Siria, ultimo atto della demolizione del diritto internazionale

Fonte: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-siria_ultimo_atto_della_demolizione_del_diritto_internazionale/82_23723/

L’attacco che l’associazione (a delinquere) USA/FR/GB ha sferrato nei confronti della Siria con il bombardamento della notte tra il 13 e 14 aprile 2018, non può che rinnovare il dubbio sulla effettiva esistenza di un diritto internazionale che regoli l’uso della forza bellica e se, ormai, la proibizione dell’utilizzo della forza per la risoluzione delle controversie internazionali abbia perso il suo valore di jus cogens, valore supremo essenziale e inderogabile.

Da anni siamo in presenza, infatti, di una continua, ed a nostro giudizio, del tutto illegittima, attenuazione dell’equiparazione tra guerra e crimine. L’introduzione di concetti come quello di ‘operazione di polizia internazionale’ di ‘guerra preventiva’ (unilaterale, anche in assenza di minacce dirette); di “intervento umanitario” tendono, anche teoricamente e non solo di fatto, a legittimare la guerra come strumento di tutela e affermazione dei diritti umani oppure come ‘guerra al terrorismo’ criminalizzando Stati sovrani, definendoli “Stati canaglia” accusati, nella maggior parte senza prove o con prove poi dimostratesi false, di supportare il terrorismo o di preparare l’uso di armi di distruzione di massa. Naturale conseguenza di questo inganno semantico è la crisi, se non la vera e propria distruzione, di tutto l’apparato di norme scritte o consuetudinarie che a partire dal patto Briand-Kellogg hanno tentato di limitare il diritto alla guerra e con esso gli organismi come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Assad e come prima di lui, Gheddafi e Saddam, o chiunque gli Stati Uniti ed i suoi complici decidano di colpire, rappresenta, nella visione di Trump, May e Macron, un hostis generis humani nei confronti dei quali tutto è legittimo e non è quindi importante accertare se abbia o meno realmente fatto uso di armi chimiche o preoccuparsi di ottenere previamente una mandato dal Consiglio di sicurezza della ONU o sentirsi obbligati al rispetto del diritto internazionale. D’altra parte, salvo la Russia e l’Iran nessuno ha preso posizione su quella che è una palese violazione di ogni regola dello jus ad bellum, eppure il bombardamento della Siria rappresenta un vero e proprio atto di aggressione. Aggressione che la sentenza di Norimberga definiva il “crimine internazionale supremo”. Oltre a ciò il bombardamento rappresenta una palese violazione del trattato sulle armi chimiche che all’art. IX espressamente prevede, nel caso di dubbi sul rispetto dell’accordo, il ricorso al Consiglio Esecutivo 1 che può anche disporre delle ispezioni “su sfida” come disposto dal comma 6 del medesimo articolo: in loco di qualsiasi impianto o sito sul territorio o in ogni altro luogo sotto la giurisdizione o il controllo di ogni altro Stato Parte”.

La medesima convezione, poi, all’articolo XII disciplina espressamente i provvedimenti per risolvere una situazione ed assicurare l’osservanza, ivi comprese le sanzioni da adottare2, prevedendo nel caso di accertate violazioni ed in presenza di casi di particolare gravità il ricorso all’Assemblea Generale ed al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nessun diritto quindi avevano gli Usa ed i suoi complici di intervenire militarmente ma solo di richiedere l’ispezione per l’accertamento della realtà dei fatti e di richiedere, l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Sia gli Usa che la Gran Bretagna che la Francia ed anche la Siria sono firmatari dell’accordo sulle armi chimiche e, quindi, come recita la convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 all’art. 26 “Pacta sunt servanda Ogni trattato in vigore vincola le parti e deve essere da esse eseguito in buona fede.”

Ma ormai ne l’ONU né il suo Consiglio di Sicurezza né tantomeno qualsivoglia altro sistema di risoluzione dei conflitti contenuto in convenzioni internazionali, hanno più un senso difronte a quella che, per citare Carl Schmitt è diventata una “guerra civile mondiale” in cui gli Stati Uniti si sono arrogati il diritto di decidere unilateralmente ciò che è giusto e legittimo ciò che non lo è.

Claudio Giangiacomo

  1. Ciascuno Stato Parte avrà il diritto di chiedere al Consiglio Esecutivo di ottenere chiarimenti da un altro Stato Parte su qualunque situazione che possa essere considerata ambigua o che possa far sorgere preoccupazioni riguardo alla eventuale inosservanza della Convenzione. In tal caso, è disposto quanto segue:

a. il Consiglio Esecutivo inoltrerà la richiesta di chiarimenti allo Stato Parte interessato tramite il Direttore Generale non oltre 24 ore dopo averla ricevuta;

b. lo Stato Parte richiesto fornirà i chiarimenti al Consiglio Esecutivo il prima possibile ma in ogni caso non oltre 10 giorni dopo aver ricevuto la relativa richiesta;

c. il Consiglio Esecutivo prenderà nota dei chiarimenti e li inoltrerà allo Stato Parte richiedente non oltre 24 ore dopo averli ricevuti;

d. se lo Stato Parte richiedente ritiene che i chiarimenti sono insufficienti, avrà diritto di chiedere al Consiglio Esecutivo di ottenere dallo Stato Parte richiesto ulteriori chiarimenti;

e. al fine di ottenere gli ulteriori chiarimenti richiesti secondo il capoverso d), il Consiglio Esecutivo può invitare il Direttore Generale a costituire un gruppo di esperti provenienti dal Segretariato Tecnico o, se un personale appropriato non è disponibile presso il Segretariato Tecnico, di altra provenienza per esaminare tutte le informazioni ed i dati disponibili pertinenti alla situazione che è causa della preoccupazione. Tale gruppo di esperti sottoporrà al Consiglio Esecutivo una relazione sui fatti investigati;

f. se lo Stato Parte richiedente considera che i chiarimenti ottenuti in base ai capoversi d. ed e. sono insoddisfacenti, avrà il diritto di richiedere una sessione speciale del Consiglio Esecutivo alla quale gli Stati Parte coinvolti che non sono membri del Consiglio Esecutivo avranno diritto di partecipare. In tale sessione speciale, il Consiglio Esecutivo prenderà in considerazione la questione e potrà raccomandare qualsiasi provvedimento che ritiene appropriato per risolvere la situazione.

  1. Ciascuno Stato Parte avrà anche il diritto di chiedere al Consiglio Esecutivo di chiarire qualunque situazione che è stata considerata ambigua o che ha fatto sorgere preoccupazioni circa un’eventuale inosservanza della presente Convenzione. Il Consiglio Esecutivo risponderà fornendo tutta l’assistenza appropriata.
  2. Il Consiglio Esecutivo informerà gli Stati Parte circa qualsiasi richiesta di chiarimento fornita nel presente Articolo.
  3. Se i dubbi o la preoccupazione di uno Stato Parte circa un’eventuale non conformità non sono stati risolti entro 60 giorni dopo la presentazione della domanda di chiarimenti al Consiglio Esecutivo, o se tale Stato Parte ritiene che i suoi dubbi giustificano un’immediata considerazione del problema, fermo restando il suo diritto di richiedere un’ispezione su sfida, esso può richiedere una sessione speciale della Conferenza in conformità con l’Articolo VIII, paragrafo 12 c.. In tale sessione speciale la Conferenza esaminerà la situazione e potrà raccomandare qualsiasi provvedimento che ritiene appropriato per risolvere la situazione.

Procedure per le ispezioni su sfida

  1. Ciascuno Stato Parte ha il diritto di chiedere un’ispezione su sfida in loco di qualsiasi impianto o sito sul territorio o in ogni altro luogo sotto la giurisdizione o il controllo di ogni altro Stato Parte, unicamente al fine di chiarire e di risolvere ogni questione relativa ad un’eventuale inosservanza delle disposizioni della presente Convenzione, e che questa ispezione sia condotta ovunque, senza indugio, da una squadra ispettiva designata dal Direttore Generale ed in conformità con l’Annesso sulle Verifiche.
  2. Ciascun Stato Parte ha l’obbligo di limitare la richiesta d’ispezione all’ambito della presente Convenzione e di fornire nella richiesta d’ispezione tutte le informazioni appropriate in base alle quali sorta una preoccupazione riguardo ad una eventuale inosservanza della presente Convenzione, come specificato nell’Annesso sulle Verifiche. Ciascuno Stato Parte si asterrà da richieste d’ispezione senza fondamento, curando di evitare gli abusi. L’ispezione su sfida sarà effettuata unicamente allo scopo di determinare i fatti relativi all’eventuale inosservanza.
  3. Al fine di verificare l’osservanza delle disposizioni della presente Convenzione, ciascun Stato Parte consentirà al Segretariato Tecnico di condurre ispezioni su sfida in loco secondo il paragrafo 8.
  4. A seguito di una richiesta di ispezione su sfida di un impianto o di un sito, ed in conformità con le procedure disposte nell’Annesso sulle verifiche, lo Stato Parte ispezionato avrà:

a. il diritto e l’obbligo di fare ogni ragionevole sforzo per dimostrare la sua osservanza della presente Convenzione, ed a tal fine, mettere in grado la squadra ispettiva di adempiere al suo mandato;

b. l’obbligo di fornire l’accesso all’interno del sito richiesto unicamente allo scopo di determinare i fatti pertinenti alla preoccupazione circa l’eventuale inosservanza;

c. il diritto di adottare provvedimenti per proteggere gli impianti sensibili ed impedire la divulgazione di informazioni e di dati riservati, non connessi alla presente Convenzione.

