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Russia e Stati Uniti devono raffreddare i punti caldi

Fonte: http://movisol.org/russia-e-stati-uniti-devono-raffreddare-i-punti-caldi/

Molti si saranno chiesti come mai il Presidente Trump abbia deciso di inviare il Segretario di Stato Mike Pompeo a incontrare il Presidente russo Vladimir Putin e il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov il 14 maggio, dati gli attacchi quotidiani sferrati a Mosca dal Dipartimento di Stato. Apparentemente, Trump si fida che Pompeo rappresenterà il suo punto di vista – e non il proprio – in quegli incontri. Un briefing del Dipartimento di Stato sull’imminente viaggio di Pompeo a Soci aveva esplicitamente asserito: “Una parte della nostra politica verso la Russia dice che è nostro interesse avere un rapporto migliore con la Russia”. Il funzionario, che ha parlato “on background”, cioè mantenendo l’anonimato, ha citato Trump: “Un dialogo produttivo è buono non solo per gli Stati Uniti e per la Russia, ma anche per il mondo… Se vogliamo risolvere molti dei problemi che affliggono il mondo, dovremo trovare il modo di cooperare per perseguire interessi comuni”.

È un fatto che il governo russo si è dimostrato essenziale nel risolvere numerose crisi nel mondo: da quella in Venezuela a quella in Iran, dalla crisi in Corea del Nord a quelle in Siria e in Afghanistan. Ognuna di queste crisi potrebbe esplodere in una guerra in piena regola e minacciare un conflitto mondiale. Di questo hanno discusso Putin e Trump nell’inaspettata telefonata di un’ora e mezzo del 3 maggio (cfr. SAS 19/19). Poi Trump ha spedito il suo rappresentante speciale per la Corea del Nord, Stephen Biegun, e l’inviato in Afghanistan, Zalmay Khalilzad, a Mosca.

Tuttavia, numerosi neocon sia interni sia esterni all’Amministrazione, tra cui lo stesso Mike Pompeo, il consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton e il Vicepresidente Mike Pence, soffiano sul fuoco, perlomeno verbalmente, di quei punti caldi, sapendo bene che essi sono conflitti surrogati contro Russia e Cina.

Anche le tensioni verbali tra Washington e Teheran sono aumentate nelle scorse settimane, comprendendo minacce di nuove sanzioni e dispiegamenti militari. Tuttavia, secondo il New York Times e altre fonti, i vertici militari sono contrari a un’escalation. I leader di Teheran sono ben consci dell’influenza del partito della guerra e dei neocon a Washington. Parlando per CBS News il 5 maggio, il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha dichiarato: “Non crediamo che il Presidente Trump voglia lo scontro. Ma sappiamo che v’è gente che lo va cercando”. Trump, dal canto suo, parlando ai media il 10 maggio ha chiesto ai dirigenti iraniani di “chiamarlo” e negoziare un accordo equo, a patto che accettino di non sviluppare armi nucleari.

Nello stesso briefing, Trump ha risposto a chi gli chiedeva quali consigli ricevesse da Bolton, in particolare dopo il fiasco del fallito golpe in Venezuela, in un modo che ha fatto capire di essere lui, e non Bolton, a fare la politica. “John ha delle forti opinioni sulle cose, ma va bene”, ha detto, aggiungendo: “In realtà, io lo modero, cosa che sorprende, vero? Vi sono altri che sono ancora [di] più [come] falchi, ma alla fine sono io a prendere le decisioni”.

Per quanto riguarda i negoziati commerciali con la Cina, non è stato raggiunto alcun accordo, ma sia Trump sia il negoziatore cinese Liu He sostengono che sono stati fatti passi in avanti e che i colloqui continueranno. Trump ha auspicato un vertice con Xi Jinping una volta raggiunto un accordo.

Ricostruire Notre Dame sarà difficile: le foreste che hanno fornito il legno sono quasi scomparse

Fonte: https://www.salvaleforeste.it/it/deforestazione/4470-ricostruire-notre-dame-sar%C3%A0-difficile-le-foreste-che-hanno-fornito-il-legno-sono-quasi-scomparse.html

Le fiamme esplose nella soffitta della Cattedrale di Notre Dame di Parigi lunedì, uno dei grandi simboli storici e architettonici d’Europa, hanno fatto crollare la guglia centrale del tredicesimo secolo. Il tetto della cattedrale e il telaio che lo sostiene sono compromessi. Sostituirli sarà difficile, perché anche le foreste da qui il legno proviene sono quasi sparite.


