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Sconfitto il partito della guerra alle elezioni di metà mandato

Fonte: http://movisol.org/sconfitto-il-partito-della-guerra-alle-elezioni-di-meta-mandato/

L’”ondata blu” di voti per il Partito Democratico, che era stata preannunciata e promossa dai media dominanti negli Stati Uniti, non si è materializzata alle elezioni di metà mandato del 6 novembre. I democratici hanno ripreso la maggioranza alla Camera, ma a un livello ben inferiore a quelli generalmente raggiunti dal partito di opposizione nel corso di tutte le elezioni di metà mandato. Quanto al Senato, i repubblicani hanno incrementato la maggioranza conquistando tre o quattro seggi in più, a seconda dell’esito del conteggio dei voti ancora in corso. Per contrasto, i democratici di Bill Clinton avevano perso otto seggi al Senato nel 1994, e quelli di Obama sei nel 2010.

Il fatto che Donald Trump e i repubblicani a lui fedeli ce l’abbiano fatta, dopo due anni di calunnie e vituperii, a partire dalla falsa accusa che Trump si fosse fatto aiutare dalla Russia per vincere le elezioni del 2016, è dovuto in larga parte al fatto che il Presidente sia sceso in campo personalmente nella campagna per il Senato. Trump ha condotto la campagna elettorale per undici candidati repubblicani e, finora, otto di loro hanno vinto. La campagna personale di Trump viene accreditata, perfino dai suoi oppositori, come l’elemento determinante che ha arginato l’ondata blu dei democratici.

Anche se si potrebbe dire molto di più nell’analizzare il risultato del voto, due aspetti risaltano. La vittoria al Senato rende molto improbabile un tentativo di impeachment, che richiede due terzi dei voti, ovvero 67. Che l’inchiesta dell’inquirente speciale Mueller non abbia prodotto prove serie di interferenze russe o della collusione di Trump con la Russia nel 2016, garantisce che Trump resterà Presidente per il resto del mandato di quattro anni.

In secondo luogo, una volta completato il conteggio dei voti, Trump ha teso la mano ai democratici, invitandoli a lavorare con lui invece di proseguire fanaticamente la campagna per un cambiamento di regime. Ha telefonato a Nancy Pelosi, che probabilmente diventerà la Presidente della Camera, per congratularsi con lei e suggerirle sforzi comuni su temi cruciali, come la ricostruzione delle infrastrutture e la riduzione dei prezzi troppo alti dei farmaci da prescrizione. Alcuni nell’Amministrazione hanno indicato che Trump potrebbe tornare alla promessa, fatta durante la campagna per le presidenziali, di ripristinare la legge Glass-Steagall, sostenuta da molti democratici. Pur offrendo un rametto d’ulivo, ha ammonito i democratici che se proseguiranno con le inchieste contro di lui, la sua famiglia e le sue imprese, la risposta “sarà simile a una guerra” e gli elettori daranno la colpa ai democratici per non aver affrontato i problemi reali del Paese.

Durante la campagna elettorale Trump aveva chiarito la sua intenzione di attenersi ai temi che portarono alla sua vittoria nel 2016, inclusi quello di cercare la cooperazione con Vladimir Putin e con la Russia, quello di difendere la sovranità americana e quello di porre fine agli accordi di “libero scambio” della globalizzazione che hanno portato al quasi smantellamento del settore industriale americano. Se insisterà nell’offerta di collaborare sulla politica economica, i democratici si troveranno di fronte al momento della verità: lavoreranno con lui, nell’interesse di quello che Franklin D. Roosevelt definiva il “forgotten man”, l’uomo dimenticato, o continueranno a essere il partito di Wall Street e della City di Londra, difendendo un sistema finanziario in bancarotta e promuovendo il cambiamento di regime e la guerra, in particolare contro Russia e Cina?

The Week – La Guerra autodistruttiva dell’Europa all’Italia

Scritto da: Malachia Paperoga
Fonte: http://vocidallestero.it/2018/10/31/the-week-la-guerra-autodistruttiva-delleuropa-allitalia/

Anche sul sito americano The Week, si sottolinea come la manovra economica proposta dal Governo Italiano sia perfettamente ragionevole e in linea sia con la volontà di abbandonare le fallimentari politiche di austerità, sia con il notissimo parametro del 3% (deficit/PIL) imposto da Bruxelles. La BCE dovrebbe sostenere le politiche nazionali di aiuto alle economie in difficoltà, fino a quando non si raggiunge la piena occupazione e l’inflazione non minaccia di salire eccessivamente. Invece, gli euroburocrati stanno dichiarando guerra al Governo Italiano, col probabile risultato di far ripiombare l’intera eurozona in una crisi esistenziale. 

Di Jeff Spross, 25 ottobre 2018

L’Italia e l’Unione europea si avviano verso uno scontro frontale. Il nuovo governo italiano vuole aiutare i suoi cittadini, dopo anni di pesante impoverimento economico. Ma l’UE è determinata a fermarlo, nel nome della disciplina fiscale neoliberista.

Si tratta di uno spettacolo incredibile, che mette a nudo la sconfinata stupidità e l’autodistruttiva prepotenza della leadership UE.

L’Italia è stata colpita duramente dalla crisi economica globale del 2008 e dalla seguente crisi dell’eurozona. La disoccupazione italiana ha raggiunto il 13%, e dopo anni di sofferenza sotto le misure di austerità imposte dall’Europa, la disoccupazione si trova ancora intorno al 10%. Non sorprende quindi che gli Italiani si siano infine stancati dello status quo; in giugno, si sono ribellati votando un’improbabile coalizione di populisti di destra e di sinistra perché andasse al governo.

Questo nuovo governo ha prontamente proposto un ambizioso bilancio nazionale, che include un reddito minimo garantito, la cancellazione dei tagli effettuati in precedenza al sistema pensionistico, una serie di tagli della pressione fiscale, e altro. Non occorre dire che questo notevole pacchetto di spese, insieme alla riduzione delle entrate fiscali, richiederebbe l’aumento del deficit. L’Italia prevede una differenza tra entrate ed uscite fiscali del 2,4% del PIL nel 2019.

