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Povertà alimentare in Italia: i dati del Censis sono drammatici

Scritto da: Ernesto Ferrante
Fonte: http://www.opinione-pubblica.com/poverta-alimentare-italia-dati-del-censis-drammatici/

C’è chi paga 850 euro per ascoltare il discorso di Barack Obama a Seeds&Chips, la manifestazione in tema di innovazione e sostenibilità del cibo, e chi, oltre due milioni di famiglie, non può nemmeno mangiare in maniera dignitosa.

Più di cinque milioni di persone, in Italia, sono in condizioni di povertà alimentare, cioè possono spendere per l’acquisto di generi alimentari risorse inferiori rispetto a una soglia standard accettabile.

E il loro numero continua a crescere: l’aumento è stato del 57% negli ultimi 10 anni.

E’ quanto emerge da una ricerca del Censis su come mangiano gli italiani presentata in occasione dell’inaugurazione di “Tuttofood”, la rassegna specializzata di Fiera Milano in corso fino a giovedì.

La povertà alimentare, troppo spesso nascosta per vergogna, è un fenomeno sociale diffuso e crescente nel tempo anche nelle aree più benestanti del Paese.

In dieci anni, 800mila nuclei familiari non hanno avuto denaro a sufficienza per mangiare in alcuni periodi dell’anno (+57%, pari a 2,2 milioni di persone). E sono aumentate dell’87% le famiglie che non possono permettersi un pasto a base di carne o pesce almeno una volta ogni due giorni (1,4 milioni di nuclei familiari in più, pari oggi a 3 milioni).

I dati diffusi dal Censis, indicano poi che la povertà alimentare è piu diffusa al Nord-Est (il 9,2% delle famiglie) e al Sud (9%), tra le famiglie con oltre tre figli (6,5%) e con capofamiglia straniero (il 14,1% contro il 7,5% di quelle con capofamiglia italiano).

E colpisce di più le famiglie di chi è diventato maggiorenne nel nuovo millennio (il 14%) rispetto a quelle dei nati dal 1946 al 1964 (8,3%) e degli anziani (6%).

Degli italiani che non hanno il problema della spesa alimentare, più di un milione sono ingordi, mangiano troppo di tutto; 1,4 milioni sono vegetariani e vegani; 14,5 milioni sono pragmatici, cioè mangiano di tutto un po’. 7,3 milioni sono amanti dei prodotti tipici e dei cibi genuini; 6,4 milioni sono salutisti.

Ci sono poi 3,1 milioni di sperimentatori, dediti alle nuove pietanze e alle nuove diete, contro 2,4 milioni di abitudinari, che mangiano quasi sempre le stesse cose.

Non mancano gli eccessi e le cattive abitudini. Sono complessivamente 36 milioni gli italiani che buttano il cibo avanzato in tavola o rimasto inutilizzato oltre la data della scadenza (4,9 milioni lo fanno regolarmente).

Lo spreco alimentare è trasversale alla società, ma sprecano di più i millennial (80,2%), le persone laureate (78,3%) e i benestanti (72,7%).

 

Il governo brasiliano abbandona gli indigeni

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4286-il-governo-brasiliano-abbandona-gli-indigeni.html

Il governo brasiliano ha deciso di abbandonare le tribù incontattate in balia di taglialegna e allevatori, secondo quando denunciato da Survival International: le tutte le unità governative responsabili della protezione delle le tribù incontattate del Brasile dalle invasioni di taglialegna e allevatori rischiano infatti di essere smantellate.

Gli agenti del FUNAI, il Dipartimento agli Affari indigeni del paese, svolgono un ruolo essenziale nella protezione dei territori dei popoli incontattati, impedendovi l’accesso illegale di taglialegna, allevatori, minatori e altri invasori. Alcune squadre sul campo sono già state ritirate, e ulteriori riduzioni sono pianificate nel prossimo futuro. Secondo Survival, non appena la protezione sarà annullata, migliaia di invasori si precipiteranno all’interno di questi ricchi territori, che fanno gola a molti.

Si stima che in Brasile vi siano più di 100 tribù incontattate, ben oltre due terzi della popolazione mondiale di popoli non ancora entrato in contatto con la cultura occidentale. Molti di loro vivono all’interno di territori indigeni, per un totale di 54,3 milioni di ettari di foresta pluviale protetta, un’area grande quanto la Francia.

