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AMAZON E WHOLE FOODS. ACCELLERA LA RIVOLUZIONE DEL RETAIL

Scritto da: fabio Lugano
Fonte:https://scenarieconomici.it/amazon-e-whole-foods-accellera-la-rivoluzione-del-retail/

Venerdì la notizia è stato l’acquisto di Whole Foods, catena di cibo di alta qualità, da parte di Amazon. La catena in realtà stava passando un periodo non proprio prospero a causa di numerosi problemi. Le vendite pe negozio erano in calo da 24 mesi, l’espansione era possibile solo con nuove costose aperture. Le altre catene di  supermercati si erano buttate con avidità sul business del cibo biologico e di alta qualità, ponendo una dura concorrenza alla catena texana e costringendola ad arrivare ad un bivio: o ridurre i margini e divenire una catena un po’ più omologata , oppure veder progressivamente ridotte le vendite. L’azionariato era in ribellione perchè non riusciva a vedere una strategia precisa e vedeva i margini in riduzione. La valutazione della società era di 12 miliardi di dollari, per cui l’acquisto a 13,7 ha tolto le castagne dal fuoco a tutti.

Jeff Bezos ha risolto il problema, acquistando la catena, ha ribaltato la situazione del mercato food retail USA, ponendo le basi per una vera  e propria rivoluzione e per una forte spinta deflazionistica. Amazon non ha comprato solo una catena di negozi, ma ha anche comprato 431 location di alta gamma con negozi di alta qualità.

Ora questi punti vendita si vengono ad integrare con il servizio PRIME di Amazon, che , per 90 dollari al mese, garantisce la consegna a casa  entro 24 ore o meno, a seconda della fascia urbana. Se sembra un elemento secondario ricordiamo che una famiglia americana su due è già abbonata al servizio PRIME.

Ora Amazon ha 431 punti di distribuzione di beni di largo consumo, di qualità. I suoi volumi di vendita nel settore si integreranno con quelli acquistati, e quindi avremo una pressione ancora superiore sui grossisti e sui produttori. Questo porterà ad un taglio dei loro margini e ad una ulteriore maggiore concorrenzialità di Amazon -Whole foods. Tutte le principali catene della distribuzione ne risentiranno, come hanno mostrato le loro quotazioni borsistich venerdì scorso.

Tutte queste catene rischiano di veder ridotta la loro redditività da un colosso che, per la prima volta ,  integrerà veramente distribuzione online e retail tradizionale. Una compressione dei margini a cui alcuni di questi distrubutori non potranno resistere. Potremmo veder scorrere sangue nel prossimi anni.

Ora pensate a questo: e se domani Amazon comprasse Esselunga, quanto tempo rimarrebbe per Coop Italia ?

HOUSING BUBBLE: BRUCIA LA CASETTA IN CANADA!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/05/03/housing-bubble-brucia-la-casetta-in-canada/

Il Canada non è l’America, l’Australian non è il Canada e via dicendo! Come ben sapete noi non abbiamo mai fretta, quello che leggete su Icebergfinanza, prima o poi diventa realtà.

Sale il rischio della bolla immobiliare in Canada. Lo riferisce Business Insider citando, tra gli altri, i dati sulle nuove costruzioni salite a marzo a quota 253.70 unità abitative, il livello più alto, nota la Canada Mortgage & Housing Corp., dal settembre 2007. “L’attività di costruzione è alimentata dall’aspettativa di una crescita continua dei prezzi delle case con annessi grandi guadagni per costruttori, agenzie di credito, agenti immobiliari e il settore nel suo insieme” scrive Business Insider. Ma i dubbi ovviamente restano.Secondo Stéfane Marion, Chief Economist della divisione Economics and Strategy presso National Bank of Canada, quello dei prezzi inflazionati sarebbe diventato ormai l’argomento caldo per antonomasia nel Paese. Originariamente confinati alle realtà metropolitane di Toronto e Vancouver, i prezzi gonfiati sono ormai realtà in molte aree del Paese. Ad oggi, nota ancora Marion, il 55% dei mercati regionali canadesi evidenzia prezzi gonfiati per lo meno del 10%. Si tratta, nota di Business Insider, di cifre molto simili a quelle osservate negli Usa nel 2005, l’anno del picco di mercato. A preoccupare non sono solo i sintomi classici della bolla in sé quanto le previsioni sui rischi connessi al suo eventuale scoppio in termini di effetti diretti per l’economia reale. Attualmente, secondo i dati di Statistics Canada, il settore immobiliare nel suo complesso (costruzioni comprese) contribuisce da solo al 15,5% del Pil nazionale, contro il 14,7% del 2011.Canada: si gonfia la bolla immobiliare

Non bisogna mai avere fretta, le dinamiche del mercato immobiliare sono ben descritte nella sequenza della deflazione da debiti, ogni cosa a suo tempo sotto il cielo dell’immobiliare, nel frattempo un assaggio…

HCG’s crisis may puncture Canada’s housing bubble …

Lo scorso anno in alcuni manoscritti vi abbiamo raccontato quello che sta accadendo nel mercato immobiliare australiano ma soprattutto quello che ancora oggi accade nel mercato immobiliare americano.

Ve le ricordate le “jusen” giapponesi, prestatori mutuatari che operavano al di fuori del perimetro di controllo delle banche centrali, istituzioni ombra pompate dalle principali banche commerciali che favorirono l’esplosione della più colossale bolla immobiliare della storia?

Quasi sicuramente vi siete dimenticati di quello che vi avevamo raccontato il ottobre, uno dei sintomi di tutte le più grandi crisi immobiliari della storia, uno dei segni premonitori infallibili che hanno caratterizzato la Grande Depressione del ’29, la crisi giapponese ( Jusen ) e l’ultima americana ( Subprime )

Visto la regolamentazione stringente con la quale si è messo il bavaglio alle grandi banche in fatto di concessione mutui, si è pensato bene di ricorrere al solito trucco, ovvero girare i capitali necessari a istituzioni non bancarie in maniera da elargire allegramente mutui a gogo.

Lady & Gentleman ho l’onore di presentarvi i nipotini di nonna Countrywide una delle principali responsabili dell’ultima grande crisi subprime, dove i mutui venivano venduti porta porta da pronto pizza assoldati all’ultimo minuto.

