grecia, Bandiera, Blu, Bandiera Greca

Con grande fanfara è stato annunciato in agosto che la Grecia è uscita dai programmi di aiuto della Troika. Ma non è stato detto che l’infame programma dell’UE ha lasciato l’economia greca in uno stato di collasso. Il PIL è crollato di un terzo dal 2008, il debito estero supera i 337 miliardi di Euro, contro un PIL di 161,7 miliardi, mentre gli interessi sui debito ammontano a 18,6 miliardi all’anno o il 20% del bilancio nazionale. Inoltre la Grecia continuerà a sottostare alla sorveglianza dei creditori fino al 2060 e in tutto questo tempo dovrà mantenere un surplus primario del 3,5% per ripagare il debito, cosa assurda visto che perfino il Fondo Monetario Internazionale riconosce che il debito diventerà insostenibile molto prima di essere ripagato. In altre parole, il Paese non sarà mai in grado di riprendersi, e ancor meno di crescere. I fatti parlano da soli. Nella classifica Eurostat della ricchezza nazionale, la Grecia è scesa dal 14° posto di dieci anni fa al 24° posto attuale. Nel 2007 il PIL pro capite della Grecia era il 95,1% della media dell’UE, ma nel 2017 era crollato al 69,7%. I prezzi di beni e servizi, invece, erano all’82,2% della media dell’UE tranne che nel cibo e nelle bevande analcoliche, dove erano del 3,3% più alti della media europea.

Se la disoccupazione ufficiale è diminuita dal 28% al 20%, il motivo è semplice. In otto anni, dai 350.000 ai 400.000 greci, in larga parte giovani laureati, hanno lasciato il Paese e non vengono quindi calcolati nelle statistiche ufficiali tra i disoccupati. La disoccupazione reale è al di sopra del 30%, con quasi tutti i nuovi posti di lavoro nel precariato.

Quanto al rapporto tra tasse e PIL, la Grecia è in cima alla lista dell’UE, dal 13° posto del 2008 al 27° di oggi. Nel 2008 le tasse sulla produzione e sulle importazioni erano il 12,6% del PIL, mentre nel 2017 questo dato è schizzato al 17,5%, stando all’ente statistico greco (ELSTAT). L’imposta sul reddito è aumentata dall’8,1% del 2008 al 10,2% del 2017. I contributi per la previdenza sociale sono saliti dal 12,7% del 2008 al 14.6% nel 2017. La situazione della sanità è catastrofica. Stando a una dichiarazione rilasciata il mese scorso dal sindacato dei lavoratori ospedalieri (POEDIN), dal 2010 il numero di dipendenti permanenti negli ospedali è stato ridotto drasticamente di venticinquemila unità, mentre i fondi per gli ospedali sono stati dimezzati tra il 2015 e quest’anno. La metà delle forniture mediche negli ospedali statali ha superato l’aspettativa di vita, mentre nelle isole persiste la carenza acuta di medici. Inoltre, medici e personale qualificato cercano occupazione all’estero. L’unico aspetto positivo dell’economia è il porto del Pireo, che la Cina ha ampliato per farne un collegamento strategico per l’Iniziativa Belt and Road. Sono stati modernizzati non solo il porto per i container e quello per i passeggeri, ma anche gli impianti per la riparazione delle navi, creando nuovi posti di lavoro.

Formiche e cicale

Fonte: http://www.crisiswhatcrisis.it/2018/06/07/formiche-e-cicale/

La Germania è una formica. L’Italia una Cicala.

Vero?

Falso.

Perchè ormai l’avanzo primario ( al netto del pagamento degli interessi) dello Stato Italiano è tra i più alti del mondo .ll che vuol dire che la gran parte dei cittadini riceve dallo Stato meno di quel che da mentre sono la parte più abbiente e gli Istituti finanziari italici ed esteri, chi detiene i buoni del tesoro nostrani, coloro ricevono più di quel che danno.

Si vede piuttosto bene nel grafico di testa di questo post. In realtà l’Italia è più formica degli altri paesi europei e il deficit è dovuto solo al servizio del debito. Basterebbe abbassare i tassi di questo servizio, magari portarli sotto zero e non avremmo nessun bisogno di manovre.

Ma non è solo questo. Il debito di un paese è l’insieme di quello dello stato e di quello dei cittadini.

Di nuovo, per quanto riguarda il debito delle famiglie, gli Italiani sono tra le formichine e non tra le cicale.

Non è che tutto vada bene, sora la marchesa. Non è che non ci siano sprechi e malversazioni. Non è che non si possa allocare meglio le risorse, umane e finanziarie dello Stato.

