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Bialowieza: fermate le motoseghe

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/deforestazione/4296-bialowieza-fermate-le-motoseghe.html

E’ una delle ultime foreste millenarie d’Europa, o almeno, una delle ultime rimaste intatte. La foresta di Bialowieza si estende s 300.000 ettari al confine tra la Polonia e la Bielorussia è una delle aree naturali  più importanti dell’Europa. Dal 1979 è anche patrimonio naturale mondiale dell’UNESCO. Un tempo era la riserva di caccia degli zar russi, ma  oggi è abitata sede da 900 bisonti, oltre che da lupi, linci e cervi. Con più di 250 specie di uccelli, 59 mammiferi e oltre 12.000 invertebrati, Bialowieza è uno dei centri europei della biodiversità, e attira turisti provenienti da tutto il mondo.
Malgrado questo immenso patrimonio, il ministero polacco dell’ambiente ha segretamente permesso di abbattere una quantità crescente di legname nella Bialowieza. Il pretesto ufficiale e combattere dei parassiti, ma nel frattempo, il denaro delle imprese del legname fluisce nelle casse del partito di governo.
Da metà maggio gli ambientalisti polacchi stanno organizzato proteste contro il taglio, alcuni di loro si sono incatenati ad alberi e macchine per il prelievo di legname. Ma il ministro dell’ambiente polacco Jan Szyszko non sente ragioni. Solo la pressione internazionale può spingere la Polonia a rinunciare. Il Bruno Manser Fond suggerisce di firmare una petizione per la protezione integrale della foresta primordiale di Bialowieza, la cui intera area dovrebbe essere dichiarata parco nazionale.

Si apre la conferenza Onu sugli oceani, Legambiente presidio italiano a New York

Scritto da: Giorgio Zampetti
Fonte:http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/si-apre-la-conferenza-onu-sugli-oceani-legambiente-presidio-italiano-new-york/

Ieri ha preso il via ufficialmente la conferenza Onu sugli oceani, in programma dal 5 al 9 giugno nel Palazzo di vetro a New York. Un bel banco di prova, dal momento che è la prima volta che si organizza una conferenza di alto livello interamente dedicata ad uno degli Sdg (Sustainable development goals) del programma delle Nazioni unite, coinvolgendo tutti i Paesi dell’Onu, le agenzie delle nazioni unite che operano nei diversi settori e tutti i soggetti che oggi si occupano del mare e degli oceani, della loro tutela e dello sviluppo futuro. E tra queste non poteva mancare di certo Legambiente, da tanti anni impegna su questi temi.

Al centro dell’appuntamento l’Sdg14 (Conserve and sustainably use the oceans, seas and marine resources for sustainable development). Oggi infatti gli oceani e i mari sono quelli che maggiormente subiscono gli effetti negativi dell’inquinamento e delle attività dell’uomo, con ripercussioni non solo ambientali ma anche in termini occupazionali e di sviluppo, e soprattutto dei cambiamenti climatici che stanno mettendo a serio rischio la stessa esistenza di diversi Paesi e popolazioni che dipendono strettamente dall’oceano e dal suo stato di salute. Non a caso la Conferenza è stata aperta da una bellissima cerimonia delle Isole Fiji, co-presidenti con la Svezia dell’appuntamento di questi giorni: si tratta di uno dei Paesi messi a maggior rischio dagli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento degli oceani. Più volte, negli anni scorsi, il Governo delle Isole Fiji è infatti intervenuto richiamando con forza un’azione decisiva, efficace e immediata per affrontare concretamente questi problemi, i cui effetti sono già oggi evidenti e la conferenza è anche una risposta a questi appelli.

Fin dalle prime battute della plenaria di apertura sono stati richiamati i temi chiave: intervenire con forza sui cambiamenti climatici, facendo seguito agli impegni di Parigi, senza tentennamenti o passi indietro (ogni riferimento è puramente casuale), liberare gli oceani e i mari dalla plastica – oggi praticamente ubiquitaria anche nelle aree più incontaminate del mare e degli oceani, con effetti devastanti su fauna, ecosistemi e produttività del mare – e soprattutto passare dalle parole all’azione, altrimenti si rischia che i processi diventino irreversibili e ogni sforzo comune risulti vano.

