Sostanze tossiche e salute: fertilità minacciata

Scritto da: Elisabeth Zoja
Fonte: http://www.terranauta.it/

Tre mesi fa la Endocrine Society, una società di scienziati americana, ha pubblicato un rapporto sulle sostanze che interferiscono col sistema endocrino. Queste sostanze, presenti in pesticidi, spray per i capelli e acqua potabile, tra le altre cose causano deformazioni negli organi genitali maschili, con effetti pericolosi sulla fertilità.

Gli endocrine disruptors compromettono la fertilità e causano altri seri problemi

I primi segni di una catastrofe nella salute umana si notano negli animali acquatici, spesso nei loro organi genitali. Alcune rane e salamandre del Lake Apopka, uno dei più grandi laghi della Florida, hanno iniziato a sviluppare una gamba di troppo. Gli alligatori di questa zona invece, hanno organi genitali striminziti.

Nel mese di giugno la Endocrine Society, un’organizzazione di scienziati americani, ha pubblicato un rapporto di 50 pagine che spiega come queste deformazioni stiano iniziando a colpire anche gli umani.

Causa principale sarebbero gli “endocrine disruptors”, una categoria di sostanze chimiche che interferiscono col sistema endocrino. Tali sostanze sono presenti in pesticidi, composti industriali e prodotti per consumatori quali spray per i capelli.

“Abbiamo le prove per dimostrare che gli endocrine disruptors hanno effetti sulla riproduzione maschile e femminile, sul cancro al seno e alla prostata, sul metabolismo e sull’obesità”, ha dichiarato la Endocrine Society.

Il numero di neonati maschi con deformazioni genitali è infatti in aumento. Ormai il 7% dei bambini americani nasce con testicoli ritenuti e l’1% con l’ipospadia, una malformazione dell’uretra maschile, la quale sbocca in un punto insolito, ovvero alla base del pene invece che sulla punta.

“Molti di questi composti agiscono come deboli estrogeni, per questo colpiscono particolarmente i maschi – anfibi o umani che siano – in via di sviluppo”, spiega Robert Lawrence, professore di scienze ambientali alla Scuola di Salute Pubblica Johns Hopkins Bloombe rg, “la cosa fa paura, molta paura”.

Gli endocrine disruptors si trovano spesso sia nell’acqua del rubinetto sia in quella in bottiglia

Quel che più spaventa è che queste sostanze si trovano spesso sia nell’acqua del rubinetto sia in quella in bottiglia. Il primo caso si verifica quando gli estrogeni nell’urina delle donne che utilizzano la pillola anticoncezionale passano attraverso gli impianti di trattamento delle acque nere e tornano a circolare nelle tubature delle case.

L’acqua in bottiglie di plastica, invece, assorbe le sostanze nocive direttamente dai suoi contenitori, i quali contengono spesso il Bisfenolo A (BPA), uno dei tanti endocrine disruptors.

Questi composti hanno effetti complessi sul corpo umano: negli Stati Uniti, ad esempio, è stata registrata una diminuzione degli spermatozoi presenti nello sperma dei ragazzi. Ma gli endocrine disruptors non influenzano solo la crescita dei maschi: le bambine che entrano in contatto con piccole quantità di estrogeni sono spesso soggette ad una pubertà precoce. Inoltre, queste sostanze possono influenzare lo sviluppo del cervello, causare resistenza all’insulina e diabete.

Sono passati ormai tre mesi da quando la società di scienziati americana ha lanciato l’allarme. I giornali quasi non ne parlano e il governo americano non prende provvedimenti.

Molto probabilmente il problema non riguarda solo gli Stati Uniti

USA, debito a 13665 miliardi di dollari

Fonte: Informazione scorretta

NEW YORK – Debito americano ai massimi di tutti i tempi a quota 13’665 miliardi di dollari, ovvero 3’000 miliardi di dollari in più da quando il presidente americano Barack Obama ha assunto l’incarico. Lo riporta l’emittente Cbs, sottolineando come durante i due mandati dell’ex presidente George W. Bush il debito sia aumentato di 4’900 miliardi di dollari.

La cosa ormai ha un tantino di ridicolo. Si potrebbe obiettare che il nostro allegro paese, nei suoi momenti, ha raggiunto il 160% di debito sul PIL, mentre gli USA con questa cifra arrivano al 100%.

Vero.

Vero pero’ anche che l’Italia non era la nazione motrice dell’economia mondiale ed epicentro della società occidentale stessa e che contava come il due di picche alla mensa dei pezzi grossi.

E adesso è un po’ diverso, diciamo che il paragone non regge.

Fed di Atlanta: servono 100 miliardi al mese

Sull’onda della comicità più pura, abbiamo questa dichiarazione del presidente della Federal Reserve di Atlanta Dennis Lockhart: si è dichiarato a favore di ulteriori misure di “quantitative easing” (ovvero, altra stampa di moneta dal nulla con le conseguenze che tutti stiamo vedendo)

Il QE2 (come e’ conosciuto in gergo sui mercati internazionali) “puo’ avere qualche buon effetto” ma “si deve trattare di un numero abbastanza ampio perche’ faccia la differenza”, ha detto Lockhart in un’intervista alla CNBC.

Ed ha concluso così:

Qualcosa nell’ordine di 100 miliardi di dollari al mese andrebbe bene

Miliardo più, miliardo meno. Lascio?

(gli affezionatissimi ricorderanno che il TARP di Paulson cubava 700 miliardi di dollari)

Passando a news un po’ più sostanziose e meno divertenti, prosegue lo sciopero in Francia. E mentre il TG della sera ha liquidato la carenza di benzina con quattro parole, risulta che…

Francia, un benzinaio su tre a secco

(AGI) – Parigi, 19ott. – Un benzinaio su tre in Francia e’ in attesa di rifornimenti e rischia di rimanere a secco. E’ l’allarme lanciato dalla Federazione dei trasporti su strada secondo cui 4000 distributori in tutto il Paese sarebbero in grave difficolta’ a fronte dei complessivi 12.500.

Una notizia confermata anche dal ministero dell’Ambiente che non ha specificato pero’ se le stazioni sono gia’ completamente senza benzina o hanno qualche giorno di sopravvivenza.

La Federazione dei trasportatori intanto ha fatto sapere che ci si avvicina a un fine settimana “veramente difficile” e ha chiesto al governo di “sbloccare immediatamente i depositi e di fissare delle priorita’ nella distribuzione di carburante, altrimenti ci sara’ la paralisi dell’economia” ha detto il responsabile Jean-Paul Deneuville.

