Perché l’abbigliamento low-cost risulta dannoso per l’ambiente

Scritto da: Nicoletta
Fonte: https://www.soloecologia.it/18042018/perche-labbigliamento-low-cost-risulta-dannoso-per-lambiente/11386

Comprare, comprare, comprare – abiti, calzature e accessori a prezzi bassi, a volte bassissimi. Così si potrebbe descrivere il comportamento odierno di molti di noi. La produzione di abbigliamento sta aumentando in tutto il mondo, ma con conseguenze nefaste per l’ambiente.

Oggi come oggi difficilmente si rammenda o si ripara un capo di abbigliamento rovinato: è più semplice comprarne un altro. Molte persone consumano un’eccessiva quantità di articoli e lo fanno troppo rapidamente: basti pensare che tra il 2003 e il 2018 le vendite di in tutto il mondo sono raddoppiate. Qualcuno ha calcolato che in media non conserviamo un capo nemmeno per un anno. Quando non ci serve più lo conferiamo negli appositi cassonetti, da dove spesso i nostri vecchi abiti vengono presi e inviati in paesi in via di sviluppo dell’Africa o dell’Asia. Ma paradossalmente, alcuni di queste nazioni non vogliono più accettare queste forniture: ne hanno già un eccesso.

Alla radice di tutto stanno i prezzi esigui a cui la merce viene venduta al cliente. Ma se il portafoglio è contento il prezzo che l’ambiente paga è molto alto: la produzione tessile mondiale causa oltre l’emissione di un miliardo di tonnellate di CO2 ogni anno – una quantità di gas serra che supera quella emessa da tutti gli aerei e le navi del mondo nel corso di un anno. A questo si aggiungono altri problemi (come l’inquinamento dell’ambiente mediante l’uso di sostanze chimiche tossiche per l’agricoltura intensiva) e lo sfruttamento della manodopera in molti paesi in via di sviluppo.

Che cosa possiamo fare per contrastare il fenomeno? Dovremmo esercitare maggiore pressione sulle aziende affinché producano fibre tessili biologiche dando la preferenza alle aziende che producono materiali senza utilizzare prodotti chimici tossici, ovvero favorendo una produzione tessile più sostenibile. Questi capi di abbigliamento costeranno sicuramente di più – tuttavia questo costituirà per noi un ottimo stimolo per indurci a a comprarne di meno e riutilizzarli il ​​più a lungo possibile, magari riparandoli o rimodernandoli in maniera creativa. Se non cambierà nulla la produzione di abbigliamento nel 2050 sarà triplicata rispetto a quella attuale.

 

Perù: riconosciuti i diritti territoriali delle tribù indigene incontattate

Fonte:  http://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4373-per%C3%B9-riconosciuti-i-diritti-territoriali-delle-trib%C3%B9-indigene-incontattate.html

Lo fa sapere Survival: il Perù creerà in Amazzonia due riserve per la protezione delle tribù incontattate, per un totale di oltre 2,5 milioni di ettari. È noto che nell’area compresa dalle nuove riserve Yavari Tapiche e Yavari Mirin – nello stato di Loreto, Perù nordorientale – vivono almeno sette diversi gruppi di tribù ancora non contattate dall’uomo bianco.Questa regione remota è sotto l’intensa pressione di prospezioni petrolifere, del taglio del legname e del progetto di una strada che potrebbe devastare le tribù. Coloro che vogliono sfruttare le risorse naturali dell’area negano da tempo l’esistenza di popoli incontattati in queste foreste, poiché la loro presenza potrebbe ostacolarne i progetti.

Le riserve sono cruciali per la sopravvivenza delle tribù incontattate: se la loro terra non sarà protetta, rischiano la catastrofe. Intere popolazioni vengono spazzate via dalla violenza di esterni che rubano loro terra e risorse. Già il semplice contatto con l’uomo bianco rischia di decimare queste popolazioni che non hanno difese immunitarie contro malattie che nel resto del mondo sono comuni e oramai innocue.

Il governo peruviano, tuttavia, non ha escluso ulteriori prospezioni petrolifere e si è anzi aggiudicato due concessioni all’interno delle due riserve Yavari Tapiche e Yavari Mirin.

Siria, ultimo atto della demolizione del diritto internazionale

Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-siria_ultimo_atto_della_demolizione_del_diritto_internazionale/82_23723/

L’attacco che l’associazione (a delinquere) USA/FR/GB ha sferrato nei confronti della Siria con il bombardamento della notte tra il 13 e 14 aprile 2018, non può che rinnovare il dubbio sulla effettiva esistenza di un diritto internazionale che regoli l’uso della forza bellica e se, ormai, la proibizione dell’utilizzo della forza per la risoluzione delle controversie internazionali abbia perso il suo valore di jus cogens, valore supremo essenziale e inderogabile.

