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Giovanni Battista e il contenuto esoterico del suo personaggio

Fonte: http://www.progettoatlanticus.net/2015/08/giovanni-battista-e-il-contenuto.html

Chi fu veramente Giovanni Battista? Gli storiografi, basandosi sui Vangeli, hanno creduto di poter ricostruire la sua biografia nel modo seguente: nato intorno al 7 a.C. e morto nel 30 d.C., Giovanni sarebbe stato figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta, parente di Maria. Verso il 27 d.C. si ritirò nel deserto ove visse da asceta, annunciando l’avvento del Messia. Battezzò Gesù nelle acque del Giordano. Per aver disapprovato la convivenza di Erode Antipa con la cugina Erodiade, fu incarcerato e poi decapitato su richiesta di Salomè, figlia di Erodiade.
Giovanni Battista è personaggio quanto mai evanescente: infatti, oltre che nei Vangeli, è menzionato, se si escludono testi tardi di natura catechetica, solo da Giuseppe Flavio (Ant. 18, 109-119). Così non manca qualche autore, ad esempio David Donnini, incline a pensare che il Precursore non sia mai esistito. Donnini vede nel Battista una controfigura di uno fra i due Messia. E’ ipotesi forse estrema, ma è indubbio che l’immagine ufficiale del Santo è poco plausibile.
Già i Vangeli lasciano trasparire una rivalità tra il Messia (quale dei due?) ed il Battista nonché un certo antagonismo tra i rispettivi seguaci: parecchi anni dopo la crocifissione, ad Efeso, alcuni adepti avevano ricevuto soltanto il “battesimo di Giovanni” (Atti 18, 24-25; 19, 1-5). Gesù proclama il Battezzatore il “maggiore tra i nati da donna” (Luca 1, 44), ma lo ridimensiona definendolo “il più piccolo nel Regno” (Matteo 11, 11).
Nel Vangelo attribuito a Giuda Tommaso, nel loghion 46, si ribadisce: “Gesù disse:‘Da Adamo a Giovanni il Battista, fra quanti nacquero da donna nessuno è tanto più grande di Giovanni il Battista da non dover abbassare lo sguardo. Ma vi dico che chiunque fra voi diventerà un bambino riconoscerà il Regno e diventerà più grande di Giovanni”.
Ancora oggi i Mandei, che formano una sparuta comunità religiosa a carattere dualistico, i cui fedeli vivono in Iraq, sostengono di essere i seguaci dei discepoli riuniti attorno al Battista, reputato il vero Messia in opposizione a Gesù, additato come impostore.
Pare che, a somiglianza di un fiume carsico, il Precursore abbia dato origine ad un’intrigante linea esoterica, la cosiddetta “tradizione giovannita”, sebbene la Chiesa nicena e post-nicena abbia agito per normalizzare questa figura. Tale corrente qua e là affiora, manifestandosi in opere criptiche, come i quadri di Leonardo da Vinci, il genio rinascimentale che fu anche un occultista. Lo stesso segno del Battista, l’indice diretto verso l’alto, potrebbe avere un significato non riferibile in modo banale alla trascendenza.
Giovanni XXIII (Angelo Roncalli), il primo pontefice affiliato ad una loggia di liberi muratori, scelse il suo nome da papa proprio come tributo a Giovanni Battista che è, tra le altre cose, il santo della Massoneria.
Giovanni Battista si festeggia il 24 giugno, dì della prima “apparizione mariana” a Medjugorie, fenomeno in qualche modo riconducibile alla Xenologia. Per convenzione la nascita dell’Ufologia contemporanea ha inizio il 24 giugno 1947, allorché Kenneth Arnold, uomo d’affari statunitense, avvistò, a bordo di un piccolo aereo, presso le Cascade Mountains (stato di Washington), nove grandi oggetti di forma quasi discoidale e dall’aspetto metallico.
Qual è il fil rouge che lega Giovanni Battista ai Mandei, al retaggio iniziatico giovannita, alla Massoneria ed a talune circostanze border line? Le investigazioni, rese complesse dalla scarsità delle fonti e dall’intrinseca difficoltà della questione, sono in fieri.
San Giovanni è stato sempre scelto quale patrono da quasi tutte le antiche sette cristiane esoteriche, come dalle più recenti società iniziatiche quale, per esempio è la Massoneria nei cui Statuti, pubblicati nel 1721, è espressa l’invocazione di San Giovanni in questi termini:
“I Fratelli di tutte le Logge di Londra, di Westminster e dei dintorni, si uniranno nel luogo convenuto nel giorno di S. Giovanni Battista o di S. Giovanni Evangelista …”.
L’invocazione di S. Giovanni assai spesso ha confuso i due Santi: l’Evangelista e il Precursore. Ciò è dovuto probabilmente alle affinità simboliche che esistono tra i due Santi. Pertanto cerchiamo di vedere quali sono queste affinità prendendo in considerazione le vite separate dei due Santi, prima il Battista e poi l’Evangelista.
S. Giovanni Battista era figlio di Zaccaria e di Elisabetta. Le notizie della sua nascita ci sono fornite dal Vangelo di Luca: l’angelo Gabriele apparve a Zaccaria annunciandogli la nascita di un figlio che “sarà ripieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” (I, 16) e “andrà come precursore, con lo spirito e la potenza di Elia” (I, 17). Poiché Zaccaria non credeva alle parole dell’angelo, questi gli disse che sarebbe rimasto muto sino al giorno della nascita di Giovanni. E così fu. Quando nacque Giovanni, Zaccaria, non potendo parlare, scrisse sopra una tavoletta: “Giovanni è il suo nome” e da quell’istante riacquistò la parola.
Il Battista nacque esattamente sei mesi prima di Gesù. Questi venne al mondo durante il Solstizio d’inverno, Giovanni nel Solstizio d’estate. Sia Gesù sia Giovanni vissero sino a 33 anni ed ambedue morirono per mano degli uomini.
S. Giovanni Battista era chiamato il “precursore” in quanto preparava la via al Cristo e “battista” perché battezzava nelle acque del Giordano:
“Io per me vi battezzo con acqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dietro a me è più potente di me, e io non son degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e col fuoco” (Matteo, III, 11).
Gesù era della setta degli Esseni nella quale aveva il grado di “Nazareno” (Nariz = Maestro). Questo grado era conferito a coloro che avevano raggiunto il più alto grado di Conoscenza.
Il Battista, oltre ad essere esseno, era capo della setta dei battezzatori. Il battesimo praticato consisteva nell’immersione totale, per tre volte consecutive, nell’acqua. Il battesimo ricevuto da Gesù fu, come lo stesso Giovanni dice, di acqua e di spirito:
“Ma Quegli che mi ha mandato a battezzare con acqua, mi ha detto: Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e fermarsi, è quegli che battezza con lo Spirito Santo” (I, 33).
Dopo il battesimo con acqua, c’era il battesimo con lo Spirito, cioè con l’imposizione delle mani come dice l’Evangelista:
“Poi imposero loro le mani, ed essi ricevettero lo Spirito Santo” (Atti, VIII, 17).
La festa del Battista cade il 24 giugno, Solstizio d’estate, quando il sole è al suo apogeo. È necessario osservare però che Giovanni Battista non è il simbolo del sole materiale, dell’astro che dà luce e calore al mondo, ma è, soprattutto, la rappresentazione simbolica del principio universale, il Fuoco Principio. Come tale la leggenda lo vuole vestito di pelle di agnello o di ariete vergine, è, dunque, l’immagine del sole e della costellazione dell’Ariete.
Il nome stesso, Giovanni, secondo alcuni, deriverebbe dall’ebraico “Jeho h’annan” cioè “Colui che Jeho favorisce”, in tal modo diventa il simbolo dell’uomo illuminato. Secondo un’altra interpretazione Giovanni deriva da due parole ebraico-caldee: “Io” che vuol dire colomba e “Oannes” nome del dio caldeo delle iniziazioni. Quindi Giovanni vorrebbe dire “colomba di fuoco” che ci riporta alla colomba dello Spirito Santo.
Infatti sappiamo che dopo il battesimo di Gesù, una colomba era discesa su di Lui. Essa era il simbolo dello Spirito Santo.
Era lo Spirito del Cristo che discendeva nel corpo di Gesù che sarebbe stato il suo veicolo per tre anni, aumentandone la forza con la quale Egli poté poi compiere le guarigioni.
Discepolo del Battista fu Giovanni l’Evangelista, assieme agli altri due apostoli Andrea e Simone. Figlio di un pescatore galileo di nome Zebedeo e di Salomè, una delle donne che seguirono Gesù, anch’egli pescatore, era nato a Bethsaida e morì nel 101 a Efeso durante il regno di Traiano.
La tradizione cristiana lo considera patrono dei fabbricanti di candele, dei teologi, degli studenti e di tanti altri e questo è il motivo per cui, egli, meglio di chiunque altro, era in grado di dare la luce. Come donatore di luce era il patrono dei Templari, degli Gnostici e dei Rosa-Croce. Questa è forse la ragione per cui la sua festa cade durante il Solstizio d’inverno, quando il sole sembra risalire lungo l’eclittica ed i giorni farsi sempre più lunghi.
L’Evangelista è importante soprattutto perché ci ha lasciato due monumenti esoterici: l’Apocalisse ed il Vangelo. Mentre gli apostoli Luca, Matteo e Marco, nei loro vangeli, si perdono spesso in fatti senza base storica, Giovanni entra subito in argomento:
“Il principio era il verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui; e senza di lui nessuna delle cose fatte è stata fatta …”.
Da questo prologo si sprigiona un insegnamento di notevole portata. Il “Logos”, creatore del nostro sistema solare, non è il Dio Universale, ma il Demiurgo intermediario tra l’uomo e Dio stesso. Ciò risulta dalla distinzione tra “Theos” Dio Supremo e “theos” (un dio), il Logos.
Cerchiamo di capire meglio il significato di questi pochi versi del Prologo:
“In principio” quando i tempi non avevano ancora un inizio, cioè i periodi nei quali si manifestarono gli esseri e le cose; “era il Verbo”, il Logos, la Parola divina; “e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”, cioè un dio (theos, scritto con iniziale minuscola), un Elohim, figlio di Dio. “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui; e senza di lui nessuna delle cose fatte è stata fatta…”.
Questo Elohim è colui che ha chiamato alla vita materiale tutti gli esseri inferiori, per mezzo della parola. È l’intermediario tra Dio e Creazione che la Cabala chiama Adamo kadmon.
Da quanto è stato detto sembra che sussista un dualismo tra Dio e Demiurgo, dualismo che esiste solo in apparenza e che lo Zohar demolisce con questi termini:
“Rabbi Simeone disse loro: io non vi ho detto che Colui il quale è chiamato la Causa di tutte le cause sia lo stesso Elohim e neppure ho detto che Colui il quale è chiamato la Causa di tutte le cause sia tutt’altro che Elohim. Nell’essenza divina non esiste associazione, né numero: tutto è Uno [ed] ecco perché Dio ha detto: “Vedete io sono io ed Elohim non è con me”, cioè: “Elohim non è con me, ma io sono Elohim ed Elohim è me” (Zohar, I, 22b).
Cerchiamo ora di affrontare un misterioso capitolo dell’esistenza di Giovanni, cioè quello relativo alla sua morte.
Si narra che, preavvisato da Gesù circa la sua prossima fine, Giovanni si facesse scavare una fossa poi, gettatovi il mantello, vi si distese addormentandosi nel riposo eterno.
Il giorno seguente i discepoli, vollero ritornare sul suolo dove era sepolto Giovanni, ma non trovarono di lui che i suoi sandali e la terra, nel punto in cui era stato sepolto “ribolliva”.
Da parte di alcuni si è voluto supporre che, nel testo originale, anziché leggere terra che “ribolliva”, si dovesse leggere terra dura, gelata. Ciò fa pensare che l’apostolo sia morto in pieno inverno e potrebbe giustificare il fatto che la Chiesa abbia situato la sua festa nel solstizio d’inverno.
S. Agostino (in Joan, 2, tr. CXXIV) scrive che tra le chiese d’Africa si riteneva che Giovanni, in attesa del ritorno del Signore, riposasse addormentato nella tomba e con il suo respiro agitasse dolcemente la terra …
In greco, soffio si dice pneuma; questo termine designa anche lo spirito … Allora si può intuire che lo spirito di Giovanni fosse capace di liberarsi dalla terra ed il Vangelo, con le sue misteriose parole, ci viene in aiuto:
“Pietro voltandosi, vide venirgli appresso il discepolo che era caro a Gesù, quello stesso che, durante la cena, stava posato sul seno di Gesù … Pietro vedendolo chiese a Gesù: “Signore, e di lui che sarà?”. Gesù gli rispose: “Se voglio che rimanga finch’io vengo, che t’importa? Tu seguimi”. Fu così che si sparse tra i fratelli la voce che quel discepolo non morrebbe; Gesù però non aveva detto che non morrebbe, ma: “Se voglio che. rimanga finch’io vengo, che t’importa?”. Questo è il discepolo che attesta queste cose, e le ha scritte; e noi sappiamo che la sua testimonianza è verace” (Vangelo Giovanni, XXI, 20/24).
Così Giovanni vive nella tomba un sonno particolare in uno stato che non è vita e non è ancora morte.
Egli è il guardiano intermediario tra la Chiesa Celeste e la Chiesa Terrestre.
Secondo Paolo l’uomo si compone di:
soma corpo
psiche anima
pneuma spirito
Pietro ricevette la direzione materiale della Chiesa sul nascere, come testimonia Matteo, XVI, 18: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa …”.
A capo di questa Chiesa sta il Cristo, il corègo, lo spirito:
“Ed egli è il capo del corpo, cioè della Chiesa; egli che è il principio, il primogenito dai morti” (Paolo, Colossesi, I, 18).
Da tutto ciò se ne deduce:
1) Cristo, Spirito, Chiesa Trionfante, il Sole.
2) Giovanni, Anima, Chiesa Sofferente, la Luna.
3) Pietro, Corpo, Chiesa Militante, la Terra.
Il simbolismo del Battista è strettamente legato a quello dell’Evangelista. Essi sono come la vita e la morte, il passato e il futuro, il sole e la luna ecc.
Il Battista, posto nel Solstizio d’estate, rappresenta il culmine dello splendore del sole, mentre l’Evangelista, nel Solstizio d’inverno, rappresenta quasi la morte dell’astro. Ma non è così perché sappiamo che ciò che raggiunge il massimo deve poi diminuire, mentre ciò che è pervenuto al minimo di se stesso deve cominciare a crescere, come testimonia il Vangelo:
“Bisogna che egli cresca e ch’io diminuisca” (Giov. III, 30).
Il Battista chiude l’antica Legge o l’antico Patto come afferma Geremia (XXXI, 31):
“e io per certo concluderò con la casa di Israele e con la casa di Giuda un nuovo patto; non come il patto che conclusi coi loro antenati nel giorno che li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto …”, dove Geremia allude ai due “patti” conclusi tra Dio e l’uomo: l’antico patto quello che si fondava sulla Legge, ed il nuovo patto che si fonda sulla Grazia, che Matteo ci conferma:
“Bevetene tutti, questo è il mio sangue, il sangue del patto …” (XXVI, 28). Se il Battista chiude l’antica Legge, l’Evangelista apre la nuova Legge ed annuncia la Rivelazione cristiana. Uno chiude e non può aprire, l’altro apre, ma non può chiudere:
“Ecco quel che dice il Santo, il Verace, colui che tien la chiave di David: colui che apre, e nessuno chiuderà, che chiude e nessuno aprirà” (Apocalisse, III, 7).