Molte delle nostre imprese – ha affermato il presidente della Federazione delle imprese dei trasporti Philippe Grillot – non possono gia’ piu’ assicurare i servizi”.

Intanto aumentano i prezzi del gasolio, del 2,61% nelle ultime due settimane, e l’Unione de consumatori francesi ha gia aperto un’inchiesta.

Ebbene si.

Infine, se avete in mano il vostro telefonino piccolissimo che fa mille cosette carine, tenetevelo stretto, potrebbe tornare molto utile in futuro. Pechino infatti sta minacciando la restrizione dell’export di 17 minerali rari che servono ai nostri ipod, playstation portatili e non, ferri da stiro con ricevitore GPS integrato (per sapere sempre dove stai andando con il ferro da stiro), macchinette per il caffè collegate ad internet ed altri ammennicoli del genere.

Cina: Pechino minaccia restrizioni export ‘terre rare’

PECHINO (via swssinfo) – La Cina sta progettando di restringere ulteriormente le esportazioni dei preziosi minerali chiamati “terre rare”, dei quali detiene il monopolio con il 95% della produzione mondiale. Lo afferma oggi il quotidiano China Daily citando un alto funzionario del ministero per il commercio.

Si tratterebbe della seconda riduzione delle esportazioni in un anno e verrebbe a pochi giorni dall’annuncio che gli Stati Uniti stanno indagando per stabilire se il contingentamento delle esportazioni sia una pratica vietata dagli Accordi mondiali sul commercio (Wto).

Le terre rare sono indispensabili per la produzione di motori elettrici per le automobili, di turbine eoliche, di batterie al litio, di computer e gran parte dei loro accessori e sono ampiamente usate nell’industria degli armamenti.

Secondo il funzionario citato dal China Daily, Chao Ning, la Cina ha riserve limitate dei più preziosi dei minerali, 17 in tutto, compresi nella categoria e deve preoccuparsi delle esigenze della propria industria nazionale.

Ringhia e fa la voce grossa Pechino…

La rete elettrica moderna

Fonte: www.howtobegreen.eu

Il modo di vivere e l’economia di uno stato (e non solo) dipendono dall’energia elettrica. E il mondo sta producendo più energia che mai rispetto al passato. Il vero problema è che il sistema attuale di distribuzione dell’elettricità è datato e sovra sfruttato. Questa problematica è urgente, penalizza in modo diretto l’economia, minaccia il settore industriale, impatta notevolmente l’ambiente e non garantisce elevati standard di sicurezza intrinseca.

Lo sviluppo della rete intelligente (smart grid) è già una realtà in molte aree del mondo: Cina, India, Emirati Arabi Uniti, Europa, Russia e in alcune aree del continente americano. Ma la maggior parte della rete rimane vecchia e da rifare. In effetti la realizzazione della rete elettrica attuale risale all’epoca dei primi telefoni, televisori e automobili. Nel corso degli ultimi 60 anni quasi tutte queste tecnologie sono state migliorate notevolmente e/o reinventate: ma NON LA RETE ELETTRICA!

Le reti elettriche di oggi dipendo pesantemente ancora da grandi ed importanti centrali a combustibili fossili/nucleari ma sempre più maggiormente si stanno sviluppando altri sistemi di produzione di energia da fonti rinnovabili, quali impianti solari fotovoltaici, micro eolici, idroelettrici etc, che richiedono un sistema avanzato di integrazione per poterne sfruttare le potenzialità e gestirne i limiti legati all’impulsività delle sorgenti.

Una smart grid è quindi progettata per trasportare efficientemente energia pulita da dove è prodotta a dove è richiesto il consumo. Il vantaggio ambientale è indiscusso ed inoltre si beneficia di una maggiore sicurezza contro rischi di blackout che possono essere gestiti in modo più efficiente, in un tempo inferiore e per un’area geografica molto ristretta.

Una smart grid implementa due vie di comunicazione per l’energia (una in entrata – quando si consuma – e una in uscita – quando si produce). Ogni utente è allacciato alla rete per mezzo di dispositivi intelligenti che permettono un continuo scambio dell’energia (attraverso gli smart meters o contatori elettrici moderni).

La rivoluzione energetica passa innanzitutto attraverso il modo in cui l’energia è trasportata.

I Black Block al G8 di Genova. Chi erano e cosa volevano realmente

Per comprendere l’operato e il motivo dell’esistenza di un singolare  gruppo di provocatori.

Scritto da: Paolo Franceschetti
Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.com

E’ dai tempi del G8 che mi domando chi erano questi misteriosi “Black Block” detti anche tute nere, che hanno messo a ferro e fuoco la città di Genova.  Ma, andando a caccia di notizie, non ho mai trovato teorie o articoli di un certo rilievo su questo gruppo.

Quello che si trova è questo:
http://it.wikipedia.org/wiki/Black_bloc

oppure
http://www.storiaxxisecolo.it/g8/G8black.htm

Le domande che si fanno tutti sono due.

1) Come mai hanno spaccato, distrutto, danneggiato, incendiato, e la polizia non ne ha arrestato neanche uno?
2) Perché la polizia ha caricato pacifici manifestanti ma non ha mosso un dito contro i Black Block?

Infine, la domanda più importante: chi sono realmente i Black Block?Mettiamo in ordine alcuni fatti con le spiegazioni che ci hanno dato sempre finora.

– Raccontano molte testimonianze che la polizia non ha fatto nulla contro i Black Block, e li ha lasciati indisturbati a danneggiare e incendiare; in compenso, dopo pochi minuti, lo stesso gruppo di poliziotti caricherà inermi manifestanti dell’Azione Cattolica. “Errore”, diranno le spiegazioni ufficiali; “disorganizzazione”, diranno altri; “impreparazione” delle nostre forze dell’ordine, diranno altri ancora.

– In alcune scene si vedono gruppi di poliziotti che arretrano di fronte ad un solo Black Block. La spiegazione ufficiale è che non volevano caricarlo, per non fargli del male.

– Alcune foto ritraggono i Black Block che si vestono e si armano di fronte alla polizia che rimane ferma, immobile. La spiegazione ufficiale: forse perché ancora non hanno commesso alcun reato; quindi i poliziotti vigilano e cercano di non creare per primi il pretesto ad una scena di violenza.

