Ecuador, un golpe per coprire un debito

Autore: Daniele Cardetta
Fonte: nuovasocieta.it

Sicuramente in pochissimi sono a conoscenza che il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, nel dicembre 2008 ha ribadito l’intenzione di non ripagare i 30,6 milioni di dollari di cedole sulle obbligazioni in scadenza. Correa giustificò tale presa di posizione in quanto il debito estero del suo Paese sarebbe di natura illegittima e da considerarsi quindi immorale. Sempre Correa in tale occasione asserì anche di non volersi assumere alcuna responsabilità in merito in quanto tale debito sarebbe stato contratto prima del suo avvento alla presidenza.
Poco prima di tale decisione storica, del tutto ignorata dai media internazionali, cadeva il sessantesimo anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, e in tale occasione i movimenti sociali dell’Ecuador, con il Grupo Nacional de Deuda de Ecuador in prima fila, hanno manifestato nel centro di Quito per supportare la decisione del presidente di non pagare il debito illegittimo. Ormai quasi due anni fa anche il ministro delle Finanze, Mària Elsa Viteri, aveva annunciato l’avvio di una campagna internazionale del governo teso a non rimborsare 3,8 miliardi di debito estero (il 30% del totale di 10,6 miliardi di dollari), corrispondenti a crediti con banche internazionali in scadenza rispettivamente nel 2012, nel 2015 e nel 2030.
Secondo Vitieri i crediti contratti nell’arco di un trentennio, fra il 1976 e il 2006, sarebbero incorsi in numerose irregolarità nella contrattazione del debito, tanto che la stessa commissione designata dal governo per fare luce sulla vicenda avrebbe ipotizzato diversi reati, dal peculato fino all’arricchimento illecito.
Secondo tale Commissione governativa di indagine sul debito estero dell’Ecuador, il Paese avrebbe pagato quasi 120 miliardi di dollari ai suoi creditori tra il 1982 e il 2006, coprendo quindi circa l’88% della cifra attraverso il ricorso a nuovi prestiti; insomma un vero e proprio circolo vizioso che ha strangolato Quito.
Questi dati mostrerebbero dunque come l’Ecuador avrebbe già saldato ben più del dovuto ai suoi creditori, e che l’80% del debito corrisponderebbe a solo il 20% destinato ai progetti di sviluppo, una vera e propria violazione alla sovranità e alla dignità dell’Ecuador. La dichiarazione della Commisione sul debito estero del 20 novembre 2008 ebbe l’effetto di un vero fulmine a ciel sereno in quanto dichiarò il debito contratto dal paese andino non solo come illegittimo ma anche come corrotto e illegale. Le implicazioni di una dichiarazione di questo tipo sono state senza precedenti in quanto metterebbero in dubbio per la prima volta a livello istituzionale la legittimità del sistema del debito contestando le imposizioni di pagamento provenienti dai paesi ricchi.
Come se non bastasse la società civile dell’Ecuador ha deciso di presentare una denuncia penale a carico di otto ex-presidenti del Paese, accusati di irregolarità nella contrattazione del debito estero negli ultimi 30 anni; tra di loro anche Lucio Gutierrez, al governo tra il 1981 e il 2006.
L’11 giugno 2009 il governo dell’Ecuador è finalmente riuscito a riacquistare il 91% dei propri titoli di stato ad un prezzo compreso tra il 30 e il 35%, riuscendo così a ottenere finalmente giustizia.
Uno dei principali artefici di questa impresa dell’Ecuador è stato proprio il presidente Rafael Correa, e non può essere casuale che sia proprio Correa colui che nei giorni scorsi ha rischiato di essere rovesciato da un golpe delle forze di polizia. Proprio Correa, tratto in salvo dalle forze armate, ha parlato di infiltrazioni di uomini dell’ex presidente Gutierrez tra i golpisti, e anche questa non sembra essere solo una combinazione casuale, visto il collegamento tra Gutierrez e il debito pubblico cancellato dal suo successore.
Ciò che ha fatto l’Ecuador con il suo debito estero infatti potrebbe fare da precedente anche per altri paesi che vedano il loro sviluppo tarpato da un debito che spesso è di natura illecita o è stato accumulato da dittature criminali che hanno utilizzato il meccanismo dell’indebitamento per mantenere il proprio controllo sul potere. Chiaramente eliminare dalla scena Correa sarebbe potuto essere un segnale non da poco teso a intimorire altri presidenti che in futuro decidessero di imitare il loro collega ecuadoregno.

Santa Maria Bertilla

Autore: Andrea Tognazzi   
Fonte: Suore Dorotee Vicenza

Anna Francesca Boscardin nasce il 6 ottobre 1888 a Brendola, sui colli vicentini, da famiglia di agricoltori. L’8 aprile del 1905, a sedici anni, Anna entra nell’istituto delle Suore Maestre di S. Dorotea Figlie dei Sacri Cuori; il 15 ottobre dello stesso anno veste l’abito religioso assumendo il nome di Maria Bertilla. Dopo il primo anno di noviziato viene destinata all’ospedale di Treviso dove ritorna dopo la professione religiosa celebrata l’8 dicembre 1907.
A parte la parentesi della guerra, suor Bertilla rimane al servizio degli ammalati dell’ospedale di Treviso fino alla morte, vivendo la carità eroica come concretizzazione del carisma trasmesso dal suo fondatore. Lavora normalmente fino all’antivigilia dell’intervento chirurgico pochi giorni prima della morte; il suo primario, lasciando la camera dove lei agonizza, a chi gli chiede notizie dice: “lassù sta morendo una santa”. Muore a 34 anni, la sera del 20 ottobre 1922, dopo aver detto alla superiora generale: “dica alle sorelle che lavorino solo per il Signore, che tutto è niente, tutto è niente”.
In maniera inesplicabilmente veloce si diffonde la fama delle sue virtù; iniziano presto e si moltiplicano le grazie e i miracoli ottenuti per sua intercessione. Nel 1925 si apre il processo informativo sulle virtù di suor Bertilla che viene proclamata beata da Pio XII 1’8 giugno 1952; l’11 maggio 1961 papa Giovanni XXIII la proclama Santa.