Da anni siamo in presenza, infatti, di una continua, ed a nostro giudizio, del tutto illegittima, attenuazione dell’equiparazione tra guerra e crimine. L’introduzione di concetti come quello di ‘operazione di polizia internazionale’ di ‘guerra preventiva’ (unilaterale, anche in assenza di minacce dirette); di “intervento umanitario” tendono, anche teoricamente e non solo di fatto, a legittimare la guerra come strumento di tutela e affermazione dei diritti umani oppure come ‘guerra al terrorismo’ criminalizzando Stati sovrani, definendoli “Stati canaglia” accusati, nella maggior parte senza prove o con prove poi dimostratesi false, di supportare il terrorismo o di preparare l’uso di armi di distruzione di massa. Naturale conseguenza di questo inganno semantico è la crisi, se non la vera e propria distruzione, di tutto l’apparato di norme scritte o consuetudinarie che a partire dal patto Briand-Kellogg hanno tentato di limitare il diritto alla guerra e con esso gli organismi come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Assad e come prima di lui, Gheddafi e Saddam, o chiunque gli Stati Uniti ed i suoi complici decidano di colpire, rappresenta, nella visione di Trump, May e Macron, un hostis generis humani nei confronti dei quali tutto è legittimo e non è quindi importante accertare se abbia o meno realmente fatto uso di armi chimiche o preoccuparsi di ottenere previamente una mandato dal Consiglio di sicurezza della ONU o sentirsi obbligati al rispetto del diritto internazionale. D’altra parte, salvo la Russia e l’Iran nessuno ha preso posizione su quella che è una palese violazione di ogni regola dello jus ad bellum, eppure il bombardamento della Siria rappresenta un vero e proprio atto di aggressione. Aggressione che la sentenza di Norimberga definiva il “crimine internazionale supremo”. Oltre a ciò il bombardamento rappresenta una palese violazione del trattato sulle armi chimiche che all’art. IX espressamente prevede, nel caso di dubbi sul rispetto dell’accordo, il ricorso al Consiglio Esecutivo 1 che può anche disporre delle ispezioni “su sfida” come disposto dal comma 6 del medesimo articolo: in loco di qualsiasi impianto o sito sul territorio o in ogni altro luogo sotto la giurisdizione o il controllo di ogni altro Stato Parte”.

La medesima convezione, poi, all’articolo XII disciplina espressamente i provvedimenti per risolvere una situazione ed assicurare l’osservanza, ivi comprese le sanzioni da adottare2, prevedendo nel caso di accertate violazioni ed in presenza di casi di particolare gravità il ricorso all’Assemblea Generale ed al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nessun diritto quindi avevano gli Usa ed i suoi complici di intervenire militarmente ma solo di richiedere l’ispezione per l’accertamento della realtà dei fatti e di richiedere, l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Sia gli Usa che la Gran Bretagna che la Francia ed anche la Siria sono firmatari dell’accordo sulle armi chimiche e, quindi, come recita la convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 all’art. 26 “Pacta sunt servanda Ogni trattato in vigore vincola le parti e deve essere da esse eseguito in buona fede.”

Ma ormai ne l’ONU né il suo Consiglio di Sicurezza né tantomeno qualsivoglia altro sistema di risoluzione dei conflitti contenuto in convenzioni internazionali, hanno più un senso difronte a quella che, per citare Carl Schmitt è diventata una “guerra civile mondiale” in cui gli Stati Uniti si sono arrogati il diritto di decidere unilateralmente ciò che è giusto e legittimo ciò che non lo è.

Claudio Giangiacomo

  1. Ciascuno Stato Parte avrà il diritto di chiedere al Consiglio Esecutivo di ottenere chiarimenti da un altro Stato Parte su qualunque situazione che possa essere considerata ambigua o che possa far sorgere preoccupazioni riguardo alla eventuale inosservanza della Convenzione. In tal caso, è disposto quanto segue:

a. il Consiglio Esecutivo inoltrerà la richiesta di chiarimenti allo Stato Parte interessato tramite il Direttore Generale non oltre 24 ore dopo averla ricevuta;

b. lo Stato Parte richiesto fornirà i chiarimenti al Consiglio Esecutivo il prima possibile ma in ogni caso non oltre 10 giorni dopo aver ricevuto la relativa richiesta;

c. il Consiglio Esecutivo prenderà nota dei chiarimenti e li inoltrerà allo Stato Parte richiedente non oltre 24 ore dopo averli ricevuti;

d. se lo Stato Parte richiedente ritiene che i chiarimenti sono insufficienti, avrà diritto di chiedere al Consiglio Esecutivo di ottenere dallo Stato Parte richiesto ulteriori chiarimenti;

e. al fine di ottenere gli ulteriori chiarimenti richiesti secondo il capoverso d), il Consiglio Esecutivo può invitare il Direttore Generale a costituire un gruppo di esperti provenienti dal Segretariato Tecnico o, se un personale appropriato non è disponibile presso il Segretariato Tecnico, di altra provenienza per esaminare tutte le informazioni ed i dati disponibili pertinenti alla situazione che è causa della preoccupazione. Tale gruppo di esperti sottoporrà al Consiglio Esecutivo una relazione sui fatti investigati;

f. se lo Stato Parte richiedente considera che i chiarimenti ottenuti in base ai capoversi d. ed e. sono insoddisfacenti, avrà il diritto di richiedere una sessione speciale del Consiglio Esecutivo alla quale gli Stati Parte coinvolti che non sono membri del Consiglio Esecutivo avranno diritto di partecipare. In tale sessione speciale, il Consiglio Esecutivo prenderà in considerazione la questione e potrà raccomandare qualsiasi provvedimento che ritiene appropriato per risolvere la situazione.

  1. Ciascuno Stato Parte avrà anche il diritto di chiedere al Consiglio Esecutivo di chiarire qualunque situazione che è stata considerata ambigua o che ha fatto sorgere preoccupazioni circa un’eventuale inosservanza della presente Convenzione. Il Consiglio Esecutivo risponderà fornendo tutta l’assistenza appropriata.
  2. Il Consiglio Esecutivo informerà gli Stati Parte circa qualsiasi richiesta di chiarimento fornita nel presente Articolo.
  3. Se i dubbi o la preoccupazione di uno Stato Parte circa un’eventuale non conformità non sono stati risolti entro 60 giorni dopo la presentazione della domanda di chiarimenti al Consiglio Esecutivo, o se tale Stato Parte ritiene che i suoi dubbi giustificano un’immediata considerazione del problema, fermo restando il suo diritto di richiedere un’ispezione su sfida, esso può richiedere una sessione speciale della Conferenza in conformità con l’Articolo VIII, paragrafo 12 c.. In tale sessione speciale la Conferenza esaminerà la situazione e potrà raccomandare qualsiasi provvedimento che ritiene appropriato per risolvere la situazione.

