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La City di Londra Continua a Produrre Posti di Lavoro (a Dispetto dell’Incertezza sulla Brexit)

Scritto da: Henry Tougha
Fonte: http://vocidallestero.it/2017/04/20/la-city-di-londra-continua-a-produrre-posti-di-lavoro-a-dispetto-dellincertezza-sulla-brexit/

Sempre a dispetto di chi vorrebbe vedere la Gran Bretagna sprofondare nell’Atlantico, un articolo di Sky News commenta l’ultimo report della Morgan KcKinley, che mostra come la City – il centro finanziario di Londra – continui a creare nuovi posti di lavoro “nonostante” la decisione sulla Brexit sia già stata irrevocabilmente presa, con l’articolo 50 già invocato. A quanto pare, dunque, neppure il mondo finanziario si sta dando molta pena per l’incombente uscita della Gran Bretagna dalla UE.

di Sky News, 20 aprile 2017

Le aziende “sono stufe di cercare di interpretare il futuro che gli sta davanti” dice un analista, e un report indica una crescita dei posti di lavoro nella City [il centro economico e finanziario, NdT] di Londra.

La City di Londra continua a essere un magnete di posti di lavoro, nonostante alcune delle posizioni legate ai servizi finanziari siano state spostate verso l’Europa, suggerisce un recente report.

Il London Employment Monitor della Morgan McKinley lo scorso mese ha registrato un balzo verso l’alto a doppia cifra dei posti di lavoro vacanti nel settore finanziario.

Il numero dei posti di lavoro disponibili nel mese di marzo nel settore finanziario a Londra è cresciuto del 17 percento rispetto a febbraio e del 13 percento su base annuale, con un aumento di 8145 nuove unità.

I posti di lavoro nel settore della regolamentazione finanziaria, della tecnologia finanziaria e della gestione del rischio sono i principali responsabili di questo aumento, sostiene il report.

Hakan Enver, direttore delle operazioni per i servizi finanziari di Morgan McKinley, dice: “Le aziende sono stufe di cercare di interpretare il futuro che gli si prospetta e stanno tornando ad assumere nuovi talenti“.

Molte aziende hanno già annunciato di avere piani per spostare i loro uffici al di fuori del Regno Unito in preparazione alla sua uscita dall’Unione Europea.

Ma questi loro piani non sembrano aver causato alcun aumento della disoccupazione nella City di Londra.

Mentre Londra continua ad attrarre investitori da tutto il mondo, le istituzioni si stanno impegnando per cercare di mantenere l’accesso al mercato unico europeo e alla ricchezza degli investitori, e per mantenere la produttività economica a Londra e nei dintorni“, afferma il report.

Anziché spostarsi negli altri paesi europei, quindi, i servizi finanziari stanno cercando di mantenere le migliori posizioni in entrambi i mondi, tenendo un piede dentro la City di Londra ed espandendo le operazioni verso gli altri snodi finanziari europei“.

Ad ogni modo, il numero di persone in cerca di lavoro in questo settore è diminuito del 9 percento su base mensile, e del 25 percento su base annuale, scendendo a 9695 unità.

Enver ha detto che marzo di solito è un mese piuttosto monotono per i nuovi posti di lavoro, con la “stagione dei bonus”, cioè il primo trimestre, ancora in corso. Prevede dati ancora migliori per il mese di aprile.

 

EURO BREAK-UP: LA FINE DEL MONDO!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/04/13/euro-break-up-la-fine-del-mondo/

Una premessa è indispensabile per tutti coloro che credono che sarà una passeggiata, per gli ingenui, per tutti coloro che non sanno andare oltre il puntino nero nella grande pagina bianca, ancora tutta da scrivere.

La solita premessa per tutti coloro che ancora oggi credono che si tratti esclusivamente di una crisi economico/finanziaria, di dinamiche macroeconomiche o geopolitiche.

Questa è essenzialmente una crisi …

      ANTROPOLOGICA!

Non sarà facile, non sarà semplice ritornare al passato, ma allo stesso tempo come la storia insegna, le opportunità superano di gran lunga i rischi, sempre che questa volta sia diverso.

Quando sento qualcuno dire che l’uscita dall’euro o meglio il ritorno alle monete preesistenti sarà la fine del mondo, uno scenario da incubo, un film dell’ orrore senza alcun dubbio, una certezza, non so a Voi, ma a me viene la voglia di cambiare canale, di scoprire la realtà, la verità.

Tanto per non farci mancare nulla, lunedi sul Corriere della Sera, si proprio quello sul quale scrivono i vari Alesina e Giavazzi che oggi prefigurano terribili catastrofi quando non più tardi del 1997 sempre sul Corriere sostenevano il contrario, ovvero che la moneta unica era un grande bluff…

Alesina1Insensata l’uscita dalla moneta unica nel 2017 dopo anni di stragi sociali e nel 1997 il nostro Alesina a richiamare i quattro grandi bluff dell’Unione monetaria di cui qui sotto una sintesi…

Alesina

In troppi pendono dalle labbra e dagli editoriali di questi signori, forse la rete può aiutare a ricordare…

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Credetemi non ho nessuna intenzione di fare facile ironia, magari saranno anche bravi professori, ma non sono certo degli oracoli, ma la facilità con la quale cambiano spesso opinione non mi fa stare sereno, perchè l’informazione è una cosa seria e non bastano due righe per spiegare i pro e i contro di una scelta così importante.

Un’altra premessa è fondamentale! Per quanto ci riguarda, passeranno anni prima che il popolo italiano possa scegliere, la Costituzione non lo permette e di certo un’eventuale rivoluzione non verrà dal nostro Paese.

Detto questo neanche in queste quattro righe sarà possibile rispondere a tutte le domande, serve un libro intero o almeno un pomeriggio insieme.

Ma torniamo all’articolo di lunedì, figlio di un’altra grande firma del giornalismo italiano che dormiva ai tempi d’oro in cui tutto sembrava andare bene…

Cercherò di essere molto sintetico lascerò parlare la storia, ovvero l’analisi empirica.

Incominciamo da quei due anni al massimo e poi arriverà la fine del mondo…

ImmaginePer chi non ci capisce nulla vi aiuto io! Questi sono alcuni recenti episodi di svalutazioni dettagliati da Weisbrot e Ray nel 2011, dei quali ho evidenziato solo le dinamiche verificatesi nei Paesi occidentali, ovvero quel famoso 1992, ( …ve la ricordate la crisi nordica di inizio anni ’90 …) sul quale tra i sostenitori dell’euro c’è sempre molta ironia, sai bellezza, sono cambiati i tempi, nulla è più come prima. Nei tre anni successivi alla svalutazione, come evidenziato dal rettangolino verde è arrivata la fine del mondo immagino!