  1. Per quanto riguarda gli osservatori, è disposto quanto segue:

a. lo Stato Parte richiedente può, con riserva dell’accordo dello Stato Parte ispezionato, inviare un rappresentante il quale può essere un cittadino sia dello Stato Parte richiedente o di uno Stato Parte terzo, per osservare la conduzione dell’ispezione su sfida;

b. lo Stato Parte ispezionato in tal caso concederà l’accesso all’osservatore in conformità con l’Annesso sulle Verifiche;

c. lo Stato Parte ispezionato, di regola, dovrà accettare l’osservatore proposto; qualora lo Stato Parte ispezionato manifestasse un rifiuto, tale fatto dovrà essere segnalato nel rapporto finale.

  1. Lo Stato Parte richiedente presenterà una richiesta d’ispezione per un’ispezione su sfida in loco al Consiglio Esecutivo, e contestualmente al Direttore Generale per immediata trattazione.
  2. Il Direttore Generale si accerterà immediatamente che la richiesta d’ispezione è conforme ai criteri specificati alla Parte X, paragrafo 4 dell’Annesso sulle Verifiche e, se necessario, fornirà assistenza allo Stato Parte richiedente per compilare in maniera adeguata la richiesta d’ispezione. Quando la richiesta d’ispezione soddisfa i criteri stabiliti, possono aver inizio i preparativi per l’ispezione su sfida.
  3. Il Direttore Generale trasmetterà la richiesta d’ispezione allo Stato Parte ispezionando non meno di 12 ore prima dell’arrivo previsto della squadra ispettiva al punto di entrata.
  4. Dopo aver ricevuto la richiesta d’ispezione, il Consiglio Esecutivo prenderà conoscenza dei provvedimenti del Direttore Generale relativi alla richiesta e manterrà il caso sotto esame per l’intera durata della procedura d’ispezione. Le sue deliberazioni tuttavia non ritarderanno il processo d’ispezione.
  5. Il Consiglio Esecutivo, non oltre 12 ore dopo aver ricevuto la richiesta d’ispezione, può decidere a maggioranza di tre quarti di tutti i suoi membri di opporsi allo svolgimento dell’ispezione su sfida qualora consideri che la richiesta d’ispezione sia frivola, abusiva o che esuli chiaramente dall’ambito della Convenzione come prescritto al paragrafo 8. Lo Stato Parte richiedente e lo Stato Parte ispezionato non hanno voce in capitolo in questa decisione. Se il Consiglio Esecutivo decide contro l’ispezione su sfida, i preparativi saranno interrotti, nessuna ulteriore azione connessa alla richiesta d’ispezione sarà intrapresa e gli Stati Parte interessati saranno informati in merito.
  6. Il Direttore Generale emetterà un mandato d’ispezione per la conduzione dell’ispezione su sfida. Il mandato ispettivo consiste nella richiesta d’ispezione di cui ai paragrafi (8) e (9) tradotta in termini operativi, e dovrà essere conforme alla richiesta d’ispezione.
  7. L’ispezione su sfida sarà condotta in conformità con la Parte X, oppure, in caso di uso asserito secondo la Parte XI dell’Annesso sulle verifiche. La squadra ispettiva sarà guidata dal principio di condurre l’ispezione su sfida con la minore intrusione possibile, compatibilmente con l’adempimento effettivo e tempestivo della propria missione.
  8. Lo Stato Parte ispezionato assisterà la squadra ispettiva durante tutta l’ispezione su sfida ed agevolerà il suo compito. Se lo Stato Parte ispezionato propone, secondo la Parte X, Sezione C dell’Annesso sulle Verifiche, procedure per dimostrare l’osservanza della Convenzione, alternative ad un accesso completo e globale, esso dovrà fare ogni ragionevole sforzo, attraverso consultazioni con la squadra ispettiva, per raggiungere un accordo sulle modalità per determinare i fatti, al fine di dimostrare la propria osservanza.
  9. Il rapporto finale dovrà riportare le risultanze fattuali delle investigazioni nonché una valutazione da parte della squadra ispettiva del grado e della natura dell’accesso e della cooperazione concessi per una soddisfacente attuazione dell’ispezione su sfida. Il Direttore Generale trasmetterà prontamente il rapporto finale della squadra ispettiva allo Stato Parte richiedente, al Consiglio esecutivo ed a tutti gli altri Stati Parte. Il Direttore Generale inoltre trasmetterà prontamente al Consiglio Esecutivo le valutazioni dello Stato Parte richiedente e dello Stato Parte ispezionato, nonché le opinioni degli altri Stati Parte che potranno essere inoltrate al Direttore Generale a tal fine, e successivamente le farà avere a tutti gli Stati Parte.
  10. Il Consiglio Esecutivo, in conformità con i propri poteri e funzioni, esaminerà il rapporto finale della squadra ispettiva non appena gli sarà stato presentato e prenderà in esame ogni eventuale preoccupazione riguardo al fatto che:

a. si sia effettivamente verificata una inosservanza;

b. la richiesta rientrava nell’ambito della presente Convenzione;

c. vi siano stati abusi del diritto di chiedere un’ispezione su sfida.

  1. Qualora il Consiglio Esecutivo addivenga alla conclusione, nell’ambito dei propri poteri e funzioni, che ulteriori provvedimenti potrebbero essere necessari riguardo al Paragrafo 22, esso adotterà tutte le misure appropriate per risanare la situazione e garantire l’osservanza della presente Convenzione, comprese raccomandazioni specifiche alla Conferenza. In caso di abusi, il Consiglio Esecutivo esaminerà se lo Stato Parte richiedente debba farsi carico di eventuali oneri economici derivanti dall’ispezione su sfida.
  2. Lo Stato Parte richiedente e lo Stato Parte ispezionato avranno il diritto di partecipare al processo di esame. Il Consiglio Esecutivo porterà a conoscenza degli Stati Parte e della successiva sessione della Conferenza i risultati dell’esame.
  3. Se il Consiglio Esecutivo ha effettuato specifiche raccomandazioni alla Conferenza, la Conferenza prenderà provvedimenti in conformità con l’Articolo XII.

 

  1. 2 La Conferenza adotterà le necessarie misure stabilite ai paragrafi 2, 3 e 4 per assicurare l’osservanza della presente Convenzione e risolvere e portare rimedio ad ogni situazione che contravvenga con le disposizioni della presente Convenzione. Nel considerare i provvedimenti da adottare in conformità con il presente paragrafo, la Conferenza terrà conto di tutte le informazioni e raccomandazioni sui problemi presentati dal Consiglio Esecutivo.
  1. Nei casi in cui uno Stato Parte sia stato richiesto dal Consiglio Esecutivo di adottare provvedimenti per risolvere una situazione che presenta problemi per quanto riguarda l’osservanza della Convenzione, e qualora lo Stato Parte manchi di eseguire la richiesta entro il termine specificato, la Conferenza potrà, tra l’altro, dietro raccomandazione del Consiglio Esecutivo, limitare o sospendere i diritti ed i privilegi dello Stato Parte in base alla presente Convenzione fino a quando non avrà intrapreso le azioni necessarie ad adempiere ai suoi obblighi in base alla presente Convenzione.
  2. Qualora gravi danni all’oggetto ed allo scopo della presente Convenzione derivino da attività proibite in base alla presente Convenzione, in particolare dall’Articolo I, la Conferenza potrà raccomandare misure collettive agli Stati Parte in conformità con il diritto internazionale.
  3. La Conferenza sottoporrà, in casi di particolare gravità, la questione, comprese le informazioni e le conclusioni pertinenti, all’attenzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. “

Siria, il generale Camporini: molto rumore, ma solo teatro

Fonte: http://www.libreidee.org/2018/04/siria-il-generale-camporini-molto-rumore-ma-solo-teatro/

Il generale Vincenzo CamporiniMolto rumore, ma pochi danni. E nessun rischio di un vero scontro fra Usa e Russia, anche se le difese russe, in caso di attacco, intercetteranno sicuramente molti missili americani, inglesi e francesi scagliati contro obiettivi siriani.