– Altre foto che sono circolate i giorni dopo il G8 riprendono i Black Block che passano di fronte ad una caserma e fanno il saluto militare. Per sfottere i militari, disse qualcuno. Sì, per sfotterli, perché loro sono anarchici e contro il sistema.

– Alcuni testimoni raccontano di aver visto molti black block parlare con la polizia come se niente fosse, come vecchi amici. Segno di apertura mentale da ambo le parti, ha commentato qualcuno.

– Altre testimonianze parlano di un gruppo di qualche centinaio di Black Block che nei tre giorni precedenti si esercitava a soli 400 metri da una caserma di polizia… (v. il link che postiamo sotto). Mica è proibito esercitarsi fisicamente, commenta qualcuno… che cosa c’è di strano?

– Alcune foto e il filmato che alleghiamo fanno vedere i Black Block che assaltano un carcere; la polizia non solo non li ferma, ma scappa addirittura via (mentre la procedura prevede che perlomeno avrebbero dovuto chiamare rinforzi). Perché? Qui la spiegazione ufficiale non dice nulla. L’episodio è rimasto inspiegato e inspiegabile.

Ci sono poi altre domande da farsi. Questi gruppi sono arrivati a Genova superando i controlli della polizia di frontiera, armati fino ai denti, in furgoni e altri mezzi che non passavano certo inosservati. Possibile che nessuno li abbia mai fermati?

Sorge spontanea un’altra domanda; se i Black Block sono contro il sistema, perché hanno distrutto vetrine, auto, incendiato, ecc. danneggiando così semplici cittadini che di questo sistema sono vittime? Dietro ad una vetrina di un negozio spesso non c’è il grasso banchiere affamatore di popolo, ma la famiglia che tira a campare con quel poco che il fisco non le ruba. Dietro alla Uno e alla Ritmo sfondate a martellate e date alle fiamme non ci sono certo ricchi sceicchi arabi e proprietari delle multinazionali (cioè i soggetti contro cui è diretta la campagna no global) ma gente semplice, che paga con fatica le 200 euro al mese di rata e a cui l’auto serve magari per andare a lavorare.

In realtà io credo che la spiegazione sia una sola.
Dopo anni che ho studiato i libri sui servizi segreti di De Lutiis e Giannuli, che ho letto testimonianze giudiziarie e non sui metodi di infiltrazione dei servizi, mi sono convinto di una cosa.

I Black Block altro non sono che agenti dei servizi segreti, che avevano il compito di creare il caos al G8.

Non sono stati fermati perché la polizia aveva l’ordine di non fermarli.

Non li hanno mai caricati perché la polizia aveva l’ordine di non caricarli.

Si sono armati davanti ai poliziotti perché le forze dell’ordine stavano proteggendo la loro “vestizione”.

Si sono addestrati a 400 metri da una caserma perché erano militari.

Parlavano tranquillamente con la polizia perché erano dei loro.

Fanno il saluto romano davanti ad una caserma perché sono soldati, quindi abituati normalmente a fare il saluto militare.

La loro tecnica è quella tipica dei servizi; quella usata in tutti i movimenti e le forze politiche: si infiltra un movimento, per piegarlo a fini che il sistema approva.

D’altronde questo spiega anche un altro fenomeno curioso; osservando questi Black Block li si vede in forma, muscolosi e atletici; non esiste una foto di un black block un po’ rachitico, gobbo, basso, ecc… (osservate la foto all’inizio dell’articolo).

Questo perché sono militari, e scelti con delle caratteristiche fisiche ben precise.

D’altronde, ad avvalorare questa tesi, c’è anche un’altra considerazione. Nei comunicati ufficiali dei Block Block si inneggia platealmente e in modo trasparente alla commissione di reati.
Nei loro comunicati ufficiali essi dicono espressamente che il loro scopo è distruggere la proprietà privata.
Ora, nel nostro ordinamento questo è un reato, e ne conseguirebbe automaticamente che tali persone dovrebbero essere individuate e processate per associazione a delinquere (articolo 416 c.p.).
Né, dati i mezzi di cui oggi sono dotati i nostri servizi segreti e le nostre forze dell’ordine, dovrebbe essere troppo difficile individuare questi gruppi e smantellarli in quattro e quattro otto.

Viene spontanea allora la domanda: perché non li si persegue penalmente, anche al di là, e per fatti diversi, rispetto a quelli del G8?

A questo punto è facile trovare la risposta.
Ma a questo punto è altrettanto facile capire anche il loro fine, quando si ha chiaro il modus operandi tipico dei servizi segreti.

Scopo dei Black Block era quello di creare il caos a Genova, per gettare il discredito su chiunque manifestasse contro la globalizzazione.

Nell’immaginario collettivo, infatti, dopo il G8, è rimasta la seguente equazione: No Global = delinquente che incendia, crea caos, distrugge.

La maggioranza dei manifestanti era gente pacifica; era presente all’evento l’Azione Cattolica, l’Arci, movimenti pacifisti, buddisti, cattolici, atei, cittadini che si erano riuniti spontaneamente.

Nella mente della casalinga disinformata, o dell’operaio pantofolaio che vive di luoghi comuni, oggi No Global = delinquente.
Operazione riuscita quindi.

Si crea un problema falso, perché creato dalla élite al potere (il caos del G8), e si allontana in questo modo la gente dal vero problema: cioè che la globalizzazione sta uccidendo le nostre colture, sta affamando le popolazioni del terzo mondo, sta distruggendo la nostra agricoltura lasciandola in mano alle multinazionali.

Perché oggi, chiunque è contro la globalizzazione, è visto con sospetto; è visto come un violento, un agitatore, un debosciato.
Mentre la verità è che chi è contro la globalizzazione è, più semplicemente, a favore dei nostri allevatori, coltivatori, produttori e commercianti; è a favore delle popolazioni del terzo mondo.

Sul G8, in particolare sui Black Block, vedi le testimonianze a questo link:
http://www.ciari.net/g8.htm

Narcoguerra

Fonte: http://it.peacereporter.net

Eroina afgana sui voli militari britannici di ritorno dal fronte. La notizia rafforza i sospetti sui reali interessi economici che si nascondono dietro la guerra in Afghanistan

La notizia, diffusa lunedì dalla Bbc, dei militari britannici e canadesi accusati di trasportare eroina in Europa sfruttando l’assenza di controllo sui voli militari di ritorno dal fronte, non fa che rafforzare i sospetti sui reali interessi economici che si nascondono dietro la guerra in Afghanistan.

