Archivi categoria: Archeologia

Scoperte 60.000 strutture Maya sotto la giungla in Guatemala

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/02/05/scoperte-60-000-strutture-maya-sotto-la-giungla-in-guatemala/

Live Science

National Geographic

Un’indagine aerea sul Guatemala settentrionale ha rivelato oltre 60.000 nuove strutture Maya, tra cui piramidi, strade rialzate, fondazioni di case e fortificazioni difensive. È una scoperta enorme che ha già portato gli archeologi a scavare ed esplorare i nuovi siti.

«Le immagini LiDAR chiariscono quanto l’intera regione fosse un sistema di insediamenti, le cui dimensioni e densità di popolazione sono state largamente sottostimate», ha dichiarato l’archeologo Thomas Garrison.

(Wild Blue Media/National Geographic)

Il LiDAR

Per vedere le tracce di quella popolazione è stato necessario togliere virtualmente la fitta vegetazione del Guatemala. Nella giungla è infatti facile camminare accanto a una rovina archeologica e non vederla. Il nuovo studio ha utilizzato la tecnologia LiDAR (Light Detection And Ranging), che funziona trasmettendo impulsi laser a terra – in questo caso, da aerei – e misurando le lunghezze d’onda riflesse, così da creare una dettagliata immagine tridimensionale del terreno. Il lidar traccia la topografia con tanta precisione che le caratteristiche rettangolari – come strade, fondazioni di case e piazze – “saltano semplicemente fuori”, ha detto David Stuart, antropologo presso l’Università del Texas ad Austin che ha seguito da vicino il progetto.

L’esperienza di Thomas Garrison, archeologo dell’Ithaca College e National Geographic Explorer, lo conferma: la sua squadra aveva scavato e mappato minuziosamente per anni il sito maya di El Zotz nel nord del Guatemala. Il lidar ha però rivelato su una collina un muro di fortificazione lungo 9 metri, mai notato prima. «Forse alla fine ci saremmo arrivati lo stesso, ma nel 2010 io ero a circa 46 metri di distanza e non avevo visto nulla», ha dichiarato a Live Science. Garrison ha visitato il muro lo scorso giugno, e ora lui e la sua squadra stanno cercando finanziamenti per scavarlo.

Ad occhio nudo è difficile vedere la piramide sulla destra (Wild Blue Media/National Geographic)

La piramide Maya vista col lidar (Wild Blue Media/National Geographic)

La nuova piramide Maya, quasi invisibile ad occhio nudo (Wild Blue Media/National Geographic)

Tesori nascosti

Il lidar era stato utilizzato per la prima volta in archeologia nel 1985 in Costa Rica, ma solo nel 2009, quando i ricercatori lo usarono in Belize, venne impiegato nel territorio dei Maya. La nuova ricerca è la prima fase della “PACUNAM LiDAR Initiative”, un progetto triennale che prevede la mappatura di 14 mila chilometri quadrati di bassopiani del Guatemala. Al momento le indagini aeree hanno scansionato 2.100 chilometri quadrati della “Maya Biosphere Reserve”, nella regione del Petén: 10 aree separate, alcune delle quali erano state mappate a mano e altre erano in gran parte inesplorate.

Delle oltre 60.000 strutture architettoniche, la maggior parte, dice Garrison, sono probabilmente piattaforme di pietra che sostenevano le comuni abitazioni Maya. Ma i telerilevamenti hanno anche mostrato caratteristiche che sono probabilmente piramidi, strade rialzate e difese. Uno speciale di National Geographic, “Maya: I tesori perduti” (in onda a partire dal 13 febbraio), si concentrerà su alcune di queste scoperte, tra cui una piramide a sette piani così coperta di vegetazione da fondersi praticamente nella giungla.

Una caratteristica intrigante sulle mappe del lidar, ha detto Lisa Lucero antropologa dell’Università dell’Illinois (non coinvolta nel nuovo sondaggio), è il numero di strade costruite dai Maya. Non usavano bestie da soma, e quindi queste strade non sarebbero servite per i carri. Potrebbero aver funzionato come strade rialzate durante la paludosa stagione delle piogge, oppure come piattaforme per le processioni. Ma sono anche affascinanti i punti vuoti sulla mappa, aggiunge Stuart, i luoghi in cui i Maya scelsero di non vivere. Nessuno vuole esaminare un’area vuota, ma i Maya sapevano sfruttare bene il paesaggio, e le loro scelte su dove stabilirsi potrebbero rivelare di più sul loro utilizzo delle fonti d’acqua e dei campi agricoli. «Cambierà la nostra opinione su come i Maya vivevano in quel paesaggio», ha detto Stuart. «Quando avremo un’immagine chiara di ciò che è stato scoperto, potremo iniziare a parlare dell’organizzazione delle comunità, dei sistemi agricoli, dell’uso del suolo, di strade e comunicazioni».

