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Tenersi per mano aiuta ad alleviare il dolore, parola della scienza

Scritto da: Dominella Trunfio
Fonte: https://www.greenme.it/vivere/salute-e-benessere/26817-tenersi-per-mano-dolore

 Tenersi per mano aiuta ad alleviare il dolore soprattutto in alcuni momenti particolari della vita. A dirlo è un team di scienziati dell’Università del Colorado che ha pubblicato un nuovo studio sulla rivista Pnas che prova la sincronizzazione cerebrale fra coppie.
Una scoperta innovativa: tenersi per mano tra innamorati ridurrebbe le sofferenze del 34%. I neuroscienziati guidati da Pavel Goldstein hanno condotto un esperimento teso a dimostrare che insieme il dolore si supera meglio. E non è una questione di suggestione.

La ricerca  parla dell’empatia che si viene a creare tra innamorati che sincronizzano le onde cerebrali aiutando così chi sta soffrendo a patire di meno.

Lo studio

Sono state reclutate 22 coppie eterosessuali fra i 23 e 32 anni per dimostrare che può esistere una sorta di accoppiamento cerebrale in risposta al dolore fisico.

Alle donne è stato poggiato su un braccio un metallo caldo, secondo gli scienziati coloro che stringevano la mano al proprio partner, hanno sentito meno dolore rispetto a quelle che erano distanti dal compagno. Per Goldstein, la sofferenza fisica è stata addirittura inferiore del 34% .

Per arrivare a questa conclusione, l’esperimento è stato ripetuto in situazioni diverse e ogni volta il dolore è stato quantificato sia attraverso la testimonianza diretta della volontaria, sia avvalendosi dell’occhio esterno della controparte maschile.

Le registrazioni dell’attività elettrica dell’encefalo (EGG) di tutti i soggetti coinvolti, hanno poi fatto emergere che l’elettroencefalogramma delle donne che avevano sperimentato bassi livelli di dolore era quasi identico a quello dei rispettivi partner. Per questo, gli scienziati ipotizzano che tenersi per mano possa favorire il rilascio di sostanze chimiche nel cervello, che fungano da analgesici endogeni.

Leggi anche: Tenersi per mano: il modo in cui lo fate rivela che tipo di coppia siete

La ricerca tuttavia ha portato con sé qualche scetticismo. Flavia Mancini del Computational and Biological Learning Lab dell’università di Cambridge, ad esempio dice che occorrerebbe capire se il tutto funzioni sia con dolori brevi e profondi che con quelli cronici.

“Ciò che conta davvero è la connessione sociale non dovremmo lasciare gli altri soffrire nell’isolamento, con o senza un partner affianco”, spiega al Times Mancini.

Egitto: la sua influenza nella cultura globale

Fonte: https://www.nibiru2012.it/egitto-influenza-nella-cultura-globale/

Egitto cristianesimo

L’Egitto dei Faraoni ha gettato le basi di tutto quello che è avvenuto dopo sia nella tradizione cristiana che in molti stereotipi culturali architettonici.

Agli albori della storia, migliaia di anni prima di Cristo, una civiltà chiamò a raccolta le sue forze per costruire i monumenti più grandi della terra: le piramidi di Giza.

13 milioni di tonnellate di blocchi di pietra, sufficienti a costruire la città di Londra, furono trasportati attraverso il deserto. Perchè? Quale visione del mondo giustificava una simile impresa? Gli esponenti del pensiero archeologico classico affermano che si trattava di tombe per tre faraoni.

Robert Bauval, scrittore e ricercatore inglese, nato ad Alessandria d’Egitto, ha passato gran parte della sua vita all’ombra delle grandi piramidi.

Egli ritiene che uno scopo molto più elevato sia alla base della loro costruzione e negli ultimi vent’anni ha cercato di scoprire quel significato di cui si avverte l’eco in antiche storie che parlano di stelle, di divinità discese sulla terra e della creazione come la concepivano gli egizi.

La creazione nella mitologia mondiale

All’inizio tutto era avvolto dalle tenebre e regnava il caos. Poi dal caos emerse un monte e su di esso spuntò Ra, il sole. Infine, un uccello fiabesco: la fenice si alzò in volo e il prime verso che emise fece muovere il mondo. In quel luogo, in seguito, sorse la città di Eliopoli, attorno ad una colonna sormontata dalla sacra pietra Benben, simbolo del monte all’origine della creazione.

Eliopoli era considerata una delle città più sacre del mondo antico. Il nome Eliopoli era rappresentato da un geroglifico: un pilastro sormontato da una croce. Gli antichi egizi la chiamavano “Innu Mehret”, “la colonna settentrionale”, simbolo di uno dei pilastri della Terra.

