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Emergenza maltempo, Legambiente: «Il Governo approvi subito il Piano di adattamento al clima»

Fonte: http://www.greenreport.it/news/clima/emergenza-maltempo-legambiente-il-governo-approvi-subito-il-piano-di-adattamento-al-clima/

Dal 2010 grossi impatti in 234 comuni, 394 fenomeni meteorologici estremi, 122 allagamenti, 54 esondazioni fluviali e 116 i casi di danni a infrastrutture  .

L’Italia è nuovamente sferzata da quella che ormai è l’eterna “emergenza maltempo” (che forse sarebbe meglio chiamare “nuova normalità”) che nelle ultime ore imperversa in Sardegna, dove una donna è morta e 57 persone risultano sgomberate, con moltissimi danni tra cui il crollo di un ponte nel cagliaritano. Ma situazioni critiche si registrano anche in Liguria e Piemonte. Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, ha evidenziato che «Il maltempo che sta mettendo nuovamente in ginocchio l’Italia, e in particolare la Sardegna, ci ricorda ancora una volta come sia sempre più necessario affrontare la sfida dei cambiamenti climatici con interventi mirati, politiche di adattamento e attività di prevenzione e riduzione del rischio idrogeologico. Si tratta di azioni non più rinviabili ma soprattutto si deve arrivare al più presto all’approvazione di una strategia del Governo sull’adattamento al Clima e a nuove politiche per le città più a rischio chiarendo come si intende affrontare quest’emergenza, anche alla luce della chiusura della struttura di missione Italia Sicura».

Secondo i dati aggiornati di Legambiente, riportati nella mappa del rischio climatico www.cittaclima.it, «Sono 234 i comuni italiani dove, dal 2010 ad oggi, si sono registrati impatti rilevanti, con 394 fenomeni meteorologici estremi, 122 allagamenti, 54 esondazioni fluviali e 116 i casi di danni a infrastrutture causati da piogge intenseNel solo 2018 ci sono stati 105 eventi meteorologici estremi, di cui 49 allagamenti o alluvioni. Ancora più rilevante è il tributo che si continua a pagare in termini vite umane e di feriti: dal 2010 al 2017 sono, infatti, oltre 157 le persone vittime di questi fenomeni e oltre 45mila quelle che sono state sgomberate (dati Cnr)».

Legambiente aggiunge: «Sono le città l’ambito più a rischio per le conseguenze dei cambiamenti climatici e che l’Italia è un Paese tra i più delicati dal punto di vista idrogeologico con 7.145 comuni italiani (l’88% del totale) che hanno almeno un’area classificata come ad elevato rischio idrogeologico, e con oltre 7,5 milioni gli italiani che vivono o lavorano in queste aree. Molte grandi città italiane hanno visto ripetersi negli anni fenomeni meteorologici che hanno provocato danni alle infrastrutture, agli edifici e provocato morti e feriti. Sono 61,5 i miliardi di euro spesi tra il 1944 ed il 2012 solo per i danni provocati dagli eventi estremi nel territorio italiano. Secondo i dati di “Italia sicura”, l’Italia è tra i primi Paesi al mondo per risarcimenti e riparazioni di danni da eventi di dissesto: dal 1945 l’Italia paga in media circa 3.5 miliardi all’anno.

Zampetti conclude ricordando a politici nazionali e locali che «L’adattamento al clima rappresenta la grande sfida del tempo in cui viviamo. Il Paese ha bisogno di accelerare nelle politiche di mitigazione del clima e di riduzione del rischio sul territorio, ancora troppo frammentate. Non esistono più alibi o scuse per rimanere fermi: disponiamo di competenze tecnologie per aiutare i territori e le città ad adattarsi ai cambiamenti climatici e mettere in sicurezza le persone. Occorre dar avvio ad interventi rapidi e politiche di adattamento e di riduzione del rischio idrogeologico, a partire dai grandi centri urbani, attraverso nuove strategie, risorse economiche e un indirizzo forte a livello nazionale. Per questo è fondamentale programmare sin da ora interventi a lungo periodo, diffondendo anche una cultura di convivenza con il rischio che punti alla crescita della consapevolezza tra i cittadini dei fenomeni e delle loro conseguenze».

Lampioni stradali a LED: deleteri per gli insetti?