(Wild Blue Media/National Geographic)

L’indagine ha dimostrato che anche città come Tikal furono più grandi di quanto si credesse (Wild Blue Media/National Geographic)

L’immagine ottenuta col lidar (Wild Blue Media/National Geographic)

Tikal vista da Sud-Est (PACUNAM / Canuto & Auld-Thomas)

Tikal e la sua muraglia (PACUNAM / Canuto & Auld-Thomas)

El Palmar, 40 volte più grande di quanto stimato finora (PACUNAM / Garrison)

Albert Lin (sinistra), Tom Garrison (centro) e Francisco Estrada-Belli (destra) davanti al sito di Tikal (Wild Blue Media/National Geographic)

 

Una rete di fortificazioni militari dell’Età del Bronzo scoperta in Siria

Fonte : https://ilfattostorico.com/2018/01/02/una-rete-di-fortificazioni-militari-delleta-del-bronzo-scoperta-in-siria/

CNRS

Università Lione 2

L’Orient-Le Jour

Qal'at al-Rahiyya hama syria età bronzo

Vista, verso Est, del muro settentrionale a Qal’at al-Rahiyya (M.-O. Rousset mission Marges arides)

Un’eccezionale rete militare dell’Età del Bronzo Medio (II millennio a.C.), completa di fortezze e torri, è stata scoperta nel Nord della Siria da missione archeologica franco-siriana.

La struttura, eccezionale per la sua estensione, fu eretta per proteggere le aree urbane e le terre circostanti. È la prima volta che in questo territorio viene scoperto un sistema fortificato così esteso.

Qal'at al-Rahiyya

Rampa d’accesso a Qal’at al-Rahiyya, vista verso Nord-Ovest (M.-O. Rousset mission Marges arides)

La regione esplorata dalla missione franco-siriana “Marges arides de Syrie du Nord” si trova ad Est della città di Hama e si estende per 7.000 km². All’epoca, ad Ovest vi erano le regioni sedentarie densamente popolate della Mezzaluna fertile, a Est le steppe aride abitate dai nomadi. La regione non fu abitata con continuità: «Abbiamo constatato che questa regione, difficile da sviluppare, veniva rioccupata in tempi di crisi. Tra l’alto, recentemente, il sito dell’epoca romana è stato rioccupato dagli abitanti in fuga da Hama e Homs», afferma uno degli autori, Marie-Odile Rousset, ricercatrice presso il Centre français de la Recherche scientifique (CNRS).

Qui gli archeologi hanno scoperto dei siti ben conservati, tra cui una rete di sorveglianza risalente al secondo millennio a.C. (2.000-1.550), dotata di fortezze, fortini, torri e recinti. «È la prima volta che viene portato alla luce un sistema fortificato di tale grandezza. Questa struttura corre lungo il rilievo che domina la steppa della Siria centrale e proteggeva gli insediamenti e le terre più attrattive durante l’Età del Bronzo Medio», dice Rousset. «Di quell’epoca conosciamo soprattutto le fortificazioni urbane, ma qui si tratta di fortificare un intero territorio per proteggere le strade principali e le terre». Le fortezze erano composte da grossi blocchi di basalto grezzo e i loro muri erano alti e larghi diversi metri. «Inoltre, ogni sito fortificato era stato progettato in modo da poter comunicare visivamente con gli altri grazie a segnali luminosi (luci notturne) o fumo, così da trasmettere rapidamente le informazioni ai centri di potere», precisa la studiosa.

La rete di fortificazioni è stata scoperta grazie alle immagini aeree e satellitari. I ricercatori francesi del Laboratoire Archéorient (Environnements et sociétés de l’Orient ancien-CNRS/Université Lumière Lyon 2) e della Direzione Generale delle Antichità e dei Musei della Siria, avevano già condotto delle analisi sul campo dal 1995 al 2002 e nel 2010 (dunque prima della guerra), datando anche le ceramiche raccolte sul posto. L’accesso alle osservazioni aeree e satellitari, dal 1960 ad oggi, ha però permesso di ricostruire la rete oltre i confini della zona esplorata, che dunque è stata rilevata lungo una distanza da nord a sud di circa 150 chilometri. Lo studio è stata pubblicato sulla rivista Paléorient il 19 dicembre 2017.