Sappiamo, da antiche iscrizioni, che lì si ergeva, infatti, un obelisco, molto tempo prima che a Giza fossero costruite le piramidi. Sappiamo anche che in cima alla stele era collocata una sacra reliquia: la pietra Benben.

Questa pietra era a forma di cono o di piramide, e per gli antichi egizi era come la croce per la cristianità, il più sacro dei simboli. Questo simbolo è custodito nel museo del Cairo ed è la pietra di coronamento di una piramide.

I sommi sacerdoti di Eliopoli erano secondi solo al faraone ed erano noti come costruttori, maghi, guaritori e astronomi. Di uno di loro si conosce il nome: Imhotep. In seguito sarà venerato dai greci come “Asclepio”, per i romani “Esculapio”, inventore della medicina. Ma Asclepio è noto anche per la sua conoscenza delle stelle e come ideatore delle grandi piramidi

egitto

La vita dopo la morte

Migliaia di anni prima dell’era cristiana, nell’antico Egitto si parlava del giudizio dopo la morte. I peccati di un uomo venivano pesati opponendoli a ciò che quella persona era stata realmente nel corso della sua vita, a quello che ne rimaneva dopo aver scartato tutto il resto. Quella egizia, insomma, era una civiltà in cerca di una verità interiore.

“Oggi, la visione del mondo che ci viene trasmessa dagli scienziati, ci dice che la verità è fuori di noi e dobbiamo cercarla all’esterno. Per gli egizi, invece, la verità va cercata all’interno, nel nostro mondo interiore, in noi”, spiega Robert Bauval su History Channel.

“Credevano che in ogni individuo ci fosse una scintilla del divino. Allo scopo di imparare ad espandere questa scintilla, portarla al massimo dello splendore, era necessario parlare con essa, interiormente, in un linguaggio che chiamavano “linguaggio degli dei”.

Come percepivano questo linguaggio? Se si fa parte del cosmo, bisogna comunicare con esso, e loro comunicavano percependo con i sensi, raccogliendo messaggi portati dal vento, dalle stelle, dalla luna, dalla fertilità del suolo, dalle stagioni, dalla nascita dei figli.

Questa è la lingua della natura, la lingua del cosmo e cominciarono a capire che si poteva codificare questo linguaggio, in un linguaggio sacro e simbolico, legato ai principi cosmici. Questo è il motivo per cui fu inventata la “scrittura sacra”. I miti egizi ci dicono che gli inventori di questa scrittura sacra furono gli dei.

Il mito di Osiride

Nei secoli che seguirono la costruzione delle grandi piramidi, religioni che veneravano altri dei sorsero e si diffusero nel mondo allora conosciuto.

Ma il mito di Osiride sfidò il tempo, anche se il nome stesso di Osiride sparì, sostituito da quello di Serapide. Numerosi templi a Osiride e Serapide, furono edificati in regioni molto distanti tra loro, quali erano l’Inghilterra, la Germania e la Francia.

Nel I secolo a.C., il culto si diffuse il tutto l’Impero Romano, competendo con la supremazia della nascente religione cristiana e finendo, persino, di influenzarla. All’interno del movimento cristiano, si sviluppo una fazione la quale fece propria l’idea che, al fine di giungere alla condizione divina, l’uomo dovesse acquisire al conoscenza mediante la ricerca interiore. Questa idea veniva direttamente dalla religione iniziatica egizia.

Alessandria d’Egitto fu, per molto tempo, luogo di iniziazione per i convertiti a questa nuova fede religiosa: qui, i primi cristiani venivano qui per ricevere la “gnosi“, ovvero la conoscenza mediante l’iniziazione, per cercare Dio in se stessi e la verità interiore.

Gesù, per questa corrente cristiana, era colui che li guidava a scoprire in loro la scintilla divina e per questo, non avevano bisogno né di chiese, né di gerarchie. La religione praticata dai primi cristiani ad Alessandria, rappresenta il collegamento fra il culto misterico dell’antico Egitto e la religione gnostica.

Influenza sul cristianesimo

La cultura e la mitologia egizia hanno influenzato anche lo sviluppo delle religione cattolica? Alcuni indizi possono essere scovati all’interno del vangelo di Matteo, nel quale si parla della natività di Gesù Cristo, bimbo divino nato dalla vergine Maria, collegando questo avvenimento con l’Egitto.