La voglia di mettersi in gioco e di non delegare una partita così importante ai soli governi è testimoniata dalle centinaia di realtà che rappresentano la società civile, associazioni, gruppi di azione internazionali e locali, enti di ricerca e università. Tra questi anche Legambiente partecipa attivamente ai lavori, con particolare attenzione ai temi del mar Mediterraneo e del marine litter, i rifiuti dispersi nel mare e lungo le coste.

Siamo convinti infatti che il tema dei rifiuti presenti nell’ambiente marino-costiero assumerà, se già non lo ha fatto, la stessa rilevanza e complessità che hanno i cambiamenti climatici: un problema globale, causato da diversi fattori concomitanti, i cui effetti sono destinati a crescere nei prossimi anni, e per la cui soluzione servono politiche a scala sovranazionale, globale. Solo a titolo esemplificativo, il World economic forum stima che il rapporto in peso tra plastica e pesci nei mari e negli oceani oggi è di 1:1 ed è destinato a diventare di 5:1 al 2050 senza interventi risolutivi e efficaci.

In particolare il mar Mediterraneo è uno dei principali hotspot di biodiversità al mondo ed è gravemente minacciato dal marine litter, che registra concentrazioni tra le più elevate a livello globale. La stesa Unep considera il Mediterraneo tra le sei zone di accumulo con la maggiore concentrazione di rifiuti a scala globale. Le devastanti conseguenze del marine litter impattano non solo sulla biodiversità ma anche sulla catena alimentare e sull’economia, dal settore del turismo alle attività produttive, in primis della pesca. Intervenire sul problema del marine litter del Mediterraneo significa quindi tutelare la biodiversità ma anche salute ed economia di grande e piccola scala.

Legambiente lo ha ribadito, presentando il suo impegno volontario, che l’Onu ha accolto formalmente nei lavori della conferenza stessa, ieri mattina nel corso di una conferenza stampa tenutasi nella media zone del Palazzo di Vetro: un bando ai sacchetti di plastica non compostabili in tutti i Paesi del Mediterraneo da qui al 2020. Ad oggi, su scala mediterranea, il bando delle buste non biodegradabili e compostabili è attivo infatti solo in Italia, Francia e Marocco. Ma soprattutto i numeri ci raccontano l’emergenza legata a questo tipo di rifiuto: oltre 100 miliardi di sacchetti di plastica sono immessi sul mercato europeo ogni anno e lungo le coste del mar Mediterraneo si trovano ancora oggi 25 milioni di sacchetti ogni 1000 km di costa, con danni ingenti all’ecosistema marino e la morte di numerosi animali marini, spesso soffocati dalle buste o dai loro frammenti.

 

Indigeni e ambientalisti a rischio per la protezione delle foreste malesi

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4288-indigeni-e-ambientalisti-a-rischio-per-la-protezione-delle-foreste-malesi.html

Nel profondo delle foreste pluviali del Borneo, le comunità indigene e gli ambientalisti cercano di impedire alle compagnie del legno di entrare nella foresta che appartiene al popolo degli Orang Asli. Gli attivisti hanno creato dei blocchi stradali per fermare i camion del legname. Negli ultimi anni l’area di Kelantan ha visto un’impennata del taglio delle foreste, volto alla creazione di nuove piantagioni di alberi.
Benché lo stesso tribunale malese abbia recentemente sentenziato che le foreste in questione appartengono alle comunità indigene Orang Asli, le compagnie del legno non sentono ragioni e inviano la polizia forestale a rimuovere le barricate e ad arrestare gli attivisti. Jules Ong, un cineasta indipendente, ha riferito a Mongabay di essere stato arrestato per aver filmato i forestali che smantellavano un blocco stradale. L’accusa ì di tre anni di galera per accesso non autorizzato alla foresta.
“Le compagnie del legno continuano ad affluire nella zona. Noi vogliamo fermarle. Questa terra è appartenuta a noi per centinaia di anni, dal tempo dei nostri antenati “, ha dichiarato a Mongabay Yussuman Bin Andor, un Temiar del villaggio di Kampong Pos Gob. “Dobbiamo riprendere i blocchi per proteggere le cascate, il fiume e le nostre piante medicinali”, ha aggiunto. “I pesci nel fiume sono tutti finiti, non abbiamo più i pesci. Quindi dobbiamo fermare il taglio come possiamo “. La qualità dell’acqua del fiume è deteriorata dall’erosione del suolo causata dalle operazioni di taglio, e questo minaccia anche le piante medicinali, essenziali alla popolazione.