E’ che dobbiamo smetterla di vederci come cicale, mentre ci affanniamo a riempire i granai altrui, che, per contraccambio ci infamano… Il debito è un problema?

Certo: è IL problema.

Ma quello Mondiale, quello globale. Perchè la crescita mondiale è attualmente finanziata a debito, un debito che aumenta più rapidamente della suddetta crescita e quindi si mangia quote sempre crescenti della ricchezza reale dei paesi. E’ una crescita finta, in sostanza.

Il nostro è solo una piccola parte del totale, che cresce molto ma molto più rapidamente di quanto sia possibile controllare. La soluzione passa attraverso la ristrutturazione e/o l’inflazione. La terza via, l’abbiamo già vista all’opera e non funziona. Perché porta comunque al defaut, alla ristrutturazione all’inflazione. O a tutte e tre insieme.

In pratica, all’esplosione dello schema Ponzi planetario.

IL DESTINO DI DEUTSCHE BANK E’ SEGNATO!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/07/09/il-destino-di-deutsche-bank-e-segnato/

La fake news del giorno è che JPMorgan è disponibile ad entrare nel capitale di Deutsche Bank ormai il nulla con la disperazione intorno.

E’ forse nascosto nei caveau di Deutsche Bank il segreto russo di Trump? Mi Is e in mente un altro segreto nascosto a Tripoli che portò la Francia a invadere e distruggere la Libia.

JPMorgan Chase ha negato di essere interessata all’acquisto di parte delle azioni di Deutsche Bank. Il magazine settimanale tedesco WirtschaftsWoche aveva scritto che la banca di affari americana sarebbe stata pronta a investire del denaro in Deutsche, cosa che aveva fatto salire le azioni del gruppo di quasi il 6%.
“Neghiamo questa notizia, non è vera”, ha detto un portavoce.

Certo che devono essere messi davvero male se la carta straccia tedesca è costretta ad inventarsi una simile bufala per resuscitare il cadavere di Deutsche Bank.

Nel frattempo in America qualcuno si esalta per il continuo aumento degli occupati s termine Usa mentre il tasso di disoccupazione è salito dal 3,8% al 4% contro attese per un dato invariato.

Stando a quanto riferito dal dipartimento al Lavoro, i salari orari – attentamente monitorati perché indicano l’assenza o meno di pressioni inflative – sono saliti dello 0,19% (o di 0,05 dollari) su base mensile a 26,98 dollari; le previsioni erano per un +0,3%. Su base annuale sono saliti del 2,7%. E’ tuttavia dalla fine della recessione nel 2009 che l’incremento annuo non arriva al 3%. A gennaio si era avvicinato, toccando il +2,9%; quest’ultimo era stato il balzo maggiore dal 2009, cosa che aveva fatto temere un’accelerazione dell’inflazione e dunque una Federal Reserve

Meno 0,4% addirittura nei guadagni orari del settore retail e meno 0,2% per quanto riguarda il settore trasporti!

In parole povere per l’ennesima volta fallisce la speranza di vedere salire i salari con conseguente apprezzamento dei nostri tesorucci che tecnicamente abbattono l’ennesimo diaframma portando il rendimento del trentennale vicino ai minimi da circa 5 mesi!

Mentre il mondo intero insieme a Godot attende che la Cina si liberi definitivamente di tutti i titoli di Stato americani di cui ha un bisogno disperato come dell’aria, i giapponesi hano ridotto le loro posizioni ad un minimi come non si vedeva da sette anni…

L’articolo di Bloomberg ci racconta che i rendimenti dei treasuries sono stati pessimi per anni, come se quelli dei titoli di Stato giapponesi avessero offerto meraviglie, i costi altissimi per coprire la volatilità del cambio suggeriscono che in fin dei conti è meglio restare a casa, continuare a comprare rendimenti pari a ZERO o meglio negativi.

Ma ciò non significa che abbiano rinunciato del tutto all’America. In effetti, gli investitori del Giappone hanno acquistato quantità record in azioni statunitensi, obbligazioni societarie e titoli garantiti da agenzie immobiliari, spingendo gli investimenti in quelle attività oltre i 1000 miliardi di dollari  per la prima volta quest’anno. Questo è in netto contrasto con il grande ritiro dei Treasury, che ha ridotto le posizioni del Giappone a un minimo di sette anni.

“Il crescente costo delle coperture ha spinto gli investitori giapponesi fuori dal loro prodotto estero preferito: i titoli del Tesoro USA”, ha detto Tetsuo Ishihara, uno stratega statunitense a Mizuho Securities USA. “In generale, hanno dovuto correre più rischi per compensare tale aumento”.