Il legno della cattedrale fu abbattuto per la prima volta tra il 1160 e il 1170, e in alcuni casi gli alberi avevano tra i 300 e i 400 anni quando furono abbattuti. Il legno della cattedrale è quindi vecchio quasi 1.300 anni.

Sostituire quelle travi con rovere paragonabile all’originale non sarà possibile, ha dichiarato alla AP Bertrand de Feydeau, vice presidente del gruppo di conservazione Fondation du Patrimoine. Gli alberi che fornivano il telaio del tetto provenivano da foreste primarie, ossia foreste in gran parte non toccate dall’attività umana. Anche gli enormi alberi che vivevano nelle foreste primarie sono spariti. Solo il 4% delle foreste primarie è rimasto intatto in vaste superfici (oltre 500 chilometri quadrati), secondo uno studio pubblicato lo scorso maggio, e nulla è rimasto al di fuori della Russia o del Nord Europa.

Mentre i boschi ricoprono quasi un terzo della Francia continentale, solo lo 0,01% di essi è intatto, con alberi di età compresa tra i 200 ei 400 anni, spiega Francesco Maria Sabatini, autore principale dello studio e ricercatore presso il Centro tedesco per la biodiversità integrale Ricerca. “Le foreste primarie sono piccole, fragili e preziose per la biodiversità”, ha affermato. “Rappresentano” perle “o” isole “sopravvissute al disboscamento intensivo, in genere perché situate in zone remote”.

Ma la distruzione delle foreste secolari europee non solo è continuato, ma in alcune aree è addirittura aumentato. Grandi foreste di questo tipo esistono ormai solo in regioni remote dell’Europa settentrionale e orientale, ma anche qui l’aumento della domanda di legname ha fatto crescere i prezzi e incoraggiato il disboscamento -eventualmente illegale- anche nelle aree più remote.

Quindi non c’è più modo di sostituire il legno della cattedrale francese: “abbattere agli ultimi relitti di foreste primarie primarie significa perdere anche questi, una perdita non coprirà la tragedia di Notre Dame”, ha aggiunto Sabatini. “Aggiungere un’altra tragedia non è certo la soluzione.”

Scoperto l’Homo Luzonensis nelle Filippine

Fonte: e Traduzione: https://ilfattostorico.com/2019/04/18/scoperto-lhomo-luzonensis-nelle-filippine/

Museo di Storia Naturale di Londra

Nature (articolo)

Science

The Guardian

Science Alert



La grotta di Callao sull’isola di Luzon nelle Filippine (Callao Cave Archaeology Project)

Un nuovo ramo è stato aggiunto all’albero dell’evoluzione umana dopo che una nuova, antica specie umana, l’Homo luzonensis, è stata scoperta nelle Filippine. Sono almeno tre individui di circa 67.000 anni fa. Tra il 2007 e il 2015, i ricercatori ne hanno trovato 13 ossa nei sedimenti della grotta di Callao, sull’isola di Luzon. La scoperta riecheggia l’enigmatico Homo floresiensis scoperto in Indonesia: entrambi piccoli e ritrovati incredibilmente su delle isole.

La caverna di Callao (Quincy, Alamy)

L’opinione di Chris Stringer

Il professor Chris Stringer, ricercatore presso il Museo di Storia Naturale di Londra e autorità indiscussa sulla storia dell’evoluzione umana, afferma: «Dato il piccolo campione di fossili rinvenuti, alcuni scienziati metteranno in discussione l’opportunità di creare una nuova specie. Altri, come me, si chiedono invece se i ritrovamenti di Luzon si riveleranno essere una variante del già noto Homo floresiensis. Sappiamo che l’isolamento su un’isola può essere un catalizzatore per alcuni strani cambiamenti evolutivi, comprese le reversioni a stati apparentemente primitivi. Tuttavia, per il momento è probabilmente ragionevole accettare la nuova specie in attesa di altri ritrovamenti».

Un albero ramificato

Le recenti scoperte di nuove specie umane hanno trasformato l’albero dell’evoluzione umana in un “boschetto”. Sappiamo che sempre più specie antiche sono sopravvissute negli ultimi 100.000 anni suggerendo che, almeno in alcuni luoghi come il sud-est asiatico, i nostri antenati potrebbe averci convissuto. Durante una prima migrazione fuori dall’Africa, l’Homo erectus arrivò in Cina e in Indonesia, mentre si pensa che il più enigmatico Uomo di Denisova (un parente dei Neanderthal) potrebbe aver persino raggiunto i pressi della Papua Nuova Guinea.