Suggeriscono di ripassare la storia degli anni Settanta o Ottanta ma nessuno che prenda in considerazione quella degli anni Novanta, insomma una storiella a senso unico.

Ci sarebbe tantissimo altro materiale da farvi vedere ma di questo ne parleremo insieme in occasione del decennale.

A me piace l’articolo del Corriere della Sera, perchè in modo pacato, senza enfasi,  cerca di farvi capire i rischi di un’uscita dall’euro…

a) Un film dell’orrore

b) esplosione del debito

c) fuga di capitali

d) inflazione ovunque

e) povertà diffusa

f) il default ci trasforma in fuorilegge globali

ImmagineOvviamente guai a dire nulla, sull’inflazione scatenata dal passaggio all’euro o dalla povertà diffusa che ha caratterizzato le dinamiche nel nostro Paese dopo l’entrata nell’euro e l’austerità dal 2012 in poi.

Scrive De Bortoli che una probabile svalutazione della nuova lira farebbe crescere il valore del debito emesso in euro, ma probabilmente non sa il signor De Bortoli che questo problema riguarderebbe solo le banche e in parte le imprese ma non di sicuro lo stato che attraverso la LEX MONETAE riconvertirebbe almeno il 94 % delle emissioni di debito pubblico sono stati emessi sotto legge italiana, solo nove miliardi circa sono oggi sotto legislazione estera.

Ma la questione come detto prima  è molto più complessa di un articolo di giornale o un post sul blog, ne parleremo a più occhi a tempo debito.

Parlano di economie che danno qualche cenno di ripresa, ma non sanno leggere i dati, dicono che è comprensibile che i trattati non contemplino l’uscita dall’euro, perché la forza di una valuta si basa sulla sua “irreversibilità”.

ALLUCINANTE!

Tirano fuori i paper di Promoteia e non fanno vedere innumerevoli altri studi che dimostrano il contrario, parlano di rischi di guerra commerciale ma non sanno che questa è già qui tra noi. Parlano dei più deboli, quanto di più distante dal loro tenore di vita e fanno finta di dimenticare i milioni di disoccupati creati dal “necessario” aggiustamento salariale ( deflazione salariale) e dall’austerità da loro imposta, in un’area valutaria non ottimale come l’Europa.

Chi fa default si trasforma in fuorilegge! Roba da film western! Parlano di inflazione a doppia cifra senza conoscere la storia o meglio fanno finta di non sapere e vagheggiano nelle loro immaginarie follie. Novelli ottimisti decisamente male informati o meglio ancora intrisi di conflitto di interesse.

Parlano di macelleria sociale in caso di uscita dall’euro e non un solo cenno alla devastazione atomica dei patrimoni e dei risparmi degli italiani ad opera delle banche che in questi anni hanno pure foraggiato editori consenzienti e giornalisti al servizio esclusivo del pensiero unico, banche amministrate da veri e propri criminali accompagnati nella loro opera di devastazione da organi di vigilanza inesistenti e dinamiche politiche autoreferenziali .

Si arrogano addirittura il diritto di definire un insuccesso la recente ristrutturazione del debito greco, mai realmente avviata, una ristrutturazione a senso unico messa in piedi per rimborsare i principali responsabili di questa crisi, le banche tedesche e francesi e inglesi. Ma per favore un minimo di dignità.

Anni fa ad una conferenza, un banchiere locale mi disse che era pura illusione nazionalizzare le banche o proporre un’uscita, perché il sistema bancario era solido. Ora a distanza di anni, la verità è diventata per l’ennesima volta figlia del tempo, con l’euro, si è indebolito il nostro sistema bancario. Le cause sono molte la criminale gestione politica e manageriale ma soprattutto l’austerità imposta che ha fatto esplodere le sofferenze dell’economia reale. Solo un folle oggi può ancora parlare di austerità espansiva.

Questo è il mio pensiero in sintesi …  ITALIA PIU’ POVERA CON QUESTO EURO.

Mi fermo qui, e meno male che ero io il catastrofista.

Mervyn King: «Vi spiego perché la Brexit farà rinascere il Regno Unito»

Scritto da: Francesco Cancellato
Fonte:http://www.linkiesta.it/it/article/2017/04/10/mervyn-king-vi-spiego-perche-la-brexit-fara-rinascere-il-regno-unito/33816/

«Ricordo le parole di David Cameron, nella campagna referendaria: se vincerà la Brexit, diceva più o meno, ci sarà un crollo dei prezzi delle case, una crescita dei tassi d’interesse e un deprezzamento della sterlina. Per lui era un problema. Per me era tutto quel che avevo cercato di ottenere nei tre anni precedenti senza riuscirci. Gli elettori britannici ce l’hanno fatta in un giorno». Mervyn King ha sessantanove anni e una vita avventurosa alle spalle. Figlio di un facchino che si era reinventato insegnante di geografia dopo la guerra, Lord King è stato governatore della Bank of England tra il 2002 e il 2013. A metà del suo mandato, ha dovuto scrivere le prime mappe del futuro della finanza britannica, dopo che la crisi dei mutui subprime e il crac di Lehman Brothers avevano cancellato quelle vecchie. Mentre la Cool Britannia di Tony Blair cominciava ad avvitarsi su se stessa, in una spirale di paura e disillusione e s’incamminava verso la Brexit, lo strappo con l’Unione Europea del 2016. C’è chi dice un azzardo mortale, chi un nuovo inizio. Mervyn King, in Italia per presentare il secondo e ultimo libro “La fine dell’alchimia: il futuro dell’economia globale” (il Saggiatore, 2017) – appartiene a quest’ultima scuola: «La politica è diventata tossica, quando si parla di Brexit. La gente ha perso ogni oggettività nel leggere le cose».

Proviamo a farlo, allora, Lord King. Perché avete deciso di dire addio all’Europa? E perché lei è così ottimista sul futuro solitario del Regno Unito?
La sua domanda è sbagliata.

Prego?
Non distingue chiaramente tra l’Europa. Unione Europea ed Euro. I britannici amano l’Europa, la sua cultura e non possono lasciarla anche se lo volessero, a meno di fare un referendum per abolire la geografia. Non amiamo ll’Euro e l’unione monetaria invece. Non a caso, nessun politico britannico ha fatto e farebbe mai una campagna elettorale per adottare la moneta comune.

Voi però avete votato per abbandonare l’Unione Europa. Non vi piace nemmeno quella?
Sull’Unione Europea siamo ambivalenti. Ci piacciono i legami con gli altri paesi europei, ci piace farci contaminare dalle culture europee, ci piace viaggiare a basso costo in Europa, studiare altrove. L’ambivalenza sta in due elementi dell’Unione Europea che non ci piacciono per nulla, ed è un dissenso ad ampio spettro, che abbraccia trasversalmente tutte le forze politiche britanniche.