VESPASIANO

Fonte: http://biografieonline.it/biografia-vespasiano

Vespasiano

Tito Flavio Sabino Vespasiano Cesare Augusto, meglio conosciuto come Vespasiano, nasce in Sabina presso l’antico Vicus Phalacrinae (l’odierna cittadina di Cittareale), figlio di Flavio Sabino, esattore di imposte e piccolo operatore finanziario; la madre Vespasia Polla era sorella di un senatore di Roma.

Dopo aver servito nell’esercito in Tracia ed essere stato questore nella provincia di Creta e Cirene, Vespasiano diviene edile e pretore, avendo nel frattempo sposato Flavia Domitilla, figlia di un cavaliere, da cui avrà due figli: Tito e Domiziano – che diverranno in seguito imperatori – ed una figlia, Domitilla. La moglie e la figlia moriranno entrambe prima che Vespasiano lasci la magistratura.

Dopo aver servito nell’esercito in Germania, partecipa all’invasione romana della Britannia sotto l’Imperatore Claudio: in questo contesto si distingue nel comando della Legione II Augusta sotto il comando di Aulo Plauzio. Grazie a lui viene sottomessa l’Isola di Wight, portando l’esercito a penetrare il territorio fino ai confini del Somerset (Inghilterra).

Nell’anno 51 è console; nel 63 si reca in Africa in qualità di governatore. Poi è in Grecia al seguito di Nerone e, nel 66 viene incaricato della conduzione della guerra in Giudea, che minacciava di espandersi a tutto l’oriente. Secondo Svetonio, una profezia conosciuta in tutte le province orientali proclamava che dalla Giudea sarebbero venuti i futuri governanti del mondo. Vespasiano probabilmente credeva che questa profezia si applicasse a lui, e avrebbe trovato un gran numero di presagi, oracoli e portenti per rafforzare questa credenza.

A cavallo tra l’anno 68 e il 69, alla morte di Nerone, vengono eletti quattro diversi imperatori provenienti da quattro diverse zone dell’impero: Galba in Spagna, Vitellio dalle legioni germaniche, Otone dalla guardia pretoriana e Vespasiano dalle legioni siriane.

In oriente tutti guardano a Vespasiano; Muciano e le legioni della Siria sono ansiosi di appoggiarlo. Mentre era a Cesarea, Vespasiano viene proclamato imperatore prima dall’esercito in Egitto (1 luglio 69), poi dalle sue truppe in Giudea (11 luglio). Tacito racconta che durante il suo soggiorno in Egitto, Vespasiano si rese protagonista di due miracoli, curando con il suo tocco gli occhi di un cieco e la mano ad uno storpio.

Il favore verso Vespasiano prende rapidamente a crescere e gli eserciti di Tracia e Illiria in breve lo acclamano come loro condottiero, portando il suo ruolo a quello del padrone di metà del mondo romano.

Sotto il comando di Antonio Primo le truppe di Vespasiano entrano quindi in Italia dal nord oriente, sconfiggono l’esercito di Vitellio (seconda battaglia di Bedriaco), saccheggiano Cremona ed avanzano verso Roma, dove entrano e si ingaggiano furiosi combattimenti che portano anche alla distruzione del Campidoglio a causa del fuoco.

Ricevuta la notizia della sconfitta del rivale ucciso ad Alessandria, il nuovo imperatore invia a Roma forniture di grano urgentemente necessarie; contemporaneamente emette un editto – che è più che altro una dichiarazione di intenti – dove assicura il completo rovesciamento delle leggi di Nerone, specialmente di quelle relative al tradimento.

Vespasiano lascia che la guerra in Giudea venga condotta dal figlio Tito, e arriva a Roma nell’anno 70. Cerca da subito di riparare i danni causati dalla guerra civile e, con la cooperazione del senato, instaura nuove e solide basi per il governo e le finanze.

Molto denaro viene speso in lavori pubblici, come in restauri e abbellimenti di Roma, tra cui un nuovo Foro, il Tempio della Pace, i bagni pubblici – che prendono il nome di “Vespasiani”, e l’immenso Colosseo. Un celebre aneddoto riferisce che Vespasiano avrebbe messo una tassa sul prelievo di urina (usata dai tintori di panni) dai gabinetti pubblici. Rimproverato dal figlio Tito, che riteneva la cosa sconveniente, rispose: “Pecunia non olet” (il denaro non ha odore).

Attraverso il proprio esempio di una vita semplice, mette alla gogna il lusso e la stravaganza dei nobili romani. Uno dei provvedimenti più importanti di Vespasiano è la promulgazione della lex de imperio Vespasiani, in seguito alla quale se stesso e gli imperatori successivi governeranno in base alla legittimazione giuridica e non più in base a poteri divini come avevano fatto i predecessori.

