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Brasile: gli indigeni Munduruku occupano il cantiere di una diga

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4316-brazil%E2%80%99s-indigenous-munduruku-occupy-dam-site-2.html

“La nostra lingua è una, il nostro fiume è uno e il popolo Munduruku è uno”, dicono gli indigeni della regione. Per questo il popolo dei Munduruku ha deciso montare sulle proprie canoe e spingersi a occupare il cantiere della diga idroelettrica di São Manoel, sul fiume Teles Pires. Circa 200 indiani, provenienti da circa 138 villaggi indigeni distribuiti lungo il bacino dei fiumi Tapajós e Teles Pires, hanno partecipato all’occupazione.
Il consorzio edilizio, São Manoel Energia, si è immediatamente rivolto l tribunale, ma il procuratore locale ha richiesto un ritardo della decisione per esplorare una soluzione pacifica.

La decisione di occupare il sito è stata presa in maggio, e i Munduruku hanno distribuito un documento in cui dicono “i nostri luoghi sacri di Karabixexe [le rapide di Sete Quedas, distrutte con la dinamite durante la costruzione delle dighe di Teles Pires e Sao Manoel] e Deku ka’a furono violati e distrutti. Secondo i nostri sciamani, i nostri antenati piangono. I nostri fiumi Teles Pires e Tapajós stanno morendo. I nostri diritti, garantiti dalla Costituzione federale e ottenuti versando molto sangue indigeno, vengono ora nuovamente violati “.

Il Munduruku hanno presentato una serie di richieste: la restituzione delle “urne rubate” – urne sacre che sono state rimosse durante la costruzione della diga di São Manoel – affinché vengano portate in un lugo in cui l’uomo bianco non abbia accesso. Una richiesta che stablirebe un precedente giuridico sul diritto degli indiani alla restituzione delle urne- che secondo la legge brasiliana, sono beni archeologici appartenenti allo Stato, e devono essere destinati ai musei.
Gli indigeni chiedono inoltre un fondo di compensazione, per la creazione di un’università indigena e per la protezione dei restanti siti sacri.

Mentre São Manoel Energia svolge i lavori di costruzione, l’impianto è di proprietà di un consorzio costituito da Eneras do Brasil, posseduto da Fornas, Brasile, e dalla China Three Gorges Corporation, uno dei primi interventi della Cina nei megaprogetti amazzonici.

La dogana di Hong Kong sequestra il più grande carico di avorio della storia

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/biodiversity/4308-la-dogana-di-hong-kong-sequestra-il-pi%C3%B9-grande-carico-di-avorio-della-storia.html

Il tanto atteso divieto cinese all’importazione di avorio è realtà. Il 4 luglio, i doganieri di Hong Kong hanno sequestrato circa 7,2 tonnellate di zanne di avorio in quello che stimano di essere il più grande sequestro di zanne d’avorio negli ultimi 30 anni. L’avorio è stimato ha un valore di circa 9,2 milioni di dollari.
“Questo sequestro è tragico poiché rappresenta la morti violenta e crudele di centinaia di elefanti, tutto per ottenere le loro zanne d’avorio”, ha commentato Grace Ge Gabriel, del il Fondo Internazionale per il Benessere degli Animali (IFAW)

Gli ispettori doganali hanno scoperto le zanne all’interno di un carico malese dichiarato come “pesce congelato”. Dopo un’inchiesta iniziale, le autorità hanno arrestato il proprietario e due dipendenti di una ditta impresa commerciale di Tuen Mun, Hong Kong.

Secondo le linee guida della CITES, le crisi di avorio su vasta scala, con un traffico di almeno 500 chilogrammi (0,5 tonnellate), puntano alla partecipazione della criminalità organizzata. E questa grande sequestro che va dalla Malesia a Hong Kong mette in evidenza il ruolo dei due paesi come mozziconi di contrabbando di avorio, aggiunse TRAFFIC. La posizione geografica di Hong Kong assieme alle pene relativamente lievi per il traffico di fauna selvatica spiegano il traffico di avorio nel porto cinese.

Nel dicembre dello scorso anno, il governo di Hong Kong ha annunciato un piano a tre fasi per eliminare il commercio domestico d’avorio entro la fine del 2021.

