Archivi categoria: Archeologia

Eccezionali pitture murali in una tomba dell’Impero Kitai

Fonte: Live Science
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/03/15/eccezionali-pitture-murali-in-una-tomba-dellimpero-kitai/

Nel nord della Cina, nella città di Datong, gli archeologi hanno scoperto un’antica tomba circolare decorata con alcune pitture murali dai colori vivaci.

La squadra, dell’Istituto di Archeologia Comunale di Datong, ha trovato al centro della tomba un’urna con all’interno dei resti umani cremati. Non c’era alcun testo nella tomba ma, secondo gli archeologi, probabilmente appartenevano a un marito e moglie.

Le pitture sulle pareti mostrano servi, gru e numerosi indumenti appesi su vari stendi abiti. I loro colori sono ancora eccezionalmente vivaci, nonostante sia passato un millennio.

(Chinese Cultural Relics)

Il muro a ovest (Chinese Cultural Relics)

Abiti colorati

I dipinti abbondano di abiti colorati. Sul muro ovest uno stendi abiti in particolare tiene “vestiti di color celeste, beige, grigio-bluastro, marrone-giallastro e rosa”, hanno scritto gli archeologi sulla rivista scientifica Chinese Cultural Relics. “L’indumento all’estrema destra ha una griglia verde-diamante, e dentro ogni diamante vi è un piccolo fiore decorativo rosso”. Un altro capo di abbigliamento sembra avere invece una cintura con una fibbia di giada a forma di anello. Vi è poi “un lungo tavolo rettangolare con quattro piatti rotondi, neri all’esterno e rossi all’interno, con sopra un copricapo, bracciali, forcine e pettini”.

(Chinese Cultural Relics)

(Chinese Cultural Relics)

Sulla parete a est è dipinto un altro stendi abiti: “Vi sono appesi vestiti beige, verde chiaro, grigio-bluastro, rosa e marrone. Su uno dei capi pende un ciondolo a forma di anello accompagnato da un filo di perle nere”.

Sul muro a nord erano infine raffigurate delle splendidi gru.

(Chinese Cultural Relics)

(Chinese Cultural Relics)

La dinastia Liao

La squadra pensa che la tomba risalga alla dinastia Liao (907 – 1.125 d.C.). Questa dinastia fu fondata da una tribù del popolo Kitai, e fiorì nel nord della Cina, in Mongolia e in parti della Russia. In quell’epoca nel nord della Cina le persone venivano talvolta sepolte in tombe decorate. Nel 2014, l’Istituto di Archeologia Comunale di Datong aveva scoperto un’altra tomba con pitture murali di stelle e numerosi animali come gru, cervi, tartarughe e anche un gatto che gioca con una palla di seta. Gli archeologi ritengono che le due tombe aiuteranno a far luce sulla vita durante la dinastia Liao.

La tomba era stata scoperta nel 2007. Un primo resoconto era stato pubblicato nel 2015 in cinese sulla rivista Wenwu, poi tradotto in inglese su Chinese Cultural Relics.

(Chinese Cultural Relics)

La tomba scoperta nel 2014 (Chinese Cultural Relics)

 

Quanto la cultura di Jamna trasformò gli europei

Fonte: Science
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/03/01/quanto-la-cultura-di-jamna-trasformo-gli-europei/

Scheletro di Jamna in una sepoltura nelle steppe russe (XVodolazx/Wikimedia Commons)

Scheletro di Jamna in una sepoltura nelle steppe russe (XVodolazx/Wikimedia Commons)

La rivista scientifica Science riporta un nuovo studio del DNA che dimostra l’enorme impatto degli Jamna, una civiltà dell’Età del Bronzo, sulla popolazione europea.

Gli Jamna furono una popolazione proveniente dalle steppe euroasiatiche, abili cavalieri e parlavano probabilmente il proto-indoeuropeo. Secondo la ricerca, una loro migrazione di quasi soli uomini nell’Europa centrale circa 5.000 anni fa, avrebbe lasciato un segno sul genoma degli odierni europei.

«Sembra che gli uomini andarono in guerra, con cavalli e carri», dice Mattias Jakobsson, autore a capo dello studio e genetista della popolazione presso l’Università di Uppsala in Svezia.

La storia delle migrazioni

Gli europei sono discendenti da almeno tre grandi migrazioni preistoriche.

Per primi, circa 37.000 anni fa, arrivarono in Europa gruppi di cacciatori-raccoglitori. Poi, 9.000 anni fa, dall’Anatolia (odierna Turchia) migrarono gruppi di agricoltori che tuttavia all’inizio non si mescolarono molto coi locali in quanto avevano portato le loro famiglie con sé. Per ultimi, tra i 5.000 e i 4.800 anni fa, arrivarono in Europa gli allevatori nomadi noti come Jamna (o Yamnaya).

La loro cultura di inizio Età del Bronzo proveniva dalle steppe delle odierne Russia e Ucraina. Portavano con sé la metallurgia e l’allevamento di animali e, forse, la lingua proto-indoeuropea – la misteriosa lingua ancestrale da cui nascono le 400 moderne lingue indoeuropee. Si mescolarono immediatamente con gli europei locali, che erano discendenti sia dei cacciatori-raccoglitori sia degli agricoltori. In poche centinaia di anni, gli Jamna contribuirono ad almeno metà del patrimonio genetico degli abitanti dell’Europa centrale.

Uomini e donne della seconda migrazione

Per scoprire perché questa migrazione degli Jamna abbia avuto un così grande impatto, i ricercatori hanno raccolto i dati genetici dai precedenti studi di reperti archeologici. Hanno analizzato il DNA di 20 europei vissuti poco dopo la seconda migrazione (quella degli agricoltori dall’Anatolia, 6.000 – 4.500 anni fa) e il DNA di 16 europei vissuti poco la terza migrazione (quella degli Jamna, 3.000 – 1.000 anni fa).

La squadra si è concentrata sullo studio dei cromosomi X, in modo da verificare la proporzione di donne e uomini (i maschi hanno infatti un cromosoma X, le femmine due). Secondo l’analisi del DNA, la migrazione di agricoltori dall’Anatolia aveva coinvolto grosso modo uomini e donne in quantità uguali.

L’arrivo delle popolazioni delle steppe

Gli europei dopo la terza migrazione avevano invece molto meno DNA Jamna sui loro cromosomi X rispetto agli altri cromosomi. Usando un metodo statistico sviluppato dalla studentessa specializzanda Amy Goldberg nel laboratorio del genetista della popolazione Noah Rosenberg all’Università di Stanford di Palo Alto, la squadra ha calcolato che c’erano forse 10 uomini per ogni donna nella migrazione degli Jamna in Europa (da 5 a 14 uomini per ogni donna). Questo rapporto è “estremo” – persino più asimmetrico di quando i conquistadores spagnoli invasero le Americhe nel tardo 1500, dice Goldberg.

Una tale disparità ha fatto dubitare alcuni ricercatori, che avvertono di quanto sia difficile stimare accuratamente il rapporto tra uomini e donne nell’antichità. Ma se confermato, una spiegazione sarebbe che gli uomini di Jamna furono guerrieri arrivati in Europa a cavallo o con carri trainati dagli animali. I cavalli erano stati recentemente addomesticati nelle steppe e la ruota era un’invenzione recente. Potrebbero essersi “concentrati sulla guerra, riuscendo a diffondersi più velocemente grazie alle invenzioni tecnologiche”, dice il genetista della popolazione Rasmus Nielsen (Università della California a Berkeley), che non fa parte dello studio.