Fino al ritrovamento dell’Homo floresiensis su un’isola, la loro abilità marinara era stata spesso messa in discussione. Ci si chiedeva se i loro antenati ci arrivarono su zattere in modo accidentale o se stessero esplorando attivamente la regione. La presenza dell’Homo luzonensis nelle Filippine si aggiunge a questo dibattito, poiché l’isola di Luzon non è mai stata collegata alla terraferma asiatica, il che significa che i loro antenati devono aver attraversato l’oceano in qualche modo.

L’isola di Luzon (Trustees of the Natural History Museum, London)

L’Homo Luzonensis

La grotta su Luzon era stata esplorata per la prima volta nel 2003. I ricercatori non avevano scoperto nulla di importante e quindi avevano abbandonato il sito. Non si pensava che gli antichi umani potessero essere passati da Luzon, non c’era motivo di esplorare ulteriormente. Poi, però, la scoperta sull’isola di Flores aveva dimostrato era stato possibile raggiungere queste isole apparentemente inaccessibili, così i ricercatori sono tornati alla caverna di Callao nel 2007 per scavare un po’ più a fondo. In uno strato di ossa animali di 50.000-80.000 anni fa (con un’età minima probabile di 67.000 anni), è stato scoperto un piede umano quasi completo. Ulteriori scavi hanno successivamente rivelato altro materiale umano.

Il prof. Philip Piper (Università Nazionale Australiana) coautore dello studio pubblicato su Nature, afferma: «I resti fossili includono denti e ossa del piede e delle dita di un adulto. Abbiamo anche recuperato il femore di un bambino. Ci sono alcune caratteristiche davvero interessanti – per esempio, i denti sono veramente piccoli. La dimensione dei denti in generale – anche se non sempre – riflette la dimensione complessiva del corpo di un mammifero, quindi pensiamo che probabilmente l’Homo luzonensis fosse relativamente piccolo. Quanto piccolo esattamente non lo sappiamo ancora. Avremmo bisogno di trovare alcuni elementi scheletrici dai quali potremmo misurare la corporatura in modo più preciso».

Antichi e moderni

Le caratteristiche dei resti mostrano un intrigante mix di aspetti sia moderni sia antichi. Ad esempio, mentre i denti sembrano più simili a quelli degli uomini moderni, le mani e i piedi sembrano corrispondere più strettamente con le australopitecine di due milioni di anni fa. La scoperta di altri parenti umani su un’isola diversa del sud-est asiatico, unita alle caratteristiche primitive, solleva domande intriganti. Gli uomini di Flores e di Luzon sono strettamente imparentati, o sono specie separate che cedettero entrambe al nanismo delle isole?

«Alcuni sostengono che le caratteristiche primitive dell’Homo luzonensis siano la prova di una dispersione umana dall’Africa, antecedente addirittura a quella dell’Homo erectus, forse più di due milioni di anni fa», afferma Stringer. «L’Homo floresiensis e l’Homo luzonensis rappresenterebbero alcuni degli ultimi sopravvissuti di quella prima ondata primitiva, rimanendo ai margini del mondo abitato. Secondo altri, sono invece dei discendenti dell’Homo erectus, isolati e colpiti dal fenomeno del nanismo insulare per un considerevole periodo di tempo». Solo con la scoperta di altri resti umani a Luzon e nel sud-est asiatico potrà rispondere ad alcune di queste domande.

Alcuni denti dell’Homo Luzonensis, due premolari e tre molari (Callao Cave Archaeology Project)

(Callao Cave Archaeology Project)

Un osso del piede di Homo Luzonensis (Callao Cave Archaeology Project)

Philip Piper con un calco dell’osso di Homo Luzonensis (Lannon Harley, ANU)

Giosuè Carducci

Fonte:https://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=227&biografia=Giosu%E8+Carducci


