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EURO E ITALIA: DON’T CRY FOR ME ARGENTINA!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/05/08/euro-e-italia-dont-cry-for-me-argentina/

Purtroppo in questo Paese, infarcito di giornalisti ignoranti ad essere buoni, analisti ed editorialisti, pure economisti che tengono famiglie ad alto tenore di vita, non è facile far comprendere la verità, soprattutto quando questa gente ha il totale monopolio della carta stampata e delle televisioni, non riuscendo ancora ad avere il dominio sul web.

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Le Open Society Foundations,  sono una rete di fondazioni internazionali fondata dal magnate George Soros che lavorano per costruire democrazie vibranti e tolleranti i cui governi sono responsabili e aperti alla partecipazione di tutte le persone, dicono loro.

Uno di questi è Fubini, un caro amico di Soros, si Soros lo speculatore, lo squalo che attaccò la lira e la sterlina negli anni ’90, ha recentemente scritto sul Corriere della Sera…

La drammatica lezione dell’Argentina per chi è contro l’euro

L’Argentina nel 2003 fa aveva ripudiato debito pubblico per 100 miliardi di dollari e aveva svalutato drasticamente per cavarsela. Sono passati 15 anni, ma non è ancora vaccinata: un battito d’ali di farfalla a Washington diventa un tifone
a Buenos Aires. Che c’entra con l’Italia? Niente, ma proprio questo è il punto. Non c’entra perché l’Italia è nell’euro e solo per questo sul suo enorme debito riesce a pagare interessi persino inferiori di quelli americani, a tutto vantaggio di famiglie e imprese. Proviamo a uscire dall’euro, o a ripudiare il debito. Prima però chiamiamo Mauricio Macri per sentire cosa ne pensa.

Ma tu pensa, Fubini scrive pure che per una volta non si può neanche dare la colpa ai politici locali. Il leader oggi è Mauricio Macri, un ingegnere di origini calabresi che mantiene il Paese su una rotta di buonsenso, riforme e prudenza, politiche neoliberiste su suggerimento del FMI e crolla tutto comunque!

Ci aveva già pensato un altro illustre scienziato finanziario tempo fa, per il quale ieri girava alche il nome per un eventuale governo di tregua o neutrale come dicono loro sempre, ma sta facendo davvero una brutta figura…

Se Tokyo sembra Atene

C’è una battuta che gira tra i miei colleghi: «Sai qual è la differenza tra il Giappone e la Grecia?». L’agghiacciante risposta è: «Tre anni». L’ovvio riferimento è alla situazione del debito pubblico. Per quanto paradossale, l’accostamento della grande potenza industriale asiatica al piccolo e disastrato Stato ellenico non è poi così assurdo.

L’articolo era datato 2012, ne sono passati sei di anni e non è successo nulla in Giappone, nessuno ha fatto la fine della Grecia.

Potrei tirarvi fuori centinaia di articoli sulla fine dell’Inghilterra, se usciva dall’ Europa, peste, tifo e colera, iperinflazione e via dicendo.

Basterebbe ricordare cosa scrivevano i soloni di Confindustria a proposito della fine ingloriosa che attendeva il nostro Paese nel caso che gli italiano non avessero votato si al referendum confermativo di casa Renzi…

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Siamo nel 2017 e della recessione, nessuna traccia, saliamo del uno virgola e dei quattro punti di pil in caduta se ne è persa traccia.

Per carità, è tutta brava gente, dotti, medici e sapienti, peccato che come dice il nostro caro John Perkins…

Come ben sapete, non provate a chiedere all’oste se il suo vino è buono, se è davvero il migliore, non potete chiedere a questa gente se davvero l’euro è la migliore soluzione, dopo gli evidenti fallimenti di questi anni, loro vi rispenderanno che sì, perché il loro datore di lavoro la pensa così!

E’ normale, ci mancherebbe, sarei preoccupato se non fosse così, diceva il nostro caro Don Milani…

 “E qual’è mai il giornale che scrive per il fine che in teoria gli sarebbe primario cioè informare o non invece per quello di influenzare in una direzione”

Alle volte però capita di ascoltare il pensiero alternativo, quello di Alberto e Claudio,  e scopri che le cose non sono proprio così, almeno che loro vi raccontano solo una parte della loro verità…

1) Argentina e Italia sono Paesi profondamente diversi. In Argentina il settore agricolo pesa il quadruplo rispetto all’Italia (rispettivamente, 8% e 2% del Pil), e questo incide sulla composizione dell’export, che in Italia è composto per l’84% da prodotti manifatturieri, mentre in Argentina solo per il 31%.

2) Quando un Paese si basa sulle materie prime o su prodotti agricoli grezzi, la sua prosperità dipende dai prezzi di questi ultimi sui mercati internazionali. Una caduta dei prezzi lo metterà in difficoltà qualsiasi moneta esso adotti o per quanta moneta esso stampi. Ciò vale per esempio per il Venezuela se il prezzo del petrolio dimezza e vale anche per l’Argentina: se il prezzo della soia crolla del 30%, come è successo nell’ultimo quinquennio: gli argentini devono tirare la cinghia e non c’entra se la moneta è il peso, l’euro o il dollaro.

