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Pigafetta, un vicentino intorno al mondo

Scritto da: Luigina Pizzolato
Fonte: https://www.venetostoria.com/?p=13532

 

 

 

Ad Antonio Pigafetta Vicenza ha dedicato il Liceo classico cittadino, una delle più antiche istituzioni scolastiche. E un monumento sul viale che dalla stazione ferroviaria porta al centro della città, chi arriva viene accolto dall’illustre vicentino alto su una prua  di nave marmorea.La sua fama deriva dall’aver circumnavigato per primo il globo terrestre con Ferdinando Magellano e di averlo descritto.

Eppure della biografia di Pigafetta non si conosce molto, pochi documenti originali e qualche lettera autografa, rare le testimonianze di contemporanei, solo qualche notizia riportata, posteriore al famoso viaggio. Rampollo di una famiglia nobiliare di Vicenza, nato intorno al 1492, solo nel ‘900 si è riusciti a stabilire la paternità, della madre non c’è certezza, visto che il padre, Giovanni Antonino Pigafetta,  si era sposato tre volte. Antonio aveva un carattere portato alla curiosità e alla conoscenza,  era  studioso di scienze, matematica e astronomia.  Trovandosi nel 1519 a Barcellona al seguito del nunzio vicentino Francesco Chiericati  e avendo sentito parlare della spedizione di Magellano, Pigafetta volle intraprendere il viaggio come passeggero pagante, spinto dalla sua curiosità di visitare terre lontane.

Imbarcatosi sull’ammiraglia Trinidad, non fu subito bene accetto da Ferdinando Magellano, ma ne conquistò  gradualmente la stima, tanto da diventare il suo uomo di fiducia.
Nello scontro con gli indigeni dell’isola di Mactan, nelle isole Filippine,  che vide la morte di Magellano, anche Pigafetta rimase ferito. Dopo la scomparsa di Magellano, Pigafetta assunse un ruolo di maggiore responsabilità nell’equipaggio, in particolare gestendo le relazioni con le popolazioni autoctone.
Fu uno dei pochi superstiti della spedizione, che il 6 settembre 1522 rientrarono in Spagna con la nave Victoria, unica nave rimasta. Nel 1524 Pigafetta  scrisse la Relazione del primo viaggio intorno al mondo, dettagliato resoconto della spedizione,  oggi ritenuto uno dei più preziosi documenti sulle grandi scoperte geografiche del Cinquecento. Il 5 agosto1524 il Senato  della Serenissima gli accordò il privilegio della stampa del suo Diario.

Inizialmente donato all’imperatore Carlo V°, il diario fu fatto sparire, ritenuto dagli spagnoli una poco gradita testimonianza dell’impresa leggendaria del portoghese  Magellano. Anche Pigafetta fu dall’imperatore frettolosamente congedato. Andato perduto, l’importante diario fu rinvenuto nel 1797 dallo scienziato e letterato  ligure Carlo Amoretti.
Poco si sa anche della morte di Pigafetta, avvenuta forse per una pestilenza, nel 1527 anno del sacco di Roma, vicino a Viterbo.  Altra ipotesi è che sia caduto  in combattimento al largo dell’isola di Modone nel 1531.

Luigi Einaudi

Fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=475&biografia=Luigi+Einaudi

Luigi Einaudi

Il grande statista nacque a Carrù (Cuneo) il 24 marzo 1874 da una modesta famiglia, originaria della valle Maira. Dopo la morte del padre, la madre si trasferì con la famiglia a Dogliani, dove visse per il resto dei suoi giorni.

Intanto il giovane Einaudi meritò una borsa di studio per frequentare il ginnasio presso i padri delle Scuole Pie a Savona, e nel 1895, a soli ventuno anni, si laureò in giurisprudenza a Torino. Nel 1902 è già docente all’Università di Torino ed occupa la cattedra di Scienze delle Finanze con l’incarico di Legislazione Industriale ed Economia Politica. Due anni dopo ottiene la cattedra di Scienze delle Finanze all’Università Bocconi di Milano.

Luigi Einaudi si dedicò nei suoi studi alla ricerca nel campo dell’economia e della scienza delle finanze, all’insegnamento e al giornalismo; dal 1896, infatti, collaborò con il quotidiano torinese La Stampa, passando poi nel 1900 al già prestigioso Corriere della Sera di Milano, mentre dal 1908 diresse la rivista Riforma sociale. Intanto, nel 1903, aveva sposato una sua allieva, Ida Pellegrini; la loro fu un’unione felice, dalla quale nacquero tre figli.

Nel 1912 propone una nuova e rivoluzionaria teoria finanziaria, presentata dapprima sotto forma di articoli giornalistici e poi in un suo saggio dal titolo: “Concetto di reddito imponibile e sistema di imposte sul reddito consumato”. La rivoluzione fiscale, poi attuata, consiste nel far prelevare dallo Stato a tutti i cittadini un’imposta comunale di famiglia in base al reddito prodotto dai salari, o dalle attività, o dagli immobili o altro, applicando un’aliquota. Questa sua idea porterà alla dichiarazione annuale delle imposte sui redditi delle persone fisiche, l’attuale 740.

Tra le opere pubblicate nel primo periodo merita ricordare: “Studi sugli effetti dell’imposta” (1902), “La finanza sabauda all’aprirsi del secolo XVII” (1908), “Intorno al concetto di reddito imponibile e di un sistema di imposte sul reddito consumato” (1912), “La terra e l’imposta” (1924), “Contributo alla ricerca dell’ “ottima imposta”” (1929).

Luigi Einaudi venne nominato Senatore del Regno nel 1919, su proposta di Giovanni Giolitti, e al Senato fu uno dei più tenaci sostenitori della necessità di abbandonare ogni forma di socialismo di stato che si era infiltrato nella vita economica italiana durante la prima guerra mondiale; queste idee furono ampiamente esposte nel libro “La condotta economica e gli effetti sociali della guerra italiana”, 1933. Inizialmente Einaudi guardò con speranza al programma economico del fascismo, ma già prima della marcia su Roma (ottobre 1922) prese posizione contro la ventilata dittatura, e nel 1927 lasciò il Corriere della Sera che era passato sotto il controllo del regime.

Nel 1935 le autorità fasciste fecero chiudere la rivista Riforma Sociale, e l’anno successivo Einaudi dette vita alla Rivista di storia economica (1936 – 1943). Dopo il 25 luglio, l’insigne economista fu nominato rettore dell’università di Torino, ma con la proclamazione della Repubblica Sociale di Salò dovette abbandonare questo incarico e rifugiarsi in Svizzera.

Alla fine del 1944 rientrò a Roma e il 5 gennaio 1945 venne nominato governatore della Banca d’Italia, dove ebbe modo di dimostrare le sue altissime capacità di statista. Nel 1946 fu eletto deputato all’Assemblea costituente per il Partito Liberale Italiano, e dal 31 maggio 1947 fece parte del Governo quale vice Presidente e ministro del Bilancio, provvedendo alla stabilizzazione della lira mediante una severa politica di restrizione creditizia.

Il 10 maggio 1948 venne eletto Presidente della Repubblica, e alla scadenza del mandato (25 aprile 1955) rientrò a far parte del Senato.

Nel mese di giugno del 1955, l’università inglese di Oxford gli conferì la laurea honoris causa e ne tracciò questo sintetico ma eloquente profilo: “Luigi Einaudi ha fatto molto per la salvezza del suo Paese. Egli è oggi la più rispettata di tutte le figure d’Italia, e agli occhi degli stranieri simboleggia il risorgere di un Paese che, dopo vent’anni di dittatura ed i grandi disastri della guerra, ha ritrovato il suo posto onorevole fra le nazioni libere del mondo”.

Il Presidente fu anche uno dei primi e più convinti sostenitori della necessità di creare l’Europa unita e, avversario di ogni forma di monopolio, si schierò in particolare contro quello statale nel settore della scuola.