Del nucleo familiare fa anche parte la celeberrima Nonna Lucia, una figura determinante nell’educazione e formazione del piccolo Giosuè tanto che il poeta la ricorda con grande affetto nella poesia “Davanti San Guido”. Pochi anni dopo, però (precisamente nel 1842), questa figura per noi ormai nobilmente letteraria muore, gettando Giosuè nella disperazione. I moti rivoluzionari intanto prendono piede, moti nei quali è coinvolto il passionale e “testacalda” padre Michele. La situazione si complica al punto tale che vengono sparate fucilate contro la casa della famiglia Carducci, in seguito all’acuirsi del conflitto tra Michele Carducci e la parte più conservatrice della popolazione bolgherese; l’evento li costringe al trasferimento nella vicina Castagneto dove rimangono per quasi un anno (oggi conosciuta appunto come Castagneto Carducci). Il 28 aprile 1849 i Carducci giungono a Firenze. Giosuè frequenta l’Istituto degli Scolopi e conosce la futura moglie Elvira Menicucci, figlia di Francesco Menicucci, sarto militare. L’11 novembre 1853 il futuro poeta entra alla Scuola Normale di Pisa. I requisiti per l’ammissione non collimano perfettamente, ma è determinante una dichiarazione di padre Geremia, suo maestro, in cui garantisce: “… è dotato di bell’ingegno e di ricchissima immaginazione, è colto per molte ed eccellenti cognizioni, si distinse persino tra i migliori. Buono per indole si condusse sempre da giovine cristianamente e civilmente educato”. Giosuè sostiene gli esami svolgendo brillantemente il tema “Dante e il suo secolo” e vince il concorso. Negli stessi anno costituì, insieme con tre compagni di studi, il gruppo degli “Amici pedanti”, impegnato nella difesa del classicismo contro i manzoniani. Dopo la laurea, conseguita con il massimo dei voti, insegna retorica al liceo di San Miniato al Tedesco. E’ il 1857, anno in cui compone le “Rime di San Miniato” il cui successo è quasi nullo, salvo una citazione su una rivista contemporanea del Guerrazzi. La sera di mercoledì 4 novembre si uccide il fratello Dante squarciandosi il petto con un bisturi affilatissimo del padre; mille le congetture. Si dice perché stanco dei rimbrotti familiari specialmente del padre, che era diventato intollerante e duro anche con i figli. L’anno dopo, ad ogni modo, muore il padre del poeta. Un anno di lutto e il poeta finalmente si sposa con Elvira. In seguito, dopo la nascita delle figlie Beatrice e Laura, si trasferisce a Bologna, un ambiente assai colto e stimolante, dove insegna eloquenza italiana all’Università. Ebbe così inizio un lunghissimo periodo di insegnamento (durato fino al 1904), caratterizzato da una fervida e appassionata attività filologica e critica. Nasce anche il figlio Dante che però muore in giovanissima età. Carducci è duramente colpito dalla sua morte: torvo, lo sguardo fisso nel vuoto, si porta dietro il suo dolore ovunque, in casa, all’università, a passeggio. Nel giugno 1871 ripensando al figlio perduto compone “Pianto antico”. Negli anni ’60, lo scontento provocato in lui dalla debolezza dimostrata, a suo giudizio, in più occasioni dal governo postunitario (la questione romana, l’arresto di Garibaldi) sfociò in un atteggiamento filo-repubblicano e addirittura giacobino: ne risentì anche la sua attività poetica, caratterizzata in quest’epoca da una ricca tematica sociale e politica. Negli anni successivi, con il mutare della realtà storica italiana, Carducci passa da un atteggiamento violentemente polemico e rivoluzionario a un ben più tranquillo rapporto con lo stato e la monarchia, che finisce per l’apparirgli la migliore garante dello spirito laico del Risorgimento e di un progresso sociale non sovversivo (contro al pensiero socialista). La nuova simpatia monarchica culmina nel 1890 con la nomina a senatore del regno. Tornato a Castagneto nel 1879, dà vita, insieme ai suoi amici e compaesani alle celebri “ribotte ” durante le quali ci si intrattiene degustando piatti tipici locali, bevendo vino rosso, chiacchierando e recitando i numerosi brindisi composti per quelle occasioni conviviali. Nel 1906 al poeta viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura (“Non solo in riconoscimento dei suoi profondi insegnamenti e ricerche critiche, ma su tutto un tributo all’energia creativa, alla purezza dello stile ed alla forza lirica che caratterizza il suo capolavoro di poetica”). Le condizioni di salute non gli consentono di recarsi a Stoccolma per ritirare il premio che gli viene consegnato nella sua casa di Bologna. Il 16 febbraio 1907 Giosuè Carducci muore a causa di una cirrosi epatica nella sua casa di Bologna, all’età di 72 anni. I funerali si tengono il 19 febbraio e il Carducci viene seppellito alla Certosa di Bologna dopo varie polemiche relative al luogo di inumazione.