I loro nomi? Teneteveli bene a mente perchè al momento opportuno diventeranno loro i protagonisti della prossima grande crisi finanziaria…

QUICHEN LOANS

CALIBER HOME LOANS

FAIRWAY INDEPENDENT MORTGAGE

MOVEMENT MORTGAGE

PRIME LENDING

GUARANTEED RATE

GUILD MORTGAGE

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Alcuni degli stessi personaggi che hanno giocato ruoli di primo piano nel corso dell’ultimo boom del mercato immobiliare e il successivo crollo sono riapparsi. Ricordate la leggenda  Countrywide?

In California, alcuni dei più grandi istituti di credito non bancari  includono PennyMac, AmeriHome Loans, e Stearns. Tutti e tre hanno sede nel sud della California, l’epicentro del boom nel settore prestiti ipotecari subprime dello scorso decennio. E tutte e tre le società sono gestite da dirigenti che in precedenza lavoravano a  Countrywide Financial, l’ormai defunta prestatrice subprime fondata da Angelo Mozilo (Bank of America ha acquistato Countrywide a 4 miliardi nel luglio 2008).

PennyMac, rapida crescita per un prestatore non bancario, è gestito da Stanford Kurland, un ex dirigente di Countrywide Home Loans e direttore IndyMac. Stearns, un prestatore non bancario basato a Santa Ana, California, è gestito da Brian Hale, ex presidente della divisione Countrywide. E Joshua Adler, che è amministratore delegato di AmeriHome ha ricoperto ruoli simili in Countrywide e Bank of America.

La maggior parte delle erogazioni di mutui provengono ancora dalle banche a malapena! La loro quota è scesa dal 91% nel 2009  dopo che molte delle banche ombra erano crollate nell’ultima crisi al 51,7%  nel 2016. La quota di banche ombra (linea blu) è salito al 48,3% (grafico da ATTOM):

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E infine …

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Ora torniamo in Canada e vediamo che è successo nelle ultime settimane ad uno di questi prestatori fantasma, o meglio al più grande.

Il modello di business della Home Capital Group è sempre il solito, prestiti prime regalati a mutuatari suprime, manipolazione dei redditi, mutui poi confezionati ed imballati, in qualche prodotto strutturato.  in maniera da permettere il finanziamento sino al 90/100 % del capitale.

Ora la HCG è stata costretta a prendere in prestito 2 miliardi di dollari da un creditore misterioso a un tasso di interesse implicito del 22,5 per cento per il primo miliardo e un tasso del 15 per cento. HCG ha perso circa il 25% della sua liquidità in poco più di un mese.

Il fallimento di HCG non è altro che il “Minsky Moment” del mercato immobiliare canadese, una valanga che non potrà che aumentare il livello dei tassi ipotecari  per i mutuatari meno credibili se le preoccupazioni sul settore aumenteranno i costi di finanziamento per altri finanziatori subprime.

La solita storiella di truffa e manipolazione, non resta che attendere l’effetto domin, il  principale concorrente è Equitable Group Inc. di Toronto.

“Quello che è accaduto con Home Capital Group ha sicuramente ridotto l’entusiasmo degli investitori per il sostegno ai titoli non garantiti da mutui ipotecari. Ma una volta tutto si placa, credo che vedremo una ripresa della liquidità Nel mercato non-prime, le persone hanno la memoria corta ”

Per dovere di cronaca, le banche principali del Canada, che sono sfuggite in parte alla grande crisi finanziaria, sono generalmente ritenute ben gestite e capitalizzate, ma è molto difficile pensare che prima o poi verranno contagiate dalle implicazioni di quello che sta accadendo, lo suggerisce la storia.

Contagion Fears Rise In Aftermath Of Home Capital …

Ovviamente stanno tutti cercando di rassicurare, dalla Banca centrale canadese agli esperti di mercato, eppure in molti hanno la memoria corta, ma non la storia,

Forbes – Caro Macron, l’Euro è già fallito. L’unica domanda è: cosa vogliamo fare

Scritto da: Henry Tougha
Fonte: http://vocidallestero.it/2017/04/30/forbes-caro-macron-leuro-e-gia-fallito-lunica-domanda-e-cosa-vogliamo-fare/

Un articolo di Tim Worstall su Forbes, pubblicato a gennaio di quest’anno, spiega la vacuità di Macron, probabile prossimo Presidente della Repubblica francese, e di tutto il mainstream sul tema euro. Fingere di riconoscere l’insostenibilità dell’ “attuale” sistema della moneta unica invocando dei generici cambiamenti è un inganno. Discutere perché realmente la moneta unica è insostenibile significa dover ammettere che non c’è alcuno spazio per migliorarla.

di Tim Worstall, 12 gennaio 2017

Emmanuel Macron è candidato alla carica di prossimo Presidente francese. E in questo suo ruolo ha la necessità di definire rapidamente i principi della sua politica economica. Lui afferma che l’euro potrebbe fallire nel corso dei prossimi 10 anni se non verrà fatto qualcosa per evitarlo. Questo è un errore, un errore grave, perché l’euro è già fallito. L’unica questione utile o interessante che resta da porsi è: cosa vogliamo farci?

L’euro potrebbe non esistere più da qui a 10 anni se Parigi e Berlino non si affrettano a rafforzare l’unione monetaria, ha detto Emmanuel Macron, candidato alla presidenza francese, questo martedì.  Macron afferma di ritenere che l’attuale sistema porti beneficio alla Germania a spese degli stati membri più deboli. Macron è stato Ministro dell’economia sotto il Presidente socialista Francois Hollande fino alle dimissioni presentate lo scorso anno per creare un proprio movimento politico e concorrere come candidato indipendente alle elezioni presidenziali di quest’anno.

 

In realtà, l’euro non avvantaggia la Germania. Una valuta tedesca indipendente avrebbe un valore molto più alto dell’euro attuale—perciò l’euro sta rendendo i cittadini tedeschi più poveri in termini di potere di acquisto verso l’estero della propria valuta.

“La verità è che dobbiamo tutti quanti riconoscere che l’euro è incompleto e non potrà durare se non si faranno delle grosse riforme”, ha detto Macron in un discorso alla Humboldt University di Berlino.

Nel suo discorso in inglese ha aggiunto: “[L’euro] non ha fornito all’Europa una piena sovranità internazionale rispetto al dollaro e alle sue regole. Non ha dato all’Europa una naturale convergenza tra i diversi paesi membri”.