Come censore riforma il Senato e l’ordine equestre, promuovendo uomini abili ed onesti.

La guerra in Giudea intanto, con la conquista di Gerusalemme nel 70, veniva conclusa da Tito. Negli anni seguenti, dopo il trionfo congiunto di Vespasiano e Tito, memorabile come prima occasione in cui padre e figlio venivano associati nel trionfo, il Tempio di Giano viene chiuso: il mondo romano vivrà in pace per i restanti nove anni del regno di Vespasiano. La pace di Vespasiano diverrà proverbiale.

Nel 78 Agricola andò in Britannia ed estese e consolidò la presenza di Roma nella provincia, spingendosi in armi fino al Galles settentrionale. L’anno seguente Vespasiano morì, il 23 giugno.

Vespasiano fu generoso verso senatori e cavalieri impoveriti, verso città e borghi devastati da calamità, e specialmente verso uomini di lettere e filosofi, molti dei quali ricevettero un vitalizio di più di mille pezzi d’oro all’anno. Si dice che Marco Fabio Quintiliano fosse il primo pubblico insegnante a godere del favore imperiale.

Vespasiano muore il 23 giugno dell’anno 79 nella sua villa presso le terme di Cotilia, in provincia di Rieti.

GIALLO PASOLINI / LE MINACCE PRIMA DELL’ESECUZIONE, ECCO I TESTI

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2017/05/31/giallo-pasolini-le-minacce-prima-dellesecuzione-ecco-i-testi/
Pasolini croci

Appena pochi giorni prima della sua esecuzione Pier Paolo Pasolini aveva la netta sensazione che lo avrebbero ammazzato. E aveva paura. Per via del suo lavoro, per quello che stava scrivendo, Petrolio, il suo testamento. L’avvocato della famiglia, Stefano Maccioni, sta raccogliendo una serie di prove e testimonianze che rappresentano a tutto tondo quelle tragiche giornate. E già a ottobre scorso aveva chiesto la riapertura delle indagini, basandosi sulla prova del DNA che fornisce una concreta pista circa la presenza di un Ignoto 3 sulla scena del crimine. Ma a massacrare Pierpaolo potrebbe essere stato un branco di 4 o 5 persone.

Il pm Francesco Minisci, che aveva già in precedenza archiviato il caso, è ora titolare del nuovo fascicolo. Come mai non si è mosso in questi sette lunghi mesi? E adesso che oltre alla prova del DNA ci sono le nuove testimonianze farà finalmente qualcosa? Staremo a vedere. Intanto partiamo dalle news.

PIERPA’, LASCIA PERDERE ‘STO PETROLIO

Sono di appena qualche giorno fa, il 29 maggio, le parole di Aldo Bravi, titolare del ristorante Pommidoro, riportate in un articolo di Repubblica firmato da Giuseppe Cerasa. Lì Pier Paolo consumò la sua ultima cena prima d’essere ammazzato, e pagò con un assegno che Bravi tiene ancora incorniciato alla parete.

Racconta il ristoratore: “con tutto quello che accadde quella sera del 2 novembre 1975, con tutti quei dettagli che potevano essere decisivi per scoprire gli assassini, si sono permessi il lusso di interrogarmi 40 anni dopo quei fatti. Forse i racconti che mi faceva Pasolini non interessavano nessuno. Ma io mi ricordo che gli continuavo a dire: Pierpa’ lascia perdere questa storia del petrolio, quelli sono troppo potenti e tu non sei nessuno. E lui mi rispondeva: devo andare avanti, non mi fermo, è un problema di verità. Era un suo chiodo costante”.

A proposito di quella sera: “Sì, Pier Paolo era strano, si vedeva dai suoi occhi. Poi la morte. E quell’incubo per me durato un mese: giorno e notte una macchina con cinque a bordo stazionò sotto casa mia, non dicevano nulla, mi guardavano e io tremavo. Poi sparirono inghiottiti dal mistero della fine di Pasolini. E io per quasi 40 anni ad aspettare che qualcuno mi chiedesse qualcosa di quella sera maledetta”.

Spostiamo la scena a Stoccolma, un paio di giorni prima. Pasolini si trova nella capitale svedese sia per la prima del film ‘Salò′ che per la presentazione del suo libro ‘Le Ceneri di Gramsci‘. Nel corso di un dibattito pubblico in una sala gremita, rispondendo alla domanda di un giovane, dice che  teme di essere ucciso. Ecco cosa scrive un cronista friulano, Paolo Medeossi, il 31 ottobre 2015: “Erano state appena tradotte in svedese ‘Le Ceneri di Gramsci‘ e i suoi film erano famosi. In una sala gremita Pasolini – con naturalezza e quasi di passaggio, come notarono testimoni dell’incontro – rispondendo ad una domanda sulle reazioni suscitate dai suoi articoli contro l’aborto, la scuola dell’obbligo, la televisione, il potere, la borghesia, disse che si aspettava di essere ucciso, assassinato. Il pubblico, ascoltata la traduzione, ammutolì e non commentò. Poi aggiunse: ‘Il ruolo dell’intellettuale è di non avere ruoli, di essere la contraddizione vivente di ogni ruolo. Dovere dell’artista è di rivelare la falsa tolleranza concessa dal potere”.

Nell’ultimo intervento pubblicato in Italia su La Domenica del Corriere, Pasolini si scaglia con violenza contro la Dc, come faceva da tempo in modo martellante, sostendendo che tutti i suoi esponenti andavano processati. “Hanno rovinato la coscienza del nostro Paese”, scrive.

Dopo il viaggio a Stoccolma la stessa Domenica del Corriere intende organizzare un incontro, una tavola rotonda con Pasolini. Aveva preso contatti, prima della partenza per la Svezia, l’inviato della Domenica, Francesco Saverio Alonzo, che telefona a Pier Paolo il quale gli riferisce la sua preoccupazione, gli parla di alcune minacce ricevute.

 

LA CENA DI STOCCOLMA 

Ma eccoci alla cena al Gyllene Freden di Stoccolma, organizzata dall’editore svedese Renè Cockelbergh Forlag – che ha curato la pubblicazione delle Ceneri di Gramsci – dopo la presentazione del libro avvenuta all’Istituto Italiano di Cultura. Vi prendono parte anche l’inviato del quotidiano il Giorno (edito dalla Montedison, all’epoca guidata da Eugenio Cefis), Angelo Tajani, e la moglie di quest’ultimo, Doris.

Così scrive Tajani in un breve memoriale che l’avvocato Maccioni ha consegnato al pm Minisci.

“Pasolini era pensieroso e non partecipava alla discussione. Quasi assente. Anche Cockelbergh preferì fare scena muta per il resto della serata. La discussione continuava a languire e sia mia moglie che io eravano visibilmente preoccupati quando, all’improvviso, dalla bocca di Pasolini uscì quasi un sibilo: “…. ho tanta paura”. Mia moglie ebbe un sussulto e Cockelbergh chiese: “di che cosa hai paura, Pier Paolo?”. E Pasolini, come risvegliato da un lungo torpore, rispose: “io… paura? Ma non ho paura di nulla”. E Cockelbergh: “ma se lo hai detto, l’abbiamo sentito tutti!”. “No, io non ho detto nulla”.

Continua la ricostruzione di Tajani: “Il giorno successivo Cockelbergh mi telefonò. Era ancora turbato per quanto era accaduto la sera prima. E dopo aver appreso, due giorni dopo che Pasolini aveva lasciato Stoccolma che era stato trucidato, sia lui che io ricordammo e commentammo quella frase che ancora oggi è indelebile in me e in mia moglie. Nessuno dei giornali di cui ero corrispondente (tra cui il Giorno, ndr) dall’area Nordica pubblicò la notizia. L’unico quotidiano che la riportò fu il Dagens Nyheter di Stoccolma, in un articolo apparso, se non erro, il 6 novembre 1975 firmato dal critico letterario del quotidiano, Bengt Holmqvist, italianista per eccellenza. Bengt mi telefonò di buon ora, il cinque novembre mattina, per darmi la notizia che Pasolini era stato ucciso e durante la conversazione gli raccontai l’episodio accaduto al Gyllene Freden”.

Più precisamente, sul Dagens Nyheter Holmqvist scrisse un pezzo di taglio culturale sulle opere di Pasolini mentre il collega di nera Mats Lundegard diede notizia in prima pagina della tragica fine.

Lo stesso Holmqvist in un’altra occasione ha dichiarato, sulla figura del grande poeta, scrittore, regista e anche – nelle ultime fasi della sua vita – giornalista: “vederlo di persona era di per sé un avvenimento: aveva l’abilità di trasformare ogni sorta di problemi in qualcosa che ha un senso, la semplicità e la lucidità di chiarire il più complicato dei fenomeni. Che qualcosa lo preoccupasse era facile da capire, ma non sembrava che avesse a che fare con la vita privata. Quel che più lo assillava era quanto succedeva in Italia”.

L’articolo di Tajani per il Giorno, of course, non venne pubblicato. Sarebbe stato pretendere troppo dall’editore, Eugenio Cefis…

 

MATTEI-DE MAURO-PASOLINI & IL PETROLIO BOLLENTE

E resta – come ha dettagliato la Voce nell’inchiesta del 2 novembre 2016 che potete leggere cliccando sul link in basso – quel buco nero di Petrolio, le sessanta pagine mancanti, sparite nel nulla. Come si è volatilizzato il brogliaccio di Mauro De Mauro, il giornalista ucciso dalla mafia (ma i mandanti sono rimasti regolarmente a volto coperto), mentre stava lavorando per un copione da consegnare a Francesco Rosi sulla fine dell’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei. De Mauro e Pasolini erano in contatto, e infatti sulla scrivania di De Mauro vennero trovate delle bozze di Petrolio.

Sia De Mauro che Pasolini stavano lavorando per arrivare ai mandanti del delitto Mattei, voluto dalle sette sorelle del petrolio e da chi, in Italia, si batteva perchè l’oro nero rimanesse in mani sicure: come l’allora padrone del vapore, Eugenio Cefis, il protagonista della razza padrona anni settanta.

