Category Archives: Ambiente

Scoperto un enzima mutante (chiamato PETase) che mangia la plastica

Scritto da: Nicoletta
Fonte: https://www.soloecologia.it/02052018/scoperto-un-enzima-mutante-chiamato-petase-che-mangia-la-plastica/11405

PNAS.org

La messa a punto è stata casuale: alcuni scienziati inglesi e americani hanno creato un enzima mutante che si nutre di rifiuti di plastica e che potrebbe costituire una soluzione a molti problemi di inquinamento marino e delle discariche.

L’antefatto è avvenuto in Giappone nel 2016, quando alcuni ricercatori hanno trovato nel terreno di un impianto per il riciclaggio di materie plastiche un microbo già evoluto e diventato capace di nutrirsi delle bottiglie di plastica. Altri ricercatori dell’Università di Portsmouth nel Regno Unito e del Laboratorio Nazionale delle Energie Rinnovabili del Dipartimento di Energia degli USA (NREL) hanno preso a esaminare in cha maniera quel microbo (Ideonella sakaiensis) riusciva a digerire le plastiche PET. Lo faceva grazie a un enzima che riusciva ad accorciare lievemente l’abbattimento della plastica (che in maniera naturale impiega letteralmente secoli), ma non molto rapidamente.  Poi si sono imbattuti in una sua versione mutante, più potente dei batteri naturali, che funziona meglio nella riduzione dei poliesteri ai loro elementi base. Il team di ricerca ha dunque “ottimizzato” la struttura dell’enzima aggiungendo alcuni aminoacidi creando un enzima che lavora più rapidamente di quello naturale.

L’enzima modificato, chiamato PETase, può abbattere il PET in pochi giorni, precisamente inizia a degradare il PET dopo 96 ore. La portata della scoperta è potenzialmente enorme. Ricordiamo infatti che anche se la plastica delle bottiglie viene in parte riciclata per essere trasformata in fibre di poliestere per moquette o per tessuti pile, la soluzione del riciclo non fa altro che spostare il problema più in là nel tempo. Invece con questo enzima i poliesteri ridotti a blocchi potrebbero essere usati per produrre altra plastica all’infinito evitando di usare altro petrolio e chiudendo il ciclo in maniera perfetta.

 

L’India è la nuova Indonesia? La deforestazione prossima ventura

Fonte:http://www.salvaleforeste.it/it/deforestazione/4375-l-india-%C3%A8-la-nuova-indonesia-la-deforestazione-prossima-ventura.html

Sta accadendo adesso. Il Ministero indiano dell’ambiente, delle foreste e dei cambiamenti climatici pubblicato una nuova Policy forestale nazionale che, se approvata, aprirà le foreste demaniali allo sfruttamento privato Finora, questo è stato esplicitamente vietato dall’attuale legge forestale.  La precedente (ancora in vigore, ma per poco) legge forestale affermava ch le foreste fungono da risorsa genetica per il mantenimento dell’equilibrio ecologico. Per questa ragione, non saranno messe a disposizione delle imprese per lo sviluppo di piantagioni o altre attività”. Ora invece, sembra che le foreste saranno messe in vendita o cedute per espandere le piantagioni industriali.
La nuova bozza recita: “La produttività delle piantagioni forestali è molto scarsa nella maggior parte dell’unione. Queso sarà risolto adottando una gestione scientifica e intensiva delle piantagioni di specie rilevanti come teak, sal, sisham, pioppo, gmelina, eucalyptus, casuarina, bamboo ecc. I terreni disponibili degradati e sotto-utilizzati saranno gestiti per produrre legname di qualità con interventi scientifici. Modelli di compartecipazione pubblico-privato saranno adottati per affrontare la piantumazione nella aree forestali degradate nelle aree forestali e non, assieme alle imprese forestali.”
Gli ecologisti sostengono che la nuova bozza è una versione annacquata dell’attuale politica e scarsa nei contenuti. Alcuni hanno commentato che si tratta di un documento redatto frettolosamente, che mina il ruolo della comunità locali nella conservazione delle foreste, mentre altri sottolineano come la nuova bozza di linee guida ignori completamente le diffuse attività di distruzione delle foreste. Diversi studi scientifici mostrano come grandi aree di foresta vengono frammentati a causa di progetti industriali o di sfruttamento mal pianificati. La frammentazione delle foreste ha impatti devastanti e rappresenta una delle più gravi minacce alla conservazione. Ma la nuova policy ignora il rischio e dichiara che “si è verificato un aumento della copertura forestale e una riduzione della deforestazione … nonostante … l’aumento popolazione, l’industrializzazione e la rapida crescita economica “.
Nel 2013, uno studio degli avvocati ambientali Ritwik Dutta e Rahul Choudhary ha rivelato come il paese, ogni giorno, perda in media, ha 135 ettari di foresta naturale a causa di progetti di sviluppo. Dutta e Choudhary sostengono he solo nel 2017 il governo abbia approvato circa 10.000 permessi di eccezione alla legge forestale.
Persino i principali habitat per la tigre non vengono risparmiati. Progetti di esploraizione minoritaria, di costruzione di dighe o di trade pretendono l’abbattimento di 200 kmq a Panna (Madhya Pradesh), di oltre 83 kmq ad Amrabad (Telangana), di 1.000 ettari a Palamau (Jharkhand), di 39 ettari da Pench (MP) e 50 kmq da Corbett (Uttarakhand).

