Gas algerino, quanto ci costi: 1 miliardo di euro in più per l’Italia? Ecco perché la guerra nel Sahel/Sahara ci riguarda

Scritto da: Umberto Mazzantini
Fonte: http://greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=19989

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Se qualcuno pensava che la guerra nel Mali e il tentativo di Al-Qaida au Maghreb islamique (Amqui) di tagliare le rotte del petrolio e del gas e di mettere le mani sulle risorse del Sahara/Sahel non ci riguardasse farebbe bene a leggere cosa scrive oggi Althesys in un rapporto seguente all’assalto di una falange islamica internazionale all’impianto algerino di In Amenas, costato la vita ad almeno 37 lavoratori petroliferi. Secondo questa importante società di consulenza strategica, «La crisi algerina potrebbe costare all’Italia un miliardo di euro in più all’anno per la fornitura di energia».

Insomma, quella che si combatte nel Sahel è la continuazione della guerra in Libia, ma mentre quella era una guerra di conquista per il petrolio e il gas voluta da Sarkozy ed alla quale ci siamo accodati per non essere messi fuori dal tavolo del banchetto che avevamo già imbandito con l’amico Gheddafi, questa è una guerra contro l’islamismo militante e militare per difendere il petrolio e il gas, anche il nostro.

Alessandro Marangoni, amministratore delegato e capo del team di ricerca di Althesys, sottolinea che «L’instabilità in Algeria riporta in primo piano la fragilità del nostro Paese nell’approvvigionamento di gas e torna lo spettro della crisi tra Russia e Ucraina del 2009.  Nonostante siano passati più di quattro anni, e i consumi di metano siano scesi sensibilmente, la strategia italiana per la fornitura di gas non è migliorata molto. Continuiamo infatti a basarci su poche infrastrutture dipendenti da Paesi ad alto rischio geopolitico: l’unica novità è il rigassificatore di Rovigo, che vale circa il 10% dei nostri consumi (coperti al 90% dalle importazioni). E se le forniture dall’Algeria dovessero scarseggiare o addirittura bloccarsi, le alternative sarebbero limitate agli altri gasdotti, con la Russia che continua a rappresentare una quota molto importante».

Quel che accade nel sempre più infuocato Sahara Sahel ci riguarda perché l’Amqi è un’evoluzione (in peggio, se possibile) del  Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, nato in Algeria dopo che con un colpo di Stato fu negata la vittoria elettorale del partito islamico. E’ dalla guerra civile algerina, dalla sua brutalità e dalle sue complicità inconfessate che nasce l’integralismo islamico militare che ha cercato di prendere il potere in Mali, infiltra i campi profughi del Polisario in Algeria e destabilizza ancora di più la Mauritania, il Niger, il Ciad, fino ad arrivare alla Nigeria. Una zona franca tra Libia e deserto algerino che rischia di rendere inaccessibili i giacimenti di petrolio e gas e uranio. E’ questo che volevano mandarci a dire i tagliagole dell’Amqi che hanno trucidato gli operai di Amenas: alla vostra guerra contro di noi risponderemo tagliando con il terrore la giugulare del vostro rifornimento di gas e petrolio.     

Gli esperti di Althesys ricordano oggi che «Le importazioni di gas algerino coprono circa un terzo dei consumi italiani, ossia il 32,6% dell’import totale pari a 22,952 miliardi di metri cubi l’anno nel 2011. Circa 8 miliardi di euro al prezzo medio sul mercato libero del gas. Qualora si dovesse verificare un’interruzione della fornitura, gli effetti sull’economia italiana e sulla bolletta sarebbero ingenti.Limitandosi ai soli effetti sulla produzione elettrica (circa il 42% da gas nel 2011) il rischio di maggior costo può essere stimato in 989 milioni di euro l’anno. Ipotizzando, infatti, di sostituire in emergenza la produzione a gas con quella a olio combustibile, come già avvenuto con la crisi del gas russo, si avrebbe un sensibile aumento del costo di produzione del chilowattora. Il calcolo si basa sull’ipotesi che la mancanza del gas algerino impatti uniformemente su tutti i settori – elettricità, industria, utenze civili – e che quindi richieda di sostituire con l’olio circa un terzo della generazione elettrica da gas. Un costo di 2,7 milioni di euro al giorno».

Però alla guerra del gas russo-ucraina sono cambiate molte cose: calo dei consumi, arrivo del fracking e dello shale gas, debutto del terminal Lng di Rovigo… ma Marangoni avverte: «La mappa dei rischi nell’approvvigionamento energetico italiano non è mutata di molto. E in futuro la situazione potrebbe addirittura peggiorare. Il progetto Galsi, il gasdotto che unisce il nord Africa alla Sardegna, aumenterà di altri 8 miliardi di metri cubi l’anno le importazioni dall’Algeria, portando così la nostra dipendenza dal 29,5% a quasi il 40%”. Nonostante i buoni propositi, la politica energetica italiana sembra ignorare un elemento chiave: il fuel risk. È necessario che anche l’Italia pensi a diversificare in breve tempo il proprio mix energetico, sia in termini di provenienza, sia di fonti».

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