Lo afferma il generale dell’aeronatica Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore delle forze armate italiane: «In questo momento quello che posso prevedere è un attacco dimostrativo limitato e senza finalità politico-militari, quindi un attacco non in grado di cambiare gli scenari siriani, né di mettere a rischio la sopravvivenza del regime». L’intensità dell’eventuale raid, dichiara Camporini (intervistato dal “Giornale”) dipenderà sostanzialmente dal numero di lanciamissili già in posizione e in grado di portare a termine l’attacco. «Sappiamo che davanti alle coste siriane c’è la Donald Cook, un cacciatorpediniere lanciamissili salpato recentemente dal porto di Larnaka a Cipro. Non siamo a conoscenza di portaerei pronte a far decollare i loro aerei. Quindi ritengo che assisteremo ad un attacco-fotocopia, molto simile a quello lanciato lo scorso anno, quando Donald Trump decise di punire Bashar Assad per un altro presunto attacco chimico contro le zone dei ribelli».

Intervistato da Gian Micalessin, Camporini non prevede un intervento di grande portata contro la Siria. E soprattutto, non vede alcun rischio di coinvolgimento del nostro paese: «Non siamo di fronte a un’operazione concordata in sede Nato», sottolinea l’alto ufficiale: «Siamo di fronte ad una azione unilaterale decisa dalla presidenza degli Stati Uniti». In queste ore si parla di aerei Poseidon P8 decollati dalla base di Sigonella. «I Poseidon sono aerei antisommergibile – spiega Camporini – e di certo non parteciperanno a questo tipo di attacchi». Non solo: «Per usare le basi di Aviano o Sigonella, gli americani dovrebbero chiedere l’autorizzazione del nostro governo. E un esecutivo dimissionario come quello del premier Paolo Gentiloni, chiamato soltanto a sbrigare gli affari correnti, non potrebbe concederla». Inoltre, ipotizzare una partecipazione italiana «significherebbe prefigurare un intervento molto più ampio di quello previsto dalla Casa Bianca». Dunque sarebbe un atto solo dimostrativo? «Sì, assolutamente», risponde Camporini. «Non siamo di fronte ad un raid in grado di cambiare la situazione sul terreno. Trump quasi sicuramente si limiterà a dimostrare di aver punito una nazione colpevole di esser andata oltre i limiti».

Si parla, però, di un possibile intervento concordato con l’Inghilterra e la Francia: pronte a partecipare all’azione. «La natura dell’operazione dal punto di vista militare non cambierebbe», chiarisce il generale. «Gli inglesi potrebbero utilizzare le basi di Cipro e i francesi degli aerei decollati da una loro portaerei nel Mediterraneo. Potrebbero venir utilizzati dei missili Storm Shadow con un raggio di 560 chilometri utilizzati a suo tempo anche dall’Italia per colpire le installazioni militari di Gheddafi in Libia». Diretti contro quali obbiettivi? «Gli americani preferiranno basi militari per evitare perdite civili collaterali», dice Camporini. «Poi bisogna vedere quanti missili Tomahawk riusciranno a superare le difese dell’antiaerea». Dunque i russi parteciperanno alle operazioni di difesa del territorio siriano? «Su questo ho pochi dubbi», afferma il generale. «I radar e i missili russi garantiranno la copertura delle installazioni militari siriane». C’è il rischio che vengano colpite basi in cui sono presenti militari russi o iraniani? «Non penso siano previsti attacchi rivolti a colpire direttamente personale non siriano». E la reazione russa? «Ritengo che Putin, per quanto abbia minacciato di reagire, preferisca lasciar sfogare gli americani nella consapevolezza che la loro azione non cambierà gli scenari», sostiene Camporini. «Quindi non vedo il rischio di un allargamento dello scontro e tantomeno il rischio di un conflitto mondiale».

La guerra di Libia entra in Stallo davanti a Tripoligrad. Causa “the human factor”

Fonte: https://corrieredellacollera.com/2011/03/31/la-guerra-di-libia-entra-in-stallo-davanti-a-tripoligrad-causa-the-human-factor/

La Guerra  di Libia sta diventando  la  dimostrazione che la teoria del generale Giulio Douhet sulla supremazia aerea, ha una falla di recente costruzione.

Per chi non lo sapesse, Douhet è un generale italiano  ( di Caserta, classe 1869) che negli anni trenta ha scritto un bel libro in cui ha spiegato che nella guerra  moderna la supremazia aerea sarebbe stato  l’elemento fondante di ogni vittoria.

Questo stesso concetto è stato espresso negli anni cinquanta da Alexander De Severesky ( origine russa, americano,  progettista di elicotteri) che scrisse il libro :  “Supremazia aerea chiave della sopravvivenza” in cui identificò  per primo anche  il fenomeno de “l’isterismo atomico”  basandosi sulle foto di Hiroshima e Nagasaki  che mostrano   manufatti in cemento a seicento metri dal punto di scoppio erano rimasti quasi intatti.

Non teneva conto che i giapponesi dentro l’edificio erano morti comunque. Non aveva considerato il “fattore Umano”.

E’ stata la prima di una serie di sottovalutazioni delle persone cui la politica USA ci ha abituato, specie se si tratta di arabi. ( vedi blog di ieri sulla galassia degli arabi).

La falla che ha causato il buco strategico alleato in Libia,  si chiama l’esmpio della  Serbia.

Gli alleati – tra cui l’Italia –  piegarono la Serbia  con una serie di bombardamenti mirati a infrastrutture, impianti industriali, ponti  e persino l’ambasciata cinese che un analista della CIA  non sapeva avesse traslocato.  La guerra di Serbia si esaurì senza morti per l’alleanza. Questo portò alle stelle l’entusiasmo USA circa le lezioni da infliggere ai  “dittatori prepotenti”.

La Serbia, guidata da un mezzo dittatore, era comunque  un paese industrializzato , antiquato, ma industrializzato. I serbi, europei non rozzi.  Il dittatore, privo di carisma ed assurto ai fasti del potere attraverso la trafila della nomenclatura del partito  unico.  Per far carriera non ebbe bisogno di carisma o delle doti, anche militari,  che fanno di  un uomo, un uomo  di carattere.

Vedendosi impotente a reagire militarmente e non riuscendo a difendersi dalla guerra elettronica a distanza ,  Milosevic si arrese. Anche nei Balcani  la popolazione non fu entusiasta del trattamento, ma  il prezzo della libertà prima o poi si deve pagare.  Pagarono, sia pure imbrogliando sul resto. All’appello manca  ancora Mladic e qualche altro spiccio.

La lezione era servita e l’obbiettivo di ottenere la resa,  raggiunto. La coalizione inviò le truppe a occupare Serbia  e Kosovo  facendo la cosiddetta “guerra col gesso” ( il detto  nasce dalla invasione di Carlo VIII di Valois  in Italia, che richiese – all’andata – solo lo sforzo logistico di segnare col gesso i luoghi di rifornimento delle truppe).

Nel caso libico, il fatto che delle persone avessero in animo di resistere, fu considerata una stranezza da dittatore folle, che sarebbe presto stato abbandonato  dai più, sotto la pressione psicologica creata dalle defezioni provocate  dall’intelligence e dell’opinione pubblica mondiale guidata dall’ONU, con una buona dose di bombe.

La  situazione libica si è invece mostrata  radicalmente diversa:

  •  intanto non è un paese industriale e  i soli impianti petroliferi sono proprio quelli che servono intatti agli attaccanti, che tendono a risparmiarli.
  •  non ci sono ponti abbattuti  che non si possano aggirare con i 4X4 che tutti posseggono , bombardare il deserto è come bombardare il mare.
  •  l’idea della strategia di  guerra con zero morti  – lanciata durante la campagna di Serbia –  ha fatto invece  due vittime: una è la verità e l’altra è la strategia stessa. Infatti la pubblica opinione mondiale,  adesso vuole sempre bombardamenti senza vittime e questo ha rallentato la forza di persuasione dei bombardamenti, che è forte su territori industrializzati e ricchi di infrastrutture e debole in zone popolate e inermi.  La foto di un bambino morto tra le braccia di una mamma può far cadere un governo.

Alla coalizione è mancata la corretta valutazione del fattore umano: hanno sottovalutato il nemico e sopravvalutato gli “alleati”, inrealtà un branco di “smandrappati” e mi si perdoni la definizione romanesca. Quella letteraria : “putant quod cupiunt” In italiano: sono poco realistici.

I caratteri  valutati realisticamente sono i seguenti:

Il dittatore : non è un  burocrate anche se la sua carriera militare non annovera impegni superiori all’accompagnamento della nazionale militare ai giochi militari del Mediterraneo. Però già allora dimostrò di non essere sciocco.