Potsdam e Max-Planck Institut: mai così tanta CO2 negli ultimi 3 milioni di anni

Fonte: http://www.greenreport.it/news/clima/potsdam-e-max-planck-institut-mai-cosi-tanta-co2-negli-ultimi-3-milioni-di-anni/

Secondo lo studio Mid-Pleistocene transition in glacial cycles explained by declining CO2 and regolith removal”, pubblicato su Science Advances da un team del Potsdam-Instituts für Klimafolgenforschung (PIK) e del Max-Planck-Institut für Meteorologie (MPI-M), Le quantità del gas serra  CO2 nell’atmosfera sono probabilmente le più alte di sempre negli ultimi 3 milioni di anni».  Il tem di scienziati tedeschi è riuscito per la prima volta a realizzare una simulazione al computer che si adatta ai dati dei sedimenti oceanici per stabilire quale è stata l’evoluzione climatica in questo periodo di tempo. Gli scienziati tedeschi spiegano che «L’inizio dell’era glaciale, quindi l’inizio dei cicli glaciali dal freddo al caldo e viceversa, è stato innescato principalmente da una diminuzione dei livelli di CO2». Eppure lo studio conferma che «Oggi l’aumento dei gas serra dovuto alla combustione di combustibili fossili sta cambiando radicalmente il nostro pianeta. Negli ultimi 3 milioni di anni, le temperature medie globali non hanno mai superato i livelli preindustriali di oltre 2 gradi Celsius», un limite che verrà facilmente superato se «continua l’attuale inattività sulla politica climatica». Il principale autore dello studio, Matteo Willeit del PIK, spiega: «Dall’analisi dei sedimenti sul fondo dei nostri mari, sappiamo molto sulle temperature oceaniche del passato e sui volumi di ghiaccio, ma finora il ruolo dei cambiamenti della CO2 nel modellare i cicli glaciali non era stato pienamente compreso. Si tratta di una svolta che ora possiamo mostrare nelle simulazioni al computer: i cambiamenti nei livelli di CO2 sono stati il principale motore delle ere glaciali, insieme alle variazioni delle orbite terrestri attorno al sole, i cosiddetti cicli di Milankovitch. In realtà non si tratta solo di simulazioni: abbiamo confrontato i nostri risultati con i solidi dati provenienti dalle profondità marine e hanno dimostrato un buon accordo. I nostri risultati implicano una forte sensibilità del sistema terrestre a variazioni relativamente piccole della CO2 atmosferica. Per quanto sia affascinante, è anche preoccupante. ”

Al PIK sono convinti che studiare il passato della Terra e la sua variabilità climatica naturale sia la chiave per comprendere i possibili percorsi futuri dell’umanità e Willeit. Aggiunge; «Sembra che ora stiamo spingendo il nostro pianeta natale al di là di qualsiasi condizione climatica sperimentata durante l’intero attuale periodo geologico. il Quaternario. Un periodo che è iniziato quasi 3 milioni di anni fa e ha visto la civiltà umana iniziare solo 11.000 anni fa. Quindi, il cambiamento climatico moderno che vediamo è grande, davvero grande; anche per gli standard della storia della Terra»”

Basandosi su ricerche precedenti del PIK, i ricercatori hanno riprodotto le principali caratteristiche della variabilità climatica naturale negli ultimi milioni di anni con un modello numerico efficiente: una simulazione al computer basata su dati astronomici e geologici e algoritmi che rappresentano la fisica e la chimica del nostro pianeta. La simulazione si basa solo su  cambiamenti ben noti di come la Terra orbita intorno al sole, i cosiddetti cicli orbitali , e su diversi scenari per le condizioni del nostro pianeta che variano lentamente, come la CO2 emessa dai vulcani. Dato che i ghiacciai scivolano più facilmente sulla ghiaia che sul substrato roccioso, lo studio ha anche esaminato i cambiamenti nella distribuzione dei sedimenti sulla superficie terrestre e ha indagato sul ruolo della polvere atmosferica, che rende la superficie del ghiaccio più scura e contribuisce quindi alla sua fusione.

Un altro autore dello studio, Andrey Ganopolski, anche lui del PIK, sottolinea: «Il fatto che il modello possa riprodurre le caratteristiche principali della storia climatica osservata ci dà fiducia nella nostra comprensione generale di come funziona il sistema climatico. Le simulazioni che sviluppiamo devono essere abbastanza semplici da consentire il calcolo di migliaia di cicli per molte migliaia di anni e, tuttavia, devono catturare i fattori critici che guidano il nostro clima. Questo è ciò che abbiamo ottenuto. E sta confermando quanto siano straordinariamente importanti i cambiamenti nei livelli di CO2 per il clima della Terra».

Il glifosato causa il cancro. Nuova condanna per Bayer-Monsanto

Fonte: http://www.informasalus.it/it/articoli/glifosato-cancro-bayer-monsanto.php

Il noto pesticida è stato “un fattore determinante” nell’insorgenza del linfoma non Hodgkin a Edwin Hardeman, un uomo di 70 anni che per diversi anni ha fatto uso dell’erbicida Roundup, prodotto dalla multinazionale statunitense Monsanto, e contenente glifosato.

