Archivi categoria: Sociale

Governo dell’Uttar Pradesh: giro di vite sui radicali indù contrari al Natale

Fonte: http://www.asianews.it/notizie-it/Governo-dell%E2%80%99Uttar-Pradesh:-giro-di-vite-sui-radicali-ind%C3%B9-contrari-al-Natale-42655.html

Agra (AsiaNews/Agenzie) – Il governo dell’Uttar Pradesh annuncia un giro di vite contro il gruppo radicale indù che aveva minacciato di rovinare le celebrazioni del Natale nelle scuole cattoliche. L’amministrazione del distretto di Agra ha chiesto all’Hindu Jagrant Manch (gruppo di vigilanti indù) di sottoscrivere una fideiussione di un milione di rupie e presentare una dichiarazione in cui assicura che i suoi attivisti non si macchieranno di alcun atto di disturbo ai danni delle scuole.

La presa di posizione arriva all’indomani di una telefonata tra Rajnath Singh, ministro dell’Interno federale, e Yogi Adityanath, chief minister dello Stato in questione. La conversazione è avvenuta alla presenza di una delegazione cattolica guidata dal card. Baselios Cleemis, presidente della Conferenza episcopale indiana, che due giorni fa ha lamentato al ministro le preoccupanti discriminazioni che i cristiani indiani stanno subendo durante questo periodo di Natale.

L’episodio che ha suscitato più apprensione è stato l’arresto e la detenzione di 30 seminaristi e due sacerdoti cattolici a Satna, in Madhya Pradesh, impegnati nei villaggi con canti di Natale. Nel caso specifico dell’Uttar Pradesh, questa settimana l’Hindu Jagrant Manch, una fazione giovanile di estrema destra legata ad Adityanath, ha lanciato un avvertimento alle scuole cattoliche di Aligarh: non celebrare il Natale perché “induce” alla conversione dei bambini. Per ritorsione, nel caso in cui qualche istituto avesse osato infrangere il divieto, i fondamentalisti minacciavano sit-in di protesta.

Anand Kumar, direttore generale aggiunto, ha dichiarato a Times of India: “Abbiamo ordinato a tutti i capi di polizia distrettuale dello Stato di assicurare che la libertà di praticare la propria religione, così come sancita dalla Costituzione, sia protetta a tutti i costi e azioni adeguate siano adottate nel caso in cui qualcuno tenti di violarla”.

Grecia, oltre 500.000 lavoratori poveri: “Il mio stipendio basta appena per mangiare”

Fonte: http://vocidallestero.it/2017/11/21/grecia-oltre-500-000-lavoratori-poveri-il-mio-stipendio-basta-appena-per-mangiare/
Fonte: Rododak – novembre 21, 2017

Introdotta, a parole, per combattere la disoccupazione giovanile, la liberalizzazione del mercato del lavoro (leggi: distruzione dei diritti dei lavoratori) ha portato in Grecia all’emergere prepotente di una nuova classe: quella dei lavoratori poveri, più spesso giovani, che ricevono stipendi semplicemente insufficienti per vivere. Lo riporta il blog Keep Talking Greece, facendo riferimento a un’inchiesta uscita sul settimanale tedesco Der Spiegel.

In Grecia più di mezzo milione di lavoratori guadagnano così poco che riescono appena a sfamarsi. Sono dati terribili, che ci toccano in tutti i sensi: perché se Atene piange, Roma non ride. Il recente rapporto Caritas presentato pochi giorni fa alla stampa estera denuncia infatti come non solo la povertà in Italia sia in aumento, ma le persone più penalizzate siano proprio i giovani. Nel nostro Paese un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta; nel 2007 era appena uno su 50. Ma non è tutto qui. Anche in Italia cresce drammaticamente il numero dei poveri non disoccupati: nella categoria “operaio e assimilato” l’incidenza della povertà è oggi pari al 12,6%, mentre negli anni pre-crisi si attestava appena all’1,7%. Come i nostri lettori ben sanno, se i Paesi non possono recuperare competitività svalutando la propria moneta (come Italia e Grecia, stretti nel cappio dell’euro), hanno l’unica strada di abbattere il costo del lavoro. E quella che chiamano competitività, è infatti la conclusione di questo articolo. Sì, competere contro la propria stessa sopravvivenza. 

Di Keep Talking Greece, 4 novembre 2017

Le riforme hanno gravi effetti collaterali. Dalla crisi economica in Grecia è emersa una nuova classe sociale: i lavoratori poveri. Donne e uomini istruiti, per lo più laureati, che devono adattarsi a lavori sottopagati.
lavoratori poveri sono lavoratori che hanno redditi inferiori a una determinata soglia di povertà.
In una inchiesta esclusiva, il settimanale tedesco Der Spiegel riporta, tra le altre storie di lavoratori poveri in Grecia, anche quella di Stelina Antoniou, di 24 anni, laureata, impiegata come barista al Royal Theatre di Salonicco. Lavora tre giorni alla settimana, con turni che spesso arrivano fino alle 12 ore filate, e guadagna 240 euro netti al mese.