Luigi Einaudi morì a Roma il 30 ottobre 1961 e fu sepolto nella tomba di famiglia a Dogliani, il paese nel quale amava passare le vacanze e discorrere con la gente dei problemi quotidiani. Fra le altre cose che vanno dette, bisogna ricordare che Luigi Einaudi si è sempre dedicato personalmente alla conduzione della sua azienda agricola presso Dogliani, applicandovi i più moderni sistemi colturali.

Per i suoi altissimi meriti gli sono stati conferiti ampi riconoscimenti, tra i quali si ricordano: Socio e Vice-Presidente della Accademia dei Lincei; Socio della Accademia delle Scienze di Torino; Socio dell’Institut International de Statistique de L’Aja; Socio dell’Econometric Society di Chicago; Socio onorario dell’American Academy of Arts and Sciences di Boston; Socio dell’American Academy of Political and Social Science di Filadelfia; Socio onorario della American Economic Association; Socio onorario della Economic History Association di New York; Presidente onorario della International Economic Association; Socio corrispondente della Societè d’Economie Politique di Parigi; Vice Presidente della Economic History Society di Cambridge; Socio corrispondente del Coben Club di Londra; Socio corrispondente della Oesterreichische Akademie der Wissenschaften di Vienna. Gli sono state conferite le lauree “Honoris Causa” dalle Università di Parigi e di Algeri.

La vita di Prospero Alpini

Fonte: http://www.prosperoalpini.it/index.php/prospero-alpini/la-vita-di-prospero-alpini

Prospero Alpini (1553-1616) fu il quarto Prefetto dell’Orto botanico di Padova, certamente uno dei più famosi. Nel 1963, sulla base di un approfondito studio documentario, è stato possibile dimostrare che la forma corretta del suo cognome è Alpini, e non Alpino, come più comunemente si usa.

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La forma Alpini, infatti, non soltanto compare in quasi tutti i documenti dell’epoca in cui è riportato in volgare il casato di lui (dall’atto di matrimonio a quello di morte), ma anche (e ciò ha un peso decisivo) è da lui utilizzata negli autografi in volgare che hanno il carattere di atti ufficiali, come la polizza dei beni e il testamento.

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Nato a Marostica (Vicenza) il 23 novembre 1553, figlio del medico Francesco, Prospero Alpini conseguì il dottorato in filosofia e medicina nello Studio di Padova il 28 agosto 1578. Nel 1580, spinto dall’esempio del suo maestro Melchiorre Guilandino (Wieland, 1520-1589), egli colse l’occasione che gli si presentò, grazie ai buoni uffici di Antonio Morosini, di accompagnare in qualità di medico il patrizio Giorgio Emo, nuovo console di Venezia al Cairo in Egitto. Il suo soggiorno in Egitto si protrasse fino ai primi giorni dell’ottobre 1584: la sua attività in quel periodo e le molteplici osservazioni compiute, non soltanto mediche e naturalistiche, ma anche etnologiche, storiche e archeologiche, sono in buona parte contenute nelle tre opere De medicina Aegyptiorum libri quatuor (1591), De balsamo dialogus (1591) e De plantis Aegypti liber (1592). Nel De plantis Aegypti sono descritte e illustrate una cinquantina di specie medicinali spontanee e coltivate delle regioni da lui visitate, di largo uso nella medicina egiziana del tempo; l’opera è corredata da illustrazioni molto precise, eseguite da un pittore veneziano di cui si ignora il nome. Tra le specie descritte e delineate figura la pianta del caffè (Coffea arabica L.), ma già l’anno precedente nel De medicina Aegyptiorum aveva presentato gli impieghi terapeutici della bevanda ottenuta dai semi tostati. Altre due opere dedicate alle osservazioni compiute in quegli anni furono pubblicate postume, De plantis exoticis libri duo, pubblicata nel 1627 dal figlio Alpino Alpini, e Rerum Aegyptiarum libri IV, da lui ordinata e preparata per la stampa negli ultimi anni di vita, ma uscita soltanto nel 1735, a cura di Bartolomeo Sellari, cancelliere dell’Università.

Le opere pubblicate tra il 1591 e il 1592 ebbero un’accoglienza molto favorevole e, soprattutto, richiamarono su di lui l’attenzione dei Riformatori dello Studio di Padova, che, convinti d’esser riusciti a porre la mano sopra un soggetto che l’avrebbe degnamente occupata, si risolsero a far cessare la lunga vacanza della cattedra di lettura dei semplici, che si protraeva fin dal 1568. Nominato lettore dei semplici con ducale del 19 aprile 1594, con lo stipendio annuo di duecento fiorini, l’Alpini si dedicò con grande impegno all’insegnamento, giungendo a spendere del proprio denaro per procurarsi i semplici necessari per le dimostrazioni agli scolari. Riconfermato alla lettura dei semplici con ducale del 23 giugno 1601, con un aumento di stipendio di 150 fiorini annui, nello stesso anno pubblicò un’opera destinata ad avere un grande successo, intitolata De praesagienda vita, et morte aegrotantium libri septem, che in realtà era parte di un più ampio lavoro «de medico praesagio», di cui nel 1966 è stata pubblicata una parte superstite, intitolata De longitudine et brevitate morborum. Il De praesagienda è un’opera clinica, semeiologica, che si fonda sull’antico pensiero ippocratico, in cui l’Alpini introduce un criterio sistematico, arricchito e verificato dalle proprie osservazioni personali.

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Ma nel frattempo essendo giunto a morte nel giugno 1603 Giacomo Antonio Cortuso (1513-1603), prefetto dell’Orto botanico di Padova e ostensore dei semplici, il 3 ottobre dello stesso anno l’Alpini «prontamente» si offrì ad unire alla lettura dei semplici anche gli incarichi resisi vacanti. Così nel 1603 fu incaricato anche della prefettura dell’Orto e dell’ostensione dei semplici, con aggiunta di 50 fiorini ai 350 che già riceveva. La successiva ricondotta, avvenuta con la ducale del 5 agosto 1606, nel riconoscere i meriti dell’Alpini portava il suo stipendio a 550 fiorini.

Con la nomina a Prefetto dell’Orto e ad ostensore dei semplici, la sua fama di medico, di naturalista e di insegnante superò i confini del Veneto e dell’Italia. Il decennio che va dal 1603 al 1613 segna il culmine della sua attività didattica e scientifica. Nel 1611 pubblicò il De medicina methodica libri XIII, interessante e acuto tentativo di ridestare l’attenzione dei medici verso l’antica dottrina dei metodici e quindi verso il pensiero solidista. Attinente alla botanica e alla materia medica è invece l’operetta De Rhapontico disputatio in Gymnasio Patavino habita (1612), in cui è illustrata una specie di rabarbaro (Rheum rhaponticum L.) proveniente dai monti di Rodope nella .Tracia (l’odierna Bulgaria), ricevuta nel 1608 dal medico Francesco Crasso di Ragusa e che aveva attecchito facilmente nell’Orto, mantenendo in parte le proprietà terapeutiche: l’Alpini pertanto auspicava che la possibilità di coltivare questa specie a Padova eliminasse la dispendiosa importazione della droga e facesse cessare lo spaccio di surrogati poveri di principi attivi. Nel 1614 furono completati il De plantis exoticis e il Rerum Aegyptiarum libri IV, che – come si è detto – furono pubblicati postumi.

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Sotto la direzione di Prospero Alpini l’Orto botanico di Padova diventò un importante centro di studio e di ricerca, soprattutto per quanto riguarda la diffusione della coltivazione di molte specie esotiche. L’Alpini fu in corrispondenza con molti studiosi italiani e stranieri, con i quali effettuò scambi di piante e di semi, tra i quali Gaspard Bauhin (1560-1624) e Joachim Camerarius iun. (1534-1598).