Ovviamente questa è la necessità di tutti coloro che vivono di breve termine, coprirsi sempre e ovunque come se non ci fossero alternative, nel frattempo sono così furbi di imbottirsi di titoli corporate o meglio ancora azioni, per mirare alla devastazione futura dei loro portafogli.

Gli amici di Machiavelli sanno la differenza tra il breve e il lungo termine, conoscono bene i rischi e le opportunità di un titolo sovrano come quello americano.

Nel frattempo in America si fa viva la solita Federal Reserve, ma come sempre can che abbaia non morde!

FOMC: “i prezzi del petrolio più elevati continueranno a sostenere gli investimenti in quel settore… anche se i vincoli di approvvigionamento per il lavoro e le infrastrutture limiteranno i piani di espansione”

FOMC: “i partecipanti hanno continuato generalmente a vedere i cambiamenti recenti di politica fiscale come appoggio allo sviluppo economico durante i prossimi anni ed alcuni hanno indicato che la politica fiscale ha rappresentato un rischio al rialzo”

FOMC su Europa e rischi Paesi emergenti : “molti partecipanti hanno visto i potenziali rischi negativi per la crescita economica e l’inflazione associati con gli sviluppi politici ed economici in Europa e alcuni Paesi emergenti”

FOMC sulla curva del rendimenti: “un certo numero di partecipanti ha pensato che sarebbe stato importante continuare a monitorare la pendenza della curva di rendimento, data la regolarità storica con la quale una curva invertita ha indicato un aumentato del rischio di recessione negli Stati Uniti.”

“I partecipanti hanno anche discusso una presentazione di un indicatore del rischio di recessione sulla base della diffusione tra il livello attuale del tasso dei fondi federali e il tasso dei fondi federali attesi diversi trimestri in anticipo derivati dai prezzi di mercato futuri.”

Diversi partecipanti hanno ammonito che il movimento della curva di rendimento dovrebbe essere interpretato all’interno del contesto più ampio di condizioni finanziarie e le prospettive, e sarebbe solo uno tra molte considerazioni nella formazione di una valutazione di politica appropriata “.

La parte più importante: “alcuni partecipanti hanno suggerito che il Comitato potrebbe desiderare di discutere ulteriormente su come possa attuare la politica monetaria in modo più efficace ed efficiente quando la quantità di saldi di riserva raggiunge un livello sensibilmente inferiore a quello visto di recente ”

 

 

Usa: incertezze commercio potrebbero nuocere a investimenti e fiducia (Minute Fed)

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – New York, 05 lug – Le incertezze sulla politica commerciale potrebbero nuocere agli investimenti e alla fiducia. E’ quanto emerge dai verbali del meeting dell’12 e 13 giugno scorso, quando i tassi furono alzati per la seconda volta nel 2018, portandoli all’1,75-2%.
Il Federal Open Market Committee (FOMC) – braccio di politica monetaria della Fed – sostiene che diverse aziende hanno espresso “preoccupazione per i possibili effetti negativi sulle future attivita’ di investimento dei dazi e di altre restrizioni ai commerci, sia negli Stati Uniti che all’estero”. Inoltre hanno indicato che alcuni “investimenti sono stati ritardati o diminuiti a causa dell’incertezza delle politiche commerciali”, si legge nel documento. Infine diversi membri del Fomc hanno sottolineato di vedere intensificarsi i rischi e l’incertezza a causa delle politiche commerciali.

 

Lavoro, settore privato Usa: a giugno +177.000 posti, sotto le stime

A giugno, crescita al di sotto delle previsioni dell’occupazione nel settore privato statunitense. Secondo il rapporto mensile redatto da Macroeconomics Advisers e dall’agenzia che si occupa di preparare le buste paga, Automatic Data Processing, il mese scorso sono stati creati 177.000 posti di lavoro, mentre le stime erano per un +185.000; giugno è stato il quarto mese consecutivo sotto i 200.000 posti di lavoro creati.

NEW YORK – L’ora “X” per il commercio globale è arrivata. Scatterà un minuto dopo la mezzanotte (americana) di oggi. Con l’entrata in vigore degli iniziali pesanti dazi statunitensi contro la Cina, e di conseguenza con la risposta di Pechino a base di altrettante sanzioni. Decine di miliardi di dollari di interscambio che sono il primo, grande colpo di una guerra economica che potrebbe coinvolgere presto centinaia di miliardi di dollari di business in una escalation drammatica e con riflessi globali – la Wto ha ammonito ieri contro rischi per la ripresa mondiale.