Questi territori sono monitorati da appena 19 squadre del FUNAI, dedicate alla loro protezione. È possibile che tutte le 19 le squadre siano eliminate dal budget statale brasiliano, nonostante i fondi necessari per mantenerle siano pari al salario medio e ai benefit annuali pagati a appena due membri del Congresso brasiliano.

Queste proposte sono le ultime di una lunga lista di azioni intraprese dal governo Temer, salito al potere nel 2016 dopo l’impeachment di Dilma Rousseff, che rischiano avere conseguenze catastrofiche per i popoli indigeni.

Paulo Marubo, un indigeno della valle di Javari nell’Amazzonia brasiliana ha dichiarato: “Se le squadre di protezione verranno eliminate, tornerà tutto come prima, quando molti Indiani venivano massacrati e morivano a causa delle malattie… Se i taglialegna arriveranno qui, vorranno contattare gli indigeni incontattati, diffonderanno malattie e li ammazzeranno.”

Gran parte degli indigeni del Brasile sono stati appunto uccisi dalle malattie portate dall’Europa, contro le quali non hanno gli anticorpi: un semplice raffreddore può uccidere un’intero popolo indigeno.

Secondo i ricercatori, lo stretto legame tra il governo e le potenti lobby dell’allevamento e dell’agribusiness – che considerano i territori indigeni come un ostacolo alla loro espansione – potrebbe aver giocato un ruolo in questa proposta.

 

Bambini cambogiani rinunciano alla merendina per aiutare i loro coetanei in Siria

Fonte: http://www.asianews.it/notizie-it/Bambini-cambogiani-rinunciano-alla-merendina-per-aiutare-i-loro-coetanei-in-Siria-40080.html

Una merendina costa 500-1000 riel (circa 10-20 centesimi di euro). In due settimane hanno raccolto 3 euro e 20 centesimi. Alcuni di loro si preparano alla Prima comunione, altri al battesimo. La proposta allargata a tutta la parrocchia per la Quaresima. P. Luca Bolelli, il parroco: “Questo gruppo di ragazzi sono davvero eccezionali”.

Phnom Penh (AsiaNews) – Il gruppo dei bambini e ragazzi della parrocchia di Kdol Leu, per aiutare i loro coetanei in Siria, segnati dalla guerra e dalla miseria, hanno rinunciato alle merendine per due settimane e, attraverso AsiaNews, hanno inviato ben 3,2 euro (questa è la somma raccolta!) ai bambini in Siria.

La cifra raccolta – così piccola – ha in realtà un grande significato: per molti di loro la merendina sostituisce il pasto del mezzogiorno. In pratica i ragazzi, per aiutare i bambini siriani, hanno saltato il pranzo per due settimane.

Una merenda costa 500-1000 riel (circa 10-20 centesimi di euro) e può consistere in riso condito con carne di maiale oppure in snack industriali dai gusti più diversi. Una volta tutti questi prodotti provenivano dalla Cina, ma ora vi è una forte produzione locale di qualità non troppo alta.

Il parroco, p. Luca Bolelli, Pime, spiega che “i patti erano che oltre alla rinuncia della merenda, ognuno doveva fare una preghiera per i bambini siriani”.

I bambini e ragazzi che hanno partecipato a questo sacrificio in preparazione alla Quaresima, hanno fra gli 11 e i 13 anni. Tutti partecipano al catechismo settimanale, alcuni per prepararsi alla Prima comunione, altri per prepararsi al battesimo.

“Sono un gruppo davvero eccezionale” spiega p. Bolelli. “La scorsa settimana, ero stato via tutta la settimana e avevamo dovuto saltare l’incontro di catechismo. Srey-Niang, una ragazza del gruppo, mi ha bloccato al mio rientro e mi ha subito detto: ‘Padre, questa settimana non abbiamo fatto catechismo!’. Ed io: ‘È vero. Se volete ci vediamo stasera. Vai a dirlo agli altri’. E lei:’Già fatto! Sapevamo che tornavi e ci siamo già dati appuntamento per stasera!’.  Vi assicuro che una cosa così, per quanto piccola, ti dà una bella carica di gioia!”.

