L’Italia è ancora prigioniera di una giustizia incompiuta

Scritto da: Edmond dantès
Fonte: http://www.loccidentale.it/node/127702

giorgio-napolitano-87-anni4Con l’invio alle Camere del messaggio sulla drammatica questione carceraria, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sembra essere riuscito a smuovere le acque stagnanti della politica nostrana. Il capo dello Stato non si è limitato a stigmatizzare il malfunzionamento cronico del sistema penitenziario italiano (del resto già rilevato da un recente pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo) e ad ipotizzare i percorsi necessari a porre fine alle degradanti distorsioni provocate dal sovraffollamento carcerario; egli infatti è tornato ad auspicare la definizione di un più ampio processo di rinnovamento dell’Amministrazione della giustizia, facendo esplicito riferimento alla relazione finale che il gruppo di lavoro sulle riforme istituzionali ha elaborato nella scorsa primavera.

Un testo condiviso da esponenti di forze politiche diverse, che fornisce lo spunto per interventi strutturali sul terreno della giustizia civile e penale: dalla riduzione della «ipertrofia del contenzioso» all’introduzione di «vincoli temporali all’esercizio dell’azione penale dopo la conclusione delle indagini»; dal rispetto effettivo di «tempi ragionevoli di durata dei processi» all’inappellabilità delle sentenze di assoluzione per «imputazioni molto lievi»; ed ancora, dalla revisione delle norme sulla contumacia all’introduzione di pene alternative alla detenzione.

Lo stesso premier Enrico Letta, intervenendo in Aula nel recente dibattito sulla fiducia, aveva richiamato le importanti indicazioni dei “saggi”, assicurando altresì l’impegno del governo per l’adempimento degli obblighi europei dopo l’apertura, in sede comunitaria, di una seconda procedura di infrazione sulla spinosa questione della responsabilità civile dei magistrati.

Si tratta certamente delle tessere di un mosaico che va componendosi, o meglio dei semi utili a far germogliare l’idea che per liberare il paese dai paradossi e dalle anomalie che lo paralizzano, occorra abbandonare l’approccio fortemente ideologico dell’ultimo ventennio sostituendolo con l’impegno concreto ed efficace. Attivarsi in sede parlamentare per la definizione di un progetto di riforma del sistema giudiziario e per ristabilire il giusto equilibrio tra i poteri dello Stato, è quanto si chiede oggi a quelle forze politiche che per rendere un servizio al paese hanno convenuto di percorrere un tratto di strada assieme.

Spezzare lo schema che imprigiona la politica italiana da troppo tempo non sarà certo un compito agevole. La linfa prodotta dall’antiberlusconismo giustizialista, viscerale e irrazionale, ha fatto del partito di Guglielmo Epifani una forza in preda ad un disturbo ossessivo compulsivo: il preconcetto ideologico, amplificato da organi di informazione ed opinion maker sempre pronti a sollecitare il ventre molle dell’elettorato, scatta quasi come una sorta di riflesso condizionato, assicurando compattezza e identità all’arcipelago democratico.

In tale contesto, anche i referendum sulla «giustizia giusta» rappresentano uno strumento di pressione nei confronti della politica chiamata a sanare le ferite profonde di questo ventennio. Il traguardo delle 500mila firme è stato raggiunto, e tocca ora alla Cassazione, poi alla Corte Costituzionale, dare il via libera all’iniziativa promossa dai Radicali. Essi hanno avuto il merito di riavvolgere il nastro, decisi a riprendere il filo di un discorso interrottosi nel novembre 1987. Anche allora, come adesso, si trattava di intervenire su alcuni aspetti particolarmente rilevanti connessi alla crisi del sistema giudiziario: il quorum fu abbondantemente superato, e l’80 per cento di coloro che si recarono ai seggi si espresse in senso favorevole all’abrogazione delle norme che limitavano la responsabilità civile dei magistrati. Non si trattava certo di una rivalsa della politica sulla magistratura, ma dell’affermazione di un sacrosanto principio di bilanciamento tra livello di autonomia dei giudici e valore della responsabilità connessa all’esercizio delle loro importanti funzioni.

Fallì all’epoca il tentativo di Alessandro Natta di tenere la rotta del Pci lontana da quella dei referendum; e fallirono parimenti gli assalti dei maîtres à penser alla Eugenio Scalfari, i quali non mancarono di denunciare la «carica demagogica e la pericolosità istituzionale» dei quesiti «truffa». Fu il Parlamento, però, a falciare in erba quel timido tentativo di riforma, con la legge Vassalli del 1988 che di fatto eluse la volontà popolare. Nel quarto di secolo trascorso, il mondo è andato incontro a cambiamenti epocali. Ma l’Italia è ancora prigioniera di una giustizia incompiuta.

 

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