Auto, Usa offrono soluzione ‘zero dazi’ all’Ue

Gli Stati Uniti appoggiano una soluzione ‘zero dazi’ sulle auto con l’Unione europea. Secondo il quotidiano tedesco Handelsblatt, l’ambasciatore statunitense in Germania, Richard Grenell, ha riunito i massimi dirigenti di Daimler, Volkswagen e Bmw a Berlino, per presentare la propria offerta, che ha soddisfatto il comparto auto tedesco. Il diplomatico era stato incaricato da Washington di cercare una soluzione con Berlino e Bruxelles nella disputa sui dazi relativi al settore auto, ha riferito Grenell ai manager, secondo quanto riferito da Handelsblatt. Trump, che ha minacciato dazi sulle auto provenienti dall’Unione europea nella continua escalation con gli alleati, vuole aspettare un parere del segretario al Commercio, Wilbur Ross, sugli effetti del possibile accordo a ‘zero dazi’ sulle auto, che dovrebbe giungere, scrive Handelsblatt, non prima della fine del mese.

Settimana davvero decisiva per le sorti dei mercati azionari!

Il Governo blocchi il tentativo francese di impossessarsi di Unicredit, fondendola con la storicamente problematica SocGen! (ricordando il caso Fincantieri-STX)

Scritto da: Mitt Dolcino
Fonte:https://scenarieconomici.it/bloccare-fusione-unicredi-sg/

Eccoli gli “amici” francesi, sempre pronti ad approfittarsi dei vicini. Quando l’AD Mustier arrivò in Unicredit, a seguito del colpo di stato del 2011 contro l’Italia, fu chiaro a tutti come un ex legionario francese, ufficiale dell’esercito franco, si dice vicinissimo ai servizi segreti d’oltralpe che E. Letta invece certamente conosce benissimo visto che lavora per la loro Università a Parigi, fosse funzionale a portare in Francia tutto quello che era possibile da Unicredit. Ed in effetti fu così: i fondi Pioneer, tra i più grandi del mondo vennero venduti a chi? Credit Agricole, il governo Renzi incredibilmente bloccò la contro-offerta di Poste Italiane! Bank Pekao – la filiale polacca, un gioiello – venne invece costretta alla vendita dalla Polonia, imponendo unilateralmente limiti di solvibilità della casa madre inarrivabili per l’istituto di Piazzale Cordusio che l’EU si guardò bene dal contestare come avrebbe dovuto (fosse capitato a DB si sarebbe mossa anche la Bundesbank).

Oggi il tentativo è quello di fare il colpo gobbo e portarsi via tutto, fondendo Unicredit con SocGen, la problematica  banca francese che ricordiamo era quasi fallita nel 2009 nel post caso Kerviel, su cui aleggiamo moltissimi dubbi oltre all’ombra dei – appunto – servizi segreti francesi [che Mustier dovrebbe conoscere molto bene] per salvarla (vedasi LINK e LINK). [Mustier proviene da SocGen e fu coinvolto direttamente nello scandalo Kerviel, vedasi LINK]

Purtroppo il nostro team lo aveva già previsto, con terribile precisione (sigh).

E possibile che l’AD di Unicredit abbia il mandato di vendere la nostra prima banca ai Francesi?

Ora, Di Maio deve fare attenzione in quanto si gioca il primo asso ossia la sua credibilità: ha detto che vuole mantenere occupazione in Italia, bene, faccia attenzione che se SocGen comprerà Unicredit l’occupazione a termine se ne andrà dall’Italia [la sede] così come l’ossigeno – i finanziamenti – per le PMI italiane. Dunque, bisogna bloccare il tentativo di fusione cambiando il management di Unicredit (stesso discorso andrà fatto a breve anche per Assicurazioni Generali, progressivamente depauperata dei suoi asset da managers costantemente francesi [ed anzi molto vicini a Vincent Bollorè, che voleva portarsi via Telecom Italia per un tozzo di pane] che non sembrano – mia opinione – essere attenti agli interessi dell’Italia).

Sarebbe – a volerlo fare – molto facile bloccarli: basterebbe invocare le stesse regole ASIMMETRICHE utilizzate dai francesi per evitare che Fincantieri comprasse STX, con la differenza sostanziale che STX prima era già di proprietà straniera (coreana).

Di più, va indagato il passato di Mustier e la sua eccessiva vicinanza se non direttamente appartenenza ai servizi segreti francesi. Parimenti, vanno verificate tutte le vendite effettuate da Unicredit sotto la sua direzione (…).