L’esempio dei bambini è stato così travolgente che, per tutta la Quaresima, p. Bolelli ha proposto a tutti i parrocchiani adulti di digiunare per aiutare i bambini siriani.

La comunità di Kdol Leu si trova nella Cambogia centrale sul fiume Mekong, a circa 200 km dalla capitale Phnom Penh. I cattolici del Paese, decimati dalle persecuzioni al tempo dei Khmer Rossi, sono circa 25mila. Fra questi, almeno l’80% sono vietamiti emigrati.

“Separati in casa”: viaggio tra gli indipendentisti europei

Scritto da: Tullio Filippone
Fonte: http://www.cafebabel.it/societa/articolo/separati-in-casa-viaggio-tra-gli-indipendentisti-europei.html

“Separati in casa” è un tuffo nell’Europa che riscopre l’indipendentismo: dalla Catalogna che sogna il referendum, alla Scozia che ha mancato l’appuntamento con la secessione; dalle contraddizioni del Belgio alla storia violenta di Irlanda del Nord, Paesi Baschi e Corsica, sino alle “mille patrie italiane”. Ne abbiamo parlato con l’autore, il giornalista di Repubblica Lucio Luca.

Doveva essere un mese e mezzo sabbatico, invece si è trasformato in un viaggio tra i movimenti indipendentisti d’Europa. Il docufilm “Separati in casa” di Lucio Luca, giornalista di Repubblica, fa luce tra le contraddizioni di un continente che si allarga, malcelando però le rivendicazioni dei suoi regionalismi, i “separati in casa” soffocati da un’Europa dei mercati che ha smarrito per strada la sua missione iniziale: rappresentare un’unione di popoli e preservarne le specificità culturali. I movimenti e i loro protagonisti ci sono tutti: da quelli che per molti anni hanno scritto pagine di storia spesso violente, come l’Ira irlandese, l’Eta basca e il Front de Liberation Nationale corso, alle matasse più recenti come la questione scozzese, o quella catalana nella Spagna del modello costituzionale del “café para todos“, che alle 17 regioni autonome non basta più. Fino al paradosso belga, dove fiamminghi e valloni non si capiscono e alle “mille piccole patrie” italiane, dal Sud Tirolo alla Sicilia.

cafébabel: Com’è nata l’idea di questo viaggio? 

Lucio Luca: Ho preso un periodo sabbatico e ho presentato un progetto a Repubblica: un giro nell’Europa dei separatismi dialogando con giornalisti, storici e politici, ma anche con la gente comune. Era il novembre 2014, alla vigilia del referendum in Scozia prima e di quello previsto in Catalogna poi, annullato da Madrid. Mi sono reso conto che si poteva raccontare uno spaccato d’Europa in un momento in cui l’Unione si allargava a 28 stati membri e ancora molti bussavano, ma, paradossalmente, le spinte antieuropee mettevano tutto in crisi. Così sono partito. A giugno del 2015 sono stato in Catalogna, Aragona, Paesi Baschi e Galizia. Poi in Corsica, Belgio, Scozia, Irlanda e infine in Italia, da Bolzano a Montelepre.

cafébabel: Si potrebbe tracciare un filo conduttore tra i movimenti separatisti, una sorta di Internazionale degli indipendentisti?

Lucio Luca: Un’internazionale separatista in teoria c’è. L’Europa è nata con l’idea di mettere insieme le identità, i popoli e le genti d’Europa. Quando, nell’ultimo ventennio, l’Unione si è trasformata in un’Europa dei mercati e delle banche, mentre le identità culturali venivano annientate dagli interessi di alcuni stati nazionali come Germania, Gran BretagnaFrancia, sono esplosi i regionalismi perché i popoli si sono sentiti traditi. Parliamo di storie e ideologie diverse, ma con un sentimento che può unire separatisti fiamminghi di ultradestra con lo Sinn Fein irlandese che è di ultrasinistra. Tutto nasce dall’aspirazione di vivere in un’Europa che riconosca le loro ambizioni culturali ed economiche.

cafébabel: Si può dire che l’Europa abbia involontariamente guidato dal centro le spinte centrifughe dettate da un’emancipazione economica?