Non potete e non riuscirete a promuovere la convergenza se costringete tutti a stare in un un’unica valuta e dunque in un unico regime monetario. Non è così che funziona—potete avere una moneta unica che funziona solo dopo che le economie che ne fanno parte hanno raggiunto una convergenza. Cosa più importante, dato che una moneta unica significa una politica monetaria unica, è necessario che tutti i paesi membri abbiano delle economie correlate, che attraversino le fasi del ciclo economico nello stesso momento e con la stessa velocità. Questo semplicemente non è il caso dell’economia dell’eurozona, e molto probabilmente non lo sarà mai. Pertanto è stata tutta una pessima idea introdurla [la moneta unica].

Come notava Milton Friedman diverso tempo fa, prima che tutto avesse inizio:

Se un paese viene colpito da uno shock negativo che richiede, per esempio, un abbassamento dei salari relativi rispetto ad altri paesi, questo si può ottenere cambiando un unico prezzo, cioè il tasso di cambio, anziché pretendere di cambiare contemporaneamente migliaia e migliaia di salari, o costringendo all’emigrazione dei lavoratori. Le sofferenze imposte alla Francia dalla sua politica del “franco forte” dimostrano il costo della decisione ispirata da motivi politici di non usare il tasso di cambio per correggere l’impatto della riunificazione tedesca. La crescita dell’economia britannica dopo l’uscita dal sistema monetario europeo qualche anno fa e il ritorno ad una sterlina fluttuante, dimostra l’efficacia del tasso di cambio come meccanismo di aggiustamento.

Da allora abbiamo avuto grosse bolle immobiliari (con i conseguenti inevitabili crash) in Irlanda e in Spagna. A causa dell’euro i tassi di interesse erano troppo bassi per le loro economie, a vantaggio esclusivo dell’economia tedescoa, allora in difficoltà. Dopo il crash la BCE ha mantenuto tassi di interesse troppo elevati e troppo a lungo. L’Italia non ha avuto praticamente alcuna crescita economica per due decenni, la disoccupazione giovanile in Spagna è ancora vicina al 50%. La Grecia è ovviamente un disastro e perfino la Finlandia si trova stritolata nel mezzo di una svalutazione interna.

Ciò che è peggio è che nessuno dei presunti benefici economici che erano stati prospettati è mai arrivato. Si diceva che ci sarebbe stato molto più commercio tra i paesi—e questo non si è visto affatto. Ciò che è successo è che le stime erano basate su combinazioni di precedenti unioni monetarie, unioni monetarie che coincidevano anche con unioni doganali. E ciò che abbiamo scoperto è che l’importante erano le unioni doganali (sarebbe a dire, nel nostro caso, il mercato comune), non le unioni monetarie.

Ci sono in definitiva solo due processi politici percorribili dopo aver preso atto che l’euro è un fallimento. Potremmo cercare di introdurre l’unione fiscale. Sarebbe a dire fare una cosa tipo il sistema degli Stati Uniti d’America—il denaro affluisce a Washington DC e da lì viene redistribuito. Questa redistribuzione mitigherebbe gli effetti della politica della moneta unica. Ma questo richiederebbe che i paesi europei facciano affluire il 20% del loro PIL a Bruxelles lasciando che siano i burocrati a spenderlo. In altre parole, vorrebbe dire che i tedeschi dovranno pagare per davvero le pensioni ai greci.

Ecco. Questo – Non – Succederà.

L’altra strada è quella di ammettere il fallimento, smantellare il tutto e dichiarare vittoria. Questo è ciò che dovremmo fare. L’euro è fallito. L’unica strada per migliorarlo non è politicamente percorribile. Dunque è meglio che lo smantelliamo prima che siano gli eventi a farlo per noi, in mezzo al caos che si produrrebbe forzando la situazione.

La City di Londra Continua a Produrre Posti di Lavoro (a Dispetto dell’Incertezza sulla Brexit)

Scritto da: Henry Tougha
Fonte: http://vocidallestero.it/2017/04/20/la-city-di-londra-continua-a-produrre-posti-di-lavoro-a-dispetto-dellincertezza-sulla-brexit/

Sempre a dispetto di chi vorrebbe vedere la Gran Bretagna sprofondare nell’Atlantico, un articolo di Sky News commenta l’ultimo report della Morgan KcKinley, che mostra come la City – il centro finanziario di Londra – continui a creare nuovi posti di lavoro “nonostante” la decisione sulla Brexit sia già stata irrevocabilmente presa, con l’articolo 50 già invocato. A quanto pare, dunque, neppure il mondo finanziario si sta dando molta pena per l’incombente uscita della Gran Bretagna dalla UE.

di Sky News, 20 aprile 2017

Le aziende “sono stufe di cercare di interpretare il futuro che gli sta davanti” dice un analista, e un report indica una crescita dei posti di lavoro nella City [il centro economico e finanziario, NdT] di Londra.

La City di Londra continua a essere un magnete di posti di lavoro, nonostante alcune delle posizioni legate ai servizi finanziari siano state spostate verso l’Europa, suggerisce un recente report.

Il London Employment Monitor della Morgan McKinley lo scorso mese ha registrato un balzo verso l’alto a doppia cifra dei posti di lavoro vacanti nel settore finanziario.

Il numero dei posti di lavoro disponibili nel mese di marzo nel settore finanziario a Londra è cresciuto del 17 percento rispetto a febbraio e del 13 percento su base annuale, con un aumento di 8145 nuove unità.

I posti di lavoro nel settore della regolamentazione finanziaria, della tecnologia finanziaria e della gestione del rischio sono i principali responsabili di questo aumento, sostiene il report.

Hakan Enver, direttore delle operazioni per i servizi finanziari di Morgan McKinley, dice: “Le aziende sono stufe di cercare di interpretare il futuro che gli si prospetta e stanno tornando ad assumere nuovi talenti“.

Molte aziende hanno già annunciato di avere piani per spostare i loro uffici al di fuori del Regno Unito in preparazione alla sua uscita dall’Unione Europea.

Ma questi loro piani non sembrano aver causato alcun aumento della disoccupazione nella City di Londra.

Mentre Londra continua ad attrarre investitori da tutto il mondo, le istituzioni si stanno impegnando per cercare di mantenere l’accesso al mercato unico europeo e alla ricchezza degli investitori, e per mantenere la produttività economica a Londra e nei dintorni“, afferma il report.

Anziché spostarsi negli altri paesi europei, quindi, i servizi finanziari stanno cercando di mantenere le migliori posizioni in entrambi i mondi, tenendo un piede dentro la City di Londra ed espandendo le operazioni verso gli altri snodi finanziari europei“.