Il primo elemento?
È la perdita di sovranità. E qui la colpa è dei politici degli anni passati. Che ci hanno raccontato, in spregio a ogni principio di realtà, che stare nell’Unione Europea non avrebbe cambiato nulla. Non era assolutamente vero, chiaramente. Banalmente, buona parte delle leggi approvate dal parlamento britannico in questi anni è mera approvazione di direttive europee. La corte suprema britannica l’ha ribadito un paio di mesi fa: la legge comunitaria ha la precedenza sulle leggi nazionali fino a che staremo in Europa. E questa è un enorme cessione di sovranità.

Più che una cessione, è un trasferimento di sovranità verso altri organi. Gli europarlamentari sono eletti, i candidati alla presidenza della Commissione Europea sono noti, quando ci sono le elezioni…
Ma in molti casi sono decisioni prese da burocrati, non dagli europarlamentari. E se una cosa decisa dalla burocrazia non ti piace, non puoi farci nulla. Un governo lo puoi mandare a casa, i burocrati no.

Quindi si mandano a casa i governi…
Se tutto questo fosse stato spiegato chiaramente agli elettori, se fosse stato detto loro perché sacrificare qualcosa fosse una cosa giusta, o semplicemente inevitabile, credo avrebbero ci sarebbero stati ottimi argomenti per sostenere questa tesi. Magari gli elettori avrebbero capito. Sarebbe stato più onesto, perlomeno. E invece hanno negato l’evidenza fino all’ultimo. Hanno fatto finta che nulla fosse mai successo. Col risultato che nessuno oggi si fida più di loro.

La seconda cosa che non vi piace dell’Unione Europea?
Schengen e il principio del libero movimento delle persone.

Ma se nemmeno ce l’avevate, Schengen…
No, è vero, non abbiamo aderito a Schengen. Ma ci siamo presi lo stesso il libero movimento delle persone. Oggi abbiamo un milione di polacchi nel Regno Unito. Per le classi medio alte è una cosa bellissima. Hanno bravissimi giardinieri polacchi, ottimi autisti polacchi e le case costano meno da quando ci sono i muratori polacchi. Ma se sei un giardiniere britannico, un autista britannico, un muratore britannico non sei altrettanto contento. Perché sono entrate nel tuo paese persone che ti fanno concorrenza. E lo fanno sfidandoti con prezzi più bassi. È così che l’immigrazione ha prodotto una frattura insanabile tra le classi medio-alte e i ceti popolari. Per sanare questa frattura l’unico via possibile era ridurre l’immigrazione. E per farlo, l’unico modo possibile era lasciare l’Unione Europea.

In un recente articolo apparso sul Guardian, ha detto che il Regno Unito dovrebbe abbandonare non solo l’Unione Europea ma anche il mercato unico e l’unione doganale. Siamo addirittura oltre la hard Brexit di Theresa May. Non pensa sia una scelta un po’ estrema?
No, perché abbiamo votato per la Brexit e abbiamo preso una decisione. E tutti i politici lo avevano detto chiaramente, a partire dallo stesso Cameron: qualunque sarebbe stato il risultato del voto lo avremmo accettato. Così doveva essere. Sfortunatamente, come già le ho detto, la politica è diventata tossica. E chi si è opposto alla Brexit ora vuole sovvertire il risultato del voto. Non c’è nemmeno un giornale, oggi, che ha commenti oggettivi su questo tema. Persino la BBC è schierata: sono tutti contro la Brexit, perché vivono tutti a Londra.

Ok, e quindi perché lasciare il mercato unico e l’unione doganale?
Siamo seri: se mettessimo tutto sul piatto delle negoziazioni sarebbe un disastro. Non si raggiungerebbe alcun accordo e rimarremmo alla mercé di un accordo dell’ultimo minuto. In questo mondo, Bruxelles avrebbe tutto l’interesse a mostrare come l’uscita dall’Unione Europea abbia generato solamente caos nel Regno Unito. Diventeremmo uno strumento meraviglioso, per la loro propaganda. L’unica via razionale che il Regno Unito deve prendere è quella di prepararsi a diventare davvero un attore esterno all’Unione, soggetto alle sole regolamentazioni delle organizzazioni internazionali come il Wto.

Però lasciando l’unione doganale potreste avere grossi problemi nel commercio estero…
Dobbiamo lasciare l’unione doganale perché non possiamo mettere il nostro futuro commerciale nelle mani del caos di due anni di negoziazioni. Il governo britannico deve pianificare semmai uno sforzo doppio per rinnovare l’efficienza delle proprie dogane e renderle iper-efficienti per evitare, per l’appunto, che si trasformino in un problema per il commercio. Abbiamo problemi pratici, ma il punto è farci trovare pronti per poter abbandonare il tavolo delle negoziazioni di fronte a richieste penalizzanti. Dobbiamo darci da fare subito, prima che si inizi a negoziare. Per poter dire, molto tranquillamente, che tra due anni saremo pronti a fare a meno del mercato unico e dell’unione doganale. E liberi di fare accordi bilaterali con chiunque, dagli Usa alla Cina, Unione Europea compresa.

I Paesi europei faranno accordi con voi? Lei crede?
Saranno loro a chiederceli. Siamo un mercato enorme per le automobili tedesche. Credete che la Germania ci rinuncerà così a cuor leggero? Inoltre senza l’unione doganale potremo stringere patti con chi vogliamo. Uno dei più grandi insuccessi dell’Unione Europea è la sua incapacità di fare accordi commerciali. Hanno siglato quello col Canada, ma non sono riusciti a chiudere il Ttip con gli Stati Uniti d’America. Col risultato che oggi l’Unione Europa non ha un accordo commerciale né con gli Usa, né con la Cina. Io credo che il Regno Unito abbia possibilità migliori di siglarli entrambi, nei prossimi anni. Davvero, non è la Brexit il più grave problema economico del Regno Unito.

Qual è, allora?
Il nostro problema è che esportiamo troppo poco, rispetto a quel che importiamo. Ecco perché è importante che la sterlina torni a bassi livelli. E poi ci sono i tassi d’interesse.