Lucio Luca: Assolutamente sì. Nel momento in cui le regioni hanno cominciato a contare sempre meno, perché tagliate fuori dai poteri decisionali e dal mercato, le spinte separatiste sono venute fuori. In realtà ci sono sempre state, ma negli ultimi 15-20 anni

sono riesplose per colpa di questa Europa. Guardiamo alla Catalogna: produce il 20% del Pil spagnolo, ma se non conta nulla a Bruxelles è evidente che qualcosa non va. È normale quindi che chieda a Madrid maggior autonomia, se non l’indipendenza.

cafébabel: Indipendenza continuando a restare in Europa?

Lucio Luca: Sì. Una delle caratteristiche comuni di molti di questi movimenti è la volontà di restare in Europa. Niente a che vedere con il populismo della Lega Nord, dell’UKIP in Gran Bretagna o del Front National in Francia. I separatisti vogliono l’Europa. Preservando però storia, tradizioni e ambizioni economiche ridotte dai propri stati nazionali.

cafébabel: Possiamo parlare oggi di Europa delle regioni e non delle nazioni?

Lucio Luca: Doveva essere un’Europa dei popoli e delle regioni ed invece è sempre più un’Europa delle nazioni e, soprattutto, dei poteri economici forti.  L’idea di Altiero Spinelli di creare una grande federazione fondata sulla diversità è stata stravolta. Se aggiungiamo le politiche della Merkel ed altri attori politici è chiaro che si respira un malcontento che potrebbe generare una reazione a catena: se si stacca qualcuno, altri potrebbero seguirne l’esempio. La Scozia non ci è riuscita, la Catalogna prima o poi ci proverà. Senza parlare della Brexit.

cafébabel: C’è da dire che tutti i movimenti che per anni hanno rivendicato la loro identità con violenza come l’Eta, l’Ira il Flnc hanno deposto le armi…

Lucio Luca: Credo che quello che è successo negli ultimi 30-40 anni in Irlanda del Nord, Corsica o Paesi Baschi non si ripeterà in quelle forme. I popoli hanno capito che quelle organizzazioni, nate con un intento talvolta nobile, sono degenerate negli anni trasformandosi in associazioni criminali che hanno fatto solo del male alle cause indipendentiste. Gli anni di piombo non torneranno più, ma le spinte ideologiche a separarsi da entità alle quali queste regioni sono state annesse in passato anche con la forza sono fenomeni appena cominciati e che si ripeteranno. Come in Belgio ad esempio, un paese finto, il paradosso dei paradossi dove è la capitale d’Europa. Lì i fiamminghi e i valloni non si parlano perché non si capiscono…

cafébabel: Oggi consideriamo l’autodeterminazione come un diritto di ogni popolo. Eppure, viene in mente l’esempio della Spagna, cosa succederebbe se tutti rivendicassero il diritto di decidere?

Lucio Luca: La Spagna è un esempio particolare. La giovane democrazia post-franchista è fondata su un patto costituzionale che riconosce 17 regioni autonome, alcune storiche, altre create ad hoc. La Costituzione vieta i referendum di secessione, ma se dovessero concederlo alla Catalogna, i Paesi Baschi chiederebbero lo stesso, così come la Galizia e tante altre regioni. Da una parte quindi il diritto all’autodeterminazione è sacrosanto e nessuno lo può negare, dall’altra è vero anche che la Costituzione lo vieta, quindi è un braccio di ferro destinato ad andare avanti. La Catalogna del resto è una sorta di Lombardia spagnola. Credo che Madrid prima o poi debba accontentare alcune rivendicazioni.

cafébabel: Qual è il bilancio di questo viaggio?

Sono partito con l’idea di cercare di capire. Trovarsi lì e parlare con la gente, con leader politici, ex capi dell’Eta e dell’Ira, con combattenti e rivoluzionari corsi, fa realizzare che questa Europa, fondata sul mercato e sul denaro, nel tempo è destinata al fallimento. Se essa non cambia infatti ci ritroveremo con un’Unione forse più ampia, dove però decidono in 2-3. Se invece si recupera l’idea iniziale, dove non conta solo il potere economico, ma anche le tradizioni e la diversità, io penso che le spinte indipendentiste non avranno più ragione di esistere.

