Archivi categoria: Archeologia

L’argento iberico rivela l’ascesa di Roma

Fonte: Goldschmidt Conference
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/08/22/largento-iberico-rivela-lascesa-di-roma/

denario romano argento spagna annibale

Questo denario romano venne coniato nel 108 -107 a.C., probabilmente con l’argento della Spagna sudorientale. I tre segni rossi indicano dove è stato forato per accedere al metallo non eroso (Institute for Archaeological Sciences, Goethe University, Frankfurt)

L’analisi di 70 monete romane ha dimostrato come la sconfitta di Annibale nella seconda guerra punica (218-201 a.C.) abbia comportato enormi ricchezze per i Romani.

Una squadra di scienziati dell’Università Goethe di Francoforte (Germania) ha scoperto che mentre prima le monete venivano coniate con l’argento della regione egea, dopo furono utilizzate le miniere d’argento della Spagna appena conquistata.

Lo studio, dicono i ricercatori, fornisce una testimonianza tangibile del passaggio di Roma da potenza regionale a impero.

Guerra lucrativa

La Seconda guerra punica viene considerata come uno degli eventi cruciali della storia europea. Annibale riuscì ad attraversare le Alpi con i suoi elefanti da guerra, sconfisse più volte gli eserciti romani ma alla fine non attaccò Roma e dovette tornare in patria, subendo una sconfitta decisiva nella battaglia di Zama. Roma invece, entrata in guerra come potenza dominante in Italia, ne emerse più grande.

La guerra portò nelle mani dei Romani la penisola iberica e, gradualmente, il controllo delle ricche miniere d’argento in Spagna a partire dal 211 a.C. circa. I ricavi delle miniere, del bottino e delle ingenti riparazioni di guerra da parte di Cartagine, contribuirono a finanziare l’espansione del territorio di Roma.

Orologi geologici

L’applicazione di tecniche di analisi geochimica ha fornito la prova dell’importanza dell’argento spagnolo per la conquista romana. Un gruppo di scienziati con sede in Germania e in Danimarca, diretto da Fleur Kemmers e Katrin Westner (Istituto di Scienze Archeologiche, Università Goethe di Francoforte) ha analizzato 70 monete romane datate tra il 310-300 a.C. e il 101 a.C., un lasso di tempo che comprende la seconda guerra punica (218-201 a.C.).

Utilizzando la tecnica della spettrometria di massa, sono stati in grado di mostrare che dopo il 209 a.C. la maggior parte delle monete proveniva da miniere del sud-est e sud-ovest della Spagna, o da un mix dei due. È stato infatti possibile risalire all’origine dei metalli studiando gli isotopi del piombo, che funzionano come una sorta di orologio geologico.

Spiega Katrin Westner: «Prima della guerra, le monete romane venivano create con lo stesso argento che le città greche in Italia e Sicilia usavano per le loro. In altre parole, le firme degli isotopi del piombo delle monete corrispondono a quelle dei minerali d’argento e dei prodotti metallurgici provenienti dalla regione dell’Egeo. Ma la sconfitta portò Cartagine a dover risarcire dei danni di guerra Roma, la quale aveva già guadagnato un bel bottino, e ora prendeva possesso anche delle ricche miniere d’argento spagnole. Dal 209 a.C. vediamo che la maggioranza delle monete romane mostra firme geochimiche tipiche dell’argento iberico. Questo massiccio afflusso di argento iberico cambiò significativamente l’economia di Roma, permettendole di diventare la superpotenza del tempo. Lo sappiamo grazie alle storie di Livio, di Polibio e di altri, ma il nostro lavoro fornisce la prova scientifica contemporanea dell’ascesa di Roma. Dimostra che la sconfitta di Annibale e l’ascesa di Roma sono scritte nelle monete dell’Impero romano».

La ricerca è stata presentata alla Goldschmidt, la conferenza di geochimica più importante del mondo, quest’anno ospitata a Parigi.

 

Scoperte 8 navi nell’arcipelago greco di Fourni

Fonte:RPM Nautical Foundation 
Live Science 
Ministero greco della Cultura
Traduzione e fonte: https://ilfattostorico.com/2017/07/20/scoperte-8-navi-nellarcipelago-greco-di-fourni/

(Vasilis Mentogianis)

Una squadra di archeologi subacquei ha scoperto otto navi affondate nei pressi dell’arcipelago di Fourni, un gruppo di isole greche noto per conservare molti relitti di navi antiche.

Le nuove scoperte portano a 53 il numero totale di navi rinvenute a Fourni in un’area di 44 km quadrati. In tempi antichi, l’arcipelago era una tappa comune lungo le rotte commerciali del Mar Egeo dato che, in condizioni normali, i porti delle isole erano sicuri.

I ricercatori pensano che per migliaia di anni ci furono così tante navi ad attraversare la zona, che molte affondarono a causa delle tempeste.

(Vasilis Mentogianis)

Gli archeologi subacquei hanno iniziato a esplorare Fourni solo nel 2015, quando una squadra dell’Eforato Greco per le Antichità Subacquee e la RPM Nautical Foundation (un’organizzazione non-profit per la ricerca e l’educazione archeologica) avevano trovato 22 relitti. I sommozzatori sono poi tornati nel sito nel 2016 scoprendo altre 23 navi.