Monte Everest: arrivano le spedizioni per ripulirlo dai rifiuti

Scritto da: Daniele Grattieri
Fonte: http://www.soloecologia.it/02052017/everest-spedizioni-ripulirlo-dai-rifiuti/10760

È la vetta più alta del pianeta: con i suoi 8848 metri, il Monte Everest fa volare l’immaginazione verso cime innevate, incontaminate, dove l’impronta ecologica umana è solo un vago ricordo. Eppure quest’area remota e impervia della Terra è sommersa dai rifiuti, al punto che il governo del Nepal ha deciso di correre ai ripari: con spedizioni di pulizia e nuove regole per gli scalatori.

Meno di due secoli fa sarebbe stato difficile immaginare questo strano destino per la vetta più alta del mondo, all’epoca quasi ignota in Occidente. Chiamata “madre dell’universo” dai tibetani e “Dio del cielo” dai nepalesi, fu ribattezzata “Everest” nel 1865. Il nome le fu dato dal governatore generale dell’India Andrew Scott Waugh, in onore del geografo gallese George Everest, il primo a stabilire che l’omonima montagna era la più alta del mondo. Siamo in pieno svolgimento del cosiddetto Grande Gioco, un periodo in cui le esplorazioni geografiche di quella parte dell’Asia erano militarmente strategiche per inglesi e russi. 150 anni dopo, le spedizioni su quella montagna hanno assunto un obiettivo completamente diverso: ripulire i sentieri più battuti dagli alpinisti.

 

 

 

 

 

Sono gli scalatori, infatti, i maggiori responsabili dell’accumulo di spazzatura sull’Everest. Il governo nepalese ha lanciato una operazione di pulizia a circa 6400 metri di altitudine, dove si trovano i principali campi base, circondati da vere e proprie discariche. Le prime spedizioni sono iniziate quest’anno nel mese di aprile e coinvolgono decine di scalatori, accompagnati dagli Sherpa locali. La raccolta avviene all’interno di grossi sacchi, capaci di contenere fino a 80kg di rifiuti. Una volta pieni, vengono caricati su elicotteri e poi trasportati a valle. L’operazione è stata programmata per essere economica ed ecologica: per il trasporto a valle vengono usati elicotteri che, dopo essere saliti in quota per scaricare corde e altri materiali per le scalate, sarebbero ritornati vuoti.

Il piano di raccolta rifiuti è stato accompagnato dall’imposizione di nuove regole per gli scalatori. A questi viene richiesta una cauzione di 4000 dollari, che viene loro restituita solo nel caso in cui tornino dalla loro spedizione con almeno 8kg di rifiuti. Questa norma, adottata già da qualche anno, diventerà ancora più stringente, in modo da responsabilizzare tutti coloro che si vogliono cimentare nella scalata del punto più alto del pianeta.

L’operazione di pulizia lanciata quest’anno dal governo nepalese non è la prima a riguardare l’Everest. Risale al 2008 la prima Eco Everest Expedition, ma forse l’iniziativa che ha avuto la maggiore risonanza mediatica è stata quella dei fratelli Damien e Willie Benegas, che nel 2010 hanno stabilito un record mondiale: in coppia, hanno raggiunto la vetta dell’Everest per la decima volta. Il record è stato l’occasione per far parlare del problema dei rifiuti e della loro iniziativa: con un gruppo di collaboratori sono riusciti a raccogliere 4500kg di immondizia, che così non ha più interferito con l’ecosistema della montagna.