Realizzò un colpo di Stato senza sparare un colpo e con quattro gatti. Si impose col carisma, non con le primarie o lanci di palloncini colorati  o, peggio  con un   grigio congresso di partito. In più , da bravo arabo innamorato dell’idea del nomadismo, ha uno spiccato  senso dell’onore ( vedi “la galassia degli arabi alla voce beduini, sottovoce, Sharaf) e qualcuno non ha calcolato che Gheddafi  poteva decidere di resistere per dignità ( tema  peraltro già accennato da Mubarak , dal presidente yemenita e culminato ieri dalla frase di Assad ” se ci sarà da combattere, combatteremo”).  L’ex allenatore della nazionale sportiva militare, si è rivelato un buon motivatore e un tattico furbo e deciso. Il suo esempio – anche questo lo avevamo scritto – è stato contagioso.

Il popolo: i libici hanno notoriamente un carattere non facile, negli affari sono dei ricattatori, sono rozzi,  ma  hanno dimostrato di sapersi battere e di saper incassare colpi senza afflosciarsi.  Hanno  fatto una guerra sgangherata,  ma  l’hanno fatta.   La  strategia di Gheddafi   è semplice : sa che le democrazie non possono permettersi perdite umane e non vogliono scendere a terra per combattere  e sa che alla fine di ogni bombardamento la fanteria deve avanzare occupando. Ha convinto i suoi ad aspettarli con le armi in pugno.

In Serbia ci vollero 60mila soldati  NATO sia pure  in assenza di cenni  resistenza. Quanti ce ne vogliono per snidare i libici? Lui ha persone disposte a morire, magari solo i suoi figli, ma li ha. Anche chi si sentiva suddito , adesso si sente un patriota che combatte da uomo contro quelli che Omero chiamerebbe “guerrieri da balestra” che non osano affrontare il corpo a corpo e fidano nel potere della guerra a distanza.

La pubblica opinione internazionale: viziata oltremisura da una comunicazione globale ,  specie pubblicitaria,   che privilegia i punti di vista culturali femminili. Le donne  sono le responsabili degli acquisti delle famiglie  e il mondo si regola ormai  quasi solo sui consumi e l’individualismo che non premia i sacrifici per idealità , i governi  della coalizione non riescono a  imporre una linea di sacrifici e di guerra, sia pure temporanea e a basso costo di vite: La pubblica opinione  vuole la pace a gratis e non  in offerta speciale.

I governi della coalizione, comprati molti diplomatici in sedi estere – in saldo anche il ministro degli Esteri –  bombardate le truppe, devono  fare l’ultimo sforzo per vincere questa guerra per procura, ma   – causa la sopravvalutazione degli alleati locali – sembra che ormai  debbano decidere di  farsi avanti di persona con truppe NATO.   Le foto dei morti, deprimono le vendite al consumo e  fanno cadere i governi. E’ per queste ragioni che la “conferenza di Londra” è stata un minuetto privo di  senso.

Ipertensione: come ridurla con le tecniche di rilassamento

Fonte: http://www.informasalus.it/it/articoli/ipertensione-tecniche-rilassamento.php

Le tecniche di rilassamento, come la meditazione, riducono la pressione del sangue modificando l’attività di migliaia di geni. È quanto emerge da una ricerca condotta presso il Beth Israel Deaconess Medical Center (BIDMC) e Massachusetts General Hospital (MGH) di Boston e pubblicata sul Journal of Alternative and Complementary Medicine.

I ricercatori Usa hanno identificato i geni la cui attività cambia dopo otto settimane di training di rilassamento, geni legati al funzionamento del sistema immune, al metabolismo, ai ritmi circadiani, con un significativo impatto sulla riduzione della pressione del sangue.

Lo studio ha coinvolto 58 pazienti ipertesi, che non assumevano farmaci o ne avevano sospeso l’assunzione per diverse settimane prima dello studio. Per otto settimane tutti hanno partecipato a lezioni settimanali su tecniche di rilassamento (ad esempio respirazione diaframmatica, meditazione, ripetizione di mantra etc) da ripetere ogni giorno a casa con un’audioguida.

Dopo le otto settimane una parte di loro presentava una riduzione considerevole della pressione, sotto i limiti di riferimento (140/90 mm Hg). Con prelievi di sangue si è analizzata l’attività genica dell’intero campione. È così emerso che coloro che avevano visto ridursi notevolmente la pressione, presentano importanti variazioni nell’attività di quasi 2000 geni principalmente legati al metabolismo e al sistema immunitario.

Lo studio dimostra l’efficacia di una alternativa potenzialmente valida ai farmaci. “Tradizionalmente l’ipertensione è trattata con farmaci ma non tutti i pazienti rispondono alle terapie e per molti di loro gli effetti avversi sono troppo limitanti per continuare le cure farmacologiche”, ha spiegato l’autore del lavoro Randall Zusman; per questi pazienti “strategie alternative sarebbero impagabili”, continua: “Nel nostro studio abbiamo visto che le tecniche di rilassamento sono efficaci nel ridurre la pressione del sangue in pazienti ipertesi che non stano assumendo medicine”.

EURO BREAK UP: IL MOMENTO DELLA VERITA’ SI AVVICINA!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/03/20/euro-break-up-il-momento-della-verita-si-avvicina/

Questa è la prima slide di una lunga serie di oltre 120, una ricerca durata oltre due mesi, una relazione tenuta presso una importante istituzione presente sul suolo nazionale. Analisi empirica, economico/finanziaria, giuridico/legale che prende in considerazione tutte le variabili storiche per un’eventuale rottura della moneta unica.

Mi sono sempre meravigliato di come sia grande l’ignoranza sul tema, non tanto da parte della gente comune, ma da parte delle istituzioni, di chi invece dovrebbe contribuire a sostenere un dialogo il più sereno possibile senza preconcetti ideologici o politici.

Il fallimento dell’euro, da distinguere da quello dell’Europa, è ormai evidente, è sotto gli occhi di tutti.

Dice bene Benjamin Jerry Cohen, professore di Economia politica internazionale presso l’Università della California a Santa Barbara. Le sue ricerche riguardano principalmente questioni sulle relazioni monetarie e finanziarie internazionali e ha scritto su argomenti che vanno dai tassi di cambio e all’integrazione monetaria ai mercati finanziari e al debito internazionale.

Allo stesso tempo sottolinea una cosa fondamentale, ovvero la strenua volontà politica a non abbandonare questo esperimento, a qualunque costo.

L’ultima frase di Angela Merkel è un’autentica fesseria, ” L’euro è molto, molto più che una moneta, è la garanzia di unità dell’Europa.”

Basterebbe guardare alla storia, per capire che una moneta non ha mai garantito un’unione…

Risultati immagini per euro 69 su 69 icebergfinanza

… ripeto MAI in nessun caso della storia.

Risultati immagini per sovranità monetaria icebergfinanza

Basterebbe osservare questa immagine per comprendere che l’euro è un progetto destinato al fallimento al di la della volontà politica attuale. Solo alcuni stati di secondo piano, africani e del Centro America, adottano il dollaro, il resto dei Paesi ha la propria moneta.

Ma lasciamo spazio all’ultima novità in arrivo dalla Germania riportata dal Die Welt