Ma la guerra non è l’unica spiegazione. Gli Jamna potrebbero essere stati più attrattivi grazie ai cavalli e alle nuove tecnologie, come i martelli di rame, dice Goldberg.

La scoperta che gli Jamna migrarono per molte generazioni suggerisce anche che qualcosa non funzionasse nelle loro terre. «Ci potrebbe essere stato un fattore negativo continuo che li spinse fuori dalle steppe, come delle epidemie o delle malattie croniche», dice l’archeologo David Anthony del Hartwick College in Oneonta, New York, non coinvolto nello studio. O, dice, potrebbe essere l’inizio di civiltà che mandavano bande di uomini a fondare nuove colonie in terre lontane, come più tardi i Romani o i Vichinghi.

 

La tomba di un Vichingo di alto rango in Scozia

Fonte/Traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/02/09/la-tomba-di-un-vichingo-di-alto-rango-in-scozia/

Live Science

University of Leicester

Antiquity

(Ardnamurchan Transitions Project)

(Ardnamurchan Transitions Project)

Circa 1.000 anni fa, i Vichinghi scavarono una tomba per “un guerriero di alto rango” e lo seppellirono in una barca piena di offerte funerarie, tra cui una grossa spada e un’ascia.

Il guerriero vichingo venne sepolto nella Swordle Bay, in Scozia, lontano dal suo paese d’origine in Scandinavia. Gli stessi manufatti trovati nella sua tomba provenivano da diversi paesi: Scandinavia, Scozia e Irlanda.

Un nuovo studio su questo raro ritrovamento ha potuto dare un’idea di come vivessero gli abitanti della Scozia occidentale nel X secolo.

(Ardnamurchan Transitions Project)

(Ardnamurchan Transitions Project)

«Le scoperte suggeriscono un collegamento tra la Scandinavia e l’Irlanda, oltre dare informazioni sulla dieta del defunto e sui collegamenti con la Swordle Bay», dice il ricercatore capo dello studio, Oliver Harris, professore associato all’Università di Leicester.

Gli archeologi avevano scoperto la tomba nel 2011, sulla remota penisola di Ardnamurchan. Furono molto stupiti di trovare ancora sepolte delle armi da guerra, inclusi un’ascia, una spada, una lancia e uno scudo. Gli scienziati trovarono anche 213 rivetti di metallo della barca, sopravvissuti mentre il legno dell’imbarcazione si decomponeva nel corso degli anni.

Degli altri beni funerari recuperati appartenevano alla vita quotidiana, alla cucina, al lavoro, all’agricoltura e alla produzione di cibo. Inoltre la tomba è situata vicino a un cairn funebre neolitico (un cairn è una montagnetta di pietre fatta dall’uomo), le cui pietre potrebbero essere state incorporate nella sepoltura vichinga.

«Ardnamurchan rappresenta il primo scavo di una barca funebre vichinga intatta nel Regno Unito, e aumenta significativamente la nostra conoscenza sulle pratiche funerarie di questo periodo», ha detto Harris.

La squadra di archeologi ha anche trovato: una borchia di scudo (la parte bombata che proteggeva la mano del guerriero, l’umbone romano); una cote per affilare le lame, fatta con una roccia norvegese; una spilla probabilmente usata per legare un mantello funerario o un sudario, e altri resti mineralizzati di tessuti e legno.

(Ardnamurchan Transitions Project)

Una spada, decorazioni e tessuti (Ardnamurchan Transitions Project)

(Ardnamurchan Transitions Project)

Ascia, umbone, martello e tenaglie, e una spilla (Ardnamurchan Transitions Project)

«Quando si esamina una sepoltura del genere, è essenziale ricordare che tutti gli oggetti e tutte le azioni non erano mai isolate [dal contesto]. Emergono da un quadro fatto di luoghi, persone e momenti, che loro stessi aiutano a formare», dicono i ricercatori.

L’analisi degli isotopi dei denti ha rivelato che l’uomo sarebbe cresciuto in Scandinavia.

(Ardnamurchan Transitions Project)

(Ardnamurchan Transitions Project)

Oliver Harris esamina una spada nel sito (PA)

Oliver Harris esamina una spada nel sito (PA)

L'archeologa Helena Gray con alcuni dei ritrovamenti

L’archeologa Helena Gray con alcuni dei ritrovamenti

(Geoff Robinson)

(Geoff Robinson)

Trovato a Gela un megalite usato come calendario solare

Fonte: https://ilfattostorico.com/2017/01/06/trovato-a-gela-un-megalite-usato-come-calendario-solare/

La Repubblica

La Sicilia

Il gruppo di amici che ha fatto la scoperta (La Sicilia)

Il gruppo di amici che ha fatto la scoperta (La Sicilia)

 

 

 

 

 

 

Ad appena dieci chilometri dalla città di Gela, in Sicilia, un gruppo di quattro appassionati di archeologia è riuscito a identificare una nuova “pietra calendario”, una pietra forata in grado di segnare lo scorrere delle stagioni e degli anni. Un esperimento ha dimostrato che nel giorno del solstizio d’inverno, quando il Sole è allo zenit, la luce si staglia all’interno del foro.

«È stata un’impressione molto forte, potente. L’equazione con la “pietra forata” di San Cipirello è immediata», ha commentato l’archeologo Ferdinando Maurici, direttore del museo di Terrasini (Palermo).

Il megalite sarebbe stato forato dagli uomini nel periodo preistorico probabilmente tra il VI e il III millennio a.C.

(La Repubblica)

La pietra si trova nelle campagne di Gela, in contrada Cozzo Olivo, poco lontano dalle necropoli preistoriche di Grotticelle, Ponte Olivo e Dessueri (La Repubblica)

La scoperta è opera di quattro appassionati di archeologia: Giuseppe La Spina, Michele Curto, Mario Bracciaventi e Vincenzo Madonia. Il quotidiano La Repubblica racconta che il gruppo di amici stava effettuando un sopralluogo ai “bunker anti-scheggia” (le casematte della seconda guerra mondiale) con l’obiettivo di realizzare percorsi di studio da proporre alle scuole. La Spina, dopo aver individuato la pietra forata, aveva preso contatto con Alberto Scuderi, direttore regionale dei Gruppi archeologici d’Italia, e lo scorso 21 dicembre è stata effettuata una verifica scientifica.

In occasione del solstizio d’inverno si è dato inizio all’esperimento, con l’ausilio di bussola, macchine fotografiche e videocamera installata su un drone. «Alle 7,32 il Sole ha illuminato in modo perfetto la pietra forata. Mentre il drone si avvicinava, mantenendo il più possibile l’asse a 113 gradi è stato filmato quel fascio di luce che attraversava il foro proiettandosi sul terreno», raccontano i componenti del gruppo che ha partecipato alla verifica. «Ciò che riusciamo a registrare da terra è sorprendente – scrivono gli scopritori – l’esperimento è riuscito».

Nel corso della conferenza stampa tenutasi al Museo archeologico di Gela, Andrea Orlando (astrofisico dell’Università di Catania e direttore dell’Istituto di Archeoastronomia di Sicilia) ha dichiarato: «È punto di partenza e non di arrivo. Abbiamo visto la pietra, ha al centro un foro che non sappiamo se è naturale o artificiale. Di certo presenta un orientamento speciale, ad est, in cui si trova un angolo speciale a 120 gradi che in gergo tecnico è un azimut che indica un punto preciso, l’alba al solstizio d’inverno».