Da allora si sono susseguite altre operazioni: il progetto EcoHimal, nuove edizioni della Eco Everest Expedition e anche una missione che ha visto in primo piano l’Italia. L’obiettivo di tutti questi progetti è cambiare radicalmente la situazione attuale, in cui l’Everest viene definito come la più alta discarica del mondo. Rifiuti di vetro, plastica, lattine, tende, bombole e altri oggetti infestano ancora le aree della montagna più battute dagli scalatori, ma le spedizioni di pulizia e le nuove regole dovrebbero ridurre drasticamente il fenomeno.

Per ribadire il suo impegno, il governo nepalese ha organizzato qualche tempo fa a Kathmandu una mostra con 75 opere d’arte ricavate dai rifiuti raccolti sulle pendici della montagna. L’arte, forse ancora più delle immagini fotografiche, è in grado di emozionare e comunicare l’importanza di ripulire l’Everest. E di farlo tornare al suo originale splendore, con le vette ricoperte da neve candida e immacolata.

Mario Tozzi: “Il supervulcano dei Campi Flegrei sta per svegliarsi, potrebbe essere una catastrofe. Lì si è costruito di tutto”

Scritto da: Ignazio Dessi
Fonte: http://notizie.tiscali.it/interviste/articoli/tozzi-intervista-campi-flegrei-supervulcano-si-sta-svegliando/

Se il mostro dei Campi Flegrei dovesse svegliarsi potrebbe seminare morti e distruzione, trattandosi del supervulcano più grande d’Europa, il secondo al mondo dopo quello del famoso Parco di Yellowstone, negli Stati Uniti. Ebbene gli esperti sono concordi nel ritenere che una eruzione potrebbe essere più vicina di quanto si creda e lanciano l’allarme, come ci conferma al telefono il noto geologo e primo ricercatore del Cnr Mario Tozzi.

Tozzi, il suo ultimo libro ha come titolo “Paure fuori luogo. Perché temiamo le catastrofi sbagliate” (Edizioni Einaudi), nel caso di cui parliamo è sbagliato tenere alta la guardia?
“Nel caso in questione non direi. Anzi, il problema è proprio che non si teme la catastrofe, visto che nei Campi Flegrei  ci hanno fatto di tutto, da un ippodromo a un ospedale e a una base militare. Tutto tranne quello che si sarebbe dovuto fare, ovvero un  parco naturale per la visita come, per esempio, hanno fatto a Yellowstone”.

I Campi Flegrei e nel riquadro Mario Tozzi

Perché la situazione è tanto pericolosa?
“Quello è il più grande supervulcano d’Europa nella cui zona ci sono almeno 600mila persone a rischio e l’eruzione è probabilmente molto più vicina di quanto si pensasse in passato, stando ai dati del CNR, il Centro Nazionale Ricerche, e di INGV, il Centro Nazionale Terremoti. Per questa ragione dovevamo starci più attenti prima. Va anche detto che quando si è pensato di scavare un pozzo per stabilire come stavano le cose i cittadini hanno temuto il pozzo e non il vulcano, e questo è un po’ paradossale”.

E perché si ritiene l’eruzione vicina, quali sono i sintomi di tale pericolo?
“Sono il cambiamento di temperatura, quantità e qualità delle emissioni gassose delle fumarole, il rigonfiamento del terreno e la portata del pozzo pilota. Ciò ci dice che il magma sta crescendo, spinge (almeno per una parte) e produce il rigonfiamento del suolo”.

Cosa dovrebbero fare le autorità per apprestare le contromisure necessarie a fronteggiare una eventualità del genere?
“La prima cosa è educare i cittadini, spiegare il rischio a tutti e fare esercitazione di evacuazione, perché bisogna sapere cosa fare in caso di pericolo. Del resto ci sarebbe probabilmente qualche giorno di tempo prima della manifestazione vulcanica più importante visto che parliamo del vulcano più monitorato del mondo”.

Temiamo sempre le catastrofi sbagliate” recita il suo libro, è per questo che si continua a costruire anche in un posto pericolosissimo come i Campi Flegrei? La speculazione insomma non ha mai limiti?
“E’ proprio così. Questo è il motivo per cui si continua a costruire anche dove non si dovrebbe e per cui ci si dimentica dei fenomeni vulcanici. La nostra memoria corta un po’ fa bene perché non si può sempre pensare alle catastrofi evitando magari qualsiasi attività, ma il monito dovrebbe rimanere. Invece in Italia non è così. Siamo ancora governati dal profitto e dalla dimenticanza, dalla scarsa attenzione e dalla scarsa memoria”.