Esposto al pubblico Little Foot, l’hominine più completo al mondo

Fonte: Science Alert 
Università di Witwatersrand 
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/12/07/esposto-al-pubblico-little-foot-lhominine-piu-completo-al-mondo/

Australopithecus prometheus Little Foot

Lo scheletro dell’Australopithecus prometheus “Little Foot” in mostra (AP)

Dopo 20 anni di pazienti e attenti scavi, è stato svelato al pubblico lo scheletro dell’hominine più completo al mondo, nonché il più antico mai trovato in Sud Africa – 3,67 milioni di anni fa. Il suo nome è Little Foot (“piccolo piede”) perché la sua scoperta era iniziata con quattro piccole ossa di un piede.

«È uno dei ritrovamenti fossili più straordinari mai fatti nella ricerca delle origini umane. È un privilegio poter rivelare oggi una scoperta di tale importanza», ha detto il paleontologo Ronald J. Clarke, che 20 anni fa ha scoperto lo scheletro.

Little Foot, identificato da Clarke come un Australopithecus prometheus, è ora esposto nell’Istituto di studi evoluzionistici dell’Università di Witwatersrand, a Johannesburg.

Il paleoantropologo Ron Clarke presenta Little Foot

Little Foot non è il più vecchio scheletro di hominine mai trovato – quell’onore va ad Ardi, vissuto in Etiopia 4,4 milioni di anni fa. Ma Little Foot è molto più completo di Ardi, e potrebbe fornire più informazioni: come si muovevano, come apparivano. L’analisi isotopica dello smalto dei denti fossilizzati potrebbe descrivere l’ambiente in cui viveva e il cibo che mangiava. Little Foot è relativamente piccola, alta circa 135 centimetri. La struttura pelvica, la faccia e i denti hanno determinato che lo scheletro era femminile. Si pensa che potesse essere una giovane ragazza che morì cadendo in una buca nelle caverne sottostanti. La sua sola presenza in quel sito suggerisce che gli hominini si fossero spinti in Africa più lontano di quanto si pensasse. È inoltre il primo scheletro che consente un confronto tra la lunghezza del braccio e della gamba in un singolo individuo. Le sue gambe erano più lunghe delle braccia, il che dimostra quanto fosse molto più simile agli uomini che alle scimmie antropomorfe. Camminava eretta e probabilmente viveva sugli alberi.

Lo scheletro fossilizzato era stato trovato nelle grotte di Sterkfontein non lontano da Johannesburg, più di 20 anni fa. Clarke fu avvertito della sua presenza nel 1994 grazie alle ossa dei piedi e delle gambe trovate dai minatori anni prima, ma fu solo nel 1997 che il resto dello scheletro fu trovato, nelle profondità della caverna. Il suo scavo è stato lento perché era incastrato in un tipo di roccia chiamata breccia; solo nel 2012 si finì di rimuovere i grossi blocchi di breccia dalla grotta. Nel frattempo, in un laboratorio, un gruppo di esperti aveva cominciato a togliere con cura la breccia dallo scheletro. «I miei assistenti e io abbiamo lavorato molto per pulire accuratamente le ossa dai blocchi di breccia e ricostruire lo scheletro completo», ha detto Clarke. Diversi ricercatori di tutto il mondo stanno attualmente studiando lo scheletro per saperne di più. I loro studi scientifici sono attesi nei prossimi anni.

(Daily Mail)

Ron Clarke davanti a Little Foot (Università di Witwatersrand)

(University of the Witwatersrand)

Nel 1997 i due assistenti di Clarke – Stephen Motsumi e Nkwane Molefe – riuscirono a trovare lo scheletro nelle grotte di Sterkfontein dopo due giorni di ricerche.

Sam Osmanagich: la storia umana va riscritta

Fonte: https://www.nibiru2012.it/osmanagich-piramidi-bosnia-mondo/

La storia dell’uomo è da riscrivere, sempre più ricercatori indipendenti stanno gettando nuova luce sulle origini di quelle che, in tutto il mondo, non sono mere costruzioni religiose o sepolcrali.

Uno di questi è Sam Osmanagich che con il suo nuovo libro (edito in Italia da Uno Edizioni) Piramidi Bosniache e Piramidi nel Mondo ci svela non solo lo stato delle ricerche della Valle dei Templi Bosniaca ma offre un tour dettagliato di tutte le strutture piramidali sul nostro pianeta.

Se pensate che le piramidi siano solo delle tombe per faraoni egiziani avrete materiale in abbondanza per ricredervi. I professori di storia e la cosidetta elite archeologica ci hanno sempre mostrato le piramidi come elementi religiosi o sepolcrali, gli stessi monumenti megalitici del Messico venivano dipinti come edifici cerimoniali e sacrificali.

Tale insegnamento è errato.

Non ci sono abbastanza prove per dire che le più grandi piramidi egiziane siano mai state utilizzate come tombe, inoltre lungo il Nilo ne sorgono altre centotrenta. Un numero impressionante.