“Almeno non devo pensare a come spendere i soldi che guadagno – dice – bastano giusto per mettere qualcosa in tavola”.

Ha studiato Lingua e Letteratura greca, ma dal momento che le assunzioni di insegnanti nelle scuole greche sono state sospese “l’unico lavoro che ho trovato è stato in questo ristorante. Questo è il lavoro e lo stipendio che ti viene offerto in Grecia al giorno d’oggi, se hai meno di 25 anni”.

Stelina condivide un appartamento con un’amica di 22 anni che guadagna uno stipendio simile lavorando come domestica. Le due mettono insieme i loro soldi e come prima cosa pensano a pagare le bollette. La loro priorità principale è la bolletta del riscaldamento.

Questa giovane donna greca appartiene a un gruppo sociale che negli ultimi anni è esploso con una forza senza paragoni: i cosiddetti “lavoratori poveri”.Un terzo dei lavoratori del settore privato ora guadagna così poco che lo stipendio non è sufficiente per sopravvivere, e si tratta di più di mezzo milione di persone. Per il loro lavoro sono pagati meno di 376 euro al mese, ovvero meno del 60 per cento del salario medio. Quasi il 9 per cento dei dipendenti deve accontentarsi di meno di 200 euro. Il rischio di ritrovarsi poveri pur avendo un lavoro stabile in Grecia è più alto che in qualsiasi altro paese dell’Unione Europea.

Ma anche le persone che guadagnano un po’ di più affrontano difficoltà sempre maggiori, perché il costo della vita negli ultimi anni è aumentato significativamente. A titolo di confronto, a Berlino, i prezzi dei beni destinati al consumo quotidiano sono più alti solo del 14,5% di quelli di Atene, mentre il potere d’acquisto nella capitale tedesca è del 117% più alto.È lo Stato che ha contribuito all’aumento dei costi, grazie alle riforme: le scappatoie fiscali sono state chiuse, l’Iva è aumentata e lo stesso hanno fatto le tasse sull’acquisto di terreni.

Un’altra causa che ha portato a queste conseguenze è la liberalizzazione del mercato del lavoro, che i creditori della Grecia hanno ripetutamente sollecitato dall’inizio della crisi finanziaria. Da allora, il Parlamento ha approvato tutta una serie di leggi che hanno attenuato in modo significativo le protezioni dei lavoratori. E intanto sono in programma ulteriori leggi sul lavoro, presto il Parlamento dovrà votare un giro di vite su diritto di sciopero e di riunione.Il problema è che la liberalizzazione ha avuto spesso l’effetto opposto a quello cercato. Ad esempio, la legislazione aveva abbassato il salario minimo del 22 per cento, portandolo a 586 euro, mentre la soglia era ancora più bassa per chi aveva meno di 25 anni.

Questo, si sperava (o forse si diceva di sperare, NdVdE), avrebbe contrastato la disoccupazione giovanile, che in Grecia raggiunge un picco senza confronti nell’UE. Il risultato: nel 2016 il 47% dei giovani sotto i 25 anni era disoccupato. Allo stesso tempo, è emersa una classe di lavoratori che tollera qualsiasi trattamento, perché consapevoli che se proveranno a lottare per i propri diritti saranno rapidamente sostituiti. Due esempi.

Addetto alle consegne, 30 anni, lavora per 4 euro all’ora 36 ore alla settimana, domenica e festivi senza straordinari. Il carburante e la manutenzione del motorino sono a suo carico.

Impiegato in un fast food, 30 anni, lavora a tempo pieno 40 ore a settimana. Guadagno netto 490 euro al mese. Nessuno straordinario, nessun bonus per Natale né per le festività, benché obbligatori per legge.

Le possibilità dei datori di lavoro, d’altra parte, sono aumentate. Possono rifiutarsi di pagare il lavoro straordinario e le ferie. Non devono temere alcuna conseguenza se registrano dipendenti a tempo pieno come part time per risparmiare sui contributi sociali, solo per citare alcuni esempi.

Le ristrettezze materiali non sono l’unico problema. La condizione dei lavoratori poveri impedisce anche a molti, benché lavorino, di vivere una vita autodeterminata. Molti non hanno altra scelta che continuare a vivere nella stanza dei bambini della casa dei genitori – senza alcuna prospettiva di avere una propria famiglia.

E benché le persone coinvolte siano in così grande numero, difficilmente riescono a trovare spazio nella percezione pubblica. Compaiono nelle statistiche, di tanto in tanto un articolo sulla stampa crea un certo scalpore, oppure qualche politico li difende, promettendo loro qualche miglioramento per farsi votare.

Ma da parte dei “lavoratori poveri” non arriva alcun grido forte di protesta, perché questo ridurrebbe anche le possibilità di ottenere un lavoro sottopagato. E un lavoro mal pagato è comunque meglio di nessun lavoro.
P.S. Il grido di protesta forse si alzerà quando i lavoratori poveri della Grecia arriveranno all’età in cui ci si deve fare la propria famiglia. Oppure seguiranno il percorso dei loro amici e migreranno all’estero. O magari la crisi sarà finita. Ma, ancora, anche se la crisi sarà finita, i salari rimarranno bassi. Christine Lagarde del FMI la definì “competitività”. Essere competitivi contro la propria stessa sopravvivenza.