Procedure per le ispezioni su sfida

  1. Ciascuno Stato Parte ha il diritto di chiedere un’ispezione su sfida in loco di qualsiasi impianto o sito sul territorio o in ogni altro luogo sotto la giurisdizione o il controllo di ogni altro Stato Parte, unicamente al fine di chiarire e di risolvere ogni questione relativa ad un’eventuale inosservanza delle disposizioni della presente Convenzione, e che questa ispezione sia condotta ovunque, senza indugio, da una squadra ispettiva designata dal Direttore Generale ed in conformità con l’Annesso sulle Verifiche.
  2. Ciascun Stato Parte ha l’obbligo di limitare la richiesta d’ispezione all’ambito della presente Convenzione e di fornire nella richiesta d’ispezione tutte le informazioni appropriate in base alle quali sorta una preoccupazione riguardo ad una eventuale inosservanza della presente Convenzione, come specificato nell’Annesso sulle Verifiche. Ciascuno Stato Parte si asterrà da richieste d’ispezione senza fondamento, curando di evitare gli abusi. L’ispezione su sfida sarà effettuata unicamente allo scopo di determinare i fatti relativi all’eventuale inosservanza.
  3. Al fine di verificare l’osservanza delle disposizioni della presente Convenzione, ciascun Stato Parte consentirà al Segretariato Tecnico di condurre ispezioni su sfida in loco secondo il paragrafo 8.
  4. A seguito di una richiesta di ispezione su sfida di un impianto o di un sito, ed in conformità con le procedure disposte nell’Annesso sulle verifiche, lo Stato Parte ispezionato avrà:

a. il diritto e l’obbligo di fare ogni ragionevole sforzo per dimostrare la sua osservanza della presente Convenzione, ed a tal fine, mettere in grado la squadra ispettiva di adempiere al suo mandato;

b. l’obbligo di fornire l’accesso all’interno del sito richiesto unicamente allo scopo di determinare i fatti pertinenti alla preoccupazione circa l’eventuale inosservanza;

c. il diritto di adottare provvedimenti per proteggere gli impianti sensibili ed impedire la divulgazione di informazioni e di dati riservati, non connessi alla presente Convenzione.

  1. Per quanto riguarda gli osservatori, è disposto quanto segue:

a. lo Stato Parte richiedente può, con riserva dell’accordo dello Stato Parte ispezionato, inviare un rappresentante il quale può essere un cittadino sia dello Stato Parte richiedente o di uno Stato Parte terzo, per osservare la conduzione dell’ispezione su sfida;

b. lo Stato Parte ispezionato in tal caso concederà l’accesso all’osservatore in conformità con l’Annesso sulle Verifiche;

c. lo Stato Parte ispezionato, di regola, dovrà accettare l’osservatore proposto; qualora lo Stato Parte ispezionato manifestasse un rifiuto, tale fatto dovrà essere segnalato nel rapporto finale.