Grazie alla traduzione di Voci dalla Germania una piccola sintesi…

A Berlino  alcuni economisti molto noti martedì si sono riuniti per discuterne. Il loro obiettivo era quello di sviluppare un piano di emergenza a cui ricorrere in caso di disintegrazione della moneta unica. Con il titolo „Is the Euro sustainable – and what if not“ alcuni importanti economisti tedeschi e internazionali si sono trovati per discutere i costi e le conseguenze di un possibile collasso dell’euro, le riforme che potrebbero facilitare l’uscita di un paese e le esperienze storiche relative alla caduta delle precedenti unioni monetarie.
L’invito a Berlino è arrivato dal’università privata ESMT e dal Max-Planck-Institut per il diritto fiscale e la scienza delle finanze. E’ possibile che la  situazione nell’unione monetaria si sia stabilizzata grazie alla ripresa economica congiunta, ma i saldi Target in continua crescita evidenziano le fratture economiche all’interno della zona euro. E le elezioni italiane hanno mostrato che il pericolo di una dissoluzione dell’euro è tutt’altro che scomparso. In Italia il capo della Lega Italiana, il partito populista di destra – uno dei vincitori delle elezioni – ha  dichiarato che solo la morte è irreversibile, una moneta certamente non lo è. Mentre la politica si preoccupa di stabilizzare l’eurozona, gli economisti vorrebbero invece essere preparati nel caso in cui la moneta unica dovesse fallire.
“La probabilità che l’euro finisca non è pari a zero. Come economisti dobbiamo prenderla in considerazione”, ha detto Kai Konrad, esperto di finanza presso il Planck-Institut. Ad assecondarlo c’era il presidente del Consiglio dei Saggi Economici (Sachverständigenrat), Christoph Schmidt: “bisogna essere preparati anche ad eventi alquanto improbabili”.
E’ necessario discutere una clausola di uscita
Secondo gli economisti presenti ci sarebbero tre scenari di uscita ipotizzabili:l’uscita di un paese senza il consenso degli altri, l’uscita con il consenso degli altri, oppure l’esclusione di un paese contro la volontà del paese uscente. Per tutti questi scenari non esiste un quadro giuridico chiaro, afferma Clemens Fuest, presidente dell’Ifo.
Sebbene l’eurozona con l’articolo 50 del trattato UE abbia previsto una clausola di uscita, l’abbandono della moneta unica nei trattati resta legato indissolubilmente anche all’uscita dall’UE. Non è desiderabile, dice Fuest: “al momento l’uscita di un paese non è all’ordine del giorno, proprio per questa ragione sarebbe il momento buono per discutere una clausola di uscita dall’euro”, dice Fuest. Potrebbe essere incluso nei trattati nell’ambito dell’attuale processo di riforma. Fuest tuttavia non raccomanderebbe a nessun paese di uscire. Secondo Fuest una tale clausola potrebbe avere un’influenza disciplinante. “L’adesione all’euro è accompagnata dal fatto che il paese deve accettare le regole della zona euro”, dice Fuest, riferendosi soprattutto all’Italia. Li’ il capo della Lega Salvini ha chiesto che l’Italia ignori gli accordi di politica fiscale che l’Italia stessa ha sottoscritto. “Questo è incompatibile con l’appartenenza all’area dell’euro”, dice Fuest.
Alcuni economisti vorrebbero far uscire dall’euro chi infrange in maniera seriale le regole comuni. I trattati al momento non contemplano la possibilità che alcuni paesi si difendano dall’obbligo di dover trasferire risorse agli altri paesi tramite una opzione di uscita, ma per il futuro non sarebbe da escludere.
E’ necessario che ci siano regole per l’uscita
“I vantaggi derivanti dall’avere regole di uscita chiare consisterebbero nel ridurre i costi macroeconomici legati all’uscita, compresa l’incertezza, rendendo i conflitti fra gli stati meno probabili”, afferma Fuest. Potrebbe esserci maggiore incertezza sul futuro dell’eurozona. “Tutto questo spinge verso la creazione di ostacoli procedurali elevati che rendano difficile l’uscita, ma non per un’assenza di una procedura di uscita”, dice Fuest.
Le clausole di uscita potrebbero servire come protezione contro la redistribuzione delle risorse a spese dei singoli stati. Paesi piu’ ricchi come la Germania o l’Olanda, grazie ad una clausola di uscita, potrebbero difendersi dalla trasformazione dell’eurozona in una unione di trasferimento. Una clausola di uscita potrebbe aiutare anche i paesi piu’ deboli, come l’Italia, che con una loro moneta nazionale, potrebbero tornare nuovamente competitivi.
Quanto siano grandi le differenze lo ha illustrato chiaramente Sinn. Affinché i paesi piu’ deboli possano raggiungere la Germania in termini di prezzi, la Germania dovrebbe avere un’inflazione del 4.5% piu’ alta rispetto a quella degli altri paesi della zona euro per i prossimi 10 anni.
 
 
I migliori economisti su un terreno politico minato
L’uscita di un paese sarebbe costosa anche per la Germania. Se un paese dovesse uscire, la Bundesbank finirebbe per perdere i suoi crediti Target nei confronti del paese uscente. La sola Italia attualmente ha un debito verso l’eurosistema pari a 444 miliardi di euro.
Se ad uscire fosse invece la Germania, ad essere coinvolto sarebbe l’intero importo dei 900 miliardi di crediti Target. In questo caso sarebbe infondata la preoccupazione di una eccessiva sopravvalutazione del nuovo D-Mark: “la Bundesbank, secondo il modello della Banca Nazionale Svizzera, potrebbe intervenire con acquisti massicci per mantenerne basso il valore”, ha affermato Fuest.
Ma gli storici dell’economia mettono in guardia dall’accettare con troppa semplicità uno scenario di rottura dell’euro. La storia mostra che il crollo di un’unione monetaria porta con sé delle turbolenze. “Di solito, il crollo di un’unione monetaria causa anche il crollo della corrispondente unione doganale”, ha detto Albert Ritschl, storico economico della London School of Economics.
E questa è stata la quintessenza della euro-conferenza. Anche se un piano generale ancora non c’è: dopo tutto era il primo incontro fra economisti di alto livello a muoversi su di un terreno politicamente minato.

Non sarà una passeggiata, non lo è mai stato nella storia, ma Bertrand Russel, filosofo e matematico gallese, diceva che il problema dell’umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi. Nulla è irreversibile!

Questo in sintesi il mio pensiero … Italia più povera con questo euro.

 

Hollywood e CIA. Attenti a quei due

Fonte: http://storia-controstoria.org/governo-ombra/hollywood-e-cia/

Era stato il presidente Truman, apponendo la sua firma al National Security Act nel lontano 1947, a suggellare la fondazione della CIA (Central Intelligence Agency) che ufficialmente aveva il compito di individuare, raccogliere e valutare informazioni che potessero ledere la sicurezza nazionale. Se il raggio d’azione dell’FBI, che svolge il medesimo compito, si espande principalmente all’interno degli Stati Uniti, quello della CIA non conosce confini. Lo stesso vale per le missioni della CIA che vanno ben al di là degli obiettivi dichiarati ufficialmente. Al soldo del potere più tetro, da sempre la CIA effettua operazioni paramilitari e propagandistiche segrete, organizza attentati, rivoluzioni e colpi di Stato in tutto il mondo. Di questo programma fa parte anche l’industria cinematografica di Hollywood, così come i mass media in generale, insomma la fucina di una realtà made in USA imposta a tutto il Globo. A volte completamente inventata, a volte sapientemente pilotata.

Hollywood, ovvero l’America che non è mai esistita

Ricordate quei film degli anni Sessanta in bianco e nero, in cui ci mostravano le cittadine americane di provincia con le piccole villette a bungalow corredate di giardinetto con piscina? Quelle famiglie tipicamente borghesi con la mamma che preparava sandwich nella cucina ben attrezzata, elettrodomestici all’ultima moda, arredamento un po’ shabby ma confortevole, mentre il pater familias leggeva il solito giornale e i ragazzi paffutelli afferravano il bicchierone di latte fresco di frigorifero e poi si facevano fuori una ciotola di fiocchi d’avena, due toast alla marmellata e quant’altro? Alla fine i membri della famiglia uscivano di casa, il sorriso sulle labbra, salutandosi con il classico “I love you”.

Il tutto era costantemente accompagnato da una musichetta gioiosa, fuori il sole splendeva sempre, per non dimenticare poi l’anziano vicino dalla faccia simpatica con la camicia a quadri e la pompa in pugno, intento ad innaffiare le piante del giardino. E davanti ai garage di queste ottime famiglie, poco distante dall’onnipresente bandiera a stelle e strisce, sostavano macchine gigantesche, di tutti i colori, spaventosi transatlantici da città. Oppure si vedevano quei pick-up di campagna altrettanto enormi, immancabili, eredi motorizzati dei carri di pionieri ottocenteschi. Tutto sembrava gigantesco in America: le macchine, le possibilità, la felicità delle famiglie. Il regno dei sogni.

Oggi questo modello ci viene riproposto, anche se in chiave differente. La mamma che spalmava crema burro di nocciole sui sandwich dei bambini è scomparsa lasciando il posto alla donna che lavora, perfetta e multitasking, la cucina comoda e shabby è diventata una cucina di lusso a tutti gli effetti e può essere che a volte manchi la figura, prima indispensabile, del padre. Ormai anche la locazione della campagna-paradiso ha lasciato il posto alla vita cittadina, spesso gli appartamenti sono situati in grattacieli eleganti. Però… ci avete fatto caso? Tutti sono sempre molto bravi e buoni, si ripetono circa dieci volte al giorno “I love you- I love you – I love you…”, anche al telefono. Soprattutto al telefono. Peccato che questi modelli proposti al cinema siano un’esigua minoranza di fortunati, mentre molte delle vere famiglie americane di un tempo che vivevano nella villetta di campagna sono andate in rovina e nelle strade delle grandi città il numero dei poveri senzatetto (quelli vestiti da capo a piedi con le borse di plastica che di solito si usano per fare la spesa) aumenti in modo esponenziale. Gli Stati Uniti sono marci e la puzza ormai si sente da un pezzo. Ma Hollywood continua a vendere sogni.