Il vangelo di Matteo è unico per tre cose importanti collegate alla storia della natività: la prima riguarda la sacra famiglia che scappa in Egitto per sfuggire alla strage degli innocenti voluta da Erode e che trova rifugio ad Eliopoli.

In una chiesa cristiana vicina a Eliopoli, è raffigurata la fuga in Egitto della Sacra Famiglia. La seconda si riferisce alla stella che indicava il luogo della nascita di Gesù; la terza riguarda proprio i Re Magi, figure misteriose che venivano dall’oriente. Che cosa voleva dire l’evangelista Matteo con questi dettagli?

La vergine e il bambino

Siccome sappiamo che il vangelo di Matteo, molto probabilmente, è stato redatto ad Alessandria d’Egitto, Robert Bauval ipotizza che Matteo abbia creato l’immagine di Maria e di Gesù Bambino per parlare agli egizi, ai quali, un’immagine del genere, era molto familiare, in quanto richiama l’immagine più potente della religione egizia: quella della dea Iside che reca in braccio un fanciullo divino.

E’ chiaro dunque che si cercò di fare accettare una nuova religione, un nuovo culto, a persone che per tre millenni aveva visto nell’infante divino il figlio della dea Iside.

In un certo senso, Matteo rubò agli egizi il mito stellare di Iside, di Horus e della stella Sirio e lo trapiantò nella mitologia cristiana. E’ plausibile pensare che i primi cristiani d’Egitto, considerassero Iside come la madre di Gesù. Solo in seguito la vergine assunse l’identità di Maria.

La stella nel cielo

C’è però un simbolo ancora più potente attraverso il quale i primi cristiani cercarono di veicolare il mito di Iside nella nuova religione. Il riferimento è alla stella di Betlemme.

E’ essa la stella di Iside, l’antica stella di origine divina? Dopo 3 mila anni, a causa del fenomeno delle precessione, è cambiato il tempo in cui Sirio sorge e tramonta.

Durante l’epoca dell’antico Egitto, la stella Sirio sorgeva durante il periodo del solstizio d’estate. All’epoca della nascita di Gesù, invece, questa stella appariva in cielo, più o meno, nel periodo del solstizio d’inverno, intorno al 25 dicembre, precisamente dopo il tramonto del sole.

Ora, siccome sappiamo che per gli ebrei e i primi cristiani il giorno cominciava al crepuscolo, il 25 dicembre vedevano sorgere la costellazione di Orione e subito dopo la stella Sirio spuntare all’orizzonte.

Questa era la stessa immagine che gli Egizi osservarono per migliaia di anni, quando celebravano la nascita di Horus, l’infante divino durante il solstizio d’estate. E’ lecito dunque ipotizzare che la stella della divinità sia stata presa da un antico mito egizio e fatto proprio dalla religione cristiana.

I Re Magi

Anche i magi che si mettono in viaggio per seguire la stella potrebbe essere il tentativo di uniformarsi a un altro antico mito egizio. La costellazione di Orione, con le sue tre stelle splendenti che formano la cintura, sorgendo sembrano annunciare la nascita di Sirio. Ebbene, è solo Matteo che parla dei Re Magi. Possiamo ipotizzare che le tre stelle della cintura di Orione siano diventati i “tre” magi del vangelo di Matteo?

Sul finire dell’epoca classica, gli ultimi gnostici sopravvissuti affidarono alla scrittura i loro vangeli e la filosofia antica, per sottrarli ai loro persecutori.

I testi religiosi degli gnostici sono riapparsi solo di recente, ma quelli filosofici erano venuti alla luce alcuni secoli fa a Firenze, culla del rinascimento.

Nel 1460, un monaco consegnò a Cosimo De’ Medici un pacco di manoscritti. Si trattava dell’”Ermetica”, una raccolta delle ultime parole di Ermete Trismegisto, ovvero del dio egizio Thoth. Cosimo De’ Medici chiese a Marsilio Ficino di mettere da parte la traduzione delle opere di Platone e di dedicarsi a quella degli scritti ermetici.

Improvvisamente, gli intellettuali europei entrarono in contatto con la saggezza degli egizi e questo divenne un fatto di notevolissima importanza culturale, tanto che nei trecento anni che seguirono, servi da stimolo agli artisti europei d’avanguardia, agli intellettuali e ai filosofi.

Alla base del Corpus Haermeticum c’è l’idea della forza dei simboli, l’idea che i simboli non sono solo qualcosa grazie alla quale si riconosce qualcuno o qualcosa, ma che hanno un significato più profondo e che il simbolo stesso possa portare all’iniziazione.