Perché farlo? Molto semplicemente, il governo italiano vuole ridurre la povertà e offrire ai suoi cittadini un po’ di aiuto mentre l’economia continua ad arrancare. Ma si tratta anche di una buona politica economica: con una disoccupazione del 10% e il PIL che è sceso – da quasi 2.400 miliardi di dollari nel 2008 a 1.900 miliardi di dollari oggi – l’Italia sta chiaramente soffrendo una grossa carenza di domanda aggregata. La maniera per risolvere la carenza è che il governo spenda più di quanto tassi; in particolare spenda in programmi che mettano soldi nelle tasche dei consumatori. Gli italiani di conseguenza spenderebbero questi soldi aggiuntivi, creando così nuovi posti di lavoro.

I Baroni tecnocrati dell’Unione Europea non sono a favore di questo piano, per usare un eufemismo.

La UE proibisce alle sue nazioni di avere deficit di bilancio superiori al 3% del PIL. Questa limitazione è già folle, ma tuttavia l’Italia la rispetta. La complicazione è questa: la Commissione Europea ha ottenuto nel 2013 il potere di porre il veto ai bilanci degli Stati membri della UE. Il debito pubblico italiano è già intorno al 132% del PIL. Inoltre, lo scorso luglio, il Consiglio dei Ministri UE ha emesso una raccomandazione vincolante all’Italia di tagliare il proprio deficit strutturale dello 0,6% del PIL (il deficit strutturale è il deficit di bilancio escludendo gli effetti del ciclo economico e altri eventi estemporanei). Al contrario, il bilancio proposto dall’Italia aumenterà il deficit strutturale dello 0,8% del PIL.

Tutto considerato, la Commissione Europea ha concluso che i progetti dell’Italia costituiscono una “grave inosservanza degli obblighi di politica di bilancio previsti dal Patto di Stabilità e Crescita”. La Commissione vuole che l’Italia riscriva il suo bilancio, altrimenti applicherà multe e sanzioni.

Il Consiglio dei Ministri UE è formato dai ministri degli Stati membri UE – in qualche modo è equivalente ai segretari di gabinetto negli Stati Uniti. La Commissione Europea invece, è un organo di governo i cui membri sono nominati dal Parlamento Europeo (è il Parlamento Europeo che opera nel modo classico degli organi legislativi, con i paesi membri UE che eleggono i loro rappresentanti). Per quale strano motivo, se non l’esistenza delle regole bizantine della UE, queste persone dovrebbero poter dire al governo italiano democraticamente eletto di affossare il proprio piano e imporre più austerità ai propri cittadini?

Come spesso in questi casi, la risposta sono i soldi.

Se il governo italiano controllasse la propria moneta, la sua banca centrale potrebbe semplicemente comprare il debito governativo creato dal suo deficit e tenere bassi i tassi di interesse. Ma l’Italia è un membro dell’Unione monetaria dell’eurozona. E la quantità di euro emessa è controllata dalla Banca centrale europea (BCE), che a sua volta ha la supervisione delle banche centrali nazionali dell’eurozona. Il sistema della BCE prevede ogni sorta di regole e limiti sui casi in cui può  acquistare i titoli di debito emessi dagli Stati membri dell’eurozona e sulla quantità che è possibile comprarne.

Perciò sono gli investitori privati a dare al Governo Italiano gli euro di cui ha bisogno per coprire il suo deficit. Non sorprende che i battibecchi politici li rendano scettici, quindi i tassi di interesse sul debito italiano stanno salendo.

Ma i tassi di interesse in salita dell’Italia sono il risultato di decisioni politiche arbitrarie che sono sia congenite alla struttura di governo della UE sia imposte dai tecnocrati al governo della UE. La BCE potrebbe semplicemente dare il mandato alla Banca Centrale Italiana di iniziare a fornire euro freschi e usarli per comprare il debito italiano, sostenendo così la spesa a deficit del governo. L’unico vero limite economico a questo tipo di politica è il tasso di inflazione. Al momento, il tasso è intorno al 2%, che è il valore che piace alla BCE (in realtà l’ultimo valore registrato in Italia è addirittura dell’1,4%, ed in calo,  NdVdE). Ma perché l’aiuto monetario all’Italia inizi a far crescere l’inflazione, non solo la disoccupazione  italiana dovrebbe prima diminuire drasticamente, ma la disoccupazione dovrebbe diminuire drasticamente in tutta l’eurozona.

In breve, l’Unione europea e la BCE hanno entrambe uno spazio enorme di manovra per sostenere la spesa a deficit italiana, senza alcuna ripercussione economica. Il problema è solo che non vogliono farlo.L’Italia, nel frattempo, sembra pronta a giocare duro contro i baroni UE. “Questi provvedimenti non servono a sfidare Bruxelles o i mercati, ma devono compensare il popolo italiano di molti torti” ha detto all’inizio di questo mese il Vice Primo Ministro Italiano Luigi Di Maio. “Non c’è un piano B perché non ci arrenderemo”.

In passato, la Commissione europea in realtà non si era mai spinta a rigettare il bilancio di uno Stato membro. Ha tempo fino al 29 ottobre per decidere se prendere questa decisione formale. Se lo fa, e la lotta conseguente finisce per distruggere le fondamenta del Progetto Europeo, i leader della UE non avranno altri da incolpare se non sé stessi.

11 novembre 2018: il mondo sull’orlo della Terza Guerra Mondiale

Fonte: https://www.nibiru2012.it/11-novembre-mondo-orlo-terza-guerra-mondiale/

L’11 novembre 2018 si terrà a Parigi un incontro molto particolare tra Putin e Trump, il presidente russo recapiterà un messaggio capace di sconvolgere il pianeta stesso.

Circa tre giorni fa il consigliere per la sicurezza nazionale americana John Bolton ha incontrato Putin. Il meeting non è andato bene, per nulla. Così raccontano i siti cospirazionisti americani sul possibile scontro USA-RUSSIA dell’11 novembre. Vediamo i dettagli:

Durante il colloquio Putin ha detto personalmente a Bolton che se gli USA non smetteranno di effettuare operazioni “clandestine” in Siria sarà la volta della Russia di iniziare a compiere “operazioni”.

Putin ha specificato che questo avvertimento verrà dato un ultima volta da lui stesso, direttamente al Presidente Trump l’11 di novembre a Parigi. Il leader russo vuole essere sicuro che il messaggio arrivi forte e chiaro a Trump, e sarà l’ultimo avvertimento.

11 novembre terza guerra mondiale
L’incontro tra Putin e Bolt

America regina di sotterfugi?