Scritto da: Elena Carbotti
Fonte: https://www.soloecologia.it/27082018/lampioni-stradali-a-led-deleteri-per-gli-insetti/11574

Da tempo sappiamo che i LED sono più economici e duraturi delle lampade tradizionali. I lampioni da giardino a LED ad energia solare sono ormai presenti in quasi tutti i giardini e hanno un loro perché: i moduli fotovoltaici caricano le batterie durante il giorno e i sensori integrati accendono automaticamente le luci quando scende il buio. Tuttavia queste fonti di illuminazione emanano una luce molto intensa che per certi versi trasforma la notte in giorno. La loro luce bianca con un alto contenuto di blu è particolarmente attraente per gli insetti. Alcuni studiosi dell’università tedesca di Potsdam, guidati dalla professoressa Jana Eccard hanno effettuato degli esperimenti per per scoprire in che misura l’illuminazione a LED sta cambiando le proporzioni della fauna.

Nel regno animale gli insetti sono le specie più spiccatamente influenzate dall’illuminazione a LED. Negli occhi di molti insetti sono presenti delle proteine ​​sensibili alla luce. Sappiamo bene che la popolazione di api e farfalle è diminuita drasticamente negli ultimi decenni. Spesso si dà la colpa all’agricoltura intensiva, maanche l’aumento dell’inquinamento luminoso è una causa di questa moria. Nel loro studio, i sopracitati biologi hanno dimostrato che vi sono fondamentalmente due diverse reazioni alla luce: le specie diurne sono attratte dalle lampade e tendono ad accumularsi nell’area illuminata – diventando più facile preda di ragni, formiche, anfibi, pipistrelli e uccelli. Le specie notturne, invece, cessano tutte le loro attività quando è presente l’illuminazione (non cercano il cibo e non procreano, bensì restano immobili), diventando così facili prede per altri animali. La luce artificiale può quindi favorire le specie in grado di estendere la loro attività nella notte, mentre le specie strettamente notturne tendono a perdere la loro nicchia temporale di attività.

La raccomandazione è dunque: utilizzare i LED con cautela per evitare danni agli animali notturni, ad esempio spegnendo quelli da giardino prima di andare a letto . Gli studiosi raccomandano anche ai produttori di LED di iniziare cambiare la temperatura di colore dei diodi emettitori di luce portandoli su valori bianchi caldi, che sono più gradevoli per gli esseri umani e meno attraenti per gli insetti.

24Bottles, l’alternativa sostenibile alle bottiglie di plastica. Intervista ai fondatori Matteo Melotti e Giovanni Randazzo

Scritto da: Lucia Lenci
Fonte: http://www.green.it/24bottles-lalternativa-sostenibile-alle-bottiglie-plastica-intervista-ai-fondatori-matteo-melotti-giovanni-randazzo/

Secondo le stime, ogni anno più del 30% della plastica prodotta viene dispersa nell’ambiente, impattando gravemente sull’habitat naturale e sulla biodiversità. In questo scenario, il consumo di bottiglie di plastica è in crescita e, numeri alla mano, l’Italia detiene il primato del più alto consumo di acqua in bottiglia, con 208 litri di acqua bevuti. Produrre, trasportare e riciclare le bottiglie di plastica è costoso, sia in termini economici che ambientali. La situazione ha spinto anche la Commissione Europea a ridefinire la direttiva sulle acque potabili, stilando un programma per garantire maggiori informazioni e puntando alla sensibilizzazione dei cittadini. L’obiettivo a lungo termine è ridurre, entro il 2030, i 25 milioni di tonnellate di plastica consumati annualmente nel territorio dell’Unione, fissando al 30% la percentuale del riciclo. Ma com’è possibile risolvere il problema? Ne abbiamo parlato con Matteo Melotti e Giovanni Randazzo, fondatori di 24Bottles, brand italiano di design che contribuisce alla diminuzione del consumo di plastica con una bottiglia alla moda, leggera e sostenibile in acciaio 18/8.

Da dove nasce l’idea di creare 24Bottles?

Ci siamo incontrati lavorando in banca e siamo diventati amici da subito. In uno dei nostri viaggi insieme, abbiamo visitato una meravigliosa baia siciliana il cui paesaggio era stato rovinato da sacchi di immondizia e  rifiuti abbandonati sia lungo i sentieri che sulla spiaggia. Da lì è nato il desiderio di impattare positivamente nella vita delle persone, contribuendo alla risoluzione del problema ambientale che affligge il Pianeta.

L’insoddisfazione sul posto di lavoro ci ha dato la spinta finale per fare il grande passo. Abbiamo iniziato informandoci per capire quale fosse il prodotto ideale che combinasse i nostri obiettivi: eco-sostenibilità, rispetto dell’ambiente e influenzare le abitudini della comunità sociale.