L’ermetismo diventò così popolare che perfino Rodrigo Borgia (papa Alessandro VI) fece decorare i suoi appartamenti nel Vaticano con scene in cui sono raffigurati Iside, Osiride e Thoth Ermes, così come li immaginavano i pittori del rinascimento. Si stava diffondendo una religione molto più antica, e da alcuni ritenuta più saggia, di quella di Mosè e della Bibbia.

Nella cattedrale di Siena si può ammirare un’immagine di Ermete Trismegisto, ovvero del dio Thoth, che trasmette la saggezza dell’Egitto e della Fenice, simbolo della città di Eliopoli.

I papi disseminarono Roma di simboli dell’antichità e di obelischi provenienti dall’Egitto. Stranamente, i papi scelsero l’antico simbolo di Eliopoli e cioè, un pilastro sormontato da un croce e lo posero proprio nel cuore della cristianità. E’ curioso che tutti coloro che vanno in Piazza San Pietro, vengano anche ad ammirare questo antico simbolo dell’Egitto pagano.

Studiosi, quali il gesuita Athanasius Irkere, studiarono gli enigmi egizi, ma la Chiesa cominciò ad avvertire il pericolo. L’ermetismo stimolava prese di posizioni personali, lontani da quelli che erano i suoi interessi. Le nuove idee furono, quindi, bandite e i libri bruciati.

Nel 1600, l’ermetismo venne fatto tacere con la forza e Giordano Bruno, principale sostenitore, fu trascinato davanti a un tribunale ecclesiastico. Malgrado le orrende torture che gli vennero inflitte, il filosofo rinunciò di abbandonare le proprie idee.

La Chiesa aveva un solo modo per porre fine a tutto questo e accadde l’impensabile: il 17 febbraio 1600, Giordano Bruno fu portato in piazza Campo de’ Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Fino all’ultimo momento della sua vita, il filosofo cercò di non guardare la croce che gli veniva posta davanti agli occhi da un membro dell’inquisizione. Le sue ceneri saranno gettate nel Tevere. Dopo questi tragici eventi, l’ermetismo divenne un fatto culturale clandestino.

Influenza sulla Massoneria

L’ermetismo trovò rifugio nelle società esoteriche, quali il movimento dei rosacrociani e la massoneria. La grande loggia di Londra, cuore e quartier generale della Massoneria pullula di antichi simboli. Gli affiliati vengono iniziati ai segreti, ai riti e ai simboli.

Secondo Michael Baigent, non c’è dubbio che l’ermetismo, partito dall’Egitto, si sia ramificato fino a influenzare anche il ritualismo e il simbolismo delle società segrete: la piramide, l’occhio onniveggente e la stella. I simboli egizi più sacri sono entrati a far parte dei misteri massonici. Le stesse istituzioni americane risultano “contaminate” dall’antico simbolismo egizio.

I fondatori degli Stati Uniti, George Washington, Benjamin Franklin e altri, erano in maggioranza dei massoni e fecero costruire e decorare la Casa Bianca con un’abbondanza di immagini che richiamano la massoneria. La costituzione stessa degli Stati Uniti è un’estensione dei principi della massoneria, con il suo porre fortemente l’accento sulla democrazia, sul sapere e sugli incentivi da dare alla scienza.

Egitto

Nel tempio massonico dedicato a George Washington, c’è un altro simbolo familiare: Washington e altri padri fondatori sono raffigurati con il “grembiule dei muratori“.

Anche il dollaro, simbolo della potenza americana, mostra il alto sconosciuto dello stemma americano: la piramide con l’occhio onniveggente con la promessa di un Nuovo Ordine Mondiale.

Egitto

E oggi, a più di duecento anni di distanza, possiamo ammirare in alcune delle città più importante dell’occidente, la presenza degli obelischi, simboli antichissimi di un’altra civiltà.

Da anni e anni, milioni di persone vi girano attorno, osservandoli distrattamente, di colpo, però, catturano l’attenzione di qualcuno, il quale si chiede: “Che cosa ci fanno qui?”, cercando di evocare la magia del passato e capire il significato di questi simboli, che al pari dei geroglifici, hanno bisogno di essere decodificati.