Si tratta del secondo caso riconosciuto da un tribunale. Prima di Edwin Hardeman, infatti, la multinazionale Monsanto era stata portata a processo anche da Dewayne Johnson,  giardiniere e utilizzatore dell’erbicida Roundup, colpito come Hardeman dallo stesso tumore. Era l’agosto del 2018 e Monsanto veniva condannata al risarcimento di 289 milioni di dollari (poi ridotta a 78,5 milioni).

In totale sono più di 11 mila coloro che negli Stati Uniti hanno fatto causa alla multinazionale Monsanto-Bayer, affermando che l’esposizione agli erbicidi a base di glifosato causa il linfoma non Hodgkin.

Ucciso leader indigeno in Costa Rica

Fonte: https://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4461-ucciso-leader-indigeno-in-costa-rica.html

Nella notte di lunedì 18 marzo è stato assassinato con 15 colpi di pistola il dirigente indigeno costaricano Sergio Rojas. Da anni Sergio si batteva in difesa del suo popolo e contro l’usurpazione dei loro territori nella zona sud del Paese. Un impegno durato anni, marcati dalla repressione e dalla persecuzione nei confronti del popolo Bribri di Salitre. Negli ultimi anni Sergio è stato incarcerato, minacciato e infine ucciso.

L’associazione britannica Global Witness segnala una crescente ondata di omicidi di difensori dell’ambiente, in gran parte leader indigeni, segnalandone circa duecento ogni anno, anche probabilmente il numero degli omicidi passati sotto silenzio è molti più alto. La pressante corsa all’occupazione di terre, alimentata dalla crescente domanda di prodotti per il mercato internazionale, ha portato il conflitto sempre violento verso le terre delle comunità indigene

Stati Uniti: Greenpece assolta

Fonte: https://www.salvaleforeste.it/it/blog/2-news-ita/diritti-ambientali/4459-stati-uniti-greenpece-assolta.html

Dopo anni di dibattimenti, il tribunale della California ha emesso una storica sentenza che assolve definitivamente  Greenpeace, Stand.earth e altri cinque imputati. Gli ambientalisti erano stati citati in tribunale dalla compagnia del legno Resolute Forest Products. Resolute Forest aveva citato gli ambientalisti in tribunale abusando una vecchia legge contro il racket illegale, sostenendo quindi che le proteste ambientaliste fossero una forma di mafia.
La tesi era che quando le associazioni ambientaliste contattavano i clienti di Resolute Forest Products per avvisarli che tale impresa stava distruggendo le foreste, in realtà stava creando dei danni allo scopo di ricattarla per ottenere un vantaggio economico. Secondo gli ambientalisti invece la causa aveva solo lo scopo di mettere a tacere chi rivela la verità sulla deforestazione in corso. La causa era stata già dismessa con l’assoluzione degli ambientalisti, ma Resolute Forest aveva presentato una nuova denuncia con qualche piccola modifica.
Nel frattempo Resolute Forest ha di nuovo citato in giudizio Greenpeace, questa volta per diffamazione, lasciando sospettare che dietro tutto questo attivismo legale ci sia effettivamente solo la volontà di mettere a tacere le voci critiche.
Katie Redford, avvocata di  EarthRights International, ha commentato: “Aziende come Resolute Forest hanno sempre cercato di usare i loro soldi e il loro potere per mettere a tacere ogni voce critica. A nessuno piace il bullismo, e questa pratica di bullismo legale non prevarrà. Ora, più che mai, ci impegniamo a difendere i diritti di libertà di parola di individui e organizzazioni come Greenpeace e delle altre associazioni da cui dipendono la nostra democrazia e il nostro pianeta “.