24Bottles

Le bottiglie 24Bottles coniugano la sostenibilità ambientale al design, cosa volete comunicare?

Le bottiglie sono il veicolo attraverso il quale esprimiamo i nostri valori e quelli della nostra community. Da subito abbiamo fatto in modo di coniugare il lato estetico al principio etico, facendo leva sul primo per raggiungere dei risultati in termini di buone abitudini e rispetto dell’ambiente. L’idea della bottiglia riutilizzabile ovviamente non è originale, ma originali sono il design e la qualità dei nostri prodotti. Abbiamo cercato di portare la borraccia fuori dall’immaginario “outdoor”, creando delle bottiglie dal design elegante che si adattassero alle esigenze della vita e allo stile della città. Per questo, per esempio, abbiamo fatto in modo di ridurre al minimo il peso delle bottiglie, in modo che siano davvero comode e facili da portare sempre con sé.

La ricerca dei materiali rende il vostro prodotto unico e ricercato, raccontateci come nascono le bottiglie 24Bottles e il loro impatto sull’ambiente.

I nostri originali design nascono principalmente da lunghi brainstorming in cui ci confrontiamo per cercare di rispondere ad una specifica necessità. L’impatto dei rifiuti plastici, in particolare degli oggetti e imballaggi usa e getta, è grave ed allarmante. Il nostro obiettivo è contribuire a diminuire lo spreco e il consumo di bottiglie di plastica, innescando abitudini responsabili che tengano conto dell’ambiente. Siamo partiti dalla produzione, spesso sottovalutata, che invece ha un ruolo predominante in termini di impatto ambientale. Basti pensare che la produzione di una singola bottiglia di plastica da 500ml genera 80 grammi di CO2 nell’atmosfera. Per questo sulle nostre Urban Bottle si trova il numero -0,08: sta a indicare la CO2 che si evita di disperdere nell’ambiente ogni volta che si riempie la nostra bottiglia.

24Bottles

A questo proposito, in che modo bilanciate l’impatto ambientale dei vostri processi produttivi?

Abbiamo coinvolto un ente certificatore indipendente per valutare l’impatto ambientale dei nostri prodotti. Una volta avuto il risultato in mano abbiamo considerato diverse opzioni per compensare la CO2. Ad oggi ci siamo appoggiati a Treedom, società attraverso la quale abbiamo creato una foresta di 1500 alberi su 5 diversi paesi. Oxygen, questo il nome della nostra foresta, azzera l’impatto ambientale dei nostri prodotti. Inoltre, Treedom coinvolge la comunità locale, creando lavoro nei paesi in cui sono presenti i nostri alberi.  La gestione è infatti affidata ai contadini che ovviamente possono sfruttare e godersi i frutti, veri e propri, del loro lavoro per avviare le proprie attività commerciali dove c’è più bisogno.

In che modo 24Bottles fa la differenza?

A livello pratico cerchiamo di proporre sempre la soluzione più semplice e comoda per risolvere un problema. Le nostre bottiglie in acciaio sono le più leggere sul mercato: tutti possono portarsela dietro senza sentirne il peso. Inoltre, siamo gli unici a proporre prodotti completamente a impatto zero grazie alla compensazione della CO2. E soprattutto, a differenza di altri brand, i nostri design sono originali, studiati e realizzati da noi dalla A alla Z in modo da poter perfezionare i nostri prodotti in qualsiasi momento per venire incontro alle esigenze del nostro pubblico.

24Bottles

Quali sono gli ostacoli principali che un’azienda come la vostra, attenta alla sostenibilità ambientale, incontra?

Entrambi proveniamo da settori lontani dal mondo del design industriale e della moda. Inizialmente non avevamo nessun tipo di conoscenza del settore retail e di cosa significasse fare impresa. Ciò che ci ha consentito di crescere sono state una vision molto limpida e una grande passione. Tuttavia, il vero ostacolo è stato riuscire a entrare nel mercato italiano, essendoci dovuti creare uno nostro spazio da zero. L’Italia è stato infatti un paese ostico da coinvolgere perché, dati alla mano, è da sempre uno dei maggiori consumatori di acqua in bottiglia. Nel nord Europa, ad esempio in Germania, siamo riusciti a farci notare permettendoci di crescere da subito. Oggi abbiamo un ottimo riscontro anche nel nostro paese, grazie alla qualità, al passaparola e alla comunicazione sui social.