Con quali piante si può creare un microclima perfetto in casa

Scritto da: Nicoletta
Fonte:http://www.soloecologia.it/14062017/quali-piante-si-puo-creare-un-microclima-perfetto-casa/10844

Molti di noi non hanno idea di quanto sia salutare ospitare nelle nostre case delle piante in vaso. Oltre a creare un ambiente gradevole alla vista, i vegetali vivi stabilizzano il tenore di umidità dell’aria e la riforniscono di ossigeno, apportando grandi benefici per tutti, in special modo per i bambini più piccoli e per chi soffre di allergie.

Tra le piante che assorbono l’umidità in eccesso ci sono le seguenti:
* Lo spathiphyllum caratterizzata da lunghe foglie lanceolate alcune delle quali bianche. Il posto ideale in cui tenerla è un bagno a una temperatura intorno ai 18 °C.
* Il mirto, l’arbusto tipico della macchia mediterranea. Oltre a ristabilire il microclima, emette dei fitoncidi (oli essenziali in forma volatile) che uccidono i batteri presenti nell’aria.
* L’alloro o lauro. Essendo una pianta di origine subtropicale, prospera nell’aria umida, in penombra e con annaffiature non troppo fredde. Oltre ad assorbire l’umidità dell’aria può anche ovviamente essere usato per cucinare.
* Il limone, particolarmente gradevole per il profumo che emette durante la fioritura, in ogni stagione emette dalle fogli una gran quantità di sostanze che sterilizzano lo spazio circostante. Deve essere tenuto il più possibile in pieno sole, irrigato regolarmente ma coltivato su substrato secco.

Se invece desiderate umidificare l’aria, allora optate per:
* La sanseviera  che non soltanto rende più umida l’aria, ma produce grande quantità di ossigeno (in rapporto al suo volume) e neutralizza le molecole nocive emesse dai materiali sintetici. Inoltre è molto facile da curare, poiché può essere sistemata in qualsiasi angolo e non richiede irrigazione abbondante.
* Il ficus: è forse la pianta da appartamento più diffusa e a giusta ragione, poiché umidifica l’aria, neutralizza tossine e virus e con le sue larghe foglie trattiene anche molta polvere. Deve essere sistemato in locali spaziosi, possibilmente in penombra.

Bialowieza: fermate le motoseghe

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/deforestazione/4296-bialowieza-fermate-le-motoseghe.html

E’ una delle ultime foreste millenarie d’Europa, o almeno, una delle ultime rimaste intatte. La foresta di Bialowieza si estende s 300.000 ettari al confine tra la Polonia e la Bielorussia è una delle aree naturali  più importanti dell’Europa. Dal 1979 è anche patrimonio naturale mondiale dell’UNESCO. Un tempo era la riserva di caccia degli zar russi, ma  oggi è abitata sede da 900 bisonti, oltre che da lupi, linci e cervi. Con più di 250 specie di uccelli, 59 mammiferi e oltre 12.000 invertebrati, Bialowieza è uno dei centri europei della biodiversità, e attira turisti provenienti da tutto il mondo.
Malgrado questo immenso patrimonio, il ministero polacco dell’ambiente ha segretamente permesso di abbattere una quantità crescente di legname nella Bialowieza. Il pretesto ufficiale e combattere dei parassiti, ma nel frattempo, il denaro delle imprese del legname fluisce nelle casse del partito di governo.
Da metà maggio gli ambientalisti polacchi stanno organizzato proteste contro il taglio, alcuni di loro si sono incatenati ad alberi e macchine per il prelievo di legname. Ma il ministro dell’ambiente polacco Jan Szyszko non sente ragioni. Solo la pressione internazionale può spingere la Polonia a rinunciare. Il Bruno Manser Fond suggerisce di firmare una petizione per la protezione integrale della foresta primordiale di Bialowieza, la cui intera area dovrebbe essere dichiarata parco nazionale.