Rifugiati: dal “vade retro” al grande business

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/rifugiati-dal-vade-retro-al-grande-business

Sono trascorsi quasi due anni da quando i primi arresti e la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare relative all’indagine “Mondo di mezzo” gettarono un’ombra più che oscura sul sistema di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati a Roma. Ora esce il rapporto “Il mondo di dentro”, realizzato dall’associazione nazionale Lunaria. Ed è un faro impietoso sulla realtà.

Rifugiati: dal

«Tra l’accettazione della “malaccoglienza” così com’è e la privatizzazione completa della sua gestione (che forse piacerebbe a qualcuno) c’è, deve esserci, una terza possibilità che è quella di una riforma profonda delle politiche attuali. Ma questa è possibile solo se si individuano e si rimuovono le cause che stanno alla base della cattiva accoglienza» spiegano da Lunaria, il cui rapporto fa un quadro del sistema dell’accoglienza dei rifugiati in Italia e in particolare a Roma.

«Alcune di queste, forse le più determinanti, non sono di competenza dei singoli amministratori locali o dei singoli Prefetti che gestiscono i servizi di accoglienza sul territorio – commentano i portavoce dell’associazione – Ci riferiamo in primo luogo alle scelte adottate dall’Unione Europea (frutto di un pessimo e per altro non ancora riuscito compromesso tra i Governi degli Stati membri) che da un lato continua a privilegiare le politiche del rifiuto (controllo dei mari e delle frontiere, rimpatri, cooperazione sporca con Paesi retti da dittature come il Sudan o la Somalia o in cui i diritti umani sono sistematicamente violati come la Turchia; espulsioni programmate verso Paesi, come l’Afganistan, che definire sicuri è un vero oltraggio); dall’altro non fa niente per fermare i conflitti, come quello siriano, nei Paesi di origine delle molte persone che arrivano, contribuendo ad alimentare i flussi di rifugiati. Vi sono però anche responsabilità squisitamente nazionali e locali, politiche e amministrative. Per quanto riguarda le prime, è quanto meno bizzarro che la crescita degli arrivi di migranti sulle nostre coste sia periodicamente evocata dal nostro Governo come un’“emergenza” per giustificare l’inadeguatezza del nostro sistema di accoglienza. Anche limitando al minimo l’orizzonte della nostra memoria, non è possibile fare a meno di ricordare ciò che successe già nel 2011, l’anno della cosiddetta “Emergenza Nord-Africa”: poco più di 62mila persone furono accolte solo grazie all’allestimento di un programma di accoglienza straordinario che, per altro, risultò altrettanto straordinariamente costoso. Oggi il numero di persone che giungono sulle nostre coste in cerca di protezione è molto più alto: sono già più di 145mila quelle arrivate quest’anno. E, a distanza di cinque anni, non siamo ancora preparati ad accoglierle bene. Tra le cause principali di questa cronica inadeguatezza vi è sicuramente la lentezza con la quale i principi assunti nel piano nazionale di accoglienza varato nel luglio 2014 da Governo, Regioni ed enti locali (coordinamento interistituzionale, distribuzione dell’accoglienza sul territorio) sono stati tradotti in concrete scelte politiche».