Genocidio in Amazzonia: cercatori d’oro massacrano indios

Fonte: http://www.terranuova.it/News/Attualita/Genocidio-in-Amazzonia-cercatori-d-oro-massacrano-indios

I pubblici ministeri in Brasile hanno aperto un’inchiesta dopo le denunce del massacro di “più di dieci” membri di una tribù incontattata  commesso da alcuni cercatori d’oro vicino a un remoto fiume amazzonico. Se i fatti saranno confermati, questo significa che fino a un quinto dell’intera tribù è stato annientato, come denuncia Survival International. Due cercatori d’oro sono stati arrestati.

Gli omicidi sarebbero avvenuti il mese scorso lungo il Fiume Jandiatuba nel Brasile occidentale, ma la notizia è emersa soltanto dopo che i cercatori d’oro hanno iniziato a vantarsi degli assassinii, e a mostrare i loro “trofei” nella città più vicina.

Gli agenti dell’agenzia per gli affari indigeni del Brasile, il FUNAI , hanno confermato i dettagli dell’attacco a Survival International. Si crede che tra le vittime vi fossero anche donne e bambini. Il FUNAI e l’ufficio del pubblico ministero stanno indagando sull’accaduto.

L’area è conosciuta come la Frontiera Incontattata , poiché ospita più tribù incontattate di qualsiasi altro luogo al mondo.

Molte delle squadre governative che prima proteggevano i territori degli indigeni incontattati, hanno di recente subito tagli finanziari  da parte del governo brasiliano, e hanno dovuto chiudere.

Il governo del presidente Temer  è fortemente anti-Indiano, e ha legami stretti con la potente e anti-indigena lobby agroalimentare del paese.

Anche i territori di due altre tribù incontattate vulnerabili  – i Kawahiva  e i Piripkura – sarebbero stati invasi. Entrambe le tribù sono circondate da centinaia di allevatori e invasori di terra.

Le tribù incontattate sono i popoli più vulnerabili del pianeta . Tuttavia, quando i loro diritti sono rispettati, continuano a prosperare.

Tutte le tribù incontattate  rischiano la catastrofe se le loro terre non saranno protette. «Survival sta facendo tutto il possibile per rendere le loro terre sicure, e per dare loro la possibilità di determinare autonomamente il proprio futuro – spiegano dall’organizzazione».

“Se queste denunce saranno confermate, il presidente Temer e il suo governo avranno la pesante responsabilità di questo attacco genocida. I tagli ai finanziamenti del FUNAI hanno lasciato decine di tribù incontattate indifese contro migliaia di invasori – cercatori d’oro, allevatori e taglialegna – che vogliono disperatamente rubare e saccheggiare le loro terre” ha dichiarato Stephen Corry, il Direttore generale di Survival International. “Tutte queste tribù avrebbero dovuto avere le loro terre adeguatamente riconosciute e protette da anni – l’evidente appoggio del governo nei confronti di coloro che vogliono invadere i territori indigeni è del tutto vergognoso, e sta facendo arretrare i diritti indigeni in Brasile di decenni.”

Povertà alimentare in Italia: i dati del Censis sono drammatici

Scritto da: Ernesto Ferrante
Fonte: http://www.opinione-pubblica.com/poverta-alimentare-italia-dati-del-censis-drammatici/

C’è chi paga 850 euro per ascoltare il discorso di Barack Obama a Seeds&Chips, la manifestazione in tema di innovazione e sostenibilità del cibo, e chi, oltre due milioni di famiglie, non può nemmeno mangiare in maniera dignitosa.

Più di cinque milioni di persone, in Italia, sono in condizioni di povertà alimentare, cioè possono spendere per l’acquisto di generi alimentari risorse inferiori rispetto a una soglia standard accettabile.

E il loro numero continua a crescere: l’aumento è stato del 57% negli ultimi 10 anni.

E’ quanto emerge da una ricerca del Censis su come mangiano gli italiani presentata in occasione dell’inaugurazione di “Tuttofood”, la rassegna specializzata di Fiera Milano in corso fino a giovedì.

La povertà alimentare, troppo spesso nascosta per vergogna, è un fenomeno sociale diffuso e crescente nel tempo anche nelle aree più benestanti del Paese.

In dieci anni, 800mila nuclei familiari non hanno avuto denaro a sufficienza per mangiare in alcuni periodi dell’anno (+57%, pari a 2,2 milioni di persone). E sono aumentate dell’87% le famiglie che non possono permettersi un pasto a base di carne o pesce almeno una volta ogni due giorni (1,4 milioni di nuclei familiari in più, pari oggi a 3 milioni).

I dati diffusi dal Censis, indicano poi che la povertà alimentare è piu diffusa al Nord-Est (il 9,2% delle famiglie) e al Sud (9%), tra le famiglie con oltre tre figli (6,5%) e con capofamiglia straniero (il 14,1% contro il 7,5% di quelle con capofamiglia italiano).