 «Siamo seri: se mettessimo tutto sul piatto delle negoziazioni sarebbe un disastro. Non si raggiungerebbe alcun accordo e rimarremmo alla mercé di un accordo dell’ultimo minuto. In questo mondo, Bruxelles avrebbe tutto l’interesse a mostrare come l’uscita dall’Unione Europea abbia generato solamente caos nel Regno Unito. Diventeremmo uno strumento meraviglioso, per la loro propaganda. L’unica via razionale che il Regno Unito deve prendere è quella di prepararsi a diventare davvero un attore esterno all’Unione»

In che senso i tassi d’interesse sono un problema?
Sono troppo bassi, sia quelli a breve sia quelli a lungo termine. Se guardi al lungo termine – quelli decennali – negli ultimi vent’anni sono continuati a scendere,

Ok, ma il problema dove sta? Li stiamo facendo scendere volontariamente, no?
Vero, perché non vogliamo che l’economia rallenti. Ma il tasso d’interesse sconta il valore futuro di un bene. Se i tassi d’interesse sono bassi, l’economia non funziona bene. Prendiamo le pensioni: coi tassi sotto zero di oggi, il risultato in un fondo pensionistico è talmente misero da non valere i sacrifici per mantenerlo. Noi oggi ce la caviamo, ma domani avremo una crisi del nostro sistema pensionistico per colpa dei tassi d’interesse di oggi. Una crisi che riguarderà chi oggi è giovane. Spero che questo sia chiaro.

È questa la fine dell’alchimia di cui parla? L’idea che l’economia cresca sempre e che le nostre azioni di oggi non abbiano effetto su quel che ci accadrà domani?
No, è l’idea che basti la fiducia a garantire la stabilità nella nostra economia. Pensi alle banconote che usiamo tutti i giorni. Non sono coperte da nessun bene. Ciò che le garantisce è la fiducia che abbiamo nei governi e nelle banche centrali. Ancora peggio è quello che fanno le banche: che nel loro bilanci compensano investimenti rischiosi a lungo termine con debiti a breve termine, che altro non sono che i nostri depositi. Pensi alla crisi dei mutui subprime americani: tutti compravano i mutui delle persone senza sapere nulla su chi li aveva sottoscritti. Erano pezzi di carta, fungibili. Finché salivano i prezzi delle case, a nessuno interessava di chi fossero quei mutui: «Se non pagano, gli prendiamo la casa e la vendiamo».

Poi però i prezzi sono cominciati a scendere…
E il sogno è finito: «Un attimo: cosa sono questi pezzi di carta? Chi sono queste persone?» Quando tutti hanno cominciato a farsi questa domanda, il mercato è crollato, di botto. Da quel momento, le banche hanno smesso di prestarsi i soldi per qualche mese. Perché basta che una banca fallisca, che la gente smette di metterci i soldi, e nessuno si fida più. E le banche crollano, come tessere del domino. Eccola, la fine dell’alchimia.

Che si fa, quindi? Si ritorna alle riserve auree e alle banche che possono investire solo in titoli di Stato?
Ovviamente no. Le banche oggi hanno riserve che sono solo una piccola frazione del capitale investito. Chi finanzierebbe mai le banche, se dovessero coprire tutti i loro investimenti per minimizzare il rischio per i correntisti?

Immaginiamo lei abbia un piano…
Ci arrivo: in una crisi le banche centrali devono metterci dei soldi per salvare le banche. Sottolineo: devono. È come con l’energia: generare energia è una piccola percentuale dell’economia. Ma se fallisce chi produce energia, si blocca tutto. Il problema del 2008 è stato prettamente politico: perché le banche si salvano e le piccole imprese, quando falliscono, si lasciano morire? Perché alle famiglie viene pignorata la casa? Non è giusto? No, probabilmente no. Ma è necessario.

È come se di fronte abbiamo una specie di dilemma. Salvare le banche è necessario, ma ingiusto…
Esattamente. E la conclusione a cui sono giunto è che le banche, invece che chiedere soldi alle banche centrali solamente quando vanno in crisi, dovrebbero sempre avere degli asset in pegno alle banche centrali in modo di essere sempre in grado di ripagare il capitale versato, comunque vada, in qualunque momento. È una specie di tassa sull’alchimia. Se lo facciamo, possiamo prevenire ogni rischio di bancarotta bancaria e di corse agli sportelli come nel 2008. E pure i salvataggi delle banche, che politicamente sono una disgrazia. Questo schema preverrebbe pure che le banche si mettano a prestare senza logica come avveniva prima del 2008.

Livello di utopia, da uno a dieci…
Molto basso. Le banche sono molto più vicine al mio schema di quanto immagina.

Si spieghi meglio…
Pensi al quantitative easing: la banca centrale compra bond dalle banche, in cambio di nuova moneta. Buona parte di quel denaro finisce depositato nel loro conto presso la banca centrale. Grazie a operazioni come questa, ora il sistema bancario ha un sacco di soldi nel conto presso la banca centrale. È liquidità aggiuntiva per tempi di crisi. Ed è una bella notizia, non cattiva.

«Il futuro dell’Unione Europea? Io credo che ci siano due enormi sfide davanti: come riformare l’Euro e come risolvere la gigantesca crisi migratoria di questi ultimi mesi, che chiaramente non era prevista quando è stato deciso di garantire il libero movimento delle persone all’interno dell’Unione»

Forse ha ragione, ma per l’Europa non sarebbe meglio che quel denaro fosse rimesso in circolo nell’economia reale…
Credo che i problemi dell’Europa siano da cercare altrove.

Dove, precisamente?
Se si pensa al futuro dell’Unione Europea, io credo che ci siano due enormi sfide davanti: come riformare l’Euro e come risolvere la gigantesca crisi migratoria di questi ultimi mesi, che chiaramente non era prevista quando è stato deciso di garantire il libero movimento delle persone all’interno dell’Unione…

Sulla riforma dell’Euro ha qualche idea?
Di sicuro c’è che l’Euro non sta funzionando. Anche Macron dice che servono cambiamenti enormi, la Germania pure. Ma non c’è accordo su come si debba riformare, però.Questo era il problema principale. Non è un problema solo dell’Italia, quindi.

Un ministro delle finanze europeo potrebbe servire?
A parole lo vogliono tutti. Ma non ho ancora incontrato un solo ministro delle finanze europeo che mi abbia detto che questa opzione sia politicamente percorribile. Perché non parte da un processo democratico. Un ministro delle finanze europeo decide il budget di ogni singolo stato. A questo punto, peraltro, un ministro delle finanze europeo, e quindi una politica fiscale europea, significa solo che la Germania paga per tutti. Dubito che i tedeschi saranno felici di questo. Soprattutto, da quando non ci sarà più il Regno Unito e il suo sostanzioso contributo al budget europeo

VESPA TRUMP E L’ALVEARE TEDESCO!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/03/31/vespa-trump-e-lalveare-tedesco/

Nulla da dire davvero, strepitosa mossa delle tre carte da parte dell’amministrazione Trump che nello spazio di qualche giorno è stata in grado di far digerire ai mercati il clamoroso fallimento sull’abbrogazione della riforma sanitaria di Obama.