Salvini e Di Maio si trovano col primo banco di prova, pesante. Certo, Parigi ha fretta di chiudere la partita Unicredit prima che il governo prenda forma e possa reagire, ossia prima che il governo abbia grip sulle banche e sul sistema, anche se penso che il Ministro Tria e Paolo Savona sappiano bene come operare per evitare la debacle.

La sostanza è semplice: L’Italia NON può permettersi di perdere Unicredit, punto e finito. A voler bloccare il tentativo non sarebbe difficile sventare il colpo, basta volerlo fare. Ed appoggiarsi a professionisti seri che vogliano fare l’interesse del paese, non svendendolo a basso prezzo come successo negli scorsi anni.

In ogni caso Mustier non è secondo chi scrive opportuno che resti al suo posto, a maggior ragione a fronte di queste notizie di stampa (…). L’italianità di UNICREDIT è un problema strategico per l’Italia, non solo economico. Ricordo infatti che non è solo la Germania ad aver messo il bastone fra le ruote all’Italia, cercando di fare il sacco di Roma e dintorni. Angela Merkel i risolini nel 2011 non li faceva da sola. E le frontiere francesi verso l’Italia – contravvenendo ai più basilari principi dell’EU – le hanno sigillate Hollande e Macron, non Roma. Senza dimenticare Bardonecchia…

MD

EURO E ITALIA: DON’T CRY FOR ME ARGENTINA!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/05/08/euro-e-italia-dont-cry-for-me-argentina/

Purtroppo in questo Paese, infarcito di giornalisti ignoranti ad essere buoni, analisti ed editorialisti, pure economisti che tengono famiglie ad alto tenore di vita, non è facile far comprendere la verità, soprattutto quando questa gente ha il totale monopolio della carta stampata e delle televisioni, non riuscendo ancora ad avere il dominio sul web.

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Le Open Society Foundations,  sono una rete di fondazioni internazionali fondata dal magnate George Soros che lavorano per costruire democrazie vibranti e tolleranti i cui governi sono responsabili e aperti alla partecipazione di tutte le persone, dicono loro.

Uno di questi è Fubini, un caro amico di Soros, si Soros lo speculatore, lo squalo che attaccò la lira e la sterlina negli anni ’90, ha recentemente scritto sul Corriere della Sera…

La drammatica lezione dell’Argentina per chi è contro l’euro

L’Argentina nel 2003 fa aveva ripudiato debito pubblico per 100 miliardi di dollari e aveva svalutato drasticamente per cavarsela. Sono passati 15 anni, ma non è ancora vaccinata: un battito d’ali di farfalla a Washington diventa un tifone
a Buenos Aires. Che c’entra con l’Italia? Niente, ma proprio questo è il punto. Non c’entra perché l’Italia è nell’euro e solo per questo sul suo enorme debito riesce a pagare interessi persino inferiori di quelli americani, a tutto vantaggio di famiglie e imprese. Proviamo a uscire dall’euro, o a ripudiare il debito. Prima però chiamiamo Mauricio Macri per sentire cosa ne pensa.

Ma tu pensa, Fubini scrive pure che per una volta non si può neanche dare la colpa ai politici locali. Il leader oggi è Mauricio Macri, un ingegnere di origini calabresi che mantiene il Paese su una rotta di buonsenso, riforme e prudenza, politiche neoliberiste su suggerimento del FMI e crolla tutto comunque!

Ci aveva già pensato un altro illustre scienziato finanziario tempo fa, per il quale ieri girava alche il nome per un eventuale governo di tregua o neutrale come dicono loro sempre, ma sta facendo davvero una brutta figura…

Se Tokyo sembra Atene

C’è una battuta che gira tra i miei colleghi: «Sai qual è la differenza tra il Giappone e la Grecia?». L’agghiacciante risposta è: «Tre anni». L’ovvio riferimento è alla situazione del debito pubblico. Per quanto paradossale, l’accostamento della grande potenza industriale asiatica al piccolo e disastrato Stato ellenico non è poi così assurdo.

L’articolo era datato 2012, ne sono passati sei di anni e non è successo nulla in Giappone, nessuno ha fatto la fine della Grecia.

Potrei tirarvi fuori centinaia di articoli sulla fine dell’Inghilterra, se usciva dall’ Europa, peste, tifo e colera, iperinflazione e via dicendo.