I relitti sono stati datati dal VI secolo a.C. (periodo arcaico greco) fino agli inizi del XX secolo. Non è rimasto molto delle navi di legno più antiche, ma il loro carico è ancora sparso su tutto il fondo marino. Le foto dell’ultima spedizione mostrano grandi collezioni di anfore – vasi di ceramica utilizzati per il trasporto di merci come vino, olio di oliva e pesce salato.

L’ultima indagine ha portato al ritrovamento di una nave con un carico di anfore della vicina isola di Chio; probabilmente affondò durante il periodo classico della Grecia (V – IV secolo a.C.). Un’altra nave romana proveniva invece dall’Iberia. È stata poi rinvenuta una serie di ancore risalenti tra il periodo arcaico e l’epoca bizantina. Erano fatte di pietra, piombo e ferro.

Vasi pontici (Vasilis Mentogianis)

(Vasilis Mentogianis)

Durante l’ultima spedizione a Fourni, durata dal 9 al 29 giugno, i ricercatori hanno mappato il fondale marino grazie a innovative tecnologie, quale l’ecoscandaglio multibeam, e documentato i relitti già trovati negli anni precedenti con fotomosaici di ortofoto e fotogrammetria 3D. Inoltre hanno prelevato una selezione di vasi e manufatti per la ricerca scientifica e la conservazione. La squadra ha già previsto una nuova spedizione per il 2018.

L’arcipelago di Fourni è composto da 13 piccole isole e isolotti tra le grandi isole egee di Samo e Icaria. Non ci sono mai stati grandi insediamenti a Fourni, ma si trovava lungo le rotte che collegavano il Mar Nero e il Mar Egeo a Cipro, il Levante e l’Egitto.

Anfora tardo romana (Vasilis Mentogianis)

(Vasilis Mentogianis)

(RPM Nautical Foundation)

Modello 3D di una nave romana (Vasilis Mentogianis)

(RPM Nautical Foundation)

La RV Hercules (Vasilis Mentogianis)

Il sottomarino a comando remoto (Vasilis Mentogianis)

(Vasilis Mentogianis)

 

Le origini extraterrestri delle perline della cultura Hopewell

Fonte: Nature
Journal of Archaeological Science

Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/05/18/le-origini-extraterrestri-delle-perline-della-cultura-hopewell/

(Chris Maddaloni/Nature)

Annerite e irregolari, le perline preistoriche trovate in un’antica tomba negli Stati Uniti non sembrano niente di speciale. Una nuova analisi dimostra però che sono fatte di un materiale molto esotico: i frammenti di un meteorite caduto sulla Terra a oltre 700 chilometri di distanza.

Il collegamento tra il meteorite di Anoka, caduto nel centro del Minnesota, e le perline dell’Illinois conferma che «2000 anni fa, le merci e le idee si spostavano per centinaia di chilometri in tutta l’America nord-orientale», ha dichiarato Timothy McCoy, coautore dell’analisi e curatore del Museo Nazionale di Storia Naturale di Washington.

Timothy McCoy, con in mano un pezzo del meteorite di Anoka trovato nel 1983 (Chris Maddaloni/Nature)

Le perline furono create dai membri della cultura di Hopewell, fiorita nel Midwest degli Stati Uniti dal 100 a.C. al 400 d.C. – diffondendosi dal suo epicentro in Ohio fino al Mississippi. La cultura è conosciuta per i loro earthwork cerimoniali e per gli oggetti di materiali non locali come la mica. Le perline in questione furono scoperte nel 1945 in una tomba Hopewell vicino ad Havana, in Illinois, accanto a più di 1.000 perle e conchiglie. Il defunto era quindi di alto rango, dice l’archeologo Bret Ruby del Parco nazionale storico della Cultura Hopewell, a Chillicothe (Ohio), non coinvolto nell’analisi. «Bisogna aprire tantissimi molluschi per trovare 1000 perle», dice.

Gli scienziati sanno da decenni che le 22 perline di ferro-nichel provengono da un meteorite, ma non sapevano quale. Precedenti ricerche avevano escluso l’Anoka, un meteorite di ferro-nichel trovato nel 1961 durante la scavo di un pozzo nero vicino ad Anoka (Minnesota). Poi un secondo pezzo della roccia spaziale di Anoka era stato scoperto nel 1983, e il museo di McCoy lo acquistò. Al microscopio, McCoy e colleghi poterono vedere che il meteorite conteneva granuli di ferro arricchiti col nichel di dimensioni micrometriche, proprio come queste perline.

L’analisi mediante spettroscopia di massa e altre tecniche ha dimostrato che la composizione chimica delle perline corrisponde quasi perfettamente al meteorite di Anoka, scrivono i ricercatori sul Journal of Archaeological Science. Il meteorite è inoltre striato di bande di un minerale chiamato schreibersite. Gli artigiani Hopewell potrebbero aver rotto un pezzo dell’Anoka seguendo le bande, dice McCoy. Il meteorite sarebbe stato riscaldato ripetutamente a circa 600 – 700ºC, martellandolo poi fino a farne un foglio. Per fare le perline «Probabilmente ci volle un bel po’», dice. «Chissà quanti esperimenti fallirono».