Cosa aspetta la giustizia, dopo quasi mezzo secolo ormai, ad accertare per via giudiziaria una verità storica ormai stra-acclarata? Si darà una mossa Minisci? Muoverà un passo il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone? O è letargo senza fine?

Pigafetta, un vicentino intorno al mondo

Scritto da: Luigina Pizzolato
Fonte: https://www.venetostoria.com/?p=13532

 

 

 

Ad Antonio Pigafetta Vicenza ha dedicato il Liceo classico cittadino, una delle più antiche istituzioni scolastiche. E un monumento sul viale che dalla stazione ferroviaria porta al centro della città, chi arriva viene accolto dall’illustre vicentino alto su una prua  di nave marmorea.La sua fama deriva dall’aver circumnavigato per primo il globo terrestre con Ferdinando Magellano e di averlo descritto.

Eppure della biografia di Pigafetta non si conosce molto, pochi documenti originali e qualche lettera autografa, rare le testimonianze di contemporanei, solo qualche notizia riportata, posteriore al famoso viaggio. Rampollo di una famiglia nobiliare di Vicenza, nato intorno al 1492, solo nel ‘900 si è riusciti a stabilire la paternità, della madre non c’è certezza, visto che il padre, Giovanni Antonino Pigafetta,  si era sposato tre volte. Antonio aveva un carattere portato alla curiosità e alla conoscenza,  era  studioso di scienze, matematica e astronomia.  Trovandosi nel 1519 a Barcellona al seguito del nunzio vicentino Francesco Chiericati  e avendo sentito parlare della spedizione di Magellano, Pigafetta volle intraprendere il viaggio come passeggero pagante, spinto dalla sua curiosità di visitare terre lontane.

Imbarcatosi sull’ammiraglia Trinidad, non fu subito bene accetto da Ferdinando Magellano, ma ne conquistò  gradualmente la stima, tanto da diventare il suo uomo di fiducia.
Nello scontro con gli indigeni dell’isola di Mactan, nelle isole Filippine,  che vide la morte di Magellano, anche Pigafetta rimase ferito. Dopo la scomparsa di Magellano, Pigafetta assunse un ruolo di maggiore responsabilità nell’equipaggio, in particolare gestendo le relazioni con le popolazioni autoctone.
Fu uno dei pochi superstiti della spedizione, che il 6 settembre 1522 rientrarono in Spagna con la nave Victoria, unica nave rimasta. Nel 1524 Pigafetta  scrisse la Relazione del primo viaggio intorno al mondo, dettagliato resoconto della spedizione,  oggi ritenuto uno dei più preziosi documenti sulle grandi scoperte geografiche del Cinquecento. Il 5 agosto1524 il Senato  della Serenissima gli accordò il privilegio della stampa del suo Diario.

Inizialmente donato all’imperatore Carlo V°, il diario fu fatto sparire, ritenuto dagli spagnoli una poco gradita testimonianza dell’impresa leggendaria del portoghese  Magellano. Anche Pigafetta fu dall’imperatore frettolosamente congedato. Andato perduto, l’importante diario fu rinvenuto nel 1797 dallo scienziato e letterato  ligure Carlo Amoretti.
Poco si sa anche della morte di Pigafetta, avvenuta forse per una pestilenza, nel 1527 anno del sacco di Roma, vicino a Viterbo.  Altra ipotesi è che sia caduto  in combattimento al largo dell’isola di Modone nel 1531.

Luigi Einaudi

Fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=475&biografia=Luigi+Einaudi

Luigi Einaudi

Il grande statista nacque a Carrù (Cuneo) il 24 marzo 1874 da una modesta famiglia, originaria della valle Maira. Dopo la morte del padre, la madre si trasferì con la famiglia a Dogliani, dove visse per il resto dei suoi giorni.

Intanto il giovane Einaudi meritò una borsa di studio per frequentare il ginnasio presso i padri delle Scuole Pie a Savona, e nel 1895, a soli ventuno anni, si laureò in giurisprudenza a Torino. Nel 1902 è già docente all’Università di Torino ed occupa la cattedra di Scienze delle Finanze con l’incarico di Legislazione Industriale ed Economia Politica. Due anni dopo ottiene la cattedra di Scienze delle Finanze all’Università Bocconi di Milano.

Luigi Einaudi si dedicò nei suoi studi alla ricerca nel campo dell’economia e della scienza delle finanze, all’insegnamento e al giornalismo; dal 1896, infatti, collaborò con il quotidiano torinese La Stampa, passando poi nel 1900 al già prestigioso Corriere della Sera di Milano, mentre dal 1908 diresse la rivista Riforma sociale. Intanto, nel 1903, aveva sposato una sua allieva, Ida Pellegrini; la loro fu un’unione felice, dalla quale nacquero tre figli.

Nel 1912 propone una nuova e rivoluzionaria teoria finanziaria, presentata dapprima sotto forma di articoli giornalistici e poi in un suo saggio dal titolo: “Concetto di reddito imponibile e sistema di imposte sul reddito consumato”. La rivoluzione fiscale, poi attuata, consiste nel far prelevare dallo Stato a tutti i cittadini un’imposta comunale di famiglia in base al reddito prodotto dai salari, o dalle attività, o dagli immobili o altro, applicando un’aliquota. Questa sua idea porterà alla dichiarazione annuale delle imposte sui redditi delle persone fisiche, l’attuale 740.

Tra le opere pubblicate nel primo periodo merita ricordare: “Studi sugli effetti dell’imposta” (1902), “La finanza sabauda all’aprirsi del secolo XVII” (1908), “Intorno al concetto di reddito imponibile e di un sistema di imposte sul reddito consumato” (1912), “La terra e l’imposta” (1924), “Contributo alla ricerca dell’ “ottima imposta”” (1929).

Luigi Einaudi venne nominato Senatore del Regno nel 1919, su proposta di Giovanni Giolitti, e al Senato fu uno dei più tenaci sostenitori della necessità di abbandonare ogni forma di socialismo di stato che si era infiltrato nella vita economica italiana durante la prima guerra mondiale; queste idee furono ampiamente esposte nel libro “La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana”, 1933. Inizialmente Einaudi guardò con speranza al programma economico del fascismo, ma già prima della marcia su Roma (ottobre 1922) prese posizione contro la ventilata dittatura, e nel 1927 lasciò il Corriere della Sera che era passato sotto il controllo del regime.

Nel 1935 le autorità fasciste fecero chiudere la rivista Riforma Sociale, e l’anno successivo Einaudi dette vita alla Rivista di storia economica (1936 – 1943). Dopo il 25 luglio, l’insigne economista fu nominato rettore dell’università di Torino, ma con la proclamazione della Repubblica Sociale di Salò dovette abbandonare questo incarico e rifugiarsi in Svizzera.

Alla fine del 1944 rientrò a Roma e il 5 gennaio 1945 venne nominato governatore della Banca d’Italia, dove ebbe modo di dimostrare le sue altissime capacità di statista. Nel 1946 fu eletto deputato all’Assemblea costituente per il Partito Liberale Italiano, e dal 31 maggio 1947 fece parte del Governo quale vice Presidente e ministro del Bilancio, provvedendo alla stabilizzazione della lira mediante una severa politica di restrizione creditizia.

Il 10 maggio 1948 venne eletto Presidente della Repubblica, e alla scadenza del mandato (25 aprile 1955) rientrò a far parte del Senato.

Nel mese di giugno del 1955, l’università inglese di Oxford gli conferì la laurea honoris causa e ne tracciò questo sintetico ma eloquente profilo: “Luigi Einaudi ha fatto molto per la salvezza del suo Paese. Egli è oggi la più rispettata di tutte le figure d’Italia, e agli occhi degli stranieri simboleggia il risorgere di un Paese che, dopo vent’anni di dittatura ed i grandi disastri della guerra, ha ritrovato il suo posto onorevole fra le nazioni libere del mondo”.

Il Presidente fu anche uno dei primi e più convinti sostenitori della necessità di creare l’Europa unita e, avversario di ogni forma di monopolio, si schierò in particolare contro quello statale nel settore della scuola.

Luigi Einaudi morì a Roma il 30 ottobre 1961 e fu sepolto nella tomba di famiglia a Dogliani, il paese nel quale amava passare le vacanze e discorrere con la gente dei problemi quotidiani. Fra le altre cose che vanno dette, bisogna ricordare che Luigi Einaudi si è sempre dedicato personalmente alla conduzione della sua azienda agricola presso Dogliani, applicandovi i più moderni sistemi colturali.

Per i suoi altissimi meriti gli sono stati conferiti ampi riconoscimenti, tra i quali si ricordano: Socio e Vice-Presidente della Accademia dei Lincei; Socio della Accademia delle Scienze di Torino; Socio dell’Institut International de Statistique de L’Aja; Socio dell’Econometric Society di Chicago; Socio onorario dell’American Academy of Arts and Sciences di Boston; Socio dell’American Academy of Political and Social Science di Filadelfia; Socio onorario della American Economic Association; Socio onorario della Economic History Association di New York; Presidente onorario della International Economic Association; Socio corrispondente della Societè d’Economie Politique di Parigi; Vice Presidente della Economic History Society di Cambridge; Socio corrispondente del Coben Club di Londra; Socio corrispondente della Oesterreichische Akademie der Wissenschaften di Vienna. Gli sono state conferite le lauree “Honoris Causa” dalle Università di Parigi e di Algeri.

La vita di Prospero Alpini

Fonte: http://www.prosperoalpini.it/index.php/prospero-alpini/la-vita-di-prospero-alpini

Prospero Alpini (1553-1616) fu il quarto Prefetto dell’Orto botanico di Padova, certamente uno dei più famosi. Nel 1963, sulla base di un approfondito studio documentario, è stato possibile dimostrare che la forma corretta del suo cognome è Alpini, e non Alpino, come più comunemente si usa.

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La forma Alpini, infatti, non soltanto compare in quasi tutti i documenti dell’epoca in cui è riportato in volgare il casato di lui (dall’atto di matrimonio a quello di morte), ma anche (e ciò ha un peso decisivo) è da lui utilizzata negli autografi in volgare che hanno il carattere di atti ufficiali, come la polizza dei beni e il testamento.