Nelle foreste gelate con Tolstoi a Tchaikovsky

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/blog/69-news-en/climate/1141-nelle-foreste-gelate-con-tolstoi-a-tchaikovsky.html

Vi benedico foreste, scrive Tolstoi. Vi benedico foreste, canta Tchaikovsky. Sono le foreste russe.
“Tolstoj è una fonte inesauribile di testi per la musica – scrive Tchaikovsky – è uno dei poeti che mi sono più congeniali” e lo segue sul cammino dei pellegrini e dei vagabondi, fin nel cuore delle foreste.

E dalle lirica della natura del poema il poema Giovanni Damasceno, Tchaikovsky ha preso i testi del canto  canto “Vi benedico foreste” (Vi benedico, foreste op. 47 n. 5). La Russia stessa si è sempre definita come la terra tra le foreste settentrionali e la steppa meridionale. In Tchaikovsky la natura è la protagonista assoluta: i versi di Tolstoj, musicati da Petr Ciaikovski, squadernano foreste, campi, monti, acque.

Le foreste della Russia sono l’ultima grande foreste primaria d’Europa sostanzialmente intatta, che si estende fino alle pendici occidentali degli Urali. Per millenni ha assicurato la sopravvivenza a numerosi animali e  piante: orsi, scoiattoli volanti, aquile e gufi, ora gravemente minacciati.
E’ la foresta delle casette di legno e delle slitte con i campanelli, delle immense foreste di betulle e della neve per cinque mesi all’anno.

Qui vivono popolazioni indigene, i pastori di renne Saami, concentrati nella regione di Murmansk, mentre la regione di Arkhangelsk e la Repubblica Komi sono le basi delle culture tradizionali Komi e Nenets (o Samoyeds).
Ora queste foreste sono finite nel mirino dell’industria forestale finlandese, che ha avanzato un progetto di investimenti nell’industria cartaria russa. A suffragare questa ipotesi è lo stesso vicepresidente dell’Associazione finlandese dell’industria forestale Anders Portin, che descrivendone gli obiettivi, annuncia l’esportazione in Russia di macchinari industriali per il prelievo. Dall’altro lato della barricata, il Presidente Russo Putin starebbe lavorando per assicurare un ambiente economicamente favorevole agli investitori finlandesi. Un rapporto del WWF ricorda che proprio dalla Russia e attraverso la Finlandia entrano ogni anno in Europa 10,4 milioni di metri cubi di legname di origine sospetta o illegale. Circa la metà di questo legno entra nell’Unione Europea attraverso la Finlandia, dove viene impiegato per produrre cellulosa e carta, che a loro volta vengono esportate verso altri paesi europei.

Vi benedico, foreste, valli, campi, montagne, acque,
Benedico la libertà e cieli blu.

Benedico le mie cose ei miei umili stracci.
E la steppa, dall’inizio alla fine,
E la luce del sole e le tenebre della notte,

E il sentiero che percorro, povero come sonpo,
E nel prato ogni filo d’erba,
e ogni stella nel cielo!

Oh! se solo potessi comprendere tutta la vita,
E unire la mia anima con la vostra.
Oh! se solo potessi abbracciare tutti voi,
Nemici, amici, fratelli, e tutta la natura,
E avvolgere tutta la natura fra le mie braccia!

In Russia si trova un quinto delle foreste mondiali. Esse si estendono per  763 milioni di ettari. La riserva totale di legno è stimata sui 75 miliardi mi metri cubici di legno. La produzione si concentra nelle aree più facilmente raggiungibili e dove il legno è di migliore qualità. Secondo i dati ufficiali, il volume del legno estratto legalmente è di 732.000 metri cubici l’anno.
Pratiche di sfruttamento sostenibile non sono sviluppate: al contrario, l’attività di disboscamento distrugge interi ecosistemi, sgretolando l’ambiente di specie rare e popolazioni native.