Basterebbe ricordare cosa scrivevano i soloni di Confindustria a proposito della fine ingloriosa che attendeva il nostro Paese nel caso che gli italiano non avessero votato si al referendum confermativo di casa Renzi…

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Siamo nel 2017 e della recessione, nessuna traccia, saliamo del uno virgola e dei quattro punti di pil in caduta se ne è persa traccia.

Per carità, è tutta brava gente, dotti, medici e sapienti, peccato che come dice il nostro caro John Perkins…

Come ben sapete, non provate a chiedere all’oste se il suo vino è buono, se è davvero il migliore, non potete chiedere a questa gente se davvero l’euro è la migliore soluzione, dopo gli evidenti fallimenti di questi anni, loro vi rispenderanno che sì, perché il loro datore di lavoro la pensa così!

E’ normale, ci mancherebbe, sarei preoccupato se non fosse così, diceva il nostro caro Don Milani…

 “E qual’è mai il giornale che scrive per il fine che in teoria gli sarebbe primario cioè informare o non invece per quello di influenzare in una direzione”

Alle volte però capita di ascoltare il pensiero alternativo, quello di Alberto e Claudio,  e scopri che le cose non sono proprio così, almeno che loro vi raccontano solo una parte della loro verità…

1) Argentina e Italia sono Paesi profondamente diversi. In Argentina il settore agricolo pesa il quadruplo rispetto all’Italia (rispettivamente, 8% e 2% del Pil), e questo incide sulla composizione dell’export, che in Italia è composto per l’84% da prodotti manifatturieri, mentre in Argentina solo per il 31%.

2) Quando un Paese si basa sulle materie prime o su prodotti agricoli grezzi, la sua prosperità dipende dai prezzi di questi ultimi sui mercati internazionali. Una caduta dei prezzi lo metterà in difficoltà qualsiasi moneta esso adotti o per quanta moneta esso stampi. Ciò vale per esempio per il Venezuela se il prezzo del petrolio dimezza e vale anche per l’Argentina: se il prezzo della soia crolla del 30%, come è successo nell’ultimo quinquennio: gli argentini devono tirare la cinghia e non c’entra se la moneta è il peso, l’euro o il dollaro.

3) Questo anche perché le materie prime hanno domanda rigida: se la soia dimezza non ingozziamo i nostri vitelli. Anche a causa di ciò dal 2010 l’Argentina è in deficit estero, cosa che ora la costringe ad alzare i tassi per farsi prestare i soldi che non guadagna più esportando. La politica monetaria degli Stati Uniti, evocata da Fubini, c’entra, ma solo perché si innesta su questa fragilità strutturale. La situazione dei Paesi manifatturieri è ben diversa, perché la domanda dei loro prodotti è elastica al prezzo, e a questo punto quale valuta si adotti e come la si gestisca diventa rilevante. Un «attacco speculativo» che ci costringesse a svalutare renderebbe i nostri prodotti e il nostro turismo ancora più convenienti per l’estero, aumentando il nostro surplus commerciale, cioè la nostra disponibilità di valuta pregiata, senza bisogno di alcun rialzo dei tassi. Se non credete a noi, fidatevi di un commentatore bene informato: «Euro più debole? Per noi sono più i vantaggi che gli svantaggi» (Fubini, 11 marzo 2015).

4) Quanto precede spiega perché l’argentino Macrì, nonostante sia tutto «buon senso, riforme e prudenza» (a detta di Fubini), da quando ha preso il potere ha visto la sua valuta indebolirsi del 45% sul dollaro, senza riuscire a riequilibrare i conti con l’estero. Viceversa, un altro presidente, l’ungherese Orbán, nonostante sia tanto cattivo e non faccia le riforme, ma anzi cacci il Fmi fuori dal Paese con la ramazza, pur non avendo l’euro, bensì il fiorinetto, va avanti tranquillissimo, grazie al suo surplus commerciale, e viene costantemente rieletto dai suoi concittadini. L’export ungherese è per l’83% composto da prodotti manifatturieri e per questo l’Ungheria ha beneficiato della flessibilità del fiorino. Lasciamo valutare al lettore a quale Paese l’Italia somigli di più.

Poi si sa, c’è sempre qualcuno che si arrampica sugli specchi, ti dice che le svalutazioni non sempre sono buone, che il Giappone, che quando la domanda globale latita, hanno poco effetto sulle esportazioni, che basta guardare al Giappone, che ha svalutato come un forsennato dal 2012 in poi  e non è successo nulla o quasi.