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Nato a Marostica (Vicenza) il 23 novembre 1553, figlio del medico Francesco, Prospero Alpini conseguì il dottorato in filosofia e medicina nello Studio di Padova il 28 agosto 1578. Nel 1580, spinto dall’esempio del suo maestro Melchiorre Guilandino (Wieland, 1520-1589), egli colse l’occasione che gli si presentò, grazie ai buoni uffici di Antonio Morosini, di accompagnare in qualità di medico il patrizio Giorgio Emo, nuovo console di Venezia al Cairo in Egitto. Il suo soggiorno in Egitto si protrasse fino ai primi giorni dell’ottobre 1584: la sua attività in quel periodo e le molteplici osservazioni compiute, non soltanto mediche e naturalistiche, ma anche etnologiche, storiche e archeologiche, sono in buona parte contenute nelle tre opere De medicina Aegyptiorum libri quatuor (1591), De balsamo dialogus (1591) e De plantis Aegypti liber (1592). Nel De plantis Aegypti sono descritte e illustrate una cinquantina di specie medicinali spontanee e coltivate delle regioni da lui visitate, di largo uso nella medicina egiziana del tempo; l’opera è corredata da illustrazioni molto precise, eseguite da un pittore veneziano di cui si ignora il nome. Tra le specie descritte e delineate figura la pianta del caffè (Coffea arabica L.), ma già l’anno precedente nel De medicina Aegyptiorum aveva presentato gli impieghi terapeutici della bevanda ottenuta dai semi tostati. Altre due opere dedicate alle osservazioni compiute in quegli anni furono pubblicate postume, De plantis exoticis libri duo, pubblicata nel 1627 dal figlio Alpino Alpini, e Rerum Aegyptiarum libri IV, da lui ordinata e preparata per la stampa negli ultimi anni di vita, ma uscita soltanto nel 1735, a cura di Bartolomeo Sellari, cancelliere dell’Università.

Le opere pubblicate tra il 1591 e il 1592 ebbero un’accoglienza molto favorevole e, soprattutto, richiamarono su di lui l’attenzione dei Riformatori dello Studio di Padova, che, convinti d’esser riusciti a porre la mano sopra un soggetto che l’avrebbe degnamente occupata, si risolsero a far cessare la lunga vacanza della cattedra di lettura dei semplici, che si protraeva fin dal 1568. Nominato lettore dei semplici con ducale del 19 aprile 1594, con lo stipendio annuo di duecento fiorini, l’Alpini si dedicò con grande impegno all’insegnamento, giungendo a spendere del proprio denaro per procurarsi i semplici necessari per le dimostrazioni agli scolari. Riconfermato alla lettura dei semplici con ducale del 23 giugno 1601, con un aumento di stipendio di 150 fiorini annui, nello stesso anno pubblicò un’opera destinata ad avere un grande successo, intitolata De praesagienda vita, et morte aegrotantium libri septem, che in realtà era parte di un più ampio lavoro «de medico praesagio», di cui nel 1966 è stata pubblicata una parte superstite, intitolata De longitudine et brevitate morborum. Il De praesagienda è un’opera clinica, semeiologica, che si fonda sull’antico pensiero ippocratico, in cui l’Alpini introduce un criterio sistematico, arricchito e verificato dalle proprie osservazioni personali.

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Ma nel frattempo essendo giunto a morte nel giugno 1603 Giacomo Antonio Cortuso (1513-1603), prefetto dell’Orto botanico di Padova e ostensore dei semplici, il 3 ottobre dello stesso anno l’Alpini «prontamente» si offrì ad unire alla lettura dei semplici anche gli incarichi resisi vacanti. Così nel 1603 fu incaricato anche della prefettura dell’Orto e dell’ostensione dei semplici, con aggiunta di 50 fiorini ai 350 che già riceveva. La successiva ricondotta, avvenuta con la ducale del 5 agosto 1606, nel riconoscere i meriti dell’Alpini portava il suo stipendio a 550 fiorini.

Con la nomina a Prefetto dell’Orto e ad ostensore dei semplici, la sua fama di medico, di naturalista e di insegnante superò i confini del Veneto e dell’Italia. Il decennio che va dal 1603 al 1613 segna il culmine della sua attività didattica e scientifica. Nel 1611 pubblicò il De medicina methodica libri XIII, interessante e acuto tentativo di ridestare l’attenzione dei medici verso l’antica dottrina dei metodici e quindi verso il pensiero solidista. Attinente alla botanica e alla materia medica è invece l’operetta De Rhapontico disputatio in Gymnasio Patavino habita (1612), in cui è illustrata una specie di rabarbaro (Rheum rhaponticum L.) proveniente dai monti di Rodope nella .Tracia (l’odierna Bulgaria), ricevuta nel 1608 dal medico Francesco Crasso di Ragusa e che aveva attecchito facilmente nell’Orto, mantenendo in parte le proprietà terapeutiche: l’Alpini pertanto auspicava che la possibilità di coltivare questa specie a Padova eliminasse la dispendiosa importazione della droga e facesse cessare lo spaccio di surrogati poveri di principi attivi. Nel 1614 furono completati il De plantis exoticis e il Rerum Aegyptiarum libri IV, che – come si è detto – furono pubblicati postumi.

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Sotto la direzione di Prospero Alpini l’Orto botanico di Padova diventò un importante centro di studio e di ricerca, soprattutto per quanto riguarda la diffusione della coltivazione di molte specie esotiche. L’Alpini fu in corrispondenza con molti studiosi italiani e stranieri, con i quali effettuò scambi di piante e di semi, tra i quali Gaspard Bauhin (1560-1624) e Joachim Camerarius iun. (1534-1598).

Ricondotto il 29 marzo 1613, con uno stipendio portato a 750 fiorini annui, gli ultimi anni di vita dell’Alpini furono pesantemente segnati dalle sue precarie condizioni di salute. Tra il 1613 e il 1614 l’Alpini per quattro mesi soffrì di violenti dolori articolari («dolores arthritici miserabiles»), ai quali fece seguito un accidente apoplettico («malum gravissimum symptoma apoplecticum»), che lo condusse in fin di vita. Sopravvennero quindi dapprima una gravissima infiammazione cutanea («erysipelas perniciosum») e quindi nel settembre 1614 una «phrenitis letalissima», con febbre altissima e delirio, che durò per quattordici giorni. In aggiunta a questi mali, l’Alpini improvvisamente fu colpito da un nuovo genere di sordità («surditatis genere inaudito»): sentiva le voci e i suoni ma non li comprendeva, come se gli uomini parlassero lingue a lui sconosciute. È la prima descrizione della particolare forma di sordità che in seguito fu chiamata sordità verbale di Wernicke, ossia la perdita della capacità di comprendere il significato delle parole, come se si trattasse di una lingua sconosciuta. «Profecto fateor me infelicissimum vivere», egli scrive con parole accorate, accennando al grave stato depressivo («melancholia») che gli derivò. Ma, abituato com’era a trar partito da ogni osservazione, concepì l’idea di scrivere un trattato De sur­ditate, convinto che nessun medico ne avesse compreso la vera natura.

Infine, colpito da una «lenta febris» negli ultimi mesi di vita, si spense sessantatreenne a Padova il 23 novembre 1616, suo giorno natale. Fu sepolto nella Basilica di Sant’Antonio.

Prospero Alpini si sposò due volte. La prima moglie fu la bassanese Guadagnina Guadagnini, vedova, figlia di Lazzaro Guadagnini, con cui si sposò a Bassano il 16 novembre 1587, deceduta anteriormente al 1598. La seconda moglie la padovana Bartolomea Tarsia, figlia del notaio Marco Tarsio, e dal loro matrimonio nacquero almeno sette figli, tra cui Alpino Alpini, che nel 1633 fu incaricato della lettura e dell’ostensione dei semplici e della prefettura dell’Orto nello Studio di Padova, ma che morì il 12 dicembre 1637.

Medico acuto e illuminato, «attento e accurato scrutatore delle piante», come lo definì il Saccardo, le sue ricerche botaniche furono sempre mirate alla conoscenza degli eventuali usi terapeutici delle specie considerate. Fu studioso della flora esotica, principalmente egiziana e cretese, ma si occupò anche della flora italiana e descrisse una nuova specie di Campanula, da lui trovata sul Grappa e descritta accuratamente nel De plantis exoticis e a cui diede il nome di C. pyramidalis minor (fig.), ribattezzata da Linneo Campanula alpini, ma ora chiamata Adenophora liliifolia (L.) D.C. Osservatore attento di fenomeni naturali, egli descrisse il movimento di veglia e di sonno delle foglie, da lui osservato particolarmente nel tamarindo (Tamarindus indica L., Caesalpiniaceae); inoltre, deve essere considerato un precursore dell’idea di una riproduzione sessuale nelle piante, con le sue osservazioni sulla fecondazione delle palme da datteri (Phoenix dactylifera L., Arecaceae) femminili da parte della ’polvere’ delle infiorescenze maschili.

Numerose e di grande interesse sono anche le osservazioni zoologiche (figg. ). La sua esplorazione dell’Egitto riguardò tutti gli aspetti di questo straordinario paese, e suscita una certa emozione ancor oggi leggere che tra i graffiti lasciati dai visitatori sulla sommità della grande piramide di Cheope egli trovò anche quello del suo maestro Guilandino.

Antonio Vivaldi

Fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=454&biografia=Antonio+Vivaldi

Antonio Vivaldi

Celebre violinista e compositore, figlio di un violinista della cappella ducale di San Marco, Antonio Vivaldi nacque a Venezia il 4 marzo 1678. Non si sa quasi nulla della sua infanzia:fu probabilmente allievo del padre, ma anche di Legrenzi (maestro di cappella in San Marco dal 1685 al 1690). Ricevuti gli ordini minori fra il 1693 e il 1696, nel 1703 è ordinato prete, e questo particolare, unito alla sua selvaggia capigliatura rossa (che campeggia anche in alcuni celebri ritratti, insieme al suo profilo deciso), gli valsero il soprannome di “Prete rosso”. Un appellativo temprato anche dal tipo di musica, estremamente vivace, contagiosa e altamente virtuosistica che Vivaldi ha sempre saputo scrivere.