3) Questo anche perché le materie prime hanno domanda rigida: se la soia dimezza non ingozziamo i nostri vitelli. Anche a causa di ciò dal 2010 l’Argentina è in deficit estero, cosa che ora la costringe ad alzare i tassi per farsi prestare i soldi che non guadagna più esportando. La politica monetaria degli Stati Uniti, evocata da Fubini, c’entra, ma solo perché si innesta su questa fragilità strutturale. La situazione dei Paesi manifatturieri è ben diversa, perché la domanda dei loro prodotti è elastica al prezzo, e a questo punto quale valuta si adotti e come la si gestisca diventa rilevante. Un «attacco speculativo» che ci costringesse a svalutare renderebbe i nostri prodotti e il nostro turismo ancora più convenienti per l’estero, aumentando il nostro surplus commerciale, cioè la nostra disponibilità di valuta pregiata, senza bisogno di alcun rialzo dei tassi. Se non credete a noi, fidatevi di un commentatore bene informato: «Euro più debole? Per noi sono più i vantaggi che gli svantaggi» (Fubini, 11 marzo 2015).

4) Quanto precede spiega perché l’argentino Macrì, nonostante sia tutto «buon senso, riforme e prudenza» (a detta di Fubini), da quando ha preso il potere ha visto la sua valuta indebolirsi del 45% sul dollaro, senza riuscire a riequilibrare i conti con l’estero. Viceversa, un altro presidente, l’ungherese Orbán, nonostante sia tanto cattivo e non faccia le riforme, ma anzi cacci il Fmi fuori dal Paese con la ramazza, pur non avendo l’euro, bensì il fiorinetto, va avanti tranquillissimo, grazie al suo surplus commerciale, e viene costantemente rieletto dai suoi concittadini. L’export ungherese è per l’83% composto da prodotti manifatturieri e per questo l’Ungheria ha beneficiato della flessibilità del fiorino. Lasciamo valutare al lettore a quale Paese l’Italia somigli di più.

Poi si sa, c’è sempre qualcuno che si arrampica sugli specchi, ti dice che le svalutazioni non sempre sono buone, che il Giappone, che quando la domanda globale latita, hanno poco effetto sulle esportazioni, che basta guardare al Giappone, che ha svalutato come un forsennato dal 2012 in poi  e non è successo nulla o quasi.

Ora non sto qua a riempirvi la testa con paroloni, a Voi che piacciano tanto i grafici, consiglio solo di fare mente locale, ovvero agli effetti che ha avuto sul nostro Paese, demolito dalla criminale politica economica di Monti, la feroce svalutazione imposta da Draghi all’euro, passando in un attimo da 1,40 a 1,03…

Qualcosina possiamo dire anche a proposito della sterlina e dell’Inghilterra sommersa dall’oceano a causa della Brexit…

Nessuno può dire cosa accadrà in realtà, nessuno dice che sarà una passeggiata, nessuno pensa ad un’uscita non concordata o meno, ma le evidenze storiche sono più a favore che contro, la differenza la fanno le chiacchiere da bar!

EURO BREAK UP: IL MOMENTO DELLA VERITA’ SI AVVICINA!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/03/20/euro-break-up-il-momento-della-verita-si-avvicina/

Questa è la prima slide di una lunga serie di oltre 120, una ricerca durata oltre due mesi, una relazione tenuta presso una importante istituzione presente sul suolo nazionale. Analisi empirica, economico/finanziaria, giuridico/legale che prende in considerazione tutte le variabili storiche per un’eventuale rottura della moneta unica.

Mi sono sempre meravigliato di come sia grande l’ignoranza sul tema, non tanto da parte della gente comune, ma da parte delle istituzioni, di chi invece dovrebbe contribuire a sostenere un dialogo il più sereno possibile senza preconcetti ideologici o politici.

Il fallimento dell’euro, da distinguere da quello dell’Europa, è ormai evidente, è sotto gli occhi di tutti.

Dice bene Benjamin Jerry Cohen, professore di Economia politica internazionale presso l’Università della California a Santa Barbara. Le sue ricerche riguardano principalmente questioni sulle relazioni monetarie e finanziarie internazionali e ha scritto su argomenti che vanno dai tassi di cambio e all’integrazione monetaria ai mercati finanziari e al debito internazionale.

Allo stesso tempo sottolinea una cosa fondamentale, ovvero la strenua volontà politica a non abbandonare questo esperimento, a qualunque costo.

L’ultima frase di Angela Merkel è un’autentica fesseria, ” L’euro è molto, molto più che una moneta, è la garanzia di unità dell’Europa.”

Basterebbe guardare alla storia, per capire che una moneta non ha mai garantito un’unione…

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… ripeto MAI in nessun caso della storia.

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Basterebbe osservare questa immagine per comprendere che l’euro è un progetto destinato al fallimento al di la della volontà politica attuale. Solo alcuni stati di secondo piano, africani e del Centro America, adottano il dollaro, il resto dei Paesi ha la propria moneta.