E colpisce di più le famiglie di chi è diventato maggiorenne nel nuovo millennio (il 14%) rispetto a quelle dei nati dal 1946 al 1964 (8,3%) e degli anziani (6%).

Degli italiani che non hanno il problema della spesa alimentare, più di un milione sono ingordi, mangiano troppo di tutto; 1,4 milioni sono vegetariani e vegani; 14,5 milioni sono pragmatici, cioè mangiano di tutto un po’. 7,3 milioni sono amanti dei prodotti tipici e dei cibi genuini; 6,4 milioni sono salutisti.

Ci sono poi 3,1 milioni di sperimentatori, dediti alle nuove pietanze e alle nuove diete, contro 2,4 milioni di abitudinari, che mangiano quasi sempre le stesse cose.

Non mancano gli eccessi e le cattive abitudini. Sono complessivamente 36 milioni gli italiani che buttano il cibo avanzato in tavola o rimasto inutilizzato oltre la data della scadenza (4,9 milioni lo fanno regolarmente).

Lo spreco alimentare è trasversale alla società, ma sprecano di più i millennial (80,2%), le persone laureate (78,3%) e i benestanti (72,7%).

 

Il governo brasiliano abbandona gli indigeni

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4286-il-governo-brasiliano-abbandona-gli-indigeni.html

Il governo brasiliano ha deciso di abbandonare le tribù incontattate in balia di taglialegna e allevatori, secondo quando denunciato da Survival International: le tutte le unità governative responsabili della protezione delle le tribù incontattate del Brasile dalle invasioni di taglialegna e allevatori rischiano infatti di essere smantellate.

Gli agenti del FUNAI, il Dipartimento agli Affari indigeni del paese, svolgono un ruolo essenziale nella protezione dei territori dei popoli incontattati, impedendovi l’accesso illegale di taglialegna, allevatori, minatori e altri invasori. Alcune squadre sul campo sono già state ritirate, e ulteriori riduzioni sono pianificate nel prossimo futuro. Secondo Survival, non appena la protezione sarà annullata, migliaia di invasori si precipiteranno all’interno di questi ricchi territori, che fanno gola a molti.

Si stima che in Brasile vi siano più di 100 tribù incontattate, ben oltre due terzi della popolazione mondiale di popoli non ancora entrato in contatto con la cultura occidentale. Molti di loro vivono all’interno di territori indigeni, per un totale di 54,3 milioni di ettari di foresta pluviale protetta, un’area grande quanto la Francia.

Questi territori sono monitorati da appena 19 squadre del FUNAI, dedicate alla loro protezione. È possibile che tutte le 19 le squadre siano eliminate dal budget statale brasiliano, nonostante i fondi necessari per mantenerle siano pari al salario medio e ai benefit annuali pagati a appena due membri del Congresso brasiliano.

Queste proposte sono le ultime di una lunga lista di azioni intraprese dal governo Temer, salito al potere nel 2016 dopo l’impeachment di Dilma Rousseff, che rischiano avere conseguenze catastrofiche per i popoli indigeni.

Paulo Marubo, un indigeno della valle di Javari nell’Amazzonia brasiliana ha dichiarato: “Se le squadre di protezione verranno eliminate, tornerà tutto come prima, quando molti Indiani venivano massacrati e morivano a causa delle malattie… Se i taglialegna arriveranno qui, vorranno contattare gli indigeni incontattati, diffonderanno malattie e li ammazzeranno.”

Gran parte degli indigeni del Brasile sono stati appunto uccisi dalle malattie portate dall’Europa, contro le quali non hanno gli anticorpi: un semplice raffreddore può uccidere un’intero popolo indigeno.

Secondo i ricercatori, lo stretto legame tra il governo e le potenti lobby dell’allevamento e dell’agribusiness – che considerano i territori indigeni come un ostacolo alla loro espansione – potrebbe aver giocato un ruolo in questa proposta.

 

Bambini cambogiani rinunciano alla merendina per aiutare i loro coetanei in Siria

Fonte: http://www.asianews.it/notizie-it/Bambini-cambogiani-rinunciano-alla-merendina-per-aiutare-i-loro-coetanei-in-Siria-40080.html

Una merendina costa 500-1000 riel (circa 10-20 centesimi di euro). In due settimane hanno raccolto 3 euro e 20 centesimi. Alcuni di loro si preparano alla Prima comunione, altri al battesimo. La proposta allargata a tutta la parrocchia per la Quaresima. P. Luca Bolelli, il parroco: “Questo gruppo di ragazzi sono davvero eccezionali”.

Phnom Penh (AsiaNews) – Il gruppo dei bambini e ragazzi della parrocchia di Kdol Leu, per aiutare i loro coetanei in Siria, segnati dalla guerra e dalla miseria, hanno rinunciato alle merendine per due settimane e, attraverso AsiaNews, hanno inviato ben 3,2 euro (questa è la somma raccolta!) ai bambini in Siria.