Firenze, la culla del Rinascimento

Scritto da: Fabio Forlano
Fonte:http://www.panoramitalia.com/it/travel/article/firenze-la-culla-del-rinascimento/1955/

Capitale dell’arte dal XV secolo, la città custodisce i tesori di grandi maestri come Botticelli, Michelangelo e Brunelleschi

Come tutto è iniziato

Convenzionalmente, gli storici fanno coincidere la fine del Medioevo con la scoperta dell’America (1492) da parte di Cristoforo Colombo. In realtà il cambiamento nel mondo occidentale era in atto già da qualche decennio, tra la fine dell’Impero bizantino e il divampare della riforma protestante. In tutto questo, Firenze viveva un periodo di lenta crescita, governata dalle famiglie borghesi della città. Le uniche minacce alla pace dei fiorentini arrivavano dalle mire espansionistiche dei Visconti, signori di Milano. La svolta avvenne con la presa del potere da parte della famiglia de’ Medici. Prima Cosimo e poi Lorenzo, detto il Magnifico, garantirono un periodo di pace e prosperità, finanziando l’opera di artisti e pensatori tra i più grandi della storia.

L’uomo al centro del mondo

Il Rinascimento affonda le proprie radici nel superamento dell’ideologia medievale. Al centro di ogni discorso venne posto l’uomo, soggetto capace di autodeterminarsi e dominare la natura con la propria volontà. La ricerca del piacere e della felicità non sembravano più essere un peccato. Così come il confronto e l’impegno sociale furono intesi quali percorsi obbligati verso il miglioramento della condizione umana.

Chiese e palazzi

L’impronta che il periodo rinascimentale ha lasciato su Firenze si nota soprattutto in ambito architettonico. Una passeggiata tra le chiese e i palazzi più belli della città mostra chiari i segni dello stile quattrocentesco, quando la riscoperta dell’armonia e delle forme geometriche di stampo romano chiusero definitivamente l’esperienza gotica. Il primo grande architetto del nuovo corso fu Filippo Brunelleschi, che già nella Cupola del Duomo aveva anticipato alcuni elementi del cambiamento.

Tuttavia è con lo Spedale degli Innocenti, e poi con le basiliche di San Lorenzo e Santo Spirito, che il Brunelleschi raggiunse il momento più compiuto dell’architettura rinascimentale fiorentina. Altre testimonianze importanti dell’epoca sono le facciate di Palazzo Ruccellai e di Santa Maria Novella, di Leon Battista Alberti, e Palazzo Medici Riccardi, di Michelozzo.

I grandi mecenate

Molta della produzione artistica del ‘400 fiorentino si deve alle commissioni dei grandi mecenate presenti in città: su tutti quelli della famiglia de’ Medici. Quando Cosimo tornò dall’esilio nel 1434 manifestò subito un gusto spiccato per il raffinato: per lui Donatello realizzò il David, sua opera più celebre che oggi è conservata nel Museo Nazionale del Bargello.

La stessa propensione ha accompagnato il governo di Piero e Lorenzo de’ Medici. Negli anni ‘70 del XV secolo in città si contavano decine di botteghe e laboratori. E Lorenzo, come a voler ripercorrere il mito di Atene, cercò di diffondere l’arte fiorentina in tutta Italia inviando i suoi migliori artisti nelle corti più ricche della Penisola. Il pittore simbolo del periodo laurenziano è Sandro Botticelli, capace di rendere gli ideali classici di armonia e bellezza in capolavori come la Primavera e la Nascita della Venere, entrambi custoditi presso la Galleria degli Uffizi.

L’età dei geni

Dopo la caduta dei Medici e la travagliata esperienza di Girolamo Savonarola, Firenze tornò alla calma sotto il gonfalonierato di Pier Soderini. In quegli anni ripresero le grandi committenze e in città lavorarono, seppur per un breve periodo, tre grandi maestri come Leonardo, Michelangelo e Raffaello.

Al periodo fiorentino di Leonardo da Vinci risale la realizzazione della Gioconda, ritratto di Lisa Gherardini moglie del mercante Francesco del Giocondo. Sebbene sia l’emblema del Rinascimento italiano, la Monna Lisa non ha mai avuto una collocazione stabile in città, essendo stata portata in Francia dallo stesso Leonardo già nel 1516.

Michelangelo Buonarroti, invece, tornò a Firenze nel 1501, ritrovando il clima dei suoi primi anni toscani. Il segno più evidente del suo secondo periodo fiorentino è senza dubbio il David, l’enorme statua di marmo oggi esposta nella Galleria dell’Accademia. Dal 1910, per ricordare la collocazione originaria dell’opera, in piazza della Signoria campeggia una copia del David, che riproduce fedelmente i lineamenti perfetti scolpiti dal Buonarroti.

Ultimo e più giovane dei tre geni che hanno servito Firenze all’inizio del XVI secolo fu Raffaello Sanzio. Marchigiano d’origine, Raffaello ha lasciato alla città la magnifica serie delle Madonne tra cui spicca la Madonna del Baldacchino, visitabile presso la Galleria Palatina.