Si apre la conferenza Onu sugli oceani, Legambiente presidio italiano a New York

Scritto da: Giorgio Zampetti
Fonte:http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/si-apre-la-conferenza-onu-sugli-oceani-legambiente-presidio-italiano-new-york/

Ieri ha preso il via ufficialmente la conferenza Onu sugli oceani, in programma dal 5 al 9 giugno nel Palazzo di vetro a New York. Un bel banco di prova, dal momento che è la prima volta che si organizza una conferenza di alto livello interamente dedicata ad uno degli Sdg (Sustainable development goals) del programma delle Nazioni unite, coinvolgendo tutti i Paesi dell’Onu, le agenzie delle nazioni unite che operano nei diversi settori e tutti i soggetti che oggi si occupano del mare e degli oceani, della loro tutela e dello sviluppo futuro. E tra queste non poteva mancare di certo Legambiente, da tanti anni impegna su questi temi.

Al centro dell’appuntamento l’Sdg14 (Conserve and sustainably use the oceans, seas and marine resources for sustainable development). Oggi infatti gli oceani e i mari sono quelli che maggiormente subiscono gli effetti negativi dell’inquinamento e delle attività dell’uomo, con ripercussioni non solo ambientali ma anche in termini occupazionali e di sviluppo, e soprattutto dei cambiamenti climatici che stanno mettendo a serio rischio la stessa esistenza di diversi Paesi e popolazioni che dipendono strettamente dall’oceano e dal suo stato di salute. Non a caso la Conferenza è stata aperta da una bellissima cerimonia delle Isole Fiji, co-presidenti con la Svezia dell’appuntamento di questi giorni: si tratta di uno dei Paesi messi a maggior rischio dagli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento degli oceani. Più volte, negli anni scorsi, il Governo delle Isole Fiji è infatti intervenuto richiamando con forza un’azione decisiva, efficace e immediata per affrontare concretamente questi problemi, i cui effetti sono già oggi evidenti e la conferenza è anche una risposta a questi appelli.

Fin dalle prime battute della plenaria di apertura sono stati richiamati i temi chiave: intervenire con forza sui cambiamenti climatici, facendo seguito agli impegni di Parigi, senza tentennamenti o passi indietro (ogni riferimento è puramente casuale), liberare gli oceani e i mari dalla plastica – oggi praticamente ubiquitaria anche nelle aree più incontaminate del mare e degli oceani, con effetti devastanti su fauna, ecosistemi e produttività del mare – e soprattutto passare dalle parole all’azione, altrimenti si rischia che i processi diventino irreversibili e ogni sforzo comune risulti vano.

La voglia di mettersi in gioco e di non delegare una partita così importante ai soli governi è testimoniata dalle centinaia di realtà che rappresentano la società civile, associazioni, gruppi di azione internazionali e locali, enti di ricerca e università. Tra questi anche Legambiente partecipa attivamente ai lavori, con particolare attenzione ai temi del mar Mediterraneo e del marine litter, i rifiuti dispersi nel mare e lungo le coste.

Siamo convinti infatti che il tema dei rifiuti presenti nell’ambiente marino-costiero assumerà, se già non lo ha fatto, la stessa rilevanza e complessità che hanno i cambiamenti climatici: un problema globale, causato da diversi fattori concomitanti, i cui effetti sono destinati a crescere nei prossimi anni, e per la cui soluzione servono politiche a scala sovranazionale, globale. Solo a titolo esemplificativo, il World economic forum stima che il rapporto in peso tra plastica e pesci nei mari e negli oceani oggi è di 1:1 ed è destinato a diventare di 5:1 al 2050 senza interventi risolutivi e efficaci.

In particolare il mar Mediterraneo è uno dei principali hotspot di biodiversità al mondo ed è gravemente minacciato dal marine litter, che registra concentrazioni tra le più elevate a livello globale. La stesa Unep considera il Mediterraneo tra le sei zone di accumulo con la maggiore concentrazione di rifiuti a scala globale. Le devastanti conseguenze del marine litter impattano non solo sulla biodiversità ma anche sulla catena alimentare e sull’economia, dal settore del turismo alle attività produttive, in primis della pesca. Intervenire sul problema del marine litter del Mediterraneo significa quindi tutelare la biodiversità ma anche salute ed economia di grande e piccola scala.