Marella Agnelli: c’era una volta la Fiat, oggi non più italiana

Fonte: http://www.libreidee.org/2019/03/marella-agnelli-cera-una-volta-la-fiat-oggi-non-piu-italiana/

Fiat fuit. Con la morte dell’ultima imperatrice, Marella Caracciolo-Agnelli, finisce la dinastia Fiat, tragicamente decimata dal destino. Nella sua figura regale si sintetizzava l’incontro della dinastia imperiale delle Auto e del Capitalismo nostrano con la dinastia principesca-editoriale dei Caracciolo, già proprietari de “La Repubblica-l’Espresso”. Per il mondo radical che l’ha salutata, la Signora era la sintesi perfetta dell’Impero Fiat e del mondo progressista-liberal. Così l’hanno ricordata Gianni Riotta, Nicola Caracciolo, Ezio Mauro ed altri. Marella Agnelli simboleggiava, con classe e sensibilità, va detto, l’incontro tra la saga padronale e il mondo della sinistra venuto dal comunismo, dalle lotte operaie contro i “padroni”. Fiat e Martello, auto, aiuti di Stato e stampa progressista. Poi, magari la signora aveva altre sensibilità, amava l’Oriente, Jung e Hillman, pativa con ammirevole self control alcune intemperanze di suo Marito, il Re Gianni. Ma viene celebrata nel suo ruolo di cerniera tra il mondo dei ricchi e la sinistra, tra il piccolo mondo snob e la sinistra a mezzo stampa. Con Marchionne era già finito l’ultimo residuo di mezza italianità della Fiat. Manca l’Italia nella nuova Fiat. Resta il marchio della Ferrari, del Cavallino rosso, ma non più l’Azienda-Regime.
La Fiat manca come sede, manca come leadership, manca come orizzonte di riferimento, manca l’I d’Italia nel nuovo nome, Fca, anche per evitare sigle oscene, almeno da noi. Come è noto, l’ex Fiat è ora un’azienda italo-statunitense con domicilio fiscale legale in Olanda e sede centrale a Londra, guidata da un inglese e presieduta da John Elkann che avremmo difficoltà a definire italiano, per nome, origine e visione. Resta come sottomarca la Fiat, piccolo gadget per il vintage e per gli acquirenti nostalgici; quel marchietto antico che sa tanto di miracolo economico, anni Cinquanta, famiglie italiane, film in bianco e nero. Una dopo l’altra le aziende italiane se ne vanno all’estero. Il paradigma resta la Fiat che lasciò l’Italia cinque anni fa. Ricordo cosa dissero i nostri media quando la Fiat s’imparentò a Chrysler. Gran Torino, caput mundi; che trionfo, la Fiat si è pappata la Chrysler, Obama assunto come maggiordomo di colore da Marchionne, gli Stati Uniti aspettano trepidanti che l’azienda torinese porti la modernità nel loro paesone e risolva la crisi economica mondiale.
È il giorno dell’orgoglio italiano, titolavano perturbati e commossi i grandi giornali italiani, tutti o quasi partecipati Fiat, in un modo o nell’altro. Gli Usa andranno in 500, profetizzavano euforici gli editoriali e le tv, l’Italia ricolonizza l’America, come ai tempi di Colombo e di Vespucci. Momento storico, ripetevano solenni i Tg, gli italiani della Fiat portano l’auto ecologica in America. Ma la Fiat non era in un mare di guai, non l’aiutava lo Stato, incluso il governo Berlusconi? Ma non si erano dimezzate le vendite delle auto? E che fine avevano fatto i giudizi sulla qualità delle auto Fiat? Poi, come è noto, andò diversamente. Oggi a malapena la Fiat è la nonnina di paese della Fca global. Ma guardiamo il diritto e il rovescio. A centoventi anni dalla nascita nel 1899, il diritto dice che la Fiat è parte notevole della storia d’Italia del Novecento e la sua Famiglia Reale è stata l’altra dinastia torinese che ha dominato l’Italia dopo i Savoia.
La Fiat è stata il simbolo, la metafora e il veicolo italiano dell’industrializzazione e della modernizzazione, dell’immigrazione da sud a nord e dell’immaginario collettivo e privato, fino a colonizzare lo sport, tramite l’egemonia della Juve, ancora perdurante, arrivando a disegnare l’assetto dei trasporti su gomma del nostro paese. La Fiat non è mai stata solo una grande azienda privata ma ha sempre agito all’ombra della pubblica protezione: anche ai tempi del fascismo godette del sostegno del regime e del duce in persona; poi in guerra le tresche bilaterali con nazisti e partigiani, ad esempio, per boicottare la socializzazione delle aziende promossa dalla Rsi che non piaceva né ai comunisti né ai “padroni”. Poi, l’aiuto governativo ai tempi della cassa integrazione, dalle agevolazioni in ogni campo ai grandi ammortizzatori delle sue perdite. E’ proverbiale il detto che la Fiat socializzava le perdite e privatizzava i profitti.
(Marcello Veneziani, “C’era una volta la Fiat”, da “La Verità” del 26 febbraio 2019; articolo ripreso sul blog di Veneziani)

Si fa presto a scrivere multicereale! Lidl e Aldi denunciate dalle associazioni

Scritto da: Francesca Mancuso
Fonte: https://www.greenme.it/consumare/sai-cosa-compri/30585-multicereale-lidl-aldi

Sai davvero cosa c’è in un prodotto multicereale? Ecco cosa non ci dicono

Tra gli scaffali dei supermercati sono molto presenti i prodotti in cui oltre al grano vi sono anche altri cereali. Ma il contenuto rispecchia effettivamente il loro nome?