Il megalite di San Cipirello (gioburgio.wordpress.com)

Il megalite di San Cipirello (gioburgio.wordpress.com)

Orlando ha inoltre annunciato l’istituzione di un comitato di studi aperto a ogni scienziato e ricercatore che voglia impegnarsi nella verifica dei dati etno-andropologici, geologici e archeologici. Un invito personale sarà inviato a uno dei massimi esperti mondiali del settore, il prof. Giulio Magli del Politecnico di Milano. «E se non troveremo in Italia i fondi per queste ricerche – ha detto Orlando – inviteremo le università straniere a finanziarci».

Le ricerche saranno estese a un’area molto vasta. Scuderi intanto ha rivelato che «testimonianze della presenza umana dell’Età del bronzo antico sono state già scoperte attraverso il ritrovamento, da parte dei quattro appassionati gelesi, di una necropoli finora mai censita» e poi attraverso numerosi frammenti di vasellame e di «una ciotola-attingitoio». Tutto è stato segnalato e consegnato al museo archeologico di Gela.

Un raro amuleto di Odino scoperto in Danimarca

Fonte e traduzione:https://ilfattostorico.com/2016/12/16/un-raro-amuleto-di-odino-scoperto-in-danimarca/
The Local – Denmark
Museo Lolland-Falster

 

(Museo Lolland-Falster)

(Museo Lolland-Falster)

Un cercatore d’oro amatoriale di nome Carsten Helm, in compagnia dei suoi due figli di 10 e 12 anni, ha scoperto una serie di oggetti d’oro del VI secolo d.C. sull’isola di Lolland, in Danimarca. Tra essi vi è un cosiddetto bratteato, un sottile medaglione d’oro portato come un gioiello durante l’Età del Ferro germanica.

Gli archeologi del Museo di Lolland-Falster credono che l’immagine sull’amuleto dipinga il dio norreno Odino. La loro conclusione si basa su altri ritrovamenti di bratteati simili che includono un’iscrizione runica che recita “L’Alto” (o “L’eccelso”), uno degli epiteti di Odino.

Inciso sul medaglione vi è anche una svastica.

«È un ritrovamento molto emozionante», dice la portavoce del museo Marie Brinch. «Anche se è una tipologia già conosciuta, rimane une scoperta rara ed eccitante. Sull’isola di Lolland ne abbiamo trovati solo tre (l’ultimo nel 1906) e in tutta l’Europa settentrionale se ne contano solo un migliaio».

Helm e i suoi figli, armati di metal detector, hanno anche trovato un pendente d’oro, tre pezzi d’oro (probabilmente parti di una collana), un anello d’oro e vari pezzi d’argento. Verranno tutti esposti allo Stiftsmuseum di Maribo.

L’amuleto di Odino è l’ultimo di una lunga serie di ritrovamenti archeologici fatti in Danimarca quest’anno. Una settimana prima era stato scoperto un bracciale d’oro vichingo dove, lo scorso giugno, c’era stato il più grande ritrovamento d’oro vichingo della Danimarca. A marzo era stata la volta di un crocifisso del X secolo, un amuleto con Odino e i corvi, un bottino di monete del XIV secolo e una pietra runica ‘perduta’, senza contare le duemila spirali d’oro scoperte nel 2015.

Il più grande ritrovamento di oro vichingo in Danimarca: sei bracciali d'oro e uno d'argento (Nick Schaadt, Museet på Sønderskov)

Il più grande ritrovamento di oro vichingo in Danimarca: sei bracciali d’oro e uno d’argento (Nick Schaadt, Museet på Sønderskov)

Il crocifisso del X secolo (Østfyns Museer)

Il crocifisso del X secolo (Østfyns Museer)

L'amuleto raffigura un trono con Odino e due corvi (Museum Lolland-Falster)

L’amuleto raffigura un trono con Odino e due corvi (Museum Lolland-Falster)

Le monete di inizio 1300 (Viborg Museum)

Le monete di inizio 1300 (Viborg Museum)

La pietra runica (Lisbeth Imer, National Museum of Denmark)

La pietra runica (Lisbeth Imer, National Museum of Denmark)

Le spirali d'oro (Vestsjællands Museum)

Le spirali d’oro (Vestsjællands Museum)

Scoperta una barca sacra del regno del faraone Sesostri III

Fonte: Live Science
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2016/11/01/scoperta-una-barca-sacra-del-regno-del-faraone-sesostri-iii/

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

All’interno di un edificio ad Abydos, in Egitto, una squadra di archeologi ha documentato oltre 120 immagini di barche antiche. L’edificio risale a oltre 3.800 anni, e venne costruito vicino alla tomba del faraone Sesostri III.

La struttura avrebbe conservato una vera barca di legno, dice Josef Wegner, curatore del Penn Museum dell’Università della Pennsylvania, che ha condotto lo scavo. Purtroppo, della barca non rimangono che alcune assi di legno. Nell’antico Egitto, le barche sacre venivano talvolta sepolte vicino alla tomba dei faraoni.

(Josef Wegner)

Schema dell’edificio (Josef Wegner)

Le incisioni e ceramiche

Le immagini più grandi misurano quasi 1,5 metri di lunghezza e mostrano “delle grandi barche, raffigurate con alberi, vele, attrezzature, tughe/cabine, timoni, remi e alcuni casi rematori”, scrive Wegner sull’International Journal of Nautical Archaeology.

Alcune immagini sono piccole e semplici; la più piccola è lunga solo 10 cm. Ad oggi sono sopravvissute 120 immagini di barche, ma in origine ce ne dovevano essere di più. Oltre a queste, vi sono anche incisioni di gazzelle, bovini e fiori.

Vicino all’ingresso dell’edificio – il cui interno misura circa 21 x 4 metri – gli archeologi hanno scoperto oltre 145 vasi di ceramica, molti dei quali sono sepolti coi colli rivolti verso l’entrata.

L’esistenza dell’edificio era stata segnalata per la prima volta in un resoconto del 1904 da parte di una squadra dell’Egypt Exploration Fund (EEF) che lavorò ad Abydos tra il 1901 e il 1903. Tuttavia, il team non ebbe il tempo di scavare e non seppe cosa si celasse dentro. «Arrivarono solo alla cima dell’edificio. Videro la volta ma abbandonarono il lavoro», spiega Wegner.

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

Molti misteri

Le scoperte lasciano gli archeologi con una serie di misteri che i futuri scavi potrebbero risolvere. Gli archeologi non sanno chi fece i disegni o perché.

È possibile le immagini vennero incise durante la costruzione della barca, oppure in occasione della cerimonia funeraria del faraone Sesostri III. Poiché gli archeologi hanno scoperto che un gruppo di individui entrò nell’edificio dopo la morte del faraone e smontò la barca, riutilizzando le assi, può essere che le incisioni risalgano a dopo la morte di Sesostri III.

Non si conosce peraltro neanche lo scopo delle ceramiche trovate vicino l’ingresso. È possibile che i partecipanti alla cerimonia funebre abbiano intenzionalmente versato del liquido per terra. «Forse una grande quantità di liquidi, probabilmente soprattutto acqua, venne versata [per simboleggiare] il galleggiamento della barca», scrive Wegner.

Non è da escludere che la barca di legno fosse stata trasportata attraverso il deserto. In questo caso, «l’acqua e altri liquidi potrebbero aver lubrificato e solidificato il terreno lungo il percorso», scrive Wegner, aggiungendo che «i vasi di ceramica potevano essi stessi avere un significato rituale, e sia la barca che i vasi furono poi seppelliti durante il rito funebre reale».

Ciò che rimane della barca sacra, alcune assi di legno (Josef Wegner)

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

La squadra di Wegner spera di effettuare ulteriori scavi in futuro per risolvere i misteri ancora aperti. Ad Abydos hanno lavorato dal 2014 al 2016.