Ma lasciamo spazio all’ultima novità in arrivo dalla Germania riportata dal Die Welt

Grazie alla traduzione di Voci dalla Germania una piccola sintesi…

A Berlino  alcuni economisti molto noti martedì si sono riuniti per discuterne. Il loro obiettivo era quello di sviluppare un piano di emergenza a cui ricorrere in caso di disintegrazione della moneta unica. Con il titolo „Is the Euro sustainable – and what if not“ alcuni importanti economisti tedeschi e internazionali si sono trovati per discutere i costi e le conseguenze di un possibile collasso dell’euro, le riforme che potrebbero facilitare l’uscita di un paese e le esperienze storiche relative alla caduta delle precedenti unioni monetarie.
L’invito a Berlino è arrivato dal’università privata ESMT e dal Max-Planck-Institut per il diritto fiscale e la scienza delle finanze. E’ possibile che la  situazione nell’unione monetaria si sia stabilizzata grazie alla ripresa economica congiunta, ma i saldi Target in continua crescita evidenziano le fratture economiche all’interno della zona euro. E le elezioni italiane hanno mostrato che il pericolo di una dissoluzione dell’euro è tutt’altro che scomparso. In Italia il capo della Lega Italiana, il partito populista di destra – uno dei vincitori delle elezioni – ha  dichiarato che solo la morte è irreversibile, una moneta certamente non lo è. Mentre la politica si preoccupa di stabilizzare l’eurozona, gli economisti vorrebbero invece essere preparati nel caso in cui la moneta unica dovesse fallire.
“La probabilità che l’euro finisca non è pari a zero. Come economisti dobbiamo prenderla in considerazione”, ha detto Kai Konrad, esperto di finanza presso il Planck-Institut. Ad assecondarlo c’era il presidente del Consiglio dei Saggi Economici (Sachverständigenrat), Christoph Schmidt: “bisogna essere preparati anche ad eventi alquanto improbabili”.
E’ necessario discutere una clausola di uscita
Secondo gli economisti presenti ci sarebbero tre scenari di uscita ipotizzabili:l’uscita di un paese senza il consenso degli altri, l’uscita con il consenso degli altri, oppure l’esclusione di un paese contro la volontà del paese uscente. Per tutti questi scenari non esiste un quadro giuridico chiaro, afferma Clemens Fuest, presidente dell’Ifo.
Sebbene l’eurozona con l’articolo 50 del trattato UE abbia previsto una clausola di uscita, l’abbandono della moneta unica nei trattati resta legato indissolubilmente anche all’uscita dall’UE. Non è desiderabile, dice Fuest: “al momento l’uscita di un paese non è all’ordine del giorno, proprio per questa ragione sarebbe il momento buono per discutere una clausola di uscita dall’euro”, dice Fuest. Potrebbe essere incluso nei trattati nell’ambito dell’attuale processo di riforma. Fuest tuttavia non raccomanderebbe a nessun paese di uscire. Secondo Fuest una tale clausola potrebbe avere un’influenza disciplinante. “L’adesione all’euro è accompagnata dal fatto che il paese deve accettare le regole della zona euro”, dice Fuest, riferendosi soprattutto all’Italia. Li’ il capo della Lega Salvini ha chiesto che l’Italia ignori gli accordi di politica fiscale che l’Italia stessa ha sottoscritto. “Questo è incompatibile con l’appartenenza all’area dell’euro”, dice Fuest.
Alcuni economisti vorrebbero far uscire dall’euro chi infrange in maniera seriale le regole comuni. I trattati al momento non contemplano la possibilità che alcuni paesi si difendano dall’obbligo di dover trasferire risorse agli altri paesi tramite una opzione di uscita, ma per il futuro non sarebbe da escludere.
E’ necessario che ci siano regole per l’uscita
“I vantaggi derivanti dall’avere regole di uscita chiare consisterebbero nel ridurre i costi macroeconomici legati all’uscita, compresa l’incertezza, rendendo i conflitti fra gli stati meno probabili”, afferma Fuest. Potrebbe esserci maggiore incertezza sul futuro dell’eurozona. “Tutto questo spinge verso la creazione di ostacoli procedurali elevati che rendano difficile l’uscita, ma non per un’assenza di una procedura di uscita”, dice Fuest.
Le clausole di uscita potrebbero servire come protezione contro la redistribuzione delle risorse a spese dei singoli stati. Paesi piu’ ricchi come la Germania o l’Olanda, grazie ad una clausola di uscita, potrebbero difendersi dalla trasformazione dell’eurozona in una unione di trasferimento. Una clausola di uscita potrebbe aiutare anche i paesi piu’ deboli, come l’Italia, che con una loro moneta nazionale, potrebbero tornare nuovamente competitivi.
Quanto siano grandi le differenze lo ha illustrato chiaramente Sinn. Affinché i paesi piu’ deboli possano raggiungere la Germania in termini di prezzi, la Germania dovrebbe avere un’inflazione del 4.5% piu’ alta rispetto a quella degli altri paesi della zona euro per i prossimi 10 anni.
 
 
I migliori economisti su un terreno politico minato
L’uscita di un paese sarebbe costosa anche per la Germania. Se un paese dovesse uscire, la Bundesbank finirebbe per perdere i suoi crediti Target nei confronti del paese uscente. La sola Italia attualmente ha un debito verso l’eurosistema pari a 444 miliardi di euro.
Se ad uscire fosse invece la Germania, ad essere coinvolto sarebbe l’intero importo dei 900 miliardi di crediti Target. In questo caso sarebbe infondata la preoccupazione di una eccessiva sopravvalutazione del nuovo D-Mark: “la Bundesbank, secondo il modello della Banca Nazionale Svizzera, potrebbe intervenire con acquisti massicci per mantenerne basso il valore”, ha affermato Fuest.
Ma gli storici dell’economia mettono in guardia dall’accettare con troppa semplicità uno scenario di rottura dell’euro. La storia mostra che il crollo di un’unione monetaria porta con sé delle turbolenze. “Di solito, il crollo di un’unione monetaria causa anche il crollo della corrispondente unione doganale”, ha detto Albert Ritschl, storico economico della London School of Economics.
E questa è stata la quintessenza della euro-conferenza. Anche se un piano generale ancora non c’è: dopo tutto era il primo incontro fra economisti di alto livello a muoversi su di un terreno politicamente minato.