Ricondotto il 29 marzo 1613, con uno stipendio portato a 750 fiorini annui, gli ultimi anni di vita dell’Alpini furono pesantemente segnati dalle sue precarie condizioni di salute. Tra il 1613 e il 1614 l’Alpini per quattro mesi soffrì di violenti dolori articolari («dolores arthritici miserabiles»), ai quali fece seguito un accidente apoplettico («malum gravissimum symptoma apoplecticum»), che lo condusse in fin di vita. Sopravvennero quindi dapprima una gravissima infiammazione cutanea («erysipelas perniciosum») e quindi nel settembre 1614 una «phrenitis letalissima», con febbre altissima e delirio, che durò per quattordici giorni. In aggiunta a questi mali, l’Alpini improvvisamente fu colpito da un nuovo genere di sordità («surditatis genere inaudito»): sentiva le voci e i suoni ma non li comprendeva, come se gli uomini parlassero lingue a lui sconosciute. È la prima descrizione della particolare forma di sordità che in seguito fu chiamata sordità verbale di Wernicke, ossia la perdita della capacità di comprendere il significato delle parole, come se si trattasse di una lingua sconosciuta. «Profecto fateor me infelicissimum vivere», egli scrive con parole accorate, accennando al grave stato depressivo («melancholia») che gli derivò. Ma, abituato com’era a trar partito da ogni osservazione, concepì l’idea di scrivere un trattato De sur­ditate, convinto che nessun medico ne avesse compreso la vera natura.

Infine, colpito da una «lenta febris» negli ultimi mesi di vita, si spense sessantatreenne a Padova il 23 novembre 1616, suo giorno natale. Fu sepolto nella Basilica di Sant’Antonio.

Prospero Alpini si sposò due volte. La prima moglie fu la bassanese Guadagnina Guadagnini, vedova, figlia di Lazzaro Guadagnini, con cui si sposò a Bassano il 16 novembre 1587, deceduta anteriormente al 1598. La seconda moglie la padovana Bartolomea Tarsia, figlia del notaio Marco Tarsio, e dal loro matrimonio nacquero almeno sette figli, tra cui Alpino Alpini, che nel 1633 fu incaricato della lettura e dell’ostensione dei semplici e della prefettura dell’Orto nello Studio di Padova, ma che morì il 12 dicembre 1637.

Medico acuto e illuminato, «attento e accurato scrutatore delle piante», come lo definì il Saccardo, le sue ricerche botaniche furono sempre mirate alla conoscenza degli eventuali usi terapeutici delle specie considerate. Fu studioso della flora esotica, principalmente egiziana e cretese, ma si occupò anche della flora italiana e descrisse una nuova specie di Campanula, da lui trovata sul Grappa e descritta accuratamente nel De plantis exoticis e a cui diede il nome di C. pyramidalis minor (fig.), ribattezzata da Linneo Campanula alpini, ma ora chiamata Adenophora liliifolia (L.) D.C. Osservatore attento di fenomeni naturali, egli descrisse il movimento di veglia e di sonno delle foglie, da lui osservato particolarmente nel tamarindo (Tamarindus indica L., Caesalpiniaceae); inoltre, deve essere considerato un precursore dell’idea di una riproduzione sessuale nelle piante, con le sue osservazioni sulla fecondazione delle palme da datteri (Phoenix dactylifera L., Arecaceae) femminili da parte della ’polvere’ delle infiorescenze maschili.

Numerose e di grande interesse sono anche le osservazioni zoologiche (figg. ). La sua esplorazione dell’Egitto riguardò tutti gli aspetti di questo straordinario paese, e suscita una certa emozione ancor oggi leggere che tra i graffiti lasciati dai visitatori sulla sommità della grande piramide di Cheope egli trovò anche quello del suo maestro Guilandino.

Antonio Vivaldi

Fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=454&biografia=Antonio+Vivaldi

Antonio Vivaldi

Celebre violinista e compositore, figlio di un violinista della cappella ducale di San Marco, Antonio Vivaldi nacque a Venezia il 4 marzo 1678. Non si sa quasi nulla della sua infanzia:fu probabilmente allievo del padre, ma anche di Legrenzi (maestro di cappella in San Marco dal 1685 al 1690). Ricevuti gli ordini minori fra il 1693 e il 1696, nel 1703 è ordinato prete, e questo particolare, unito alla sua selvaggia capigliatura rossa (che campeggia anche in alcuni celebri ritratti, insieme al suo profilo deciso), gli valsero il soprannome di “Prete rosso”. Un appellativo temprato anche dal tipo di musica, estremamente vivace, contagiosa e altamente virtuosistica che Vivaldi ha sempre saputo scrivere.

Intanto, però, a dispetto del famoso pseudonimo, una malattia molto misteriosa, di cui si preoccuperà tutta la vita, gli impedisce di esercitare il suo ministero e dopo un anno o due rinuncia alla messa. Secondo le sue stesse parole, sarebbe stato colpito da una certa “strettezza di petto”, senza dubbio una forma di asma allora sconosciuta, analoga forse alla “strictura pectoris” dell’antica medicina. Dal 1703 al 1740 è maestro di violino e di composizione, poi “maestro dei concerti” e “maestro di coro” al Seminario musicale dell’Ospedale della Pietà, una delle quattro famose scuole di musica veneziane per ragazze orfane, bastarde o abbandonate.

Queste giovani cantavano e suonavano con ogni strumento; facevano della musica la loro occupazione principale, disponevano dei migliori maestri e le loro esecuzioni erano quindi celebri in tutta Europa (Rousseau nelle sue “Confessioni” vanta i meriti delle scuole veneziane in termini ditirambici). Vivaldi si assenta a più riprese da Venezia: dal 1718 al 1722 per dirigere la cappella del principe di Hasse Darmstadt a Mantova, nel 1723 e nel 1724 per far rappresentare delle opere a Roma (dove suona davanti al Papa). Tra il 1724 e 1725 sparisce provvisoriamente dai registri dell’Ospedale della Pietà: periodo di viaggi sui quali si è male informati.

Visita comunque numerose città italiane e straniere (soprattutto in Germania e Paesi Bassi), sia in qualità di violinista che di impresario delle proprie opere (reclutando i cantanti, dirigendo le prove, controllando gli incassi). Le sue opere strumentali erano allora celebri ovunque, soprattutto le ormai celeberrime “Quattro stagioni” e il fondamentale, superbo, “Estro armonico”.

Nel 1740 decide di lasciare Venezia e giunge a Vienna, dove muore il 28 luglio dell’anno successivo, povero e solitario, rovinato, si disse, dalla sua eccessiva prodigalità. Alla sua morte e anche due o tre anni prima, questo geniale musicista, celebre in tutta Europa, era caduto improvvisamente nell’oblio più completo, oblio prolungato più di un secolo e che ha rischiato di diventare definitivo. Fortunatamente la riscoperta dell’opera di Bach (altro grande musicista dimenticato per quasi un secolo) rivelò ai musicisti tedeschi del secolo successivo le opere di questo misconosciuto Prete rosso, trascritte per l’appunto dal sommo Kantor. Poi, a partire dal 1905, alcuni musicologi (tra cui Marc Pincherle e Arnold Schering) studiarono metodicamente le opere pubblicate da Vivaldi ad Amsterdam e più tardi le centinaia di manoscritti (in gran parte autografi) acquistati nel 1919 dalla Biblioteca Nazionale di Torino (provenienti dalle collezioni private di M. Foà e R. Giordano, ma aventi per comune origine la biblioteca del conte Durazzo, morto alla fine del XVIII sec.).