Report Assemblea plenaria dei Movimenti per l’acqua

Firenze, 19 Settembre 2010

Le questioni discusse nel corso dell’assemblea nazionale dei movimenti per l’acqua del 18 e 19 settembre sono state moltissime: ne daranno conto in dettaglio i report dei 4 gruppi di lavoro.

Certo è che gli interventi, sia nel primo che nel secondo giorno, è stato ribadito il riconoscimento di un percorso collettivo che dura da anni e che è stato in grado di organizzare un lavoro difficile e faticoso, è riuscito ad includere le differenze di esperienze e provenienze sociali e politiche, è arrivato all’appuntamento di Firenze con un allargamento del movimento stesso.

Questo, evidentemente, è stato frutto anche del risultato ottenuto nella scorsa primavera riuscendo a raccogliere una quantità di firme per la presentazione di tre referendum mai raggiunte in Italia, riuscendo, dal basso, ad imporre all’ordine del giorno non solo la difesa di un bene vitale come l’acqua ma, anche, la capacità e la possibilità di fare politica in modo diverso e riappropriandosi del senso di una partecipazione attiva e diretta. Siamo stati in grado di far vedere questa nuova dinamica alle persone che si sono fermate ai banchetti e che ci hanno cercato suscitando attenzione,  partecipazione ed entusiasmo perchè intuivano l’importanza della nostra battaglia e del modo in cui è combattuta.

Ma è evidente a tutti che, oggi, ci aspetta una sfida nuova in cui l’obiettivo è decisamente più impegnativo: portare al voto almeno 25 milioni di italiani e fargli votare 3 si.

Questo profondo cambiamento, ed è stato sottolineato da molti interventi, delinea intorno a noi una fase nuova e differente, che necessità di essere affrontata con rinnovate energie e condividendo nuovi passaggi e responsabilità, nei contenuti e nei metodi.

La due giorni di Firenze ha fornito a tutti noi una visione realistica e consapevole, e tutti hanno ribadito il loro impegno. Sono state messe a lavoro intelligenze, capacità e competenze per proseguire la nostra narrazione collettiva.

Di conseguenza la sintesi è difficile e quello che segue è un tentativo di riportare i punti cardine emersi.

L’assemblea finale ha condiviso, secondo il metodo del consenso, alcune decisioni fondamentali per l’iniziativa dei prossimi mesi: nel quadro della costruzione di alleanze sociali in difesa dei beni comuni è stata condivisa la partecipazione alla manifestazione indetta dalla Fiom-CGIL il prossimo 16 ottobre, portandovi la voce dell’acqua. Allo stesso modo è stata condivisa la partecipazione alla giornata di mobilitazioni del 15 ottobre per la scuola e la conoscenza bene comune indetta dai Cobas e infine alla manifestazione interregionale del 2 ottobre a Messina, contro il dissesto del territorio e contro la grande inutile opera che si chiama “ponte sullo stretto”.

Viene stabilita per il 4 dicembre una giornata nazionale per l’acqua e per il referendum – che si costruirà attraverso iniziative territoriali su scala regionale – e per il 19 marzo una grande manifestazione nazionale. La giornata del 4 servirà per ribadire che non intendiamo farci scippare il nostro diritto al voto e per chiedere la moratoria rispetto a tutti i processi di privatizzazione dell’acqua, secondo le scadenze dettate dalla legge Ronchi. La giornata del 4 si collocherà nel quadro delle iniziative che si svolgeranno in tutto il mondo in contemporanea al vertice sul clima di Cancun (“10, 100, 1000 Cancun”). Come movimenti per l’acqua ci rivolgeremo all’articolato movimento italiano per la giustizia climatica chiedendo a tutti i soggetti di scegliere l’acqua e questo referendum popolare come cuore della propria iniziativa in Italia in quei giorni. Giustizia climatica significa necessità di un altro modello di sviluppo e il referendum per il diritto all’acqua e contro la mercificazione di questo bene comune fondamentale è, in questo momento, nel nostro paese, il simbolo di tutto ciò.

Il movimento ribadisce la priorità della moratoria ai processi di privatizzazione, per evitare che gli automatismi imposti dal governo giungano a svuotare “di fatto” l’appuntamento referendario. Una moratoria che significhi fermare i processi di privatizzazione e non certo ostacolare eventuali percorsi di ripubblicizzazione che possano avvenire nei prossimi mesi, questione su cui l’accordo in assemblea è unanime: viene quindi dato mandato ad un apposito gruppo di lavoro di elaborare nei dettagli un testo tecnico-giuridico e di licenziare al più presto un appello pubblico per la moratoria, integrando, modificando e arricchendo il contributo già messo a disposizione nel corso dell’assemblea.

Viene concordato che all’interno del percorso referendario siano organizzate tanto un’iniziativa nazionale su qualità dell’acqua-ambiente-salute quanto una serie di convegni e dibattiti (a carattere nazionale e regionale) che supportino le nostre ragioni. Saranno messe in piedi nei diversi territori anche iniziative di “autoformazione”, in vista del Referendum, sull’acqua come bene comune, nei suoi diversi aspetti.