Non sarà una passeggiata, non lo è mai stato nella storia, ma Bertrand Russel, filosofo e matematico gallese, diceva che il problema dell’umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi. Nulla è irreversibile!

Questo in sintesi il mio pensiero … Italia più povera con questo euro.

 

Accordi segreti: paghiamo tasse evase dalle multinazionali

Fonte: http://www.libreidee.org/2018/03/accordi-segreti-paghiamo-tasse-evase-dalle-multinazionali/

Mille miliardi di euro, tra evasione fiscale ed elusione: le multinazionali pagano molto meno degli altri, e così agli Stati tocca tirare la cinghia e metter mano a dolorosi tagli. Secondo “Business Insider”, sono addirittura 2.053 gli accordi segreti tra governi Ue e multinazionali per non pagare le tasse: un giochetto che all’Italia costa 10 miliardi all’anno. «Alla fine del 2016, tra le note del Def – scrive il newsmagazine – il ministero dell’economia aveva calcolato che solo all’Italia mancano almeno 31 miliardi di base imponibile. Tradotto, con un tassazione media per le imprese del 30% mancano 10 miliardi di gettito fiscale: lo 0,6% del Pil. Una cifra sufficiente a finanziare buona parte del reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle o a evitare l’aumento dell’Iva l’anno prossimo». Nel 2013, aggiunge “Business Insider”, l’economista britannico di “Tax Research”, Richard Murphy, aveva calcolato che l’evasione fiscale all’interno del vecchio continente ammonta a circa 850 miliardi, mentre l’elusione vale altri 150 miliardi di euro. E il trend è in ascesa: «Tre anni dopo lo scandalo LuxLeaks che mise a nudo i rapporti fiscali segreti tra governi e colossi industriali, il numero di accordi in essere continua ad aumentare: secondo l’ultimo rapporto della Commissione Europea sono cresciuti dai 1.252 del 2015 ai 2.053 del 2016».

A nulla è servita la maxi-multa comminata all’Irlanda per aver favorito Apple. L’Unione Europea interviene solo a cose fatte, «quando le intese fiscali segrete si rivelano aiuti di Stato tali da condizionare la libera concorrenza». Contro gli abusi si agita il Parlamento Europeo, che però non ha potere. «Anche perché le grandi multinazionali hanno schierato l’artiglieria pesante: con il trucco degli accordi fiscali riescono a strappare condizioni da paradisi fiscali nel cuore del vecchio continente». Con i “tax ruling”, aggiunge “Business Insider”, le multinazionali possono concordare il trattamento fiscale che potrebbe essere loro riservato per un periodo di tempo predeterminato; ma in realtà il “tax ruling” è lo strumento che permette alle corporations di ridurre drasticamente il proprio carico fiscale globale. «Dal punto di vista formale, lo schema è sempre lo stesso: le grandi multinazionali promettono investimenti e occupazione in cambio di tassazioni agevolate, poi una volta stabilitesi spostano i profitti da una controllata all’altra per ridurre al minimo le imposte. Un meccanismo utilizzato già da Apple, Fiat, Amazon, Google, Starbucks e anche McDonald’s». In Italia gli accordi segreti sono 78, e l’“Espresso” ha rivelato che tre di questi riguardano Michelin, Microsoft e Philip Morris.

Sono proprio questi accordi, spiega “Business Insider”, ad aver fatto del Lussemburgo lo snodo centrale della finanza europea: «Molte imprese versano al Granducato un’aliquota effettiva inferiore all’1% degli utili dichiarati». L’Ue è intervenuta in modo tardivo e sporadico. «I cittadini-contribuenti e altri attori economici, come le piccole e medie imprese, avrebbero tutto il diritto di conoscere e giudicare i trattamenti fiscali che le autorità nazionali riservano alle grandi corporation», sostiene Mikhail Maslennikov, “policy advisor” di Oxfam Italia per la giustizia fiscale. «Sempre più spesso – aggiunge – i “ruling” segreti dei paesi Ue si rivelano come un tassello fondamentale per la pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali, facilitandone il “profit-shifting” verso giurisdizioni dal fisco amico e garantendo un trattamento fiscale ad hoc ai grandi colossi, che vedono ridursi considerevolmente le proprie aliquote effettive». I “ruling” segreti pongono seri interrogativi sul fairplay fiscale anche per Tove Maria Ryding, coordinatore del team di giustizia fiscale del network europeo “Eurodad”: «Le decisioni confidenziali assunte da un paese hanno impatti sulla contribuzione fiscale in tanti altri paesi», dice Ryding. «E spesso si tratta dei paesi più poveri e dei contesti più vulnerabili al mondo». O magari paesi come l’Italia, stritolati da una tassazione record.