Il governo brasiliano abbandona gli indigeni

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4286-il-governo-brasiliano-abbandona-gli-indigeni.html

Il governo brasiliano ha deciso di abbandonare le tribù incontattate in balia di taglialegna e allevatori, secondo quando denunciato da Survival International: le tutte le unità governative responsabili della protezione delle le tribù incontattate del Brasile dalle invasioni di taglialegna e allevatori rischiano infatti di essere smantellate.

Gli agenti del FUNAI, il Dipartimento agli Affari indigeni del paese, svolgono un ruolo essenziale nella protezione dei territori dei popoli incontattati, impedendovi l’accesso illegale di taglialegna, allevatori, minatori e altri invasori. Alcune squadre sul campo sono già state ritirate, e ulteriori riduzioni sono pianificate nel prossimo futuro. Secondo Survival, non appena la protezione sarà annullata, migliaia di invasori si precipiteranno all’interno di questi ricchi territori, che fanno gola a molti.

Si stima che in Brasile vi siano più di 100 tribù incontattate, ben oltre due terzi della popolazione mondiale di popoli non ancora entrato in contatto con la cultura occidentale. Molti di loro vivono all’interno di territori indigeni, per un totale di 54,3 milioni di ettari di foresta pluviale protetta, un’area grande quanto la Francia.

Questi territori sono monitorati da appena 19 squadre del FUNAI, dedicate alla loro protezione. È possibile che tutte le 19 le squadre siano eliminate dal budget statale brasiliano, nonostante i fondi necessari per mantenerle siano pari al salario medio e ai benefit annuali pagati a appena due membri del Congresso brasiliano.

Queste proposte sono le ultime di una lunga lista di azioni intraprese dal governo Temer, salito al potere nel 2016 dopo l’impeachment di Dilma Rousseff, che rischiano avere conseguenze catastrofiche per i popoli indigeni.

Paulo Marubo, un indigeno della valle di Javari nell’Amazzonia brasiliana ha dichiarato: “Se le squadre di protezione verranno eliminate, tornerà tutto come prima, quando molti Indiani venivano massacrati e morivano a causa delle malattie… Se i taglialegna arriveranno qui, vorranno contattare gli indigeni incontattati, diffonderanno malattie e li ammazzeranno.”

Gran parte degli indigeni del Brasile sono stati appunto uccisi dalle malattie portate dall’Europa, contro le quali non hanno gli anticorpi: un semplice raffreddore può uccidere un’intero popolo indigeno.

Secondo i ricercatori, lo stretto legame tra il governo e le potenti lobby dell’allevamento e dell’agribusiness – che considerano i territori indigeni come un ostacolo alla loro espansione – potrebbe aver giocato un ruolo in questa proposta.

 

In calo le emissioni italiane di CO2 legate all’energia, in Germania sono oltre il doppio

Fonte: http://www.greenreport.it/news/clima/calo-le-emissioni-italiane-co2-legate-allenergia-germania-oltre-doppio/

Eurostat: quelle nazionali rappresentano il 10,1% delle emissioni Ue, le tedesche arrivano al 22,9%. 

Le emissioni di CO2 legate al consumo e alla produzione di energia sono calate in Italia del 2,9% nel 2016 rispetto al 2015, una performance migliore rispetto a quella dell’Unione europea dove lo scarto è a livello di decimali: -0,4%. I dati forniti oggi da Eurostat rappresentano le stime ufficiali più recenti riguardo al quadro emissivo nazionale, anche se offrono un quadro parziale del contesto: anziché l’intero spettro dei gas serra si osserva la sola (benché rilevantissima) CO2, e soltanto nel caso in cui le emissioni siano legate agli usi energetici (escludendo ad esempio i processi industriali come gli impatti dell’agricoltura, la gestione del territorio o quella dei rifiuti).