La cifra raccolta – così piccola – ha in realtà un grande significato: per molti di loro la merendina sostituisce il pasto del mezzogiorno. In pratica i ragazzi, per aiutare i bambini siriani, hanno saltato il pranzo per due settimane.

Una merenda costa 500-1000 riel (circa 10-20 centesimi di euro) e può consistere in riso condito con carne di maiale oppure in snack industriali dai gusti più diversi. Una volta tutti questi prodotti provenivano dalla Cina, ma ora vi è una forte produzione locale di qualità non troppo alta.

Il parroco, p. Luca Bolelli, Pime, spiega che “i patti erano che oltre alla rinuncia della merenda, ognuno doveva fare una preghiera per i bambini siriani”.

I bambini e ragazzi che hanno partecipato a questo sacrificio in preparazione alla Quaresima, hanno fra gli 11 e i 13 anni. Tutti partecipano al catechismo settimanale, alcuni per prepararsi alla Prima comunione, altri per prepararsi al battesimo.

“Sono un gruppo davvero eccezionale” spiega p. Bolelli. “La scorsa settimana, ero stato via tutta la settimana e avevamo dovuto saltare l’incontro di catechismo. Srey-Niang, una ragazza del gruppo, mi ha bloccato al mio rientro e mi ha subito detto: ‘Padre, questa settimana non abbiamo fatto catechismo!’. Ed io: ‘È vero. Se volete ci vediamo stasera. Vai a dirlo agli altri’. E lei:’Già fatto! Sapevamo che tornavi e ci siamo già dati appuntamento per stasera!’.  Vi assicuro che una cosa così, per quanto piccola, ti dà una bella carica di gioia!”.

L’esempio dei bambini è stato così travolgente che, per tutta la Quaresima, p. Bolelli ha proposto a tutti i parrocchiani adulti di digiunare per aiutare i bambini siriani.

La comunità di Kdol Leu si trova nella Cambogia centrale sul fiume Mekong, a circa 200 km dalla capitale Phnom Penh. I cattolici del Paese, decimati dalle persecuzioni al tempo dei Khmer Rossi, sono circa 25mila. Fra questi, almeno l’80% sono vietamiti emigrati.

“Separati in casa”: viaggio tra gli indipendentisti europei

Scritto da: Tullio Filippone
Fonte: http://www.cafebabel.it/societa/articolo/separati-in-casa-viaggio-tra-gli-indipendentisti-europei.html

“Separati in casa” è un tuffo nell’Europa che riscopre l’indipendentismo: dalla Catalogna che sogna il referendum, alla Scozia che ha mancato l’appuntamento con la secessione; dalle contraddizioni del Belgio alla storia violenta di Irlanda del Nord, Paesi Baschi e Corsica, sino alle “mille patrie italiane”. Ne abbiamo parlato con l’autore, il giornalista di Repubblica Lucio Luca.

Doveva essere un mese e mezzo sabbatico, invece si è trasformato in un viaggio tra i movimenti indipendentisti d’Europa. Il docufilm “Separati in casa” di Lucio Luca, giornalista di Repubblica, fa luce tra le contraddizioni di un continente che si allarga, malcelando però le rivendicazioni dei suoi regionalismi, i “separati in casa” soffocati da un’Europa dei mercati che ha smarrito per strada la sua missione iniziale: rappresentare un’unione di popoli e preservarne le specificità culturali. I movimenti e i loro protagonisti ci sono tutti: da quelli che per molti anni hanno scritto pagine di storia spesso violente, come l’Ira irlandese, l’Eta basca e il Front de Liberation Nationale corso, alle matasse più recenti come la questione scozzese, o quella catalana nella Spagna del modello costituzionale del “café para todos“, che alle 17 regioni autonome non basta più. Fino al paradosso belga, dove fiamminghi e valloni non si capiscono e alle “mille piccole patrie” italiane, dal Sud Tirolo alla Sicilia.

cafébabel: Com’è nata l’idea di questo viaggio? 

Lucio Luca: Ho preso un periodo sabbatico e ho presentato un progetto a Repubblica: un giro nell’Europa dei separatismi dialogando con giornalisti, storici e politici, ma anche con la gente comune. Era il novembre 2014, alla vigilia del referendum in Scozia prima e di quello previsto in Catalogna poi, annullato da Madrid. Mi sono reso conto che si poteva raccontare uno spaccato d’Europa in un momento in cui l’Unione si allargava a 28 stati membri e ancora molti bussavano, ma, paradossalmente, le spinte antieuropee mettevano tutto in crisi. Così sono partito. A giugno del 2015 sono stato in Catalogna, Aragona, Paesi Baschi e Galizia. Poi in Corsica, Belgio, Scozia, Irlanda e infine in Italia, da Bolzano a Montelepre.

cafébabel: Si potrebbe tracciare un filo conduttore tra i movimenti separatisti, una sorta di Internazionale degli indipendentisti?