Intanto, però, a dispetto del famoso pseudonimo, una malattia molto misteriosa, di cui si preoccuperà tutta la vita, gli impedisce di esercitare il suo ministero e dopo un anno o due rinuncia alla messa. Secondo le sue stesse parole, sarebbe stato colpito da una certa “strettezza di petto”, senza dubbio una forma di asma allora sconosciuta, analoga forse alla “strictura pectoris” dell’antica medicina. Dal 1703 al 1740 è maestro di violino e di composizione, poi “maestro dei concerti” e “maestro di coro” al Seminario musicale dell’Ospedale della Pietà, una delle quattro famose scuole di musica veneziane per ragazze orfane, bastarde o abbandonate.

Queste giovani cantavano e suonavano con ogni strumento; facevano della musica la loro occupazione principale, disponevano dei migliori maestri e le loro esecuzioni erano quindi celebri in tutta Europa (Rousseau nelle sue “Confessioni” vanta i meriti delle scuole veneziane in termini ditirambici). Vivaldi si assenta a più riprese da Venezia: dal 1718 al 1722 per dirigere la cappella del principe di Hasse Darmstadt a Mantova, nel 1723 e nel 1724 per far rappresentare delle opere a Roma (dove suona davanti al Papa). Tra il 1724 e 1725 sparisce provvisoriamente dai registri dell’Ospedale della Pietà: periodo di viaggi sui quali si è male informati.

Visita comunque numerose città italiane e straniere (soprattutto in Germania e Paesi Bassi), sia in qualità di violinista che di impresario delle proprie opere (reclutando i cantanti, dirigendo le prove, controllando gli incassi). Le sue opere strumentali erano allora celebri ovunque, soprattutto le ormai celeberrime “Quattro stagioni” e il fondamentale, superbo, “Estro armonico”.

Nel 1740 decide di lasciare Venezia e giunge a Vienna, dove muore il 28 luglio dell’anno successivo, povero e solitario, rovinato, si disse, dalla sua eccessiva prodigalità. Alla sua morte e anche due o tre anni prima, questo geniale musicista, celebre in tutta Europa, era caduto improvvisamente nell’oblio più completo, oblio prolungato più di un secolo e che ha rischiato di diventare definitivo. Fortunatamente la riscoperta dell’opera di Bach (altro grande musicista dimenticato per quasi un secolo) rivelò ai musicisti tedeschi del secolo successivo le opere di questo misconosciuto Prete rosso, trascritte per l’appunto dal sommo Kantor. Poi, a partire dal 1905, alcuni musicologi (tra cui Marc Pincherle e Arnold Schering) studiarono metodicamente le opere pubblicate da Vivaldi ad Amsterdam e più tardi le centinaia di manoscritti (in gran parte autografi) acquistati nel 1919 dalla Biblioteca Nazionale di Torino (provenienti dalle collezioni private di M. Foà e R. Giordano, ma aventi per comune origine la biblioteca del conte Durazzo, morto alla fine del XVIII sec.).

La musica di Vivaldi, oltre ad essere di una brillantezza senza pari e di un’invenzione melodica spesso squisita, è assai importante anche sul piano storico e dal punto di vista dell’evoluzione delle forme. Il grande veneziano ha infatti dato forma e perfezione definitive al concerto solistico (del quale l’op. 8 di Torelli illustrava già le strutture), confermando la divisione tripartita e rafforzando la contrapposizione del “tutti” e dei “soli”, e soprattutto introducendo nella parte dei solisti una intensa espressività, un lirismo personale conosciuta in quel tempo soltanto nell’aria d’opera. Questo individualismo dei solisti (se ne possono avere diversi senza che debba trattarsi di un concerto grosso) si afferma spesso in uno stile brillante che non è senza parentela con il bel canto dell’opera veneziana o napoletana del tempo.

D’altra parte le sue “sinfonie” e i suoi “concerti ripieni” gli conferiscono una posizione privilegiata alle origini della sinfonia classica. In tutte le musiche strumentali una imprevedibile fantasia, una euforica vitalità, danno al genio di Vivaldi il carattere universale che gli impedirà sempre di invecchiare. Grande peso e indubbia rivalutazione è data anche alle sue opere teatrali, in passato considerate convenzionali e finalmente viste nella loro giusta luce.

Questa attività, sovente considerata di secondo piano, fu invece l’occupazione principale del musicista. Il suo spirito imprenditoriale lo portò spesso ad essere impresario di se stesso; nel 1715 era noto a Venezia come socio del teatro Sant’Angelo, dove si esibiva anche come primo violino. Nel 1718 passò a un teatro più famoso, il San Moisè; in entrambi face rappresentare alcune sue opere. Queste sue molteplici occupazioni gli procurarono non poche critiche, la più celebre delle quali fu quella adombrata nel pamphlet intitolato “Il teatro alla moda” di Benedetto Marcello. Tra il 1718 e il 1720 i suoi impegni lo portarono a Mantova; qui conobbe la cantante Anna Giraud, interprete principale delle sue opere. Il “Prete rosso” non ammise mai una relazione che travalicasse l’amicizia e l’assistenza sanitaria che la Giraud gli avrebbe offerto assieme alla propria sorella Paolina. Tuttavia, questa amicizia, che durò a lungo, provocò nel 1737 un richiamo da parte del cardinale Ruffo, legato apostolico a Ferrara.

Tornando alle problematiche legate alla sua rivalutazione, la scoperta relativamente recente della sua musica sacra ha rivelato qualche autentico capolavoro anche in questo campo, come ad esempio lo splendido “Gloria”. Infine non bisogna dimenticare che Haendel, Leclair e soprattutto Bach gli devono in gran parte la loro iniziazione alle forme più perfette della musica strumentale. Bach, per citare l’esempio più famoso, ha trascritto ben nove concerti di Vivaldi (sei adattati al clavicembalo, uno per quattro clavicembali e due per organo), a testimonianza dell’ammirazione che il Kantor portava per il bizzarro e vulcanico veneziano

Pico della Mirandola

Fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=2756&biografia=Pico+della+Mirandola

Pico della Mirandola

Giovanni Pico, Conte di Mirandola e Principe della Concordia, nasce nel suo castello nel modenese il 24 febbraio 1463, da Giovan Francesco I e Giulia Boiardo. Appena nato, viene vista una fiamma in forma di cerchio stare sopra il giaciglio della partoriente. Il segno è evidente, il neonato chiamato Pico è destinato a illuminare il mondo, ma solo per un breve periodo di 31 anni, in cui gli capita di tutto.

Viene condannato come eretico, ma anche definito il più grande pensatore della cristianità dopo sant’Agostino; viene accusato di omosessualità, ma per amore si improvvisa rapitore di donne già sposate venendo incarcerato, ma riesce a uscire da questa situazione imbarazzante “in maniera dignitosa” e in particolare modo libero; grazie al suo prestigio si guadagna un posto in una sacra rappresentazione dipinta dal grande Botticelli.

Il giovanissimo Pico Della Mirandola è ricco, bello, generoso, colto ed estremamente intelligente, con il suo coraggio e la sua sfrontatezza da ragazzo lo vede rispondere implacabile a un cardinale che sostiene che i bambini prodigio (riferendosi a Pico) in età adulta diventano dei perfetti idioti “Chissà com’era dotata da piccolo Vostra Eminenza” replica Pico al Cardinale esterrefatto. Il giovane Pico Della Mirandola non ha torto a risentirsi per quella battuta del cardinale portata dall’invidia e dall’ignoranza dell’epoca; Pico conosce a memoria tutta la Divina Commedia di Dante Alighieri e qualunque Lettura o Poema che ha ascoltato ho letto solo una volta.

Questo dono il giovane Pico l’ha ereditato dai parenti materni (amanti della cultura). Suo cugino Matteo Boiardo ha scritto il famoso poema dal titolo “Orlando Innamorato”, al contrario dei suoi due fratelli molto bellicosi Anton Maria e Galeotto, dediti alla pratica e all’arte delle armi e all’amministrazione dello Stato. Del potere a Pico non importa nulla e alla guerra preferisce le poesie d’amore. In seguito rinuncia ai beni di famiglia, riservandosi una rendita sufficiente a un’agiata vita da intellettuale, spendendo la sua fortuna in rari testi antichi o per soggiornare nei maggiori centri di studi. Un’occupazione, quest’ultima, alla quale si dedica molto presto; nel 1477 all’età di 14 anni su suggerimento della Madre si sposta di Università in Università, prima a Bologna e dopo la morte prematura dell’amata Madre Giulia Boiardo (nel mese di agosto del 1478), si trasferisce a Ferrara su invito del Duca Ercole I D’este, in seguito si trasferisce nelle città di Padova e Pavia, fino ad arrivare a Parigi per dedicarsi al diritto canonico, agli studi umanistici, ai corsi di retorica e di logica matematica.

Nel frattempo studia con molta facilità la lingua Ebraica e la lingua Greca, lingue che insieme al Latino, all’Arabo e al Caldaico gli sono utili per il futuro, quando si cimenta con la cabala, l’antica “sapienza occulta” degli Ebrei. All’età di 21 anni arriva a Firenze (all’epoca attivissimo centro culturale) entrando a fare parte della cerchia dell’Accademia Platonica, un circolo per gli amici letterati di Lorenzo de’ Medici, mecenate e Signore del capoluogo toscano.

Eppure la sua fama e l’incondizionata ammirazione di Lorenzo il Magnifico, non bastano a fare accettare le sue idee. Dicevano i Latini “Nomen omen” (il destino è nel nome) e infatti Pico che preferisce il titolo di Conte Della Concordia, cerca di riconciliare l’antica filosofia aristotelica, quella platonica e i vari elementi della cultura orientale in una filosofia universale, con l’intenzione di riunire idealmente tutte le religioni, nella convinzione che i grandi filosofi hanno come unico scopo la conoscenza di Dio e che in questo senso hanno contribuito alla nascita del Cristianesimo.