Vengono definiti 7 gruppi di lavoro, tenendo presente soprattutto le urgenze legate alla campagna referendaria (nulla vieta che possano essere proposti ulteriori gruppi):

* Comunicazione;
* Gestione pubblica e partecipata;
* Finanziamento del Servizio Idrico Integrato
* Moratoria
* Formalizzazione Comitato Tecnico
* Funzionamento Comitato Promotore e Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua
* Iniziative nelle scuole

 Alcuni di questi gruppi hanno il compito di sciogliere definitivamente alcuni nodi che hanno visto maggior discussione, dalle fondamentali questioni legate al finanziamento della campagna e le sue modalità, a quelle della definizione del comitato promotore (fermo restando che si tratterà di un comitato tecnico, senza funzione politica) dato che, rispetto alla presenza della voce dei territori o alla questione della definizione di responsabilità, resta il bisogno di un supplemento discussione. I problemi invece sollevati da alcuni comitati regionali – sia per quanto riguarda il rapporto fra movimento e regione per quanto concerne l’attuazione delle politiche di ripubblicizzazione (Puglia), sia per quanto concerne i rapporti interni al movimento per l’acqua pubblica (Sicilia) – saranno discussi nelle prossime riunioni, certi che tutte e tutti sapremo trovare il modo per superare rapidamente le difficoltà, procedendo uniti verso la vittoria referendaria.

L’assemblea si scioglie incaricando la segreteria operativa del Forum di individuare le date per convocare in tempi rapidi sia una riunione del Coordinamento nazionale del Forum, sia una riunione del Comitato promotore referendario.

 Viva l’acqua, viva la democrazia!

Prostituzione minorile, ecco che ci fanno gli Italiani in Albania!

Autore: Lino Bottaro
Fonte: sitoaurora.splinder

Questa è una storia che arriva dall’Albania occupata dai “nostri” militari, e poi dalle “nostre” aziende e fabbriche dove la gente veniva e viene sfruttata e sterminata sul lavoro, secondo strategie di sfruttamento pianificate anche dal giuslavorista Marco Biagi (ucciso dalle BR-PCC nel Marzo 2002) al punto tale da disertare le fabbriche in massa. E per questo che le milizie para-militari di Contractors (i colleghi di Maurizio Quattrocchi tanto per intenderci) cominciarono a rapire ragazzi e ragazze nei paesi per costringerli a lavorare nelle fabbriche. Il peggio però doveva ancora arrivare…
Quanto segue è tratto dal libro di Emilio Quadrelli – Evasioni e Rivolte ed. X-Book 2007

Ma potevano muoversi liberamente, come paramilitari, dentro il territorio albanese?
Sì. In realtà in Albania dopo il crollo del vecchio regime non c’era più un vero e proprio stato. C’erano vari gruppi che governavano a loro convenienza dei pezzi di territorio e il governo centrale era un po’ una finta. Le forze paramilitari straniere erano autorizzate a muoversi come volevano perché tutti, governo centrale e i vari poteri locali, ne avevano dei benefici. Formalmente c’era lo stato albanese ma in realtà chi comandava sul serio erano questi che avevano impiantato le loro fabbriche in Albania insieme alle loro milizie private.

A un certo punto, insieme alle operaie più giovani, sei prelevata dalla fabbrica e destinata in un bordello. Quando avviene e perché?
Nel 1998 quando arrivano i soldati italiani in missione in Albania. A quel punto molti imprenditori iniziano a guardare al business del sesso, se arrivano i soldati c’è bisogno di donne e così iniziano a selezionare nelle fabbriche le più giovani. Subito c’è un miglioramento nelle nostre condizioni di vita. Per un mese veniamo esentate dal lavoro, ci danno da mangiare di più e roba di migliore qualità e si preoccupano di far rifiorire i nostri visi e le nostre mani che, specialmente queste ultime, sono martoriate a causa del lavoro. Ci portano anche creme e prodotti di bellezza. Non ci dicono niente, ma non ci vuole molto a capire che quel cambiamento non prelude a nulla di buono.
Se fino al giorno prima ci trattavano come animali da soma terrorizzandoci e dandoci il minimo indispensabile per sopravvivere all’improvviso non possono certo essere diventati dei santi, capiamo in fretta che ci porteranno da qualche parte a fare le puttane. Probabilmente perché siamo tutte molto giovani, quelle prescelte hanno tra i tredici e i diciotto anni, facciamo in fretta a riprenderci, i segni della fatica e dell’abbrutimento spariscono e vengono a imbarcarci. Siamo trentasette ragazze, ci fanno salire su un autobus con i vetri oscurati, insieme a noi salgono sei uomini armati, quattro italiani e due belgi. Davanti e dietro all’autobus ci sono le jeep con gli uomini armati che ci scortano. Non hanno certo paura di noi ma, come vengo a sapere in seguito, le ragazze giovani e anche i ragazzini stanno per diventare una merce preziosa e molto richiesta e per questo il rischio di essere assaliti per strada da qualcuno che si vuole impossessare del carico non è da scartare. Episodi simili ho saputo che ne sono successi parecchi.