Lucio Luca: Un’internazionale separatista in teoria c’è. L’Europa è nata con l’idea di mettere insieme le identità, i popoli e le genti d’Europa. Quando, nell’ultimo ventennio, l’Unione si è trasformata in un’Europa dei mercati e delle banche, mentre le identità culturali venivano annientate dagli interessi di alcuni stati nazionali come Germania, Gran BretagnaFrancia, sono esplosi i regionalismi perché i popoli si sono sentiti traditi. Parliamo di storie e ideologie diverse, ma con un sentimento che può unire separatisti fiamminghi di ultradestra con lo Sinn Fein irlandese che è di ultrasinistra. Tutto nasce dall’aspirazione di vivere in un’Europa che riconosca le loro ambizioni culturali ed economiche.

cafébabel: Si può dire che l’Europa abbia involontariamente guidato dal centro le spinte centrifughe dettate da un’emancipazione economica?

Lucio Luca: Assolutamente sì. Nel momento in cui le regioni hanno cominciato a contare sempre meno, perché tagliate fuori dai poteri decisionali e dal mercato, le spinte separatiste sono venute fuori. In realtà ci sono sempre state, ma negli ultimi 15-20 anni

sono riesplose per colpa di questa Europa. Guardiamo alla Catalogna: produce il 20% del Pil spagnolo, ma se non conta nulla a Bruxelles è evidente che qualcosa non va. È normale quindi che chieda a Madrid maggior autonomia, se non l’indipendenza.

cafébabel: Indipendenza continuando a restare in Europa?

Lucio Luca: Sì. Una delle caratteristiche comuni di molti di questi movimenti è la volontà di restare in Europa. Niente a che vedere con il populismo della Lega Nord, dell’UKIP in Gran Bretagna o del Front National in Francia. I separatisti vogliono l’Europa. Preservando però storia, tradizioni e ambizioni economiche ridotte dai propri stati nazionali.

cafébabel: Possiamo parlare oggi di Europa delle regioni e non delle nazioni?

Lucio Luca: Doveva essere un’Europa dei popoli e delle regioni ed invece è sempre più un’Europa delle nazioni e, soprattutto, dei poteri economici forti.  L’idea di Altiero Spinelli di creare una grande federazione fondata sulla diversità è stata stravolta. Se aggiungiamo le politiche della Merkel ed altri attori politici è chiaro che si respira un malcontento che potrebbe generare una reazione a catena: se si stacca qualcuno, altri potrebbero seguirne l’esempio. La Scozia non ci è riuscita, la Catalogna prima o poi ci proverà. Senza parlare della Brexit.

cafébabel: C’è da dire che tutti i movimenti che per anni hanno rivendicato la loro identità con violenza come l’Eta, l’Ira il Flnc hanno deposto le armi…

Lucio Luca: Credo che quello che è successo negli ultimi 30-40 anni in Irlanda del Nord, Corsica o Paesi Baschi non si ripeterà in quelle forme. I popoli hanno capito che quelle organizzazioni, nate con un intento talvolta nobile, sono degenerate negli anni trasformandosi in associazioni criminali che hanno fatto solo del male alle cause indipendentiste. Gli anni di piombo non torneranno più, ma le spinte ideologiche a separarsi da entità alle quali queste regioni sono state annesse in passato anche con la forza sono fenomeni appena cominciati e che si ripeteranno. Come in Belgio ad esempio, un paese finto, il paradosso dei paradossi dove è la capitale d’Europa. Lì i fiamminghi e i valloni non si parlano perché non si capiscono…

cafébabel: Oggi consideriamo l’autodeterminazione come un diritto di ogni popolo. Eppure, viene in mente l’esempio della Spagna, cosa succederebbe se tutti rivendicassero il diritto di decidere?

Lucio Luca: La Spagna è un esempio particolare. La giovane democrazia post-franchista è fondata su un patto costituzionale che riconosce 17 regioni autonome, alcune storiche, altre create ad hoc. La Costituzione vieta i referendum di secessione, ma se dovessero concederlo alla Catalogna, i Paesi Baschi chiederebbero lo stesso, così come la Galizia e tante altre regioni. Da una parte quindi il diritto all’autodeterminazione è sacrosanto e nessuno lo può negare, dall’altra è vero anche che la Costituzione lo vieta, quindi è un braccio di ferro destinato ad andare avanti. La Catalogna del resto è una sorta di Lombardia spagnola. Credo che Madrid prima o poi debba accontentare alcune rivendicazioni.

cafébabel: Qual è il bilancio di questo viaggio?

Sono partito con l’idea di cercare di capire. Trovarsi lì e parlare con la gente, con leader politici, ex capi dell’Eta e dell’Ira, con combattenti e rivoluzionari corsi, fa realizzare che questa Europa, fondata sul mercato e sul denaro, nel tempo è destinata al fallimento. Se essa non cambia infatti ci ritroveremo con un’Unione forse più ampia, dove però decidono in 2-3. Se invece si recupera l’idea iniziale, dove non conta solo il potere economico, ma anche le tradizioni e la diversità, io penso che le spinte indipendentiste non avranno più ragione di esistere.