Solitamente la definizione “multicereale” richiama nei consumatori il concetto di “salutare”. Prodotti come pane, crackers, biscotti contenenti vari grani costano anche di più rispetto agli alimenti che ne contengono solo uno. Ma il gruppo di difesa europeo Foodwatch ha presentato denunce formali contro i supermercati Lidl e Aldi all’Autorità per la sicurezza dei prodotti alimentari e dei consumatori (NVWA) dei Paesi Bassi, in merito all’etichettatura “multicereali” dei loro prodotti a marchio.

Multicereali anche se hanno una sola varietà aggiuntiva

Secondo Foodwatch, infatti, numerosi prodotti multicereali dei supermercati tedeschi low cost sono fuorvianti, a causa della loro presenza di “pochissimi chicchi diversi dal grano principale”.

Ciò è in gran parte dovuto alla mancanza di regolamenti specifici: “I produttori possono definire i prodotti ‘multicereali’ se un grano di orzo, avena o segale viene aggiunto al componente principale del grano.”

Mancano regole chiare

Fatta le legge, scoperto l’inganno. Il problema sta nel fatto che “multicereale” non è un termine legalmente protetto. In quanto tale, può essere utilizzato liberamente dai produttori purché gli alimenti contengano almeno una varietà aggiuntiva di cereali. Secondo Foodwatch, ciò consente di camuffare la percentuale di cereali nella lista degli ingredienti.

Come ovviare al probelma della scarsa chiarezza? Di certo, se un consumatore vuole acquistare prodotti multicereali deve essere a conoscenza del reale contenuto di ciò che compra e consuma. Per questo Foodwatch ha chiesto ai produttori di chiarire la quantità esatta dei singoli cereali. Ma non solo. Gli alimenti contenenti una quantità minima di grani alternativi non devono essere etichettati come “multicereali” e, in quanto tale, venduti a un prezzo più alto.

“Non è più sufficiente avere la lista degli ingredienti corretta. Il resto del pacchetto non dovrebbe essere fuorviante. Chiamare multicereale un prodotto ma mettere un numero limitato di grani è fuorviante “, ha dichiarato a FoodNavigator l’attivista di Foodwatch Sjoerd van de Wouw.

Non solo Foodwatch

Anche altre associazioni si sono già interessate al problema. La Dutch Association for Bakery chiede chiarezza suggerendo anche di utilizzare il termine “pane multicereali” per designare l’alimento che, oltre al grano principale, ne contenga almeno altri due.

L’associazione ha anche chiesto che questi altri cereali rappresentino almeno il 10% della parte totale dei semi e dei grani del prodotto. Inoltre, la percentuale dei diversi grani presenti nei prodotti finiti dovrebbe essere identificata sui prodotti preconfezionati.

La risposte dei supermercati

La campagna di Foodwatch ha già dato alcuni risultati. Alcune catene di supermercati olandesi tra cui Albert Heijn, Jumbo e Plus si sono impegnate a indicare il contenuto dei vari cereali sulla confezione e a identitificare con questo attributo quelli che ne contengono almeno il 10%.

Anche Lidl si è impegnata a raggiungere il 10% di grani nei suoi prodotti “multicereali” e ciò ha spinto Foodwatch a ritirare la denuncia nei suoi confronti.

Non solo multicereali

Lo stesso problema riguarda anche i prodotti integrali. L’Organizzazione europea dei consumatori (BEUC), ha evidenziato pratiche ingannevoli nell’etichettatura di alcuni alimenti venduti in Europa.

“Prodotti simili nella stessa categoria possono riportare la dicitura ‘integrale’ nella parte anteriore del pacco ma risultano avere quantità molto diverse quando si guarda il retro”, ha dichiarato Emma Calvert a FoodNavigator. “Ad esempio, CLCV ha recentemente esaminato 105 cereali da colazione per bambini in Francia e ha scoperto che quelli etichettati come integrali contenevano una percentuale integrale che variava dal 2% all’84%”.

La speranza è che vengano utilizzate regole più severe soprattutto se il prodotto finito non contiene quasi alcun chicco rispetto alla componente principale componente di grano.

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