La propaganda serrata che intende mostrare un’altra America, un’America inesistente, non si limita però soltanto a questo. Vuole imporre anche un’altra immagine del mondo per poter continuare indisturbata a tessere i suoi intrighi politico-economici senza che a nessuno venga in mente di metterle i bastoni fra le ruote. E questo è forse il lato più pericoloso della propaganda hollywoodiana. Perché il cinema, così come la televisione, può essere uno strumento molto efficace di lavaggio del cervello. I capi della CIA l’hanno capito molto presto. Gli studi sulle tecniche più efficienti per influenzare la psicologia delle masse erano iniziati in grande stile negli USA alla metà degli anni Quaranta con la fondazione dello “Stanford Research Institute”. Dunque pensate quanta esperienza ormai ha questa gente nel suo triste mestiere.

Mass media e PAO

PAO è la sigla del Public Affairs Office, l’organo della CIA che si occupa di coordinare ed amministrare i rapporti fra il governo americano e i mass media. In parole povere significa che quest’organo si occupa di dirigere la propaganda dei mass media e quindi di “assistere” gli autori e i film maker di cinema e televisione. Già la produzione cinematografica americana durante il periodo della Guerra fredda aveva un ruolo molto importante agli occhi della CIA perché doveva diffondere l’ideale di una società democratica e anti comunista in prima linea in America, soprattutto in quegli Stati in cui le masse erano, per la maggior parte, poco istruite e quindi maggiormente sensibili ad una propaganda effettuata per mezzo dell’immagine. Gente come i registi John Ford e Cecile B. De Mille e attori come John Wayne erano fortemente patriottici, i soggetti più indicati a diffondere questo messaggio.

Anche la famosa soap opera statunitense degli anni Ottanta “Dynasty” faceva parte del programma. Aveva lo scopo di mostrare la bella vita della ricchissima famiglia statunitense per diffondere l’idea dei benefici del modello capitalistico a scapito di quello comunista. In questo caso era stato Paul Berry, l’ufficiale della CIA responsabile del PAO, ad incrementare la nascita della serie. Anche la sceneggiatura della recente fiction “Homeland”, un grande successo negli Stati Uniti e all’estero, è stata scritta sotto il controllo di esperti della CIA, così come la serie “Alias” di J.J. Abrams e i successi cinematografici “Syriana” di Stephen Gaghan, “L’ombra del potere” di Robert de Niro, “Sale” di Phillip Noyce, “The Bourne Identity” di Doug Liman, soltanto per citare alcuni esempi.

Se osserviamo lo sviluppo di questa filmografia, ci accorgeremo infatti che inizialmente il classico “cattivo” era sempre un russo, dunque lo spauracchio tipico dei tempi della Guerra fredda. Poi, lentamente, l’immagine è cambiata spostandosi in ambiente Mediorientale e adesso prevalgono sul russo l’arabo, l’iraniano oppure l’iracheno. In realtà il gioco della CIA è diventato talmente primitivo ed elementare che dovrebbe essere immediatamente individuabile. Invece questo non è il caso. La maggior parte della gente ancora non se ne rende conto. O forse non vuole rendersene conto? Perché è più comodo credere nell’esistenza di un cattivo adeguato al governo più forte del momento. Ma sarà davvero così? Gli USA saranno i più forti ancora per molto?

In ogni caso per il momento dobbiamo essere consapevoli che la maggior parte di ciò che esce dagli stabilimenti televisivi e cinematografici statunitensi è pilotato, è censurato, talvolta scritto di concerto con il beneplacito di chi intende portare avanti una propaganda in grado di influenzare e addirittura plasmare il pensiero dei popoli. Se da una parte ci vengono presentati spettacoli di puro svago che hanno il compito di non farci pensare, di distrarci mentre magari nelle stanze dei bottoni vengono prese decisioni importanti a nostra insaputa, dall’altra intendono sottoporci ad un costante, radicale lavaggio del cervello.

Il 5 ottobre 2001 il giornale The Guardian scriveva:

“Per la prima volta nella sua storia la CIA ammette ufficialmente l’esistenza di una relazione pubblica con il veterano operante a Hollywood Chase Brandon che ha dedicano 25 anni della sua carriera a difendere la democrazia.”

“Difendere la democrazia”, detto così sembra quasi che Brandon abbia compiuto un atto eroico. Nel 1996 la CIA ha reso pubblica la fondazione dell’Entertainmente Liaison Office, un organo di controllo che avrebbe strettamente collaborato con i mass media, a cui faceva capo appunto Chase Brandon, l’ufficiale citato da The Guardian nel 2001, il quale aveva buoni contatti con Hollywood essendo cugino dell’attore Tommy Lee Jones. In realtà, come abbiamo visto, l’attività di controllo sui mass media andava avanti già da decenni.

La censura di Luraschi e la strana morte di De Vore

Negli anni Cinquanta questo compito di censura e propaganda veniva svolto da Luigi Luraschi che lavorava per la Paramount e, contemporaneamente, per la CIA come si è scoperto una decina di anni fa. L’obiettivo centrale era quello di salvaguardare e lucidare l’immagine limpida degli USA offerta dall’industria cinematografica. Un esempio evidente delle sue ingerenze nelle pellicole hollywoodiane si rivelò nel modo di presentare i cittadini afroamericani che, su richiesta di Luraschi, dovevano sempre essere ben vestiti per poter contrastare la propaganda russa, la quale di contro metteva in risalto il razzismo USA.

Ovviamente questi servigi di cui godeva la CIA non erano gratuiti, venivano pagati con ingenti somme di denaro. Un altro metodo di intromissione nelle sceneggiature dei film oggi largamente impiegato dalla CIA è quello di offrire del materiale di informazione allo scopo di rendere i film più vicini alla realtà. Ex agenti della CIA collaborano quindi in qualità di informatori, altri invece lavorano direttamente con l’autore come nel caso di Tom Clancy, oppure è l’ex agente stesso ad ideare la fiction, come nel caso di Michael Frost Beckner con la serie televisiva “The Agency“. È chiaro che tutto questo non è un aiuto spassionato, ma persegue scopi ben precisi di disinfomazione. Scriveva il The Guardian del 14.11.2008:

“Quindi si modificano gli scritti, si finanziano dei film, si sopprime la verità: questo è abbastanza preoccupante di per sé. Ma ci sono casi i cui si pensa che le attività della CIA a Hollywood siano andate anche più lontano, così lontano da essere esse stesse il materiale di un film.”

© Thomas Wolf-www.foto-tw.de CC BY-SA 3.0

Nel giugno 1997 l’autore Gary De Vore stava scrivendo la sceneggiatura per il suo debutto. Si trattava di un film d’azione sul retroscena dell’invasione USA a Panama nel 1989 che portò alla deposizione del dittatore Manuel Noriega. De Vore ha quindi contattato un vecchio amico della CIA, il sopracitato Chase Brandon, e si è intrattenuto con lui su Noriega e sul programma degli USA contro il narcotraffico nell’America latina. Ma alcune cose che aveva scoperto nella sua ricerca disturbarono De Vore, per esempio le somme enormi di denaro sporco che finivano dalle casse della banche panamensi a quelle del governo americano. A lla fine l’autore sconcertato e impaurito lasciò perdere e si dedicò ad un altro progetto. Ma era già troppo tardi. Alcuni mesi dopo, mentre de Vore si trovava per lavoro in California, telefonò per l’ultima volta alla moglie e poi scomparve per sempre. Per mesi si formularono le ipotesi più disparate sul ciò che poteva essergli successo. Il suo cadavere fu scoperto soltanto un anno dopo, chiuso nell’auto che era sparita insieme con lui nel fondo di un canale della Sierra Nevada.

In seguito all’autopsia dei poveri resti dell’autore, si dichiararono delle cause di morte sconosciute. Si pensò quindi ad un incidente. Probabilmente De Vore si era addormentato alla guida, era uscito dall’autostrada senza nemmeno accorgersene e quindi precipitato in acqua. Ma nell’auto non si trovò il suo computer portatile, uno strumento di lavoro che De Vore portava sempre con sé. Inoltre il guard rail dell’autostrada non presentava, nel punto fatale in cui sarebbe avvenuto l’incidente, nessun segno di danneggiamento.

Amman, per la prima volta cristiani e musulmani celebrano insieme la Festa dell’Annunciazione

Fonte: http://www.asianews.it/notizie-it/Amman,-per-la-prima-volta-cristiani-e-musulmani-celebrano-insieme-la-Festa-dellAnnunciazione-43458.html

Avverrà il 28 marzo, con la partecipazione di rappresentanti istituzionali, religiosi e civili. Vicario patriarcale ad Amman: parte del “dialogo teologico, religioso, spirituale” che accompagna quello “esistenziale di ogni giorno”. “Vogliamo mostrare i punti comuni fra cristiani e musulmani, riguardanti quest’evento dell’Annunciazione, al quale anche i musulmani credono”.