Nel 2014 avevano scoperto la tomba del faraone Senebkay, arrivando l’anno dopo a ipotizzare le violente cause della sua morte.

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

 

Quasi tutti gli esseri umani non africani risalgono alla stessa migrazione

Fonte: http://www.sciencemag.org/news/2016/09/almost-all-living-people-outside-africa-trace-back-single-migration-over-50000-years
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2016/09/30/quasi-tutti-gli-esseri-umani-non-africani-risalgono-alla-stessa-migrazione/

Eske Willerslev (a sinistra) incontra gli anziani aborigeni durante la sua ricerca (Science)

Eske Willerslev (a sinistra) incontra gli anziani aborigeni durante la sua ricerca (Preben Hjort, Mayday Film)

Tre nuovi studi genomici hanno delineato un preciso quadro su come gli esseri umani si diffusero sul pianeta.

Dall’Africa, la culla dell’Homo Sapiens, gli uomini probabilmente migrarono più volte in diverse ondate, ma fu soltanto una la migrazione da cui tutti gli euroasiatici viventi oggi discendono: avvenne tra i 50.000 e i 60.000 anni fa, e ci ha dato più del 90% della nostra ascendenza.

Le ricerche sottolineano inoltre la grande particolarità degli aborigeni australiani: sono loro il popolo geneticamente più antico della Terra, praticamente immutato da circa 50.000 anni. Non a caso l’Autralia conserva alcune delle testimonianze più antiche dell’Homo Sapiens al di fuori dell’Africa.

Un anziano aborigeno spiega gli antichi costumi ai ragazzi a Mudjawakalal, in Australia (Penny Tweedie/Alamy Stock Photo)

Un anziano aborigeno spiega gli antichi costumi ai ragazzi a Mudjawakalal, in Australia (Penny Tweedie/Alamy Stock Photo)

Una vecchia teoria

Diversi ricercatori avevano proposto che gli antenati degli aborigeni furono i primi uomini moderni a migrare fuori dall’Africa, diffondendosi rapidamente verso est lungo le coste dell’Asia meridionale, migliaia di anni prima che una seconda migrazione popolasse l’Eurasia.

Eppure le cose non stanno così, almeno stando a tre nuovi studi genomici – i primi ad analizzare molti genomi completi dall’Australia alla Nuova Guinea. La loro conclusione è che gli aborigeni e la maggior parte degli euroasiatici dicendono da un singolo gruppo di esseri umani che lasciò l’Africa tra i 50 e i 60.000 anni fa, e che poi si diffuse in varie direzioni. Gli studi “sono veramente importanti”, dice il genetista della popolazione Joshua Akey dell’Università di Washington a Seattle. «Gli antenati della grande maggioranza degli odierni non-africani risalgono a una singola migrazione fuori dall’Africa», dice.

Ma il caso non è chiuso. Uno studio sostiene che nel genoma degli odierni nativi della Papua Nuova Guinea ci siano tracce di una migrazione di Homo Sapiens ancora precedente. E forse non c’è contraddizione, dice l’archeologo Michael Petraglia del Max Planck Institute per la Scienza della storia umana di Jena (Germania), co-autore di quello studio che a lungo aveva sostenuto una prima espansione fuori dall’Africa. «Stiamo convergendo verso un modello nel quale le migrazioni più recenti soppiantarono quelle più antiche», dice.

I nuovi genomi

Un decennio fa, alcuni ricercatori proposero la controversa idea che una prima ondata di uomini moderni lasciò l’Africa oltre 60.000 anni fa attraverso una cosiddetta via costiera o meridionale. Queste genti sarebbero partite dall’Etiopia, passando il Mar Rosso nel punto più stretto e arrivando nella penisola arabica, muovendosi poi rapidamente verso est lungo la costa sudasiatica fino all’Australia. Alcuni studi genetici, molti fatti col DNA mitocondriale delle persone viventi, avevano supportato questa teoria indicando una divisione – relativamente antica – tra gli aborigeni e gli altri non-africani. Ma le analisi degli interi genomi – il vero punto di riferimento per gli studi della popolazione – erano scarse per quanto riguardava molte zone chiave del mondo.

Tre grandi gruppi di genetisti hanno provveduto a ciò, aggiungendo ai database centinaia di genomi completamente sequenziati di persone da Africa, Australia e Papua Nuova Guinea. Ogni team ha usato dei complessi modelli al computer e analisi statistiche per interpretare la storia della popolazione usando il DNA.

I tre studi

Un team diretto dal genetista evolutivo Eske Willerslev dell’Università di Copenhagen si è concentrato su Australia e Nuova Guinea, una ricerca che Akey chiama “il punto di riferimento” sulla colonizzazione dell’Australia. Comparando i genomi di vari gruppi, hanno concluso che gli aborigeni si separarono dagli euroasiatici tra i 50 e i 70.000 anni fa, dopo che questo gruppo si era già differenziato dagli africani. Ciò vuol dire che gli aborigeni e le altre popolazioni non-africane discendono dalla stessa migrazione fuori dall’Africa, e che l’Australia all’inizio venne insediata una volta sola, invece che due volte come alcune prove avevano suggerito in precedenza. Gli schemi nel DNA aborigeno indicano anche un ‘collo di bottiglia’ genetico di circa 50.000 anni fa: è l’eredità duratura del piccolo gruppo che colonizzò per primo l’Australia.

In un’altra ricerca, un team coordinato dal genetista della popolazione David Reich dell’Università di Harvard è arrivato a una conclusione simile dopo aver esaminato 300 genomi di 142 popolazioni. «Il messaggio è che gli uomini moderni fuori dall’Africa discendono quasi completamente da una singola popolazione fondatrice», dice Reich. «Puoi escludere una precedente migrazione; la via meridionale».

Ma il terzo studio, condotto da Mait Metspalu del Biocentro Estone di Tartu, ha una conclusione diversa. Analizzando 379 nuovi genomi di 125 popolazioni in tutto il mondo, il team ha concluso che almeno il 2% dei genomi della popolazione della Papua Nuova Guinea proviene da una migrazione di Homo Sapiens dall’Africa ancora precedente, avvenuta forse 120.000 anni fa. Il loro studio propone quindi che l’Homo Sapiens abbia lasciato l’Africa in almeno due ondate.

Una prima migrazione quasi irrilevante

Reich solleva dubbi sul risultato, ma afferma che il suo studio e quello di Willerslev non possono escludere un contributo genetico dell’1 o del 2% avvenuto grazie a una precedente migrazione di Homo Sapiens. Dice Akey: “Come genetisti della popolazione, potremmo spendere il prossimo decennio a dibattere su quel 2%, ma in termini pratici non conta”. La migrazione più recente “spiega oltre il 90% della nostra ascendenza”.

Inoltre, secondo un quarto studio pubblicato su Nature, i cambiamenti del clima e del livello del mare avrebbero favorito delle precedenti migrazioni. Axel Timmermann e Tobias Friedrich dell’Università delle Hawaii di Manoa e Honolulu, hanno ricostruito le condizioni climatiche del nord-est dell’Africa e del Medio Oriente. Hanno scoperto che un clima più umido e livelli del mare più bassi avrebbero persuaso gli esseri umani a lasciare l’Africa e ad andare nella penisola arabica e nel Medio Oriente durante quattro periodi, all’incirca intorno ai 100.000, agli 80.000, ai 55.000 e ai 37.000 anni fa. “Sono molto felice”, dice Petraglia. Le sue scoperte e quelle di altri colleghi, di antichi utensili di pietra in India e Arabia, suggeriscono che gli uomini moderni avessero lasciato l’Africa durante queste prime migrazioni. Tuttavia, la maggior parte di questi lignaggi si estinsero. La migrazione più importante, quella con più persone e che arrivò in Australia, venne dopo. «Demograficamente, dopo i 60.000 anni fa successe qualcosa, con ondate più grandi di esseri umani attraverso l’Eurasia», dice Petraglia. «Tutti i tre studi concordano con questo».

