La Francia fa naufragare l’accordo di Ginevra sul nucleare iraniano

Scritto da: Nicola Pedde
Fonte: http://temi.repubblica.it/limes/

siti nucleari iraniani 500-2[Carta di Laura Canali]

Nonostante si fosse aperto sotto i migliori auspici, il secondo round negoziale fra Teheran e le potenze 5+1 si è concluso con un nulla di fatto a causa dell’ostracismo e del protagonismo di Parigi. Ma non tutto è perduto.

Sembrava quasi raggiunto l’accordo con l’Iran, il 9 novembre. Sembrava, perché improvvisamente qualcosa ha smesso di funzionare, facendo venir meno lo spirito di ottimismo e concretezza che sino ad allora aveva pervaso il negoziato tra Teheran e i paesi del 5+1.

 

 

È stata la Francia, senza tanti giri di parole, a non permettere la definizione di un accordo, cercando ancora una volta di imporre un ruolo e una visione della politica estera alquanto inappropriati e privi di senso mentre il secondo round negoziale per la definizione della questione relativa allo sviluppo del programma nucleare iraniano era partito sotto i migliori auspici.

 

La prima riunione si era conclusa con la consegna da parte dell’Iran di una proposta definita “interessante” dalle controparti. L’incontro successivo si era quindi aperto con uno slancio e un dinamismo che non si vedeva da anni nella gestione del complesso negoziato. A ribadire l’importanza dell’evento, e la necessità di individuare in quella sede e in quella tornata la dimensione generale di un accordo, ci avevano pensato i ministri degli Esteri di quasi tutti i paesi partecipanti al negoziato, giunti a Ginevra per condurre incontri paralleli e per supportare l’operato dei propri team.

 

 

Tra il pomeriggio di venerdì 8 e la mattina di sabato 9 l’entusiasmo aveva toccato l’apice, con la notizia del raggiungimento di una posizione comune che avrebbe potuto permettere, di lì a poco, la definizione di un accordo.

 

Le parti erano concordi nel definire la sostanza dell’intesa sulla necessità di arrestare il programma di arricchimento, rimandando a una fase successiva i dettagli relativi all’effettuazione delle ispezioni, al funzionamento delle centrali e, soprattutto, alla gestione delle scorte già esistenti di uranio arricchito. Inoltre, la convergenza riguardava l’opportunità di trattare con la massima cautela la questione dell’arresto e graduale riduzione dell’attività nelle centrali di Fordo e Arak che, senza ombra di dubbio, costituivano – e costituiscono – l’elemento cruciale di questa fase del processo negoziale. Tutti erano infine pronti a definire almeno la bozza di un accordo di massima che avrebbe loro permesso di capitalizzare al meglio, nei rispettivi ambiti politici nazionali, il successo dell’evento.

 

Tutti, tranne la Francia. Le prime avvisaglie del problema si sono avute proprio con le esternazioni alla stampa di un delegato francese, fatte a più riprese, attraverso le quali alcune informazioni sensibili sul negoziato stesso sono state rese pubbliche ancor prima che la Ashton ne facesse menzione agli inviati.

 

L’atteggiamento francese ha urtato non poco la suscettibilità dei diplomatici presenti all’incontro, che non hanno fatto mistero di aver giudicato inopportuna la decisione della Francia di contravvenire alle regole di comunicazione imposte dalle circostanze. Alla chiusura dei lavori, per mezzo delle comunicazioni ufficiali, è stato chiaro come e quanto tutti i partecipanti non abbiano digerito in alcun modo gli ostacoli frapposti da Parigi al raggiungimento di un accordo, tanto da lasciare Ginevra con un’evidente amarezza stampata in volto.

 

 

Dalle prime indiscrezioni è risultato che i delegati francesi avrebbero rifiutato la definizione di un accordo di base, chiedendo piuttosto la chiusura degli impianti di Arak e una riduzione sostanziale delle scorte di uranio arricchito. A nulla sarebbero valsi i tentativi di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Cina e Russia, concordi nel sostenere la necessità di un accordo progressivo e calibrato, cui far seguire nei prossimi mesi un programma particolareggiato per limare gli aspetti tecnici. L’obiettivo di portare a casa un risultato immediato e di grande impatto per le opinioni pubbliche iraniane, europee e statunitensi è quindi svanito, sebbene si possa comunque trarre una nota positiva dagli incontri di Ginevra.

 

Tutti, a eccezione della Francia, sono arrivati al tavolo delle trattive con la chiara e manifesta volontà di tornare a casa con un accordo in tasca. Questo atteggiamento, dopo anni di pericolosa chiusura, è indubbiamente un risultato epocale, motivo per cui è ancora possibile sperare che il prossimo 20 novembre, quando i negoziati riprenderanno a Ginevra, possa essere finalmente trovata un’intesa.

 

 

Restano tuttavia non pochi ostacoli lungo il percorso. I prossimi 10 giorni vedranno solertemente all’opera i principali detrattori di qualsiasi ipotesi di successo. Sono infatti palesemente preoccupati dalla possibilità di un riavvicinamento tra Iran e Stati Unti non solo i sauditi e altre monarchie del Golfo Persico, ma anche Benjamin Netanyahu, che non ha nascosto in alcun modo la propria insoddisfazione nel constatare l’amichevole dimensione entro cui sono stati condotti i negoziati di Ginevra.

 

Per i primi il consolidamento dell’Iran e della sua strategia regionale rappresenta una minaccia esistenziale di immani proporzioni, mentre per Netanyahu significa il crollo ideologico della politica di sicurezza impostata dal suo governo in questi anni.

 

 

Una fase difficile ed estremamente delicata, ma ancora caratterizzata dalla volontà di quasi tutti gli attori di individuare il percorso che può portare a una soluzione. Non tutto, quindi, è perduto.

 

 

In questi 10 giorni l’auspicio è che l’Europa e gli Stati Uniti riescano a convincere la Francia ad abbandonare la politica di chiusura e ostracismo verso il negoziato.

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