Ad ogni modo, il numero di persone in cerca di lavoro in questo settore è diminuito del 9 percento su base mensile, e del 25 percento su base annuale, scendendo a 9695 unità.

Enver ha detto che marzo di solito è un mese piuttosto monotono per i nuovi posti di lavoro, con la “stagione dei bonus”, cioè il primo trimestre, ancora in corso. Prevede dati ancora migliori per il mese di aprile.

 

EURO BREAK-UP: LA FINE DEL MONDO!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/04/13/euro-break-up-la-fine-del-mondo/

Una premessa è indispensabile per tutti coloro che credono che sarà una passeggiata, per gli ingenui, per tutti coloro che non sanno andare oltre il puntino nero nella grande pagina bianca, ancora tutta da scrivere.

La solita premessa per tutti coloro che ancora oggi credono che si tratti esclusivamente di una crisi economico/finanziaria, di dinamiche macroeconomiche o geopolitiche.

Questa è essenzialmente una crisi …

      ANTROPOLOGICA!

Non sarà facile, non sarà semplice ritornare al passato, ma allo stesso tempo come la storia insegna, le opportunità superano di gran lunga i rischi, sempre che questa volta sia diverso.

Quando sento qualcuno dire che l’uscita dall’euro o meglio il ritorno alle monete preesistenti sarà la fine del mondo, uno scenario da incubo, un film dell’ orrore senza alcun dubbio, una certezza, non so a Voi, ma a me viene la voglia di cambiare canale, di scoprire la realtà, la verità.

Tanto per non farci mancare nulla, lunedi sul Corriere della Sera, si proprio quello sul quale scrivono i vari Alesina e Giavazzi che oggi prefigurano terribili catastrofi quando non più tardi del 1997 sempre sul Corriere sostenevano il contrario, ovvero che la moneta unica era un grande bluff…

Alesina1Insensata l’uscita dalla moneta unica nel 2017 dopo anni di stragi sociali e nel 1997 il nostro Alesina a richiamare i quattro grandi bluff dell’Unione monetaria di cui qui sotto una sintesi…

Alesina

In troppi pendono dalle labbra e dagli editoriali di questi signori, forse la rete può aiutare a ricordare…

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Credetemi non ho nessuna intenzione di fare facile ironia, magari saranno anche bravi professori, ma non sono certo degli oracoli, ma la facilità con la quale cambiano spesso opinione non mi fa stare sereno, perchè l’informazione è una cosa seria e non bastano due righe per spiegare i pro e i contro di una scelta così importante.

Un’altra premessa è fondamentale! Per quanto ci riguarda, passeranno anni prima che il popolo italiano possa scegliere, la Costituzione non lo permette e di certo un’eventuale rivoluzione non verrà dal nostro Paese.

Detto questo neanche in queste quattro righe sarà possibile rispondere a tutte le domande, serve un libro intero o almeno un pomeriggio insieme.

Ma torniamo all’articolo di lunedì, figlio di un’altra grande firma del giornalismo italiano che dormiva ai tempi d’oro in cui tutto sembrava andare bene…

Cercherò di essere molto sintetico lascerò parlare la storia, ovvero l’analisi empirica.

Incominciamo da quei due anni al massimo e poi arriverà la fine del mondo…

ImmaginePer chi non ci capisce nulla vi aiuto io! Questi sono alcuni recenti episodi di svalutazioni dettagliati da Weisbrot e Ray nel 2011, dei quali ho evidenziato solo le dinamiche verificatesi nei Paesi occidentali, ovvero quel famoso 1992, ( …ve la ricordate la crisi nordica di inizio anni ’90 …) sul quale tra i sostenitori dell’euro c’è sempre molta ironia, sai bellezza, sono cambiati i tempi, nulla è più come prima. Nei tre anni successivi alla svalutazione, come evidenziato dal rettangolino verde è arrivata la fine del mondo immagino!

Suggeriscono di ripassare la storia degli anni Settanta o Ottanta ma nessuno che prenda in considerazione quella degli anni Novanta, insomma una storiella a senso unico.

Ci sarebbe tantissimo altro materiale da farvi vedere ma di questo ne parleremo insieme in occasione del decennale.

A me piace l’articolo del Corriere della Sera, perchè in modo pacato, senza enfasi,  cerca di farvi capire i rischi di un’uscita dall’euro…

a) Un film dell’orrore

b) esplosione del debito

c) fuga di capitali

d) inflazione ovunque

e) povertà diffusa

f) il default ci trasforma in fuorilegge globali

ImmagineOvviamente guai a dire nulla, sull’inflazione scatenata dal passaggio all’euro o dalla povertà diffusa che ha caratterizzato le dinamiche nel nostro Paese dopo l’entrata nell’euro e l’austerità dal 2012 in poi.

Scrive De Bortoli che una probabile svalutazione della nuova lira farebbe crescere il valore del debito emesso in euro, ma probabilmente non sa il signor De Bortoli che questo problema riguarderebbe solo le banche e in parte le imprese ma non di sicuro lo stato che attraverso la LEX MONETAE riconvertirebbe almeno il 94 % delle emissioni di debito pubblico sono stati emessi sotto legge italiana, solo nove miliardi circa sono oggi sotto legislazione estera.

Ma la questione come detto prima  è molto più complessa di un articolo di giornale o un post sul blog, ne parleremo a più occhi a tempo debito.

Parlano di economie che danno qualche cenno di ripresa, ma non sanno leggere i dati, dicono che è comprensibile che i trattati non contemplino l’uscita dall’euro, perché la forza di una valuta si basa sulla sua “irreversibilità”.

ALLUCINANTE!

Tirano fuori i paper di Promoteia e non fanno vedere innumerevoli altri studi che dimostrano il contrario, parlano di rischi di guerra commerciale ma non sanno che questa è già qui tra noi. Parlano dei più deboli, quanto di più distante dal loro tenore di vita e fanno finta di dimenticare i milioni di disoccupati creati dal “necessario” aggiustamento salariale ( deflazione salariale) e dall’austerità da loro imposta, in un’area valutaria non ottimale come l’Europa.

Chi fa default si trasforma in fuorilegge! Roba da film western! Parlano di inflazione a doppia cifra senza conoscere la storia o meglio fanno finta di non sapere e vagheggiano nelle loro immaginarie follie. Novelli ottimisti decisamente male informati o meglio ancora intrisi di conflitto di interesse.