La musica di Vivaldi, oltre ad essere di una brillantezza senza pari e di un’invenzione melodica spesso squisita, è assai importante anche sul piano storico e dal punto di vista dell’evoluzione delle forme. Il grande veneziano ha infatti dato forma e perfezione definitive al concerto solistico (del quale l’op. 8 di Torelli illustrava già le strutture), confermando la divisione tripartita e rafforzando la contrapposizione del “tutti” e dei “soli”, e soprattutto introducendo nella parte dei solisti una intensa espressività, un lirismo personale conosciuta in quel tempo soltanto nell’aria d’opera. Questo individualismo dei solisti (se ne possono avere diversi senza che debba trattarsi di un concerto grosso) si afferma spesso in uno stile brillante che non è senza parentela con il bel canto dell’opera veneziana o napoletana del tempo.

D’altra parte le sue “sinfonie” e i suoi “concerti ripieni” gli conferiscono una posizione privilegiata alle origini della sinfonia classica. In tutte le musiche strumentali una imprevedibile fantasia, una euforica vitalità, danno al genio di Vivaldi il carattere universale che gli impedirà sempre di invecchiare. Grande peso e indubbia rivalutazione è data anche alle sue opere teatrali, in passato considerate convenzionali e finalmente viste nella loro giusta luce.

Questa attività, sovente considerata di secondo piano, fu invece l’occupazione principale del musicista. Il suo spirito imprenditoriale lo portò spesso ad essere impresario di se stesso; nel 1715 era noto a Venezia come socio del teatro Sant’Angelo, dove si esibiva anche come primo violino. Nel 1718 passò a un teatro più famoso, il San Moisè; in entrambi face rappresentare alcune sue opere. Queste sue molteplici occupazioni gli procurarono non poche critiche, la più celebre delle quali fu quella adombrata nel pamphlet intitolato “Il teatro alla moda” di Benedetto Marcello. Tra il 1718 e il 1720 i suoi impegni lo portarono a Mantova; qui conobbe la cantante Anna Giraud, interprete principale delle sue opere. Il “Prete rosso” non ammise mai una relazione che travalicasse l’amicizia e l’assistenza sanitaria che la Giraud gli avrebbe offerto assieme alla propria sorella Paolina. Tuttavia, questa amicizia, che durò a lungo, provocò nel 1737 un richiamo da parte del cardinale Ruffo, legato apostolico a Ferrara.

Tornando alle problematiche legate alla sua rivalutazione, la scoperta relativamente recente della sua musica sacra ha rivelato qualche autentico capolavoro anche in questo campo, come ad esempio lo splendido “Gloria”. Infine non bisogna dimenticare che Haendel, Leclair e soprattutto Bach gli devono in gran parte la loro iniziazione alle forme più perfette della musica strumentale. Bach, per citare l’esempio più famoso, ha trascritto ben nove concerti di Vivaldi (sei adattati al clavicembalo, uno per quattro clavicembali e due per organo), a testimonianza dell’ammirazione che il Kantor portava per il bizzarro e vulcanico veneziano

Pico della Mirandola

Fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=2756&biografia=Pico+della+Mirandola

Pico della Mirandola

Giovanni Pico, Conte di Mirandola e Principe della Concordia, nasce nel suo castello nel modenese il 24 febbraio 1463, da Giovan Francesco I e Giulia Boiardo. Appena nato, viene vista una fiamma in forma di cerchio stare sopra il giaciglio della partoriente. Il segno è evidente, il neonato chiamato Pico è destinato a illuminare il mondo, ma solo per un breve periodo di 31 anni, in cui gli capita di tutto.

Viene condannato come eretico, ma anche definito il più grande pensatore della cristianità dopo sant’Agostino; viene accusato di omosessualità, ma per amore si improvvisa rapitore di donne già sposate venendo incarcerato, ma riesce a uscire da questa situazione imbarazzante “in maniera dignitosa” e in particolare modo libero; grazie al suo prestigio si guadagna un posto in una sacra rappresentazione dipinta dal grande Botticelli.

Il giovanissimo Pico Della Mirandola è ricco, bello, generoso, colto ed estremamente intelligente, con il suo coraggio e la sua sfrontatezza da ragazzo lo vede rispondere implacabile a un cardinale che sostiene che i bambini prodigio (riferendosi a Pico) in età adulta diventano dei perfetti idioti “Chissà com’era dotata da piccolo Vostra Eminenza” replica Pico al Cardinale esterrefatto. Il giovane Pico Della Mirandola non ha torto a risentirsi per quella battuta del cardinale portata dall’invidia e dall’ignoranza dell’epoca; Pico conosce a memoria tutta la Divina Commedia di Dante Alighieri e qualunque Lettura o Poema che ha ascoltato ho letto solo una volta.

Questo dono il giovane Pico l’ha ereditato dai parenti materni (amanti della cultura). Suo cugino Matteo Boiardo ha scritto il famoso poema dal titolo “Orlando Innamorato”, al contrario dei suoi due fratelli molto bellicosi Anton Maria e Galeotto, dediti alla pratica e all’arte delle armi e all’amministrazione dello Stato. Del potere a Pico non importa nulla e alla guerra preferisce le poesie d’amore. In seguito rinuncia ai beni di famiglia, riservandosi una rendita sufficiente a un’agiata vita da intellettuale, spendendo la sua fortuna in rari testi antichi o per soggiornare nei maggiori centri di studi. Un’occupazione, quest’ultima, alla quale si dedica molto presto; nel 1477 all’età di 14 anni su suggerimento della Madre si sposta di Università in Università, prima a Bologna e dopo la morte prematura dell’amata Madre Giulia Boiardo (nel mese di agosto del 1478), si trasferisce a Ferrara su invito del Duca Ercole I D’este, in seguito si trasferisce nelle città di Padova e Pavia, fino ad arrivare a Parigi per dedicarsi al diritto canonico, agli studi umanistici, ai corsi di retorica e di logica matematica.

Nel frattempo studia con molta facilità la lingua Ebraica e la lingua Greca, lingue che insieme al Latino, all’Arabo e al Caldaico gli sono utili per il futuro, quando si cimenta con la cabala, l’antica “sapienza occulta” degli Ebrei. All’età di 21 anni arriva a Firenze (all’epoca attivissimo centro culturale) entrando a fare parte della cerchia dell’Accademia Platonica, un circolo per gli amici letterati di Lorenzo de’ Medici, mecenate e Signore del capoluogo toscano.

Eppure la sua fama e l’incondizionata ammirazione di Lorenzo il Magnifico, non bastano a fare accettare le sue idee. Dicevano i Latini “Nomen omen” (il destino è nel nome) e infatti Pico che preferisce il titolo di Conte Della Concordia, cerca di riconciliare l’antica filosofia aristotelica, quella platonica e i vari elementi della cultura orientale in una filosofia universale, con l’intenzione di riunire idealmente tutte le religioni, nella convinzione che i grandi filosofi hanno come unico scopo la conoscenza di Dio e che in questo senso hanno contribuito alla nascita del Cristianesimo.

La Chiesa in questo periodo è ossessionata dalle streghe e dagli eretici: Pico lo scopre presto. Nel 1486 decide di organizzare a Roma un congresso filosofico: la sua idea è di sostenere le proprie tesi “uno contro tutti” di fronte a una sala di potenziali dotti oppositori, non calcolando che il primo e più accanito di questi è proprio il papa. Il pontefice Innocenzo VIII rinvia lo svolgimento della disputa, e istituisce una commissione per esaminare le 900 Proposizioni dialettiche, morali, fisiche, matematiche, teologiche, magiche, cabalistiche, sia proprie che dei sapienti caldei, arabi, ebrei, greci egizi e latini formulate dal giovane filosofo.

In tre mesi i teologi vaticani ne dichiarano eretiche 7 e infondate 6. Pico Della Mirandola che possiede una memoria straordinaria, difetta sicuramente in diplomazia (scrivendo una furiosa Apologia), in cui rivendica la sua libertà di filosofo dando degli ignoranti ai censori. In questo modo Pico non fa altro che peggiorare la situazione: Innocenzo VIII condanna in blocco le 900 tesi e ne vieta la lettura, la copiatura e la stampa, pena la scomunica. L’ira papale segue Pico anche Oltralpe, il filosofo viene arrestato in Francia (dove si è rifugiato) e dopo meno di un mese di prigionia viene rispedito in Italia per intercessione di Lorenzo il Magnifico.