Bolton ha replicato che qualsiasi azione di guerra contro l’esercito americano sfocerà in un conflitto aperto. Putin ha ricordato agli Stati Uniti d’America quello che hanno fatto di recente:”Voi avete costruito basi missilistiche tutto intorno alla Russia anche se avevate promesso di non muovervi di un passo verso Est quando è crollata l’Unione Sovietica. State giocando a fare esercitazioni di guerra in Finlandia lungo i nostri confini proprio in questi giorni. Avete rovesciato il governo Ucraino perchè Yanukovich (l’ex presidente) aveva scelto di rimanere vicino alla Russia piuttosto che all’Unione Europea, continuate a rifornire gli Ucraini con armi e munizioni per esasperare ancora di più la situazione. Voi avete causato tutti i problemi siriani a causa del gasdotto che collega il Qatar all’Europa. Avete inserito sistemi missilistici in Romania e Polonia per difendervi dagli stati “canaglia” come Iran e Nord Corea anche se tutti i radar di quei complessi puntano unicamente verso la Russia. Tutto quello che gli USA e la NATO hanno fatto negli ultimi 20 anni punta direttamente allo scontro con noi. Se è la guerra che volete, l’avrete”.

Quando i due leader si incontreranno l’11 di novembre a Parigi le cose potrebbero cambiare in modo drammatico, non ci resta che aspettare e verificare se queste informazioni sono l’ennesima bufala o hanno un fondamento di verità.

Sul fallimento della Turchia e l’opportunità dell’Italia di uscire dall’euro

Fonte: http://vocidallestero.it/2018/10/12/sul-fallimento-della-turchia-e-lopportunita-dellitalia-di-uscire-dalleuro/

Charles Gave, sul blog francese dell’Institut des Libertés, parla dei guai finanziari della Turchia, che si trova di fronte all’improbabile sfida di dover rinnovare una quota di debito estero pari al 30 percento del proprio PIL entro un anno. Molte grandi banche europee sono esposte verso la Turchia, e potrebbero subire pesanti perdite. In questo contesto, la necessità dei governi di ricapitalizzare alcune delle proprie banche potrebbe cozzare con le “regole europee”. L’Italia, con un forte surplus sia nei conti con l’estero sia nel bilancio primario (e con un governo spregiudicato),  avrebbe i migliori incentivi a uscire dall’euro, dato che nella situazione attuale non avrebbe la necessità di finanziarsi sui mercati internazionali. L’articolo è di fine maggio,  ma ancora attuale.

di Charles Gave, 28 maggio 2018

Qualche mese fa spiegavo ai lettori dell’Institut des Libertés che il prossimo paese a saltare sarebbe stata la Turchia – il paese del buon Erdogan, ben noto difensore dei diritti umani, posto che si parli di Palestina e non di Siria.

Adesso ci siamo.

Qualche cifra: circa 180 miliardi di dollari di debito estero della Turchia giungeranno a scadenza nel corso dei prossimi 12 mesi. A questo importo dobbiamo aggiungere circa 50 miliardi di deficit delle partite correnti, che dovranno a loro volta essere finanziati. La somma totale è pari a circa il 30 percento del PIL turco, mentre le riserve valutarie interne ed esterne ammontano a poco meno del 20 percento del PIL.

Oops…

Questo sembra indicare che c’è un problema di “liquidità” a breve, brevissimo termine.

E improvvisamente la lira turca comincia ad accartocciarsi su se stessa, e questo aggrava il problema, perché il debito è denominato in dollari o in euro, i tassi d’interesse a breve termine sono ai massimi, e a mio avviso il FMI è sul punto di prenotare dei biglietti (di prima classe, ovviamente, perché queste persone viaggiano esclusivamente in prima classe) per fare visita al caro Receip nel suo gran palazzo alle porte di Ankara.

In un certo senso è tutta routine.

Può essere.

Ma le cose cominciano a diventare davvero interessanti quando in tutta questa equazione si inseriscono le banche europee.

Secondo le statistiche ufficiali (che ancora sottovalutano la realtà) la Turchia è indebitata verso le banche per 450 miliardi di dollari… principalmente si tratta di banche europee, e indubbiamente che tra queste ci saranno i soliti sospetti come Deutsche Bank, Crédit Agricole, ING, Unicredit e Socgen.

E con un debito del genere ciò che si profila all’orizzonte non è solo un problema di liquidità, ma anche un problema di solvibilità.

Liquidità + Solvibilità = grossi guai in vista. E ci saranno elezioni anticipate a giugno in Turchia, destinate a consolidare il potere già assoluto del signor Erdogan.

Sembra dunque probabile che le banche non riavranno indietro che una piccola parte del denaro che avevano prestato alla Sublime Porta [metafora per indicare il governo dell’Impero Ottomano, NdT], e che nessuno sappia esattamente quando questi ipotetici rimborsi saranno effettuati.

Le suddette banche saranno costrette a subire perdite sulle loro esposizioni verso la Turchia fino al 50 percento del valore, ovvero circa 225 miliardi di dollari. Si tratterebbe di un duro colpo alla già precaria solvibilità delle nostre care (oh, certo!) istituzioni finanziarie, perché tali esposizioni saranno detratte dai loro propri fondi, che per alcune sono già quasi in negativo.

In effetti, come già tutti dovrebbero sapere, i crediti in sofferenza di queste stesse banche sono di circa 1000 miliardi di euro, una cifra già mostruosa.

Nel caso di un fallimento della Turchia si passerebbe ad almeno 1200 o 1300 miliardi di euro.

Poiché una tale somma sarebbe più grande del capitale delle banche stesse, ciò renderebbe sempre più difficile nascondere il fatto che una gran parte di essere è praticamente già fallita.

E quando i depositari se ne accorgeranno, è probabile che andranno a fare un salto in banca a prelevare tutti i loro risparmi. Avremmo dunque una “corsa agli sportelli” come nel diciannovesimo secolo…

Inoltre mi chiedo se queste banche europee, non contente di concedere prestiti alla Turchia anziché alle piccole e medie imprese francesi o italiane, non si siano avventurate anche a prestare fondi in… dollari statunitensi. Niente di più facile: la filiale americana della banca emette carta commerciale sul mercato di New York, poniamo all’uno percento, e la ripropone alle istituzioni turche al due percento. Ma se l’istituzione turca fallisce, allora la banca si troverà a corto della cifra in dollari che ha prestato. E allora la banca dovrà iniziare a coprire le proprie posizioni convulsivamente, generando un aumento del valore del dollaro, che non fa che fiaccare ancor di più la povera Turchia.