Parlano di macelleria sociale in caso di uscita dall’euro e non un solo cenno alla devastazione atomica dei patrimoni e dei risparmi degli italiani ad opera delle banche che in questi anni hanno pure foraggiato editori consenzienti e giornalisti al servizio esclusivo del pensiero unico, banche amministrate da veri e propri criminali accompagnati nella loro opera di devastazione da organi di vigilanza inesistenti e dinamiche politiche autoreferenziali .

Si arrogano addirittura il diritto di definire un insuccesso la recente ristrutturazione del debito greco, mai realmente avviata, una ristrutturazione a senso unico messa in piedi per rimborsare i principali responsabili di questa crisi, le banche tedesche e francesi e inglesi. Ma per favore un minimo di dignità.

Anni fa ad una conferenza, un banchiere locale mi disse che era pura illusione nazionalizzare le banche o proporre un’uscita, perché il sistema bancario era solido. Ora a distanza di anni, la verità è diventata per l’ennesima volta figlia del tempo, con l’euro, si è indebolito il nostro sistema bancario. Le cause sono molte la criminale gestione politica e manageriale ma soprattutto l’austerità imposta che ha fatto esplodere le sofferenze dell’economia reale. Solo un folle oggi può ancora parlare di austerità espansiva.

Questo è il mio pensiero in sintesi …  ITALIA PIU’ POVERA CON QUESTO EURO.

Mi fermo qui, e meno male che ero io il catastrofista.

Mervyn King: «Vi spiego perché la Brexit farà rinascere il Regno Unito»

Scritto da: Francesco Cancellato
Fonte:http://www.linkiesta.it/it/article/2017/04/10/mervyn-king-vi-spiego-perche-la-brexit-fara-rinascere-il-regno-unito/33816/

«Ricordo le parole di David Cameron, nella campagna referendaria: se vincerà la Brexit, diceva più o meno, ci sarà un crollo dei prezzi delle case, una crescita dei tassi d’interesse e un deprezzamento della sterlina. Per lui era un problema. Per me era tutto quel che avevo cercato di ottenere nei tre anni precedenti senza riuscirci. Gli elettori britannici ce l’hanno fatta in un giorno». Mervyn King ha sessantanove anni e una vita avventurosa alle spalle. Figlio di un facchino che si era reinventato insegnante di geografia dopo la guerra, Lord King è stato governatore della Bank of England tra il 2002 e il 2013. A metà del suo mandato, ha dovuto scrivere le prime mappe del futuro della finanza britannica, dopo che la crisi dei mutui subprime e il crac di Lehman Brothers avevano cancellato quelle vecchie. Mentre la Cool Britannia di Tony Blair cominciava ad avvitarsi su se stessa, in una spirale di paura e disillusione e s’incamminava verso la Brexit, lo strappo con l’Unione Europea del 2016. C’è chi dice un azzardo mortale, chi un nuovo inizio. Mervyn King, in Italia per presentare il secondo e ultimo libro “La fine dell’alchimia: il futuro dell’economia globale” (il Saggiatore, 2017) – appartiene a quest’ultima scuola: «La politica è diventata tossica, quando si parla di Brexit. La gente ha perso ogni oggettività nel leggere le cose».

Proviamo a farlo, allora, Lord King. Perché avete deciso di dire addio all’Europa? E perché lei è così ottimista sul futuro solitario del Regno Unito?
La sua domanda è sbagliata.

Prego?
Non distingue chiaramente tra l’Europa. Unione Europea ed Euro. I britannici amano l’Europa, la sua cultura e non possono lasciarla anche se lo volessero, a meno di fare un referendum per abolire la geografia. Non amiamo ll’Euro e l’unione monetaria invece. Non a caso, nessun politico britannico ha fatto e farebbe mai una campagna elettorale per adottare la moneta comune.

Voi però avete votato per abbandonare l’Unione Europa. Non vi piace nemmeno quella?
Sull’Unione Europea siamo ambivalenti. Ci piacciono i legami con gli altri paesi europei, ci piace farci contaminare dalle culture europee, ci piace viaggiare a basso costo in Europa, studiare altrove. L’ambivalenza sta in due elementi dell’Unione Europea che non ci piacciono per nulla, ed è un dissenso ad ampio spettro, che abbraccia trasversalmente tutte le forze politiche britanniche.

Il primo elemento?
È la perdita di sovranità. E qui la colpa è dei politici degli anni passati. Che ci hanno raccontato, in spregio a ogni principio di realtà, che stare nell’Unione Europea non avrebbe cambiato nulla. Non era assolutamente vero, chiaramente. Banalmente, buona parte delle leggi approvate dal parlamento britannico in questi anni è mera approvazione di direttive europee. La corte suprema britannica l’ha ribadito un paio di mesi fa: la legge comunitaria ha la precedenza sulle leggi nazionali fino a che staremo in Europa. E questa è un enorme cessione di sovranità.

Più che una cessione, è un trasferimento di sovranità verso altri organi. Gli europarlamentari sono eletti, i candidati alla presidenza della Commissione Europea sono noti, quando ci sono le elezioni…
Ma in molti casi sono decisioni prese da burocrati, non dagli europarlamentari. E se una cosa decisa dalla burocrazia non ti piace, non puoi farci nulla. Un governo lo puoi mandare a casa, i burocrati no.

Quindi si mandano a casa i governi…
Se tutto questo fosse stato spiegato chiaramente agli elettori, se fosse stato detto loro perché sacrificare qualcosa fosse una cosa giusta, o semplicemente inevitabile, credo avrebbero ci sarebbero stati ottimi argomenti per sostenere questa tesi. Magari gli elettori avrebbero capito. Sarebbe stato più onesto, perlomeno. E invece hanno negato l’evidenza fino all’ultimo. Hanno fatto finta che nulla fosse mai successo. Col risultato che nessuno oggi si fida più di loro.

La seconda cosa che non vi piace dell’Unione Europea?
Schengen e il principio del libero movimento delle persone.

Ma se nemmeno ce l’avevate, Schengen…
No, è vero, non abbiamo aderito a Schengen. Ma ci siamo presi lo stesso il libero movimento delle persone. Oggi abbiamo un milione di polacchi nel Regno Unito. Per le classi medio alte è una cosa bellissima. Hanno bravissimi giardinieri polacchi, ottimi autisti polacchi e le case costano meno da quando ci sono i muratori polacchi. Ma se sei un giardiniere britannico, un autista britannico, un muratore britannico non sei altrettanto contento. Perché sono entrate nel tuo paese persone che ti fanno concorrenza. E lo fanno sfidandoti con prezzi più bassi. È così che l’immigrazione ha prodotto una frattura insanabile tra le classi medio-alte e i ceti popolari. Per sanare questa frattura l’unico via possibile era ridurre l’immigrazione. E per farlo, l’unico modo possibile era lasciare l’Unione Europea.