  1. Lo Stato Parte richiedente presenterà una richiesta d’ispezione per un’ispezione su sfida in loco al Consiglio Esecutivo, e contestualmente al Direttore Generale per immediata trattazione.
  2. Il Direttore Generale si accerterà immediatamente che la richiesta d’ispezione è conforme ai criteri specificati alla Parte X, paragrafo 4 dell’Annesso sulle Verifiche e, se necessario, fornirà assistenza allo Stato Parte richiedente per compilare in maniera adeguata la richiesta d’ispezione. Quando la richiesta d’ispezione soddisfa i criteri stabiliti, possono aver inizio i preparativi per l’ispezione su sfida.
  3. Il Direttore Generale trasmetterà la richiesta d’ispezione allo Stato Parte ispezionando non meno di 12 ore prima dell’arrivo previsto della squadra ispettiva al punto di entrata.
  4. Dopo aver ricevuto la richiesta d’ispezione, il Consiglio Esecutivo prenderà conoscenza dei provvedimenti del Direttore Generale relativi alla richiesta e manterrà il caso sotto esame per l’intera durata della procedura d’ispezione. Le sue deliberazioni tuttavia non ritarderanno il processo d’ispezione.
  5. Il Consiglio Esecutivo, non oltre 12 ore dopo aver ricevuto la richiesta d’ispezione, può decidere a maggioranza di tre quarti di tutti i suoi membri di opporsi allo svolgimento dell’ispezione su sfida qualora consideri che la richiesta d’ispezione sia frivola, abusiva o che esuli chiaramente dall’ambito della Convenzione come prescritto al paragrafo 8. Lo Stato Parte richiedente e lo Stato Parte ispezionato non hanno voce in capitolo in questa decisione. Se il Consiglio Esecutivo decide contro l’ispezione su sfida, i preparativi saranno interrotti, nessuna ulteriore azione connessa alla richiesta d’ispezione sarà intrapresa e gli Stati Parte interessati saranno informati in merito.
  6. Il Direttore Generale emetterà un mandato d’ispezione per la conduzione dell’ispezione su sfida. Il mandato ispettivo consiste nella richiesta d’ispezione di cui ai paragrafi (8) e (9) tradotta in termini operativi, e dovrà essere conforme alla richiesta d’ispezione.
  7. L’ispezione su sfida sarà condotta in conformità con la Parte X, oppure, in caso di uso asserito secondo la Parte XI dell’Annesso sulle verifiche. La squadra ispettiva sarà guidata dal principio di condurre l’ispezione su sfida con la minore intrusione possibile, compatibilmente con l’adempimento effettivo e tempestivo della propria missione.
  8. Lo Stato Parte ispezionato assisterà la squadra ispettiva durante tutta l’ispezione su sfida ed agevolerà il suo compito. Se lo Stato Parte ispezionato propone, secondo la Parte X, Sezione C dell’Annesso sulle Verifiche, procedure per dimostrare l’osservanza della Convenzione, alternative ad un accesso completo e globale, esso dovrà fare ogni ragionevole sforzo, attraverso consultazioni con la squadra ispettiva, per raggiungere un accordo sulle modalità per determinare i fatti, al fine di dimostrare la propria osservanza.
  9. Il rapporto finale dovrà riportare le risultanze fattuali delle investigazioni nonché una valutazione da parte della squadra ispettiva del grado e della natura dell’accesso e della cooperazione concessi per una soddisfacente attuazione dell’ispezione su sfida. Il Direttore Generale trasmetterà prontamente il rapporto finale della squadra ispettiva allo Stato Parte richiedente, al Consiglio esecutivo ed a tutti gli altri Stati Parte. Il Direttore Generale inoltre trasmetterà prontamente al Consiglio Esecutivo le valutazioni dello Stato Parte richiedente e dello Stato Parte ispezionato, nonché le opinioni degli altri Stati Parte che potranno essere inoltrate al Direttore Generale a tal fine, e successivamente le farà avere a tutti gli Stati Parte.
  10. Il Consiglio Esecutivo, in conformità con i propri poteri e funzioni, esaminerà il rapporto finale della squadra ispettiva non appena gli sarà stato presentato e prenderà in esame ogni eventuale preoccupazione riguardo al fatto che:

a. si sia effettivamente verificata una inosservanza;

b. la richiesta rientrava nell’ambito della presente Convenzione;

c. vi siano stati abusi del diritto di chiedere un’ispezione su sfida.

  1. Qualora il Consiglio Esecutivo addivenga alla conclusione, nell’ambito dei propri poteri e funzioni, che ulteriori provvedimenti potrebbero essere necessari riguardo al Paragrafo 22, esso adotterà tutte le misure appropriate per risanare la situazione e garantire l’osservanza della presente Convenzione, comprese raccomandazioni specifiche alla Conferenza. In caso di abusi, il Consiglio Esecutivo esaminerà se lo Stato Parte richiedente debba farsi carico di eventuali oneri economici derivanti dall’ispezione su sfida.
  2. Lo Stato Parte richiedente e lo Stato Parte ispezionato avranno il diritto di partecipare al processo di esame. Il Consiglio Esecutivo porterà a conoscenza degli Stati Parte e della successiva sessione della Conferenza i risultati dell’esame.
  3. Se il Consiglio Esecutivo ha effettuato specifiche raccomandazioni alla Conferenza, la Conferenza prenderà provvedimenti in conformità con l’Articolo XII.

 

  1. 2 La Conferenza adotterà le necessarie misure stabilite ai paragrafi 2, 3 e 4 per assicurare l’osservanza della presente Convenzione e risolvere e portare rimedio ad ogni situazione che contravvenga con le disposizioni della presente Convenzione. Nel considerare i provvedimenti da adottare in conformità con il presente paragrafo, la Conferenza terrà conto di tutte le informazioni e raccomandazioni sui problemi presentati dal Consiglio Esecutivo.
  1. Nei casi in cui uno Stato Parte sia stato richiesto dal Consiglio Esecutivo di adottare provvedimenti per risolvere una situazione che presenta problemi per quanto riguarda l’osservanza della Convenzione, e qualora lo Stato Parte manchi di eseguire la richiesta entro il termine specificato, la Conferenza potrà, tra l’altro, dietro raccomandazione del Consiglio Esecutivo, limitare o sospendere i diritti ed i privilegi dello Stato Parte in base alla presente Convenzione fino a quando non avrà intrapreso le azioni necessarie ad adempiere ai suoi obblighi in base alla presente Convenzione.
  2. Qualora gravi danni all’oggetto ed allo scopo della presente Convenzione derivino da attività proibite in base alla presente Convenzione, in particolare dall’Articolo I, la Conferenza potrà raccomandare misure collettive agli Stati Parte in conformità con il diritto internazionale.
  3. La Conferenza sottoporrà, in casi di particolare gravità, la questione, comprese le informazioni e le conclusioni pertinenti, all’attenzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. “

Siria, il generale Camporini: molto rumore, ma solo teatro

Fonte: http://www.libreidee.org/2018/04/siria-il-generale-camporini-molto-rumore-ma-solo-teatro/

Il generale Vincenzo CamporiniMolto rumore, ma pochi danni. E nessun rischio di un vero scontro fra Usa e Russia, anche se le difese russe, in caso di attacco, intercetteranno sicuramente molti missili americani, inglesi e francesi scagliati contro obiettivi siriani.