E di colpo il valore dei titoli bancari europei crollano con un tonfo, e questo rende del tutto impossibile qualsiasi aumento di capitale. Non vedo chi potrebbe sottoscrivere un aumento di capitale quando la gran parte di queste banche si trova tecnicamente in bancarotta, con un ammontare di fondi propri inferiore alla somma dei crediti in sofferenza. In effetti, perché dovrei pagare oggi per sottoscrivere un aumento del capitale o comprare una banca in Europa coi tempi che corrono?

E quindi non è affatto impossibile che le nostre élite finanziarie siano obbligate a fare un saltino a Bruxelles per chiedere nuovi aiuti vari ed eventuali in termini di ricapitalizzazioni, vantaggi fiscali, autorizzazioni alla fusione con un concorrente, sotto la semplice condizione di trasferire qualche migliaio di piccoli impiegati o altro del genere.

E tutte le persone del vecchio continente si renderanno conto da sole che i cosiddetti sforzi fatti da loro e solo da loro per “salvare” le banche dopo i disastri del 2008-2009 e del 2011-2012 non saranno serviti assolutamente a nulla.

Ed è qui che rischia di intervenire il nuovo governo italiano, il terzo personaggio di questo antico dramma, la cui condizione passa da interessante ad appassionante.

I due partiti arrivati oggi al potere in Italia hanno fatto una campagna elettorale usando un messaggio semplice e di buon gusto, che riassumo liberamente così:

Le élite europee sono incompetenti e corrotte, il progetto monetario comune (l’euro) è un’indicibile idiozia, ed è prioritario cambiare le prime e abbandonare il secondo. Di fatto e di diritto, le decisioni importanti in materia di moneta, di credito e banche, devono essere tolte a Bruxelles e riportate a livello nazionale”.

Ecco qui qualcosa di cui sono ben sicuro e di cui la maggior parte dei lettori dell’Institut des Libertés è convinta.

Immaginiamo ora che una grande banca italiana sia pesantemente esposta verso la Turchia.

Immaginiamo che questa banca italiana si trovi in difficoltà e chieda al governo italiano di essere salvata. Questo è formalmente vietato da quei geni che ci governano da Bruxelles.

Sarebbe una vera provocazione per il nuovo governo italiano, che in nessun caso potrebbe lasciar crollare una delle sue banche senza innescare una vera depressione in Italia.

Ecco la situazione dell’Italia oggi:

– Un avanzo dei conti con l’estero pari al 3,5 percento del PIL

– Un avanzo primario di bilancio (vale a dire prima di dover pagare gli interessi sul debito) pari al 2 percento del suo PIL

– Un debito la cui durata è aumentata significativamente dopo il 2012

– Un debito che è per la maggior parte detenuto da italiani

Vale a dire, in caso di uscita dall’euro i nostri cugini latini non avrebbero assolutamente bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali.

E questo è ben lungi dall’essere il caso della Francia…

L’Italia non è mai stata in una posizione così favorevole per uscire dall’euro e dall’Unione Europea.

Senza dubbio la Gran Bretagna sarebbe ben lieta di iniziare immediatamente dei negoziati con il nuovo governo italiano per un trattato commerciale.

Ho sempre detto e scritto che sarà l’Italia a suonare la campana dell’uscita dall’euro.

Potremmo essere vicini a quel punto.

Il momento di comprare massicciamente in Europa si sta avvicinando. Ma per ora tenete la vostra polvere all’asciutto, bene all’asciutto, e tenetela dovunque ma ben lontana dall’euro.

 

LA CONTRAPPOSIZIONE TRA GOVERNO E PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA videointervista ad Antonio de Martini da ” La Finanza sul web”

Fonte: https://corrieredellacollera.com/2018/09/24/la-contrapposizione-tra-governo-e-presidenza-della-repubblica-videointervista-ad-antonio-de-martini-da-la-finanza-sul-web/

Molti, a partire da Eugenio Scalfari e Sabino Cassese, gridano allo scandalo ed invocano un intervento risolutivo del Presidente della Repubblica per fermare il ciclone Salvini ed il “governo scassaburocrati” loro amici.

E’ la posizione diametralmente opposta a quella che costoro assunsero nel 1964  con le accuse di Golpismo fatte al Presidente Segni, al presidente del Senato Merzagora ed all’on Pacciardi che volevano un intervento del Presidente per impedire lo sviluppo dell’Idra del centrosinistra che , proprio a partire da quell’anno ( vedasi l’intervento di Pacciardi alla Camera sul bilancio dell’interno).

La sola costante è che sia nel 1964 che nel 2018 il centrodestra era fortemente maggioritario.

Ecco alcune ragioni che mi inducono a chiedere le dimissioni di Sergio Mattarella. Dovesse seguire una polemica, sono pronto a fornire altri elementi probanti.

Nella foto, la prima pagina dell’ESPRESSO, di quando Scalfari e Cassese consideravano un colpo di Stato promuovere un governo del Presidente.  Buona visione.

Copertina Espresso sul golpe de lorenzo

La Germania si radicalizza sempre di più

Scritto da: Fabio Lugano
Fonte: https://scenarieconomici.it/la-germania-si-radicalizza-sempre-di-piu/

La politica tedesca indica un andamento sempre più polarizzato dell’elettorato ed i partiti centristi appaiono sempre più spiazzati e messi da parte.

Se valutiamo l’andamento dei sondaggi nel tempo questo trend è chiaramente visibile:

Orami l’andamento è piuttosto chiaro: CDU e SPD in calo verdi e AfD in crescita, addirittura con un andamento dei primi quasi superiore a quello dei secondo. Paradossalmente i due partiti si sostengono: maggiore  è il supporto per un partito pro immigrazione come  i Verdi, maggiore è quello per AfD ed in mezzo si resta schiacciati. Un certo risveglio lo ha avuto anche la Linke, di sinistra, con il nuovo leader anti immigrazione vista come “Esercito proletario di riserva”.

Come indica questa tabella il gioco del secondo posto, dietro ad una barcollante CDU, è ormai a tre, con verdi, AfD e SPD che si giocano il posto, ma con la SpD che sembra leggermente in difficoltà rispetto agli altri due.