In Messico ve ne sono migliaia e solo le meno antiche venivano effettivamente usate dagli Aztechi (popolo che ha ereditato le strutture stesse) come arene sacrificali. Tutte le altre, soprattutto quelle Maya, non ci hanno ancora svelato il loro ruolo.

Scrive Osmanagich: “Il fatto impressionante è che le piramidi furono costruite in Guatemala, Honduras, Salvador e Belize in America centrale; centinaia di piramidi sono state costruite in Perù e Bolivia in Sud America; decine di piramidi si trovano nelle isole Canarie e nell’isola di Mauritius; duecentoventiquattro piramidi nella Nubia (quello che ora è il nord del Sudan); e centinaia di piramidi si trovano in tutta la Cina e la Cambogia”.

“Ulteriori ricerche dovrebbero confermare l’esistenza di piramidi in Amazzonia (Brasile), Brisbane (Australia), Ecuador, Indonesia, sui fondali del mar dei Caraibi e sulla costa dell’isola di Cuba”.

“Il concetto di piramide è presente in tutto il mondo ed esiste da millenni. Ci è stato insegnato che fino all’arrivo dell’uomo bianco, europeo e superiore, non vi fu alcuna comunicazione tra i vari continenti. Errato”.

“Gli archeologi e gli storici hanno cercato di collocare la costruzione delle piramidi in un lasso di tempo per loro soddisfacente, ma è chiaro che le piramidi in Perù, Messico, Bolivia, Bosnia-Erzegovina, Egitto, Cina e isola di Mauritius sono molto più antiche di quanto l’archeologia ufficiale sia disposta ad ammettere”.

“L’azione di filtro delle informazioni da parte dell’élite dell’archeologia sta venendo meno. Ci sono troppi esploratori indipendenti, di mente aperta, in grado di utilizzare varie tecnologie, dai satelliti al georadar termico, alla geofisica e a nuovi metodi di datazione. L’inganno non può continuare”.

“È stata aperta una porta su un nuovo mondo”.

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L’autore

Sam Semir Osmanagich, nato a Zenica (Bosnia- Erzegovina) il 1° giugno 1960, ha conseguito presso l’Università di Sarajevo la laurea in Scienze Politiche, in Economia, il master in Scienze Economiche Internazionali e un dottorato di ricerca in studi Maya. Ha lasciato la Bosnia nel 1993 per trasferirsi negli Stati Uniti dove, oltre ad avviare una fiorente attività nel settore metallurgico, ha iniziato a interessarsi delle antiche civiltà del Centro e Sud America.

Nel 2005 ha scoperto le prime piramidi europee nei pressi della cittadina di Visoko, Bosnia-Erzegovina, e ha dato inizio agli scavi archeologici, poi condotti dalla Archaeological park: Bosnian Pyramid of the Sun Foundation da lui istituita. Tra il 2008 e il 2014 ha organizzato le Conferenze Scientifiche Internazionali di Sarajevo sulla ricerca svolta alle piramidi bosniache, eventi che hanno alimentato le controversie sulla sua scoperta, dividendo la comunità archeologica internazionale.

Semir Osmanagich è autore di quindici libri sulle antiche civiltà e di un documentario in dodici episodi dal titolo Search for Lost Civilization per la televisione Bosniaca FTVBiH basato sul suo libro Civilizations Before the Official History.Docente universitario presso le più prestigiose università europee e americane, continua la sua importante opera di divulgazione sulle sue strabilianti scoperte.

Zahi Hawass: «Lo spazio vuoto dentro la Grande Piramide non è una nuova scoperta»

Fonte: al-Ahram
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/11/04/zahi-hawass-lo-spazio-vuoto-dentro-la-grande-piramide-non-e-una-nuova-scoperta/

La cavità che gli scienziati di ScanPyramids hanno rilevato dentro la Piramide di Cheope “non è una nuova scoperta”, ha dichiarato il famoso egittologo Zahi Hawass, ex Ministro delle Antichità.

Secondo Hawass la piramide è piena di buchi già noti, e comunque non è corretto parlare di nuovi passaggi o camere segrete, ma solo di anomalie o cavità.

«Non è chiaro cosa ci sia all’interno di quello spazio, a cosa servisse, o se si tratti di uno o di più spazi», ha dichiarato Hawass, oggi a capo proprio del comitato scientifico che supervisiona il progetto ScanPyramids per conto del Ministero egiziano delle Antichità.