Nello spazio di un istante, Trump è riuscito a scatenare un autentico vespaio in Europa solo attraverso rumors messi in giro ad arte, ha cancellato i limiti ambientali e imposto il saccheggio della pricacy sul web, cosa che non sarà limitata solo al popolo americano ma che riguarderà noi tutti.

Se qualcuno crede ancora che in America si scherza dia un’occhiata qui sotto…

Giusto per mandare un avvertimento alla Cina, Trump ha ribadito che l’America non può avere un enorme deficiti commerciale e perdite di posti di lavoro. Le aziende americane devono essere pronte a guardare alle alternative.

La risposta è arrivata in mattinata…

China March official manufacturing PMI rises to 51.8, beats forecasts

China official manufacturing, services PMI rises in March

Australian Dollar Keeps Slipping Despite Upbeat China PMI

China Caixin Manufacturing PMI

Secondo la CNBC Trump is looking at new ways to go after countries that game their, l’amministrazione Trump sta valutando la maniera di penalizzare i paesi le cui valute sono sottovalutate  

Un piccolo esempio lo avete qui sotto…

Risultati immagini per currency undervalued dollar

Non per nulla le notizie sulla guerra commerciale in preparazione contro l’Europa sono fondate.

C’era da aspettarselo. Icona della Dolce vita, celebrata da Vacanze romane, portata a gauche da Nanni Moretti, la povera Vespa nostrana è a rischio estinzione negli Stati Uniti per colpa del rude Trump che minaccia ritorsioni perché i mangiatori di rane europei non vogliono manzo carico di ormoni nei loro piatti.Reazione scontata, per quanto non diffusissime oltreoceano, la Vespa è cool in città nemiche del presidente come Ny e La. D’altro canto, difficile immaginare gli elettori di the Donald scorrazzare su praterie o highways con caschetto e tracolla. Più probabile trovarne a lucidare, fucili a tracolla, mirabili esemplari di Gran Torino o, cappellino in testa, pascolare su grossi trattori (Caterpillar?).Insomma, colpire un simbolo per educarne cento. Povera Vespa, a cui, dovessero passare i famigerati dazi, non rimane che sperare che torni a essere autoctona, come negli anni Cinquanta, proprio quelli di Audrey e Gregory, quando si insediò la Vespa of America Corporation che ne arrivò a distribuire (ma non a produrne) 250mila esemplari fino a metà degli anni ’80. Un manzo in Vespa

In effetti fa sorridere, la Vespa in America è come la tigre della Tasmania una rarità, il polverone sollevato in Italia è tipico dei costruttori di tragedie nazionali, in realtà questo è stato uno splendido regalo mediatico, da tempo la Vespa non era sulla bocca di tutti.

Per non parlare di vero e proprio giornalismo spazzatura che non perde tempo nel mettere in pratica quello per il quale è pagato quotidianamente, ovvero usare qualunque mezzo per difendere l’indifendibile, l’Europa delle banche e delle lobbies, l’Europa dei burocrati che hanno distrutto il sogno dei padri fondatori…

Se ora l’Italia fosse fuori dall’Ue, il «made in Italy» più penalizzato

Si parla di meno del 5 % del fatturato Piaggio, diverso sarebbe se l’amministrazione Trump allargasse il raggio di azione alle moto superiori ai 500 cc che colpirebbe in maggiore misura la Germania con la BMW e ovviamente anche la DUCATI ormai di proprietà AUDI. Peccato che come abbiamo spiegato nell’ultimo Machiavelli gli strateghi di Trump non abbiano messo in conto che un’eventuale guerra colpirebbe numerose piccole e medie imprese americane che come unico business hanno la vendita di moto europee, indotto e accessori compresi.

Ora non resta che osservare con calma cosa accadrà all’industria automobilistica tedesca una volta che l’amministrazione Trump avrà completato il suo dossier.

OLANDA: VINCONO TUTTI!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/03/16/olanda-vincono-tutti/

 Solo due rapide considerazioni su quanto è accaduto in Olanda, visto che ovunque sui giornali mainstream si sta festeggiando una vittoria che non esiste, lo scampato pericolo.

Come spesso accade in Italia, hanno vinto tutti, nessuno ha perso!

Prima una premessa. Noi non tifiamo per nessuno, no di certo per estremisti o xenofobi, l’unico tifo che facciamo è che venga spazzata via questa “feccia” burocratica che sta soffocando l’Europa…

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L’Europa chiede di spazzare via altre 5000 anime, di mandarli a casa!

wwDetto questo con gli scrutini al 93 % questo è il risultato attuale in Olanda…

I due maggiori partiti al Governo insieme sono riusciti a perdere ben 37 seggi.

Il partito dei due laburisti che bazzicano Bruxelles, Dijsselbloem e Timmermans è stato letteralmente spazzato via dalla scena politica olandese, si il ricciolino presidente dell’Eurogruppo che va in giro a dare lezioni agli altri, quello che faceva il duro con la Grecia.

Servono 71 seggi per governare in Olanda, neanche mettendo insieme il terzo e quarto partito non ci sono i numeri. Cerchiamo di mettere nel giusto contesto questi numeri, capisco che sono terrorizzati dall’idea di perdere il loro giocattolino l’euro, ma la realtà è un’altra.

Continuate pure con austerità e deflazione salariale, il tempo è ormai scaduto!

 

Xi Jinping fa all’Italia un’offerta che non si può rifiutare

Fonte: http://movisol.org/xi-jinping-fa-allitalia-unofferta-che-non-si-puo-rifiutare/

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In occasione della visita della delegazione guidata dal Presidente della Repubblica Mattarella in Cina dal 21 al 26 febbraio, Il Presidente cinese Xi Jinping ha invitato l’Italia a partecipare al vertice del 14-15 maggio su “Una Cintura e una Via: Cooperazione per la Prosperità Comune”, a Pechino. Mattarella ha risposto esprimendo “massimo interesse nell’Iniziativa One Belt One Road”, ma sembra che l’Italia voglia fare le nozze con i fichi secchi.

Prendendo la parola al termine del Forum Cina-Italia, Xi ha affermato che l’Italia “offre vantaggi incomparabili come porta tra Est e Ovest”, a causa della sua posizione geografica e del ruolo politico in Europa. “C’è uno spirito pionieristico nei nostri due Paesi”, ha detto Xi, citando il missionario Prospero Intorcetta, il primo europeo a tradurre Confucio e originario della Sicilia come Mattarella. Intorcetta è sepolto a Hangzhou.

Nel suo discorso, Mattarella ha dichiarato che “L’Italia può presentare esperienze e conoscenze in settori di grande interesse per la Cina, quali la sicurezza alimentare, la salute, le tecnologie ambientali, l’urbanizzazione sostenibile, la logistica e i trasporti, l’aerospazio”.