Si voterà domenica 14  in Baviera e ci sarà da ridere perchè CDU e SPD uniti perdono il 20% dei voti…

Ora in Baviera assisteremo all’improbabile nascita di una coalizione Nero-Verde (la CSU ha il colore nero) e probabilmente vedremo mettere un altro chiodo alla bara politica della Merkel. La teorica alternativa sarebbe CSU+AfD+FdP, ma siamo vicini alla fantascienza, proprio perchè segnerebbe la legittimità di AfD.

A livello nazionale rischia di riproporsi, dopo l’ennesima debacle della SPD una coalizione Giamaica, cioè CDU+Verdi+Liberali, ma è tutto da vedere. Probabilmente la Merkel, già sconfitta nel partito, cercherà salvezza a livello europeo.

 

EMANUEL MACRON & L’ ELISEO / UN COVO DI MASSONI, AFFILIATI DELL’ISIS O COSA ?

Scritto: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2018/07/26/emanuel-macron-l-eliseo-un-covo-di-massoni-affiliati-dellisis-o-cosa/

Un clamoroso autogol dopo la sbornia per la vittoria al Mondiale pallonaro? Una improvvisa passione tra padrone e bodyguard come nei copioni degli Studios? O cosa altro dietro   quell’incrocio tra spy story e una sceneggiata con stracci che volano insieme a documenti più che bollenti?

E’ la story estiva che fa andare in tilt non solo il gossip di mezzo mondo, ma anche in fibrillazione Cancellerie e Palazzi che contano: stiamo parlando, of course, del personaggio del giorno, il guardaspalle (e chissà cos’altro) più gettonato sui social, Alexandre Benalla, alto il doppio del suo buana, il presidente dell’Eliseo Emanuel Macron, che in una delle tante foto dei paparazzi lo rimira estasiato e accoccolato alla sua spallona destra.

Gossip a parte che certo non fa andare su tutte le furie l’algida Brigitte, ne stanno volando di tutti i colori, soprattutto sul fronte politico, perchè in questo momento ribollente sullo scacchiere internazionale il ruolo della Francia è assolutamente strategico, e le fresche fibrillazioni con l’Italia e la Germania non sono roba da poco.

Partiamo dalla polpa, la sostanza, lasciando da parte il gossip, che riduciamo alla prima dichiarazione al vetriolo rilasciata dal prefetto di Parigi, Michel Delpuech: “Derive individuali, inaccettabili, condannabili, in un quadro di favoritismi malsani”.

Certo, riferiti all’erede di Hollande e Sarkozy, non sono latte e miele.

UN BODYGUARD MASSONE E CON AMICI BORDER LINE ?

Eccoci ai fatti. Che pubblichiamo per un preciso dovere di cronaca, ma andranno con attenzione verificati e valutati dalla magistratura transalpina e dalle autorità competenti. Se basta.

Lo storico Maurizio Blondet la spara grossa: “Benallà era affiliato al Grande Oriente di Francia, collegato con la Loggia Emir Abder Kader”. Un eroe della storia egiziana, quest’ultimo, un ‘indipendentista’. Per capirne di più sulla massoneria egiziana, nordafricana e di tutto il bacino del Mediterraneo conviene consultare studi e ricerche condotte in modo molto minuzioso da Emanuela Locci, autrice de “La Massoneria nel Mediterraneo”, ricercatrice al DISPI, ossia il Dipartimento di Scienze Politiche all’Università di Cagliari.

Sintetizzando il tutto, la massoneria egiziana è in qualche modo una costola, ‘un esperimento’ all’interno al corpo massonico francese, in genere restio ad inclusioni indigene. E infatti, la prima versione della Loggia Regolare d’Egitto” finì nel 1954. Per poi rinascere oltre mezzo secolo dopo, nel 2007. Ma nel frattempo s’è registrata un’inversione di 180 gradi: se infatti la prima Loggia era d’ispirazione transalpina, la seconda è di marcata ispirazione britannica.

Prima di tornare agli incroci massonici internazionali, altre news non da poco su Benallà E la sua band. Fonti investigative internazionali riferiscono di un legame tra lo stesso Benallà e alcuni personaggi che direttamente o indirettamente sono stati coinvolti nelle stragi che hanno insanguinato la Francia, come quella del Bataclan e quella (mancata) allo Stadio di Parigi. Se provato, una bomba.

Non bastava, evidentemente, un solo body guard al delicato Macròn. E a reclutarne un secondo provvede proprio Nembo Benallà che chiama un altro fedelissimo, tale ‘Markao’. A quanto pare un personaggio dal pedigree non proprio adamantino: risulta, infatti, a sua volta legato ad Award Bendaud, un ‘delinquente comune’ che ha ammesso davanti agli inquirenti di aver ospitato in un appartamento a Saint Denis due tipi appena conosciuti: “non sapevo nemmeno chi fossero”, ha confessato candido come un giglio. Ed invece ruotavano intorno al gruppo di fuoco del Bataclan. Seconda bomba più forte della prima. Ma in che razza di Eliseo – se anche solo qualcuna di queste  circostanza venisse confermata – ci troviamo?

Un covo massonico, una succursale dell’Isis o cosa?

Uno che aveva tutte le porte aperte e gli accessi più facili al mondo, l’onnipresente Benallà. Poteva entrare e uscire tranquillamente dalla sontuosa Villa Touque, la maison d’amour di Brigitte ed Emanuel: e lui, il bodyguard “viveva in perfetta intimità con la coppia presidenziale”, sparano i gossippari transalpini.

Forse più strategico il libero accesso alla “Assemblea Nazionale”. Consentitogli da un personale bedge ricevuto dal DGSI (il servizio di spionaggio interno) che fornisce una sorta lasciapassare di Secret Defense, del quale possono godere i parlamentari.

Racconta Giorgio Sapelli, l’economista e candidato in pectore per una nottata alla premiership, poi scavalcato da Giuseppe Conte: “ho seguito a lungo le mosse pre presidenziali e poi presidenziali di Macròn. La newsletter ufficiale inviata ogni mattina dallo staff di Macron aveva nel suo indirizzario anche quello del Grande Oriente di Francia. Mi sono fatto una certa convinzione, ossia che Macròn abbia seguito fino ad un certo punto il cammino del Grande Oriente, che ha una spiccata connotazione socialista, per poi virare a destra e rispondere ai desiderata dei gruppi forti del potere francese. Più precisamente mi sono reso conto che Macròn esprime una parte del potere francese legato ad altri circuiti massonici più conservatori, come il Rito Scozzese Antico e Accettato, che è la massima espressione inglese legata alla Casa Reale”.