La cavità sarebbe la prima grande struttura trovata all’interno della piramide dall’800, una scoperta resa possibile dai progressi della fisica delle particelle ad alta energia (Nature)

Hawass ha dichiarato al quotidiano Ahram Online che non è corretto parlare della scoperta di una nuova cavità. Dieter Arnold, autore del libro ‘Building in Egypt: Pharaonic Stone Masonry’, ha menzionato degli spazi vuoti nella piramide dovuti alle tecniche di costruzione; sono situati sopra l’ingresso fino al corridoio discendente e quindi anche sopra tutti i passaggi, inclusa la Grande Galleria. «Credo che dobbiamo stare sempre molto attenti alla parola ‘vuoto’ perché la Grande Piramide è piena di vuoti», ha detto Hawass.

Hawass ha spiegato che gli egittologi sanno come sia stata costruita la piramide. La base è un sostrato roccioso (alto circa 8 metri) su cui sono state posizionate delle grosse pietre per formare il nucleo della piramide. Le pietre, provenienti da una cava vicina, erano di dimensioni diverse, con alcune più piccole di altre. La struttura interna del nucleo presenta dunque grandi irregolarità, a differenza del rivestimento esterno e della piattaforma per cui furono utilizzate le raffinate pietre calcaree di Tura. Nessuna delle pietre del nucleo è di dimensioni o forma modulari; ci sono dei grandi buchi. Inoltre, ha detto Hawass, i costruttori potrebbero aver lasciato delle cavità più grandi per ragioni architetturali. Una cavità non significa necessariamente una stanza, ha commentato.

Molte spedizioni archeologiche hanno testato dei rilevamenti geoelettrici negli ultimi 50 anni. Queste spedizioni provenivano da Berkeley, Stanford, Giappone e Francia. Mostrano sempre dei possibili spazi vuoti all’interno della piramide perché, dice Hawass, amano la fama e la promozione per la loro nuova attrezzatura. L’attuale spedizione, all’inizio del loro lavoro nel 2015, aveva organizzato una grande conferenza stampa sul lato orientale della Grande Piramide. Avevano annunciato che su quel lato c’era una pietra con cinque gradi di temperatura in più rispetto al resto della piramide. «Quando ho esaminato questa zona, ho scoperto che la pietra a est era stata messa nel 1939 durante un restauro, ed era stata attaccata con del cemento. Ecco perché questa zona ha una temperatura più alta rispetto agli altri blocchi», ha dichiarato Hawass. «Questo progetto dovrebbe essere scientifico e non cercare camere e passaggi nascosti per attirare l’attenzione del pubblico e di coloro che amano affermare che le piramidi sono state costruite dagli alieni. Alcuni di loro li chiamavo ‘piramidioti’».

«Abbiamo visto che la squadra del progetto ScanPyramids ha pubblicato un video nell’ottobre del 2016 sul loro lavoro all’interno della piramide di Cheope (le due cavità scoperte nel 2016, ndr). Il video alla fine mostrava una ricostruzione geometrica di un passaggio sconosciuto sopra il passaggio discendente. Questa ricostruzione di un passaggio è una pura congettura per spiegare un’anomalia. Il progetto ScanPyramids non può definire la forma, la dimensione o l’esatta posizione di quel vuoto. Quindi dobbiamo stare attenti a come i risultati vengono presentati al pubblico», ha affermato Hawass. «Pensiamo che il Ministro delle Antichità Khaled El-Enany abbia nominato questo comitato scientifico (che presiede, ndr) per riesaminare questo lavoro, perché è importante che questi dati vengano rivisti da una squadra che ha trascorso la propria vita lavorando all’interno e intorno alle piramidi. Non siamo affatto contro ogni scoperta ma, come comitato scientifico, abbiamo la responsabilità di spiegare ai non-egittologi lo scopo e il metodo di costruzione della Grande Piramide. Abbiamo scritto nella nostra relazione, che abbiamo presentato a El-Enany, che il progetto ScanPyramids dovrebbe continuare il loro lavoro ma devono utilizzare l’approccio scientifico, e che siamo felici abbiano pubblicato il loro studio. Noi, d’altro canto, pubblicheremo una relazione con la nostra opinione su questo lavoro, come comitato scientifico».

 

Scoperta la cima di un obelisco della regina egizia Ankhesenpepi II

Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/10/10/scoperta-la-cima-di-un-obelisco-della-regina-egizia-ankhesenpepi-ii/
Fonte: Al Ahram
Ministero delle Antichità egiziano

(Ministry of Antiquities, Egypt)

La parte superiore di un obelisco è stata scoperta in Egitto da una missione archeologica svizzera-francese, nel complesso funerario della regina Ankhesenpepi II (2332-2287 a.C.), all’interno della necropoli di Saqqara.

È il più grande frammento di obelisco dell’Antico regno mai trovato finora. La forma del pyramidion (la cuspide piramidale) indica che in origine fosse ricoperto da lastre di metallo, probabilmente rame o lamine d’oro, così da far brillare l’obelisco alla luce del Sole.