Amman (AsiaNews) – Quest’anno anche la Giordania terrà la prima celebrazione interreligiosa per la festa dell’Annunciazione di Maria: il 28 marzo, rappresentanti delle autorità, leader religiosi musulmani, vescovi cristiani e civili di entrambe le fedi si riuniranno in una grande sala della capitale per celebrare la festività.  Mons. William H. Shomali, vicario patriarcale del Patriarcato latino ad Amman, spiega che l’evento servirà per parlare “dell’importanza di Maria nel Corano, e del valore della narrativa dell’Annunciazione nel Vangelo di Luca. Vogliamo mostrare i punti comuni fra cristiani e musulmani, riguardanti quest’evento dell’Annunciazione, al quale anche i musulmani credono”.

In Libano, da 12 anni la festa dell’Annunciazione del 25 marzo ha valore di festività nazionale, con congedo dal lavoro per tutti i cittadini e come punto di forza sul dialogo fra cristiani e musulmani

Un evento, afferma il prelato, che fa parte del “dialogo teologico, religioso, spirituale” fra cristiani e musulmani, che si “aggiunge al dialogo esistenziale di ogni giorno”.

Nel settembre del 2016, il re Abdullah II aveva sottolineato davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite l’importanza delle figure di Gesù e Maria nel Corano, citate 25 e 35 volte. Maria è “chiamata ‘la migliore di tutte le donne del creato’ [e] c’è un capitolo del Corano chiamato ‘Mayam’. I khawarej [musulmani estremisti che nella storia islamica si erano distaccati dall’Islam, ndr] nascondono deliberatamente queste verità per separare musulmani e non musulmani. Non possiamo permettere che ciò accada”.

P. Rifat Bader, dando notizia dell’evento sul quotidiano online Abouna, ricorda che dal 2000, il sovrano di Giordania ha reso il Natale una festa nazionale e aggiunge: “Ora chiediamo di celebrare la Festa dell’Annunciazione, così che il suo significato religioso serva come incentivo ad arricchire la nostra unità nazionale e coesione sociale”.

Accordi segreti: paghiamo tasse evase dalle multinazionali

Fonte: http://www.libreidee.org/2018/03/accordi-segreti-paghiamo-tasse-evase-dalle-multinazionali/

Mille miliardi di euro, tra evasione fiscale ed elusione: le multinazionali pagano molto meno degli altri, e così agli Stati tocca tirare la cinghia e metter mano a dolorosi tagli. Secondo “Business Insider”, sono addirittura 2.053 gli accordi segreti tra governi Ue e multinazionali per non pagare le tasse: un giochetto che all’Italia costa 10 miliardi all’anno. «Alla fine del 2016, tra le note del Def – scrive il newsmagazine – il ministero dell’economia aveva calcolato che solo all’Italia mancano almeno 31 miliardi di base imponibile. Tradotto, con un tassazione media per le imprese del 30% mancano 10 miliardi di gettito fiscale: lo 0,6% del Pil. Una cifra sufficiente a finanziare buona parte del reddito di cittadinanza del Movimento 5 Stelle o a evitare l’aumento dell’Iva l’anno prossimo». Nel 2013, aggiunge “Business Insider”, l’economista britannico di “Tax Research”, Richard Murphy, aveva calcolato che l’evasione fiscale all’interno del vecchio continente ammonta a circa 850 miliardi, mentre l’elusione vale altri 150 miliardi di euro. E il trend è in ascesa: «Tre anni dopo lo scandalo LuxLeaks che mise a nudo i rapporti fiscali segreti tra governi e colossi industriali, il numero di accordi in essere continua ad aumentare: secondo l’ultimo rapporto della Commissione Europea sono cresciuti dai 1.252 del 2015 ai 2.053 del 2016».

A nulla è servita la maxi-multa comminata all’Irlanda per aver favorito Apple. L’Unione Europea interviene solo a cose fatte, «quando le intese fiscali segrete si rivelano aiuti di Stato tali da condizionare la libera concorrenza». Contro gli abusi si agita il Parlamento Europeo, che però non ha potere. «Anche perché le grandi multinazionali hanno schierato l’artiglieria pesante: con il trucco degli accordi fiscali riescono a strappare condizioni da paradisi fiscali nel cuore del vecchio continente». Con i “tax ruling”, aggiunge “Business Insider”, le multinazionali possono concordare il trattamento fiscale che potrebbe essere loro riservato per un periodo di tempo predeterminato; ma in realtà il “tax ruling” è lo strumento che permette alle corporations di ridurre drasticamente il proprio carico fiscale globale. «Dal punto di vista formale, lo schema è sempre lo stesso: le grandi multinazionali promettono investimenti e occupazione in cambio di tassazioni agevolate, poi una volta stabilitesi spostano i profitti da una controllata all’altra per ridurre al minimo le imposte. Un meccanismo utilizzato già da Apple, Fiat, Amazon, Google, Starbucks e anche McDonald’s». In Italia gli accordi segreti sono 78, e l’“Espresso” ha rivelato che tre di questi riguardano Michelin, Microsoft e Philip Morris.

Sono proprio questi accordi, spiega “Business Insider”, ad aver fatto del Lussemburgo lo snodo centrale della finanza europea: «Molte imprese versano al Granducato un’aliquota effettiva inferiore all’1% degli utili dichiarati». L’Ue è intervenuta in modo tardivo e sporadico. «I cittadini-contribuenti e altri attori economici, come le piccole e medie imprese, avrebbero tutto il diritto di conoscere e giudicare i trattamenti fiscali che le autorità nazionali riservano alle grandi corporation», sostiene Mikhail Maslennikov, “policy advisor” di Oxfam Italia per la giustizia fiscale. «Sempre più spesso – aggiunge – i “ruling” segreti dei paesi Ue si rivelano come un tassello fondamentale per la pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali, facilitandone il “profit-shifting” verso giurisdizioni dal fisco amico e garantendo un trattamento fiscale ad hoc ai grandi colossi, che vedono ridursi considerevolmente le proprie aliquote effettive». I “ruling” segreti pongono seri interrogativi sul fairplay fiscale anche per Tove Maria Ryding, coordinatore del team di giustizia fiscale del network europeo “Eurodad”: «Le decisioni confidenziali assunte da un paese hanno impatti sulla contribuzione fiscale in tanti altri paesi», dice Ryding. «E spesso si tratta dei paesi più poveri e dei contesti più vulnerabili al mondo». O magari paesi come l’Italia, stritolati da una tassazione record.

USA GERMANIA TRADE WAR: LA MADRE DI TUTTE LE CRISI!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/03/19/usa-germania-trade-war-la-madre-di-tutte-le-crisi/

Sul Financial Times, giustamente Wolfgang Munchau sottolinea come in caso di guerra commerciale persistente, la Germania è l’anello più debole, probabilmente per noi la scintilla che farà esplodere la santabarbara euro

In a trade war Germany is the weakest link

Se le guerre commerciali siano facili da vincere, come afferma il presidente degli Stati Uniti Donald Trump , dipende molto dal tuo avversario. Se il tuo obiettivo è la Germania – un paese con un surplus di conto corrente di circa l’8% del prodotto interno lordo – allora sì, una guerra commerciale è facile da vincere.

Per gli Stati Uniti colpire la Germania è in qualche modo un errore di categoria. In quanto membro dell’UE, la Germania non ha una politica commerciale indipendente. Come membro della zona euro, non ha una valuta nazionale. La giusta controparte geografica per gli Stati Uniti sarebbe l’UE o la zona euro: la prima se il tuo reclamo è la politica commerciale, la seconda se è la valuta. Ma alla fine, questa distinzione non ha importanza. L’area dell’euro ha registrato un avanzo delle partite correnti pari al 3,5% del PIL nel 2017, un dato enorme dato l’entità dell’economia.

La strategia anti-crisi dell’eurozona dal 2012 è stata miope, spingendo il conto corrente verso un forte surplus e aspettandosi che il mondo lo assorbisse. Era una strategia da mendicante, più appropriata per i piccoli paesi che per la seconda più grande economia del mondo. Il motivo per cui tale strategia è insostenibile sta diventando chiaro. Ti rende vulnerabile a un’azione protezionistica , come il 25% delle tariffe sull’acciaio e il 10% delle tariffe sull’alluminio imposte dagli Stati Uniti. Dovrebbero entrare in vigore venerdì, salvo una tregua dell’ultimo minuto.