USA GERMANIA TRADE WAR: LA MADRE DI TUTTE LE CRISI!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/03/19/usa-germania-trade-war-la-madre-di-tutte-le-crisi/

Sul Financial Times, giustamente Wolfgang Munchau sottolinea come in caso di guerra commerciale persistente, la Germania è l’anello più debole, probabilmente per noi la scintilla che farà esplodere la santabarbara euro

In a trade war Germany is the weakest link

Se le guerre commerciali siano facili da vincere, come afferma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump , dipende molto dal tuo avversario. Se il tuo obiettivo è la Germania – un paese con un surplus di conto corrente di circa l’8% del prodotto interno lordo – allora sì, una guerra commerciale è facile da vincere.

Per gli Stati Uniti colpire la Germania è in qualche modo un errore di categoria. In quanto membro dell’UE, la Germania non ha una politica commerciale indipendente. Come membro della zona euro, non ha una valuta nazionale. La giusta controparte geografica per gli Stati Uniti sarebbe l’UE o la zona euro: la prima se il tuo reclamo è la politica commerciale, la seconda se è la valuta. Ma alla fine, questa distinzione non ha importanza. L’area dell’euro ha registrato un avanzo delle partite correnti pari al 3,5% del PIL nel 2017, un dato enorme dato l’entità dell’economia.

La strategia anti-crisi dell’eurozona dal 2012 è stata miope, spingendo il conto corrente verso un forte surplus e aspettandosi che il mondo lo assorbisse. Era una strategia da mendicante, più appropriata per i piccoli paesi che per la seconda più grande economia del mondo. Il motivo per cui tale strategia è insostenibile sta diventando chiaro. Ti rende vulnerabile a un’azione protezionistica , come il 25% delle tariffe sull’acciaio e il 10% delle tariffe sull’alluminio imposte dagli Stati Uniti. Dovrebbero entrare in vigore venerdì, salvo una tregua dell’ultimo minuto.

La Germania è un grande esportatore di acciaio negli Stati Uniti, ma l’acciaio è solo uno spettacolo secondario. Il vero problema è se il Presidente Trump darà seguito alle sue ripetute minacce schiacciando le tariffe sulle auto. Il think-tank Bruegel, con sede a Bruxelles, ha calcolato gli effetti di un’ipotetica tariffa del 35% che dovesse l’industria automobilistica europea: si tratta di una stima della perdita di reddito di 17 miliardi di euro l’anno. L’impatto economico complessivo sarebbe più elevato a causa degli effetti di una rete. L’UE non è solo legata alle esportazioni ma anche alla produzione di automobili da vendere al mondo.

Le tariffe statunitensi sono solo uno dei tre shock potenzialmente destabilizzanti per l’industria automobilistica. Un altro è la hard Brexit .

(…) In quello sfortunato scenario, il Regno Unito potrebbe finire per imporre tariffe alle auto importate dall’UE. Secondo le ultime statistiche tedesche , gli Stati Uniti e il Regno Unito costituiscono la più grande e la seconda più grande fonte di surplus commerciale della Germania. La combinazione delle tariffe statunitensi e di una hard Brexit  sarebbe uno shock debilitante.

Un terzo e più prevedibile problema è il continuo collasso nella vendita di auto diesel.

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Da un punto di vista strategico è pazzesco che l’UE si sia lasciata al punto tale da essere così dipendente dall’esportazione di un prodotto nel suo tardo ciclo di vita. Il suo intero modello di business risulta essere basato sulla scommessa che il signor Trump non sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti, che non ci sarebbe stata la Brexit e che avresti potuto imbrogliare per sempre i clienti truccando regole e macchine.

Dal punto di vista degli Stati Uniti, le tariffe potrebbero essere economicamente controproducenti. Ma questo è un gioco di potere geopolitico: inizia con una tariffa su acciaio e alluminio, aspetta la controreazione dell’UE (forse le tariffe sul burro di arachidi o succo d’arancia) e poi rispondi con una tariffa sulle automobili.

Munchau conclude il suo articolo, sostenendo giustamente che l’argomentazione che è immorale una guerra commerciale, perde vigore se si considera la moralità della politica dell’UE ovvero quella di gestire un surplus ampio e persistente con il resto del mondo. O addirittura di fare promesse per un aumento della spesa per la difesa che non avevano intenzione di mantenere.

Questa guerra commerciale è davvero facile da vincere. Sarà l’equivalente del compagno del matto a scacchi: il gioco potrebbe essere vinto in due mosse.

E’ incredibile questa nemesi, gli idioti politici europei, hanno fatto finta di nulla per anni, permettendo alla Germania di infrangere le regole con il loro surplus. C’è  chi dice che una guerra commerciale travolgerebbe anche l’Italia, è possibile, ma la colpa sarà di tutti coloro, in primis i governi del presidente guidati da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni che hanno fatto finta di nulla per tanto tempo, hanno ignorato la trave conficcata nell’economia della Germania, mentre i tedeschi urlavano la pagliuzza italiana del debito pubblico.