Lo afferma il generale dell’aeronatica Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore delle forze armate italiane: «In questo momento quello che posso prevedere è un attacco dimostrativo limitato e senza finalità politico-militari, quindi un attacco non in grado di cambiare gli scenari siriani, né di mettere a rischio la sopravvivenza del regime». L’intensità dell’eventuale raid, dichiara Camporini (intervistato dal “Giornale”) dipenderà sostanzialmente dal numero di lanciamissili già in posizione e in grado di portare a termine l’attacco. «Sappiamo che davanti alle coste siriane c’è la Donald Cook, un cacciatorpediniere lanciamissili salpato recentemente dal porto di Larnaka a Cipro. Non siamo a conoscenza di portaerei pronte a far decollare i loro aerei. Quindi ritengo che assisteremo ad un attacco-fotocopia, molto simile a quello lanciato lo scorso anno, quando Donald Trump decise di punire Bashar Assad per un altro presunto attacco chimico contro le zone dei ribelli».

Intervistato da Gian Micalessin, Camporini non prevede un intervento di grande portata contro la Siria. E soprattutto, non vede alcun rischio di coinvolgimento del nostro paese: «Non siamo di fronte a un’operazione concordata in sede Nato», sottolinea l’alto ufficiale: «Siamo di fronte ad una azione unilaterale decisa dalla presidenza degli Stati Uniti». In queste ore si parla di aerei Poseidon P8 decollati dalla base di Sigonella. «I Poseidon sono aerei antisommergibile – spiega Camporini – e di certo non parteciperanno a questo tipo di attacchi». Non solo: «Per usare le basi di Aviano o Sigonella, gli americani dovrebbero chiedere l’autorizzazione del nostro governo. E un esecutivo dimissionario come quello del premier Paolo Gentiloni, chiamato soltanto a sbrigare gli affari correnti, non potrebbe concederla». Inoltre, ipotizzare una partecipazione italiana «significherebbe prefigurare un intervento molto più ampio di quello previsto dalla Casa Bianca». Dunque sarebbe un atto solo dimostrativo? «Sì, assolutamente», risponde Camporini. «Non siamo di fronte ad un raid in grado di cambiare la situazione sul terreno. Trump quasi sicuramente si limiterà a dimostrare di aver punito una nazione colpevole di esser andata oltre i limiti».

Si parla, però, di un possibile intervento concordato con l’Inghilterra e la Francia: pronte a partecipare all’azione. «La natura dell’operazione dal punto di vista militare non cambierebbe», chiarisce il generale. «Gli inglesi potrebbero utilizzare le basi di Cipro e i francesi degli aerei decollati da una loro portaerei nel Mediterraneo. Potrebbero venir utilizzati dei missili Storm Shadow con un raggio di 560 chilometri utilizzati a suo tempo anche dall’Italia per colpire le installazioni militari di Gheddafi in Libia». Diretti contro quali obbiettivi? «Gli americani preferiranno basi militari per evitare perdite civili collaterali», dice Camporini. «Poi bisogna vedere quanti missili Tomahawk riusciranno a superare le difese dell’antiaerea». Dunque i russi parteciperanno alle operazioni di difesa del territorio siriano? «Su questo ho pochi dubbi», afferma il generale. «I radar e i missili russi garantiranno la copertura delle installazioni militari siriane». C’è il rischio che vengano colpite basi in cui sono presenti militari russi o iraniani? «Non penso siano previsti attacchi rivolti a colpire direttamente personale non siriano». E la reazione russa? «Ritengo che Putin, per quanto abbia minacciato di reagire, preferisca lasciar sfogare gli americani nella consapevolezza che la loro azione non cambierà gli scenari», sostiene Camporini. «Quindi non vedo il rischio di un allargamento dello scontro e tantomeno il rischio di un conflitto mondiale».

La guerra di Libia entra in Stallo davanti a Tripoligrad. Causa “the human factor”

Fonte: https://corrieredellacollera.com/2011/03/31/la-guerra-di-libia-entra-in-stallo-davanti-a-tripoligrad-causa-the-human-factor/

La Guerra  di Libia sta diventando  la  dimostrazione che la teoria del generale Giulio Douhet sulla supremazia aerea, ha una falla di recente costruzione.

Per chi non lo sapesse, Douhet è un generale italiano  ( di Caserta, classe 1869) che negli anni trenta ha scritto un bel libro in cui ha spiegato che nella guerra  moderna la supremazia aerea sarebbe stato  l’elemento fondante di ogni vittoria.

Questo stesso concetto è stato espresso negli anni cinquanta da Alexander De Severesky ( origine russa, americano,  progettista di elicotteri) che scrisse il libro :  “Supremazia aerea chiave della sopravvivenza” in cui identificò  per primo anche  il fenomeno de “l’isterismo atomico”  basandosi sulle foto di Hiroshima e Nagasaki  che mostrano   manufatti in cemento a seicento metri dal punto di scoppio erano rimasti quasi intatti.

Non teneva conto che i giapponesi dentro l’edificio erano morti comunque. Non aveva considerato il “fattore Umano”.

E’ stata la prima di una serie di sottovalutazioni delle persone cui la politica USA ci ha abituato, specie se si tratta di arabi. ( vedi blog di ieri sulla galassia degli arabi).

La falla che ha causato il buco strategico alleato in Libia,  si chiama l’esmpio della  Serbia.

Gli alleati – tra cui l’Italia –  piegarono la Serbia  con una serie di bombardamenti mirati a infrastrutture, impianti industriali, ponti  e persino l’ambasciata cinese che un analista della CIA  non sapeva avesse traslocato.  La guerra di Serbia si esaurì senza morti per l’alleanza. Questo portò alle stelle l’entusiasmo USA circa le lezioni da infliggere ai  “dittatori prepotenti”.