Legambiente lo ha ribadito, presentando il suo impegno volontario, che l’Onu ha accolto formalmente nei lavori della conferenza stessa, ieri mattina nel corso di una conferenza stampa tenutasi nella media zone del Palazzo di Vetro: un bando ai sacchetti di plastica non compostabili in tutti i Paesi del Mediterraneo da qui al 2020. Ad oggi, su scala mediterranea, il bando delle buste non biodegradabili e compostabili è attivo infatti solo in Italia, Francia e Marocco. Ma soprattutto i numeri ci raccontano l’emergenza legata a questo tipo di rifiuto: oltre 100 miliardi di sacchetti di plastica sono immessi sul mercato europeo ogni anno e lungo le coste del mar Mediterraneo si trovano ancora oggi 25 milioni di sacchetti ogni 1000 km di costa, con danni ingenti all’ecosistema marino e la morte di numerosi animali marini, spesso soffocati dalle buste o dai loro frammenti.

 

Indigeni e ambientalisti a rischio per la protezione delle foreste malesi

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4288-indigeni-e-ambientalisti-a-rischio-per-la-protezione-delle-foreste-malesi.html

Nel profondo delle foreste pluviali del Borneo, le comunità indigene e gli ambientalisti cercano di impedire alle compagnie del legno di entrare nella foresta che appartiene al popolo degli Orang Asli. Gli attivisti hanno creato dei blocchi stradali per fermare i camion del legname. Negli ultimi anni l’area di Kelantan ha visto un’impennata del taglio delle foreste, volto alla creazione di nuove piantagioni di alberi.
Benché lo stesso tribunale malese abbia recentemente sentenziato che le foreste in questione appartengono alle comunità indigene Orang Asli, le compagnie del legno non sentono ragioni e inviano la polizia forestale a rimuovere le barricate e ad arrestare gli attivisti. Jules Ong, un cineasta indipendente, ha riferito a Mongabay di essere stato arrestato per aver filmato i forestali che smantellavano un blocco stradale. L’accusa ì di tre anni di galera per accesso non autorizzato alla foresta.
“Le compagnie del legno continuano ad affluire nella zona. Noi vogliamo fermarle. Questa terra è appartenuta a noi per centinaia di anni, dal tempo dei nostri antenati “, ha dichiarato a Mongabay Yussuman Bin Andor, un Temiar del villaggio di Kampong Pos Gob. “Dobbiamo riprendere i blocchi per proteggere le cascate, il fiume e le nostre piante medicinali”, ha aggiunto. “I pesci nel fiume sono tutti finiti, non abbiamo più i pesci. Quindi dobbiamo fermare il taglio come possiamo “. La qualità dell’acqua del fiume è deteriorata dall’erosione del suolo causata dalle operazioni di taglio, e questo minaccia anche le piante medicinali, essenziali alla popolazione.

Monte Everest: arrivano le spedizioni per ripulirlo dai rifiuti

Scritto da: Daniele Grattieri
Fonte: http://www.soloecologia.it/02052017/everest-spedizioni-ripulirlo-dai-rifiuti/10760

È la vetta più alta del pianeta: con i suoi 8848 metri, il Monte Everest fa volare l’immaginazione verso cime innevate, incontaminate, dove l’impronta ecologica umana è solo un vago ricordo. Eppure quest’area remota e impervia della Terra è sommersa dai rifiuti, al punto che il governo del Nepal ha deciso di correre ai ripari: con spedizioni di pulizia e nuove regole per gli scalatori.

Meno di due secoli fa sarebbe stato difficile immaginare questo strano destino per la vetta più alta del mondo, all’epoca quasi ignota in Occidente. Chiamata “madre dell’universo” dai tibetani e “Dio del cielo” dai nepalesi, fu ribattezzata “Everest” nel 1865. Il nome le fu dato dal governatore generale dell’India Andrew Scott Waugh, in onore del geografo gallese George Everest, il primo a stabilire che l’omonima montagna era la più alta del mondo. Siamo in pieno svolgimento del cosiddetto Grande Gioco, un periodo in cui le esplorazioni geografiche di quella parte dell’Asia erano militarmente strategiche per inglesi e russi. 150 anni dopo, le spedizioni su quella montagna hanno assunto un obiettivo completamente diverso: ripulire i sentieri più battuti dagli alpinisti.