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Come riporta il sempre attento Voci dalla Germania, addirittura un insospettabile come Hans Werner Sinn prende le parti di Trump, dichiarando che ha ragione ad attaccare la Germania

Trump ha ragione con le sue accuse contro l’UE
Le auto americane, secondo il professore, partito subito in quarta, vengono importate nell’UE con dazi del 10%, le nostre auto vengono esportate negli USA solo con il 2.5% di dazio. Allo stesso tempo pero’ l’UE accusa Trump di voler isolare gli Stati Uniti aumentando le tariffe doganali. In realtà accade il contrario, ha spiegato Hans Werner Sinn.
L’UE in realtà cerca di proteggersi applicando tariffe doganali molto alte con l’unico scopo di difendere gli interessi di una specifica lobby economica Tutto questo accade a spese dei consumatori europei e a spese degli Stati Uniti, ma anche del terzo mondo. Nella narrazione della stampa tedesca tuttavia i fatti vengono completamente travisati.
A spese dei consumatori europei, in particolare tedeschi
Lo stesso vale per i prezzi agricoli dell’UE. A causa delle barriere doganali i prezzi dei beni alimentari sono del 20% superiori rispetto ai prezzi presenti sul mercato mondiale e piu’ alti rispetto ai prezzi degli Stati Uniti. Chi se ne avvantaggia e chi invece ci guadagna? A trarne vantaggio sono gli agricoltori europei che usano le loro lobby per convincere l’UE a proteggerli mediante alte tariffe doganali. E questo naturalmente a scapito dei consumatori tedeschi, che devono pagare di piu’ per il cibo che comprano.
La carne bovina quando viene importata è sottoposta a un dazio del 69%, la carne di maiale al 26%. Negli Stati Uniti il cibo è molto piu’ economico.
In un normale scambio libero da dazi, i consumatori ordinari, specialmente la gente comune, avrebbero enormi benefici. Spendendo gli stessi soldi, il loro tenore di vita sarebbe nettamente superiore, perché con prezzi alimentari piu’ bassi potrebbero fare la spesa a prezzi decisamente piu’ vantaggiosi.

La colpa è chiaramente dell’UE che ha una politica protezionista.

E gli americani si sono stancati. Per questo Trump ha minacciato: se non la smettete tasseremo le vostre auto con un dazio piu’ alto.
Perchè l’UE si comporta in questo modo? Cosa c’è dietro?
La risposta corretta sarebbe quella di non fare come vorrebbe fare l’UE, e cioè imporre tariffe punitive sulle Harley Davidson. La risposta giusta  sarebbe piuttosto quella di ridurre le proprie tariffe doganali e impegnarsi a praticare un commercio libero ed equo. Hans Werner Sinn ha spiegato anche perchè l’UE vuole elevate tariffe protezionistiche o punitive e addirittura ipotizza una guerra commerciale.
Semplicemente perchè i dazi doganali finiscono nel bilancio dell’UE e costituiscono una parte importante del bilancio UE. Il Moloch-UE  grazie ai dazi doganali si finanzia autonomamente e perciò ha interesse ad aumentare le proprie entrate, ma a spese della propria popolazione, che deve pagare prezzi piu’ alti.
Ma tutto cio’ si spinge ancora piu’ avanti. Tutti i regolamenti e le prescrizioni in cui i prodotti alimentari vengono descritti con esattezza, (come ad esempio la curvatura dei cetrioli, o le dimensioni delle mele e delle patata etc) servono ad un solo scopo: il mercato UE deve essere chiuso verso l’esterno a favore di determinate aziende e produttori (pura politica di lobby). E questo sempre a spese dei consumatori europei.
Il protezionismo dell’UE danneggia il terzo mondo più di ogni aiuto allo sviluppo

Ma non si tratta solo di Germania, Trump sta alzando il livello dello scontro anche contro la Cina…

In un nuovo segnale di raffreddamento delle relazioni bilaterali, l’Amministrazione Trump ha deciso di interrompere il Dialogo economico con la Cina. Lo ha annunciato il sottosegretario al Tesoro per gli affari internazionali, David Malpass, a Buenos Aires per il G-20 finanziario che si svolge lunedì e martedì. Malpass ha spiegato che l’amministrazione è «delusa» dalla Cina e dai suoi passi indietro nell’aprire il suo mercato alla concorrenza straniera.  (…)

«Il mercato cinese – ha detto Malpass – non consente la reciprocità nel senso che gli altri Paesi non possono operare in Cina alle stesse condizioni con cui le imprese cinese operano all’estero». Per questo il sottosegretario vede la necessità di una risposta compatta dei partner commerciali di Pechino di fronte allo stallo delle riforme in Cina. La nuova linea di Trump segna una soluzione di continuità con quella delle amministrazioni Bush e Obama, entrambe alla ricerca di un dialogo con Pechino.

Abbiamo riportato in  modo dettagliato cosa potrebbe accadere in caso di una violenta guerra commerciale, ai tresuries e al dollaro, nell’ultimo manoscritto uscito ieri, dedicato a tutti coloro che hanno sostenuto o vogliono sostenere il nostro lavoro, il nostro viaggio.

Concludo semplicemente ricordando a tutti che la Germania ha ottenuto un simile surplus commerciale, barando, facendo dumping sociale in maniera sistematica, schiavizzando il lavoro con oltre 8 milioni di minijob a 400 euro al mese.

Giusto per fare un piccolo viaggio all’interno della storia vi lascio con una pietra miliare…

Oggi come ieri nel 1930 durante la Repubblica di Weimar, inizia con la deflazione salariale, l’imposizione sistematica di bassi salari, se non puoi svalutare la moneta, svaluta i salari dice la teoria economica. Poi piano, piano, lentamente, nel disagio economico/sociale, arriva il nazismo e si trascina dietro un’intera nazione.