In che modo vi convincono a diventare delle prostitute?
Con il terrore. Veniamo portate in questo posto che diventerà la nostra dimora dalla quale non è possibile allontanarsi e alcune di noi prese a caso, sotto gli occhi di tutte vengono violentate da una quindicina di paramilitari. Subito dopo ci spogliano nude e ci ammassano in un cortile, quindi vanno a prendere i cani e ce li aizzano contro. Non ci fanno mordere perché stanno attenti che i denti non si avvicinino troppo, ma ci dicono molto chiaramente che se non facciamo bene il nostro lavoro non ci penseranno un momento a buttarci in pasto ai cani. Ci dicono chiaramente che non dobbiamo fare storie e mostrarci disponibili ed entusiaste verso qualunque richiesta.
Una frase che ci viene detta poco dopo rende tutto molto chiaro: “Voi non siete qua per fare le troie, voi siete qua perché siete delle troie e come tali dovete comportarvi. Dovete far divertire i soldati come se anche voi vi divertiste. Come farlo sono cazzi vostri ma trovate il modo perché i cani hanno fame e la carne cruda gli piace parecchio.” Per tutte noi inizia un periodo di totale abbrutimento. Qualcuna non regge e finisce con il togliersi la vita. Un paio, invece, muore nelle orge. Non ci sono limiti. Su e con noi tutti possono fare quello che gli pare. Ti può bastare quello che succede in seguito alle ragazze che, per il troppo lavoro o perché non più giovani, per non più giovani si intende quelle sopra i venticinque anni, vengono spedite nei bordelli speciali. Sono posti frequentati solo da sadici dove le ragazze sono sottoposte a torture e supplizi di ogni tipo. Periodicamente, nei bordelli, c’è un’ispezione e quelle che sono un po’ troppo sciupate vengono mandate a quello che è detto il capolinea. Chi esce da lì non potrà mai dimenticare, neppure volendolo. Le ferite, le piaghe e le bruciature ricevute nei giochetti se li porteranno dietro finché campano.

La tua storia nei bordelli per militari continua nonostante la fine della “missione italiana“. Cosa succede?
Intanto la missione finisce ma la presenza militare, anche se ridotta, continua e poi a quel punto il giro dei bordelli funzionava talmente bene che iniziano ad essere frequentati anche da civili. Sono turisti, per lo più europei ma ci sono anche americani e molti arabi che arrivano con dei viaggi appositamente organizzati. La possibilità di praticare sesso estremo senza problemi attira un pubblico internazionale. Prima per avere occasioni del genere dovevano spostarsi fino in Asia o in Sud America mentre adesso, per gli europei, è possibile addirittura organizzarsi un week-end di sesso senza regole senza troppi sbattimenti. Quindi per un certo periodo, si passa da un pubblico prevalentemente di militari a uno di civili.
L’Albania è una terra di conquista per tutti e ognuno viene a farci quello che vuole, soprattutto quello che nel suo paese è considerato addirittura un crimine. Con l’arrivo dei civili aumenta la richiesta di ragazze e ragazzi giovani. Noi, anche se siamo quasi tutte sotto i diciotto anni, cominciamo ad essere considerate vecchie perchè i civili vogliono soprattutto ragazzini e ragazzine tra i dieci e i tredici anni. Per questo noi che siamo più grandi continuiamo a essere offerte ai militari che ci preferiscono. Poi scoppia la guerra del Kosovo e i bordelli per militari hanno una grossa impennata. Infatti noi veniamo trasferite a una base della Nato.

Licia Colò confessa… Non vedo grande futuro per il nostro pianeta E nemmeno per la Tv…

Fonte: Il giornale di Vicenza

Sorriso incantatore, sguardo magnetico. Licia Colò, 48 anni in luglio, è ridiventata un po’ bambina quando è nata la sua Liala, peperina di 5 anni che parla già inglese, in braccio all’aitante papà Alessandro Antonino. L’altra sera a villa Sesso Schiavo di Sandrigo la conduttrice di origini veronesi ha ricevuto il premio Basilica Palladiana, assegnato dalla Pro loco ai veneti che si sono distinti nel loro lavoro e che del Veneto amano le tradizioni. In una cornice di danza acrobatica, musica e show materializzatisi tra gli alberi, Licia Colò ha ribadito la sua vocazione primaria: «La difesa della natura».
Riparte il 3 ottobre la sua trasmissione a Raitre. Novità?
“Alle falde del Kilimangiaro” farà una diretta fino alle 19 e puntiamo molto sull’attualità: ci occuperemo dei minatori prigionieri della terra in Cile, sul posto tra mamme e figli. Dovrebbero tirarli fuori a giorni e saremo lì al conto alla rovescia. Il programma è una finestra di storie solari ed allegre ma anche drammatiche come questa. Non è più spettacolo. Per il resto continuiamo con i reportage e i filmati degli spettatori.
Dopo 10 anni è cambiato il suo modo di raccontare il mondo?
Non vedo grande futuro per il nostro pianeta. Sono appena rientrata dal Kenia dove abbiamo girato quattro prime serate sugli animali in onda in gennaio. Stando nei parchi più belli d’Africa ho realizzato che ormai la natura è nelle riserve… come quelle indiane. La spazzatura ha invaso tutto, c’è plastica perfino nel Sahara.
Negli oceani i cetacei spiaggiano con sacchetti nella pancia. Il mondo non è infinito, lo stiamo consumando. Il petrolio fuoriesce in Messico ed è lontano? Ma non è lontano, è piccola la Terra che stiamo saturando.
Ai suoi telespettatori che messaggi manda?
Chi apre gli occhi deve essere attento ai comportamenti. L’inquinamento non è la spazzatura di Napoli, non solo. A Roma, io abito un po’ fuori, quando vado in redazione vedo i cartelloni luminosi che annunciano “l’aria è accettabile”…ma quando non lo è che facciamo, non respiriamo più? 17 delle 30 città più inquinate d’Europa sono italiane, riflettiamo.
La Tv che ruolo può giocare?La Tv è finita, quella che conoscevo io 30 anni fa non c’è più. Ho lavorato in Mediaset e in Rai con criteri che oggi sono scomparsi. Ci sono talmente tanti canali che non si può più parlare di televisione al singolare.
La qualità dei programmi è calata, gli investimenti sono decimati e fare produzioni di livello è impossibile. Me ne sono accorta quando è nata Liala, ho dovuto ricorrere ai canali tematici perchè non vedesse schifezze.
La Tv di oggi non dà valori che sono poi quello che resta nella vita di una persona.
“Alle falde del Kilimangiaro” è allora…
Un programma che ha visto scendere gli ascolti ma meno di altre trasmissioni, e che ha almeno un milione e mezzo di amici ogni domenica. Cerchiamo di sgomitare per l’audience perchè quello lo cerca chi ha tronisti, veline e transessuali in studio.
Vorrebbe fare cose diverse?
Mi ritengo un medico specialista, ho scelto la natura che non è il mio lavoro ma il mio credo e di conseguenza ecco i viaggi per 9 mesi l’anno. Ciò non toglie che potrei fare altro, ad esempio un varietà spiritoso, ma tempo oggi non ne ho più, sono anche direttore di un quotidiano on line sugli animali. Più amici o nemici?
Io non sono integralista anche se i cacciatori mi odiano perchè non accetto l’uccisione per divertimento. E non mi piacciono nemmeno gli animalisti dai messaggi esasperati. Ciò che mi innervosisce seriamente è quando dicono o scrivono che faccio l’ambientalista perchè mi conviene per lavoro. Niente di più falso. Pensi che spesso viene fuori anche la storia che lavoro in Rai perchè mi chiamo Colò come il famoso campione di sci… che non ho mai conosciuto.