Quali sono le vostre prospettive future?

La nostra priorità è diventare sempre più efficienti e specializzati: vogliamo consolidare la nostra esperienza e diventare un punto di riferimento nel mondo per quanto riguarda le bottiglie in acciaio. Attualmente stiamo lavorando a nuove linee di bottiglie, nuovi colori, nuove fantasie e nuovi accessori. Cerchiamo di proporre qualcosa di nuovo almeno ogni 6 mesi in corrispondenza delle stagioni della moda, perché prima di tutto noi ci consideriamo tali. Inoltre a livello di mercato, abbiamo cominciato a distribuire i nostri prodotti in Asia e in Australia. Per il prossimo futuro il grande salto sarà entrare nel competitivo mercato Usa.

L’orango di Tapanuli minacciato da diga cinese

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/biodiversity/4406-l-orango-di-tapanuli-minacciato-da-diga-cinese.html

L’Orango di Tapanuli, una specie identificata solo nel 2017, è già in pericolo di estinzione. Si contano solo 800 esemplari nella foresta di Sumatra. La costruzione di una diga idroelettrica distruggerà il loro habitat. Dobbiamo fare tutto il possibile per proteggere gli ultimi Oranghi di Tapanuli rimasti.

Solo pochi mesi fa, nel novembre 2017, la comunità scientifica ha scopertoche l’Orango in questione era una specie a sé stante e non una sottospecie dell’orango orango di Sumatra. Gli diedero il nome di Orango di Tapanuli (Pongo tapanuliensis). Le analisi del genoma hanno dimostrato che l’Orango di Tapanuli si separava dalla linea degli oranghi del Borneo. È la specie più rara di orango identificata fino ad oggi.

La scoperta mostra quanto poco sappiamo dei nostri parenti più stretti e quanto lacunosa la nostra conoscenza sulla biodiversità. L’essere umano distrugge più velocemente di quanto riesca ad osservare e descrivere. Questo potrebbe accadere all’Orango di Tapanuli se venisse costruita nel loro habitat una diga per alimentare una centrale idroelettrica.

Nella foresta a sud del lago Toba, vivono gli ultimi esemplari della specie, circa 800. Nella foresta di Batang Toru, la compagnia statale cinese Sinohydro ha in programma di costruire una centrale idroelettrica da 510 Mw. La comunità scientifica non valida il progetto che distruggerebbe, inondando, una parte dell’habitat degli Oranghi di Tapanuli: questo potrebbe significare la fine della rara specie di primati.

Una parte della foresta di Batang Toru è protetta, sebbene non esistano altre aree di valore ecologico, in cui il numero di oranghi sia particolarmente alto. La diga isolerebbe anche alcune popolazioni di oranghi gli uni dagli altri.

Rainforest Rescue invita a firmare una petizione per fermare la  costruzione della diga idroelettrica .

Repubblica Centrafricana: i taglialegna che difendono la foresta

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/blog/6-news-ita/good-news/4404-repubblica-centrafricana-quei-taglialegna-che-difendono-la-foresta.html

Narcisse Makiandavo ha abbattuto centinaia di alberi, tutti illegalmente: li bruciava per produrre carbonella da vendere nella capitale Bangui. Oggi lui e i suoi colleghi sono divenuti attivi difensori dell’ambiente. “Abbiamo deciso di farla finita con la deforestazione. Ci siamo resi conto che stava spazzando via intere foreste native distruggendo l’ambiente di molte specie selvatiche”, spiega Makiandavo, che ora dirige un’associazione di ex taglialegna illegali. La sua associazione conta oltre 80 membri, tutti ex taglialegna che ora si battano per l’ambiente.
Dal 2014, il WWF sostiene associazioni locali e comunità indigene nella lotta alla deforestazione illegale. Tra esse, sono Initiatives pour la Démocratie et le Développement Durable (I3D), Jeunesse pour la Protection de l’Environnement en Centrafrique (JPEC) e Action Verte. Queste ONG hanno aiutato le comunità locali e indigene a organizzare i Comitati di governance delle foreste del villaggio (CVGF).

“Abbiamo insegnato ai membri dei comitati le tecniche di monitoraggio della foresta”, spiega Basile Imandjia, di Action Verte. “Li abbiamo anche aiutati ad organizzarsi in associazioni e ora sono impegnati in attività legali e si prendono cura delle loro famiglie proteggendo la foresta”.