La Serbia, guidata da un mezzo dittatore, era comunque  un paese industrializzato , antiquato, ma industrializzato. I serbi, europei non rozzi.  Il dittatore, privo di carisma ed assurto ai fasti del potere attraverso la trafila della nomenclatura del partito  unico.  Per far carriera non ebbe bisogno di carisma o delle doti, anche militari,  che fanno di  un uomo, un uomo  di carattere.

Vedendosi impotente a reagire militarmente e non riuscendo a difendersi dalla guerra elettronica a distanza ,  Milosevic si arrese. Anche nei Balcani  la popolazione non fu entusiasta del trattamento, ma  il prezzo della libertà prima o poi si deve pagare.  Pagarono, sia pure imbrogliando sul resto. All’appello manca  ancora Mladic e qualche altro spiccio.

La lezione era servita e l’obbiettivo di ottenere la resa,  raggiunto. La coalizione inviò le truppe a occupare Serbia  e Kosovo  facendo la cosiddetta “guerra col gesso” ( il detto  nasce dalla invasione di Carlo VIII di Valois  in Italia, che richiese – all’andata – solo lo sforzo logistico di segnare col gesso i luoghi di rifornimento delle truppe).

Nel caso libico, il fatto che delle persone avessero in animo di resistere, fu considerata una stranezza da dittatore folle, che sarebbe presto stato abbandonato  dai più, sotto la pressione psicologica creata dalle defezioni provocate  dall’intelligence e dell’opinione pubblica mondiale guidata dall’ONU, con una buona dose di bombe.

La  situazione libica si è invece mostrata  radicalmente diversa:

  •  intanto non è un paese industriale e  i soli impianti petroliferi sono proprio quelli che servono intatti agli attaccanti, che tendono a risparmiarli.
  •  non ci sono ponti abbattuti  che non si possano aggirare con i 4X4 che tutti posseggono , bombardare il deserto è come bombardare il mare.
  •  l’idea della strategia di  guerra con zero morti  – lanciata durante la campagna di Serbia –  ha fatto invece  due vittime: una è la verità e l’altra è la strategia stessa. Infatti la pubblica opinione mondiale,  adesso vuole sempre bombardamenti senza vittime e questo ha rallentato la forza di persuasione dei bombardamenti, che è forte su territori industrializzati e ricchi di infrastrutture e debole in zone popolate e inermi.  La foto di un bambino morto tra le braccia di una mamma può far cadere un governo.

Alla coalizione è mancata la corretta valutazione del fattore umano: hanno sottovalutato il nemico e sopravvalutato gli “alleati”, inrealtà un branco di “smandrappati” e mi si perdoni la definizione romanesca. Quella letteraria : “putant quod cupiunt” In italiano: sono poco realistici.

I caratteri  valutati realisticamente sono i seguenti:

Il dittatore : non è un  burocrate anche se la sua carriera militare non annovera impegni superiori all’accompagnamento della nazionale militare ai giochi militari del Mediterraneo. Però già allora dimostrò di non essere sciocco.

Realizzò un colpo di Stato senza sparare un colpo e con quattro gatti. Si impose col carisma, non con le primarie o lanci di palloncini colorati  o, peggio  con un   grigio congresso di partito. In più , da bravo arabo innamorato dell’idea del nomadismo, ha uno spiccato  senso dell’onore ( vedi “la galassia degli arabi alla voce beduini, sottovoce, Sharaf) e qualcuno non ha calcolato che Gheddafi  poteva decidere di resistere per dignità ( tema  peraltro già accennato da Mubarak , dal presidente yemenita e culminato ieri dalla frase di Assad ” se ci sarà da combattere, combatteremo”).  L’ex allenatore della nazionale sportiva militare, si è rivelato un buon motivatore e un tattico furbo e deciso. Il suo esempio – anche questo lo avevamo scritto – è stato contagioso.

Il popolo: i libici hanno notoriamente un carattere non facile, negli affari sono dei ricattatori, sono rozzi,  ma  hanno dimostrato di sapersi battere e di saper incassare colpi senza afflosciarsi.  Hanno  fatto una guerra sgangherata,  ma  l’hanno fatta.   La  strategia di Gheddafi   è semplice : sa che le democrazie non possono permettersi perdite umane e non vogliono scendere a terra per combattere  e sa che alla fine di ogni bombardamento la fanteria deve avanzare occupando. Ha convinto i suoi ad aspettarli con le armi in pugno.

In Serbia ci vollero 60mila soldati  NATO sia pure  in assenza di cenni  resistenza. Quanti ce ne vogliono per snidare i libici? Lui ha persone disposte a morire, magari solo i suoi figli, ma li ha. Anche chi si sentiva suddito , adesso si sente un patriota che combatte da uomo contro quelli che Omero chiamerebbe “guerrieri da balestra” che non osano affrontare il corpo a corpo e fidano nel potere della guerra a distanza.

La pubblica opinione internazionale: viziata oltremisura da una comunicazione globale ,  specie pubblicitaria,   che privilegia i punti di vista culturali femminili. Le donne  sono le responsabili degli acquisti delle famiglie  e il mondo si regola ormai  quasi solo sui consumi e l’individualismo che non premia i sacrifici per idealità , i governi  della coalizione non riescono a  imporre una linea di sacrifici e di guerra, sia pure temporanea e a basso costo di vite: La pubblica opinione  vuole la pace a gratis e non  in offerta speciale.