Il sogno di Elisany, la ragazza più alta del mondo: diventare una modella

Ha soltanto 14 anni, è alta 2,06 metri e cresce ancora. A scoprirla sono stati i media brasiliani
Di Elmar Burchia
 
I genitori sono troppo poveri per farla visitare da uno specialista
Il sogno di Elisany, la ragazza più alta
del mondo: diventare una modella
Ha soltanto 14 anni, è alta 2,06 metri e cresce ancora. A scoprirla sono stati i media brasiliani.
Capelli castani, occhi color nocciola, fisico statuario e gambe lunghissime. Elisany Silva ha quattordici anni, ma non è una teenager qualsiasi: è l’adolescente più alta al mondo. Elisany infatti è alta circa due metri e sei centimetri. A scoprirla sono stati i media brasiliani che hanno raccontato la sua storia. Una storia fatta di problemi fisici, di discriminazioni per colpa della incredibile altezza ma anche di sogni. Uno su tutti: diventare una modella. A settembre debutterà in una sfilata per abiti da sposa. Le sue dimensioni sono da record: 2,06 metri, un’altezza che a soli 14 anni le è valso il titolo di teenager più alta del mondo. Cresciuta in una modesta casa di Ajuruteua, una piccola cittadina nello stato brasiliano di Pará, Elisany fin da piccola è stata sempre la benimanina in famiglia. Dei sette fratelli lei è però l’unica che ha cominciato a crescere a dismisura dall’età di 11 anni.

La sua statura le ha creato non pochi problemi: per esempio, due anni fa ha dovuto lasciare la scuola elementare perché non entrava più nello scuolabus. Ha avuto problemi fisici, con perenni emicranie. In casa deve continuamente fare attenzione per non sbattere la testa contro il soffitto, e fa fatica a dormire perché il letto è troppo corto. «Purtroppo i miei genitori non hanno i soldi sufficienti per le medicine o per specialisti che possano determinare quale sia la mia malattia. Per questi motivi vorrei cominciare una nuova vita e lavorare come modella», ha spiegato l’adolescente.
Secondo gli esperti contattati dai giornali brasiliani, la giovane soffrirebbe di gigantismo, ovvero di una eccessiva secrezione dell’ormone della crescita, la somatotropina. Elisany cresce in altezza fino a 15 centimetri ogni anno. Il suo sogno non è tuttavia quello di diventare una giocatrice di pallavolo o di pallacanestro, come molte sue coetanee, bensì una modella affermata in tutto il mondo. Ora la sua triste storia, pubblicata su numerosi giornali del Paese e trasmessa con un documentario in tv, ha centrato il bersaglio: a settembre debutterà come modella in una sfilata per abiti da sposa organizzata nella città di Belem, qualche giorno prima del suo 15esimo compleanno.
In Brasile, un Paese di 190 milioni di abitanti, Elisany non è però un caso isolato: quasi tre anni fa fece notizia la vicenda del 25enne José Cristovão da Silva, con un’altezza misurata allora in 2,24 metri. José soffre effettivamente della rara malattia conosciuta come acromegalia. Solo un costante trattamento medico è in grado di ridurre la produzione di ormoni, ma una simile terapia può costare fino a 3000 euro al mese. Ciò nonostante, José non detiene il record di persona più alta del Sudamerica: prima di lui c’è il 24enne Joélisson Fernandes da Silva, con i suoi 2,29 metri. In tutti e tre i casi il cognome Silva è però pura coincidenza: non sono parenti tra loro.

Tanzania: il Serengeti rischia di essere spaccato in due

Autore: Lino Bottaro
di Romina Arena – 24/09/2010 – Fonte: il cambiamento

Il Serengeti, il parco tanzaniano dove ogni anno si ripete la meravigliosa e straziante migrazione degli gnu, rischia di essere spaccato in due da una superstrada commerciale che il Governo ha intenzione di mettere in cantiere nel 2012. Insieme al progresso che avanza, migliaia di animali rischiano di scomparire, tagliati fuori dalle zone di approvvigionamento di acqua. Un rischio troppo alto per la biodiversità.Il Serengeti rischia di essere sventrato da una strada commerciale che il Governo ha intenzione di mettere in cantiere nel 2012.