Le ricerche dimostrano i legami degli aborigeni con gli altri euroasiatici, ma rinforzano anche l’insediamento, relativamente antico, dell’Australia e la sua lunga isolazione. Un caso unico nella storia umana. Il continente tiene “profonde, profonde divisioni e radici che non vediamo da nessun’altra parte eccetto in Africa”, dice Willerslev. Ciò riecheggia nelle visioni degli aborigeni stessi. «La maggioranza degli aborigeni qui in Australia crede che ci troviamo in questa terra da molte migliaia di anni», ha dichiarato a Science Colleen Wall, co-autore della ricerca di Willerslev e anziano dell’Aboriginal Dauwa Kau’bvai Nation in Wynnum. «Sono fuori di me dalla gioia per queste scoperte».

 

 

Scoperto il nome della dea Uni in un tempio etrusco

Fonte: http://blog.smu.edu/research/2016/08/24/one-of-the-most-significant-etruscan-discoveries-in-decades-names-female-goddess-uni/
Traduzione/Fonte: https://ilfattostorico.com/2016/09/01/scoperto-il-nome-della-dea-uni-in-un-tempio-etrusco/#more-17363

(Mugello Valley Project)

(Mugello Valley Project)

In una rarissima iscrizione trovata sul muro di un antico tempio etrusco, gli archeologi hanno scoperto il nome di Uni, la suprema dea del Pantheon etrusco.

La scoperta indica che Uni, una divinità della fertilità e forse una dea madre in questo luogo, potrebbe essere stata la dea venerata nel santuario di Poggio Colla, un insediamento chiave della civiltà etrusca.

(Mugello Valley Project)

Il nome è stato scoperto in un testo sacro; forse la più lunga iscrizione etrusca mai trovata su pietra, dice l’archeologo Gregory Warden, professore emerito presso la Southern Methodist University, sponsor principale dello scavo.

La pietra faceva parte del muro di un tempio del VI secolo a.C. A Poggio Colla, in provincia di Firenze, sono stati ritrovati numerosi oggetti etruschi, tra cui la più antica scena di parto europea su un frammento di ceramica. Un’ulteriore prova del culto della fertilità in questa città, dice Warden.

Attualmente gli esperti stanno cercando di tradurre tutto il testo. È molto raro riuscire a identificare quale sia la divinità venerata in un santuario etrusco.

I resti del santuario (Mugello Valley Project)

I resti del santuario (Mugello Valley Project)

(Mugello Valley Project)

(Mugello Valley Project)

«Il luogo della scoperta – un posto dove venivano fatte delle prestigiose offerte – e la possibile presenza del nome di Uni nell’iscrizione, oltre alla cura nell’incisione, che forse seguì fedelmente un modello trasmesso da uno scriba attento e istruito, suggeriscono che il documento avesse un carattere dedicatorio», dice Adriano Maggiani (Università Ca’ Foscari Venezia), uno degli esperti al lavoro nella decifrazione.

«È anche possibile che esprima le leggi del santuario; una serie di prescrizioni legate alle cerimonie che si tenevano là, forse in connessione con un altare o un altro spazio sacro», spiega Warden, condirettore del Mugello Valley Archaeological Project.

Tutto sarà più chiaro una volta decifrato il testo, che consiste di almeno 120 caratteri. Sebbene gli archeologi conoscano la grammatica etrusca, alcune parole e l’alfabeto, le parole nuove sono difficili da tradurre, soprattutto perché non sono di carattere funerario. Le iscrizioni etrusche sono infatti rare, dato che di solito scrivevano su tessuti di lino o tavolette di cera. I testi che si sono conservati sono piuttosto brevi e provengono dalle tombe.

(Mugello Valley Project)

(Mugello Valley Project)

«A questo punto possiamo affermare che si tratta di una delle più importanti scoperte etrusche degli ultimi decenni», dice Warden. «Non solo ci fornirà delle preziose informazioni sulle pratiche sacre di Poggio Colla, ma anche sui concetti e sui rituali degli Etruschi, oltre a dei nuovi dati sulla loro scrittura e forse sul loro linguaggio».

Oltre a essere forse la più lunga iscrizione etrusca su pietra, è anche uno dei tre più lunghi testi sacri finora scoperti. Una sezione del testo si riferisce a Tinia, la più importante divinità etrusca, marito di Thalna o di Uni, e che corrisponde allo Zeus greco o al Giove romano.

Oltre a Maggiani, sta studiando il testo anche Rex Wallace, linguista e professore di studi classici presso la University of Massachusetts Amherst.

La pietra è in parte scheggiata e bruciacchiata. Il suo restauro in corso nei laboratori della Soprintendenza Archeologica Toscana di Firenze aiuterà a leggere l’iscrizione.

(Mugello Valley Project)

(Mugello Valley Project)

Gli archeologi del Mugello Valley hanno annunciato le loro scoperte nel corso della mostra “Scrittura e culto a Poggio Colla, un santuario etrusco nel Mugello”, dal 27 agosto al 31 dicembre 2016 a Firenze. Uscirà anche un articolo sulla rivista accademica Etruscan Studies.

 

Le sculture più antiche? Pietre dello scandalo e del mistero

Fonte: http://storia-controstoria.org/paleolitico/sculture-piu-antiche/

l'uomo di neanderthal, il primo europeo

All’inizio c’è un sasso. Il cosiddetto “Makapansgat pebble”, un ciottolo di diaspro che conta ben 3 milioni di anni. Ha un colore marrone rossiccio e pesa 260 grammi. Fu trovato negli anni Settanta del XX secolo in Sudafrica in una cava di dolerite, sulle rive del fiume Limpopo. E, in un certo senso, si potrebbe definire la pietra dello scandalo. Perché? Sulla sua superficie sono scolpiti in modo rudimentale dei lineamenti umani. Occhi rotondi, bocca a fessura, accenni a un copricapo oppure un taglio di capelli. Il Makapansgat pebble è stato portato alla luce nei pressi di una fonte naturale, nell’orizzonte di scavo dell’australopiteco africano. Il prodotto di uno scherzo della natura oppure una delle sculture più antiche? Lineamenti maschili o femminili?

Makapansgat pebble: il femminino sacro conta 3 milioni di anni?

Uomo? Donna? Ma è possibile che già l’australopiteco fosse in grado di realizzare manufatti dal valore simbolico? Sarebbe una scoperta impressionante in grado di rivoluzionare la nostra idea dell’evoluzione umana. E se sì, chi rappresentava il Makapansgat pebble? Impossibile dirlo con certezza. Ma, ammesso che il ciottolo raffiguri un volto umano, l’ipotesi che si tratti di una donna pesa parecchio. Lo sostengono gli studiosi che ritengono il Makapansgat pebble un oggetto artistico. Per un semplice motivo: a lei furono dedicate le prime sculture del Paleolitico, le prime statuette delle cosiddette “Veneri”, corpi di donnine dalle forme esuberanti, testine femminili, oppure anche rappresentazioni astratte dal profilo chiaramente femminile. Sono queste le forme d’arte (o/ e di culto) più arcaiche che si conoscano.