Sono stati firmati accordi per cinque miliardi di dollari, i più interessanti dei quali sono certamente la partecipazione italiana al programma spaziale cinese, e in particolare agli esperimenti sulla permanenza a lungo nello spazio, nella stazione orbitante cinese a partire dal 2022.

L’entità degli accordi, esigua se si considerano le dimensioni economiche dei due Paesi, mostra che l’Italia non è pronta a entrare nel “paradigma” della One Belt One Road. Infatti, Mattarella ha enfatizzato l’opportunità strategica per il “sistema italiano di porti e logistica” di completare “l’ultimo prezioso tratto della ‘Nuova Via della Seta’ fino al cuore dell’Europa”, ma si è riferito ai porti di Genova e Venezia. Il Mezzogiorno, con il porto di Gioia Tauro (nella foto), è completamente trascurato. Eppure, Gioia Tauro, assieme ai porti dell’Italia meridionale e della Sicilia, rappresenta il vero vantaggio geografico per le navi provenienti da Suez. Per sfruttarlo, tuttavia, sono richiesti ingenti investimenti di capitale nella modernizzazione dei porti e dei collegamenti ferroviarii e stradali Sud-Nord, compreso il Ponte sullo Stretto di Messina. Questo sarebbe l’approccio che renderebbe il sistema italiano competitivo con il Pireo, e rilancerebbe la crescita economica reale.

Sotto il regime dell’Unione Europea è impossibile finanziare grandi infrastrutture, e quando ci si rivolge a fonti esterne, come la stessa Cina che sarebbe pronta a farlo, l’UE si muove per bloccarlo, come nel caso dell’Ungheria

Il riciclaggio (legale) delle Banche Centrali per nascondere la guerra delle valute: comprano azioni e dollari per svalutare la propria moneta!

Scritto da: Mitt Dolcino
Fonte: http://scenarieconomici.it/ofcs-riciclaggiobanchecentrali/

Fonte dell’Immagine sopra: Bloomberg

(ofcs.report) Temo che Trump avesse davvero ragione: l’EU con la Germania in testa ha approfittato di una valuta – l’euro – più debole di quello che sarebbe stato il marco tedesco. E questo a danno dei beni prodotti negli USA, spiazzati da quelli tedeschi svalutati grazie alla moneta unica per la sola presenza nella compagine dei paesi periferici in crisi/mandati in crisi post 2010.

Già questo sarebbe un problema – e lo è per gli USA che vedono salire il dollaro indebolendo la propria economia grazie ad escamotages monetari figli del QE europeo, anche qui Trump ha ragione – ma la conseguenza addirittura fatale rischia di essere un’altra: le Banche Centrali soprattutto europee (ma non solo, vedasi il Giappone) non solo vendono la propria valuta (euro e franchi) comprando dollari ma addirittura iniziano con i proventi delle vendite a comprare azioni americane (per ora)!

Tali acquisti non solo sono una chiara manipolazione dei prezzi di borsa (già di per se grave), ma addirittiura il primo passo per la nazionalizzazione delle aziende quotate, un socialismo per via capitalistica!

Appunto, siamo davvero alla vigilia di una nazionalizzazione di fatto delle aziende quotate in borsa da parte delle banche centrali? Forse è per questo che Berlino freme per togliere Draghi dalla BCE per metterci un tedesco. Si, perchè se l’EU franco-tedesca riuscisse nell’intento di mettere a capo della BCE un affiliato al progetto egemonico dell’asse Berlino-Parigi all’atto dell’autorizzazione diretta alla BCE a comprare azioni anche europee, le pressioni per le privatizzazioni delle aziende dei periferici diventerebbero di fatto inutili, avverrebbero e basta. Infatti la BCE acquisterebbe dette aziende come sostegno all’economia e dunque le stesse potrebbero essere poi alienate a danno dei paesi d’origine in modo assai semplificato.

Ecco che si comprende l’enorme pericolosità della legge sulla Golden Share introdotta dal solito Mario Monti, che – nota bene – non può essere applicata ai soggetti europei…

Lettura importantissima quella che ci propone ofcs.report in quanto mette a posto numerosi tasselli, tra guerra delle valute, svalutazioni competitive, salita perenne delle borse e guerra per ora solo economica tra le due sponde dell’Atlantico a chi svaluta di più. Oltre che la guerra del sistema ex clintoniano a Trump, a capo della fronda nemica del presidente USA c’è proprio Berlino, non a caso.

Un solo commento personale: viste le contrapposizioni sono praticamente certo che finirà male, a testate sul muso.

MD

ZH – Sbalorditiva ammissione di Draghi: un paese può lasciare l’eurozona, ma deve prima “pagare il conto”

Fonte: http://vocidallestero.it/2017/01/22/zh-sbalorditiva-ammissione-di-draghi-un-paese-puo-lasciare-leurozona-ma-deve-prima-pagare-il-conto/

Mario Draghi – sul quale è stata recentemente aperta un’inchiesta dell’Ombudsman della UE per “conflitto d’interessi” – ha platealmente sconfessato il “whatever it takes” di quattro anni fa: in una lettera di qualche giorno fa ha candidamente ammesso che un paese membro può lasciare l’eurozona, a patto che saldi le sue posizioni sul sistema Target2.  La caduta dell’ultimo tabù da parte della BCE suona contemporaneamente come uno spettacolare “liberi tutti” per i paesi deboli dell’eurozona e una quasi minaccia per l’Italia, il cui altissimo passivo Target2  costituirebbe una tremenda perdita per il principale creditore, la Germania, che non tarderà a valutare quanto valga la pena prevenirla. Da ZeroHedge.

 

di  Tyler Durden, 21 gennaio 2017

Meno di 4 anni fa, e poco dopo la famigerata minaccia agli speculatori del “whatever it takes“, Mario Draghi rispondeva a una domanda dei lettori di Zero Hedge, affermando che “non esiste un piano B” per quel che riguardava i piani di emergenza nel caso una nazione della zona euro uscisse dall’unione monetaria. Il ragionamento era semplice:  concepire un tale scenario significava ammettere la possibilità che si verificasse, ed è per questo che la BCE voleva disperatamente dare l’impressione che la coesione dell’Europa fosse indistruttibile, a qualsiasi costo.

Facciamo un veloce passo avanti a quattro anni dopo, quando non solo questa particolare strategia è stata completamente rigettata, ma per la prima volta il Governatore della BCE ha fornito un quadro, per quanto vago, che mostra cosa potrebbe accadere in caso di Exit.

In una lettera a due deputati italiani al Parlamento europeo pubblicata venerdì, e riportata per la prima volta da Reuters, Mario Draghi ha ammesso che un paese potrebbe uscire dalla zona euro – e questo è quanto per il suo “non esiste un Piano B” – ma prima di chiudere dovrebbe saldare i debiti col sistema di pagamenti Target2 dell’eurozona.