Ora non sto qua a riempirvi la testa con paroloni, a Voi che piacciano tanto i grafici, consiglio solo di fare mente locale, ovvero agli effetti che ha avuto sul nostro Paese, demolito dalla criminale politica economica di Monti, la feroce svalutazione imposta da Draghi all’euro, passando in un attimo da 1,40 a 1,03…

Qualcosina possiamo dire anche a proposito della sterlina e dell’Inghilterra sommersa dall’oceano a causa della Brexit…

Nessuno può dire cosa accadrà in realtà, nessuno dice che sarà una passeggiata, nessuno pensa ad un’uscita non concordata o meno, ma le evidenze storiche sono più a favore che contro, la differenza la fanno le chiacchiere da bar!

EURO BREAK UP: IL MOMENTO DELLA VERITA’ SI AVVICINA!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/03/20/euro-break-up-il-momento-della-verita-si-avvicina/

Questa è la prima slide di una lunga serie di oltre 120, una ricerca durata oltre due mesi, una relazione tenuta presso una importante istituzione presente sul suolo nazionale. Analisi empirica, economico/finanziaria, giuridico/legale che prende in considerazione tutte le variabili storiche per un’eventuale rottura della moneta unica.

Mi sono sempre meravigliato di come sia grande l’ignoranza sul tema, non tanto da parte della gente comune, ma da parte delle istituzioni, di chi invece dovrebbe contribuire a sostenere un dialogo il più sereno possibile senza preconcetti ideologici o politici.

Il fallimento dell’euro, da distinguere da quello dell’Europa, è ormai evidente, è sotto gli occhi di tutti.

Dice bene Benjamin Jerry Cohen, professore di Economia politica internazionale presso l’Università della California a Santa Barbara. Le sue ricerche riguardano principalmente questioni sulle relazioni monetarie e finanziarie internazionali e ha scritto su argomenti che vanno dai tassi di cambio e all’integrazione monetaria ai mercati finanziari e al debito internazionale.

Allo stesso tempo sottolinea una cosa fondamentale, ovvero la strenua volontà politica a non abbandonare questo esperimento, a qualunque costo.

L’ultima frase di Angela Merkel è un’autentica fesseria, ” L’euro è molto, molto più che una moneta, è la garanzia di unità dell’Europa.”

Basterebbe guardare alla storia, per capire che una moneta non ha mai garantito un’unione…

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… ripeto MAI in nessun caso della storia.

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Basterebbe osservare questa immagine per comprendere che l’euro è un progetto destinato al fallimento al di la della volontà politica attuale. Solo alcuni stati di secondo piano, africani e del Centro America, adottano il dollaro, il resto dei Paesi ha la propria moneta.

Ma lasciamo spazio all’ultima novità in arrivo dalla Germania riportata dal Die Welt