Perché l’abbigliamento low-cost risulta dannoso per l’ambiente

Scritto da: Nicoletta
Fonte: https://www.soloecologia.it/18042018/perche-labbigliamento-low-cost-risulta-dannoso-per-lambiente/11386

Comprare, comprare, comprare – abiti, calzature e accessori a prezzi bassi, a volte bassissimi. Così si potrebbe descrivere il comportamento odierno di molti di noi. La produzione di abbigliamento sta aumentando in tutto il mondo, ma con conseguenze nefaste per l’ambiente.

Oggi come oggi difficilmente si rammenda o si ripara un capo di abbigliamento rovinato: è più semplice comprarne un altro. Molte persone consumano un’eccessiva quantità di articoli e lo fanno troppo rapidamente: basti pensare che tra il 2003 e il 2018 le vendite di in tutto il mondo sono raddoppiate. Qualcuno ha calcolato che in media non conserviamo un capo nemmeno per un anno. Quando non ci serve più lo conferiamo negli appositi cassonetti, da dove spesso i nostri vecchi abiti vengono presi e inviati in paesi in via di sviluppo dell’Africa o dell’Asia. Ma paradossalmente, alcuni di queste nazioni non vogliono più accettare queste forniture: ne hanno già un eccesso.

Alla radice di tutto stanno i prezzi esigui a cui la merce viene venduta al cliente. Ma se il portafoglio è contento il prezzo che l’ambiente paga è molto alto: la produzione tessile mondiale causa oltre l’emissione di un miliardo di tonnellate di CO2 ogni anno – una quantità di gas serra che supera quella emessa da tutti gli aerei e le navi del mondo nel corso di un anno. A questo si aggiungono altri problemi (come l’inquinamento dell’ambiente mediante l’uso di sostanze chimiche tossiche per l’agricoltura intensiva) e lo sfruttamento della manodopera in molti paesi in via di sviluppo.

Che cosa possiamo fare per contrastare il fenomeno? Dovremmo esercitare maggiore pressione sulle aziende affinché producano fibre tessili biologiche dando la preferenza alle aziende che producono materiali senza utilizzare prodotti chimici tossici, ovvero favorendo una produzione tessile più sostenibile. Questi capi di abbigliamento costeranno sicuramente di più – tuttavia questo costituirà per noi un ottimo stimolo per indurci a a comprarne di meno e riutilizzarli il ​​più a lungo possibile, magari riparandoli o rimodernandoli in maniera creativa. Se non cambierà nulla la produzione di abbigliamento nel 2050 sarà triplicata rispetto a quella attuale.