 

 

 

 

 

Sono gli scalatori, infatti, i maggiori responsabili dell’accumulo di spazzatura sull’Everest. Il governo nepalese ha lanciato una operazione di pulizia a circa 6400 metri di altitudine, dove si trovano i principali campi base, circondati da vere e proprie discariche. Le prime spedizioni sono iniziate quest’anno nel mese di aprile e coinvolgono decine di scalatori, accompagnati dagli Sherpa locali. La raccolta avviene all’interno di grossi sacchi, capaci di contenere fino a 80kg di rifiuti. Una volta pieni, vengono caricati su elicotteri e poi trasportati a valle. L’operazione è stata programmata per essere economica ed ecologica: per il trasporto a valle vengono usati elicotteri che, dopo essere saliti in quota per scaricare corde e altri materiali per le scalate, sarebbero ritornati vuoti.

Il piano di raccolta rifiuti è stato accompagnato dall’imposizione di nuove regole per gli scalatori. A questi viene richiesta una cauzione di 4000 dollari, che viene loro restituita solo nel caso in cui tornino dalla loro spedizione con almeno 8kg di rifiuti. Questa norma, adottata già da qualche anno, diventerà ancora più stringente, in modo da responsabilizzare tutti coloro che si vogliono cimentare nella scalata del punto più alto del pianeta.

L’operazione di pulizia lanciata quest’anno dal governo nepalese non è la prima a riguardare l’Everest. Risale al 2008 la prima Eco Everest Expedition, ma forse l’iniziativa che ha avuto la maggiore risonanza mediatica è stata quella dei fratelli Damien e Willie Benegas, che nel 2010 hanno stabilito un record mondiale: in coppia, hanno raggiunto la vetta dell’Everest per la decima volta. Il record è stato l’occasione per far parlare del problema dei rifiuti e della loro iniziativa: con un gruppo di collaboratori sono riusciti a raccogliere 4500kg di immondizia, che così non ha più interferito con l’ecosistema della montagna.

Da allora si sono susseguite altre operazioni: il progetto EcoHimal, nuove edizioni della Eco Everest Expedition e anche una missione che ha visto in primo piano l’Italia. L’obiettivo di tutti questi progetti è cambiare radicalmente la situazione attuale, in cui l’Everest viene definito come la più alta discarica del mondo. Rifiuti di vetro, plastica, lattine, tende, bombole e altri oggetti infestano ancora le aree della montagna più battute dagli scalatori, ma le spedizioni di pulizia e le nuove regole dovrebbero ridurre drasticamente il fenomeno.

Per ribadire il suo impegno, il governo nepalese ha organizzato qualche tempo fa a Kathmandu una mostra con 75 opere d’arte ricavate dai rifiuti raccolti sulle pendici della montagna. L’arte, forse ancora più delle immagini fotografiche, è in grado di emozionare e comunicare l’importanza di ripulire l’Everest. E di farlo tornare al suo originale splendore, con le vette ricoperte da neve candida e immacolata.

Mario Tozzi: “Il supervulcano dei Campi Flegrei sta per svegliarsi, potrebbe essere una catastrofe. Lì si è costruito di tutto”

Scritto da: Ignazio Dessi
Fonte: http://notizie.tiscali.it/interviste/articoli/tozzi-intervista-campi-flegrei-supervulcano-si-sta-svegliando/

Se il mostro dei Campi Flegrei dovesse svegliarsi potrebbe seminare morti e distruzione, trattandosi del supervulcano più grande d’Europa, il secondo al mondo dopo quello del famoso Parco di Yellowstone, negli Stati Uniti. Ebbene gli esperti sono concordi nel ritenere che una eruzione potrebbe essere più vicina di quanto si creda e lanciano l’allarme, come ci conferma al telefono il noto geologo e primo ricercatore del Cnr Mario Tozzi.

Tozzi, il suo ultimo libro ha come titolo “Paure fuori luogo. Perché temiamo le catastrofi sbagliate” (Edizioni Einaudi), nel caso di cui parliamo è sbagliato tenere alta la guardia?
“Nel caso in questione non direi. Anzi, il problema è proprio che non si teme la catastrofe, visto che nei Campi Flegrei  ci hanno fatto di tutto, da un ippodromo a un ospedale e a una base militare. Tutto tranne quello che si sarebbe dovuto fare, ovvero un  parco naturale per la visita come, per esempio, hanno fatto a Yellowstone”.