I difensori dell’ambiente, ora affiliati alle associazioni, desiderano impegnarsi in attività legali per fonti di reddito alternative. “Vogliamo vivere una vita migliore contribuendo alla lotta contro la distruzione della foresta, che ha gravi conseguenze per la vita degli agricoltori centrafricani”, spiega Narcisse Makiandavo, un ex taglialegna ora attivo protettore della foresta.

Le associazioni locali, sostenute dal WWF, hanno aiutato oltre 80 taglialegna illegali a sviluppare nuove attività in grado di creare reddito proteggendo la foresta. Tra esse il rimboschimento e la coltivazione di teak o altri alberi come il Sapelli, Essesang, Ayous, Fraké, che producono legno ma forniscono anche servizi forestali (medicine, miele ecc).

Le aree di rimboschimento garantiranno una quantità sufficiente di legname, legna da ardere e carbonella. In questo modo il valore del legname prodotto aumenta mentre le foreste restano in piedi.

Parco del Delta del Po, un luogo magico poco conosciuto tra Veneto e Romagna

Fonte: Luca Scialò
Fonte: https://www.tuttogreen.it/parco-del-delta-del-po-un-luogo-magico-poco-conosciuto-tra-veneto-e-romagna/

Il Parco del Delta del Po, questo sconosciuto. Eppure rientra in una delle tante ricchezze naturalistiche del nostro Paese. Questo parco regionale si estende tra Emilia-Romagna e Veneto, sebbene principalmente nella prima Regione, con 54mila ettari. E’ stato istituito nel 1988, entrando a far parte, il 2 dicembre 1999, nei Patrimoni dell’Umanità dell’UNESCO.

 

Il Parco offre altresì un patrimonio culturale tra i più interessanti dell’Emilia Romagna. Basta annoverare l’abbazia di Pomposa, la regione lagunare di Comacchio, la basilica di Sant’Apollinare in Classe poco fuori Ravenna.

Molto variegata la fauna presente nella zona: 374 specie di vertebrati, di cui 297 specie di uccelli. Di queste, 146 sono nidificanti, pari a 35mila individui, mentre 151 sono svernanti, altri 55mila. Tra le specie più rare vanno menzionate il fenicottero maggiore, la spatola, il marangone minore, e altre come il mignattaio, il tarabuso, il fraticello, il falco di palude e il mignattino piombato.

Quanto ai mammiferi, nel Parco sono presenti 41 varietà. Tra queste vanno ricordate il cervo nobile, il daino, la volpe, l’istrice, la puzzola e lo scoiattolo.

Di tutto rispetto anche la fauna. Tra gli alberi risaltano i salici e i pioppi, fra gli arbusti la biangola, e nei prati spuntano i ciuffi di carice spondicola, la campanella maggiore e il giunco fiorito. Non mancano particolari specie di orchidee.

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Il Parco del Delta del Po

L’aspetto unico, fuori dal tempo, del Parco del Delta del Po.

I visitatori, oltre che apprezzare le ricchezze naturalistiche, possono svolgere anche varie attività. Vengono proposte infatti diverse iniziative didattico-ricreative. Molteplici le attività da poter svolgere: da una semplice passeggiata in bicicletta sugli argini dei sei rami del Po a un’escursione in barca o in canoa per i più sportivi.

Per i fanatici delle fotografie, sono diversi i punti dove poter scorgere stupendi panorami o immortalare splendide specie animali o faunistiche. Non mancano anche possibilità di birdwatching.

Quella raganella venuta dal passato

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/blog/7-news-ita/forests/4399-quella-raganella-venuta-dal-passato.html

E’ stata scoperta in Birmania, l’attuale Myanmar, la specie di rana più antica che sia mai vissuta nelle foreste pluviali tropicali, battezzata come Electrorana limoae. L’esemplare, conservato nell’ambra, risalirebbe a circa 99 milioni di anni fa, quindi al Mesozoico e più precisamente al Cretaceo. La scoperta, svolta dai ricercatori del museo di storia naturale della Florida, è stata pubblicata sulla rivista “Scientific Reports”

Oltre un terzo delle circa 7 mila diverse specie tra rane e rospi vive nelle foreste pluviali. Ma il clima tropicale accelera l decomposizione, ed è difficilissimo trovare esemplari intatti, in grado di fornire indicazioni circa  La documentazione fossile di questi anfibi che abitano i luoghi umidi dei tropici è però inesistente, fornendo ai paleontologi pochi inidizi sulle origini della loro evoluzione.