Il traffico ‘militare’ di eroina scoperto tra le basi Nato nel sud dell’Afghanistan (Helmand e Kandahar) e l’aeroporto militare di Brize Norton, nell’Oxfordshire, verrà liquidato con la solita spiegazione delle ‘mele marce’, del caso isolato che riguarda solo alcuni individui.

Più probabilmente si tratta invece della punta dell’iceberg, o meglio delle briciole di un traffico ben più grande e strutturato che i suoi principali gestori – militari e servizi segreti Usa – lasciano ai loro alleati, evidentemente meno bravi di loro nel non farsi scoprire.

Solo pochi mesi fa sulla stampa tedesca era venuto fuori che una delle principali agenzie private di contractors addette alla logistica delle basi Nato in Afghanistan – la Ecolog, sospettata di legami con la mafia albanese – era coinvolta in traffici di eroina afgana verso il Kosovo e la Germania.

L’anno scorso fece molto scalpore la rivelazione, del New York Times, che Walid Karzai, fratello del presidente afgano e principale trafficante di droga della provincia di Kandahar, fosse da anni sul libro paga della Cia.

“I militari americani non contrastano la produzione di droga in Afghanistan perché questa frutta loro almeno 50 miliardi di dollari all’anno: sono loro a trasportare la droga all’estero con i loro aerei militari, non è un mistero”, dichiarava nell’estate 2009 a Russia Today il generale russo Mahmut Gareev.

Già nel 2008 la stampa russa, sulla base di informazioni di intelligence non smentite dall’allora ambasciatore di Mosca a Kabul, Zamir Kabulov, rivelava che l’eroina viene portata fuori dall’Afghanistan a bordo dei cargo militari Usa diretti nelle basi di Ganci, in Kirghizistan, e di Inchirlik, in Turchia.

Nello stesso periodo, un articolo apparso sul quotidiano britannico Guardian riferiva delle crescenti voci riguardanti la pratica dei militari Usa in Afghanistan di nascondere la droga nelle bare dei caduti aviotrasportate all’estero, riempite di eroina al posto dei cadaveri dei soldati.

“Le esperienze passate in Indocina e Centroamerica – si leggeva, sempre nel 2008, sull’americano Huffington Post – suggeriscono che la Cia potrebbe essere coinvolta nel traffico di droga afgana in maniera più pesante di quello che già sappiamo. In entrambi quei casi gli aerei Cia trasportavano all’estero la droga per conto dei loro alleati locali: lo stesso potrebbe avvenire in Afghanistan. Quando la storia della guerra sarà stata scritta, il sordido coinvolgimento di Washington nel traffico di eroina afgana sarà uno dei capitoli più vergognosi”.

Nel 2002 il giornalista ameriano Dave Gibson di Newsmax ha citava una fonte anonima dell’intelligence Usa secondo la quale “la Cia è sempre stata implicata nel traffico mondiale di droga e in Afghanistan sta semplicemente portando avanti quello che è il suo affare preferito, come aveva già fatto durante la guerra in Vietnam“.

Secondo lo storico Usa Alfred McCoy, principale studioso del coinvolgimento della Cia nel narcotraffico in tutti i teatri di guerra americani degli ultimi cinquant’anni (fino alla resistenza antisovietica afgana degli anni ’80), il principale obiettivo dell’occupazione americana dell’Afghanistan era il ripristino della produzione di oppio, inaspettatamente vietata l’anno prima dal Mullah Omar nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.

I fatti, e il buon senso, sembrano confermare la tesi di McCoy: dopo l’invasione del 2001, la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana, mentre le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere i locali signori della droga.

Rimane una domanda di fondo: perché mai gli apparati militari e d’intelligence americani, in teoria dediti alla sicurezza nazionale e internazionale, mirano da decenni al controllo del narcotraffico? Per la venalità dei loro vertici corrotti? Per garantirsi fondi neri per operazioni coperte? O forse dietro c’è qualcosa di più strategico e sistemico che, alla fine, riguarda realmente il mantenimento della la sicurezza?

Il direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa, ha implicitamente risposto a questa domanda, dichiarando che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale nei momenti di crisi.

”La maggior parte dei proventi del traffico di droga, un volume impressionante di denaro, viene immesso nell’economia legale con il riciclaggio”, affermava Maria Costa nel gennaio 2009. ”Ciò significa introdurre capitale da investimento, fondi che sono finiti anche nel settore finanziario, che si trova sotto ovvia pressione (a causa della crisi finanziaria globale, ndr)”.

”Il denaro proveniente dal narcotraffico attualmente è l’unico capitale liquido da investimento disponibile”, proseguiva il direttore dell’Unodc. ”Nel 2008 la liquidità era il problema principale per il sistema bancario e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati da denaro che proviene dal traffico della droga e da altre attività illecite. E’ ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”.

Il Congresso Usa decreta: Palladio “decisivo” per la Nazione americana

Scritto da: Guido Beltramini direttore del Cisa Palladio
Fonte:  Il Giornale di Vicenza 

ARCHITETTURA. Decisione senza precedenti, una tappa nella storia del palladianesimo. Una storia iniziata nel ‘700: il modo di pensare le abitazioni incarnava anche politicamente lo spirito democratico del Grande Paese