Makapansgat pebble, forse la scultura più antica del mondo scoperta in Africa nella Makapan Valley.

Makapansgat pebble, forse la scultura più antica del mondo scoperta in Africa nella Makapan Valley.

Che cosa simbolizzavano veramente queste immagini? Probabilmente il femminino sacro alle origini del mondo. L’Eva africana, la prima madre, una forza della creazione che si rispecchiava quotidianamente nella fertilità della terra, nella lussureggiante ricchezza della natura e nell’abbondante selvaggina da cacciare. Anche dalle nebbie più “recenti” del Neolitico ci vengono incontro miriadi di raffigurazioni femminili su oggetti di uso quotidiano: recipienti, pitture parietali, tempietti, altari. Si trattava, insomma, della prima divinità della natura, la più naturale del mondo, perché era la donna che donava la vita. La Grande madre.

Poi ci fu uno iato. Alla fine del Neolitico e all’alba delle grandi culture l’immagine del femminino sacro cambiò. Con i signori di Sumer ed Egitto la celebrazione della Madre universale impallidì, passò in secondo piano. Dovette cedere il primato al dio della guerra. Allora le divinità femminili che prima erano state esclusivamente dee madri custodi dell’esistenza terrena e dell’oltretomba, subirono una profonda metamorfosi e si tramutarono in donne guerriere, così da poterle affiancare agli dei imperiosi delle prime dinastie di regnanti. E accadde che, da signora della vita, la dea divenne portatrice di morte.

Intanto i re si circondarono di un’aura sacra. I dominatori che innalzavano potenti mura per difendere le città dagli attacchi nemici, legittimavano il proprio primato paragonandosi al toro divino. Colui che fecondava la madre. “Il toro della madre”, il figlio della dea antica che ora sedeva sul trono più in alto di lei. Per ironia del destino, l’egizia Iside continuò a portare il simbolo del trono sul capo, ma era ormai solo l’eco di un passato glorioso perché alle origini del mondo erano subentrate divinità maschili come Ptah o Atum. Religioni nuove di signori del cielo e del sole si erano sovrapposte a quella primordiale di madre natura. E anche le antiche sacerdotesse si fecero da parte e cedettero il posto ai nuovi sacerdoti. Questi incensavano dei maschili che avevano plasmato l’universo tagliando a pezzi il corpo della creatrice Tiamat oppure masturbandosi, come Atum.

Tan-Tan e Berekhat Ram: centinaia di migliaia di anni

Nonostante non raggiunga un orizzonte cronologico antico come quello interessato dal Makapansgat pebble, anche la statuina di Tan-Tan non scherza. È stata scoperta in Marocco, sulla riva nord del fiume Draa, non troppo distante dalla città omonima. La trovò l’archeologo tedesco Lutz Fiedler nel 1999, a una profondità di 15 metri sotto la superficie di una terrazza naturale. Altezza: 6 cm. Materiale: quarzite. Età: da 500.000 a 300.000 anni fa. Siamo nel periodo dominato dall’Homo erectus.

Di questo piccolo artefatto sappiamo che originariamente era dipinto con ocra rossa. Un elemento importante, perché l’ocra rossa ha rivestito per tutta l’epoca preistorica un carattere sacro, collegato al sangue mestruale e quindi alla vulva e al grembo della donna, culla della vita. Un ulteriore indizio che sembrerebbe confermare le fattezze antropomorfe della minuscola scultura e il suo carattere femminile. Ma Anche in questo caso le opinioni divergono. Alcuni studiosi come l’archeologo Robert Bednarik sono convinti che si tratti della rappresentazione di corpo femminile; altri, come l’antropologo Stanley Ambrose, propendono per uno scherzo della natura, una forma plasmata forse dall’acqua o dal vento che un ominide avrebbe scoperto e poi dipinto di rosso.

Dall’Africa all’Israele. La datazione della “Venere di Berekhat Ram” si aggira intorno ai 300.000 anni fa. È stata scoperta in Israele, nei primi anni Ottanta, sulle alture del Golan ed è probabilmente opera dell’Homo erectus. In questo caso le caratteristiche somatiche sono più chiare e permettono di identificare la scultura con un corpo femminile. La statuetta è stata scoperta nel 1981 dall’archeologa israeliana Naama Goren-Inbar nel cratere di un vulcano in cui oggi si trova un lago. La figurina giaceva fra due strati di basalto. Lo strato superiore è stato datato a 233.000 anni fa, quello inferiore a 470.000.

“Venere” di Tan-Tan, scoperta in Marocco. Disegno di Jose Manuel Benito.

Le analisi microscopiche eseguite in laboratorio hanno confermato che la statuetta è un manufatto di ominide, e non una pietra plasmata dalla natura. Il sasso è stato intenzionalmente modificato. Questa figurina di tufo rosso misura appena 3,5 centimetri di altezza e 2,1 cm di spessore ed è stata sottoposta ad attenta analisi dall’archeologo e antropologo Francesco d’Errico e dall’antropologa April Nowell che si sono trovati d’accordo nel definire il reperto come forgiato intenzionalmente dalla mano di un ominide. La scultura di Berekhat Ram riveste dunque un’importanza enorme, perché dimostra che già l’Homo erectus aveva la capacità di riconoscere e riprodurre forme umane.

Alcuni utensili litici trovati in loco e appartenenti all’Acheuleano potrebbero essere stati impiegati per la fabbricazione della minuscola Venere di Berekhat Ram. Ovviamente gli utensili venivano usati principalmente per la lavorazione delle pelli o del legno e non è detto che abbiano portato alla produzione della statuetta femminile, afferma l’esperto di arte paleolitica Alexandre Marshack dell’Università di Harvard, il quale ha sottoposto anch’egli la Venere di Berekhat Ram alle lenti del microscopio. Marshack confuta i risultati dei colleghi, propendendo per una forma casuale della pietra, dovuta a un semplice scherzo della natura.

Come vediamo, queste figurine femminili del Paleolitico erano di piccole dimensioni, un leitmotiv che interesserà quasi tutti questi artefatti anche di epoca più tarda. Probabilmente per poterle trasportare più facilmente e tenerle sempre con sé, nella tasca di un abito, in una borsa, nel pugno della mano. Non dimentichiamo che i nostri antenati di quei tempi remoti erano cacciatori raccoglitori, dei nomadi (o seminomadi) che si spostavano continuamente da un luogo all’altro.

L’Homo erectus, scopritore e artista

Due parole sul possibile artista, l’Homo erectus. Colui che scoprì il fuoco. I reperti più antichi di questo ominide risalgono a 1,9 milioni di anni fa, sono stati individuati in diversi giacimenti situati in Africa, Asia ed Europa. Infatti l’Homo erectus fu, per quanto ne sappiamo al momento, la prima specie di ominide che lasciò la culla dell’Africa e si avventurò in nuovi territori diffondendosi in altri continenti. La complessità che accompagna la collocazione dei reperti di questa specie in una categoria ben definita, è ovvia. Soprattutto perché, a prescindere da alcune analogie nella struttura fisica, i diversi tipi di Homo erectus presentano anche delle differenze regionali.