I Campi Flegrei e nel riquadro Mario Tozzi

Perché la situazione è tanto pericolosa?
“Quello è il più grande supervulcano d’Europa nella cui zona ci sono almeno 600mila persone a rischio e l’eruzione è probabilmente molto più vicina di quanto si pensasse in passato, stando ai dati del CNR, il Centro Nazionale Ricerche, e di INGV, il Centro Nazionale Terremoti. Per questa ragione dovevamo starci più attenti prima. Va anche detto che quando si è pensato di scavare un pozzo per stabilire come stavano le cose i cittadini hanno temuto il pozzo e non il vulcano, e questo è un po’ paradossale”.

E perché si ritiene l’eruzione vicina, quali sono i sintomi di tale pericolo?
“Sono il cambiamento di temperatura, quantità e qualità delle emissioni gassose delle fumarole, il rigonfiamento del terreno e la portata del pozzo pilota. Ciò ci dice che il magma sta crescendo, spinge (almeno per una parte) e produce il rigonfiamento del suolo”.

Cosa dovrebbero fare le autorità per apprestare le contromisure necessarie a fronteggiare una eventualità del genere?
“La prima cosa è educare i cittadini, spiegare il rischio a tutti e fare esercitazione di evacuazione, perché bisogna sapere cosa fare in caso di pericolo. Del resto ci sarebbe probabilmente qualche giorno di tempo prima della manifestazione vulcanica più importante visto che parliamo del vulcano più monitorato del mondo”.

Temiamo sempre le catastrofi sbagliate” recita il suo libro, è per questo che si continua a costruire anche in un posto pericolosissimo come i Campi Flegrei? La speculazione insomma non ha mai limiti?
“E’ proprio così. Questo è il motivo per cui si continua a costruire anche dove non si dovrebbe e per cui ci si dimentica dei fenomeni vulcanici. La nostra memoria corta un po’ fa bene perché non si può sempre pensare alle catastrofi evitando magari qualsiasi attività, ma il monito dovrebbe rimanere. Invece in Italia non è così. Siamo ancora governati dal profitto e dalla dimenticanza, dalla scarsa attenzione e dalla scarsa memoria”.

Nelle foreste gelate con Tolstoi a Tchaikovsky

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/blog/69-news-en/climate/1141-nelle-foreste-gelate-con-tolstoi-a-tchaikovsky.html

Vi benedico foreste, scrive Tolstoi. Vi benedico foreste, canta Tchaikovsky. Sono le foreste russe.
“Tolstoj è una fonte inesauribile di testi per la musica – scrive Tchaikovsky – è uno dei poeti che mi sono più congeniali” e lo segue sul cammino dei pellegrini e dei vagabondi, fin nel cuore delle foreste.

E dalle lirica della natura del poema il poema Giovanni Damasceno, Tchaikovsky ha preso i testi del canto  canto “Vi benedico foreste” (Vi benedico, foreste op. 47 n. 5). La Russia stessa si è sempre definita come la terra tra le foreste settentrionali e la steppa meridionale. In Tchaikovsky la natura è la protagonista assoluta: i versi di Tolstoj, musicati da Petr Ciaikovski, squadernano foreste, campi, monti, acque.

Le foreste della Russia sono l’ultima grande foreste primaria d’Europa sostanzialmente intatta, che si estende fino alle pendici occidentali degli Urali. Per millenni ha assicurato la sopravvivenza a numerosi animali e  piante: orsi, scoiattoli volanti, aquile e gufi, ora gravemente minacciati.
E’ la foresta delle casette di legno e delle slitte con i campanelli, delle immense foreste di betulle e della neve per cinque mesi all’anno.

Qui vivono popolazioni indigene, i pastori di renne Saami, concentrati nella regione di Murmansk, mentre la regione di Arkhangelsk e la Repubblica Komi sono le basi delle culture tradizionali Komi e Nenets (o Samoyeds).
Ora queste foreste sono finite nel mirino dell’industria forestale finlandese, che ha avanzato un progetto di investimenti nell’industria cartaria russa. A suffragare questa ipotesi è lo stesso vicepresidente dell’Associazione finlandese dell’industria forestale Anders Portin, che descrivendone gli obiettivi, annuncia l’esportazione in Russia di macchinari industriali per il prelievo. Dall’altro lato della barricata, il Presidente Russo Putin starebbe lavorando per assicurare un ambiente economicamente favorevole agli investitori finlandesi. Un rapporto del WWF ricorda che proprio dalla Russia e attraverso la Finlandia entrano ogni anno in Europa 10,4 milioni di metri cubi di legname di origine sospetta o illegale. Circa la metà di questo legno entra nell’Unione Europea attraverso la Finlandia, dove viene impiegato per produrre cellulosa e carta, che a loro volta vengono esportate verso altri paesi europei.