El Greco, Ritratto di Palladio
Perché Palladio? Potevano scegliere Michelangelo, l’architetto della basilica di San Pietro a Roma. O Brunelleschi, il progettista della cupola di Santa Maria del Fiore. O Leon Battista Alberti, l’autore del De Re Aedificatoria. In altre parole: perché quando la nuova nazione degli Stati Uniti d’America deve costruire i luoghi simbolo della propria democrazia sceglie Palladio? In realtà, avevano cominciato a farlo anche prima della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776: la Redwood Library di Newport è del 1747. Prima libreria pubblica d’America, è ispirata alle facciate delle chiese veneziane di Palladio, un tempio laico del Sapere. Un amore secolare, comunque, confermato in questi giorni dalla sorprendente “dichiarazione di discendenza” approvata da Congresso.
Le risposte sono molte e intrecciate. Innanzitutto, rispetto a Michelangelo, Brunelleschi o Alberti, Palladio è soprattutto un architetto civile. Nessun architetto del Rinascimento ha progettato tante residenze: più di cinquanta palazzi e ville, fra quelli progettati e quelli rimasti sulla carta. Palladio ha dato una nuova dignità alla architettura domestica e – come ha scritto Howard Burns – i suoi edifici cambiavano il modo con cui i suoi clienti vivevano, e vedevano, se stessi, contribuendo alla nascita di una nuova figura di “gentiluomo”, così diversa dal magnate del mondo feudale. Gli abitanti degli edifici palladiani potevano leggere Virgilio e Orazio e insieme governare i propri affari, in un edificio razionale, funzionale ed elegante, ispirato alla magnificenza degli antichi Romani. Un modello perfetto per i gentleman farmer americani della Virginia e della Louisiana che producono tabacco e cotone in Via col Vento.
Ma esiste anche una ragione “politica” nel successo del modello palladiano in America. In una Europa dominata dalle grandi monarchie, a Venezia non è mai esistita una corte, la Serenissima era una Repubblica. Palladio non si guadagnava da vivere servendo un Signore assoluto, a cui costruire un enorme palazzo che domina la città, ma lavorava per più famiglie aristocratiche che condividevano il potere. Anzi, i cantori del mito di Venezia, già nel Cinquecento, riconoscevano nella sua forma di governo quella idealizzata da Platone, perché nella Serenissima convivono la monarchia nella figura del Doge, l’oligarchia nel Consiglio dei Dieci e la democrazia nel Senato.
È chiaro, allora, che quando i neonati Stati Uniti d’America devono scegliere la propria architettura, non sceglieranno l’architettura barocca della Roma dei Papi, o quella dei Re assoluti francesi, ma l’architettura della Repubblica di Venezia. Per questo la residenza del Presidente degli Stati Uniti è una villa veneta, e non un château o un palazzo romano. Non a caso il padre del palladianesimo USA non è un architetto professionista, ma un politico: Thomas Jefferson (1743-1826).
Autore della Dichiarazione d’Indipendenza, ambasciatore nella Parigi pre-rivoluzionaria, Segretario di Stato, Vicepresidente e infine terzo Presidente degli USA nel 1801 per due mandati, Jefferson è una figura centrale della storia americana. Egli vedeva in Palladio un modello civile prima ancora che artistico, una architettura razionale, sobria, fatta per migliorare la vita degli uomini. La sua villa di campagna, che chiamò Monticello ispirandosi a come Palladio definisce la collina su cui sorge la Rotonda, è una icona della architettura americana impressa sulla moneta da cinque cents e sulla banconota da due dollari. Ma il suo edificio più innovativo e sinceramente “palladiano” nello spirito è il campus dell’University of Virginia, fondato nel 1819.
Jefferson scardina il modello allora dominante degli edifici universitari di Oxford e Cambridge, costruiti come un grande palazzo, a favore di un insieme di padiglioni organizzati intorno ad un vasto spazio aperto, come in una villa palladiana. Nei padiglioni trovano posto le aule (a pianterreno) e le stanze di abitazione dei professori (al primo piano). Nelle “barchesse” che collegano i padiglioni sono alloggiati (ancora oggi) gli studenti. Il complesso è dominato da un grande edificio centrale, ispirato al Pantheon, che è la biblioteca comune. Con Jefferson nasce così il “campus” universitario che avrà una enorme fortuna in America.
Chiudo con una notazione leggera e amara insieme, scherzando sulla rassomiglianza che – come fra i cani e i propri padroni – così gli studiosi sembrano sviluppare nei confronti dei propri amati soggetti di studio. È conclamata la mia con Palladio, ma io trovo che Thomas Jefferson assomigli moltissimo ad uno studioso che lo ha molto amato, studiato, e reso familiare a generazioni di studenti americani: Mario Valmarana. Per quasi trent’anni docente all’University of Virginia, Valmarana ha costruito un ponte fra le due sponde dell’Atlantico nel nome di Palladio e Jefferson, curando mostre e convegni, scrivendo, organizzando viaggi di studio e soggiorni per studenti nel Veneto. Fondatore del Center for Palladian Studies in America ha contribuito in modo decisivo a sviluppare quella conoscenza profonda del Palladianesimo americano che traspare dalla stessa Risoluzione del Congresso. Morto il 13 ottobre scorso, non ha potuto vederla approvata, anche se il suo magistero ha contribuito a renderla possibile e credo che, idealmente, debba essergli dedicata.

Tagikistan-Uzbekistan, lotta per l’acqua

Fonte: http://it.peacereporter.net

Il gas da una parte, l’acqua dall’altra. Uzbekistan e Tagikistan si fronteggiano e si provocano sulla questione energetica e dell’approvvigionamento idrico.

Dushambe sta inseguendo da tempo – finora con buoni risultati – una certa autonomia idro-energetica. I progressi tagiki creano, però, più di un malumore nel vicino Uzbekistan: il 28 novembre, il presidente tagiko Imomali Rahmon e il ministro iraniano dell’Energia Majid Namjou hanno presenziato alla cerimonia di inizi lavori per la costruzione della centrale idroelettrica Sangtuda 2, finanziata, in parte, da Teheran. Insieme, simbolicamente, hanno fatto detonare l’esplosivo che ha temporaneamente interrotto la corsa del fiume Vakhsh. La nuova centrale arricchisce il programma idroelettrico che ha visto la sua nascita con la centrale Sangtuda 1, già operativa dal luglio del 2009. Il Tagikistan vuole sfruttare al meglio le immense riserve d’acqua di cui dispone – anche grazie ai maestosi ghiacciai che per tutti i mesi invernali, di fatto, isolano il paese dal resto del mondo. L’Uzbekistan, a valle del fiume Vakhsh, vede minacciato il suo fabbisogno idrico dipendendo esso in gran parte dalle acque tagike tanto per le coltivazioni di cotone, quanto, soprattutto, per le esigenze alimentari.

Ma il problema non si ferma al progetto Santguda: il governo di Tashkent teme, ancor di più, la diga di Rogun – in fase di costruzione – che, se realizzata, con i suoi 335 metri di altezza sarebbe la più grande del pianeta. La diga di Rogun è un vecchio sogno che nasce quando il Tagikistan era ancora una repubblica sovietica; il crollo dell’Urss diede la spinta necessaria alla neo indipendente repubblica per aspirare a un’autosufficienza energetica. La costruzione cominciò negli anni immediatamente successivi alla dichiarazione d’indipendenza, ma una grande inondazione nel 1997 distrusse totalmente la struttura parziale di sessanta metri. Dushambe, però, non ha mai abbandonato l’idea di Rogun e i tempi sembrano essere adesso maturi. Per il presidente uzbeko, Islam Karimov, la costruzione della diga – oltre che “una grande sciocchezza” – sarebbe una catastrofe, non solo ambientale, per i paesi della regione.