Philippe Collombert (Università di Ginevra), direttore della missione archeologica, ha spiegato che l’obelisco di granito rosso ha una lunghezza di 2,5 metri. «Stimiamo che quando era intatto, l’obelisco fosse alto circa cinque metri».

Inoltre non è stato trovato nella sua posizione originaria: «Le regine della VI dinastia di solito avevano due piccoli obelischi all’ingresso del loro tempio funerario, ma questo è stato trovato un po’ lontano», dice l’archeologo Mostafa Waziri, segretario generale del Concilio Supremo delle Antichità. L’obelisco fu dunque rimosso dall’entrata e trascinato nel luogo dove lo si è scoperto. Probabilmente venne utilizzato in un periodo successivo dagli scalpellini; la maggior parte della necropoli fu infatti utilizzata come cava durante il Nuovo Regno e il Periodo tardo.

Su uno dei lati del pyramidion, un’iscrizione sembra corrispondere all’inizio dei titoli e al nome della regina Ankhesenpepi II. Inoltre, «Probabilmente è la prima regina ad avere i Testi delle piramidi (delle formule rituali egizie) incisi nella sua piramide», spiega Waziri. Prima di Ankhesenpepi II, i cosiddetti Testi delle piramidi venivano scolpiti solo nelle piramidi dei faraoni; dopo di lei, alcune mogli di Pepi II fecero lo stesso.

L’obiettivo principale della missione archeologica, istituita nel 1963 da Jean-Philippe Lauer e Jean Leclant, è studiare i Testi delle piramidi del Vecchio Regno. Dal 1987 la missione scava anche la necropoli delle regine, e quest’anno i lavori si stanno concentrando sul complesso funerario di Ankhesenpepi II, la regina più importante della VI dinastia.

Ankhesenpepi II fu moglie del faraone Pepi I e, quando questi morì, sposò il figlio di sua sorella Anjesenpepi I, cioè suo nipote Merenra I, dal quale ebbe il futuro re Pepi II. Ma quando Merenra I morì, Pepi II aveva circa sei anni, e perciò Ankhesenpepi II divenne reggente, effettiva governatrice del paese, ma non diventò faraone come fece Hatshepsut più tardi. «Questo è probabilmente il motivo per cui la sua piramide è la più grande della necropoli dopo quella del faraone stesso», Waziri.

 

Le navi di Nemi. Rinascita di un museo dimenticato

Scritto da: Arianna Di Cori
Fonte:http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/08/06/news/le_navi_di_nemi_rinascita_di_un_museo_dimenticato-172495761/#gallery-slider=172424536

L’argento iberico rivela l’ascesa di Roma

Fonte: Goldschmidt Conference
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/08/22/largento-iberico-rivela-lascesa-di-roma/

denario romano argento spagna annibale

Questo denario romano venne coniato nel 108 -107 a.C., probabilmente con l’argento della Spagna sudorientale. I tre segni rossi indicano dove è stato forato per accedere al metallo non eroso (Institute for Archaeological Sciences, Goethe University, Frankfurt)

L’analisi di 70 monete romane ha dimostrato come la sconfitta di Annibale nella seconda guerra punica (218-201 a.C.) abbia comportato enormi ricchezze per i Romani.

Una squadra di scienziati dell’Università Goethe di Francoforte (Germania) ha scoperto che mentre prima le monete venivano coniate con l’argento della regione egea, dopo furono utilizzate le miniere d’argento della Spagna appena conquistata.

Lo studio, dicono i ricercatori, fornisce una testimonianza tangibile del passaggio di Roma da potenza regionale a impero.

Guerra lucrativa

La Seconda guerra punica viene considerata come uno degli eventi cruciali della storia europea. Annibale riuscì ad attraversare le Alpi con i suoi elefanti da guerra, sconfisse più volte gli eserciti romani ma alla fine non attaccò Roma e dovette tornare in patria, subendo una sconfitta decisiva nella battaglia di Zama. Roma invece, entrata in guerra come potenza dominante in Italia, ne emerse più grande.

La guerra portò nelle mani dei Romani la penisola iberica e, gradualmente, il controllo delle ricche miniere d’argento in Spagna a partire dal 211 a.C. circa. I ricavi delle miniere, del bottino e delle ingenti riparazioni di guerra da parte di Cartagine, contribuirono a finanziare l’espansione del territorio di Roma.