Ora dei grumi di ambra risalenti al Cretaceo hanno rivelato un insieme di quattro piccole raganelle tropicali che hanno vissuto ai tempi di dinosauri, facendone i fossili più antichi del loro genere. I campioni comprendono anche i resti di un’antica rana sufficientemente completa da averne permesso l’identificazione con una nuova specie che è stata chiamata Electrorana limoae. Questo ritrovamento potrebbe rappresentare una chiave molto importante per capire meglio la storia evolutiva degli anfibi.

L’esemplare di Electrorana ritrovato mostra un ottimo stato di conservazione: risultano essere visibili e riconoscibili il cranio, alcuni tratti della colonna vertebrale, le zampe anteriori e una zampa posteriore. Non sono purtroppo presenti altri tratti anatomici che avrebbero potuto dare un notevole contributo in chiave evolutiva. David Blackburn, responsabile della sezione di erpetologia all’interno del museo di storia naturale della Florida, ha spiegato che ritrovare dei fossili di anfibi così ben conservati e dettagliati, nonché tridimensionali, è molto raro. Un elemento che evidenzia la particolarità della scoperta consiste nell’ ambiente  in cui è stato trovato: le foreste pluviali, infatti, non si prestano allo sviluppo di fossili a causa del clima molto umido.
La scoperta di Electrorana è fondamentale per ricostruire la storia evolutivadegli anfibi, che presenta molti aspetti da chiarire. Si tratta di una testimonianza diretta molto importante delle prime specie di rana mai vissute e permette di svolgere analisi più approfondite sull’ecosistema in cui gli anfibi si svilupparono: poiché le rane iniziarono a svilupparsi circa 200 milioni di anni fa e il reperto risale a 99 milioni di anni fa, i ricercatori ipotizzano che le rane si adattarono in un secondo momento a vivere nelle umide foreste pluviali, che presentavano un clima non molto diverso da quello attuale. Per capire invece la filogenesi degli anfibi, gli studiosi intendono procedere attraverso l’anatomia comparata. L’idea, infatti, è di confrontare i resti scheletrici di altri fossili e di specie attualmente esistenti con Electrorana per capire la famiglia a cui quest’ultima appartiene.

Gli italiani eleggono il vetro materiale sostenibile per eccellenza: siamo i primi consumatori d’Europa.

Vetro materiale sostenibile? Sì, lo è per 28 milioni di Italiani che non rinuncerebbero mai alla sua versatilità. Al primo posto tra gli adulti spopolano le motivazioni legate alla salute dei cibi, tra i millennials invece “vetro” significa soprattutto materiale riciclabile.

Europei ed italiani amanti del vetro

Cosa usano gli europei per conservare i cibi o per portarsi il pranzo in ufficio? Una persona su due utilizza proprio contenitori in vetro. Ne sono contenti? Pare proprio di sì, l’85% dei cittadini comunitari e il 91% degli italiani lo consiglia vivamente.

Lo studio ha rivelato che è proprio l’Italia il paese in Europa con la più alta percentuale di gradimento nei confronti di questi antico materiale: addirittura il 6% in più rispetto alla media EU!

Vetro materiale sostenibile anche per l’economia

Una particolare simpatia che si riflette anche nella nostra economia e nell’occupazione: la produzione di bottiglie in vetro nei primi dieci mesi del 2017 ha goduto di un incremento dell’1,8% rispetto al 2016.
La lavorazione di 3,7 milioni di tonnellate di materiale (circa 62 kg per abitante) offre lavoro a 36 mila addetti e garantisce un fatturato di 1,5 miliardi di euro l’anno.

Il vetro è uno di quei materiali che possono essere riciclati al 100%: tra le bottiglie che ci passano sotto le mani 9 su 10 sono riciclate. Un materiale più eco-friendly di così è davvero difficile da trovare.
Le previsioni sono ottimiste: nei prossimi anni la percentuale di riciclaggio potrebbe raggiungere il 75%, ovvero due terzi del totale!

Il riciclaggio facilita la vita fiscale delle industrie riducendo drasticamente i costi di produzione se comparati al materiale vergine. Non solo, il beneficio è anche ambientale: è stato stimato che, in 10 anni di riutilizzo dei vetri usati, siano state emesse il -20% di emissioni di azoto, -9% di zolfo e -50% di polveri.

Una fiducia sempre solida tra italiani e vetro

Vetro materiale sostenibile che viene incontro alla mutata percezione degli italiani nei confronti dell’ambiente e della loro stessa salute.