Diane Johnson della Open University di Milton Keynes, Regno Unito, non parte della squadra di McCoy, osserva che le tecniche di Hopewell sono simili a quelle degli antichi Egizi, che fabbricavano perline quasi identiche circa 3.000 anni prima. L’analisi è utile perché traccia un quadro da un punto del mondo a un altro, spiega l’archeologo Brad Lepper della Ohio History Connection di Columbus, un gruppo di ricerca storico senza scopo di lucro. Lepper e Ruby concordano che gli abitanti di Havana probabilmente non ottennero il meteorite grazie al commercio. Potrebbe essere stato un dono per cementare un’alleanza o un’offerta religiosa da parte dei pellegrini. Forse uno sciamano in una missione lo trovò e lo trasportò, a piedi o in barca, ad Havana. Qualunque sia stato il suo percorso, dice Ruby, «Indica una complessità della loro società che non tendiamo ad attribuire a persone vissute 2.000 anni fa» nelle Americhe.

Eccezionali pitture murali in una tomba dell’Impero Kitai

Fonte: Live Science
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/03/15/eccezionali-pitture-murali-in-una-tomba-dellimpero-kitai/

Nel nord della Cina, nella città di Datong, gli archeologi hanno scoperto un’antica tomba circolare decorata con alcune pitture murali dai colori vivaci.

La squadra, dell’Istituto di Archeologia Comunale di Datong, ha trovato al centro della tomba un’urna con all’interno dei resti umani cremati. Non c’era alcun testo nella tomba ma, secondo gli archeologi, probabilmente appartenevano a un marito e moglie.

Le pitture sulle pareti mostrano servi, gru e numerosi indumenti appesi su vari stendi abiti. I loro colori sono ancora eccezionalmente vivaci, nonostante sia passato un millennio.

(Chinese Cultural Relics)

Il muro a ovest (Chinese Cultural Relics)

Abiti colorati

I dipinti abbondano di abiti colorati. Sul muro ovest uno stendi abiti in particolare tiene “vestiti di color celeste, beige, grigio-bluastro, marrone-giallastro e rosa”, hanno scritto gli archeologi sulla rivista scientifica Chinese Cultural Relics. “L’indumento all’estrema destra ha una griglia verde-diamante, e dentro ogni diamante vi è un piccolo fiore decorativo rosso”. Un altro capo di abbigliamento sembra avere invece una cintura con una fibbia di giada a forma di anello. Vi è poi “un lungo tavolo rettangolare con quattro piatti rotondi, neri all’esterno e rossi all’interno, con sopra un copricapo, bracciali, forcine e pettini”.

(Chinese Cultural Relics)

(Chinese Cultural Relics)

Sulla parete a est è dipinto un altro stendi abiti: “Vi sono appesi vestiti beige, verde chiaro, grigio-bluastro, rosa e marrone. Su uno dei capi pende un ciondolo a forma di anello accompagnato da un filo di perle nere”.

Sul muro a nord erano infine raffigurate delle splendidi gru.

(Chinese Cultural Relics)

(Chinese Cultural Relics)

La dinastia Liao

La squadra pensa che la tomba risalga alla dinastia Liao (907 – 1.125 d.C.). Questa dinastia fu fondata da una tribù del popolo Kitai, e fiorì nel nord della Cina, in Mongolia e in parti della Russia. In quell’epoca nel nord della Cina le persone venivano talvolta sepolte in tombe decorate. Nel 2014, l’Istituto di Archeologia Comunale di Datong aveva scoperto un’altra tomba con pitture murali di stelle e numerosi animali come gru, cervi, tartarughe e anche un gatto che gioca con una palla di seta. Gli archeologi ritengono che le due tombe aiuteranno a far luce sulla vita durante la dinastia Liao.

La tomba era stata scoperta nel 2007. Un primo resoconto era stato pubblicato nel 2015 in cinese sulla rivista Wenwu, poi tradotto in inglese su Chinese Cultural Relics.

(Chinese Cultural Relics)

La tomba scoperta nel 2014 (Chinese Cultural Relics)

 

Quanto la cultura di Jamna trasformò gli europei

Fonte: Science
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/03/01/quanto-la-cultura-di-jamna-trasformo-gli-europei/

Scheletro di Jamna in una sepoltura nelle steppe russe (XVodolazx/Wikimedia Commons)

Scheletro di Jamna in una sepoltura nelle steppe russe (XVodolazx/Wikimedia Commons)

La rivista scientifica Science riporta un nuovo studio del DNA che dimostra l’enorme impatto degli Jamna, una civiltà dell’Età del Bronzo, sulla popolazione europea.

Gli Jamna furono una popolazione proveniente dalle steppe euroasiatiche, abili cavalieri e parlavano probabilmente il proto-indoeuropeo. Secondo la ricerca, una loro migrazione di quasi soli uomini nell’Europa centrale circa 5.000 anni fa, avrebbe lasciato un segno sul genoma degli odierni europei.

«Sembra che gli uomini andarono in guerra, con cavalli e carri», dice Mattias Jakobsson, autore a capo dello studio e genetista della popolazione presso l’Università di Uppsala in Svezia.

La storia delle migrazioni

Gli europei sono discendenti da almeno tre grandi migrazioni preistoriche.

Per primi, circa 37.000 anni fa, arrivarono in Europa gruppi di cacciatori-raccoglitori. Poi, 9.000 anni fa, dall’Anatolia (odierna Turchia) migrarono gruppi di agricoltori che tuttavia all’inizio non si mescolarono molto coi locali in quanto avevano portato le loro famiglie con sé. Per ultimi, tra i 5.000 e i 4.800 anni fa, arrivarono in Europa gli allevatori nomadi noti come Jamna (o Yamnaya).