IL GRANDE AMICO INCAPPUCCIATO, JACQUES ATTALI

Ancora più esplicito l’economista transalpino Jacque Attali, il quale a botta calda, dopo l’ascesa all’Eliseo del 23 aprile 2017, sostenne: “Vi spiego io chi è Macròn, un supermassone oligarchico di livello internazionale”.

Secondo Giole Magaldi, autore di un’autentica enciclopedia sulle più potenti logge massoniche mondiali (le cosidette UR Lodgdes), Macròn fa capo alla Three Eyes, una delle più influenti, fondata da Henry Kissinger ed alla quale, tra gli illustri italiani, farebbe capo anche l’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano.

Una splendida carriera nella superbrocrazia francese, quella griffata Macròn, sempre al seguito del maestro Attali che lo ha introdotto negli ambienti che contano dell’Eliseo, dopo la laurea all’ENA, ossia la super Università per la burocrazia. Il suo cursus honorum, infatti, pur giovanissimo, è inarrestabile: consigliere economico dell’Eliseo, poi direttamente ministro dell’Economia. Senza dimenticare qualche consulenza prestigiosa che non fa mai male, come al super gruppo statunitense  Rotschield o la partecipazione a qualche super summit, come quello dei Bilderberg, i potenti della terra, tenutosi quest’anno ai primi di giugno a Torino.

Gioele Magaldi

Chiudiamo con qualche piccolo ‘segnale’ e due battute.

Tra i primi c’è chi fa notare la presenza costante, sulla sua scrivania presidenziale, di due oggetti: sullo schermo del suo I Phone c’è l’immagine di un gallo, che secondo gli esoteristi è un tipico simbolo massonico. Sulla stessa scrivania fa poi capolino un orologio “a quadrante doppio”. Senza dimenticare quell’Inno alla Gioia intonato nella notte della vittoria che ha fatto andare in visibilio non solo i parigini e gli amanti della musica, ma anche folte schiere massoniche.

La prima battuta, invece, venne pronunciata a Attali a proposito delle polemiche continue sull’euro: “Ma cosa credono, che l’euro l’abbiamo inventato per la felicità della plebaglia europea?”.

Eccoci poi alla gaffe in diretta, nel salotto di Otto e Mezzo, sotto gli occhi sgranati di Lilli Gruber, pronunciata da un altro economista, Marc Lazard, invitato a commentare il dopo voto, una sorta di gioco di parole un po’ complesso da afferrare-tradurre ma che suonava in questo modo: “Macròn? Machone? Ah, massone”.

Il mondo ha bisogno di nemici: perché Trump e Putin fanno paura

Scritto da: Lorenzo Vita
Fonte: http://www.occhidellaguerra.it/trump-putin-nemico/

 

Il mondo ha sempre bisogno di un nemico. È questo il duro insegnamento della nostra Storia. Ed è su questa base che si fonda gran parte della politica estera delle potenze, che senza un avversario esistenziale rischiano di veder fallire un’intera strategia costruita per decenni.

Per molti, questa situazione è un pericolo. Ma per molti altri, specialmente nei grandi apparati militari, avere un nemico, soprattutto se tradizionalmente tale, è una garanzia. Serve per mettere a frutto la propria politica di alleanze. Perché avere un nemico comune aiuta più che avere interessi in comune. Serve a trovare fondi utili ai segmenti politici e della Difesa più interessati a un determinato fronte. Ma serve anche come assicurazione che tutto resti immutato.

Ogni Stato ha un suo nemico. E per molti decenni le potenze hanno costruito un sistema internazionale basato su solide alleanze, ma anche su storiche inimicizie. Conflitti freddi o meno freddi all’apparenza interminabili. Nemici esistenziali che hanno reso impossibile sganciare la politica estera di uno Stato dal suo avversario, che ne è diventata la nemesi.

Le grandi crisi internazionali della nostra epoca si fondano su rivalità strategiche risalenti negli anni e che hanno superato cambi di governi ma anche grandi mutamenti politici. E se la volontà politica c’era, è mancata la volontà di molti apparati che ruotano intorno a quelle scelte. Perché avere un nemico aiuta anche a legittimare se stessi. Prova ne è il vertice fra Donald Trump e Vladimir Putin che ha visto molti, soprattutto in America, tremare di fronte alla possibilità che i due leader si incontrassero.

Perché il vertice di Helsinki pone tutti di fronte a un interrogativo. Ed è un interrogativo che preoccupa: se tutto questo finisse? Se Washington e Mosca appianassero le divergenze, cosa avremmo di fronte a noi? Una frase di Putin, durante la conferenza stampa finale, è emblematica: “Dobbiamo lasciare alle spalle il clima da Guerra fredda e le vestigia del passato“. Un passato che però rappresenta il motivo per cui esistono tutti i grandi apparati militari creati nel Novecento così come le loro strategie.

Trump, più di Putin, sta rappresentando per certi versi la fine di un’epoca. È un presidente diverso che, con metodi bruschi, sta realizzando una politica estera diversa dal solito. Non è un rivoluzionario, ma il frutto di una particolare teoria politica americana, che già da anni teorizza un’America diversa, meno invasiva, meno attenta all’Europa, desiderosa anche di rapportarsi in maniera positiva alla Russia. Ed è per certi versi la stessa teoria che ha portato Trump a incontrare Kim Jong-un a Singapore: trovare una via per fermare conflitti che trovano radici solo nel passato.

Questo non significa che Trump sia un pacifista. Il presidente degli Stati Uniti sta però cambiando i suoi nemici. La Russia non interessa perché ora il problema è la Cina, con uno sguardo sempre molto attento sull’obiettivo Iran. E questo, per molti, implica non solo la fine di un’epoca, ma anche la fine di un mondo.

Se Trump e Putin appianano le divergenza sul fronte orientale, che senso ha per Trump mantenere in vita, ad esempio, la Nato, quando il suo solo scopo cessa di esistere? E se per Trump l’Unione europea è un problema, come giustificare o anche sostenere la presenza di truppe al confine con la Russia quando i suoi nemici sono dentro la stessa Europa? E si torna di nuovo a parlare di nemici.

