MASSACRO IN LIBIA, IL SANGUE SCORRE A FIUMI PER LE STRADE. E’ LA FINE DEL MONDO. NON CI SONO NOTIZIE DEL NOSTRO INVIATO. AGGIORNAMENTI DEL COMAI

Scritto da: Mina Cappussi e Michel Upmann
Fontehttp://www.unmondoditaliani.com  

La situazione è tragica, in pericolo il nostro inviato speciale e gli altri pochi giornalisti e reporter coraggiosi rimasti assediati
, oltre agli italiani, un migliaio, che ancora non sono riusciti a partire. L’aeroporto di Bengasi è distrutto, le piste divelte, ci sono oltre 6000 persone (seimila) stranieri che vorrebbero andar via, ma temo per loro… Sono le ultime parole di Michel. Poi il silenzio. Non riusciamo più a metterci in contatto con lui. Il leader libico Muammar Gheddafi è comparso in tv minacciando una repressione ben peggiore, soprattutto minacciando Usa e Italia, quell’Italia dove solo poche settimane fa è stato accolto con tutti gli onori e con tutte le strampalate velleità di un esaltato. Gli aggiornamenti del presidente del Comai, Foad Aodi.

Un vero e proprio massacro, quello in corso in Libia, del quale UN MONDO D’ITALIANI ha pubblicato le foto raccapriccianti che hanno fatto il giro del mondo. Alle 21.49 di ieri il nostro inviato a Tripoli, il giornalista di guerra Michel Upmann, ci comunicava che “i Carabinieri del Tuscania hanno or ora raggiunto l’Ambasciata Italiana di Tripoli in Libia per difendere i nostri Diplomatici e tutti gli italiani rifugiati all’interno”. Michel ci parla di centinaia e centinaia di morti, di sangue che corre a fiumi per le strade e altri testimoni confermato il numero di 1000 morti nella furia che il regime del colonnello Gheddafi ha scatenato contro la rivolta, bombardando i manifestanti a Tripoli, dopo aver scaricato i caricatori di pistole e fucili, ad altezza uomo e dalle sommità dei palazzi. Si spara a vista, la situazione è tragica, in pericolo il nostro inviato specialee gli altri pochi giornalisti e reporter coraggiosi rimasti assediati, oltre agli italiani, un migliaio, che ancora non sono riusciti a partire.

“Sono 189 – continua Michel – gli italiani rimasti isolati a sud della Libia, l’aeroporto di Bengasi è distrutto, le piste divelte, ci sono oltre 6000 persone (seimila) stranieri che vorrebbero andar via, ma temo per loro”. Sono le ultime parole di Michel. Poi il silenzio. Non riusciamo più a metterci in contatto con lui. Sappiamo che nell’ottavo giorno della protesta, il leader libico Muammar Gheddafi è comparso in tv minacciando una repressione ben peggiore, soprattutto minacciando Usa e Italia, quell’Italia dove solo poche settimane fa è stato accolto con tutti gli onori e con tutte le strampalate velleità di un esaltato.

E’ carneficina anche nell’est del Paese, dove la protesta era cominciata, e dove a oggi intere zone sarebbero passate sotto il controllo dei rivoltosi. Ma anche qui le vittime si contano a centinaia: oltre 400 in uno solo degli ospedali di Bengasi, dove si lavora senza sosta e al limite delle possibilità umane perché mancano medicinali e personale, nella corsa contro il tempo per soccorrere i feriti, che arrivano a decine. Come dimostrano le immagini pubblicate in esclusiva, i morti sono appoggiati a terra, alle pareti, ovunque: c’è chi esala l’ultimo respiro senza che i medici abbiamo potuto nemmeno vederlo. Il regime, attraverso una comunicazione “ufficiale” diffusa da uno dei figli del Colonnello, Saif Al Islam, ammette 300 morti (242 civili, di cui oltre cento a Bengasi, e 58 militari).

La repressione cieca, squilibrata, assurda, inammissibile, è stata confermata dall’intervento del leader libico sulla Tv di Stato. Il discorso delirante, intriso di retorica rivoluzionaria: «Non sono un presidente, sono un leader, un rivoluzionario e resisterò sino alla morte. Morirò da martire».

Si vocifera, e Michel Upmann conferma, di ordini di azioni di guerra e di devastanti distruzioni ecologiche. Gheddafi aveva dato l’ordine di cannoneggiare Bengasi da due navi, che però hanno disertato, rifugiandosi a Malta. La rivista americana Time ha appreso dell’intenzione di Gheddafi di sabotare pozzi di petrolio e oleodotti diretti verso il Mediterraneo. Il presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Comai), Foad Aodi, che è in costante contatto, da Roma, con alcuni testimoni in Libia, ha parlato di «oltre 1000 morti a Tripoli».

Proseguono con difficoltà, tra ordini e contrordini, i rimpatri da delle migliaia di stranieri che vivono e lavorano in Libia: sono circa 400 gli italiani già rientrati in Italia sui 1500 residenti nel Paese. Non è più sotto il controllo di Gheddafi tutto l’est della Libia, dopo la rivolta scoppiata nel capoluogo della Cirenaica, Bengasi, e dilagata poi in tutto il Paese. I residenti di Tobruk – la città più a est e l’ultima prima del confine con l’Egitto – hanno riferito che la città è da tre giorni controllata dalla popolazione. Il bagno di sangue, però, non si è fermato nemmeno a Bengasi, da dove ieri Al Jazeera ha mostrato ancora immagini di cadaveri carbonizzati e resti di corpi umani. Da New York, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità una dichiarazione in cui si «condannano le violenze» degli ultimi giorni in Libia e si «deplora la repressione» avviata dal governo di Gheddafi. Michel Upmann ha trovato un rifugio segreto temporaneo, dal quale ci fa arrivare le notizie, complici alcuni poliziotti che, dietro pagamento, gli consentono di inviare foto, messaggi. Ma da qualche ora le comunicazioni sono interrotte…Di Michel Upman ha parlato anche la Tv svizzera.

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