In particolare il tipo asiatico, di cui sono stati trovati un gran numero di resti fossili, ha dimostrato l’esistenza di individui di grandi dimensioni, così come di individui piuttosto piccoli. Caratteristiche costanti dell’Homo erectus sono, tuttavia, il tronco molto robusto, lo scheletro relativamente grande e il cranio dalle ossa particolarmente spesse, con arcata sopraccigliare molto pronunciata e mento sfuggente. L’altezza dei diversi esemplari andava da 1,45m a 1,80 m. Come vediamo, un ambito molto ampio. Come se non bastasse, le eccezioni non mancano e sono di tutto rispetto. Secondo il paleoantropologo Lee R. Berger dell’Università di Witwatersrand (Johannesburg), diversi esemplari di Homo erectus heidelbergensis africano erano veri e propri giganti che superavano i 2,13 m di altezza. Il volume cerebrale si aggirava dai 930 ai 1190 cm cubi. Anche per quanto riguarda le dimensioni cerebrali non mancano le eccezioni, come l’Homo erectus heidelbergensis di Atapuerca (Spagna) che, con i suoi 1116 – 1450 cm cubi, vanta un volume cerebrale leggermente più piccolo di quello del Neanderthal e dell’uomo anatomicamente moderno.

 

Generalmente il cranio dell’Homo erectus era abbastanza grande e il bacino degli individui di sesso femminile si presentava, in base all’esame dei resti fossili della specie, relativamente largo. Tale peculiarità suggeriscono che la testa dell’Homo erectus fosse abbastanza voluminosa già al momento della nascita. Di conseguenza la fase dell’infanzia, durante la quale il cervello cresce sino a raggiungere le dimensioni definitive, era molto più breve di quella dell’Homo sapiens. La tendenza evoluzionaria che portò a un prolungamento dell’infanzia, andava di pari passo con la crescita più lenta del cervello. Se il neonato di Homo erectus alla nascita possedeva già il 35% del volume cerebrale di un adulto, il neonato dell’uomo anatomicamente moderno ne possiede soltanto il 28%.

Come suggerisce il suo nome “erectus”, questo ominide si muoveva in posizione eretta, avanzando su due gambe, come il Neanderthal e il Sapiens. E, come loro, era un cacciatore raccoglitore. Fra il 1994 e il 1998, nel sito tedesco di Schöningen (Germania), sono state portate alla luce otto lance di legno, di cui sette da tiro. Erano state fabbricate dall’Homo erectus heidelbergensis e si trovavano sotto terra, in un’area occupata da una miniera di lignite a cielo aperto. Insieme con le lance, l’archeologo Hartmut Thieme ha scoperto anche 1500 artefatti di pietra, una lancia da mischia, un boomerang, gli scheletri di 25 cavalli selvatici, ossa di bovini, cervi, elefanti della specie elephas antiquus, bisonti e rinoceronti preistorici.

Homo erectus, Homo faber

Dobbiamo infatti pensare che la situazione geoclimatica di quest’area all’epoca dell’Homo erectus era del tutto differente. Il clima mite favoriva la presenza di animali come rinoceronti e ippopotami, la zona si trovava in riva a un lago, ricoperta da un fitto canneto. Thieme pensa che un gruppo di cacciatori, nascosto dalla vegetazione, si sia trovato nella posizione ideale per cacciare dei cavalli selvatici con le sue lance da tiro. E siccome tra le ossa del bottino di caccia si trovano anche i resti fossili di giovani cervi, l’archeologo ritiene che la caccia sia avvenuta in autunno. Le lance sarebbero state abbandonate in loco, insieme alle ossa di animali, forse in seguito alla celebrazione di un rito propiziatorio.

Ma la cosa più stupefacente è la qualità di queste lance, che non ha nulla da invidiare a un moderno giavellotto utilizzato nelle gare sportive. Queste armi sono state ricostruite dagli archeologi e alcuni atleti ne hanno sperimentato la potenza di gittata. Hanno raggiunto una distanza di ben 70 metri. Se pensiamo che l’attuale record mondiale di tiro al giavellotto è di 98,48 m per gli uomini e 72,28 m per le donne, ci rendiamo conto che la potenza di tiro delle lance di Schöningen non era cosa da poco. Questi dati implicano conseguenze di estrema importanza.

Se l’Homo erectus di Schöningen era in grado di fabbricare armi simili e di cacciare in gruppo, ciò significa che possedeva delle capacità cognitive di alto livello e poteva comunicare con una sorta di linguaggio proprio. Queste prerogative gli permettevano la progettazione di azioni future e la messa in opera di strategie di caccia in gruppo. Sono delle capacità che fino a poco tempo fa venivano negate non solo a lui, ma anche all’uomo di Neanderthal, il suo successore nella scala dell’evoluzione umana, ed erano attribuite esclusivamente all’Homo sapiens.

Infatti il ricercatore William Calvin dell’Università di Seattle ha analizzato l’evoluzione dell’azione del lancio nel comportamento umano. Per tirare una lancia, non è necessaria solamente una struttura anatomica che permetta l’esecuzione di certi movimenti, ma anche una coordinazione molto complessa dei movimenti stessi, che dipende da precise aree del cervello. Queste zone sono responsabili per il pensiero, la progettazione e la parola. Per tal motivo il tiro mirato di un oggetto, eseguito con forza e precisione, risulta difficile ai primati, mentre i primi ominidi erano in grado di effettuarlo con grande abilità.

 

Un ritratto appena abbozzato. Poco sappiamo. Questi erano i nostri lontanissimi antenati che, forse, hanno fabbricato le due statuette femminili di Berekhat Ram e Tan-Tan. Dall’evoluzione dell’Homo erectus africano ebbe origine, circa 200.000 anni fa in Africa, l’Homo sapiens. Un individuo estremamente sociale, abile e ben organizzato che, poco a poco, finì per occupare il globo terrestre sopravvivendo a tutte le altre specie di ominidi che si estinsero senza lasciare tracce evidenti. Tutti tranne uno: l’uomo di Neanderthal. È scomparso anche lui, è vero, ma dall’1% al 4% del suo patrimonio genetico è venuto ad arricchire il nostro genoma di uomini anatomicamente moderni che popolano l’Europa.

Scritto per coloro che si interessano al tema Neanderthal, questo mio saggio offre una stringata panoramica sul periodo preistorico in questione, propone un approccio alla specie e ad alcuni dei siti archeologici più importanti. L’idea è stata quella di rimediare alla carenza di testi in lingua italiana che trattino l’argomento in modo chiaro e non specialistico, quindi accessibili a chiunque voglia saperne di più. Corredato di numerose illustrazioni.

Una panoramica sull’uomo di Neanderthal dalle prospettive dei diversi siti e reperti archeologici

ll nostro cugino del Paleolitico è il primo europeo in assoluto. Il suo sguardo ci fissa dritto negli occhi oltre la cortina polverosa dei millenni. Uno sguardo intelligente, intenso, sensibile. Non era un bruto, anche se il suo aspetto si differenziava di molto da quello dell’Homo sapiens. Per alcune migliaia di anni le due specie popolarono insieme l’Europa e di certo si incontrarono. L’uno imparò dall’altro, l’uno cercò la vicinanza dell’altro, tant’`e vero che il nostro genoma di europei contiene ancora oggi una percentuale del suo patrimonio genetico. Poi, un giorno, l’uomo di Neanderthal scomparve per sempre. E rimase il Sapiens, nostro antenato diretto, a dominare la scena. Ma chi era l’uomo di Neanderthal? Che cosa sappiamo di lui? Quali furono le cause che determinarono la sua estinzione? Ho raccolto in questo ebook informazioni e dati, mie considerazioni personali che tratteggiano una panoramica su questa specie a noi così lontana e, allo stesso tempo, tanto vicina.