La Chiesa in questo periodo è ossessionata dalle streghe e dagli eretici: Pico lo scopre presto. Nel 1486 decide di organizzare a Roma un congresso filosofico: la sua idea è di sostenere le proprie tesi “uno contro tutti” di fronte a una sala di potenziali dotti oppositori, non calcolando che il primo e più accanito di questi è proprio il papa. Il pontefice Innocenzo VIII rinvia lo svolgimento della disputa, e istituisce una commissione per esaminare le 900 Proposizioni dialettiche, morali, fisiche, matematiche, teologiche, magiche, cabalistiche, sia proprie che dei sapienti caldei, arabi, ebrei, greci egizi e latini formulate dal giovane filosofo.

In tre mesi i teologi vaticani ne dichiarano eretiche 7 e infondate 6. Pico Della Mirandola che possiede una memoria straordinaria, difetta sicuramente in diplomazia (scrivendo una furiosa Apologia), in cui rivendica la sua libertà di filosofo dando degli ignoranti ai censori. In questo modo Pico non fa altro che peggiorare la situazione: Innocenzo VIII condanna in blocco le 900 tesi e ne vieta la lettura, la copiatura e la stampa, pena la scomunica. L’ira papale segue Pico anche Oltralpe, il filosofo viene arrestato in Francia (dove si è rifugiato) e dopo meno di un mese di prigionia viene rispedito in Italia per intercessione di Lorenzo il Magnifico.

Dall’estate del 1488 Pico della Mirandola si stabilisce sui colli fiesolani nelle vicinanze di Firenze. Affetto dalla scabbia e profondamente turbato per la condanna di eresia (che gli viene revocata solo cinque anni dopo, da papa Alessandro VI Borgia) si converte a uno stile di vita quasi monacale, con il desiderio di ottenere l’assoluzione. In una lettera di Matteo Bossi, il superiore dell’Abbazia di Fiesole ne loda il comportamento ossessivamente virtuoso: “Egli ha allontanato talmente il piede da ogni mollezza e tentazione della carne che sembra (al di là dei sensi e dell’ardore giovanile) vivere una vita da Angelo“.

Pico della Mirandola non è sempre stato uno stinco di santo: solo un paio di anni prima (il 10 maggio 1946), ad Arezzo aveva tentato di rapire la bellissima Margherita (moglie di Giuliano Mariotto de’ Medici, lontano parente di Lorenzo il Magnifico). L’amata, stregata dagli occhi azzurri, dai capelli biondi e dalle spalle larghe e muscolose di quel ragazzo alto quasi due metri, scappa con lui verso Siena fingendosi vittima di un rapimento. Ma i due vengono raggiunti dal marito tradito e dai suoi soldati, che con le armi si riprendono la fuggiasca. La perdita dell’amata irrita Pico che riesce a consolarsi: le donne non gli mancano mai e probabilmente neppure gli spasimanti del suo stesso sesso.

All’interno dell’Accademia fiorentina, l’umanista Marsilio Ficino (noto omosessuale) propone l’amore socratico (l’amore spirituale fra uomini), perché a suo dire “nelle donne la perfezione dell’anima non esiste“, frase decantata molti secoli prima dall’antico filosofo greco Platone (anche lui omosessuale) come mezzo per avvicinarsi alla Bellezza di Dio (una bella scusa per screditare l’amore passionale di una donna e giustificare la loro omosessualità).

Pico sperimenta questo tipo di amore con l’umanista Girolamo Benivieni. Con lui divide anche tomba e lapide con la scritta “Affinché dopo la morte la separazione di luoghi non disgiunga le ossa di coloro i cui animi in vita congiunse Amore“. La conferma di questo amore omosessuale tra Pico e Benivieni la fornisce il frate Girolamo Savonarola, legato a Pico da un’amicizia nata durante gli ultimi anni di vita del passionale Conte della Concordia.

Dopo la morte dell’amico, durante una predica il domenicano rivela che la sua anima “non è potuta andare subito in Paradiso, ma è assoggettata per un certo tempo alle fiamme del Purgatorio“. Visto che il frate ha rilevato il peccatore ma furbescamente non il suo peccato, ci pensano i fedeli a ricamare su quella notizia data solo a metà, spiegando che negli ultimi tredici giorni di vita di Pico della Mirandola egli soffriva in maniera straziante di febbri dolorose portata dalla sifilide, che hanno portato alla morte prematura il grande filosofo, il 17 novembre del 1494, all’età di 31 anni.

Alcuni storici credono che Pico sia stato una delle prime vittime della grande epidemia chiamata “mal francese”, che ha colpito tutta l’Europa tra gli anni 1493 e 1494. Il nobile senese Antonio Spanocchi racconta in una lettera datata 29 settembre 1494, che un altro membro dell’Accademia Platonica, Angelo Poliziano è morto in modo altrettanto rapido e inaspettato due mesi prima di Pico, ammalandosi poco dopo un suo giovane amante. Ma come succede anche al giorno d’oggi “l’affaire sessuale” vero o presunto viene usato per nascondere vicende molto più torbide. Secondo gli antropologi, analizzando le ossa di Pico della Mirandola, si è scoperto che è stato avvelenato e assassinato con l’arsenico trovato in abbondanza nei suoi poveri resti. Tra le varie ipotesi, la più probabile vuole che l’unico amore proibito che è costato la vita a Pico è quello per la Scienza.

Il geniale Pico Della Mirandola è convinto che i corpi celesti non hanno il potere di influire sulle vicende umane e che non è possibile prevedere il futuro basandosi sulle congiunture astrali. Afferma che solo l’uomo può decidere del proprio destino con le sue libere scelte. Pico critica quello che nella sua epoca per molti è una scienza esatta, relegandola al ruolo di “arte divinatoria” nel suo manoscritto dal titolo “Disputationis adversus astrologiam divinatricem”, pubblicato postumo dal nipote Gianfrancesco.

Una lettera anonima scritta pochi mesi dopo la morte di Pico della Mirandola, secondo molti da Camilla Rucellai, guida della potente corporazione degli astrologi, indirizzata al suo allievo nelle arti dell’occulto Marsilio Ficino, rivela: “Dopo la morte del nostro nemico hai fallito. L’Assassinio di Pico è una sciocchezza. Si sarebbe fatto dimenticare ritirandosi dal gioco e adesso eccolo trasformato in vittima. Il suo libro assumerà ancora più importanza. Pico esitava a pubblicarlo, ora il suo erede si sente il dovere di farlo. Il Papa vuole il libro per comprometterci. Quel manoscritto deve sparire, ritrovalo“. Ma il fatto che il pamphlet di Pico contro l’astrologia riesce a vedere le stampe grazie al nipote, è la prova che i suoi nemici se la cavano meglio con gli oroscopi che con i furti.

Lorenza, paladina del risparmio con una vita “low impact”

Scritto da: Valeria Scopesi
Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/lorenza-paladina-del-risparmio-con-una-vita-low-impact

In questi ultimi anni aumentano sempre di più le preoccupazioni riguardo i gravi problemi che stanno portando alla distruzione della nostra terra, quali l’inquinamento, lo spreco, l’aumento dei rifiuti e i cambiamenti climatici dovuti ai gas serra, tanto che già molte persone hanno adottato uno stile di vita diverso in cui il riciclo, l’autoproduzione, la sobrietà e il conseguente risparmio in termini economici ne sono alla base.
È il caso di Lorenza Noto, 34 anni, alessandrina di nascita ma ora residente a Torino, che da sempre cerca di ridurre il proprio impatto ambientale conducendo una vita il più possibile ecologica.
Nella sua famiglia hanno un grande rispetto per l’ambiente con gesti molto semplici come non sprecare l’acqua, riutilizzare la carta e i sacchetti tantissime volte, fare meno immondizia possibile praticando la raccolta differenziata non appena sono apparsi i primi bidoni in città anche facendo molta strada per raggiungerli. Appena diplomata si è trasferita a Torino dove ha continuato questo modo di vivere trovando costantemente nuovi metodi per ottimizzare i suoi consumi e inquinare il meno possibile.

Lorenza, quali sono le tue strategie per risparmiare e salvaguardare l’ambiente?
“Da quando vivo da sola, agisco su più fronti per limitare i miei consumi: ad esempio, il mio frigo viene usato come tale solo nei mesi estivi mentre in inverno diventa una libreria! Ho l’abitudine di fare una piccola spesa ogni due giorni così che i cibi rimangano freschi sul piano della cucina; vivendo in città, considero i negozi e i supermercati il mio grande frigorifero sempre a disposizione, hanno un orario di apertura molto ampio e questo mi consente di non avere l’esigenza di conservare gli alimenti. In ogni caso prediligo l’acquisto diretto dai contadini al mercato quando ho tempo, soprattutto per evitare le confezioni di plastica. Ogni volta che acquisto penso a ciò che dovrò buttare via, per questo se vedo imballati due ortaggi su una vaschetta di plastica preferisco non comprarli e cercare un negozio con prodotti non confezionati e anche per detersivi o riso e pasta mi rivolgo a negozi che consentono di acquistare prodotti sfusi senza confezionamento. Si può acquistare la spesa di una settimana senza affaticarsi portando uno zaino in spalle, il ché riduce anche lo spreco di sacchetti di plastica. Ho un metodo di cottura che prevede il risparmio del gas, al punto di ebollizione dell’acqua spengo il fuoco e permetto che la cottura continui a coperchi della pentola chiusi. Risparmio anche sul riscaldamento degli ambienti, l’anno scorso sono riuscita a non accendere la caldaia nemmeno per un’ora. Credo che il periodo più rigido qui dove vivo si limiti a una sola settimana, generalmente l’ultima di gennaio. L’anno scorso non ho trovato così difficile rinunciare al riscaldamento, per via delle temperature accettabili e non ho nemmeno avuto problemi di umidità: pareti