Le forniture di gas del Tagikistan dipendono per il 95 per cento dall’azienda di stato uzbeka che, due giorni dopo la cerimonia di Sangtuda, ha inviato a Dushambe la richiesta di pagamento immediato di un debito pari a 1,8 miliardi di dollari, pena l’interruzione immediata delle forniture. Ma se questo potrebbe rientrare nella normalità e non essere considerato un atto di ritorsione, il Tagikistan punta, invece, il dito contro il blocco ferroviario imposto da Tashkent che avrebbe causato, nell’anno in corso, un calo degli scambi commerciali pari al 65 per cento rispetto al 2009. Inoltre, l’Uzbekistan tarda a riaprire il confine a ridosso della valle di Zarafshan (unico valico praticabile nei mesi invernali) con il conseguente isolamento del Tagikistan.

La scontro in atto – anticamera di una guerra per l’acqua – sta mettendo in serio pericolo le relazioni tra i due paesi e la debolissima economia del Tagikistan

CHI DA I SOLDI ALL’EROE

di LikiWeaks dal sito Indybay
Fonte:  http://blogghete.blog.dada.net/
Traduzione di Gianluca Freda

Ieri mi chiedevo chi finanziasse tutto l’apparato organizzativo che ha portato alla ribalta Wikileaks e il suo fondatore e portavoce, Julian Assange. Ora sembra che qualcosa inizi a trapelare.  (GF)

WIKILEAKS STIPULO’ UN ACCORDO CON ISRAELE RIGUARDO AI DISPACCI DIPLOMATICI

Tutti noi vorremmo ovviamente sostenere Wikileaks e il suo fondatore e portavoce, Julian Assange, recentemente arrestato in Inghilterra in questa lurida guerra condotta dagli stati del globo contro la trasparenza e la libertà. Ma, tristemente, nel mondo della politica le cose non sono mai innocenti come sembrano. Secondo recenti rivelazioni, Assange avrebbe stretto un accordo con Israele prima del recente “cable gate” [il rilascio di documenti d’ambasciata di cui si parla da qualche tempo, NdT], il che spiegherebbe il motivo per cui le rivelazioni di Wikileaks “sono favorevoli ad Israele”, come ha dichiarato il Primo Ministro israeliano.

Diversi commentatori, soprattutto in Turchia e Russia, si sono domandati per quale motivo le centinaia di migliaia di documenti segreti americani rilasciati sul sito lo scorso mese non contengano nulla che possa mettere in imbarazzo il governo israeliano, quando gli stessi documenti contengono riferimenti a quasi ogni altro stato del mondo. La risposta sembra essere un accordo segreto stipulato tra l’uomo che è “il cuore e l’anima” di Wikileaks, come Assange una volta descrisse umilmente se stesso [1], ed alcuni funzionari israeliani, con cui ci si assicurava che tutti i documenti di questo tipo venissero “rimossi” prima che il resto fosse reso pubblico.

Secondo un sito arabo di giornalismo investigativo [2], Assange avrebbe ricevuto denaro da fonti israeliane semi-ufficiali e avrebbe loro promesso, in base “ad un accordo segreto e videoregistrato”, di non pubblicare alcun documento che potesse danneggiare la sicurezza di Israele o i suoi interessi diplomatici.

Le fonti del rapporto di Al-Haqiqa sarebbero ex volontari di Wikileaks che hanno abbandonato l’organizzazione negli ultimi mesi a causa della “leadership da autocrate” di Assange e della sua “mancanza di trasparenza”.

In una recente intervista al quotidiano tedesco Die Tageszeitung, l’ex portavoce di Wikileaks, Daniel Domscheit-Berg, ha detto che lui e altri dissidenti dell’organizzazione intendono lanciare la propria piattaforma di conroinformazione per portare a compimento l’obiettivo originario di Wikileaks, che era quello di una “condivisione senza limiti dei file”. [3]

Domscheit-Berg, che sta per pubblicare un libro sul periodo trascorso “all’interno di Wikileaks”, accusa Assange di comportarsi come un “sovrano” all’interno dell’organizzazione e di andare contro la volontà degli altri membri, “stringendo accordi” con i mezzi d’informazione allo scopo di creare un effetto esplosivo, tutte cose di cui gli altri membri di Wikileaks sanno poco o nulla. [4]

Inoltre, la brama di scoop con cui Assange mirava a conquistare le prime pagine dei giornali avrebbe impedito a Wikileaks di “ristrutturarsi” per far fronte alla crescita d’interesse verso la piattaforma, hanno aggiunto i testimoni. Ciò significa che le rivelazioni minori, che avrebbero potuto interessare la gente a livello locale, sono state lasciate in disparte per dare spazio alle storie più grosse. [5]

Secondo le fonti di Al-Haqiqa, Assange si sarebbe incontrato con i funzionari israeliani a Ginevra, all’inizio di quest’anno, e lì avrebbe stipulato l’accordo segreto. Il governo israeliano, a quanto sembra, aveva scoperto o sospettava che i documenti in fase di rilascio contenevano un gran numero di informazioni relative agli attacchi israeliani contro il Libano e contro Gaza, lanciati rispettivamente nel 2006 e nel 2008/9. Questi documenti, che si dice provenissero principalmente dalle ambasciate israeliane di Tel Aviv e Beirut, sarebbero stati rimossi e forse distrutti dallo stesso Assange, il quale è l’unica persona a conoscere le password per aprire tali documenti, hanno aggiunto le fonti.

In effetti, i documenti pubblicati presentano un “gap” che si estende su tutto il periodo di luglio-settembre 2006, durante il quale ebbe luogo la guerra di 33 giorni contro il Libano. E’ davvero possibile che i diplomatici e i funzionari americani non avessero commenti o informazioni da scambiarsi riguardo a questo evento cruciale e perdessero invece il tempo a “spettegolare” su ogni altra insignificante questione mediorientale?