Il Serengeti, uno dei parchi più spettacolari e importanti del Pianeta, nel quale si concentrano i famosi ‘big five’, ovvero i 5 grandi animali d’Africa (l’elefante, il leone, il leopardo, il rinoceronte e il bufalo) è messo a dura prova dal governo tanzaniano che ha in programma la costruzione di una superstrada commerciale.
Il Parco è anche l’area nella quale si può assistere alla più massiccia e anche straziante delle migrazioni, quella degli gnu, che attraversano il fiume Grumeti per raggiungere il Masai Mara in Kenia.
Il tracciato della strada, che taglierà in due il Parco, collegherà il più velocemente possibile molti centri che circondano il Serengeti, tra cui città importanti dell’Africa orientale come Mombasa, Dar es Salaam o Tanga con i Paesi del Centrafrica, ma creerà anche enormi problemi all’ecosistema della zona.
La zona a nord del Serengeti ed il vicino Masai Mara sono fondamentali per la sopravvivenza delle zebre e degli gnu che vi migrano durante la stagione secca poiché assicurano loro acqua tutto l’anno. Secondo uno studio della Frankfurt Zoological Society se gli animali fossero privati delle loro naturali aree di sopravvivenza il numero degli esemplari crollerebbe dal milione e 300 mila attuali a circa 200.000 poiché la strada impedirebbe loro di raggiungere le aree di pascolo e di riproduzione.
Nel parco si può assistere alla migrazione degli gnu che attraversano il fiume Grumeti per raggiungere il Masai Mara in Kenia.
Programmare un percorso viabile così controverso tra l’altro contravverrebbe la raccomandazione fatta dall’Unesco affinché le strade non passino attraverso qualsiasi parco nazionale o Patrimonio dell’umanità.
La costruzione della strada implicherebbe, di conseguenza, anche la necessità di alzare recinzioni per evitare incidenti: ostacoli insormontabili per gnu, zebre ed elefanti che non potrebbero raggiungere l’unica fonte di acqua dolce disponibile durante la stagione secca: il fiume Mara. Gli esempi nefasti, purtroppo, non mancano: le recinzioni hanno già fermato le migrazioni di gnu e zebre in Botswana e in Canada la migrazione dell’alce nel Banff National Park è stata compromessa dalla realizzazione di una strada.
Il timore concreto, quindi, è che, qualora la strada si trasformasse in un’arteria commerciale fondamentale (com’è effettivamente nel suo poteziale), il traffico dei mezzi pesanti possa mettere a repentaglio la vita della fauna selvaggia con il conseguente allontanamento degli animali da quelle zone. La morte accidentale di una femmina di leopardo sarebbe un danno incalcolabile se si pensa che tra questi mammiferi il tasso di mortalità dei cuccioli è pari al 90%.
La zona a nord del Serengeti ed il vicino Masai Mara sono fondamentali per la sopravvivenza delle zebre e degli gnu
Inoltre, secondo Christof Schenck, direttore della Frankfurt Zoological Society, la strada sarebbe anche la via più breve per la trasmissione di malattie e piante infestanti. Pochi semi, caduti dai mezzi di trasporto, potrebbero diffondere pollini che entrerebbero in competizione con quelli autoctoni, fino a determinarne la scomparsa.
Non da ultimo, una strada facilmente percorribile attirerebbe nel Serengeti interessi tutt’altro che nobili come, ad esempio, le attività di bracconaggio.
Ma allora perché rischiare di bissare uno scempio già commesso altrove? Una soluzione alternativa e meno traumatica sarebbe quella di ‘bypassare’ il Serengeti aggirandolo a sud, con la costruzione di un collegamento asfaltato da Karatu all’esistente Shinyanga-Musoma Road, una strada che servirebbe addirittura 5 volte più abitanti di quella progettata a nord e collegherebbe gli stessi principali centri regionali, salvando la biodiversità e l’incredibile bellezza del Serengeti.
Nonostante le numerose mobilitazioni di Ong ed istituzioni che hanno a cuore la salvaguardia della biodiversità, la Tanzania va avanti nello sviluppo del suo programma, annunciando che i lavori di costruzione della strada potrebbero iniziare già nel 2012.

Lo zucchero é un veleno?

Autore: Lino Bottaro
Fonte: pensiero laterale

Lo zucchero bianco, o saccarosio, è un vero e proprio veleno che crea dipendenza, al pari di una droga, e impoverisce la riserva di minerali del nostro organismo.

Già il solo processo produttivo chiarisce molto la natura di questa sostanza:  lo zucchero bianco viene sottoposto ad una serie di complesse trasformazioni industriali, tra cui la depurazione con latte di calcio che provoca la perdita di sostanze organiche, enzimi e sali. Poi, per eliminare la calce in eccesso, il succo zuccherino viene trattato con anidride carbonica, poi con il velenoso acido solforoso per eliminare il colore scuro.

Successivamente viene filtrato e decolorato con carbone animale e, per eliminare gli ultimi riflessi giallognoli, viene trattato con il blu oltremare o il blu idantrene (proveniente dal catrame e quindi cancerogeno).

Rimane una sostanza bianca cristallina senza vitamine, sali minerali, enzimi e oligoelementi che si dimostra causare stress pancreatico, demineralizzazione ossea, fermentazioni intestinali e gas, alterazione della flora batterica, alti e bassi glicemici con vere e proprie forme di dipendenza, aggressività nei bambini e molti altri problemi. [1]

E’ una sostanza che crea forte acidificazione del sangue, che il nostro organismo, per mantenere il PH ad un livello accettabile, è costretto a tamponare ricorrendo alle proprie riserve di sali minerali.