In un recente articolo apparso sul Guardian, ha detto che il Regno Unito dovrebbe abbandonare non solo l’Unione Europea ma anche il mercato unico e l’unione doganale. Siamo addirittura oltre la hard Brexit di Theresa May. Non pensa sia una scelta un po’ estrema?
No, perché abbiamo votato per la Brexit e abbiamo preso una decisione. E tutti i politici lo avevano detto chiaramente, a partire dallo stesso Cameron: qualunque sarebbe stato il risultato del voto lo avremmo accettato. Così doveva essere. Sfortunatamente, come già le ho detto, la politica è diventata tossica. E chi si è opposto alla Brexit ora vuole sovvertire il risultato del voto. Non c’è nemmeno un giornale, oggi, che ha commenti oggettivi su questo tema. Persino la BBC è schierata: sono tutti contro la Brexit, perché vivono tutti a Londra.

Ok, e quindi perché lasciare il mercato unico e l’unione doganale?
Siamo seri: se mettessimo tutto sul piatto delle negoziazioni sarebbe un disastro. Non si raggiungerebbe alcun accordo e rimarremmo alla mercé di un accordo dell’ultimo minuto. In questo mondo, Bruxelles avrebbe tutto l’interesse a mostrare come l’uscita dall’Unione Europea abbia generato solamente caos nel Regno Unito. Diventeremmo uno strumento meraviglioso, per la loro propaganda. L’unica via razionale che il Regno Unito deve prendere è quella di prepararsi a diventare davvero un attore esterno all’Unione, soggetto alle sole regolamentazioni delle organizzazioni internazionali come il Wto.

Però lasciando l’unione doganale potreste avere grossi problemi nel commercio estero…
Dobbiamo lasciare l’unione doganale perché non possiamo mettere il nostro futuro commerciale nelle mani del caos di due anni di negoziazioni. Il governo britannico deve pianificare semmai uno sforzo doppio per rinnovare l’efficienza delle proprie dogane e renderle iper-efficienti per evitare, per l’appunto, che si trasformino in un problema per il commercio. Abbiamo problemi pratici, ma il punto è farci trovare pronti per poter abbandonare il tavolo delle negoziazioni di fronte a richieste penalizzanti. Dobbiamo darci da fare subito, prima che si inizi a negoziare. Per poter dire, molto tranquillamente, che tra due anni saremo pronti a fare a meno del mercato unico e dell’unione doganale. E liberi di fare accordi bilaterali con chiunque, dagli Usa alla Cina, Unione Europea compresa.

I Paesi europei faranno accordi con voi? Lei crede?
Saranno loro a chiederceli. Siamo un mercato enorme per le automobili tedesche. Credete che la Germania ci rinuncerà così a cuor leggero? Inoltre senza l’unione doganale potremo stringere patti con chi vogliamo. Uno dei più grandi insuccessi dell’Unione Europea è la sua incapacità di fare accordi commerciali. Hanno siglato quello col Canada, ma non sono riusciti a chiudere il Ttip con gli Stati Uniti d’America. Col risultato che oggi l’Unione Europa non ha un accordo commerciale né con gli Usa, né con la Cina. Io credo che il Regno Unito abbia possibilità migliori di siglarli entrambi, nei prossimi anni. Davvero, non è la Brexit il più grave problema economico del Regno Unito.

Qual è, allora?
Il nostro problema è che esportiamo troppo poco, rispetto a quel che importiamo. Ecco perché è importante che la sterlina torni a bassi livelli. E poi ci sono i tassi d’interesse.

 «Siamo seri: se mettessimo tutto sul piatto delle negoziazioni sarebbe un disastro. Non si raggiungerebbe alcun accordo e rimarremmo alla mercé di un accordo dell’ultimo minuto. In questo mondo, Bruxelles avrebbe tutto l’interesse a mostrare come l’uscita dall’Unione Europea abbia generato solamente caos nel Regno Unito. Diventeremmo uno strumento meraviglioso, per la loro propaganda. L’unica via razionale che il Regno Unito deve prendere è quella di prepararsi a diventare davvero un attore esterno all’Unione»

In che senso i tassi d’interesse sono un problema?
Sono troppo bassi, sia quelli a breve sia quelli a lungo termine. Se guardi al lungo termine – quelli decennali – negli ultimi vent’anni sono continuati a scendere,

Ok, ma il problema dove sta? Li stiamo facendo scendere volontariamente, no?
Vero, perché non vogliamo che l’economia rallenti. Ma il tasso d’interesse sconta il valore futuro di un bene. Se i tassi d’interesse sono bassi, l’economia non funziona bene. Prendiamo le pensioni: coi tassi sotto zero di oggi, il risultato in un fondo pensionistico è talmente misero da non valere i sacrifici per mantenerlo. Noi oggi ce la caviamo, ma domani avremo una crisi del nostro sistema pensionistico per colpa dei tassi d’interesse di oggi. Una crisi che riguarderà chi oggi è giovane. Spero che questo sia chiaro.

È questa la fine dell’alchimia di cui parla? L’idea che l’economia cresca sempre e che le nostre azioni di oggi non abbiano effetto su quel che ci accadrà domani?
No, è l’idea che basti la fiducia a garantire la stabilità nella nostra economia. Pensi alle banconote che usiamo tutti i giorni. Non sono coperte da nessun bene. Ciò che le garantisce è la fiducia che abbiamo nei governi e nelle banche centrali. Ancora peggio è quello che fanno le banche: che nel loro bilanci compensano investimenti rischiosi a lungo termine con debiti a breve termine, che altro non sono che i nostri depositi. Pensi alla crisi dei mutui subprime americani: tutti compravano i mutui delle persone senza sapere nulla su chi li aveva sottoscritti. Erano pezzi di carta, fungibili. Finché salivano i prezzi delle case, a nessuno interessava di chi fossero quei mutui: «Se non pagano, gli prendiamo la casa e la vendiamo».

Poi però i prezzi sono cominciati a scendere…
E il sogno è finito: «Un attimo: cosa sono questi pezzi di carta? Chi sono queste persone?» Quando tutti hanno cominciato a farsi questa domanda, il mercato è crollato, di botto. Da quel momento, le banche hanno smesso di prestarsi i soldi per qualche mese. Perché basta che una banca fallisca, che la gente smette di metterci i soldi, e nessuno si fida più. E le banche crollano, come tessere del domino. Eccola, la fine dell’alchimia.