Dall’estate del 1488 Pico della Mirandola si stabilisce sui colli fiesolani nelle vicinanze di Firenze. Affetto dalla scabbia e profondamente turbato per la condanna di eresia (che gli viene revocata solo cinque anni dopo, da papa Alessandro VI Borgia) si converte a uno stile di vita quasi monacale, con il desiderio di ottenere l’assoluzione. In una lettera di Matteo Bossi, il superiore dell’Abbazia di Fiesole ne loda il comportamento ossessivamente virtuoso: “Egli ha allontanato talmente il piede da ogni mollezza e tentazione della carne che sembra (al di là dei sensi e dell’ardore giovanile) vivere una vita da Angelo“.

Pico della Mirandola non è sempre stato uno stinco di santo: solo un paio di anni prima (il 10 maggio 1946), ad Arezzo aveva tentato di rapire la bellissima Margherita (moglie di Giuliano Mariotto de’ Medici, lontano parente di Lorenzo il Magnifico). L’amata, stregata dagli occhi azzurri, dai capelli biondi e dalle spalle larghe e muscolose di quel ragazzo alto quasi due metri, scappa con lui verso Siena fingendosi vittima di un rapimento. Ma i due vengono raggiunti dal marito tradito e dai suoi soldati, che con le armi si riprendono la fuggiasca. La perdita dell’amata irrita Pico che riesce a consolarsi: le donne non gli mancano mai e probabilmente neppure gli spasimanti del suo stesso sesso.

All’interno dell’Accademia fiorentina, l’umanista Marsilio Ficino (noto omosessuale) propone l’amore socratico (l’amore spirituale fra uomini), perché a suo dire “nelle donne la perfezione dell’anima non esiste“, frase decantata molti secoli prima dall’antico filosofo greco Platone (anche lui omosessuale) come mezzo per avvicinarsi alla Bellezza di Dio (una bella scusa per screditare l’amore passionale di una donna e giustificare la loro omosessualità).

Pico sperimenta questo tipo di amore con l’umanista Girolamo Benivieni. Con lui divide anche tomba e lapide con la scritta “Affinché dopo la morte la separazione di luoghi non disgiunga le ossa di coloro i cui animi in vita congiunse Amore“. La conferma di questo amore omosessuale tra Pico e Benivieni la fornisce il frate Girolamo Savonarola, legato a Pico da un’amicizia nata durante gli ultimi anni di vita del passionale Conte della Concordia.

Dopo la morte dell’amico, durante una predica il domenicano rivela che la sua anima “non è potuta andare subito in Paradiso, ma è assoggettata per un certo tempo alle fiamme del Purgatorio“. Visto che il frate ha rilevato il peccatore ma furbescamente non il suo peccato, ci pensano i fedeli a ricamare su quella notizia data solo a metà, spiegando che negli ultimi tredici giorni di vita di Pico della Mirandola egli soffriva in maniera straziante di febbri dolorose portata dalla sifilide, che hanno portato alla morte prematura il grande filosofo, il 17 novembre del 1494, all’età di 31 anni.

Alcuni storici credono che Pico sia stato una delle prime vittime della grande epidemia chiamata “mal francese”, che ha colpito tutta l’Europa tra gli anni 1493 e 1494. Il nobile senese Antonio Spanocchi racconta in una lettera datata 29 settembre 1494, che un altro membro dell’Accademia Platonica, Angelo Poliziano è morto in modo altrettanto rapido e inaspettato due mesi prima di Pico, ammalandosi poco dopo un suo giovane amante. Ma come succede anche al giorno d’oggi “l’affaire sessuale” vero o presunto viene usato per nascondere vicende molto più torbide. Secondo gli antropologi, analizzando le ossa di Pico della Mirandola, si è scoperto che è stato avvelenato e assassinato con l’arsenico trovato in abbondanza nei suoi poveri resti. Tra le varie ipotesi, la più probabile vuole che l’unico amore proibito che è costato la vita a Pico è quello per la Scienza.

Il geniale Pico Della Mirandola è convinto che i corpi celesti non hanno il potere di influire sulle vicende umane e che non è possibile prevedere il futuro basandosi sulle congiunture astrali. Afferma che solo l’uomo può decidere del proprio destino con le sue libere scelte. Pico critica quello che nella sua epoca per molti è una scienza esatta, relegandola al ruolo di “arte divinatoria” nel suo manoscritto dal titolo “Disputationis adversus astrologiam divinatricem”, pubblicato postumo dal nipote Gianfrancesco.

Una lettera anonima scritta pochi mesi dopo la morte di Pico della Mirandola, secondo molti da Camilla Rucellai, guida della potente corporazione degli astrologi, indirizzata al suo allievo nelle arti dell’occulto Marsilio Ficino, rivela: “Dopo la morte del nostro nemico hai fallito. L’Assassinio di Pico è una sciocchezza. Si sarebbe fatto dimenticare ritirandosi dal gioco e adesso eccolo trasformato in vittima. Il suo libro assumerà ancora più importanza. Pico esitava a pubblicarlo, ora il suo erede si sente il dovere di farlo. Il Papa vuole il libro per comprometterci. Quel manoscritto deve sparire, ritrovalo“. Ma il fatto che il pamphlet di Pico contro l’astrologia riesce a vedere le stampe grazie al nipote, è la prova che i suoi nemici se la cavano meglio con gli oroscopi che con i furti.

Lorenza, paladina del risparmio con una vita “low impact”

Scritto da: Valeria Scopesi
Fonte: http://www.ilcambiamento.it/articoli/lorenza-paladina-del-risparmio-con-una-vita-low-impact

In questi ultimi anni aumentano sempre di più le preoccupazioni riguardo i gravi problemi che stanno portando alla distruzione della nostra terra, quali l’inquinamento, lo spreco, l’aumento dei rifiuti e i cambiamenti climatici dovuti ai gas serra, tanto che già molte persone hanno adottato uno stile di vita diverso in cui il riciclo, l’autoproduzione, la sobrietà e il conseguente risparmio in termini economici ne sono alla base.
È il caso di Lorenza Noto, 34 anni, alessandrina di nascita ma ora residente a Torino, che da sempre cerca di ridurre il proprio impatto ambientale conducendo una vita il più possibile ecologica.
Nella sua famiglia hanno un grande rispetto per l’ambiente con gesti molto semplici come non sprecare l’acqua, riutilizzare la carta e i sacchetti tantissime volte, fare meno immondizia possibile praticando la raccolta differenziata non appena sono apparsi i primi bidoni in città anche facendo molta strada per raggiungerli. Appena diplomata si è trasferita a Torino dove ha continuato questo modo di vivere trovando costantemente nuovi metodi per ottimizzare i suoi consumi e inquinare il meno possibile.