Orologi geologici

L’applicazione di tecniche di analisi geochimica ha fornito la prova dell’importanza dell’argento spagnolo per la conquista romana. Un gruppo di scienziati con sede in Germania e in Danimarca, diretto da Fleur Kemmers e Katrin Westner (Istituto di Scienze Archeologiche, Università Goethe di Francoforte) ha analizzato 70 monete romane datate tra il 310-300 a.C. e il 101 a.C., un lasso di tempo che comprende la seconda guerra punica (218-201 a.C.).

Utilizzando la tecnica della spettrometria di massa, sono stati in grado di mostrare che dopo il 209 a.C. la maggior parte delle monete proveniva da miniere del sud-est e sud-ovest della Spagna, o da un mix dei due. È stato infatti possibile risalire all’origine dei metalli studiando gli isotopi del piombo, che funzionano come una sorta di orologio geologico.

Spiega Katrin Westner: «Prima della guerra, le monete romane venivano create con lo stesso argento che le città greche in Italia e Sicilia usavano per le loro. In altre parole, le firme degli isotopi del piombo delle monete corrispondono a quelle dei minerali d’argento e dei prodotti metallurgici provenienti dalla regione dell’Egeo. Ma la sconfitta portò Cartagine a dover risarcire dei danni di guerra Roma, la quale aveva già guadagnato un bel bottino, e ora prendeva possesso anche delle ricche miniere d’argento spagnole. Dal 209 a.C. vediamo che la maggioranza delle monete romane mostra firme geochimiche tipiche dell’argento iberico. Questo massiccio afflusso di argento iberico cambiò significativamente l’economia di Roma, permettendole di diventare la superpotenza del tempo. Lo sappiamo grazie alle storie di Livio, di Polibio e di altri, ma il nostro lavoro fornisce la prova scientifica contemporanea dell’ascesa di Roma. Dimostra che la sconfitta di Annibale e l’ascesa di Roma sono scritte nelle monete dell’Impero romano».

La ricerca è stata presentata alla Goldschmidt, la conferenza di geochimica più importante del mondo, quest’anno ospitata a Parigi.

 

Scoperte 8 navi nell’arcipelago greco di Fourni

Fonte:RPM Nautical Foundation 
Live Science 
Ministero greco della Cultura
Traduzione e fonte: https://ilfattostorico.com/2017/07/20/scoperte-8-navi-nellarcipelago-greco-di-fourni/

(Vasilis Mentogianis)

Una squadra di archeologi subacquei ha scoperto otto navi affondate nei pressi dell’arcipelago di Fourni, un gruppo di isole greche noto per conservare molti relitti di navi antiche.

Le nuove scoperte portano a 53 il numero totale di navi rinvenute a Fourni in un’area di 44 km quadrati. In tempi antichi, l’arcipelago era una tappa comune lungo le rotte commerciali del Mar Egeo dato che, in condizioni normali, i porti delle isole erano sicuri.

I ricercatori pensano che per migliaia di anni ci furono così tante navi ad attraversare la zona, che molte affondarono a causa delle tempeste.

(Vasilis Mentogianis)

Gli archeologi subacquei hanno iniziato a esplorare Fourni solo nel 2015, quando una squadra dell’Eforato Greco per le Antichità Subacquee e la RPM Nautical Foundation (un’organizzazione non-profit per la ricerca e l’educazione archeologica) avevano trovato 22 relitti. I sommozzatori sono poi tornati nel sito nel 2016 scoprendo altre 23 navi.

I relitti sono stati datati dal VI secolo a.C. (periodo arcaico greco) fino agli inizi del XX secolo. Non è rimasto molto delle navi di legno più antiche, ma il loro carico è ancora sparso su tutto il fondo marino. Le foto dell’ultima spedizione mostrano grandi collezioni di anfore – vasi di ceramica utilizzati per il trasporto di merci come vino, olio di oliva e pesce salato.

L’ultima indagine ha portato al ritrovamento di una nave con un carico di anfore della vicina isola di Chio; probabilmente affondò durante il periodo classico della Grecia (V – IV secolo a.C.). Un’altra nave romana proveniva invece dall’Iberia. È stata poi rinvenuta una serie di ancore risalenti tra il periodo arcaico e l’epoca bizantina. Erano fatte di pietra, piombo e ferro.

Vasi pontici (Vasilis Mentogianis)

(Vasilis Mentogianis)

Durante l’ultima spedizione a Fourni, durata dal 9 al 29 giugno, i ricercatori hanno mappato il fondale marino grazie a innovative tecnologie, quale l’ecoscandaglio multibeam, e documentato i relitti già trovati negli anni precedenti con fotomosaici di ortofoto e fotogrammetria 3D. Inoltre hanno prelevato una selezione di vasi e manufatti per la ricerca scientifica e la conservazione. La squadra ha già previsto una nuova spedizione per il 2018.