Che si fa, quindi? Si ritorna alle riserve auree e alle banche che possono investire solo in titoli di Stato?
Ovviamente no. Le banche oggi hanno riserve che sono solo una piccola frazione del capitale investito. Chi finanzierebbe mai le banche, se dovessero coprire tutti i loro investimenti per minimizzare il rischio per i correntisti?

Immaginiamo lei abbia un piano…
Ci arrivo: in una crisi le banche centrali devono metterci dei soldi per salvare le banche. Sottolineo: devono. È come con l’energia: generare energia è una piccola percentuale dell’economia. Ma se fallisce chi produce energia, si blocca tutto. Il problema del 2008 è stato prettamente politico: perché le banche si salvano e le piccole imprese, quando falliscono, si lasciano morire? Perché alle famiglie viene pignorata la casa? Non è giusto? No, probabilmente no. Ma è necessario.

È come se di fronte abbiamo una specie di dilemma. Salvare le banche è necessario, ma ingiusto…
Esattamente. E la conclusione a cui sono giunto è che le banche, invece che chiedere soldi alle banche centrali solamente quando vanno in crisi, dovrebbero sempre avere degli asset in pegno alle banche centrali in modo di essere sempre in grado di ripagare il capitale versato, comunque vada, in qualunque momento. È una specie di tassa sull’alchimia. Se lo facciamo, possiamo prevenire ogni rischio di bancarotta bancaria e di corse agli sportelli come nel 2008. E pure i salvataggi delle banche, che politicamente sono una disgrazia. Questo schema preverrebbe pure che le banche si mettano a prestare senza logica come avveniva prima del 2008.

Livello di utopia, da uno a dieci…
Molto basso. Le banche sono molto più vicine al mio schema di quanto immagina.

Si spieghi meglio…
Pensi al quantitative easing: la banca centrale compra bond dalle banche, in cambio di nuova moneta. Buona parte di quel denaro finisce depositato nel loro conto presso la banca centrale. Grazie a operazioni come questa, ora il sistema bancario ha un sacco di soldi nel conto presso la banca centrale. È liquidità aggiuntiva per tempi di crisi. Ed è una bella notizia, non cattiva.

«Il futuro dell’Unione Europea? Io credo che ci siano due enormi sfide davanti: come riformare l’Euro e come risolvere la gigantesca crisi migratoria di questi ultimi mesi, che chiaramente non era prevista quando è stato deciso di garantire il libero movimento delle persone all’interno dell’Unione»

Forse ha ragione, ma per l’Europa non sarebbe meglio che quel denaro fosse rimesso in circolo nell’economia reale…
Credo che i problemi dell’Europa siano da cercare altrove.

Dove, precisamente?
Se si pensa al futuro dell’Unione Europea, io credo che ci siano due enormi sfide davanti: come riformare l’Euro e come risolvere la gigantesca crisi migratoria di questi ultimi mesi, che chiaramente non era prevista quando è stato deciso di garantire il libero movimento delle persone all’interno dell’Unione…

Sulla riforma dell’Euro ha qualche idea?
Di sicuro c’è che l’Euro non sta funzionando. Anche Macron dice che servono cambiamenti enormi, la Germania pure. Ma non c’è accordo su come si debba riformare, però.Questo era il problema principale. Non è un problema solo dell’Italia, quindi.

Un ministro delle finanze europeo potrebbe servire?
A parole lo vogliono tutti. Ma non ho ancora incontrato un solo ministro delle finanze europeo che mi abbia detto che questa opzione sia politicamente percorribile. Perché non parte da un processo democratico. Un ministro delle finanze europeo decide il budget di ogni singolo stato. A questo punto, peraltro, un ministro delle finanze europeo, e quindi una politica fiscale europea, significa solo che la Germania paga per tutti. Dubito che i tedeschi saranno felici di questo. Soprattutto, da quando non ci sarà più il Regno Unito e il suo sostanzioso contributo al budget europeo

VESPA TRUMP E L’ALVEARE TEDESCO!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/03/31/vespa-trump-e-lalveare-tedesco/

Nulla da dire davvero, strepitosa mossa delle tre carte da parte dell’amministrazione Trump che nello spazio di qualche giorno è stata in grado di far digerire ai mercati il clamoroso fallimento sull’abbrogazione della riforma sanitaria di Obama.

Nello spazio di un istante, Trump è riuscito a scatenare un autentico vespaio in Europa solo attraverso rumors messi in giro ad arte, ha cancellato i limiti ambientali e imposto il saccheggio della pricacy sul web, cosa che non sarà limitata solo al popolo americano ma che riguarderà noi tutti.

Se qualcuno crede ancora che in America si scherza dia un’occhiata qui sotto…

Giusto per mandare un avvertimento alla Cina, Trump ha ribadito che l’America non può avere un enorme deficiti commerciale e perdite di posti di lavoro. Le aziende americane devono essere pronte a guardare alle alternative.

La risposta è arrivata in mattinata…

China March official manufacturing PMI rises to 51.8, beats forecasts

China official manufacturing, services PMI rises in March

Australian Dollar Keeps Slipping Despite Upbeat China PMI

China Caixin Manufacturing PMI

Secondo la CNBC Trump is looking at new ways to go after countries that game their, l’amministrazione Trump sta valutando la maniera di penalizzare i paesi le cui valute sono sottovalutate  

Un piccolo esempio lo avete qui sotto…

Risultati immagini per currency undervalued dollar

Non per nulla le notizie sulla guerra commerciale in preparazione contro l’Europa sono fondate.