Chiunque dimentica il suo passato è destinato a riviverlo!

Tasse sempre più su: così i cittadini pagano il conto dei regali alle multinazionali

Scritto da: Filippo Burla
Fonte: http://www.ilprimatonazionale.it/economia/tasse-cittadini-pagano-conto-regali-multinazionali-81499/

Roma, 18 mar – Un gigantesco trasferimento di ricchezza, dalle tasche dei cittadini a quelle delle multinazionali. Effetti perversi della crisi finanziaria e delle politiche fiscali internazionali, con le tasse che nel corso degli ultimi anni sono scese solo per le grandi corporations mentre le persone fisiche hanno visto aumentare continuamente il prelievo dell’erario nei propri confronti.

Dal 2008 ad oggi, spiega la società di consulenza Kpmg, nei paesi dell’Ocse tasse e imposte sui cittadini sono aumentate del 6%. Nello stesso tempo, le imprese hanno visto la pressione fiscale ridursi di 5 punti percentuali. Potrebbe sembrare una normale politica fiscale anticiclica, visto che ad un minor livello di tassazione le imprese tendono ad investire maggiormente, sostenendo così l’economia. Peccato che la ripresa non si sia tradotta in numeri concreti, come ad esempio nel caso dei dati sulla disoccupazione. Il caso dell’Italia è paradigmatico: nonostante l’abbassamento dell’Ires dal 27,5 al 24% a partire dal primo gennaio del 2017, il numero dei senza lavoro è rimasto stabilmente al di sopra dell’11%, quasi il doppio rispetto ai periodi pre-crisi.

Ma non c’è solo il nostro Paese. Secondo uno studio condotto dal Financial Times, sempre dal 2008 ad oggi le multinazionali hanno sperimentato cali nel livello di imposizione pari in media al 9%. Non ci sono solo le note tecniche di elusione fiscale (sulle quali le autorità nazionali posso poco, anche se la nostra Agenzia delle Entrate nel “caso Apple” ha aperto una nuova strada), ma a farla da padrona è soprattutto la concorrenza fra Stati ad abbassare le aliquote per attirare capitali. La riforma di Trump, che ha portato la “corporate tax” dal 35 al 21%, è solo l’ultima in ordine di tempo. Paradigmatico, in tal senso, l’esempio dell’Irlanda che offre a chi intende insediare la propria sede nell’isola tasse al 12,5%.

L’aliquota media nei paesi Ocse è così scesa dal 32% del 2000 al 25% del 2015. E come fanno gli Stati a puntellare i propri bilanci, specialmente in tempi di austerità e, in particolare per quanto riguarda l’Europa, di vincoli al deficit? Semplice: il gioco dei vasi comunicanti impone di rivolgersi agli altri contribuenti, vale a dire i normali cittadini, che nello stesso periodo hanno visto imposte come l’Iva crescere di quasi il 10%. Altro che progressività del sistema fiscale

TRUMP DICHIARA GUERRA ALLA GERMANIA!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/03/12/trump-dichiara-guerra-alla-germania/

Partiamo da qui, dalla notizia che ha fatto esplodere l’entusiasmo in America venerdì…

Il rapporto sull’occupazione americana di febbraio, quando sono stati creati ben 313.000 posti di lavoro, è “impressionante”. Questo il commento del segretario americano al Tesoro, Steven Mnuchin. L’ex Goldman Sachs

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Nulla da dire, anche se noi non ci lasciamo impressionare, già qualche mese prima della Grande recessione nel 2007, un dato simile fu rivisto alcuni mesi dopo quasi a zero!

Quello che a noi interessa è che …

I salari orari – attentamente monitorati perché indicano l’assenza o meno di pressioni inflative – sono saliti dello 0,15% (o di 0,04 dollari) su base mensile a 26,75 dollari, meno del +0,2% atteso.; su base annuale sono saliti del 2,6%, sopra il range tra 1,9 e 2,2% segnato dal 2012 in poi e oltre la media del 2% degli ultimi sei anni.

A gennaio i salari erano saliti del 2,9%, il balzo maggiore dal 2009, cosa che aveva fatto temere un’accelerazione dell’inflazione e dunque una Federal Reserve meno accomodante.America 24

Di conseguenza, abbiamo ancora una volta ragione sui salari, nessuna pressione inflattiva, poco o nulla, al punto tale che…

Fed: Evans, possiamo permetterci pazienza sui tassi, aspettare prima di alzarli

Secondo Charles Evans, presidente della Federal Reserve di Chicago, la banca centrale americana si può permettere di essere paziente nell’alzare i tassi. Per colui che non è membro votante del braccio di politica monetaria della banca centrale Usa, il Federal Open Market Committee, sarebbe meglio aspettare prima di aumentare il costo del denaro. La prossima riunione della Fed è in calendario il 20 e 21 marzo e il mercato si aspetta un aumento dei tassi di 25 punti base all’1,5-1,75%.