L’arcipelago di Fourni è composto da 13 piccole isole e isolotti tra le grandi isole egee di Samo e Icaria. Non ci sono mai stati grandi insediamenti a Fourni, ma si trovava lungo le rotte che collegavano il Mar Nero e il Mar Egeo a Cipro, il Levante e l’Egitto.

Anfora tardo romana (Vasilis Mentogianis)

(Vasilis Mentogianis)

(RPM Nautical Foundation)

Modello 3D di una nave romana (Vasilis Mentogianis)

(RPM Nautical Foundation)

La RV Hercules (Vasilis Mentogianis)

Il sottomarino a comando remoto (Vasilis Mentogianis)

(Vasilis Mentogianis)

 

Le origini extraterrestri delle perline della cultura Hopewell

Fonte: Nature
Journal of Archaeological Science

Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/05/18/le-origini-extraterrestri-delle-perline-della-cultura-hopewell/

(Chris Maddaloni/Nature)

Annerite e irregolari, le perline preistoriche trovate in un’antica tomba negli Stati Uniti non sembrano niente di speciale. Una nuova analisi dimostra però che sono fatte di un materiale molto esotico: i frammenti di un meteorite caduto sulla Terra a oltre 700 chilometri di distanza.

Il collegamento tra il meteorite di Anoka, caduto nel centro del Minnesota, e le perline dell’Illinois conferma che «2000 anni fa, le merci e le idee si spostavano per centinaia di chilometri in tutta l’America nord-orientale», ha dichiarato Timothy McCoy, coautore dell’analisi e curatore del Museo Nazionale di Storia Naturale di Washington.

Timothy McCoy, con in mano un pezzo del meteorite di Anoka trovato nel 1983 (Chris Maddaloni/Nature)

Le perline furono create dai membri della cultura di Hopewell, fiorita nel Midwest degli Stati Uniti dal 100 a.C. al 400 d.C. – diffondendosi dal suo epicentro in Ohio fino al Mississippi. La cultura è conosciuta per i loro earthwork cerimoniali e per gli oggetti di materiali non locali come la mica. Le perline in questione furono scoperte nel 1945 in una tomba Hopewell vicino ad Havana, in Illinois, accanto a più di 1.000 perle e conchiglie. Il defunto era quindi di alto rango, dice l’archeologo Bret Ruby del Parco nazionale storico della Cultura Hopewell, a Chillicothe (Ohio), non coinvolto nell’analisi. «Bisogna aprire tantissimi molluschi per trovare 1000 perle», dice.

Gli scienziati sanno da decenni che le 22 perline di ferro-nichel provengono da un meteorite, ma non sapevano quale. Precedenti ricerche avevano escluso l’Anoka, un meteorite di ferro-nichel trovato nel 1961 durante la scavo di un pozzo nero vicino ad Anoka (Minnesota). Poi un secondo pezzo della roccia spaziale di Anoka era stato scoperto nel 1983, e il museo di McCoy lo acquistò. Al microscopio, McCoy e colleghi poterono vedere che il meteorite conteneva granuli di ferro arricchiti col nichel di dimensioni micrometriche, proprio come queste perline.

L’analisi mediante spettroscopia di massa e altre tecniche ha dimostrato che la composizione chimica delle perline corrisponde quasi perfettamente al meteorite di Anoka, scrivono i ricercatori sul Journal of Archaeological Science. Il meteorite è inoltre striato di bande di un minerale chiamato schreibersite. Gli artigiani Hopewell potrebbero aver rotto un pezzo dell’Anoka seguendo le bande, dice McCoy. Il meteorite sarebbe stato riscaldato ripetutamente a circa 600 – 700ºC, martellandolo poi fino a farne un foglio. Per fare le perline «Probabilmente ci volle un bel po’», dice. «Chissà quanti esperimenti fallirono».

Diane Johnson della Open University di Milton Keynes, Regno Unito, non parte della squadra di McCoy, osserva che le tecniche di Hopewell sono simili a quelle degli antichi Egizi, che fabbricavano perline quasi identiche circa 3.000 anni prima. L’analisi è utile perché traccia un quadro da un punto del mondo a un altro, spiega l’archeologo Brad Lepper della Ohio History Connection di Columbus, un gruppo di ricerca storico senza scopo di lucro. Lepper e Ruby concordano che gli abitanti di Havana probabilmente non ottennero il meteorite grazie al commercio. Potrebbe essere stato un dono per cementare un’alleanza o un’offerta religiosa da parte dei pellegrini. Forse uno sciamano in una missione lo trovò e lo trasportò, a piedi o in barca, ad Havana. Qualunque sia stato il suo percorso, dice Ruby, «Indica una complessità della loro società che non tendiamo ad attribuire a persone vissute 2.000 anni fa» nelle Americhe.