Di conseguenza il nostro corpo, privato di preziose sostanze minerali, manifesta una serie di sintomi, che vanno dalla caduta dei capelli all’accumulo di scorie sotto forma di cuscinetti di adipe, cellulite e ritenzione idrica. [2]

Molte malattie della civiltà moderna sono dovute ad un eccesso di zucchero nell’alimentazione. La depressione è spesso favorita da un eccesso di zucchero, così come tutte le forme di candidosi e le varie infezioni ginecologiche.

Ma, essendo appunto una droga, il saccarosio e le preparazioni alimentari che lo contengono non si possono eliminare di punto in bianco senza soffrire di violente crisi di astinenza. Bisogna allora prendere una serie di accorgimenti ed usare degli espedienti per riportare l’organismo sulla strada naturale senza pericolo di ricadute (il classico tuffo notturno nella nutella dovuto ad astinenza!).

Mentre tutti gli alimenti a base di saccarosio sono dannosi e acidificano il corpo, il fruttosio è lo zucchero naturale più adatto all’uomo, ed ha un effetto alcalinizzante, che contribuisce alla salute.

Naturalmente solo il fruttosio contenuto nella frutta, fresca o essiccata, ha un effetto benefico. Quella polverina bianca che viene venduta, spesso anche nei negozi di alimenti naturali, non è certo il fruttosio che si assume mangiando della buona frutta matura, ed è da evitare al pari del saccarosio.

Per cui il mio consiglio è di fare scorta di frutta fresca biologica (di tutti i tipi e secondo i propri gusti) e mangiarne senza limitazioni quando si sente il morso lancinante della carenza di saccarosio.

Utilissima, e dai validi effetti depurativi, è la frutta secca: fichi, uva passa, datteri. È importante però che sia assolutamente di origine biologica, perché nella frutta secca industriale è sempre presente anidride solforosa, un veleno usato come conservante che annulla tutti gli effetti benefici dell’alimento.

Le banane molto mature hanno un alto apporto di fruttosio, e possono essere un valido “pronto soccorso” per le crisi improvvise di astinenza.

Ottima alternativa, per chi teme gli effetti lassativi delle fibre, sono i centrifugati di frutta. Ricchi di sali minerali e vitamine, possono essere integrati con l’aggiunta di carote e sedano, verdure alcalinizzanti che ben si sposano con la frutta.

Si può e si deve mangiare frutta ogni volta che si sente il bisogno di dolce. Senza tenere in alcun conto le calorie (un parametro che non ha alcun valore ai fini della depurazione del corpo) perchè quello che conta è eliminare la dipendenza per trasformarla in una alimentazione sana.

Il corpo, quando è in buona salute perché ben alimentato, sa come eliminare quello che è superfluo, e spesso il senso di fame diminuisce gradualmente quando si passa ad una alimentazione sana e benefica.

Se proprio non si riesce ad evitare l’uso del saccarosio, ad esempio nel caffé o nel the, allora il consiglio è di sostituirlo con dello zucchero di canna grezzo, quello scuro ricco di melassa, oppure usare sciroppo di acero o di agave.

Ero un drogato di zucchero e dolci, eppure con questi semplici piccoli accorgimenti ho eliminato in meno di due mesi una dipendenza che durava dall’infanzia, con benefici notevoli per il mio corpo.

[1] http://www.broussais.it/sezione-7-sottosezione-63-id-72-nutrizione-superiore.htm

[2] Peter Jentschura – La Salute Attraverso l’Eliminazione delle Scorie – 2006

Alimentazione: in crisi fast food con boom dei farmers market

Autore: Jacopo Castellini
Fonte: Coldiretti

La notizia rende evidente come l’ineluttabilità della globalizzazione e il dogma dell’assoluta interdipendenza (o meglio, eterodipendenza) dei mercati sia solo un’invenzione propagandistica del sistema mediatico e accademico. Chi decide è sempre ognuno di noi, consciamente o no.  Sono lieto, ancora una volta, di vedere che il popolo è sempre migliore e più intelligente dei suoi vertici, siano essi politici, economici o accademici. Continuiamo così e fra qualche anno la globalizzazione e la Grande Distribuzione Organizzata saranno un ricordo di un passato preistorico di inciviltà e decadenza.

2 Settembre 2010 – Yahoo

La crisi del fast food con la messa in vendita del colosso statunitense Burger King è la conferma di un cambiamento in atto nelle abitudini alimentari anche negli Usa dove negli ultimi dieci anni sono piu’ che raddoppiati i mercati degli agricoltori dove comprare prodotti locali di grande qualità alternativi ai menù globalizzati. E’ quanto afferma la Coldiretti che, nel commentare le difficoltà che sta incontrando la catena di Fast Food, sottolinea che negli Stati uniti sono aperti 6132 mercati degli agricoltori in aumento del 16 per cento rispetto allo scorso anno.

Una tendenza sostenuta dalla stessa amministrazione Obama che ha avviato numerose iniziative contro il cibo spazzatura e a favore di stili di vita sani che vanno dall’obbligo ad indicare il conto delle calorie nei menu’ offerti da oltre 200mila catene di fast food, ristoranti e take away previsto dalla riforma sanitaria alla coltivazione di un orto alla Casa Bianca nelle cui prossimità è stato aperto anche un farmers market per favorire l’offerta di cibi freschi e genuini provenienti dalla campagna.