Dopo il rilascio dei documenti (e anche prima), il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato in una conferenza stampa che Israele aveva “giocato d’anticipo” per limitare i danni provocati dalle rivelazioni, aggiungendo che “nessun documento segreto d’Israele è stato reso pubblico da Wikileaks”. [6] In un’intervista alla rivista Time, rilasciata nello stesso periodo, Assange incensava Netanyahu come un eroe di trasparenza e liberalità! [7]

Secondo un altro rapporto [8], gli esponenti di un giornale libanese di sinistra si sarebbero incontrati due volte con Assange per negoziare un accordo, offrendogli una “grossa quantità di denaro” per ottenere alcuni documenti relativi alla guerra del Libano del 2006, in particolare le trascrizioni dell’incontro tenutosi nell’ambasciata americana a Beirut il 26 luglio 2006, che è considerato un “consiglio di guerra” tra gli americani, gli israeliani e quei partiti libanesi che giocarono un ruolo nella guerra contro Hezbollah e i suoi alleati. Tuttavia, i documenti che gli editori di Al-Akhbar ricevettero in seguito partivano dal 2008 e non contenevano “niente di rilevante”, affermano le fonti. Ciò non fa altro che supportare le accuse relative all’accordo stipulato da Assange.

Infine, vale la pena di rilevare che Assange potrebbe aver fatto davvero ciò di cui è accusato al solo scopo di proteggere se stesso e di garantire che i documenti filtrati ottenessero la pubblicazione, in modo da svelare l’ipocrisia americana, che si dice sia la sua ossessione, “a scapito di obiettivi più fondamentali”.

Note:

[1] http://www.wired.com/threatlevel/2010/09/wikileaks-revolt/

[2] http://www.syriatruth.info/content/view/977/36/

[3] http://www.taz.de/1/netz/netzpolitik/artikel/1/vom-hacker-zum-popstar/

[4] http://www.spiegel.de/international/germany/0,1518,732212,00.html

[5] http://www.spiegel.de/international/germany/0,1518,719619,00.html

[6] http://www.haaretz.com/print-edition/news/netanyahu-wikileaks-revelations-were-good-for-

israel-1.327773

[7] http://www.time.com/time/world/article/0,8599,2034040-2,00.html

[8] http://www.syriatruth.info/content/view/986/36/

Dossier Satanismo

Fonte: www.associazioneprometeo.org

Fedina penale pulita. Nessun problema apparente. Famiglia tranquilla”. E’ l’identikit fornito del ragazzo di Seriate ricomparso a Vercelli e nel cui monolocale sono stati trovati chiari segni di riti satanici.
Non entro nei meriti di un’inchiesta ancora aperta, e per la quale quindi la pista satanica resta una tra le tante da seguire, ma partendo proprio da queste caratteristiche tipiche del “classico bravo ragazzo”, decido, paradossalmente,  di seguirla quella pista. Convinto che mi porterà nel giusto posto sbagliato.

In Italia sono aumentati negli ultimi anni, in maniera impressionante le Sette ed i Movimenti pseudoreligiosi. Centinaia di questi sono addirittura registrati legalmente, con tanto di statuto e direttivo, ma la maggior parte vivono nella necessaria clandestinità, specialmente quando la stessa è garanzia primaria per l’accesso di nuovi adepti.

L’occultismo è forse la dottrina più praticata all’interno di questi circuiti che hanno sempre a capo di tutto una figura carismatica, un leader abile e forte, che il più delle volte nasconde i propri traffici ed i propri interessi, illegali, dietro pratiche che spaziano dallo spiritismo alla new age, dalle filosofie orientali al cattolicesimo, e riuscendo così ad intrufolarsi anche in quel mondo che simili realtà dovrebbe tenere ben lontane.

Basti pensare a certi movimenti pseudoreligiosi inseriti nella Chiesa ufficiale, spesso tollerati a fatica dalla stessa, ma mai ufficialmente repressi, che uniscono in pericolosi mix i dettami di Madre Teresa con quelli di Wanna Marchi, per avere un’idea precisa di quanto dico.

Ma dentro questo mondo di impostori e guaritori, preghiere e cornetti antimalocchio, levitazione del corpo e cervelli lievitati troppo, la forma più pericolosa, quella che ci riguarda molto da vicino, più di quanto non crediamo, è il Satanismo.

Di tipo Religioso, se scelto per andare contro la morale sociale e religiosa normalmente diffusa, o di tipo Acido, all’interno del quale l’uso massiccio di sostanze stupefacenti e lo stupro di donne e bambini diventa uno dei “riti” più praticati, anzi addirittura necessari per meglio aderire a tale follia.

Tanti, troppi i giovani che vengono agganciati da queste realtà. Giovani normali che davanti ai messaggi, sempre meno subliminali ma assai evidenti, che propongono solo ideali di ricchezza, successo, bellezza, nell’ordine del tutto e subito, si illudono, o vengono illusi, che solo nella distruzione di tutto quello che hanno e nella totale adesione al Male, potranno raggiungere simili obbiettivi.

Famiglia, Scuola, Chiesa, saranno realtà con cui tagliare i legami, in modo più o meno drastico ma sempre definitivo, seguendo un nichilismo votato all’autodistruzione.

Una generazione di deboli, manichini abilmente manipolati, rifugge il proprio mondo e si getta in questa dimensione, la cui lontananza da noi è sottile come sottile è il confine tra il bene ed il male.

casi più eclatanti ce li ritroviamo in prima pagina sui giornali. Ma sono questi i casi limite, quelli il cui ingranaggio, inceppatosi per puro sbaglio, ha svelato la parte più oscura e malata di questa società.

Allora e solo allora scopriamo che tre ragazzine di Chiavenna, amanti del nero, dopo aver deciso di rapire ed uccidere un bambino, indirizzano le proprie attenzioni verso una suora, suor Maria Laura Mainetti, massacrandola a colpi di pietra e dopo il crimine andando tranquille a mangiarsi un gelato. Tanto c’è Satana che le protegge.

Oppure, avendolo nominato, quando scopriamo i delitti delle sue Bestie, le bestie di Satana appunto, balordi nemmeno ventenni in grado di sotterrare una ragazza viva o di spingere i loro coetanei a suicidi ancora non ben quantificati. Né chiariti.

Ma non sono solo i ragazzi a trovare in questo mondo una risposta, benché sbagliata, al vuoto che li attanaglia.