Se un paese dovesse lasciare l’Eurosistema, i crediti o le passività della sua banca centrale nazionale verso la BCE dovrebbero essere risolti in toto“, ha detto Draghi nella lettera, senza specificare in quale valuta dovrebbe aver luogo la “liquidazione”. Non è chiaro nemmeno quale sarebbe la reazione della BCE se un paese non “regolasse integralmente i suoi conti”: in definitiva, la BCE non dispone di un esercito che garantisca il  rispetto delle sue politiche.

Come conferma Reuters, il commento di Draghi costituisce “un vago riferimento da parte del Governatore della BCE alla possibilità che l’eurozona perda dei membri“. Noi diremmo non solo un “riferimento”, ma l’ammissione che un’Italexit è fin troppo possibile, e che tuttavia l’unico modo in cui la BCE lo permetterebbe sarebbe quello di far prima pagare all’Italia il suo conto Target2 di 357 miliardi di euro (sul quale diversi sprovveduti professori di economia hanno sostenuto negli ultimi 5 anni che non sarebbe mai stato utilizzato dalla BCE come merce di scambio nei negoziati sull’”exit” e che non ha implicazioni politiche; oops).

A dire il vero, il beneficiario di questo pagamento sarebbe il paese che fa più affidamento sul persistere dello status quo: la Germania, che ha qualcosa come 754 miliardi di euro di “attività” nel sistema Target2, che potrebbero essere azzerate se uno o più paesi della zona euro dovessero uscire senza soddisfare i propri obblighi di pagamento.

Nella lettera, Draghi ha ribadito che gli squilibri sono dovuti al ​​programma di acquisto titoli della BCE, nel quale molti dei venditori sono investitori stranieri con conti in Germania, e al conseguente riequilibrio dei portafogli.

L’ammissione di Draghi che il “QuItaly” – o UscIta come è chiamata all’interno del paese – è una possibilità fin troppo reale, coincide con un’ondata di sentimenti anti-euro in Italia e in altri stati dell’eurozona, alimentati in parte dalla decisione senza precedenti della Gran Bretagna nel giugno scorso di lasciare l’Unione europea.

La minaccia di default sui debiti transfrontalieri è stata spesso ritenuta un elemento di coesione della zona euro durante la crisi finanziaria. Poiché questi pagamenti generalmente non sono saldati, le economie più deboli, tra cui l’Italia, la Spagna e la Grecia, hanno accumulato enormi debiti verso Target2, mentre la Germania si distingue come il più grande creditore, con crediti netti per 754,1 miliardi di euro.

Gli squilibri Target2 sono peggiorati negli ultimi mesi, quando l’economista di Harvard Carmen Reinhart  ha lanciato l’allarme su una fuga di capitali dall’Italia. Lo si può vedere nel grafico sottostante,  il quale conferma come sotto la calma apparente dei bassi rendimenti dei titoli italiani – anche se recentemente risultano in crescita –  si stanno accumulando enormi squilibri di capitali.

Crediti e debiti nel sistema Target2 – in verde la Germania e in rosso l’Italia – dal 2003 al 2016

L’ammissione di Draghi, da intendere quasi come una minaccia all’Italia, potrebbe aver aperto un nuovo vaso di Pandora per la stabilità europea, in aggiunta alle preoccupazioni per Trump, perché non solo Draghi ha confermato che l’uscita dalla zona euro è stata esplicitamente prevista dalla banca centrale, ma definisce anche le condizioni alle quali sarebbe presa in considerazione e consentita.

Ancora più importante, ancora una volta fornisce la base per una “negoziazione” aggressiva, che potenzialmente può degenerare in una escalation di rancorose trattative tra l’Italia e la Germania, poiché la BCE ha messo di colpo in chiaro che il guadagno dell’Italia in una “ipotetica” uscita dalla zona euro costituirebbe una tremenda perdita per Berlino e per la Merkel. Siamo sicuri che in tempo brevissimo emergerà anche la questione di “quanto” valga la pena per la Merkel prevenire tale perdita. Quanto al significato della dichiarazione di Draghi per i paesi con un debito Target2 molto inferiore, che potrebbero anche prendere in considerazione l’uscita dall’unione monetaria, la risposta è racchiusa in due parole: “via libera”.

Aggiornamento: Come ci è stato fatto giustamente notare da @KellerZoe, dalla lettera di Draghi ai parlamentari Marco Zanni e Marco Valli non risulta la necessità di saldare i conti Target2 “prima” di un’uscita, ma semplicemente  si dice che in caso di uscita i conti dovranno essere regolati integralmente.  L’articolo di Zero Hedge quindi si rifà a una interpretazione estensiva da parte di Reuters e non al testo originale. 

Come Trump potrebbe vincere la guerra tra valute

Scritto da: di Brendan Brown1
Traduzione per il Portico Dipinto : Johnny Contanti.
Fonte: http://ilporticodipinto.it/content/come-trump-potrebbe-vincere-la-guerra-tra-valute


L’attuale guerra valutaria è iniziata con il Grande Esperimento Monetario sotto l’amministrazione Obama. Questo ha innescato una svalutazione del dollaro nel periodo 2010-12. Da allora il lancio di simili e per certi versi più radicali esperimenti monetari in Europa e in Giappone ha alimentato grandi svalutazioni dell’euro e dello yen. Nel frattempo, una combinazione di politiche di bolle di credito e di repressione intensificata ha causato lo scivolamento della valuta cinese.

Finora l’amministrazione Trump non ha formulato un chiaro messaggio relativo alla guerra delle valute. Invece c’è stata una serie di frasi a effetto su particolari aspetti della guerra che omettono la principale fonte di questo conflitto – l’imperfetto standard globale di inflazione del 2%. A loro volta, il cancelliere tedesco e il primo ministro giapponese hanno dato risposte indignate alle frasi a effetto di Trump, fingendo che la BCE (Banca Centrale Europea) e BoJ (Bank of Japan), rispettivamente, siano istituzioni indipendenti dal governo, e che quindi i governi tedesco e giapponese non siano responsabili per le conseguenze sulle valute delle politiche monetarie.

Il fattore Donald Trump

Cominciamo con il commento del massimo consigliere commerciale del Presidente Trump, Peter Navarro per cui “la Germania sta usando un euro grossolanamente sottovalutato per sfruttare gli USA e i suoi partner dell’UE.” La realtà di fondo è che la cancelliera Merkel, nella difesa dello status quo europeo (compresa l’Unione monetaria europea [UEM] nella sua forma attuale) ha sostenuto il capo della BCE Draghi nel perseguire politiche di facilità monetaria radicale. Avrebbe potuto dire di no. Non l’ha fatto.