Lorenza, quali sono le tue strategie per risparmiare e salvaguardare l’ambiente?
“Da quando vivo da sola, agisco su più fronti per limitare i miei consumi: ad esempio, il mio frigo viene usato come tale solo nei mesi estivi mentre in inverno diventa una libreria! Ho l’abitudine di fare una piccola spesa ogni due giorni così che i cibi rimangano freschi sul piano della cucina; vivendo in città, considero i negozi e i supermercati il mio grande frigorifero sempre a disposizione, hanno un orario di apertura molto ampio e questo mi consente di non avere l’esigenza di conservare gli alimenti. In ogni caso prediligo l’acquisto diretto dai contadini al mercato quando ho tempo, soprattutto per evitare le confezioni di plastica. Ogni volta che acquisto penso a ciò che dovrò buttare via, per questo se vedo imballati due ortaggi su una vaschetta di plastica preferisco non comprarli e cercare un negozio con prodotti non confezionati e anche per detersivi o riso e pasta mi rivolgo a negozi che consentono di acquistare prodotti sfusi senza confezionamento. Si può acquistare la spesa di una settimana senza affaticarsi portando uno zaino in spalle, il ché riduce anche lo spreco di sacchetti di plastica. Ho un metodo di cottura che prevede il risparmio del gas, al punto di ebollizione dell’acqua spengo il fuoco e permetto che la cottura continui a coperchi della pentola chiusi. Risparmio anche sul riscaldamento degli ambienti, l’anno scorso sono riuscita a non accendere la caldaia nemmeno per un’ora. Credo che il periodo più rigido qui dove vivo si limiti a una sola settimana, generalmente l’ultima di gennaio. L’anno scorso non ho trovato così difficile rinunciare al riscaldamento, per via delle temperature accettabili e non ho nemmeno avuto problemi di umidità: pareti

completamente asciutte e panni stesi asciutti nel giro di due o tre giorni. Per coprirmi uso tute e pile, anche due o tre insieme nei periodi più freddi. Utilizzo molto gli spazi dedicati al pubblico come le biblioteche o le aule studio per socializzare e risparmiare sui bisogni individuali di luce e riscaldamento. Si tratta di luoghi voluti e ottenuti dal comune grazie a volontari e attivisti che si sono impegnati per assicurarci questo servizio quindi frequentiamoli! Tutto ciò aiuta anche ad uscire dall’individualismo a cui spesso la vita ci porta e, personalmente, rinunciare al riscaldamento mi avvicina a comprendere le situazioni di difficoltà in cui si trova la gente, come chi dovrà affrontare una notte in auto per via dei sismi, i senzatetto e le vittime della tratta di prostituzione, e questo mi spinge anche ad occuparmene in modo attivo. Utilizzo i mezzi pubblici e mi sposto molto a piedi, quando non uso per più giorni l’auto, la scollego dalla batteria. Non è mai stato faticoso raggiungere il posto di lavoro in orario, basta partire da casa in tempo e anzi, recupero tantissimo tempo da dedicare all’ascolto di musica o di notizie alla radio durante il tragitto, arrivando a lavoro molto più carica di come sarei potuta arrivare in auto”.Com’è cambiata la tua alimentazione in questi anni e perché?
“Generalmente non mangio pesce, né carne né latticini, ma se ne sentissi l’esigenza li consumerei il giorno stesso dell’acquisto. Non sono vegana ma condivido alcune delle preoccupazioni riguardo alla salute e all’inquinamento che ne deriva dal consumo di carni e pesci e dal consumo di massa di latte e formaggi, oltre che per lo sfruttamento eccessivo di animali da allevamento. Per preservare la mia salute e nutrirmi correttamente, mi piace mangiare verdure crude condite con spezie, consumo quotidianamente mandorle pelate e prediligo alimenti come zuppe di riso integrale e altri cereali, farro, fagioli e lenticchie. Mantengo questa alimentazione da alcuni anni, da quando cioè ho subito un intervento chirurgico. Quello che ho imparato da questa esperienza è che la prevenzione è alla base di tutto e ho scoperto l’incredibile potere curativo degli alimenti, in particolare delle verdure: gli effetti di un concentrato di vitamine fresche sono quasi immediati e da allora non mi sono più ammalata nemmeno di un raffreddore! Questo mi ha permesso di evitare l’uso di farmaci, riducendo l’impatto sull’ambiente, nonché sulla mia persona e sul portafogli.”

Pensi che l’aumento della raccolta differenziata di questi ultimi anni porterà a un cambiamento delle nostre abitudini in direzione di una maggiore consapevolezza per la tutela dell’ambiente e la diminuzione dello spreco?
“Purtroppo devo osservare dei cambiamenti che non sono del tutto positivi: il moltiplicarsi dei bidoni per la differenziata in città, se da un lato ha invitato le persone a smistare i rifiuti, dall’altro non le ha disincentivate a diminuirne la produzione. I bidoni per la plastica in particolare sono stracolmi, e nonostante io creda nel riciclo, non lo vedo intorno a me nella forma predominante che dovrebbe essere. Penso che chi è a capo delle gestioni amministrative del nostro paese debba prendere coscienza dei cambiamenti climatici a cui stiamo andando incontro e debba mettere freno al consumismo esagerato dei nostri tempi. Credo inoltre che le aziende di produzione debbano mettere in atto cambiamenti più ecosostenibili senza necessariamente aspettare l’incentivo da parte del governo o senza doverne essere costretti a causa di una tassa, come può essere una tassa sulla sovrapproduzione o sul superamento di livelli di tossicità prodotti nell’ambiente. Anche noi stessi possiamo fare molto in questo senso perché siamo in grado di capire quanto la nostra auto sia nociva per la nostra città e cosa significhi riempire bidoni di plastica ogni settimana per poi ricomprare altra plastica originale e nuovissima che andrà nel bidone nel tempo di due giorni e così a seguire. Ognuno di noi ha la piena responsabilità dei cambiamenti climatici ed è anche l’unico settore dove ha pieno potere delle proprie scelte.”

 

Emilio Lussu

Fonte: http://www.storiaxxisecolo.it/antifascismo/biografie%20antifascisti13.html