La loro cultura di inizio Età del Bronzo proveniva dalle steppe delle odierne Russia e Ucraina. Portavano con sé la metallurgia e l’allevamento di animali e, forse, la lingua proto-indoeuropea – la misteriosa lingua ancestrale da cui nascono le 400 moderne lingue indoeuropee. Si mescolarono immediatamente con gli europei locali, che erano discendenti sia dei cacciatori-raccoglitori sia degli agricoltori. In poche centinaia di anni, gli Jamna contribuirono ad almeno metà del patrimonio genetico degli abitanti dell’Europa centrale.

Uomini e donne della seconda migrazione

Per scoprire perché questa migrazione degli Jamna abbia avuto un così grande impatto, i ricercatori hanno raccolto i dati genetici dai precedenti studi di reperti archeologici. Hanno analizzato il DNA di 20 europei vissuti poco dopo la seconda migrazione (quella degli agricoltori dall’Anatolia, 6.000 – 4.500 anni fa) e il DNA di 16 europei vissuti poco la terza migrazione (quella degli Jamna, 3.000 – 1.000 anni fa).

La squadra si è concentrata sullo studio dei cromosomi X, in modo da verificare la proporzione di donne e uomini (i maschi hanno infatti un cromosoma X, le femmine due). Secondo l’analisi del DNA, la migrazione di agricoltori dall’Anatolia aveva coinvolto grosso modo uomini e donne in quantità uguali.

L’arrivo delle popolazioni delle steppe

Gli europei dopo la terza migrazione avevano invece molto meno DNA Jamna sui loro cromosomi X rispetto agli altri cromosomi. Usando un metodo statistico sviluppato dalla studentessa specializzanda Amy Goldberg nel laboratorio del genetista della popolazione Noah Rosenberg all’Università di Stanford di Palo Alto, la squadra ha calcolato che c’erano forse 10 uomini per ogni donna nella migrazione degli Jamna in Europa (da 5 a 14 uomini per ogni donna). Questo rapporto è “estremo” – persino più asimmetrico di quando i conquistadores spagnoli invasero le Americhe nel tardo 1500, dice Goldberg.

Una tale disparità ha fatto dubitare alcuni ricercatori, che avvertono di quanto sia difficile stimare accuratamente il rapporto tra uomini e donne nell’antichità. Ma se confermato, una spiegazione sarebbe che gli uomini di Jamna furono guerrieri arrivati in Europa a cavallo o con carri trainati dagli animali. I cavalli erano stati recentemente addomesticati nelle steppe e la ruota era un’invenzione recente. Potrebbero essersi “concentrati sulla guerra, riuscendo a diffondersi più velocemente grazie alle invenzioni tecnologiche”, dice il genetista della popolazione Rasmus Nielsen (Università della California a Berkeley), che non fa parte dello studio.

Ma la guerra non è l’unica spiegazione. Gli Jamna potrebbero essere stati più attrattivi grazie ai cavalli e alle nuove tecnologie, come i martelli di rame, dice Goldberg.

La scoperta che gli Jamna migrarono per molte generazioni suggerisce anche che qualcosa non funzionasse nelle loro terre. «Ci potrebbe essere stato un fattore negativo continuo che li spinse fuori dalle steppe, come delle epidemie o delle malattie croniche», dice l’archeologo David Anthony del Hartwick College in Oneonta, New York, non coinvolto nello studio. O, dice, potrebbe essere l’inizio di civiltà che mandavano bande di uomini a fondare nuove colonie in terre lontane, come più tardi i Romani o i Vichinghi.

 

La tomba di un Vichingo di alto rango in Scozia

Fonte/Traduzione: https://ilfattostorico.com/2017/02/09/la-tomba-di-un-vichingo-di-alto-rango-in-scozia/

Live Science

University of Leicester

Antiquity

(Ardnamurchan Transitions Project)

(Ardnamurchan Transitions Project)

Circa 1.000 anni fa, i Vichinghi scavarono una tomba per “un guerriero di alto rango” e lo seppellirono in una barca piena di offerte funerarie, tra cui una grossa spada e un’ascia.

Il guerriero vichingo venne sepolto nella Swordle Bay, in Scozia, lontano dal suo paese d’origine in Scandinavia. Gli stessi manufatti trovati nella sua tomba provenivano da diversi paesi: Scandinavia, Scozia e Irlanda.

Un nuovo studio su questo raro ritrovamento ha potuto dare un’idea di come vivessero gli abitanti della Scozia occidentale nel X secolo.

(Ardnamurchan Transitions Project)

(Ardnamurchan Transitions Project)

«Le scoperte suggeriscono un collegamento tra la Scandinavia e l’Irlanda, oltre dare informazioni sulla dieta del defunto e sui collegamenti con la Swordle Bay», dice il ricercatore capo dello studio, Oliver Harris, professore associato all’Università di Leicester.

Gli archeologi avevano scoperto la tomba nel 2011, sulla remota penisola di Ardnamurchan. Furono molto stupiti di trovare ancora sepolte delle armi da guerra, inclusi un’ascia, una spada, una lancia e uno scudo. Gli scienziati trovarono anche 213 rivetti di metallo della barca, sopravvissuti mentre il legno dell’imbarcazione si decomponeva nel corso degli anni.

Degli altri beni funerari recuperati appartenevano alla vita quotidiana, alla cucina, al lavoro, all’agricoltura e alla produzione di cibo. Inoltre la tomba è situata vicino a un cairn funebre neolitico (un cairn è una montagnetta di pietre fatta dall’uomo), le cui pietre potrebbero essere state incorporate nella sepoltura vichinga.