completamente asciutte e panni stesi asciutti nel giro di due o tre giorni. Per coprirmi uso tute e pile, anche due o tre insieme nei periodi più freddi. Utilizzo molto gli spazi dedicati al pubblico come le biblioteche o le aule studio per socializzare e risparmiare sui bisogni individuali di luce e riscaldamento. Si tratta di luoghi voluti e ottenuti dal comune grazie a volontari e attivisti che si sono impegnati per assicurarci questo servizio quindi frequentiamoli! Tutto ciò aiuta anche ad uscire dall’individualismo a cui spesso la vita ci porta e, personalmente, rinunciare al riscaldamento mi avvicina a comprendere le situazioni di difficoltà in cui si trova la gente, come chi dovrà affrontare una notte in auto per via dei sismi, i senzatetto e le vittime della tratta di prostituzione, e questo mi spinge anche ad occuparmene in modo attivo. Utilizzo i mezzi pubblici e mi sposto molto a piedi, quando non uso per più giorni l’auto, la scollego dalla batteria. Non è mai stato faticoso raggiungere il posto di lavoro in orario, basta partire da casa in tempo e anzi, recupero tantissimo tempo da dedicare all’ascolto di musica o di notizie alla radio durante il tragitto, arrivando a lavoro molto più carica di come sarei potuta arrivare in auto”.Com’è cambiata la tua alimentazione in questi anni e perché?
“Generalmente non mangio pesce, né carne né latticini, ma se ne sentissi l’esigenza li consumerei il giorno stesso dell’acquisto. Non sono vegana ma condivido alcune delle preoccupazioni riguardo alla salute e all’inquinamento che ne deriva dal consumo di carni e pesci e dal consumo di massa di latte e formaggi, oltre che per lo sfruttamento eccessivo di animali da allevamento. Per preservare la mia salute e nutrirmi correttamente, mi piace mangiare verdure crude condite con spezie, consumo quotidianamente mandorle pelate e prediligo alimenti come zuppe di riso integrale e altri cereali, farro, fagioli e lenticchie. Mantengo questa alimentazione da alcuni anni, da quando cioè ho subito un intervento chirurgico. Quello che ho imparato da questa esperienza è che la prevenzione è alla base di tutto e ho scoperto l’incredibile potere curativo degli alimenti, in particolare delle verdure: gli effetti di un concentrato di vitamine fresche sono quasi immediati e da allora non mi sono più ammalata nemmeno di un raffreddore! Questo mi ha permesso di evitare l’uso di farmaci, riducendo l’impatto sull’ambiente, nonché sulla mia persona e sul portafogli.”

Pensi che l’aumento della raccolta differenziata di questi ultimi anni porterà a un cambiamento delle nostre abitudini in direzione di una maggiore consapevolezza per la tutela dell’ambiente e la diminuzione dello spreco?
“Purtroppo devo osservare dei cambiamenti che non sono del tutto positivi: il moltiplicarsi dei bidoni per la differenziata in città, se da un lato ha invitato le persone a smistare i rifiuti, dall’altro non le ha disincentivate a diminuirne la produzione. I bidoni per la plastica in particolare sono stracolmi, e nonostante io creda nel riciclo, non lo vedo intorno a me nella forma predominante che dovrebbe essere. Penso che chi è a capo delle gestioni amministrative del nostro paese debba prendere coscienza dei cambiamenti climatici a cui stiamo andando incontro e debba mettere freno al consumismo esagerato dei nostri tempi. Credo inoltre che le aziende di produzione debbano mettere in atto cambiamenti più ecosostenibili senza necessariamente aspettare l’incentivo da parte del governo o senza doverne essere costretti a causa di una tassa, come può essere una tassa sulla sovrapproduzione o sul superamento di livelli di tossicità prodotti nell’ambiente. Anche noi stessi possiamo fare molto in questo senso perché siamo in grado di capire quanto la nostra auto sia nociva per la nostra città e cosa significhi riempire bidoni di plastica ogni settimana per poi ricomprare altra plastica originale e nuovissima che andrà nel bidone nel tempo di due giorni e così a seguire. Ognuno di noi ha la piena responsabilità dei cambiamenti climatici ed è anche l’unico settore dove ha pieno potere delle proprie scelte.”

 

Emilio Lussu

Fonte: http://www.storiaxxisecolo.it/antifascismo/biografie%20antifascisti13.html

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Nasce ad Armungia, piccolo paese in provincia di Cagliari, il 4 dicembre 1890. Della vita paesana serberà sempre un ricordo indelebile, considerandola indispensabile per la sua formazione democratica. Laureato in giurisprudenza, è favorevole all’entrata in guerra contro l’Austria. La consapevolezza politica, dopo il confuso agitazionismo interventista che ne ha caratterizzato il periodo studentesco, nasce sui fronti della Prima Guerra Mondiale, alla quale partecipa come capitano di fanteria della Brigata “Sassari”. E’ l’occasione in cui, non soltanto Lussu, ma una intera generazione di contadini e pastori sardi, hanno la possibilità di aprire gli occhi sulla propria condizione sociale: la guerra diventa perciò scuola rivoluzionaria (vedi Un anno sull’altipiano). La Sardegna post-bellica, gravemente impoverita dal conflitto, è terreno fertile per l’azione politica del Partito Sardo d’Azione, fondato nel 1921 da Lussu, Bellieni ed altri ex combattenti, che si pone a sinistra come portatore delle istanze delle classi proletarie in un quadro di recupero della questione nazionale sarda. Lussu è eletto deputato nelle elezioni del 1921 e del 1923, il periodo di ascesa del movimento fascista. Il sardismo si divide: abilmente gli emissari di Mussolini portano dalla loro una parte del partito, e lo stesso Lussu inizialmente non valuta a pieno il pericolo di un dialogo con i fascisti. Tuttavia la posizione successiva è netta: antifascismo intransigente. Dopo il delitto Matteotti, partecipa alla «secessione aventiniana». Nel ’26 è dichiarato decaduto dal mandato parlamentare e viene perseguitato dai fascisti: nello stesso anno è aggredito in casa da squadristi sardi e per legittima difesa è costretto ad uccidere uno degli assalitori (vedi Marcia su Roma e dintorni). La magistratura cagliaritana, non ancora soggiogata dal regime, lo assolve, ma viene immediatamente confinato a Lipari. E’ l’isola che ospita di lì a poco un altro personaggio chiave del movimento antifascista: Carlo Rosselli. I due, con Fausto Nitti, e grazie all’indispensabile aiuto di Gioacchino Dolci e Paolo Fabbri, riescono ad evadere in motoscafo nel luglio del ’29 (vedi La catena). Raggiunta Parigi si mettono in contatto con i fuorisciti riuniti intorno alla figura di Salvemini: nasce il movimento Giustizia e Libertà. Pur partecipando in modo saltuario alla vita politica a causa delle precarie condizioni di salute, riesce a collaborare con una certa assiduità al settimanale ed ai quaderni del Movimento, facendosi promotore di un suo più marcato e consapevole indirizzo socialista (vedi Lettere a Carlo Rosselli e altri scritti di Giustizia e Libertà; La teoria dell’insurrezione). Dopo l’assassinio di Carlo Rosselli nel ’37 eredita il timone del Movimento, del quale evita la dispersione, specialmente nel difficile periodo dell’offensiva tedesca in Francia. Inizia il periodo della “diplomazia clandestina”, con l’aiuto importantissimo dalla moglie Joyce, durante il quale tenta di proporre agli Alleati il progetto di un colpo di mano che permetta di far crollare il regime fascista a partire dall’insurrezione della Sardegna. Il suo peregrinare fra i centri di comando degli Alleati non porta alcun appoggio concreto al progetto, ma mostra loro, in ogni caso, l’esistenza di un fronte antifascista pronto ad assumere la responsabilità di una partecipazione diretta al conflitto (vedi Diplomazia clandestina). Riesce a rientrare in Italia soltanto nell’agosto del ’43. Nel frattempo ha saputo della nascita del Partito d’Azione, nel quale, pur consapevole delle differenze politiche, ma spinto dalla superiore esigenza unitaria della lotta di liberazione, fa confluire il Movimento GL. Si installa nella Roma occupata dai nazisti e insieme a Ugo La Malfa regge il partito sino alla conclusione della guerra. Mentre il PdA si lacera in una lotta intestina fra filosocialisti (riuniti intorno a Lussu) e filocentristi (guidati da La Malfa), assume l’incarico di ministro nei governi Parri e De Gasperi (vedi Sul Partito d’azione e gli altri). E’ inoltre deputato alla Costituente e senatore di diritto. Ma anche il Partito sardo, che aveva lasciato al momento dell’esilio su posizioni di sinistra, è ora retto da una maggioranza moderata, molto attenta agli interessi dei ceti proprietari e delle libere professioni, per di più attraversata da umori separatisti: la sua battaglia per riportare il partito allo spirito originario viene persa e Lussu va via per formare una gruppo che poi aderirà al PSI (con tessera retrodatata al 1919, l’anno delle grandi lotte contadine e operaie combattute in Sardegna, che lo videro fra i principali protagonisti). Il periodo da parlamentare socialista è ricco di interventi in aula e fuori: dalla questione dell’adesione alla NATO al riconoscimento della Cina comunista, dalla difesa della Repubblica democratica e antifascista alle lotte per lo sviluppo economico e il progresso sociale della Sardegna (vedi Essere a sinistra; Discorsi parlamentari). Il 1964 segna la rottura con il PSI: la decisione di Nenni di entrare nel governo di centrosinistra a guida democristiana provoca la scissione che porta alla fondazione del PSIUP, una formazione che avrà però vita breve: la sconfitta elettorale ne accelera l’adesione al PCI, ma Lussu, coerentemente con la sua storia, rifiuta di confluire. Si spegne a Roma nel 1975.

Fra le sue pubblicazioni: La catena, Baldini&Castoldi, Milano, 1997 (ed. or. 1930); Marcia su Roma e dintorni, Einaudi, Torino, 1994 (ed. or. 1933); Un anno sull’altipiano, Einaudi, Torino, 1996 (ed. or. 1938); La teoria dell’insurrezione, Jaka Book, Milano, 1976 (ed. or. 1936); Diplomazia clandestina (ed. or. 1955) in Per l’Italia dall’esilio, a cura di M. Brigaglia, Edizioni della Torre, Cagliari, 1976; Sul Partito d’azione e gli altri, Mursia, Milano, 1968; Il cinghiale del diavolo, Einaudi, Torino, 1976 (Lussu narratore).

(a cura del Circolo GL di Sassari)