Questo chiaramente implica dei cambiamenti radicali. Che molti non sono disposti ad accettare. Per ideologie, per convinzione, per semplice pragmatismo ma anche per puro calcolo personale, esistono strategia quasi intoccabili. Al Pentagono, a Mosca, ma anche nelle varie sedi in cui si decidono le strategie militari a medio e lungo termine di un Paese. Cosa si fa senza un nemico? Sembra paradossale, ma molte strutture si reggono sull’esistenza di un avversario. E Trump rischia di modificare parametri che da decenni sostengono la politica strategica americana.

 

Siria, il generale Camporini: molto rumore, ma solo teatro

Fonte: http://www.libreidee.org/2018/04/siria-il-generale-camporini-molto-rumore-ma-solo-teatro/

Il generale Vincenzo CamporiniMolto rumore, ma pochi danni. E nessun rischio di un vero scontro fra Usa e Russia, anche se le difese russe, in caso di attacco, intercetteranno sicuramente molti missili americani, inglesi e francesi scagliati contro obiettivi siriani.

Lo afferma il generale dell’aeronatica Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore delle forze armate italiane: «In questo momento quello che posso prevedere è un attacco dimostrativo limitato e senza finalità politico-militari, quindi un attacco non in grado di cambiare gli scenari siriani, né di mettere a rischio la sopravvivenza del regime». L’intensità dell’eventuale raid, dichiara Camporini (intervistato dal “Giornale”) dipenderà sostanzialmente dal numero di lanciamissili già in posizione e in grado di portare a termine l’attacco. «Sappiamo che davanti alle coste siriane c’è la Donald Cook, un cacciatorpediniere lanciamissili salpato recentemente dal porto di Larnaka a Cipro. Non siamo a conoscenza di portaerei pronte a far decollare i loro aerei. Quindi ritengo che assisteremo ad un attacco-fotocopia, molto simile a quello lanciato lo scorso anno, quando Donald Trump decise di punire Bashar Assad per un altro presunto attacco chimico contro le zone dei ribelli».

Intervistato da Gian Micalessin, Camporini non prevede un intervento di grande portata contro la Siria. E soprattutto, non vede alcun rischio di coinvolgimento del nostro paese: «Non siamo di fronte a un’operazione concordata in sede Nato», sottolinea l’alto ufficiale: «Siamo di fronte ad una azione unilaterale decisa dalla presidenza degli Stati Uniti». In queste ore si parla di aerei Poseidon P8 decollati dalla base di Sigonella. «I Poseidon sono aerei antisommergibile – spiega Camporini – e di certo non parteciperanno a questo tipo di attacchi». Non solo: «Per usare le basi di Aviano o Sigonella, gli americani dovrebbero chiedere l’autorizzazione del nostro governo. E un esecutivo dimissionario come quello del premier Paolo Gentiloni, chiamato soltanto a sbrigare gli affari correnti, non potrebbe concederla». Inoltre, ipotizzare una partecipazione italiana «significherebbe prefigurare un intervento molto più ampio di quello previsto dalla Casa Bianca». Dunque sarebbe un atto solo dimostrativo? «Sì, assolutamente», risponde Camporini. «Non siamo di fronte ad un raid in grado di cambiare la situazione sul terreno. Trump quasi sicuramente si limiterà a dimostrare di aver punito una nazione colpevole di esser andata oltre i limiti».

Si parla, però, di un possibile intervento concordato con l’Inghilterra e la Francia: pronte a partecipare all’azione. «La natura dell’operazione dal punto di vista militare non cambierebbe», chiarisce il generale. «Gli inglesi potrebbero utilizzare le basi di Cipro e i francesi degli aerei decollati da una loro portaerei nel Mediterraneo. Potrebbero venir utilizzati dei missili Storm Shadow con un raggio di 560 chilometri utilizzati a suo tempo anche dall’Italia per colpire le installazioni militari di Gheddafi in Libia». Diretti contro quali obbiettivi? «Gli americani preferiranno basi militari per evitare perdite civili collaterali», dice Camporini. «Poi bisogna vedere quanti missili Tomahawk riusciranno a superare le difese dell’antiaerea». Dunque i russi parteciperanno alle operazioni di difesa del territorio siriano? «Su questo ho pochi dubbi», afferma il generale. «I radar e i missili russi garantiranno la copertura delle installazioni militari siriane». C’è il rischio che vengano colpite basi in cui sono presenti militari russi o iraniani? «Non penso siano previsti attacchi rivolti a colpire direttamente personale non siriano». E la reazione russa? «Ritengo che Putin, per quanto abbia minacciato di reagire, preferisca lasciar sfogare gli americani nella consapevolezza che la loro azione non cambierà gli scenari», sostiene Camporini. «Quindi non vedo il rischio di un allargamento dello scontro e tantomeno il rischio di un conflitto mondiale».

La guerra di Libia entra in Stallo davanti a Tripoligrad. Causa “the human factor”

Fonte: https://corrieredellacollera.com/2011/03/31/la-guerra-di-libia-entra-in-stallo-davanti-a-tripoligrad-causa-the-human-factor/

La Guerra  di Libia sta diventando  la  dimostrazione che la teoria del generale Giulio Douhet sulla supremazia aerea, ha una falla di recente costruzione.

Per chi non lo sapesse, Douhet è un generale italiano  ( di Caserta, classe 1869) che negli anni trenta ha scritto un bel libro in cui ha spiegato che nella guerra  moderna la supremazia aerea sarebbe stato  l’elemento fondante di ogni vittoria.

Questo stesso concetto è stato espresso negli anni cinquanta da Alexander De Severesky ( origine russa, americano,  progettista di elicotteri) che scrisse il libro :  “Supremazia aerea chiave della sopravvivenza” in cui identificò  per primo anche  il fenomeno de “l’isterismo atomico”  basandosi sulle foto di Hiroshima e Nagasaki  che mostrano   manufatti in cemento a seicento metri dal punto di scoppio erano rimasti quasi intatti.

Non teneva conto che i giapponesi dentro l’edificio erano morti comunque. Non aveva considerato il “fattore Umano”.

E’ stata la prima di una serie di sottovalutazioni delle persone cui la politica USA ci ha abituato, specie se si tratta di arabi. ( vedi blog di ieri sulla galassia degli arabi).

La falla che ha causato il buco strategico alleato in Libia,  si chiama l’esmpio della  Serbia.