«Ardnamurchan rappresenta il primo scavo di una barca funebre vichinga intatta nel Regno Unito, e aumenta significativamente la nostra conoscenza sulle pratiche funerarie di questo periodo», ha detto Harris.

La squadra di archeologi ha anche trovato: una borchia di scudo (la parte bombata che proteggeva la mano del guerriero, l’umbone romano); una cote per affilare le lame, fatta con una roccia norvegese; una spilla probabilmente usata per legare un mantello funerario o un sudario, e altri resti mineralizzati di tessuti e legno.

(Ardnamurchan Transitions Project)

Una spada, decorazioni e tessuti (Ardnamurchan Transitions Project)

(Ardnamurchan Transitions Project)

Ascia, umbone, martello e tenaglie, e una spilla (Ardnamurchan Transitions Project)

«Quando si esamina una sepoltura del genere, è essenziale ricordare che tutti gli oggetti e tutte le azioni non erano mai isolate [dal contesto]. Emergono da un quadro fatto di luoghi, persone e momenti, che loro stessi aiutano a formare», dicono i ricercatori.

L’analisi degli isotopi dei denti ha rivelato che l’uomo sarebbe cresciuto in Scandinavia.

(Ardnamurchan Transitions Project)

(Ardnamurchan Transitions Project)

Oliver Harris esamina una spada nel sito (PA)

Oliver Harris esamina una spada nel sito (PA)

L'archeologa Helena Gray con alcuni dei ritrovamenti

L’archeologa Helena Gray con alcuni dei ritrovamenti

(Geoff Robinson)

(Geoff Robinson)

Trovato a Gela un megalite usato come calendario solare

Fonte: https://ilfattostorico.com/2017/01/06/trovato-a-gela-un-megalite-usato-come-calendario-solare/

La Repubblica

La Sicilia

Il gruppo di amici che ha fatto la scoperta (La Sicilia)

Il gruppo di amici che ha fatto la scoperta (La Sicilia)

 

 

 

 

 

 

Ad appena dieci chilometri dalla città di Gela, in Sicilia, un gruppo di quattro appassionati di archeologia è riuscito a identificare una nuova “pietra calendario”, una pietra forata in grado di segnare lo scorrere delle stagioni e degli anni. Un esperimento ha dimostrato che nel giorno del solstizio d’inverno, quando il Sole è allo zenit, la luce si staglia all’interno del foro.

«È stata un’impressione molto forte, potente. L’equazione con la “pietra forata” di San Cipirello è immediata», ha commentato l’archeologo Ferdinando Maurici, direttore del museo di Terrasini (Palermo).

Il megalite sarebbe stato forato dagli uomini nel periodo preistorico probabilmente tra il VI e il III millennio a.C.

(La Repubblica)

La pietra si trova nelle campagne di Gela, in contrada Cozzo Olivo, poco lontano dalle necropoli preistoriche di Grotticelle, Ponte Olivo e Dessueri (La Repubblica)

La scoperta è opera di quattro appassionati di archeologia: Giuseppe La Spina, Michele Curto, Mario Bracciaventi e Vincenzo Madonia. Il quotidiano La Repubblica racconta che il gruppo di amici stava effettuando un sopralluogo ai “bunker anti-scheggia” (le casematte della seconda guerra mondiale) con l’obiettivo di realizzare percorsi di studio da proporre alle scuole. La Spina, dopo aver individuato la pietra forata, aveva preso contatto con Alberto Scuderi, direttore regionale dei Gruppi archeologici d’Italia, e lo scorso 21 dicembre è stata effettuata una verifica scientifica.

In occasione del solstizio d’inverno si è dato inizio all’esperimento, con l’ausilio di bussola, macchine fotografiche e videocamera installata su un drone. «Alle 7,32 il Sole ha illuminato in modo perfetto la pietra forata. Mentre il drone si avvicinava, mantenendo il più possibile l’asse a 113 gradi è stato filmato quel fascio di luce che attraversava il foro proiettandosi sul terreno», raccontano i componenti del gruppo che ha partecipato alla verifica. «Ciò che riusciamo a registrare da terra è sorprendente – scrivono gli scopritori – l’esperimento è riuscito».

Nel corso della conferenza stampa tenutasi al Museo archeologico di Gela, Andrea Orlando (astrofisico dell’Università di Catania e direttore dell’Istituto di Archeoastronomia di Sicilia) ha dichiarato: «È punto di partenza e non di arrivo. Abbiamo visto la pietra, ha al centro un foro che non sappiamo se è naturale o artificiale. Di certo presenta un orientamento speciale, ad est, in cui si trova un angolo speciale a 120 gradi che in gergo tecnico è un azimut che indica un punto preciso, l’alba al solstizio d’inverno».

Il megalite di San Cipirello (gioburgio.wordpress.com)

Il megalite di San Cipirello (gioburgio.wordpress.com)

Orlando ha inoltre annunciato l’istituzione di un comitato di studi aperto a ogni scienziato e ricercatore che voglia impegnarsi nella verifica dei dati etno-andropologici, geologici e archeologici. Un invito personale sarà inviato a uno dei massimi esperti mondiali del settore, il prof. Giulio Magli del Politecnico di Milano. «E se non troveremo in Italia i fondi per queste ricerche – ha detto Orlando – inviteremo le università straniere a finanziarci».