Vi benedico, foreste, valli, campi, montagne, acque,
Benedico la libertà e cieli blu.

Benedico le mie cose ei miei umili stracci.
E la steppa, dall’inizio alla fine,
E la luce del sole e le tenebre della notte,

E il sentiero che percorro, povero come sonpo,
E nel prato ogni filo d’erba,
e ogni stella nel cielo!

Oh! se solo potessi comprendere tutta la vita,
E unire la mia anima con la vostra.
Oh! se solo potessi abbracciare tutti voi,
Nemici, amici, fratelli, e tutta la natura,
E avvolgere tutta la natura fra le mie braccia!

In Russia si trova un quinto delle foreste mondiali. Esse si estendono per  763 milioni di ettari. La riserva totale di legno è stimata sui 75 miliardi mi metri cubici di legno. La produzione si concentra nelle aree più facilmente raggiungibili e dove il legno è di migliore qualità. Secondo i dati ufficiali, il volume del legno estratto legalmente è di 732.000 metri cubici l’anno.
Pratiche di sfruttamento sostenibile non sono sviluppate: al contrario, l’attività di disboscamento distrugge interi ecosistemi, sgretolando l’ambiente di specie rare e popolazioni native.

Il governo brasiliano abbandona gli indigeni

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4286-il-governo-brasiliano-abbandona-gli-indigeni.html

Il governo brasiliano ha deciso di abbandonare le tribù incontattate in balia di taglialegna e allevatori, secondo quando denunciato da Survival International: le tutte le unità governative responsabili della protezione delle le tribù incontattate del Brasile dalle invasioni di taglialegna e allevatori rischiano infatti di essere smantellate.

Gli agenti del FUNAI, il Dipartimento agli Affari indigeni del paese, svolgono un ruolo essenziale nella protezione dei territori dei popoli incontattati, impedendovi l’accesso illegale di taglialegna, allevatori, minatori e altri invasori. Alcune squadre sul campo sono già state ritirate, e ulteriori riduzioni sono pianificate nel prossimo futuro. Secondo Survival, non appena la protezione sarà annullata, migliaia di invasori si precipiteranno all’interno di questi ricchi territori, che fanno gola a molti.

Si stima che in Brasile vi siano più di 100 tribù incontattate, ben oltre due terzi della popolazione mondiale di popoli non ancora entrato in contatto con la cultura occidentale. Molti di loro vivono all’interno di territori indigeni, per un totale di 54,3 milioni di ettari di foresta pluviale protetta, un’area grande quanto la Francia.

Questi territori sono monitorati da appena 19 squadre del FUNAI, dedicate alla loro protezione. È possibile che tutte le 19 le squadre siano eliminate dal budget statale brasiliano, nonostante i fondi necessari per mantenerle siano pari al salario medio e ai benefit annuali pagati a appena due membri del Congresso brasiliano.

Queste proposte sono le ultime di una lunga lista di azioni intraprese dal governo Temer, salito al potere nel 2016 dopo l’impeachment di Dilma Rousseff, che rischiano avere conseguenze catastrofiche per i popoli indigeni.

Paulo Marubo, un indigeno della valle di Javari nell’Amazzonia brasiliana ha dichiarato: “Se le squadre di protezione verranno eliminate, tornerà tutto come prima, quando molti Indiani venivano massacrati e morivano a causa delle malattie… Se i taglialegna arriveranno qui, vorranno contattare gli indigeni incontattati, diffonderanno malattie e li ammazzeranno.”

Gran parte degli indigeni del Brasile sono stati appunto uccisi dalle malattie portate dall’Europa, contro le quali non hanno gli anticorpi: un semplice raffreddore può uccidere un’intero popolo indigeno.

Secondo i ricercatori, lo stretto legame tra il governo e le potenti lobby dell’allevamento e dell’agribusiness – che considerano i territori indigeni come un ostacolo alla loro espansione – potrebbe aver giocato un ruolo in questa proposta.