Tanti anche gli adulti, che spesso, per motivi “importanti”, come la perdita improvvisa del lavoro o un grave lutto famigliare, cercano in queste realtà deviate una risposta, un po’ di conforto, quell’aiuto che, forse, altrove non trovano più.

Internet ha permesso negli ultimi anni di facilitare i contatti con questi movimenti ma anche il reclutamento di nuovi praticanti, da sedurre ed agganciare con facile esche, gettate loro da finti venditori di felicità, che li condurranno dentro sette sempre più numericamente grandi.
Mentre le forze dell’ordine al fronte di crimini sempre più elevati e spesso “poco comprensibili” corrono ai ripari creando la Squadra Anti Sette, che si occupa di quei compiti una volta seguiti esclusivamente dalla Digos.

E mentre aprono quotidianamente pratiche sempre più in odore di zolfo, si trovano anche a fare i conti con una legge insufficiente. E facilmente manipolabile. D’altro canto un Avvocato del Diavolo sarà sempre disponibile a prestare i propri servizi. E sa benissimo, riuscendo a dimostrarlo in Tribunale, che anche il confine tra la libertà di pensiero ed il plagio è molto ma molto sottile.

Quanto basta per convincere vostro figlio che gli basta veramente poco per diventare subito bravo, bello e ricco.
Basta un sacrificio. Meglio se umano.

Costa d’Avorio, di nuovo nel caos

Scritto da: Alberto Tundo   
Fonte: .peacereporter.net

Un presidente nuovo e un popolo ostaggio di un incubo vecchio. E’ questa la paradossale situazione in cui si trova la Costa d’Avorio. Da ieri pomeriggio, è ufficiale la vittoria del candidato dell’opposizione Alassane Ouattara, con il 54,1 per cento dei voti. Nessun festeggiamento, però, perché il Paese si trova di nuovo ad un passo dalla guerra civile.

L’ennesimo stallo. Lo scenario è quello di un conflitto alle porte. Ieri l’esercito ha chiuso “le frontiere terrestri, aeree e marittime”mentre le trasmissioni dei canali stranieri venivano soppresse. Questo l’epilogo di quattro giorni di tensione, durante i quali si erano succedute speculazioni sul risultato del ballottaggio di domanica 28 novembre tra il presidente uscente Laurent Gbagbo e il leader del Rassemblement des Republicans. Si sapeva che ogni minuto di ritardo nella comunicazione dei voti avrebbe esasperato gli animi e il quadro peggiore si è materializzato quando la Commissione elettorale indipendente (Cei) ha lasciato passare i tre giorni a disposizione per annunciare i risultati, senza ufficializzare nulla, a causa delle divisioni che la paralizzavano; segno che il regime aveva perso alle urne e la battaglia sulla validità del voto era già iniziata. E infatti, subito dopo l’annuncio tardivo della vittoria di Ouattara, è arrivata la dichiarazione choc del presidente del Consiglio costituzionale, Paul Yao ‘Ndrè – cui spetta la proclamazione finale – secondo il quale “i risultati diffusi dalla Commissione non sono validi”. ‘Ndrè è un uomo di Gbagbo, che ha in mano anche esercito e gendarmeria. Se il presidente non deciderà di riconoscere la sconfitta e farsi da parte, è difficile che qualcuno lo possa disarcionare, pacificamente. L’Onu lo sa e per questo ha fatto partire un intenso pressing diplomatico: le Nazioni Unite, che hanno monitorato il processo elettorale e che schierano in Costa d’Avorio circa novemila elementi (7500 soldati), hanno subito salutato la vittoria di Ouattara, cercando di blindarla. Un monito è arrivato anche dal National Security Council americano, che attraverso il portavoce Mike Hammer ha ribadito “la condanna degli Stati Uniti di ogni atto di violenza e di intimidazione diretto a far deragliare il processo democratico”.

Il gioco di Gbagbo. Parole pesate una ad una. Perché proprio questo sembrerebbe essere il vero piano di Gbagbo, una strategia che il presidente uscente ha già usato con successo diverse volte. Il suo mandato infatti è scaduto nel 2005 ma, giocando sull’impossibilità di tenere elezioni pacifiche, è riuscito a restare in sella per altri cinque anni. E adesso ci starebbe riprovando. Mercoledì notte la sede del partito di Ouattara, nella parte ovest di Abdjan, è stato attaccata da un commando di una cinquantina di uomini che, a volto coperto, sono riusciti a penetrare nell’edificio e a fare fuoco sui presenti. Il bilancio è di otto vittime e 14 feriti. Lascia pensare il fatto che alcuni dei killer indossassero divise militari, della Gendarmeria più precisamente, secondo quanto riferito dai testimoni. Così come è strano che cinquanta persone siano riuscite ad avvicinarsi ad un obiettivo a rischio, che avrebbe dovuto godere di una protezione particolare, nonostante fosse in vigore il coprifuoco. Ouattara, da parte sua, sa che queste sono ore decisive e ha scelto di non intervenire direttamente: se lo scontro dovesse degenerare, avrebbe tutto da perdere. Gbagbo può contare sulla fedeltà dell’esercito, che al momento è padrone del gioco. L’unica sua speranza è tenere sotto controllo i suoi sostenitori, anche i gruppi armati che potrebbero rispondere all’aggressione di mercoledì. Quelli fedeli al presidente, i Jeunes Patriotes, da tempo venivano segnalati come una fonte di pericolo e destabilizzazione, soprattutto nel sud e nel sud-ovest del Paese, dove il presidente ha i suoi feudi elettorali e dove a ridosso del ballottaggio erano comparsi volantini che incitavano alla cacciata dei non ivoriani. Che poi sono, in prevalenza, sostenitori di Ouattara, musulmani come lui, arrivati dai Paesi limitrofi in cerca di fortuna e stabilitisi nel nord. La zona i cui voti, secondo Gbagbo, vanno annullati. Divisioni religiose ma soprattutto etniche che nascondono una lotta feroce per l’accesso alle risorse. Il presidente uscente è alla guida di un regime che rappresenta le elites storiche, le quali non vogliono spartire la torta con i nuovi arrivati. Queste le ragioni di un conflitto che è esploso nella forma di una guerra civile nel 2002 e che ha lasciato il Paese diviso in due. Se nel partito di Gbagbo prevarranno i falchi, allora c’è da attendersi il peggio. Soffieranno sul fuoco. Lo hanno già fatto, lo rifaranno.