Sono 28 milioni gli italiani che non lo sostituirebbero mai con altri materiali. Per quasi la metà di noi è impensabile comprare del vino in un packaging che non sia di vetro; circa il 31% invece non rinuncerebbe mai ad una bottiglia di birra!
L’81% degli italiani lo considera il packaging più sostenibile in assoluto.

Questi sono i dati dell’ultimo studio Censis chiamato “Valore sociale di prodotti e attività dell’industria vetraria in Italia” che ha indagato il rapporto tra italiani e vetro, vetro e ambiente.

Solo una questione di tradizione? No.
Al primo posto c’è la sicurezza alimentare. Il 65% dei nostri compatrioti lo reputa più sicuro per gli alimenti: dura nel tempo, non assorbe l’odore dei cibi e, quando scaldato, non li contamina con il rilascio di micro particelle o sostanze potenzialmente tossiche come avviene invece con plastiche di bassa qualità.

Nuovi valori per i giovanissimi

Sono però le nuove generazioni quelle che ritengono il vetro materiale sostenibile e versatile per eccellenza: al primo posto nella loro visione non c’è tanto tradizione o igiene, ma rispetto per la natura. Chiedendo ai millennials quale fosse l’aggettivo più adatto al vetro quasi il 30% ha risposto “ecologico” o “riciclabile”.
Nella concezione dei giovani infatti questo materiale è il paradigma di un potenziale infinito ciclo di raccolta e riutilizzo. E quindi anche un simbolo di economia circolare.

“Questa indagine, che vede l’Italia tra le prime nazioni d’Europa per la scelta di contenitori in vetro, più rispettosi dell’ambiente, più sicuri per gli alimenti e simboli dell’economia conferma una tendenza in atto, che vede in Italia consumatori sempre più attenti alla salute e alla sostenibilità dei prodotti alimentari. Ormai non si legge solo l’etichetta di un prodotto, ma si tiene conto anche della sostenibilità dei contenitori”. Marco Ravasi, Presidente dei contenitori in vetro di Assovetro

Infinite forme, colori, infiniti utilizzi e riutilizzi

Con il vetro si può giocare con forme diverse per supplire a varie necessità. La sua antica tradizione artigiana ci permette di arricchirlo di colori per dare libero sfogo ad esigenze estetiche senza trascurare il design.

 

Soprattutto, come rivelato dal Censis, il vetro è uno di quei materiali di cui la nostra società ha bisogno: è ecologico e, con l’aiuto dei consumatori, potrebbe non divenire mai rifiuto grazie al suo essere riciclabile al 100% (senza perdere le sue proprietà).

Il fatto che gli italiani gli siano così affezionati è sintomo di una società stanca dell’usa e getta, attenta alla propria salute e all’inquinamento ambientale.
Il valore che le nuove generazioni danno ai materiali riutilizzabili inoltre ci fa ben sperare in un futuro più green.

“L’ indagine del Censis dimostra come oggi il vetro sia sulla frontiera più avanzata dell’innovazione e delle culture sociali e interpreti, meglio di altri materiali, il nostro tempo, diventando protagonista assoluto dei comportamenti, per i quali la sostenibilità è criterio d’elezione. Anche i numeri dimostrano questo crescente appeal del vetro: nei primi 10 mesi del 2017 la produzione di contenitori in vetro è aumentata del 2,05% rispetto allo stesso periodo del 2016”. Marco Ravasi, Presidente della sezione vetro cavo di Assovetro

Scoperto un enzima mutante (chiamato PETase) che mangia la plastica

Scritto da: Nicoletta
Fonte: https://www.soloecologia.it/02052018/scoperto-un-enzima-mutante-chiamato-petase-che-mangia-la-plastica/11405

PNAS.org

La messa a punto è stata casuale: alcuni scienziati inglesi e americani hanno creato un enzima mutante che si nutre di rifiuti di plastica e che potrebbe costituire una soluzione a molti problemi di inquinamento marino e delle discariche.