Le ricerche saranno estese a un’area molto vasta. Scuderi intanto ha rivelato che «testimonianze della presenza umana dell’Età del bronzo antico sono state già scoperte attraverso il ritrovamento, da parte dei quattro appassionati gelesi, di una necropoli finora mai censita» e poi attraverso numerosi frammenti di vasellame e di «una ciotola-attingitoio». Tutto è stato segnalato e consegnato al museo archeologico di Gela.

Un raro amuleto di Odino scoperto in Danimarca

Fonte e traduzione:https://ilfattostorico.com/2016/12/16/un-raro-amuleto-di-odino-scoperto-in-danimarca/
The Local – Denmark
Museo Lolland-Falster

 

(Museo Lolland-Falster)

(Museo Lolland-Falster)

Un cercatore d’oro amatoriale di nome Carsten Helm, in compagnia dei suoi due figli di 10 e 12 anni, ha scoperto una serie di oggetti d’oro del VI secolo d.C. sull’isola di Lolland, in Danimarca. Tra essi vi è un cosiddetto bratteato, un sottile medaglione d’oro portato come un gioiello durante l’Età del Ferro germanica.

Gli archeologi del Museo di Lolland-Falster credono che l’immagine sull’amuleto dipinga il dio norreno Odino. La loro conclusione si basa su altri ritrovamenti di bratteati simili che includono un’iscrizione runica che recita “L’Alto” (o “L’eccelso”), uno degli epiteti di Odino.

Inciso sul medaglione vi è anche una svastica.

«È un ritrovamento molto emozionante», dice la portavoce del museo Marie Brinch. «Anche se è una tipologia già conosciuta, rimane une scoperta rara ed eccitante. Sull’isola di Lolland ne abbiamo trovati solo tre (l’ultimo nel 1906) e in tutta l’Europa settentrionale se ne contano solo un migliaio».

Helm e i suoi figli, armati di metal detector, hanno anche trovato un pendente d’oro, tre pezzi d’oro (probabilmente parti di una collana), un anello d’oro e vari pezzi d’argento. Verranno tutti esposti allo Stiftsmuseum di Maribo.

L’amuleto di Odino è l’ultimo di una lunga serie di ritrovamenti archeologici fatti in Danimarca quest’anno. Una settimana prima era stato scoperto un bracciale d’oro vichingo dove, lo scorso giugno, c’era stato il più grande ritrovamento d’oro vichingo della Danimarca. A marzo era stata la volta di un crocifisso del X secolo, un amuleto con Odino e i corvi, un bottino di monete del XIV secolo e una pietra runica ‘perduta’, senza contare le duemila spirali d’oro scoperte nel 2015.

Il più grande ritrovamento di oro vichingo in Danimarca: sei bracciali d'oro e uno d'argento (Nick Schaadt, Museet på Sønderskov)

Il più grande ritrovamento di oro vichingo in Danimarca: sei bracciali d’oro e uno d’argento (Nick Schaadt, Museet på Sønderskov)

Il crocifisso del X secolo (Østfyns Museer)

Il crocifisso del X secolo (Østfyns Museer)

L'amuleto raffigura un trono con Odino e due corvi (Museum Lolland-Falster)

L’amuleto raffigura un trono con Odino e due corvi (Museum Lolland-Falster)

Le monete di inizio 1300 (Viborg Museum)

Le monete di inizio 1300 (Viborg Museum)

La pietra runica (Lisbeth Imer, National Museum of Denmark)

La pietra runica (Lisbeth Imer, National Museum of Denmark)

Le spirali d'oro (Vestsjællands Museum)

Le spirali d’oro (Vestsjællands Museum)

Scoperta una barca sacra del regno del faraone Sesostri III

Fonte: Live Science
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2016/11/01/scoperta-una-barca-sacra-del-regno-del-faraone-sesostri-iii/

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

All’interno di un edificio ad Abydos, in Egitto, una squadra di archeologi ha documentato oltre 120 immagini di barche antiche. L’edificio risale a oltre 3.800 anni, e venne costruito vicino alla tomba del faraone Sesostri III.

La struttura avrebbe conservato una vera barca di legno, dice Josef Wegner, curatore del Penn Museum dell’Università della Pennsylvania, che ha condotto lo scavo. Purtroppo, della barca non rimangono che alcune assi di legno. Nell’antico Egitto, le barche sacre venivano talvolta sepolte vicino alla tomba dei faraoni.

(Josef Wegner)

Schema dell’edificio (Josef Wegner)

Le incisioni e ceramiche

Le immagini più grandi misurano quasi 1,5 metri di lunghezza e mostrano “delle grandi barche, raffigurate con alberi, vele, attrezzature, tughe/cabine, timoni, remi e alcuni casi rematori”, scrive Wegner sull’International Journal of Nautical Archaeology.

Alcune immagini sono piccole e semplici; la più piccola è lunga solo 10 cm. Ad oggi sono sopravvissute 120 immagini di barche, ma in origine ce ne dovevano essere di più. Oltre a queste, vi sono anche incisioni di gazzelle, bovini e fiori.

Vicino all’ingresso dell’edificio – il cui interno misura circa 21 x 4 metri – gli archeologi hanno scoperto oltre 145 vasi di ceramica, molti dei quali sono sepolti coi colli rivolti verso l’entrata.