In effetti l’evidenza indica una cospirazione di guerra. Il Ministro delle Finanze Schaeuble ha ammesso in una recente intervista giornalistica (in Tagesspiegel) che Berlino ha accettato (nel 2014) di non esprimere pubblicamente la sua preoccupazione circa le politiche monetarie radicali della BCE, fermo restando che la BCE avrebbe assunto la responsabilità per l’allargamento del surplus commerciale tedesco. In effetti Berlino avrebbe potuto dichiararsi innocente sulla base dell’indipendenza della BCE e Draghi avrebbe appoggiato tale richiesta. Ma i cospiratori non hanno fatto i conti con l’ascesa di Donald Trump.

Lo schema moentario tedesco e giapponese

Non c’è dubbio che il governo di Berlino abbia fatto i conti in modo corretto sul fatto che le politiche radicali della BCE diventerebbero sempre più impopolari per vasti settori del pubblico tedesco. Punti di risentimento dovrebbero includere i tassi reali sostanzialmente negativi sul risparmio e il trasferimento di enormi volumi di capitale tramite la BCE in debito sovrano debole e banche (soprattutto in Italia). Ci sono anche, però, molti cittadini che hanno guadagnato dal boom delle esportazioni (alimentate dalla debolezza dell’euro) e col boom delle costruzioni.

In effetti, l’euro a buon mercato ha fornito una sagola di salvataggio politico essenziale per l’odierno cancelliere Metternich d’Europa (Merkel). Lo stato di guerra valutaria non dichiarata dalla coppia che non si ama Merkel-Draghi è stato il mezzo per frenare le forze del risentimento politico interno in Germania contro i crescenti costi della UEM.

Eppure, se l’unico modo per Berlino di sostenere lo status quo europeo è quello di permettere al capo della BCE Draghi di manipolare in modo efficace l’euro verso il basso, allora dovremmo concludere che l’unione monetaria in Europa come attualmente progettata e realizzata è in contrasto con il libero scambio globale e l’ordine globale liberale. La sfida per le élite europee o loro successori che desiderino mantenere l’unione potrebbe essere allora di aprire un altro canale di sopravvivenza – più plausibilmente all’insegna della deregolamentazione, del governo più snello, e di una moneta solida.

Passiamo alla replica del Primo Ministro giapponese Abe al commento del Presidente Trump (30 gennaio) per cui “il Giappone e la Cina usano la politica monetaria per perseguire la svalutazione e manipolano il mercato monetario, mentre ci sediamo qui come un gruppo di imbecilli.” E’ stato da subito un segreto di Pulcinella che l’obiettivo fondamentale di Abe nel mettere il Giappone sullo standard globale di inflazione del 2% (da gennaio 2013) è stato quello di tenere lo yen basso rispetto ai suoi alti picchi raggiunti durante l’offensiva valutaria degli Stati Uniti del 2009-12. E ora la straordinaria politica della BoJ di stampa di denaro potenzialmente illimitata per tenere il tasso di interesse a lungo termine di poco sopra lo zero, quando i tassi USA a lungo termine sono aumentati bruscamente, è una continuazione di quella stessa politica valutaria. Al di là della restituzione del pan per focaccia verbale all’Europa e al Giappone, Washington deve ancora avvisare il mondo che i giorni dello standard di inflazione globale del 2% sono finiti. Sì, questo standard è durato il doppio del tempo della vita effettiva del sistema di Bretton Woods (dal 1959 all’introduzione del mercato dell’oro a due livelli nel 1968), ma è palesemente marcio – come potentemente illustrato dalla guerra delle valute che ha generato e anche dalla successione di inflazione dei prezzi delle attività e fallimenti.

Che cosa dovrebbe fare Trump

L’amministrazione Trump potrebbe dar prova di leadership qui segnalando che intende nominare i successori di Yellen e Fischer, che potrebbero portare gli Stati Uniti fuori dallo standard di inflazione del 2% , il che farebbe tornare la legislazione in Congresso, che impedirebbe alla FED di interpretare il mandato di stabilità dei prezzi come inflazione perpetua al 2% annuo.

Gli alti funzionari economici internazionali degli Stati Uniti dovrebbero assolutamente rendere chiaro che il proseguimento delle svalutazioni monetarie camuffate da soffi inflazionistici nell’economia (in Europa come in Asia) per raggiungere un obiettivo di inflazione del 2% non è più accettabile. La premessa dovrebbe essere che gli strumenti monetari non standard (QE, tassi negativi, fissazione del tasso a lungo termine) sono la prova di intenti manipolazione di valuta.

L’amministrazione Trump dovrebbe rinnegare l’uso di questi strumenti da parte degli USA (introducendo una legislazione a tale scopo). Ancora più importante, dovrebbe pubblicare una lista di politiche monetarie e non che dovrebbero essere sospettate di essere forme di manipolazione della valuta.

Repressione finanziaria cinese

La Carta dovrebbe includere in primo luogo un sostenuto intervento sui mercati dei cambi esteri e restrizioni sui cambi; in secondo luogo, la sperimentazione monetaria nel perseguimento di obiettivi di inflazione; e in terzo, “manipolazione del sistema finanziario e repressione”. Il terzo punto dovrebbe avere ovvia rilevanza nei negoziati USA-Cina.

Pechino impone un regime di repressione finanziaria che governa essenzialmente il credito bancario alle imprese statali favorite, mentre riduce i tassi di rendimento sui risparmi sicuri; le sue politiche di credito inducono una bolla dopo l’altra (e molte insieme); la repressione politica si aggiunge ai timori riguardanti la sicurezza delle attività nazionali. E così i cittadini cinesi cercano sicurezza e reddito nei loro fondi meno rischiosi (immobiliari e prodotti di credito nazionali sono enormi scommesse) al di fuori della Cina. La conseguente massiccia fuga di capitali spinge la valuta cinese verso il basso.

Armata della sua lista di proscrizione contro la manipolazione, l’amministrazione Trump potrebbe prendere la strada maestra nei suoi prossimi incontri commerciali con Pechino, e anche più ampiamente con l’Europa e il Giappone. La violazione della Carta sarebbe motivo per l’avvio di una “azione” da parte degli Stati Uniti ai sensi della legislazione commerciale esistente.

A Tokyo, il Primo Ministro Abe è probabile che recepisca il messaggio, data l’importanza di buone relazioni con Washington in un momento di crescenti tensioni geo-politiche, soprattutto per quanto riguarda la Cina e la Corea del Nord. Ma cosa succede se la signora Merkel e il suo banchiere centrale non riescono a recepire il messaggio? I cittadini tedeschi hanno per fortuna la possibilità di votare per la pace valutaria e contro la guerra commerciale il prossimo autunno. Per i cinesi non esiste una tale via d’uscita dal pericolo di guerra tramite le urne.