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Nasce ad Armungia, piccolo paese in provincia di Cagliari, il 4 dicembre 1890. Della vita paesana serberà sempre un ricordo indelebile, considerandola indispensabile per la sua formazione democratica. Laureato in giurisprudenza, è favorevole all’entrata in guerra contro l’Austria. La consapevolezza politica, dopo il confuso agitazionismo interventista che ne ha caratterizzato il periodo studentesco, nasce sui fronti della Prima Guerra Mondiale, alla quale partecipa come capitano di fanteria della Brigata “Sassari”. E’ l’occasione in cui, non soltanto Lussu, ma una intera generazione di contadini e pastori sardi, hanno la possibilità di aprire gli occhi sulla propria condizione sociale: la guerra diventa perciò scuola rivoluzionaria (vedi Un anno sull’altipiano). La Sardegna post-bellica, gravemente impoverita dal conflitto, è terreno fertile per l’azione politica del Partito Sardo d’Azione, fondato nel 1921 da Lussu, Bellieni ed altri ex combattenti, che si pone a sinistra come portatore delle istanze delle classi proletarie in un quadro di recupero della questione nazionale sarda. Lussu è eletto deputato nelle elezioni del 1921 e del 1923, il periodo di ascesa del movimento fascista. Il sardismo si divide: abilmente gli emissari di Mussolini portano dalla loro una parte del partito, e lo stesso Lussu inizialmente non valuta a pieno il pericolo di un dialogo con i fascisti. Tuttavia la posizione successiva è netta: antifascismo intransigente. Dopo il delitto Matteotti, partecipa alla «secessione aventiniana». Nel ’26 è dichiarato decaduto dal mandato parlamentare e viene perseguitato dai fascisti: nello stesso anno è aggredito in casa da squadristi sardi e per legittima difesa è costretto ad uccidere uno degli assalitori (vedi Marcia su Roma e dintorni). La magistratura cagliaritana, non ancora soggiogata dal regime, lo assolve, ma viene immediatamente confinato a Lipari. E’ l’isola che ospita di lì a poco un altro personaggio chiave del movimento antifascista: Carlo Rosselli. I due, con Fausto Nitti, e grazie all’indispensabile aiuto di Gioacchino Dolci e Paolo Fabbri, riescono ad evadere in motoscafo nel luglio del ’29 (vedi La catena). Raggiunta Parigi si mettono in contatto con i fuorisciti riuniti intorno alla figura di Salvemini: nasce il movimento Giustizia e Libertà. Pur partecipando in modo saltuario alla vita politica a causa delle precarie condizioni di salute, riesce a collaborare con una certa assiduità al settimanale ed ai quaderni del Movimento, facendosi promotore di un suo più marcato e consapevole indirizzo socialista (vedi Lettere a Carlo Rosselli e altri scritti di Giustizia e Libertà; La teoria dell’insurrezione). Dopo l’assassinio di Carlo Rosselli nel ’37 eredita il timone del Movimento, del quale evita la dispersione, specialmente nel difficile periodo dell’offensiva tedesca in Francia. Inizia il periodo della “diplomazia clandestina”, con l’aiuto importantissimo dalla moglie Joyce, durante il quale tenta di proporre agli Alleati il progetto di un colpo di mano che permetta di far crollare il regime fascista a partire dall’insurrezione della Sardegna. Il suo peregrinare fra i centri di comando degli Alleati non porta alcun appoggio concreto al progetto, ma mostra loro, in ogni caso, l’esistenza di un fronte antifascista pronto ad assumere la responsabilità di una partecipazione diretta al conflitto (vedi Diplomazia clandestina). Riesce a rientrare in Italia soltanto nell’agosto del ’43. Nel frattempo ha saputo della nascita del Partito d’Azione, nel quale, pur consapevole delle differenze politiche, ma spinto dalla superiore esigenza unitaria della lotta di liberazione, fa confluire il Movimento GL. Si installa nella Roma occupata dai nazisti e insieme a Ugo La Malfa regge il partito sino alla conclusione della guerra. Mentre il PdA si lacera in una lotta intestina fra filosocialisti (riuniti intorno a Lussu) e filocentristi (guidati da La Malfa), assume l’incarico di ministro nei governi Parri e De Gasperi (vedi Sul Partito d’azione e gli altri). E’ inoltre deputato alla Costituente e senatore di diritto. Ma anche il Partito sardo, che aveva lasciato al momento dell’esilio su posizioni di sinistra, è ora retto da una maggioranza moderata, molto attenta agli interessi dei ceti proprietari e delle libere professioni, per di più attraversata da umori separatisti: la sua battaglia per riportare il partito allo spirito originario viene persa e Lussu va via per formare una gruppo che poi aderirà al PSI (con tessera retrodatata al 1919, l’anno delle grandi lotte contadine e operaie combattute in Sardegna, che lo videro fra i principali protagonisti). Il periodo da parlamentare socialista è ricco di interventi in aula e fuori: dalla questione dell’adesione alla NATO al riconoscimento della Cina comunista, dalla difesa della Repubblica democratica e antifascista alle lotte per lo sviluppo economico e il progresso sociale della Sardegna (vedi Essere a sinistra; Discorsi parlamentari). Il 1964 segna la rottura con il PSI: la decisione di Nenni di entrare nel governo di centrosinistra a guida democristiana provoca la scissione che porta alla fondazione del PSIUP, una formazione che avrà però vita breve: la sconfitta elettorale ne accelera l’adesione al PCI, ma Lussu, coerentemente con la sua storia, rifiuta di confluire. Si spegne a Roma nel 1975.

Fra le sue pubblicazioni: La catena, Baldini&Castoldi, Milano, 1997 (ed. or. 1930); Marcia su Roma e dintorni, Einaudi, Torino, 1994 (ed. or. 1933); Un anno sull’altipiano, Einaudi, Torino, 1996 (ed. or. 1938); La teoria dell’insurrezione, Jaka Book, Milano, 1976 (ed. or. 1936); Diplomazia clandestina (ed. or. 1955) in Per l’Italia dall’esilio, a cura di M. Brigaglia, Edizioni della Torre, Cagliari, 1976; Sul Partito d’azione e gli altri, Mursia, Milano, 1968; Il cinghiale del diavolo, Einaudi, Torino, 1976 (Lussu narratore).

(a cura del Circolo GL di Sassari)

Arrigo Boito

Fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=1321&biografia=Arrigo+Boito

Arrigo Boito

Poeta, narratore e compositore Arrigo Boito è noto per il suo melodramma “Mefistofele” e per i suoi libretti d’opera.

Arrigo Boito nasce a Padova il 4 febbraio 1842; dal 1854 studia violino, pianoforte e composizione al Conservatorio di Milano. Terminati gli studi si reca a Parigi con Franco Faccio dove prende contatto con Gioacchino Rossini, quando questi viveva alla periferia della capitale francese.

Boito viaggerà poi in Polonia, Germania, Belgio e Inghilterra.

Torna a Milano e dopo un periodo nel quale si presta a compiere svariati lavori, nel 1862 scrive i versi per l'”Inno delle Nazioni” che successivamente verrà musicato da Giuseppe Verdi per l’Esposizione Universale di Londra.

Seguono anni di lavoro, interrotti solamente per due mesi nel 1866 durante i quali, con Faccio ed Emilio Praga, Arrigo Boito segue Giuseppe Garibaldi nella sua azione nel Trentino.

Nel 1868 alla Scala di Milano viene rappresentata la sua opera “Mefistofele”, basata sul “Faust” di Goethe.

Al suo debutto l’opera non viene accolta benevolmente, tanto che provoca disordini e scontri per il supposto implicito “Wagnerismo”. Dopo due rappresentazioni la polizia decide di interrompere le esecuzioni. Boito successivamente rivedrà drasticamente l’opera, riducendola: la parte di Faust, scritta per baritono, verrà riscritta in chiave tenorile.

La nuova versione viene rappresentata al Teatro Comunale di Bologna nel 1876 e ottiene un grande successo; unica fra le composizioni di Boito, entra nel repertorio delle opere ancor oggi rappresentate e registrate con maggiore frequenza.

Negli anni successivi Boito si dedica alla stesura di libretti per altri compositori. I risultati più notevoli riguardano “La Gioconda” per Amilcare Ponchielli, per la quale utilizza lo pseudonimo di Tobia Gorrio, anagramma del suo nome, “Otello” (1883) e “Falstaff” (1893) per Giuseppe Verdi. Altri libretti sono “Amleto” per Faccio, la “Falce” per Alfredo Catalani e il rifacimento del testo del “Simon Boccanegra” (1881) di Verdi.

La sua produzione si compone anche di poesie, novelle e saggi critici, soprattutto per la “Gazzetta musicale”. Le sue poesie ripercorrono quasi sempre il tema disperato e romantico del conflitto fra il bene e il male, e il “Mefistofele” costituisce il suo esempio più emblematico.

Boito Scrive una seconda opera intitolata “Ero e Leandro”, ma insoddisfatto la distrugge.

Poi inizia la composizione di un’opera che lo impegnerà per anni, il “Nerone“. Nel 1901 pubblica il relativo testo letterario, ma non riesce a portare a termine l’opera. Verrà completata in seguito da Arturo Toscanini e Vincenzo Tommasini: il “Nerone” viene rappresentato per la prima volta al Teatro alla Scala il giorno 1 maggio 1924.

Direttore del Conservatorio di Parma dal 1889 al 1897, Arrigo Boito muore il 10 giugno 1918 a Milano: la sua salma riposa nel Cimitero Monumentale della città.

Fedor Dostoevskij

Fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=1336&biografia=Fedor+Dostoevskij

Fedor Dostoevskij

Lo scrittore russo Fedor Mikhailovic Dostoevskij nasce a Mosca il giorno 11 novembre 1821, secondo di sette figli. Il padre Michail Andreevic (Michajl Andrevic), di origine lituana, è medico e ha un carattere stravagante nonchè dispotico; il clima in cui cresce i figli è autoritario. Nel 1828 il padre è iscritto assieme ai figli nel “libro d’oro” della nobiltà moscovita.

La madre Marija Fedorovna Necaeva, proveniente da una famiglia di commercianti, muore nel 1837 a causa della tisi: Fedor viene iscritto alla scuola del genio militare di Pietroburgo, pur non avendo nessuna predisposizione per la carriera militare.