Introduzione

Preistoria: la fase più lunga e misteriosa delll’evoluzione umana. Homo erectus, il primo ominide che faceva uso del fuoco e di utensili complessi, apparve in Africa fra 1,8 e 1,3 milioni di anni fa. A confronto con queste cifre, anche 5000 anni di storia non sono nient’altro che il passaggio veloce di una cometa nell’infinità dell’universo. Charles Darwin scrisse:
„Pensare a queste cose, produce sulla mente quasi lo stesso effetto dell’inutile sforzo di immaginare l’eternità.“
Non si può dargli torto. Di preistoria ne abbiamo tanta alle spalle. In un inimmaginabile arco di tempo ha preso forma la nostra specie. L’uomo ha mosso i primi passi sul pianeta blu, immerso nella natura e allo stesso tempo parte di essa. Ha preso coscienza di sé, di ciò che lo circondava. È diventato cacciatore, sciamano, artista, musicista, si potrebbe dire quasi… poeta.
In questo panorama dalle tante ombre e la poca luce, l’uomo di Neanderthal si delineò circa 200.000 or sono. Popolò l’Europa. Vi rimase almeno fino a 30.000 anni fa. E poi scomparve. Non conosciamo le cause della sua estinzione, possiamo soltanto formulare ipotesi. Ma oggi tutti gli abitanti della terra (al di fuori delle genti dell’Africa subsahariana) portano nel proprio DNA dall‘ 1 al 4% del suo genoma.
Abbiamo tutti un po‘ di Neanderthal in noi, non siamo soltanto i discendenti dell’Homo sapiens. E del Neanderthal troppo poco si parla. La sua importanza nel grande albero dell’evoluzione umana viene spesso sottovalutata. È giunto il momento di occuparsi più a fondo di lui. Vediamo chi era, l‘uomo preistorico dalla fronte prominente, la carnagione chiara e la grande forza. Vediamo che poteva fare e che ha fatto, qual era il suo habitat, come viveva. L’uomo di Neanderthal: il primo europeo.

 

La Roccia di Judaculla: storie di antichi giganti e di codici preistorici indecifrabili

Fonte: http://www.ilnavigatorecurioso.it/2016/07/28/la-roccia-di-judaculla-storie-di-antichi-giganti-e-di-codici-preistorici-indecifrabili-2/

roccia-di-judaculla

Viaggiando ad ovest di Asheville, nella Carolina del Nord e attraversando la frontiera con la Contea di Jackson, si giunge nella piccola comunità di Tuckasegee, uno dei luoghi inseriti nel National Register of Historic Places listings in Jackson County.

Qui è possibile incamminarsi su una strada sterrata che corre tra due pascoli e giungere in uno dei luoghi più misteriosi e, paradossalmente, sottovalutati degli Stati Uniti orientali.

In questo luogo si trova la sconcertante roccia conosciuta come Judaculla Rock, un grosso masso di pietra ricoperto da una selva di strani disegni che secondo alcuni ricercatori potrebbero risalire ad oltre 10 mila anni fa.

Secondo la leggenda Cherokee documentata alla fine del 1800 dall’etnologo James Mooney, i segni sulla roccia sarebbero stati creati da Judaculla, un gigante dagli occhi a mandorla che ha dominato le montagne in un tempo remoto. Noto anche come Tsul’Kalu, era considerato il Grande Signore della Caccia, un essere potente che poteva saltare da una montagna all’altra e che aveva la capacità di controllare il tempo.

Tra tutti i simboli curiosi incisi sulla grande roccia, un’immagine particolare si distingue dalle altre: l’impronta di una mano con sette dita. Secondo la tradizione, Judaculla avrebbe lasciato la sua impronta sulla roccia alla fine di uno dei suoi salti, usando il masso per tenersi in equilibrio.

In verità, le leggende locali riguardanti TsulKalu sono numerose, ma secondo alcuni ricercatori farebbero tutte riferimento ad un periodo antico durante il quale dei “misteriosi giganti” abitavano in nord America.

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Le curiose incisioni

La grande roccia è completamente ricoperta di incisioni rupestri, così numerosi da rendere difficile la distinzione delle singole forme. Il numero e la densità delle incisioni suggeriscono che essi non furono scolpiti in un unico momento, ma in fasi successive. Le incisioni più antiche risalirebbero a 10 mila anni fa, mentre le più recenti a non meno di 3 mila anni.

Sulla roccia sono presenti linee curve, marcature, strutture a ragnatela e altri strani segni. Alcuni pittogrammi sembrano essere animali, altri sembrano rappresentare figure umane. La realizzazione e il significato del petroglifi rimane sconosciuta agli scienziati. Nè gli archeologi, nè i vecchi residenti sono stati in grado di decifrare i segni.

Si tratta di un codice preistorico? Una sorta di messaggio cifrato per le generazioni future? Difficile a dirsi, anche perchè nella zona non ci sono altre rocce con incisioni simili. La Roccia di Judaculla rappresenta un unicum.

Sono state avanzate numerose teorie e ipotesi nel corso degli anni. L’unica cosa che è certa è che il manufatto precede l’insediamento dei Cherokee nella Carolina del Nord. Tuttavia, la sua origine rimane ancora avvolta nel mistero.

Un luogo sacro e misterioso

 

 

 

 

Per molte generazioni, gli indiani hanno considerato questo posto come un luogo sacro.

Anche negli ultimi anni, il sito è stato utilizzato in segreto da numerosi gruppi di studenti della vicina Western Carolina University, soprattutto perchè pare che il sito rappresenti un punto caldo dal punto di vista paranormale,

La pietra si trova alla base di una montagna e sotto di essa scende parte una grande vena di rame. L’intera montagna sembra essere piena di minerali e metalli. Questa disposizione è in grado di generare anomalie nel campo elettromagnetico intorno alla roccia, tanto da poter indotto gli antichi a considerarlo un luogo sacro. Alcuni testimoni hanno segnalato anche la presenza di inquietanti fonti luminose volanti intorno alla pietra e numerosi UFO apparire nella radura dove si trova.

Secondo un’antica tradizione, ci sarebbero altre due pietre simili a quelle di Judaculla, una delle quali è stata sepolta durante le attività minerarie del XX secolo, l’altra non è mai stata scoperta, forse sepolta sotto la vegetazione o irriconoscibile per la grave erosione.

Secondo alcuni archeologi, la reliquia di Judaculla potrebbe essere la punta di un iceberg. Considerato che il sito non è mai stato scavato, non si può escludere che altri segni antichi e manufatti possano trovarsi a breve distanza sotto il terreno circostante.

Chiunque vede la pietra per la prima volta elabora una teoria diversa sul significato delle incisioni. Alcuni pensano che possa trattarsi di una mappa, altri di un trattato di pace, di un piano di battaglia, di astratti simboli religiosi, o forse una vera e propria Stele di Rosetta che fornisce la chiave per l’interpretazione di una lingua finora sconosciuta. La caratteristica più curiosa è che, nonostante il gran numero di incisioni, nessuna di esse si presenta come un’immagine immediatamente riconoscibile.

“Nessuno può dire con certezza cosa significhino le immagini sulla roccia”, spiega Scott Ashcraft, archeologo dell’US Forest Service che ha studiato e fotografato la roccia per anni. “Noi non sappiamo il loro significato. E’ andato perduto nella storia… Quando si accende un fuoco nelle vicinanze della roccia, le immagini sembrano prendere vita, e forse uno sciamano utilizzava questo rito per entrare in contatto con il mondo degli spiriti”.

In ogni caso, la maggior parte degli studiosi sono d’accordo su una cosa: questo è un posto speciale: “mentre il fuoco danza vivace e le ombre si allungano, la roccia sembra parlarti… volendo custodire un segreto che forse rimarrà indecifrabile”.