L’antefatto è avvenuto in Giappone nel 2016, quando alcuni ricercatori hanno trovato nel terreno di un impianto per il riciclaggio di materie plastiche un microbo già evoluto e diventato capace di nutrirsi delle bottiglie di plastica. Altri ricercatori dell’Università di Portsmouth nel Regno Unito e del Laboratorio Nazionale delle Energie Rinnovabili del Dipartimento di Energia degli USA (NREL) hanno preso a esaminare in cha maniera quel microbo (Ideonella sakaiensis) riusciva a digerire le plastiche PET. Lo faceva grazie a un enzima che riusciva ad accorciare lievemente l’abbattimento della plastica (che in maniera naturale impiega letteralmente secoli), ma non molto rapidamente.  Poi si sono imbattuti in una sua versione mutante, più potente dei batteri naturali, che funziona meglio nella riduzione dei poliesteri ai loro elementi base. Il team di ricerca ha dunque “ottimizzato” la struttura dell’enzima aggiungendo alcuni aminoacidi creando un enzima che lavora più rapidamente di quello naturale.

L’enzima modificato, chiamato PETase, può abbattere il PET in pochi giorni, precisamente inizia a degradare il PET dopo 96 ore. La portata della scoperta è potenzialmente enorme. Ricordiamo infatti che anche se la plastica delle bottiglie viene in parte riciclata per essere trasformata in fibre di poliestere per moquette o per tessuti pile, la soluzione del riciclo non fa altro che spostare il problema più in là nel tempo. Invece con questo enzima i poliesteri ridotti a blocchi potrebbero essere usati per produrre altra plastica all’infinito evitando di usare altro petrolio e chiudendo il ciclo in maniera perfetta.

 

L’India è la nuova Indonesia? La deforestazione prossima ventura

Fonte:http://www.salvaleforeste.it/it/deforestazione/4375-l-india-%C3%A8-la-nuova-indonesia-la-deforestazione-prossima-ventura.html

Sta accadendo adesso. Il Ministero indiano dell’ambiente, delle foreste e dei cambiamenti climatici pubblicato una nuova Policy forestale nazionale che, se approvata, aprirà le foreste demaniali allo sfruttamento privato Finora, questo è stato esplicitamente vietato dall’attuale legge forestale.  La precedente (ancora in vigore, ma per poco) legge forestale affermava ch le foreste fungono da risorsa genetica per il mantenimento dell’equilibrio ecologico. Per questa ragione, non saranno messe a disposizione delle imprese per lo sviluppo di piantagioni o altre attività”. Ora invece, sembra che le foreste saranno messe in vendita o cedute per espandere le piantagioni industriali.
La nuova bozza recita: “La produttività delle piantagioni forestali è molto scarsa nella maggior parte dell’unione. Queso sarà risolto adottando una gestione scientifica e intensiva delle piantagioni di specie rilevanti come teak, sal, sisham, pioppo, gmelina, eucalyptus, casuarina, bamboo ecc. I terreni disponibili degradati e sotto-utilizzati saranno gestiti per produrre legname di qualità con interventi scientifici. Modelli di compartecipazione pubblico-privato saranno adottati per affrontare la piantumazione nella aree forestali degradate nelle aree forestali e non, assieme alle imprese forestali.”
Gli ecologisti sostengono che la nuova bozza è una versione annacquata dell’attuale politica e scarsa nei contenuti. Alcuni hanno commentato che si tratta di un documento redatto frettolosamente, che mina il ruolo della comunità locali nella conservazione delle foreste, mentre altri sottolineano come la nuova bozza di linee guida ignori completamente le diffuse attività di distruzione delle foreste. Diversi studi scientifici mostrano come grandi aree di foresta vengono frammentati a causa di progetti industriali o di sfruttamento mal pianificati. La frammentazione delle foreste ha impatti devastanti e rappresenta una delle più gravi minacce alla conservazione. Ma la nuova policy ignora il rischio e dichiara che “si è verificato un aumento della copertura forestale e una riduzione della deforestazione … nonostante … l’aumento popolazione, l’industrializzazione e la rapida crescita economica “.
Nel 2013, uno studio degli avvocati ambientali Ritwik Dutta e Rahul Choudhary ha rivelato come il paese, ogni giorno, perda in media, ha 135 ettari di foresta naturale a causa di progetti di sviluppo. Dutta e Choudhary sostengono he solo nel 2017 il governo abbia approvato circa 10.000 permessi di eccezione alla legge forestale.
Persino i principali habitat per la tigre non vengono risparmiati. Progetti di esploraizione minoritaria, di costruzione di dighe o di trade pretendono l’abbattimento di 200 kmq a Panna (Madhya Pradesh), di oltre 83 kmq ad Amrabad (Telangana), di 1.000 ettari a Palamau (Jharkhand), di 39 ettari da Pench (MP) e 50 kmq da Corbett (Uttarakhand).