C’era da aspettarselo. Icona della Dolce vita, celebrata da Vacanze romane, portata a gauche da Nanni Moretti, la povera Vespa nostrana è a rischio estinzione negli Stati Uniti per colpa del rude Trump che minaccia ritorsioni perché i mangiatori di rane europei non vogliono manzo carico di ormoni nei loro piatti.Reazione scontata, per quanto non diffusissime oltreoceano, la Vespa è cool in città nemiche del presidente come Ny e La. D’altro canto, difficile immaginare gli elettori di the Donald scorrazzare su praterie o highways con caschetto e tracolla. Più probabile trovarne a lucidare, fucili a tracolla, mirabili esemplari di Gran Torino o, cappellino in testa, pascolare su grossi trattori (Caterpillar?).Insomma, colpire un simbolo per educarne cento. Povera Vespa, a cui, dovessero passare i famigerati dazi, non rimane che sperare che torni a essere autoctona, come negli anni Cinquanta, proprio quelli di Audrey e Gregory, quando si insediò la Vespa of America Corporation che ne arrivò a distribuire (ma non a produrne) 250mila esemplari fino a metà degli anni ’80. Un manzo in Vespa

In effetti fa sorridere, la Vespa in America è come la tigre della Tasmania una rarità, il polverone sollevato in Italia è tipico dei costruttori di tragedie nazionali, in realtà questo è stato uno splendido regalo mediatico, da tempo la Vespa non era sulla bocca di tutti.

Per non parlare di vero e proprio giornalismo spazzatura che non perde tempo nel mettere in pratica quello per il quale è pagato quotidianamente, ovvero usare qualunque mezzo per difendere l’indifendibile, l’Europa delle banche e delle lobbies, l’Europa dei burocrati che hanno distrutto il sogno dei padri fondatori…

Se ora l’Italia fosse fuori dall’Ue, il «made in Italy» più penalizzato

Si parla di meno del 5 % del fatturato Piaggio, diverso sarebbe se l’amministrazione Trump allargasse il raggio di azione alle moto superiori ai 500 cc che colpirebbe in maggiore misura la Germania con la BMW e ovviamente anche la DUCATI ormai di proprietà AUDI. Peccato che come abbiamo spiegato nell’ultimo Machiavelli gli strateghi di Trump non abbiano messo in conto che un’eventuale guerra colpirebbe numerose piccole e medie imprese americane che come unico business hanno la vendita di moto europee, indotto e accessori compresi.

Ora non resta che osservare con calma cosa accadrà all’industria automobilistica tedesca una volta che l’amministrazione Trump avrà completato il suo dossier.

OLANDA: VINCONO TUTTI!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/03/16/olanda-vincono-tutti/

 Solo due rapide considerazioni su quanto è accaduto in Olanda, visto che ovunque sui giornali mainstream si sta festeggiando una vittoria che non esiste, lo scampato pericolo.

Come spesso accade in Italia, hanno vinto tutti, nessuno ha perso!

Prima una premessa. Noi non tifiamo per nessuno, no di certo per estremisti o xenofobi, l’unico tifo che facciamo è che venga spazzata via questa “feccia” burocratica che sta soffocando l’Europa…

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L’Europa chiede di spazzare via altre 5000 anime, di mandarli a casa!

wwDetto questo con gli scrutini al 93 % questo è il risultato attuale in Olanda…

I due maggiori partiti al Governo insieme sono riusciti a perdere ben 37 seggi.

Il partito dei due laburisti che bazzicano Bruxelles, Dijsselbloem e Timmermans è stato letteralmente spazzato via dalla scena politica olandese, si il ricciolino presidente dell’Eurogruppo che va in giro a dare lezioni agli altri, quello che faceva il duro con la Grecia.

Servono 71 seggi per governare in Olanda, neanche mettendo insieme il terzo e quarto partito non ci sono i numeri. Cerchiamo di mettere nel giusto contesto questi numeri, capisco che sono terrorizzati dall’idea di perdere il loro giocattolino l’euro, ma la realtà è un’altra.

Continuate pure con austerità e deflazione salariale, il tempo è ormai scaduto!

 

Xi Jinping fa all’Italia un’offerta che non si può rifiutare

Fonte: http://movisol.org/xi-jinping-fa-allitalia-unofferta-che-non-si-puo-rifiutare/

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In occasione della visita della delegazione guidata dal Presidente della Repubblica Mattarella in Cina dal 21 al 26 febbraio, Il Presidente cinese Xi Jinping ha invitato l’Italia a partecipare al vertice del 14-15 maggio su “Una Cintura e una Via: Cooperazione per la Prosperità Comune”, a Pechino. Mattarella ha risposto esprimendo “massimo interesse nell’Iniziativa One Belt One Road”, ma sembra che l’Italia voglia fare le nozze con i fichi secchi.

Prendendo la parola al termine del Forum Cina-Italia, Xi ha affermato che l’Italia “offre vantaggi incomparabili come porta tra Est e Ovest”, a causa della sua posizione geografica e del ruolo politico in Europa. “C’è uno spirito pionieristico nei nostri due Paesi”, ha detto Xi, citando il missionario Prospero Intorcetta, il primo europeo a tradurre Confucio e originario della Sicilia come Mattarella. Intorcetta è sepolto a Hangzhou.

Nel suo discorso, Mattarella ha dichiarato che “L’Italia può presentare esperienze e conoscenze in settori di grande interesse per la Cina, quali la sicurezza alimentare, la salute, le tecnologie ambientali, l’urbanizzazione sostenibile, la logistica e i trasporti, l’aerospazio”.

Sono stati firmati accordi per cinque miliardi di dollari, i più interessanti dei quali sono certamente la partecipazione italiana al programma spaziale cinese, e in particolare agli esperimenti sulla permanenza a lungo nello spazio, nella stazione orbitante cinese a partire dal 2022.

L’entità degli accordi, esigua se si considerano le dimensioni economiche dei due Paesi, mostra che l’Italia non è pronta a entrare nel “paradigma” della One Belt One Road. Infatti, Mattarella ha enfatizzato l’opportunità strategica per il “sistema italiano di porti e logistica” di completare “l’ultimo prezioso tratto della ‘Nuova Via della Seta’ fino al cuore dell’Europa”, ma si è riferito ai porti di Genova e Venezia. Il Mezzogiorno, con il porto di Gioia Tauro (nella foto), è completamente trascurato. Eppure, Gioia Tauro, assieme ai porti dell’Italia meridionale e della Sicilia, rappresenta il vero vantaggio geografico per le navi provenienti da Suez. Per sfruttarlo, tuttavia, sono richiesti ingenti investimenti di capitale nella modernizzazione dei porti e dei collegamenti ferroviarii e stradali Sud-Nord, compreso il Ponte sullo Stretto di Messina. Questo sarebbe l’approccio che renderebbe il sistema italiano competitivo con il Pireo, e rilancerebbe la crescita economica reale.

Sotto il regime dell’Unione Europea è impossibile finanziare grandi infrastrutture, e quando ci si rivolge a fonti esterne, come la stessa Cina che sarebbe pronta a farlo, l’UE si muove per bloccarlo, come nel caso dell’Ungheria