L’esistenza dell’edificio era stata segnalata per la prima volta in un resoconto del 1904 da parte di una squadra dell’Egypt Exploration Fund (EEF) che lavorò ad Abydos tra il 1901 e il 1903. Tuttavia, il team non ebbe il tempo di scavare e non seppe cosa si celasse dentro. «Arrivarono solo alla cima dell’edificio. Videro la volta ma abbandonarono il lavoro», spiega Wegner.

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

(Josef Wegner)

Molti misteri

Le scoperte lasciano gli archeologi con una serie di misteri che i futuri scavi potrebbero risolvere. Gli archeologi non sanno chi fece i disegni o perché.

È possibile le immagini vennero incise durante la costruzione della barca, oppure in occasione della cerimonia funeraria del faraone Sesostri III. Poiché gli archeologi hanno scoperto che un gruppo di individui entrò nell’edificio dopo la morte del faraone e smontò la barca, riutilizzando le assi, può essere che le incisioni risalgano a dopo la morte di Sesostri III.

Non si conosce peraltro neanche lo scopo delle ceramiche trovate vicino l’ingresso. È possibile che i partecipanti alla cerimonia funebre abbiano intenzionalmente versato del liquido per terra. «Forse una grande quantità di liquidi, probabilmente soprattutto acqua, venne versata [per simboleggiare] il galleggiamento della barca», scrive Wegner.

Non è da escludere che la barca di legno fosse stata trasportata attraverso il deserto. In questo caso, «l’acqua e altri liquidi potrebbero aver lubrificato e solidificato il terreno lungo il percorso», scrive Wegner, aggiungendo che «i vasi di ceramica potevano essi stessi avere un significato rituale, e sia la barca che i vasi furono poi seppelliti durante il rito funebre reale».

Ciò che rimane della barca sacra, alcune assi di legno (Josef Wegner)

(Josef Wegner)

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La squadra di Wegner spera di effettuare ulteriori scavi in futuro per risolvere i misteri ancora aperti. Ad Abydos hanno lavorato dal 2014 al 2016.

Nel 2014 avevano scoperto la tomba del faraone Senebkay, arrivando l’anno dopo a ipotizzare le violente cause della sua morte.

(Josef Wegner)

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Quasi tutti gli esseri umani non africani risalgono alla stessa migrazione

Fonte: http://www.sciencemag.org/news/2016/09/almost-all-living-people-outside-africa-trace-back-single-migration-over-50000-years
Fonte e traduzione: https://ilfattostorico.com/2016/09/30/quasi-tutti-gli-esseri-umani-non-africani-risalgono-alla-stessa-migrazione/

Eske Willerslev (a sinistra) incontra gli anziani aborigeni durante la sua ricerca (Science)

Eske Willerslev (a sinistra) incontra gli anziani aborigeni durante la sua ricerca (Preben Hjort, Mayday Film)

Tre nuovi studi genomici hanno delineato un preciso quadro su come gli esseri umani si diffusero sul pianeta.

Dall’Africa, la culla dell’Homo Sapiens, gli uomini probabilmente migrarono più volte in diverse ondate, ma fu soltanto una la migrazione da cui tutti gli euroasiatici viventi oggi discendono: avvenne tra i 50.000 e i 60.000 anni fa, e ci ha dato più del 90% della nostra ascendenza.

Le ricerche sottolineano inoltre la grande particolarità degli aborigeni australiani: sono loro il popolo geneticamente più antico della Terra, praticamente immutato da circa 50.000 anni. Non a caso l’Autralia conserva alcune delle testimonianze più antiche dell’Homo Sapiens al di fuori dell’Africa.

Un anziano aborigeno spiega gli antichi costumi ai ragazzi a Mudjawakalal, in Australia (Penny Tweedie/Alamy Stock Photo)

Un anziano aborigeno spiega gli antichi costumi ai ragazzi a Mudjawakalal, in Australia (Penny Tweedie/Alamy Stock Photo)

Una vecchia teoria

Diversi ricercatori avevano proposto che gli antenati degli aborigeni furono i primi uomini moderni a migrare fuori dall’Africa, diffondendosi rapidamente verso est lungo le coste dell’Asia meridionale, migliaia di anni prima che una seconda migrazione popolasse l’Eurasia.

Eppure le cose non stanno così, almeno stando a tre nuovi studi genomici – i primi ad analizzare molti genomi completi dall’Australia alla Nuova Guinea. La loro conclusione è che gli aborigeni e la maggior parte degli euroasiatici dicendono da un singolo gruppo di esseri umani che lasciò l’Africa tra i 50 e i 60.000 anni fa, e che poi si diffuse in varie direzioni. Gli studi “sono veramente importanti”, dice il genetista della popolazione Joshua Akey dell’Università di Washington a Seattle. «Gli antenati della grande maggioranza degli odierni non-africani risalgono a una singola migrazione fuori dall’Africa», dice.

Ma il caso non è chiuso. Uno studio sostiene che nel genoma degli odierni nativi della Papua Nuova Guinea ci siano tracce di una migrazione di Homo Sapiens ancora precedente. E forse non c’è contraddizione, dice l’archeologo Michael Petraglia del Max Planck Institute per la Scienza della storia umana di Jena (Germania), co-autore di quello studio che a lungo aveva sostenuto una prima espansione fuori dall’Africa. «Stiamo convergendo verso un modello nel quale le migrazioni più recenti soppiantarono quelle più antiche», dice.