Rifugiati: dal “vade retro” al grande business

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/rifugiati-dal-vade-retro-al-grande-business

Sono trascorsi quasi due anni da quando i primi arresti e la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare relative all’indagine “Mondo di mezzo” gettarono un’ombra più che oscura sul sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati a Roma. Ora esce il rapporto “Il mondo di dentro”, realizzato dall’associazione nazionale Lunaria. Ed è un faro impietoso sulla realtà.

Rifugiati: dal

«Tra l’accettazione della “malaccoglienza” così com’è e la privatizzazione completa della sua gestione (che forse piacerebbe a qualcuno) c’è, deve esserci, una terza possibilità che è quella di una riforma profonda delle politiche attuali. Ma questa è possibile solo se si individuano e si rimuovono le cause che stanno alla base della cattiva accoglienza» spiegano da Lunaria, il cui rapporto fa un quadro del sistema dell’accoglienza dei rifugiati in Italia e in particolare a Roma.

«Alcune di queste, forse le più determinanti, non sono di competenza dei singoli amministratori locali o dei singoli Prefetti che gestiscono i servizi di accoglienza sul territorio – commentano i portavoce dell’associazione – Ci riferiamo in primo luogo alle scelte adottate dall’Unione Europea (frutto di un pessimo e per altro non ancora riuscito compromesso tra i Governi degli Stati membri) che da un lato continua a privilegiare le politiche del rifiuto (controllo dei mari e delle frontiere, rimpatri, cooperazione sporca con Paesi retti da dittature come il Sudan o la Somalia o in cui i diritti umani sono sistematicamente violati come la Turchia; espulsioni programmate verso Paesi, come l’Afganistan, che definire sicuri è un vero oltraggio); dall’altro non fa niente per fermare i conflitti, come quello siriano, nei Paesi di origine delle molte persone che arrivano, contribuendo ad alimentare i flussi di rifugiati. Vi sono però anche responsabilità squisitamente nazionali e locali, politiche e amministrative. Per quanto riguarda le prime, è quanto meno bizzarro che la crescita degli arrivi di migranti sulle nostre coste sia periodicamente evocata dal nostro Governo come un’“emergenza” per giustificare l’inadeguatezza del nostro sistema di accoglienza. Anche limitando al minimo l’orizzonte della nostra memoria, non è possibile fare a meno di ricordare ciò che successe già nel 2011, l’anno della cosiddetta “Emergenza Nord-Africa”: poco più di 62mila persone furono accolte solo grazie all’allestimento di un programma di accoglienza straordinario che, per altro, risultò altrettanto straordinariamente costoso. Oggi il numero di persone che giungono sulle nostre coste in cerca di protezione è molto più alto: sono già più di 145mila quelle arrivate quest’anno. E, a distanza di cinque anni, non siamo ancora preparati ad accoglierle bene. Tra le cause principali di questa cronica inadeguatezza vi è sicuramente la lentezza con la quale i principi assunti nel piano nazionale di accoglienza varato nel luglio 2014 da Governo, Regioni ed enti locali (coordinamento interistituzionale, distribuzione dell’accoglienza sul territorio) sono stati tradotti in concrete scelte politiche».

«Sono infatti molti i Comuni che si rifiutano di aderire alla rete Sprar, il cui ampliamento dovrebbe garantire il consolidamento di un sistema di accoglienza ordinario, coordinato e uniforme su tutto il teritorio nazionale. Ciò innesca un circolo vizioso che continua a riprodurre interventi in emergenza gestiti dal Ministero dell’Interno tramite i Prefetti, chiamati ad aprire nuove strutture temporanee in corrispondenza dei nuovi arrivi: a tutt’oggi, a livello nazio- nale, il 77% dei richiedenti protezione internazionale sono accolti nel sistema di accoglienza straordinaria costituito dai Cas, in capo alle Prefetture. La straordinarietà richiede procedure di emergenza, queste a loro volta favoriscono l’ingresso nella rete degli enti gestori di attori privi di esperienza, interessati più ai profitti che possono derivare dalla gestione dei servizi che alla loro qualità e ai diritti delle persone cui sono destinati. Lo spazio per la cattiva gestione e il cattivo trattamento delle persone si riproduce così all’infinito. In questo contesto va collocato il sistema di accoglienza romano, le cui disfunzioni hanno però concause specificamente radicate nelle scelte politiche e nelle prassi amministrative delle istituzioni cittadine, come purtroppo l’indagine su Mafia Capitale ha fatto emergere molto bene. Su queste si sofferma Il mondo di dentro. L’intreccio perverso tra politica, criminalità e affari che la Procura di Roma ha messo in luce con l’inchiesta “Mondo di mezzo” supera di gran lunga quanto in molti e da tempo hanno cercato di denunciare restando del tutto inascoltati. Del business che si è sviluppato attorno alla gestione dell’accoglienza dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati così come dei cosiddetti “campi nomadi”, non solo a Roma, noi insieme a molti altri abbiamo parlato in più occasioni. L’inchiesta racconta un sistema di potere e di controllo economico della Capitale (e non solo) occulto e inquietante per la sua trasversalità e pervasività. I giudici non a caso lo hanno definito un sistema reticolare, esplicitando molto bene che l’utilizzo improprio delle risorse pubbliche ha oltrepassato in questa città qualsiasi confine politico, mettendo in relazione tra loro rappresentanti politici, amministratori, manager ed esponenti della malavita con storie politiche molto diverse tra loro. Sarà la magistratura a decidere se le contestazioni sollevate nel corso delle indagini preliminari abbiano o no un fondamento. Il nostro compito è invece quello di non dimenticare e di andare oltre una lettura esclusiva- mente emotiva, effimera e scandalistica di quanto successo per evitare che, relegata nelle aule del Tribunale l’inchiesta tuttora in corso, tutto torni a funzionare esattamente come prima».
«Per queste ragioni – proseguono i portavoce di Lunaria – abbiamo ritenuto utile ricostruire come è stato disegnato il sistema di accoglienza romano negli ultimi tre anni, quali sono stati gli attori in campo, le procedure seguite per affidare i servizi, le carenze strutturali e le prassi amministrative che hanno aperto il varco all’utilizzo improprio, per usare un eufemismo, delle risorse pubbliche stanziate. Perché, se è vero che le evidenze emerse lasciano trasparire vizi e carenze sistemici, innanzitutto nel funzionamento dell’apparato politico-amministrativo del Comune di Roma, uno dei compiti delle organizzazioni della società civile è quello di verificare se e quali provvedimenti siano stati adottati per rimuoverli, tentando di delineare alcune possibili vie di uscita. Noi pensiamo che le istituzioni pubbliche nazionali e locali debbano mantenere un ruolo centrale di indirizzo, coordinamento e controllo delle politiche di accoglienza, ma, per migliorare davvero i servizi rivolti ai richiedenti asilo nella nostra città, occorre identificare innanzitutto puntualmente le loro criticità per poi tracciare alcune delle possibili soluzioni. Il mondo di dentro intende offrire un contributo in questa direzione analizzando i due princi- pali sistemi in cui si articola oggi il sistema pubblico di accoglienza della capitale: quello dei Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas) in capo alla Prefettura e il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo (Sprar)».