Anche in Italia si registra il successo di esperienze di vendita di prodotti locali rispetto ai quello delle multinazionali come McDonald’s con il 54 per cento degli italiani preferisce acquistare prodotti alimentari locali e artigianali che battono nettamente le grandi marche, che si fermano al 12 per cento, secondo una indagine Coldiretti/Swg. Secondo l’indagine per il 29 per cento degli italiani la scelta tra le due tipologie di prodotto dipende dalla qualità, mentre per il 5 per cento dal prezzo. Si tratta di una opinione confermata da un vero boom degli acquisti diretti dai produttori dove compra regolarmente l’11 per cento degli italiani e ben il 47 per cento ha dichiarato di farlo almeno qualche volta durante l’anno.

La spesa in cantine, malghe o frantoi per acquistare direttamente dai produttori vini, ortofrutta, olio, formaggi, e altre specialità supererà nel 2010 i 3 miliardi di euro secondo e coinvolge 63mila imprese agricole attraverso spacci aziendali, chioschi, bancarelle, sagre e oltre 500 mercati degli agricoltori di Campagna Amica. L’acquisto di un alimento direttamente dal produttore è una opportunità per conoscere non solo il prodotto ma anche la storia, la cultura e le tradizione che racchiude dalle parole di chi a contribuito a conservare un patrimonio che spesso non ha nulla da invidiare alle bellezze artistiche e naturali del territorio nazionale. Si tratta di un fenomeno in controtendenza rispetto alla crisi generale perché concilia la necessità di risparmiare con quella di garantirsi la sicurezza del cibo.

Olindo del Pretto: E=mc2

Da molto tempo è risaputo che il probabile vero creatore della celebre formula non è Einstein….Qui di seguito un articolo apparso sul corriere della sera nel 2007.
Sul celebre industriale Vicentino si trova una vasta letteratura navigando in Iternet…

Scritto da: Simona Marchetti 
Fonte:Il Corriere della sera

La celebre equazione sarebbe stata anticipata nel 1903 da De Pretto

 

E=mc2: “Tutto merito dell’italiano Olinto”
La tesi di un docente di matematica dell’Università di Perugia, ripresa dal quotidiano britannico “The Guardian”

 MILANO – L’equazione della relatività di Einstein non sarebbe, in realtà, di Albert Einstein, bensì di un matematico autodidatta italiano, Olinto De Pretto. La sconcertante rivelazione arriva dal serissimo giornale inglese “Guardian” che già otto anni fa aveva raccontato la genesi della celebre formula della relatività (il tempo e il movimento sono relativi alla posizione dell’osservatore, se la velocità della luce è costante), altrimenti conosciuta come E=mc2 (l’energia è uguale al prodotto della massa per il quadrato della velocità della luce) e che nell’edizione di martedì scorso ha riproposto la controversa questione circa la primogenitura dell’equazione forse più famosa al mondo.

Stando a quanto si racconta, il 23 novembre del 1903 l’italiano De Pretto, un industriale di Vicenza con la passione per la matematica, avrebbe pubblicato sulla rivista scientifica Atte un articolo dal titolo “Ipotesi dell’etere nella vita dell’Universo”, in cui sosteneva che “la materia di un corpo contiene una quantità di energia rappresentata dall’intera massa del corpo, che si muovesse alla medesima velocità delle singole particelle”. Insomma, la celebre E=mc2 spiegata parola per parola, anche se De Pretto non mise la formula in relazione con il concetto di relatività, ma con la vita dell’universo.

Secondo la ricostruzione fatta dal professor Umberto Bartocci, docente di Storia della matematica all’Università di Perugia, questo difetto nell’impostazione di De Pretto sarebbe stato il motivo per cui inizialmente il significato dell’equazione non venne capito. Solo successivamente, nel 1905, lo studioso svizzero Michele Besso avrebbe avvisato Albert Einstein del lavoro svolto due anni prima da De Pretto e delle conclusioni alle quali era arrivato, che il geniale fisico e matematico avrebbe poi fatto sue, senza tuttavia attribuire alcun merito all’italiano.

Questa, ovviamente, è la tesi di Bartocci, alla quale il professore ha dedicato pure un libro, pubblicato nel 1999 da Andromeda: Albert Einstein e Olindo De Pretto – La vera storia della formula più famosa del mondo, dove viene appunto spiegata la teoria della “contaminazione einsteiniana” ad opera di De Pretto, morto nel 1921. «De Pretto non scoprì la relatività – ha riconosciuto Bartocci – però non ci sono dubbi sul fatto che sia stato il primo ad usare l’equazione e questo è molto significativo. Sono anche convinto che Einstein usò le ricerche di De Pretto, sebbene questo sia impossibile da dimostrare». Nel corso degli anni ci sono poi state altre polemiche circa i contributi scientifici che avrebbero permesso ad Einstein di scoprire e rendere pubblica la rivoluzionaria formula nel 1905 e fra questi, particolarmente importanti si dice siano state le ricerche del tedesco David Hilbert.

Sembra, però, impossibile porre fine alla controversia e nemmeno Edmund Robertson, professore di matematica dell’Università di St.Andrew, è riuscito nell’intento: «Una grande parte della matematica moderna è stata creata da gente a cui nessuno ha mai dato credito, come ad esempio gli Arabi – ha raccontato Robertson al Guardian – Einstein può avere preso l’idea da qualcuno, ma le idee stesse arrivano da ogni parte. De Pretto merita sicuramente credito per gli studi che ha svolto e il contributo che ha dato, se queste cose si possono provare. Ma ciò non toglie, comunque, che la genialità di Einstein resti indiscutibile». Il dubbio persiste, le polemiche pure, la sola certezza è proprio quell’equazione E=mc2, di cui tutti, almeno una volta, hanno sentito parlare.