I nuovi genomi

Un decennio fa, alcuni ricercatori proposero la controversa idea che una prima ondata di uomini moderni lasciò l’Africa oltre 60.000 anni fa attraverso una cosiddetta via costiera o meridionale. Queste genti sarebbero partite dall’Etiopia, passando il Mar Rosso nel punto più stretto e arrivando nella penisola arabica, muovendosi poi rapidamente verso est lungo la costa sudasiatica fino all’Australia. Alcuni studi genetici, molti fatti col DNA mitocondriale delle persone viventi, avevano supportato questa teoria indicando una divisione – relativamente antica – tra gli aborigeni e gli altri non-africani. Ma le analisi degli interi genomi – il vero punto di riferimento per gli studi della popolazione – erano scarse per quanto riguardava molte zone chiave del mondo.

Tre grandi gruppi di genetisti hanno provveduto a ciò, aggiungendo ai database centinaia di genomi completamente sequenziati di persone da Africa, Australia e Papua Nuova Guinea. Ogni team ha usato dei complessi modelli al computer e analisi statistiche per interpretare la storia della popolazione usando il DNA.

I tre studi

Un team diretto dal genetista evolutivo Eske Willerslev dell’Università di Copenhagen si è concentrato su Australia e Nuova Guinea, una ricerca che Akey chiama “il punto di riferimento” sulla colonizzazione dell’Australia. Comparando i genomi di vari gruppi, hanno concluso che gli aborigeni si separarono dagli euroasiatici tra i 50 e i 70.000 anni fa, dopo che questo gruppo si era già differenziato dagli africani. Ciò vuol dire che gli aborigeni e le altre popolazioni non-africane discendono dalla stessa migrazione fuori dall’Africa, e che l’Australia all’inizio venne insediata una volta sola, invece che due volte come alcune prove avevano suggerito in precedenza. Gli schemi nel DNA aborigeno indicano anche un ‘collo di bottiglia’ genetico di circa 50.000 anni fa: è l’eredità duratura del piccolo gruppo che colonizzò per primo l’Australia.

In un’altra ricerca, un team coordinato dal genetista della popolazione David Reich dell’Università di Harvard è arrivato a una conclusione simile dopo aver esaminato 300 genomi di 142 popolazioni. «Il messaggio è che gli uomini moderni fuori dall’Africa discendono quasi completamente da una singola popolazione fondatrice», dice Reich. «Puoi escludere una precedente migrazione; la via meridionale».

Ma il terzo studio, condotto da Mait Metspalu del Biocentro Estone di Tartu, ha una conclusione diversa. Analizzando 379 nuovi genomi di 125 popolazioni in tutto il mondo, il team ha concluso che almeno il 2% dei genomi della popolazione della Papua Nuova Guinea proviene da una migrazione di Homo Sapiens dall’Africa ancora precedente, avvenuta forse 120.000 anni fa. Il loro studio propone quindi che l’Homo Sapiens abbia lasciato l’Africa in almeno due ondate.

Una prima migrazione quasi irrilevante

Reich solleva dubbi sul risultato, ma afferma che il suo studio e quello di Willerslev non possono escludere un contributo genetico dell’1 o del 2% avvenuto grazie a una precedente migrazione di Homo Sapiens. Dice Akey: “Come genetisti della popolazione, potremmo spendere il prossimo decennio a dibattere su quel 2%, ma in termini pratici non conta”. La migrazione più recente “spiega oltre il 90% della nostra ascendenza”.

Inoltre, secondo un quarto studio pubblicato su Nature, i cambiamenti del clima e del livello del mare avrebbero favorito delle precedenti migrazioni. Axel Timmermann e Tobias Friedrich dell’Università delle Hawaii di Manoa e Honolulu, hanno ricostruito le condizioni climatiche del nord-est dell’Africa e del Medio Oriente. Hanno scoperto che un clima più umido e livelli del mare più bassi avrebbero persuaso gli esseri umani a lasciare l’Africa e ad andare nella penisola arabica e nel Medio Oriente durante quattro periodi, all’incirca intorno ai 100.000, agli 80.000, ai 55.000 e ai 37.000 anni fa. “Sono molto felice”, dice Petraglia. Le sue scoperte e quelle di altri colleghi, di antichi utensili di pietra in India e Arabia, suggeriscono che gli uomini moderni avessero lasciato l’Africa durante queste prime migrazioni. Tuttavia, la maggior parte di questi lignaggi si estinsero. La migrazione più importante, quella con più persone e che arrivò in Australia, venne dopo. «Demograficamente, dopo i 60.000 anni fa successe qualcosa, con ondate più grandi di esseri umani attraverso l’Eurasia», dice Petraglia. «Tutti i tre studi concordano con questo».

Le ricerche dimostrano i legami degli aborigeni con gli altri euroasiatici, ma rinforzano anche l’insediamento, relativamente antico, dell’Australia e la sua lunga isolazione. Un caso unico nella storia umana. Il continente tiene “profonde, profonde divisioni e radici che non vediamo da nessun’altra parte eccetto in Africa”, dice Willerslev. Ciò riecheggia nelle visioni degli aborigeni stessi. «La maggioranza degli aborigeni qui in Australia crede che ci troviamo in questa terra da molte migliaia di anni», ha dichiarato a Science Colleen Wall, co-autore della ricerca di Willerslev e anziano dell’Aboriginal Dauwa Kau’bvai Nation in Wynnum. «Sono fuori di me dalla gioia per queste scoperte».