Le bici di bambù – Bernice, l’imprenditrice ghanese che ha avuto un’idea meravigliosa

Scritto da: Enrico Carotenuto
Fonte: http://coscienzeinrete.net/economia/item/2809-le-bici-di-bambu-bernice-l-imprenditrice-ghanese-che-ha-avuto-un-idea-meravigliosa

Bambùbike1

Bernice Dapaah è una giovane imprenditrice ghanese che ha creato una fabbrica di bici il cui telaio è fatto di bambù, un materiale molto economico, resistente, ma soprattutto rinnovabile.

Lo scopo originario di Bernice era di dare lavoro ai giovani della sua zona e di usare materiali locali facilmente reperibili. L’idea della bici di bambù viene da un tentativo precedentemente fatto negli anni ’80, ma non andato a buon fine.

Dopo vari tentativi è riuscita a sviluppare una tecnica di costruzione che rende il telaio molto resistente, ed ora non solo vende le sue bici in tutto il Ghana, ma anche negli USA, Europa ed Israele.

Le bici costano circa 120 dollari, ma hanno un impronta di co2 del 70% inferiore rispetto alle bici tradizionali con telaio metallico.

Inoltre la materia prima non manca, e viene rinnovata costantemente dalla stessa azienda, che pianta molti più bambù di quanti ne consuma.

Bambùbike2

Bernice ha così dato lavoro a 35 persone nella sua fabbrica, e spera di assumerne altre 50 a breve. Ha anche regalato molte biciclette ai bambini di Kumasi (la città dove vive e lavora) per permettere loro di arrivare meglio a scuola.

CLICCA QUI se vuoi conoscere di più della Ghana Bamboo Bikes Initiative

Perù: La compagnia petrolifera Pacific E&P si ritira dal territorio dei Matsés

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/popoli-indigeni/4220-per%C3%B9-la-compagnia-petrolifera-pacific-e-p-si-ritira-dal-territorio-dei-mats%C3%A9s.html

La compagnia petrolifera canadese Pacific E&P ha annunciato il ritiro daldal territorio di una tribù amazzonica in Perù. L’impresaE&P ha annullato il suo contratto per la ricerca di petrolio di fronte all’opposizione degli Indiani Matsés.

La prospezione petrolifera è devastante per i popoli indigeni. Per individuare la posizione dei giacimenti petroliferi, il procedimento prevede l’utilizzo di esplosioni sotterranee lungo centinaia di sentieri che attraversano la foresta. Le esplosioni spaventano gli animali e li e fanno fuggire, lasciando quindi poca selvaggina da cacciare, e l’intero processo è causa di enorme disagio.

“Il petrolio distruggerà il luogo in cui nascono i nostri fiumi. Cosa succederà ai pesci? Che cosa berranno gli animali?”, ha dichiarato una donna matsés a Survival.

Buona notizia? Solo a metà infatti la Pacific E&P sta ancora progettando di condurre ricerche nelle vicinanze, in un’area dove si sa che vivono dei Matsés ancora non contattati dall’uomo bianco.