Gli alleati – tra cui l’Italia –  piegarono la Serbia  con una serie di bombardamenti mirati a infrastrutture, impianti industriali, ponti  e persino l’ambasciata cinese che un analista della CIA  non sapeva avesse traslocato.  La guerra di Serbia si esaurì senza morti per l’alleanza. Questo portò alle stelle l’entusiasmo USA circa le lezioni da infliggere ai  “dittatori prepotenti”.

La Serbia, guidata da un mezzo dittatore, era comunque  un paese industrializzato , antiquato, ma industrializzato. I serbi, europei non rozzi.  Il dittatore, privo di carisma ed assurto ai fasti del potere attraverso la trafila della nomenclatura del partito  unico.  Per far carriera non ebbe bisogno di carisma o delle doti, anche militari,  che fanno di  un uomo, un uomo  di carattere.

Vedendosi impotente a reagire militarmente e non riuscendo a difendersi dalla guerra elettronica a distanza ,  Milosevic si arrese. Anche nei Balcani  la popolazione non fu entusiasta del trattamento, ma  il prezzo della libertà prima o poi si deve pagare.  Pagarono, sia pure imbrogliando sul resto. All’appello manca  ancora Mladic e qualche altro spiccio.

La lezione era servita e l’obbiettivo di ottenere la resa,  raggiunto. La coalizione inviò le truppe a occupare Serbia  e Kosovo  facendo la cosiddetta “guerra col gesso” ( il detto  nasce dalla invasione di Carlo VIII di Valois  in Italia, che richiese – all’andata – solo lo sforzo logistico di segnare col gesso i luoghi di rifornimento delle truppe).

Nel caso libico, il fatto che delle persone avessero in animo di resistere, fu considerata una stranezza da dittatore folle, che sarebbe presto stato abbandonato  dai più, sotto la pressione psicologica creata dalle defezioni provocate  dall’intelligence e dell’opinione pubblica mondiale guidata dall’ONU, con una buona dose di bombe.

La  situazione libica si è invece mostrata  radicalmente diversa:

  •  intanto non è un paese industriale e  i soli impianti petroliferi sono proprio quelli che servono intatti agli attaccanti, che tendono a risparmiarli.
  •  non ci sono ponti abbattuti  che non si possano aggirare con i 4X4 che tutti posseggono , bombardare il deserto è come bombardare il mare.
  •  l’idea della strategia di  guerra con zero morti  – lanciata durante la campagna di Serbia –  ha fatto invece  due vittime: una è la verità e l’altra è la strategia stessa. Infatti la pubblica opinione mondiale,  adesso vuole sempre bombardamenti senza vittime e questo ha rallentato la forza di persuasione dei bombardamenti, che è forte su territori industrializzati e ricchi di infrastrutture e debole in zone popolate e inermi.  La foto di un bambino morto tra le braccia di una mamma può far cadere un governo.

Alla coalizione è mancata la corretta valutazione del fattore umano: hanno sottovalutato il nemico e sopravvalutato gli “alleati”, inrealtà un branco di “smandrappati” e mi si perdoni la definizione romanesca. Quella letteraria : “putant quod cupiunt” In italiano: sono poco realistici.

I caratteri  valutati realisticamente sono i seguenti:

Il dittatore : non è un  burocrate anche se la sua carriera militare non annovera impegni superiori all’accompagnamento della nazionale militare ai giochi militari del Mediterraneo. Però già allora dimostrò di non essere sciocco.

Realizzò un colpo di Stato senza sparare un colpo e con quattro gatti. Si impose col carisma, non con le primarie o lanci di palloncini colorati  o, peggio  con un   grigio congresso di partito. In più , da bravo arabo innamorato dell’idea del nomadismo, ha uno spiccato  senso dell’onore ( vedi “la galassia degli arabi alla voce beduini, sottovoce, Sharaf) e qualcuno non ha calcolato che Gheddafi  poteva decidere di resistere per dignità ( tema  peraltro già accennato da Mubarak , dal presidente yemenita e culminato ieri dalla frase di Assad ” se ci sarà da combattere, combatteremo”).  L’ex allenatore della nazionale sportiva militare, si è rivelato un buon motivatore e un tattico furbo e deciso. Il suo esempio – anche questo lo avevamo scritto – è stato contagioso.

Il popolo: i libici hanno notoriamente un carattere non facile, negli affari sono dei ricattatori, sono rozzi,  ma  hanno dimostrato di sapersi battere e di saper incassare colpi senza afflosciarsi.  Hanno  fatto una guerra sgangherata,  ma  l’hanno fatta.   La  strategia di Gheddafi   è semplice : sa che le democrazie non possono permettersi perdite umane e non vogliono scendere a terra per combattere  e sa che alla fine di ogni bombardamento la fanteria deve avanzare occupando. Ha convinto i suoi ad aspettarli con le armi in pugno.

In Serbia ci vollero 60mila soldati  NATO sia pure  in assenza di cenni  resistenza. Quanti ce ne vogliono per snidare i libici? Lui ha persone disposte a morire, magari solo i suoi figli, ma li ha. Anche chi si sentiva suddito , adesso si sente un patriota che combatte da uomo contro quelli che Omero chiamerebbe “guerrieri da balestra” che non osano affrontare il corpo a corpo e fidano nel potere della guerra a distanza.

La pubblica opinione internazionale: viziata oltremisura da una comunicazione globale ,  specie pubblicitaria,   che privilegia i punti di vista culturali femminili. Le donne  sono le responsabili degli acquisti delle famiglie  e il mondo si regola ormai  quasi solo sui consumi e l’individualismo che non premia i sacrifici per idealità , i governi  della coalizione non riescono a  imporre una linea di sacrifici e di guerra, sia pure temporanea e a basso costo di vite: La pubblica opinione  vuole la pace a gratis e non  in offerta speciale.

I governi della coalizione, comprati molti diplomatici in sedi estere – in saldo anche il ministro degli Esteri –  bombardate le truppe, devono  fare l’ultimo sforzo per vincere questa guerra per procura, ma   – causa la sopravvalutazione degli alleati locali – sembra che ormai  debbano decidere di  farsi avanti di persona con truppe NATO.   Le foto dei morti, deprimono le vendite al consumo e  fanno cadere i governi. E’ per queste ragioni che la “conferenza di Londra” è stata un minuetto privo di  senso.