Grazie alla traduzione di Voci dalla Germania una piccola sintesi…

A Berlino  alcuni economisti molto noti martedì si sono riuniti per discuterne. Il loro obiettivo era quello di sviluppare un piano di emergenza a cui ricorrere in caso di disintegrazione della moneta unica. Con il titolo „Is the Euro sustainable – and what if not“ alcuni importanti economisti tedeschi e internazionali si sono trovati per discutere i costi e le conseguenze di un possibile collasso dell’euro, le riforme che potrebbero facilitare l’uscita di un paese e le esperienze storiche relative alla caduta delle precedenti unioni monetarie.
L’invito a Berlino è arrivato dal’università privata ESMT e dal Max-Planck-Institut per il diritto fiscale e la scienza delle finanze. E’ possibile che la  situazione nell’unione monetaria si sia stabilizzata grazie alla ripresa economica congiunta, ma i saldi Target in continua crescita evidenziano le fratture economiche all’interno della zona euro. E le elezioni italiane hanno mostrato che il pericolo di una dissoluzione dell’euro è tutt’altro che scomparso. In Italia il capo della Lega Italiana, il partito populista di destra – uno dei vincitori delle elezioni – ha  dichiarato che solo la morte è irreversibile, una moneta certamente non lo è. Mentre la politica si preoccupa di stabilizzare l’eurozona, gli economisti vorrebbero invece essere preparati nel caso in cui la moneta unica dovesse fallire.
“La probabilità che l’euro finisca non è pari a zero. Come economisti dobbiamo prenderla in considerazione”, ha detto Kai Konrad, esperto di finanza presso il Planck-Institut. Ad assecondarlo c’era il presidente del Consiglio dei Saggi Economici (Sachverständigenrat), Christoph Schmidt: “bisogna essere preparati anche ad eventi alquanto improbabili”.
E’ necessario discutere una clausola di uscita
Secondo gli economisti presenti ci sarebbero tre scenari di uscita ipotizzabili:l’uscita di un paese senza il consenso degli altri, l’uscita con il consenso degli altri, oppure l’esclusione di un paese contro la volontà del paese uscente. Per tutti questi scenari non esiste un quadro giuridico chiaro, afferma Clemens Fuest, presidente dell’Ifo.
Sebbene l’eurozona con l’articolo 50 del trattato UE abbia previsto una clausola di uscita, l’abbandono della moneta unica nei trattati resta legato indissolubilmente anche all’uscita dall’UE. Non è desiderabile, dice Fuest: “al momento l’uscita di un paese non è all’ordine del giorno, proprio per questa ragione sarebbe il momento buono per discutere una clausola di uscita dall’euro”, dice Fuest. Potrebbe essere incluso nei trattati nell’ambito dell’attuale processo di riforma. Fuest tuttavia non raccomanderebbe a nessun paese di uscire. Secondo Fuest una tale clausola potrebbe avere un’influenza disciplinante. “L’adesione all’euro è accompagnata dal fatto che il paese deve accettare le regole della zona euro”, dice Fuest, riferendosi soprattutto all’Italia. Li’ il capo della Lega Salvini ha chiesto che l’Italia ignori gli accordi di politica fiscale che l’Italia stessa ha sottoscritto. “Questo è incompatibile con l’appartenenza all’area dell’euro”, dice Fuest.
Alcuni economisti vorrebbero far uscire dall’euro chi infrange in maniera seriale le regole comuni. I trattati al momento non contemplano la possibilità che alcuni paesi si difendano dall’obbligo di dover trasferire risorse agli altri paesi tramite una opzione di uscita, ma per il futuro non sarebbe da escludere.
E’ necessario che ci siano regole per l’uscita
“I vantaggi derivanti dall’avere regole di uscita chiare consisterebbero nel ridurre i costi macroeconomici legati all’uscita, compresa l’incertezza, rendendo i conflitti fra gli stati meno probabili”, afferma Fuest. Potrebbe esserci maggiore incertezza sul futuro dell’eurozona. “Tutto questo spinge verso la creazione di ostacoli procedurali elevati che rendano difficile l’uscita, ma non per un’assenza di una procedura di uscita”, dice Fuest.
Le clausole di uscita potrebbero servire come protezione contro la redistribuzione delle risorse a spese dei singoli stati. Paesi piu’ ricchi come la Germania o l’Olanda, grazie ad una clausola di uscita, potrebbero difendersi dalla trasformazione dell’eurozona in una unione di trasferimento. Una clausola di uscita potrebbe aiutare anche i paesi piu’ deboli, come l’Italia, che con una loro moneta nazionale, potrebbero tornare nuovamente competitivi.
Quanto siano grandi le differenze lo ha illustrato chiaramente Sinn. Affinché i paesi piu’ deboli possano raggiungere la Germania in termini di prezzi, la Germania dovrebbe avere un’inflazione del 4.5% piu’ alta rispetto a quella degli altri paesi della zona euro per i prossimi 10 anni.
 
 
I migliori economisti su un terreno politico minato
L’uscita di un paese sarebbe costosa anche per la Germania. Se un paese dovesse uscire, la Bundesbank finirebbe per perdere i suoi crediti Target nei confronti del paese uscente. La sola Italia attualmente ha un debito verso l’eurosistema pari a 444 miliardi di euro.
Se ad uscire fosse invece la Germania, ad essere coinvolto sarebbe l’intero importo dei 900 miliardi di crediti Target. In questo caso sarebbe infondata la preoccupazione di una eccessiva sopravvalutazione del nuovo D-Mark: “la Bundesbank, secondo il modello della Banca Nazionale Svizzera, potrebbe intervenire con acquisti massicci per mantenerne basso il valore”, ha affermato Fuest.
Ma gli storici dell’economia mettono in guardia dall’accettare con troppa semplicità uno scenario di rottura dell’euro. La storia mostra che il crollo di un’unione monetaria porta con sé delle turbolenze. “Di solito, il crollo di un’unione monetaria causa anche il crollo della corrispondente unione doganale”, ha detto Albert Ritschl, storico economico della London School of Economics.
E questa è stata la quintessenza della euro-conferenza. Anche se un piano generale ancora non c’è: dopo tutto era il primo incontro fra economisti di alto livello a muoversi su di un terreno politicamente minato.

Non sarà una passeggiata, non lo è mai stato nella storia, ma Bertrand Russel, filosofo e matematico gallese, diceva che il problema dell’umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi. Nulla è irreversibile!

Questo in sintesi il mio pensiero … Italia più povera con questo euro.