«Sono infatti molti i Comuni che si rifiutano di aderire alla rete Sprar, il cui ampliamento dovrebbe garantire il consolidamento di un sistema di accoglienza ordinario, coordinato e uniforme su tutto il teritorio nazionale. Ciò innesca un circolo vizioso che continua a riprodurre interventi in emergenza gestiti dal Ministero dell’Interno tramite i Prefetti, chiamati ad aprire nuove strutture temporanee in corrispondenza dei nuovi arrivi: a tutt’oggi, a livello nazio- nale, il 77% dei richiedenti protezione internazionale sono accolti nel sistema di accoglienza straordinaria costituito dai Cas, in capo alle Prefetture. La straordinarietà richiede procedure di emergenza, queste a loro volta favoriscono l’ingresso nella rete degli enti gestori di attori privi di esperienza, interessati più ai profitti che possono derivare dalla gestione dei servizi che alla loro qualità e ai diritti delle persone cui sono destinati. Lo spazio per la cattiva gestione e il cattivo trattamento delle persone si riproduce così all’infinito. In questo contesto va collocato il sistema di accoglienza romano, le cui disfunzioni hanno però concause specificamente radicate nelle scelte politiche e nelle prassi amministrative delle istituzioni cittadine, come purtroppo l’indagine su Mafia Capitale ha fatto emergere molto bene. Su queste si sofferma Il mondo di dentro. L’intreccio perverso tra politica, criminalità e affari che la Procura di Roma ha messo in luce con l’inchiesta “Mondo di mezzo” supera di gran lunga quanto in molti e da tempo hanno cercato di denunciare restando del tutto inascoltati. Del business che si è sviluppato attorno alla gestione dell’accoglienza dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati così come dei cosiddetti “campi nomadi”, non solo a Roma, noi insieme a molti altri abbiamo parlato in più occasioni. L’inchiesta racconta un sistema di potere e di controllo economico della Capitale (e non solo) occulto e inquietante per la sua trasversalità e pervasività. I giudici non a caso lo hanno definito un sistema reticolare, esplicitando molto bene che l’utilizzo improprio delle risorse pubbliche ha oltrepassato in questa città qualsiasi confine politico, mettendo in relazione tra loro rappresentanti politici, amministratori, manager ed esponenti della malavita con storie politiche molto diverse tra loro. Sarà la magistratura a decidere se le contestazioni sollevate nel corso delle indagini preliminari abbiano o no un fondamento. Il nostro compito è invece quello di non dimenticare e di andare oltre una lettura esclusiva- mente emotiva, effimera e scandalistica di quanto successo per evitare che, relegata nelle aule del Tribunale l’inchiesta tuttora in corso, tutto torni a funzionare esattamente come prima».
«Per queste ragioni – proseguono i portavoce di Lunaria – abbiamo ritenuto utile ricostruire come è stato disegnato il sistema di accoglienza romano negli ultimi tre anni, quali sono stati gli attori in campo, le procedure seguite per affidare i servizi, le carenze strutturali e le prassi amministrative che hanno aperto il varco all’utilizzo improprio, per usare un eufemismo, delle risorse pubbliche stanziate. Perché, se è vero che le evidenze emerse lasciano trasparire vizi e carenze sistemici, innanzitutto nel funzionamento dell’apparato politico-amministrativo del Comune di Roma, uno dei compiti delle organizzazioni della società civile è quello di verificare se e quali provvedimenti siano stati adottati per rimuoverli, tentando di delineare alcune possibili vie di uscita. Noi pensiamo che le istituzioni pubbliche nazionali e locali debbano mantenere un ruolo centrale di indirizzo, coordinamento e controllo delle politiche di accoglienza, ma, per migliorare davvero i servizi rivolti ai richiedenti asilo nella nostra città, occorre identificare innanzitutto puntualmente le loro criticità per poi tracciare alcune delle possibili soluzioni. Il mondo di dentro intende offrire un contributo in questa direzione analizzando i due princi- pali sistemi in cui si articola oggi il sistema pubblico di accoglienza della capitale: quello dei Centri di Accoglienza Straordinaria (Cas) in capo alla Prefettura e il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo (Sprar)».

Le bici di bambù – Bernice, l’imprenditrice ghanese che ha avuto un’idea meravigliosa

Scritto da: Enrico Carotenuto
Fonte: http://coscienzeinrete.net/economia/item/2809-le-bici-di-bambu-bernice-l-imprenditrice-ghanese-che-ha-avuto-un-idea-meravigliosa

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Bernice Dapaah è una giovane imprenditrice ghanese che ha creato una fabbrica di bici il cui telaio è fatto di bambù, un materiale molto economico, resistente, ma soprattutto rinnovabile.

Lo scopo originario di Bernice era di dare lavoro ai giovani della sua zona e di usare materiali locali facilmente reperibili. L’idea della bici di bambù viene da un tentativo precedentemente fatto negli anni ’80, ma non andato a buon fine.

Dopo vari tentativi è riuscita a sviluppare una tecnica di costruzione che rende il telaio molto resistente, ed ora non solo vende le sue bici in tutto il Ghana, ma anche negli USA, Europa ed Israele.

Le bici costano circa 120 dollari, ma hanno un impronta di co2 del 70% inferiore rispetto alle bici tradizionali con telaio metallico.

Inoltre la materia prima non manca, e viene rinnovata costantemente dalla stessa azienda, che pianta molti più bambù di quanti ne consuma.