In attesa che anche l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) torni ad aggiornare l’Inventario nazionale delle emissioni in atmosfera dei gas serra, dall’osservazione dei dati Eurostat traspare un’Italia altalenante: nel 2015 le emissioni totali di gas serra del nostro Paese – che dal 1990 al 2014 sono passate da 522 a 419 milioni di tonnellate di CO2eq – risultavano in crescita del 2% rispetto all’anno precedente (e in particolare quelle del settore energetico, +3%), e tutt’altro che rosee continuano ad essere le prospettive per le energie rinnovabili dopo alcuni anni di splendore. «L’Italia – osservava proprio l’Ispra poche settimane fa – ha mostrato negli ultimi anni uno sviluppo notevole delle fonti rinnovabili nel settore elettrico. Secondo i dati Terna le fonti rinnovabili hanno coperto il 43,1% della produzione lorda nazionale del 2014, mentre nel 2015 si è avuta una sensibile riduzione della quota rinnovabile scesa al 38,5% con un andamento negativo che si annuncia confermato anche per il 2016».

Nell’attesa di ulteriori chiarimenti da parte dell’Ispra non è possibile esaminare più a fondo i dati odierni, su cui influiscono una molteplicità di fattori: non solo l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili o gli incrementi nell’efficienza energetica, ma elementi che spaziano dalla crescita economica del Paese alla struttura demografica, all’import/export dei prodotti energetici. Come aggiunge Eurostat infatti, è necessario notare che «le importazioni e le esportazioni dei prodotti energetici hanno un impatto sulle emissioni di CO2 solo nel paese in cui vengono bruciati i combustibili fossili: per esempio, se il carbone è importato questo porta ad un aumento delle emissioni nel paese finale, mentre se è l’elettricità ad essere importata, non ha effetto diretto sulle emissioni del Paese».

Quel che è certo ad oggi è che il parco energetico italiano rappresenta la terza fonte di CO2 nel settore in Europa, con il 10,1% delle emissioni totali. Insieme a noi sul ben poco glorioso podio si aggiungono la Gran Bretagna – formalmente ancora presente all’interno dell’Ue – con l’11,7% delle emissioni, e a grande distanza la Germania: da sola, rappresenta il 22,9% delle emissioni Ue, oltre il doppio del peso italiano.

Il cielo di maggio: la luna sarà la protagonista insieme alle stelle cadenti

Scritto da: Roberta De Carolis
Fonte: http://www.nextme.it/scienza/universo/sistema-solare/9547-cielo-maggio-2017-luna-eta-aquaridi

cielo di maggio 2017
Nella primavera ormai inoltrata, il cielo si tinge di Luna. Facile romanticismo, ma supportato da numerosi eventi astronomici legati al nostro satellite, che, dopo aver dominato aprile, mese in cui è noto come Luna Rosa, entrerà in congiunzione con quasi tutti i pianeti visibili del Sistema Solare.

Maggio segnerà anche il ritorno di Saturno, Nettuno e Plutone, ma soprattutto sarà particolarmente favorevole per l’osservazione delle meteore eta Aquaridi. Le altre stelle cadenti tipiche del mese saranno invece oscurate ancora dalla Luna, che in questo mese è effettivamente la “prima donna del cielo”.

Prepariamoci dunque ad ammirare il cielo di maggio.

Pianeti

Trionfa Venere, che sarà sempre  in alto rispetto all’orizzonte, quindi più visibile, circa due ore prima dell’alba. Il pianeta attraverserà gran parte della costellazione dei Pesci, con una escursione di poche ore, l’11 maggio, nella Balena.

Non sarà da meno Giove, che a Sud sarà inconfondibile, essendo l’astro più luminoso per quasi tutta la notte, e finalmente potremo rivedere (con il telescopio) Saturno, che nei primi giorni del mese sorgerà prima della mezzanotte, e a fine mese già intorno alle 22:30 sarà visibile basso sull’orizzonte orientale.

Tanto lontani ma a maggio più visibili, Nettuno e Plutone non saranno più “oscuri” e, con adeguate strumentazioni, si mostreranno agli appassionati del cielo, rispettivamente all’apparire delle prime luci dell’alba e nella seconda parte della notte.

Congiunzioni

Sempre la Luna protagonista. Il nostro satellite infatti entrerà in congiunzione il 7 maggio con Giove nella costellazione della Vergine, dove si riconosce la stella Spica, in un suggestivo “quadretto a tre”. Anche Saturno, tornato visibile, avrà il piacere di incontrare la Luna, che lo bacerà nella tarda serata del 13 del mese, nella costellazione del Sagittario, molto vicino al limite con l’Ofiuco.