La Germania è un grande esportatore di acciaio negli Stati Uniti, ma l’acciaio è solo uno spettacolo secondario. Il vero problema è se il Presidente Trump darà seguito alle sue ripetute minacce schiacciando le tariffe sulle auto. Il think-tank Bruegel, con sede a Bruxelles, ha calcolato gli effetti di un’ipotetica tariffa del 35% che dovesse l’industria automobilistica europea: si tratta di una stima della perdita di reddito di 17 miliardi di euro l’anno. L’impatto economico complessivo sarebbe più elevato a causa degli effetti di una rete. L’UE non è solo legata alle esportazioni ma anche alla produzione di automobili da vendere al mondo.

Le tariffe statunitensi sono solo uno dei tre shock potenzialmente destabilizzanti per l’industria automobilistica. Un altro è la hard Brexit .

(…) In quello sfortunato scenario, il Regno Unito potrebbe finire per imporre tariffe alle auto importate dall’UE. Secondo le ultime statistiche tedesche , gli Stati Uniti e il Regno Unito costituiscono la più grande e la seconda più grande fonte di surplus commerciale della Germania. La combinazione delle tariffe statunitensi e di una hard Brexit  sarebbe uno shock debilitante.

Un terzo e più prevedibile problema è il continuo collasso nella vendita di auto diesel.

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Da un punto di vista strategico è pazzesco che l’UE si sia lasciata al punto tale da essere così dipendente dall’esportazione di un prodotto nel suo tardo ciclo di vita. Il suo intero modello di business risulta essere basato sulla scommessa che il signor Trump non sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti, che non ci sarebbe stata la Brexit e che avresti potuto imbrogliare per sempre i clienti truccando regole e macchine.

Dal punto di vista degli Stati Uniti, le tariffe potrebbero essere economicamente controproducenti. Ma questo è un gioco di potere geopolitico: inizia con una tariffa su acciaio e alluminio, aspetta la controreazione dell’UE (forse le tariffe sul burro di arachidi o succo d’arancia) e poi rispondi con una tariffa sulle automobili.

Munchau conclude il suo articolo, sostenendo giustamente che l’argomentazione che è immorale una guerra commerciale, perde vigore se si considera la moralità della politica dell’UE ovvero quella di gestire un surplus ampio e persistente con il resto del mondo. O addirittura di fare promesse per un aumento della spesa per la difesa che non avevano intenzione di mantenere.

Questa guerra commerciale è davvero facile da vincere. Sarà l’equivalente del compagno del matto a scacchi: il gioco potrebbe essere vinto in due mosse.

E’ incredibile questa nemesi, gli idioti politici europei, hanno fatto finta di nulla per anni, permettendo alla Germania di infrangere le regole con il loro surplus. C’è  chi dice che una guerra commerciale travolgerebbe anche l’Italia, è possibile, ma la colpa sarà di tutti coloro, in primis i governi del presidente guidati da Monti, Letta, Renzi e Gentiloni che hanno fatto finta di nulla per tanto tempo, hanno ignorato la trave conficcata nell’economia della Germania, mentre i tedeschi urlavano la pagliuzza italiana del debito pubblico.

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Come riporta il sempre attento Voci dalla Germania, addirittura un insospettabile come Hans Werner Sinn prende le parti di Trump, dichiarando che ha ragione ad attaccare la Germania

Trump ha ragione con le sue accuse contro l’UE
Le auto americane, secondo il professore, partito subito in quarta, vengono importate nell’UE con dazi del 10%, le nostre auto vengono esportate negli USA solo con il 2.5% di dazio. Allo stesso tempo pero’ l’UE accusa Trump di voler isolare gli Stati Uniti aumentando le tariffe doganali. In realtà accade il contrario, ha spiegato Hans Werner Sinn.
L’UE in realtà cerca di proteggersi applicando tariffe doganali molto alte con l’unico scopo di difendere gli interessi di una specifica lobby economica Tutto questo accade a spese dei consumatori europei e a spese degli Stati Uniti, ma anche del terzo mondo. Nella narrazione della stampa tedesca tuttavia i fatti vengono completamente travisati.
A spese dei consumatori europei, in particolare tedeschi
Lo stesso vale per i prezzi agricoli dell’UE. A causa delle barriere doganali i prezzi dei beni alimentari sono del 20% superiori rispetto ai prezzi presenti sul mercato mondiale e piu’ alti rispetto ai prezzi degli Stati Uniti. Chi se ne avvantaggia e chi invece ci guadagna? A trarne vantaggio sono gli agricoltori europei che usano le loro lobby per convincere l’UE a proteggerli mediante alte tariffe doganali. E questo naturalmente a scapito dei consumatori tedeschi, che devono pagare di piu’ per il cibo che comprano.
La carne bovina quando viene importata è sottoposta a un dazio del 69%, la carne di maiale al 26%. Negli Stati Uniti il cibo è molto piu’ economico.
In un normale scambio libero da dazi, i consumatori ordinari, specialmente la gente comune, avrebbero enormi benefici. Spendendo gli stessi soldi, il loro tenore di vita sarebbe nettamente superiore, perché con prezzi alimentari piu’ bassi potrebbero fare la spesa a prezzi decisamente piu’ vantaggiosi.

La colpa è chiaramente dell’UE che ha una politica protezionista.

E gli americani si sono stancati. Per questo Trump ha minacciato: se non la smettete tasseremo le vostre auto con un dazio piu’ alto.
Perchè l’UE si comporta in questo modo? Cosa c’è dietro?
La risposta corretta sarebbe quella di non fare come vorrebbe fare l’UE, e cioè imporre tariffe punitive sulle Harley Davidson. La risposta giusta  sarebbe piuttosto quella di ridurre le proprie tariffe doganali e impegnarsi a praticare un commercio libero ed equo. Hans Werner Sinn ha spiegato anche perchè l’UE vuole elevate tariffe protezionistiche o punitive e addirittura ipotizza una guerra commerciale.
Semplicemente perchè i dazi doganali finiscono nel bilancio dell’UE e costituiscono una parte importante del bilancio UE. Il Moloch-UE  grazie ai dazi doganali si finanzia autonomamente e perciò ha interesse ad aumentare le proprie entrate, ma a spese della propria popolazione, che deve pagare prezzi piu’ alti.
Ma tutto cio’ si spinge ancora piu’ avanti. Tutti i regolamenti e le prescrizioni in cui i prodotti alimentari vengono descritti con esattezza, (come ad esempio la curvatura dei cetrioli, o le dimensioni delle mele e delle patata etc) servono ad un solo scopo: il mercato UE deve essere chiuso verso l’esterno a favore di determinate aziende e produttori (pura politica di lobby). E questo sempre a spese dei consumatori europei.
Il protezionismo dell’UE danneggia il terzo mondo più di ogni aiuto allo sviluppo

Ma non si tratta solo di Germania, Trump sta alzando il livello dello scontro anche contro la Cina…

In un nuovo segnale di raffreddamento delle relazioni bilaterali, l’Amministrazione Trump ha deciso di interrompere il Dialogo economico con la Cina. Lo ha annunciato il sottosegretario al Tesoro per gli affari internazionali, David Malpass, a Buenos Aires per il G-20 finanziario che si svolge lunedì e martedì. Malpass ha spiegato che l’amministrazione è «delusa» dalla Cina e dai suoi passi indietro nell’aprire il suo mercato alla concorrenza straniera.  (…)

«Il mercato cinese – ha detto Malpass – non consente la reciprocità nel senso che gli altri Paesi non possono operare in Cina alle stesse condizioni con cui le imprese cinese operano all’estero». Per questo il sottosegretario vede la necessità di una risposta compatta dei partner commerciali di Pechino di fronte allo stallo delle riforme in Cina. La nuova linea di Trump segna una soluzione di continuità con quella delle amministrazioni Bush e Obama, entrambe alla ricerca di un dialogo con Pechino.

Abbiamo riportato in  modo dettagliato cosa potrebbe accadere in caso di una violenta guerra commerciale, ai tresuries e al dollaro, nell’ultimo manoscritto uscito ieri, dedicato a tutti coloro che hanno sostenuto o vogliono sostenere il nostro lavoro, il nostro viaggio.

Concludo semplicemente ricordando a tutti che la Germania ha ottenuto un simile surplus commerciale, barando, facendo dumping sociale in maniera sistematica, schiavizzando il lavoro con oltre 8 milioni di minijob a 400 euro al mese.

Giusto per fare un piccolo viaggio all’interno della storia vi lascio con una pietra miliare…

Oggi come ieri nel 1930 durante la Repubblica di Weimar, inizia con la deflazione salariale, l’imposizione sistematica di bassi salari, se non puoi svalutare la moneta, svaluta i salari dice la teoria economica. Poi piano, piano, lentamente, nel disagio economico/sociale, arriva il nazismo e si trascina dietro un’intera nazione.

Chiunque dimentica il suo passato è destinato a riviverlo!