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Bernice ha così dato lavoro a 35 persone nella sua fabbrica, e spera di assumerne altre 50 a breve. Ha anche regalato molte biciclette ai bambini di Kumasi (la città dove vive e lavora) per permettere loro di arrivare meglio a scuola.

CLICCA QUI se vuoi conoscere di più della Ghana Bamboo Bikes Initiative

Perù: La compagnia petrolifera Pacific E&P si ritira dal territorio dei Matsés

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/popoli-indigeni/4220-per%C3%B9-la-compagnia-petrolifera-pacific-e-p-si-ritira-dal-territorio-dei-mats%C3%A9s.html

La compagnia petrolifera canadese Pacific E&P ha annunciato il ritiro daldal territorio di una tribù amazzonica in Perù. L’impresaE&P ha annullato il suo contratto per la ricerca di petrolio di fronte all’opposizione degli Indiani Matsés.

La prospezione petrolifera è devastante per i popoli indigeni. Per individuare la posizione dei giacimenti petroliferi, il procedimento prevede l’utilizzo di esplosioni sotterranee lungo centinaia di sentieri che attraversano la foresta. Le esplosioni spaventano gli animali e li e fanno fuggire, lasciando quindi poca selvaggina da cacciare, e l’intero processo è causa di enorme disagio.

“Il petrolio distruggerà il luogo in cui nascono i nostri fiumi. Cosa succederà ai pesci? Che cosa berranno gli animali?”, ha dichiarato una donna matsés a Survival.

Buona notizia? Solo a metà infatti la Pacific E&P sta ancora progettando di condurre ricerche nelle vicinanze, in un’area dove si sa che vivono dei Matsés ancora non contattati dall’uomo bianco.

La Svezia ritira la candidatura alle olimpiadi 2022: motivo? Investono in case popolari!

Scritto da: Gerardo
Fonte: http://www.italianosveglia.com/la_svezia_ritira_la_candidatura_alle_olimpiadi_2022_motivo_investono_in_case_popolari-b-89215.html

La Svezia ritira la candidatura alle olimpiadi del 2022.Investiranno per i loro cittadini in difficoltà.Invece di costruire stadi costruiranno case popolari.E l’Italia invece? Siamo candidati per le olimpiadi del 2024, Sfrattiamo gli italiani,riempiamo le case popolari di Immigrati e non  facciamo alcun investimento per costruirne delle altre.Preferiamo ospitare le olimpiadi…

Stoccolma presentò nel 2013 la sua candidatura ai giochi olimpici invernali  che si terranno nel 2022 per la Svezia. Ma ora, a conti fatti, la ritira: meglio investire per la cittadinanza, in case popolari.

Non cessa di far discutere l’alto costo di eventi sportivi internazionali a carico delle città, dei paesi ospitanti. Ne sa qualcosa il Brasile, con gli 11 milioni di dollari spesi nel 2014 per la Coppa del mondo, e i presumibili 15 milioni che costeranno i Giochi olimpici di Rio de Janeiro nel 2016. Eventi in cui le città stesse sono chiamate a investire forti somme.

È il conto che il sindaco di Stoccolma ha fatto a tavolino, con il consiglio municipale. “Non posso chiedere all’Assemblea municipale di dare priorità alla realizzazione di un evento olimpico se abbiamo altre necessità in città, come la costruzione di più abitazioni” ha detto Sten Nordin, sindaco di Stoccolma.

Anche per la Svezia felix la Crisi economica si fa sentire, in particolare, la stessa capitale è al centro di una bolla immobiliare che ha fatto vertiginosamente salire i prezzi di immobili che non tutti ormai si possono permettere. E l’edilizia popolare sta diventando una risorsa da sfruttare quanto più urgentemente possibile. Il denaro che la municipalità di Stoccolma aveva destinato ai Giochi olimpici verrà investito proprio nella costruzione di abitazioni popolari di qualità per poter garantire un diritto fondamentale alla cittadinanza

Filippine: indigeni uccisi dagli allevatori

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/popoli-indigeni/4201-filippine-indigeni-uccisi-dagli-allevatori.html