Il 22 mattina, prima dell’alba, osserveremo inoltre Venere in congiunzione con la falce di Luna calante, nella costellazione dei Pesci. Più difficile da osservare a causa della scarsa visibilità di Marte, ma non impossibile, la congiunzione del nostro satellite con il Pianeta Rosso, dopo il tramonto del 27 maggio, quando la Luna si troverà nella costellazione di Orione e Marte nel Toro.

Meteore

Praticamente tutte le meteore di maggio sono concentrate nella seconda parte delle notti dei primi 15 giorni del mese. In particolare, avendo avuto il novilunio alla fine di aprile, quest’anno sarà particolarmente favorevole l’osservazione delle eta Aquaridi, che si mostrano soprattutto nella prima settimana.

Il radiante, ovvero il punto da dove sembra che le meteore vengano originate, è posto nella zona più alta dell’Acquario, e sarà attivo per quasi un mese, con un aumento evidente della frequenza dal 3 al 10 maggio e un picco intorno al 5/6 maggio, dalle 2 in poi, proprio quando la Luna volgerà al tramonto.

Correnti minori ma non meno affascinanti saranno le alfa Scorpidi (picco 3 maggio) con le loro caratteristiche stelle cadenti brillanti e colorate, particolarmente favorevoli all’osservazione dopo la mezzanotte.

Meno fortunate a causa del disturbo lunare saranno le eta Ofiuchidi (picco 12 maggio) e le eta Liridi (max 9 maggio), generate dalla cometa 1983 H1 IRAS-Araki-Alcock, che in questi ultimi anni si sono mostrate abbastanza attive.

Mamme allattano sugli alberi per salvare la foresta

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/deforestazione/4282-mamme-allattano-sugli-alberi-per-salvare-la-foresta.html

Una modifica alla legge ambientale polacca mette a rischio una delle ultime vaste foreste naturali d’Europa. La  “legge di Szyszko”, dal nome del ministro dell’ambiente polacco, permette ai privati di fare piazza pulita dei boschi di loro proprietà, anche in presenza di alberi centenari. La legge, entrata in vigore il primo gennaio scorso, ha già iniziato a causare una devastazione senza precedenti delle foreste polacche, anche se difficile da quantificare, dato che non è più obbligo fioriere alle autorità dei tagli.

“Prima della nuova legge, avremmo ricevuto tra i cinque ei 10 richieste al giorno,” ha riferito il titolare di una ditta di taglio al Guardian. “Ma in gennaio e febbraio le richieste di intervento sono salute a  200 al giorno.”

“Permettono che ogni albero nelle proprietà private possa essere abbattuto, anche se è vecchio 200 anni” ha detto al Guardian Joanna Mazgajska, dell’Accademia Polacca delle Scienzen. “Molti privati cittadini considerano gli alberi come un fastidio. Non riferiscono nulla e abbattono – è barbarie pura.”

A Cracovia, un gruppo di donne si sono unite e hanno iniziato ad allattare i loro neonati, per protesta, sui ceppi degli alberi abbattuti. Ovvio il richiamo al futuro che se ne va…. Il loro nome sono mamme polacche sui ceppi. “Ogni giorno, vado in giro per Cracovia con mio marito e mio figlio e trovo nuovi alberi tagliati”. spiega al Guardian Cecylia Malik, che ha fondato la campagna, che allora si è diffuso in tutto il paese. “Dall’approvazione della nuova legge, ogni giorno, un posto diverso, oramai da 50 giorni.”

Il sindaco della città di  Kielce ha perfino vietato la piantumazione di nuovi alberi perché da considerarsi “una protesta contro il governo”.

Il ministro dell’ambiente Szyszko, ha anche deciso di autorizzare il taglio di consistenti parti dell’antica foresta di Bialowieza, ultimo residuo boschivo primordiale dell’Europa. Per giustificare la decisione ha citato la Genesi, che esorterebbe gli umani a soggiogare la Terra.Il suo terzo progetto è smantellare  di monitoraggio e la protezione dell’ambiente della Polonia, come risulta da una lettera al consiglio die ministri.