Quella sarà la prima riunione dell’Fomc con a capo il neo governatore Jerome Powell, che per la prima volta affronterà la stampa successivamente al meeting in cui verranno diffuse anche le nuove stime economiche e quelle relative al numero di strette attese nel 2018. Stando all’ultima mediana delle stime, quella diffusa a dicembre, la Fed conta di alzare i tassi tre volte nel 2018 ma il mese scorso sono aumentate le probabilità di quattro strette per via del balzo dei salari orari di gennaio ai massimi del 2009. A febbraio i salari orari sono saliti con meno slancio, motivo per cui gli investitori sembrano rincuorati. America 24

Strano davvero che il famigerato GDP NOW non abbia reagito alla meraviglia del dato di venerdì, anzi si è depresso ulteriormente…

  • Lavoro part-time involontario: +171.000 – Indagine sulle famiglie
  • Lavoro part-time volontario: +194.000 – Indagine sulle famiglie.

Davvero un rapporto sano quest’ultimo di venerdì, lavoro a part-time ovunque, gli ultimi dati sulle retribuzioni medie della classe media risalgono al mese di maggio del 2016. e sino ad oggi hanno mostrato  una diminuzione dei salari medi in sette degli ultimi 11 anni, aspettiamo con calma le prossime revisioni.

Nel frattempo Trump minaccia di nuovo la Germania, ops…L’Europa!

Trump minaccia di nuovo l’Ue: “Abbassate i dazi o tasseremo le vostre auto”

Dopo il nulla di fatto del vertice di Bruxelles il nuovo attacco del tycoon getta l’ombra di una guerra commerciale. Continuano a battere banco i dazi che il presidente Donald Trump ha deciso di imporre sulle importazioni di acciaio e alluminio, tassati rispettivamente al 25% e al 10%, su tutti i paesi del mondo ad eccezione di Canada e Messico. Le nuove misure, che diventeranno effettive dal prossimo 23 marzo, avranno un impatto soprattutto sui 28 paesi dell’Unione Europea a cui Trump ha mandato un altro chiaro messaggio.America 24

The European Union, wonderful countries who treat the U.S. very badly on trade, are complaining about the tariffs on Steel & Aluminum. If they drop their horrific barriers & tariffs on U.S. products going in, we will likewise drop ours. Big Deficit. If not, we Tax Cars etc. FAIR!

Nelle ultime ore il tycoon ha infatti minacciato, per l’ennesima volta e sempre attraverso twitter, una guerra commerciale contro Bruxelles: “L’Unione Europea, fatta da paesi meravigliosi che nel commercio trattano gli Stati Uniti molto male, ora si lamenta delle tariffe su acciaio e alluminio. Se loro abolissero le loro orribili tariffe sui prodotti che gli Stati Uniti esportano là, noi faremmo lo stesso togliendo le nostre. C’è un grosso deficit. Altrimenti tassiamo le automobili ecc. GIUSTO!”.

Un tweet che preoccupa l’Europa e che arriva a poco più di ventiquattro ore dal vertice a tre di Bruxelles, conclusosi con un nulla di fatto, tra la commissaria al Commercio dell’Unione Europea, Cecilia Malmström, il rappresentante per il Commercio estero degli Stati Uniti, Robert Lighthizer, e il ministro per il Commercio del Giappone, Hiroshige Seko.America 24

Al termine di quei colloqui la Malmström ha fatto il punto della situazione su Twitter specificando che “non è stata fatta chiarezza sulle procedure americane per l’esenzione dei dazi” aggiungendo che i “colloqui continueranno”. Non solo, perché in maniera diretta la commissaria al Commercio dell’Ue ha aggiunto che “essendo uno stretto partner sulla sicurezza ed il commercio degli Usa, l’Unione europea deve essere esclusa dalle misure annunciate”.America 24

Il tycoon non si è limitato a puntare il dito contro l’Europa. Qualche ora prima infatti, al termine di un colloquio con il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe nel quale ha discusso sempre di questioni commerciali, ha voluto fare il punto della situazione sempre su Twitter sollecitando Tokyo ad un’ulteriore apertura verso Washington: “Attualmente abbiamo un disavanzo commerciale imponente da 100 miliardi di dollari. Non è giusto né sostenibile. Troveremo una soluzione!”.

Gli Usa chiedono alla Cina di ridurre il deficit di 100 miliardi di dollari

L’amministrazione Trump vuole abbattere il deficit commerciale tra Stati Uniti e Cina di 100 miliardi di dollari e per farlo ha chiesto a Pechino di importare più automobili, aerei e servizi finanziari. A riportare la notizia è il Financial Times che cita fonti vicine alle due amministrazioni. Secondo loro un piano del genere potrebbe consentire ai prodotti fabbricati dalle aziende americane su territorio cinese di evitare i nuovi dazi imposti dagli Usa sull’import che saranno effettivi dal 23 marzo prossimo. America 24

Per il segretario americano al Tesoro, Steven Mnuchin, il presidente americano Donald Trump “non è un protezionista”. L’obiettivo del leader Usa è piuttosto quello di ottenere un commercio “equo”.

L’unico commercio equo che l’amministrazione Trump oggi vuole è “America First” il resto è relativo, ma la storia, la nemesi deve fare il suo corso. State sintonizzati, questa settimana si preannuncia davvero interessante.

Nel frattempo in Italia si avvicina sempre più l’ora della verità per la formazione del nuovo Governo con l’appuntamento dei presidenti delle Camere, non c’è alternativa a quello che tutti temono e fanno finta di non vedere nonostante i proclami di parte.