I governi della coalizione, comprati molti diplomatici in sedi estere – in saldo anche il ministro degli Esteri –  bombardate le truppe, devono  fare l’ultimo sforzo per vincere questa guerra per procura, ma   – causa la sopravvalutazione degli alleati locali – sembra che ormai  debbano decidere di  farsi avanti di persona con truppe NATO.   Le foto dei morti, deprimono le vendite al consumo e  fanno cadere i governi. E’ per queste ragioni che la “conferenza di Londra” è stata un minuetto privo di  senso.

Ipertensione: come ridurla con le tecniche di rilassamento

Fonte: http://www.informasalus.it/it/articoli/ipertensione-tecniche-rilassamento.php

Le tecniche di rilassamento, come la meditazione, riducono la pressione del sangue modificando l’attività di migliaia di geni. È quanto emerge da una ricerca condotta presso il Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) e Massachusetts General Hospital (MGH) di Boston e pubblicata sul Journal of Alternative and Complementary Medicine.

I ricercatori Usa hanno identificato i geni la cui attività cambia dopo otto settimane di training di rilassamento, geni legati al funzionamento del sistema immune, al metabolismo, ai ritmi circadiani, con un significativo impatto sulla riduzione della pressione del sangue.

Lo studio ha coinvolto 58 pazienti ipertesi, che non assumevano farmaci o ne avevano sospeso l’assunzione per diverse settimane prima dello studio. Per otto settimane tutti hanno partecipato a lezioni settimanali su tecniche di rilassamento (ad esempio respirazione diaframmatica, meditazione, ripetizione di mantra etc) da ripetere ogni giorno a casa con un’audioguida.

Dopo le otto settimane una parte di loro presentava una riduzione considerevole della pressione, sotto i limiti di riferimento (140/90 mm Hg). Con prelievi di sangue si è analizzata l’attività genica dell’intero campione. È così emerso che coloro che avevano visto ridursi notevolmente la pressione, presentano importanti variazioni nell’attività di quasi 2000 geni principalmente legati al metabolismo e al sistema immunitario.

Lo studio dimostra l’efficacia di una alternativa potenzialmente valida ai farmaci. “Tradizionalmente l’ipertensione è trattata con farmaci ma non tutti i pazienti rispondono alle terapie e per molti di loro gli effetti avversi sono troppo limitanti per continuare le cure farmacologiche”, ha spiegato l’autore del lavoro Randall Zusman; per questi pazienti “strategie alternative sarebbero impagabili”, continua: “Nel nostro studio abbiamo visto che le tecniche di rilassamento sono efficaci nel ridurre la pressione del sangue in pazienti ipertesi che non stano assumendo medicine”.

EURO BREAK UP: IL MOMENTO DELLA VERITA’ SI AVVICINA!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/03/20/euro-break-up-il-momento-della-verita-si-avvicina/

Questa è la prima slide di una lunga serie di oltre 120, una ricerca durata oltre due mesi, una relazione tenuta presso una importante istituzione presente sul suolo nazionale. Analisi empirica, economico/finanziaria, giuridico/legale che prende in considerazione tutte le variabili storiche per un’eventuale rottura della moneta unica.

Mi sono sempre meravigliato di come sia grande l’ignoranza sul tema, non tanto da parte della gente comune, ma da parte delle istituzioni, di chi invece dovrebbe contribuire a sostenere un dialogo il più sereno possibile senza preconcetti ideologici o politici.

Il fallimento dell’euro, da distinguere da quello dell’Europa, è ormai evidente, è sotto gli occhi di tutti.

Dice bene Benjamin Jerry Cohen, professore di Economia politica internazionale presso l’Università della California a Santa Barbara. Le sue ricerche riguardano principalmente questioni sulle relazioni monetarie e finanziarie internazionali e ha scritto su argomenti che vanno dai tassi di cambio e all’integrazione monetaria ai mercati finanziari e al debito internazionale.

Allo stesso tempo sottolinea una cosa fondamentale, ovvero la strenua volontà politica a non abbandonare questo esperimento, a qualunque costo.

L’ultima frase di Angela Merkel è un’autentica fesseria, ” L’euro è molto, molto più che una moneta, è la garanzia di unità dell’Europa.”

Basterebbe guardare alla storia, per capire che una moneta non ha mai garantito un’unione…

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… ripeto MAI in nessun caso della storia.

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Basterebbe osservare questa immagine per comprendere che l’euro è un progetto destinato al fallimento al di la della volontà politica attuale. Solo alcuni stati di secondo piano, africani e del Centro America, adottano il dollaro, il resto dei Paesi ha la propria moneta.

Ma lasciamo spazio all’ultima novità in arrivo dalla Germania riportata dal Die Welt