Tre membri indigeni del gruppo etnico Higaonon sono stati brutalmente uccisi dalle guardie degli allevatori di bestiame che avevano occupato le loro terre. Il 12 luglio scorso, il personale di sicurezza di Ramcar Inc. hanno aperto il fuoco dopo ave circondato le tende in cui gli indigeni stavano prendendo il caffè. Le tende erano state piantate dagli indigeni nelle loro terre ancestrali occupate dalla Ramcar Inc. Remar Mayantao, membro del Consiglio dell’associazione del popolo indigeno Sitio Inalsahan, ha alzato le braccia in segno di resa, ma ha ricevuto un colpo all’addome, quindi è stato finito da una guardia privata che gli ha aperto la gola col coltello. Tra i feriti anche una ragazza quindicenne. Le guardie hanno poi distrutto tre delle tende degli indigeni prima di lasciare l’area.
Nel 2011, la comunità Higaonon di Brgy Lupiagan aveva presentato richiesta di riconoscimento delle terre ancestrali, su un territorio di  oltre 5.000 ettari di terreno. Ma oltre la metà delle terre era stata nel frattempo occupata da privati. La comunità ha quindi potuto presentare domanda di riconoscimento solo su 2500 ettari ancora liberi. Ma anche questi sono stati presi di mira da una compagnia di allevamento di bestiame, e gli indigeni hanno deciso di piantare le loro tende nell’area reclamata, ma sono stati cacciati via dalle guardi private.
La cosa settimana, la comunità indigena ha appreso che la  Commissione Nazionale sui popoli indigeni (NCIP) aveva autorizzato il loro rientro nelle tee ancestrali,  e quindi hanno piantato le tende all’interno dell’area contesa. La risposta della compagnia è stata il massacro.
La Coalizione Contro Land Grabbing richiede di inviare una email al al governo filippino

Brasile: Indios Guarani sotto attacco

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/popoli-indigeni/4127-brasile-attacco-agli-indios-guarani.html

Una comunità guarani sta subendo gravi attacchi nello stato del Mato Grosso do Sul, nel Brasile meridionale. Lo fa sapere Survival, secondo cui un gruppo di sicari al soldo degli allevatori locali è giunto in prossimità del villaggio con circa dieci furgoni, da cui sono partiti colpi di arma da fuoco. Gli sconosciuti avrebbero inoltre dato fuoco a diverse abitazioni. Secondo Survival, l’attacco sarebbe ancora in corso.

Una decina di giorni fa i Guarani avevano cercato di rioccupare una porzione del loro territorio ancestrale, e si pensa che questo attacco sia una ritorsione degli allevatori. Nonostante la costituzione brasiliana e la legge internazionale riconoscano il diritto dei popoli indigeni alla terra che hanno abitato per secoli, le comunità sono state derubate dei loro territori per fare spazio ad allevamenti e piantagioni. Spesso, nel tentativo di tenerli lontani dal territorio, gli allevatori assoldano dei sicari per attaccare i Guarani e uccidere i loro leader.

Proprio il 13 gennaio i Guarani hanno ricordato l’anniversario dell’assassinio del loro leader Marcos Veron, ucciso dagli allevatori a Takuara, la stessa comunità vittima dell’attacco in corso in questi giorni.

Le forze di sicurezza di frontiera (DOF) sono sul posto ma non sono ancora intervenute per impedire le violenze in quest’area, che i Guarani descrivono come una “zona di conflitto”. I Guarani accusano le forze DOF di sostenere gli allevatori. Ma il comportamento delle forze di sicurezza ha spinto il Capo della Commissione per i Diritti Umani del Congresso brasiliano a dire che la DOF “agisce come una forza di sicurezza privata… a fianco degli allevatori, per intimidire i leader [Guarani].” E ha aggiunto che “è assolutamente possibile risolvere il problema. Tutti ne dovrebbero parlare.”

“Chiediamo aiuto alle persone di tutto il mondo” ha detto il leader guarani Valdelice Veron. “Siamo qui nella nostra terra ancestrale e non ce ne andremo.”

Questa è solo l’ultimo episodio di una guerra intentata dagli allevatori contro i Guarani. L’imprenditoria agricola li sottopone a violenza genocida, a schiavitù e razzismo per rubare loro terre, risorse e forza lavoro.

Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, chiede la fine di queste violenze e il rispetto del diritto dei Guarani a vivere nella loro terra ancestrale. In questo modo gli indigeni potranno difendere le loro vite, proteggere le loro terre e determinare autonomamente il loro futuro.