Nel 1839 il padre, che si era dato al bere e che maltrattava i propri contadini, viene ucciso probabilmente da questi ultimi.

Con il suo carattere allegro e semplice la madre aveva educato il figlio all’amore per la musica, la lettura e la preghiera.

Gli interessi di Fedor sono per la letteratura e, terminati gli studi di ingegneria militare, abbandona questo settore rinunciando alla carriera che il titolo gli offrirebbe; i pochi soldi che possiede sono il ricavato dei suoi lavori di traduzione dal francese.

Lotta contro la povertà e la salute cagionevole: inizia a scrivere il suo primo libro, “Povera gente”, che vede la luce nel 1846 e che avrà importanti elogi critici. Nello stesso periodo conosce Michail Petrasevkij, convinto sostenitore del socialismo utopistico di Fourier, conoscenza che influenza la stesura del suo primo lavoro.

Nel 1847 si manifestano gli attacchi epilettici di cui lo scrittore soffrirà per tutta la vita.

Dostoevskij inizia a frequentare i circoli rivoluzionari: nel 1849 viene arrestato e imprigionato nella fortezza di Pietro e Paolo con l’accusa di cospirazione; si ritiene che faccia parte di una società segreta sovversiva guidata da Petrasevskij. Dostoevskij viene condannato insieme ad altri venti imputati alla pena di morte mediante fucilazione. E’ già in posizione per la propria esecuzione quando giunge un ordine dell’imperatore Nicola I che cambia la condanna in quattro anni di lavori forzati. Dostoevskij parte così per la Siberia.

La dura esperienza lo segna fisicamente e moralmente. Terminata la pena viene mandato a Semipalatinsk in qualità di soldato semplice; dopo la morte dello zar Nicola I diventerà ufficiale. Qui conosce Marija, già moglie di un compagno; si innamora di lei: la sposerà nel 1857 quando questa rimarrà vedova. Per motivi di salute nel 1859 Dostoevskij viene congedato e si trasferisce a Pietroburgo.

Torna così alla vita letteraria: durante l’estate inizia a scrivere il suo secondo romanzo, “Il sosia”, storia di uno sdoppiamento psichico. Il lavoro non raccoglie il consenso del primo romanzo; nel novembre succesivo scrive, in una sola notte, “Romanzo in nove lettere”.

Fedor Dostoevskij muore il 28 gennaio 1881, in seguito ad un peggioramento dell’enfisema polmonare di cui è affetto. La sua sepoltura, nel convento Aleksandr Nevskij, è accompagnata da una folla immensa.

Tra le sue opere più note vi sono “Memorie dal sottosuolo“, “Delitto e castigo“, “L’idiota”, “Il giocatore”, “I fratelli Karamazov“.

John Ruskin

Fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=2699&biografia=John+Ruskin

John Ruskin

ohn Ruskin nasce a Londra l’8 febbraio del 1819. La sua famiglia è di origine scozzese e sin da piccolo John, che è figlio unico, riceve una rigida educazione religiosa di stampo puritano. L’attenzione materna nei suoi confronti è tale da divenire in alcuni momenti addirittura soffocante. La madre ne coltiva, però, allo stesso tempo, le inclinazioni artistiche iscrivendolo a lezioni private anche di sport. A soli sei anni, segue i suoi genitori in giro per l’Europa: sarà con loro a Parigi, a Bruxelles, in Fiandra, nelle zone del Reno e in Svizzera.

Trasferitosi ad Oxford per frequentare i corsi universitari, non si libera della presenza materna: la madre lo segue persino nella sua nuova città di residenza. Il periodo giovanile di Ruskin è turbato da un’unica sofferenza: un amore non corrisposto. Questo episodio finisce per essere, però, un’importante lezione di vita per il giovane che, altrimenti, avrebbe sicuramente acquisito una ingiustificata, eccessiva sicurezza dovuta all’adorazione dei suoi familiari.

Nel 1840, come è tradizione per i figli di famiglie abbienti, compie il suo primo viaggio in Italia, descritto in un diario, frutto di una cernita delle sue pagine autobiografiche scritte in un periodo compreso tra il 1836 e il 1874.

Pubblica la sua prima opera nel 1843: si tratta di un’appassionata difesa della pittura di Turner “Modern Painters”, pubblicata anonima. I due intratterranno un’amicizia talmente stretta che, alla morte del pittore, Ruskin ne sarà l’esecutore testamentario. Compie un secondo viaggio nella penisola italiana nel 1845, questa volta però senza i suoi genitori. Il suo soggiorno lo vede per un lungo periodo in Toscana; periodo durante il quale produce i suoi migliori acquerelli. Il soggiorno italiano gli fa comprendere i meriti dell’architettura e dell’arte gotica; sarà lui a far scoprire agli inglesi le bellezze delle città del nord Italia con i testi: “The Seven Lamps of architecture” (1849), “Le pietre di Venezia” (1851-1853).

In maniera molto graduale le sue meditazioni sull’arte lo inducono a formulare delle riflessioni sulla natura umana. In questo periodo comincia anche a maturare la sua personale filosofia anti-utilitaristica. Egli si scaglia contro la nuova civiltà industriale, auspicando un ritorno alle arti gotiche e ai mestieri medievali. Alcuni dei testi che contengono queste sue teorie sono giudicati rivoluzionari e ne viene impedita la pubblicazione. Si tratta dei saggi poi raccolti in un volume dal titolo “Unto this Last” (1860) e “Munera Pulveris” (1872).

L’esposizione completa delle sue idee è contenuta nelle venticinque lettere che compongono il testo “Time and Tide”. Le sue idee non rimangono però lettera morta ed egli si impegna a far seguire alla formulazione anche i fatti: sovvenziona infatti case operaie modello, cooperative, musei, costruzioni di strade. Il tutto è possibile grazie alle cospicue somme ereditate dal padre che gli consentono anche la fondazione di una sorta di comunità di lavoratori: Guild of St.George.

Purtroppo l’esperimento non ha vita lunga e fallisce dopo pochi anni, ma Ruskin continua con l’attività di propaganda delle sue idee tramite anche l’attività di professore universitario ad Oxford. Nel 1847, su consiglio della sua famiglia che avrebbe voluto domarne il carattere un po’ irrequieto, sposa la figlia di un cliente del padre, Effie Grey. Il matrimonio non ha l’esito sperato, e dopo sette anni i due ottengono l’annullamento, pare con grande sollievo di entrambi.

La sua vita amorosa è molto infelice, come confessa lui stesso nei suoi diari. Dopo la separazione dalla moglie, si innamora di una giovane, Rose La Touche, per la quale nutre addirittura degli intenti matrimoniali che vedono la dura opposizione dei genitori di lei. L’impossibilità a sposare la giovane lo getta in depressione, stato d’animo intervallato da esaltanti momenti di estasi, via via più deboli con il passare del tempo.

Ormai in età avanzata, nel 1888, si propone ad un’altra giovane donna, la sua allieva Kathleen Olander. Anche in questo caso l’intervento dei genitori della ragazza impedisce le nozze, gettando Ruskin in uno stato depressivo dal quale non si risolleverà più. Dopo la morte della madre si ritira a Brantwood, continuando però la sua attività di critica e di ricerca.

Continua anche ad insegnare ad Oxford, e tra i suoi allievi vi è anche un giovane Oscar Wilde.

Negli ultimi anni della sua vita comincia ad avere problemi di lucidità mentale, riesce però a scrivere la sua autobiografia “Praeterita”. John Ruskin muore a causa di una influenza il 20 gennaio del 1900 a Brantwood, all’età di 80 anni.

Di lui dice Benedetto Croce: “Temperamento d’artista, impressionabile, eccitabile, volubile, ricco di sentimento dava tono drammatico e forma apparente di teoria, in pagine leggiadre ed entusiastiche ai suoi sogni e capricci“.