Grazie alla traduzione di Voci dalla Germania una piccola sintesi…

A Berlino  alcuni economisti molto noti martedì si sono riuniti per discuterne. Il loro obiettivo era quello di sviluppare un piano di emergenza a cui ricorrere in caso di disintegrazione della moneta unica. Con il titolo „Is the Euro sustainable – and what if not“ alcuni importanti economisti tedeschi e internazionali si sono trovati per discutere i costi e le conseguenze di un possibile collasso dell’euro, le riforme che potrebbero facilitare l’uscita di un paese e le esperienze storiche relative alla caduta delle precedenti unioni monetarie.
L’invito a Berlino è arrivato dal’università privata ESMT e dal Max-Planck-Institut per il diritto fiscale e la scienza delle finanze. E’ possibile che la  situazione nell’unione monetaria si sia stabilizzata grazie alla ripresa economica congiunta, ma i saldi Target in continua crescita evidenziano le fratture economiche all’interno della zona euro. E le elezioni italiane hanno mostrato che il pericolo di una dissoluzione dell’euro è tutt’altro che scomparso. In Italia il capo della Lega Italiana, il partito populista di destra – uno dei vincitori delle elezioni – ha  dichiarato che solo la morte è irreversibile, una moneta certamente non lo è. Mentre la politica si preoccupa di stabilizzare l’eurozona, gli economisti vorrebbero invece essere preparati nel caso in cui la moneta unica dovesse fallire.
“La probabilità che l’euro finisca non è pari a zero. Come economisti dobbiamo prenderla in considerazione”, ha detto Kai Konrad, esperto di finanza presso il Planck-Institut. Ad assecondarlo c’era il presidente del Consiglio dei Saggi Economici (Sachverständigenrat), Christoph Schmidt: “bisogna essere preparati anche ad eventi alquanto improbabili”.
E’ necessario discutere una clausola di uscita
Secondo gli economisti presenti ci sarebbero tre scenari di uscita ipotizzabili:l’uscita di un paese senza il consenso degli altri, l’uscita con il consenso degli altri, oppure l’esclusione di un paese contro la volontà del paese uscente. Per tutti questi scenari non esiste un quadro giuridico chiaro, afferma Clemens Fuest, presidente dell’Ifo.
Sebbene l’eurozona con l’articolo 50 del trattato UE abbia previsto una clausola di uscita, l’abbandono della moneta unica nei trattati resta legato indissolubilmente anche all’uscita dall’UE. Non è desiderabile, dice Fuest: “al momento l’uscita di un paese non è all’ordine del giorno, proprio per questa ragione sarebbe il momento buono per discutere una clausola di uscita dall’euro”, dice Fuest. Potrebbe essere incluso nei trattati nell’ambito dell’attuale processo di riforma. Fuest tuttavia non raccomanderebbe a nessun paese di uscire. Secondo Fuest una tale clausola potrebbe avere un’influenza disciplinante. “L’adesione all’euro è accompagnata dal fatto che il paese deve accettare le regole della zona euro”, dice Fuest, riferendosi soprattutto all’Italia. Li’ il capo della Lega Salvini ha chiesto che l’Italia ignori gli accordi di politica fiscale che l’Italia stessa ha sottoscritto. “Questo è incompatibile con l’appartenenza all’area dell’euro”, dice Fuest.
Alcuni economisti vorrebbero far uscire dall’euro chi infrange in maniera seriale le regole comuni. I trattati al momento non contemplano la possibilità che alcuni paesi si difendano dall’obbligo di dover trasferire risorse agli altri paesi tramite una opzione di uscita, ma per il futuro non sarebbe da escludere.
E’ necessario che ci siano regole per l’uscita
“I vantaggi derivanti dall’avere regole di uscita chiare consisterebbero nel ridurre i costi macroeconomici legati all’uscita, compresa l’incertezza, rendendo i conflitti fra gli stati meno probabili”, afferma Fuest. Potrebbe esserci maggiore incertezza sul futuro dell’eurozona. “Tutto questo spinge verso la creazione di ostacoli procedurali elevati che rendano difficile l’uscita, ma non per un’assenza di una procedura di uscita”, dice Fuest.
Le clausole di uscita potrebbero servire come protezione contro la redistribuzione delle risorse a spese dei singoli stati. Paesi piu’ ricchi come la Germania o l’Olanda, grazie ad una clausola di uscita, potrebbero difendersi dalla trasformazione dell’eurozona in una unione di trasferimento. Una clausola di uscita potrebbe aiutare anche i paesi piu’ deboli, come l’Italia, che con una loro moneta nazionale, potrebbero tornare nuovamente competitivi.
Quanto siano grandi le differenze lo ha illustrato chiaramente Sinn. Affinché i paesi piu’ deboli possano raggiungere la Germania in termini di prezzi, la Germania dovrebbe avere un’inflazione del 4.5% piu’ alta rispetto a quella degli altri paesi della zona euro per i prossimi 10 anni.
 
 
I migliori economisti su un terreno politico minato
L’uscita di un paese sarebbe costosa anche per la Germania. Se un paese dovesse uscire, la Bundesbank finirebbe per perdere i suoi crediti Target nei confronti del paese uscente. La sola Italia attualmente ha un debito verso l’eurosistema pari a 444 miliardi di euro.
Se ad uscire fosse invece la Germania, ad essere coinvolto sarebbe l’intero importo dei 900 miliardi di crediti Target. In questo caso sarebbe infondata la preoccupazione di una eccessiva sopravvalutazione del nuovo D-Mark: “la Bundesbank, secondo il modello della Banca Nazionale Svizzera, potrebbe intervenire con acquisti massicci per mantenerne basso il valore”, ha affermato Fuest.
Ma gli storici dell’economia mettono in guardia dall’accettare con troppa semplicità uno scenario di rottura dell’euro. La storia mostra che il crollo di un’unione monetaria porta con sé delle turbolenze. “Di solito, il crollo di un’unione monetaria causa anche il crollo della corrispondente unione doganale”, ha detto Albert Ritschl, storico economico della London School of Economics.
E questa è stata la quintessenza della euro-conferenza. Anche se un piano generale ancora non c’è: dopo tutto era il primo incontro fra economisti di alto livello a muoversi su di un terreno politicamente minato.

Non sarà una passeggiata, non lo è mai stato nella storia, ma Bertrand Russel, filosofo e matematico gallese, diceva che il problema dell’umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi. Nulla è irreversibile!

Questo in sintesi il mio pensiero … Italia più povera con questo euro.