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Giovanni Battista Belzoni, il gigante delle piramidi

Fonte: http://www.studiarapido.it/giovanni-battista-belzoni-il-gigante-delle-piramidi/#.Wcou49Fx3IV

Giovanni Battista Belzoni nasce a Padova il 5 novembre del 1778. A 16 anni per non finire a fare il barbiere nella bottega del padre, si trasferisce a Roma; da lì, dopo due anni, va a Parigi, poi Olanda e infine Londra, dove conosce e sposa Sarah Bennet, una ragazza di venti anni che condivide con lui il sogno e il gusto per l’avventura.

Giovanni Battista Belzoni non ha ancora chiaro quale sarà il suo futuro, ma intanto cambia il nome da Belzon in Belzoni, dal suono più italiano, perché ha deciso di darsi allo spettacolo, settore in cui gli italiani sono apprezzati; del resto le caratteristiche per diventare un protagonista, le ha tutte: fisico imponente, forme da statua classica, capelli e barba biondo-rossicci, occhi azzurri, carattere deciso, portamento aristocratico e fascino da vendere.

Per diversi anni si esibisce sulle pubbliche piazze interpretando il ruolo del “gigante”, del “capo cannibale”, del “selvaggio della foresta” e, soprattutto, dando spettacolo della sua forza con la “piramide umana”, sostenendo sulle spalle un’intelaiatura di ferro di 70 chili, sulla quale si arrampicano 11 persone. Nei teatri, interpreta con la moglie Sarah “quadri mitologici”, impreziositi da giochi d’acqua realizzati con marchingegni di sua invenzione. Aristocratici e intellettuali ne sono entusiasti: Walter Scott lo definisce “il più bello tra i giganti”, Charles Dickens ne loda le qualità morali, Lord Byron ne ammira il perfetto inglese e le doti del viaggiatore.

Giovanni Battista Belzoni

Nonostante il successo Giovanni Battista Belzoni è inquieto e cerca altro. Nel 1815 va in Egitto a proporre al pascià Mohammed Alì un suo prototipo di macchina per sollevare l’acqua dal Nilo al livello dei campi, ma il pascià non se ne entusiasma e Belzoni resta senza lavoro, finché il console inglese al Cairo gli propone di alzare dalle sabbie un grande frammento della statua di Memnone (un personaggio mitologico, ma in seguito si scoprirà che in realtà raffigurava il faraone Ramses II), portarlo lungo il Nilo fino ad Alessandria, per poi spedirlo a Londra. Sembra un impresa impossibile, ma Giovanni Battista Belzoni con paranchi, leve, rulli e un’ottantina di operai, ci riesce e oggi la statua del faraone accoglie i visitatori nelle sale del British Museum, a Londra.

Il console inglese lo sfida di nuovo e gli chiede di liberare dalla sabbia la parete rocciosa di Abu Simbel, su cui sono scolpite le gigantesche figure di Ramses II. Nessuno sa ancora che le statue formano, in realtà, la monumentale facciata di un tempio scavato nella collina di pietra, ma Belzoni lo sospetta e tra difficoltà di tutti i tipi sposta tonnellate di sabbia e porta allo scoperto il cornicione superiore di un portale, s’infila nell’apertura ed entra nell’imponente sala ipogea, decorata con sculture e dipinti. Poi nella Valle dei Re cerca tombe faraoniche inviolate e il 18 ottobre 1817 trova quella di Seti I, padre di Ramses II, tutta affrescata e con il grande sarcofago d’alabastro.

Quindi si reca a Giza per un’impresa a cui pensa da tempo: entrare nella piramide di Chefren, la seconda per altezza dopo quella di Cheope.
Fin dai tempi di Erodoto, tutti sono convinti che sia una struttura piena, senza cavità, ma Giovanni Battista Belzoni la pensa diversamente e tra le pesanti ironie di molti europei e lo sconcerto degli operai egiziani che ormai lo chiamano “il pazzo”, studia ogni particolare, osserva pietra per pietra, finché si ferma deciso al centro del lato nord e ordina di scavare in quel punto. È certo che l’entrata sia proprio lì e ha ragione. «Dopo trenta giorni di lavoro – scrive nelle sue memorie – ebbi la gioia di trovarmi nel corridoio che conduce alla camera centrale», che purtroppo era vuota (in seguito verrà decifrata un’incisione araba travata all’interno, seconda la quale la piramide era stata già violata 600 anni prima dal figlio del famoso Saladino), ma questo nulla toglie all’impresa del padovano, che intanto aveva lasciato la propria firma all’interno della camera sepolcrale: «Scoperta da G. Belzoni, 2 marzo 1818»

Torna a Londra dove è accolto come un divo e in suo onore viene coniata una moneta di bronzo recante la sua effigie da un lato e la piramide dall’altro.
Tanto successo suscita però anche invidie e critiche che lo amareggiano.
Nell’aprile del 1823 parte per l’Africa, alla ricerca delle sorgenti del Niger, un viaggio dal quale non tornerà più. Giovanni Battista Belzoni, il gigante delle piramidi, muore il 3 dicembre 1823, a soli 45 anni, nel Benin, per dissenteria. Viene sepolto sotto un grande albero, ma la sua tomba non sarà mai ritrovata.

Camillo Benso conte di Cavour

Fonte:http://biografieonline.it/biografia-camillo-benso-cavour

 Camillo Benso conte di Cavour

Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, nobile dei Marchesi di Cavour, Conte di Cellarengo e di Isolabella nasce il 10 agosto 1810 a Torino, allora capoluogo d’un dipartimento dell’impero napoleonico. Secondogenito del marchese Michele e della ginevrina Adele di Sellon, Cavour da giovane è ufficiale dell’esercito. Lascia nel 1831 la vita militare e per quattro anni viaggia in Europa, studiando particolarmente gli effetti della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, Francia e Svizzera e assumendo i princìpi economici, sociali e politici del sistema liberale britannico.

Rientrato in Piemonte nel 1835 si occupa soprattutto di agricoltura e si interessa di economie e della diffusione di scuole ed asili. Grazie alla sua attività commerciale e bancaria Cavour diviene uno degli uomini più ricchi del Piemonte.

La fondazione nel dicembre 1847 del quotidiano “Il Risorgimento” segna l’avvio del suo impegno politico: solo una profonda ristrutturazione delle istituzioni politiche piemontesi e la creazione di uno Stato territorialmente ampio e unito in Italia avrebbero, secondo Cavour, reso possibile il processo di sviluppo e crescita economico-sociale da lui promosso con le iniziative degli anni precedenti.

Nel 1850, essendosi messo in evidenza nella difesa delle leggi Siccardi (promosse per diminuire i privilegi riconosciuti al clero, prevedevano l’abolizione del tribunale ecclesiastico, del diritto d’asilo nelle chiese e nei conventi, la riduzione del numero delle festività religiose e il divieto per le corporazioni ecclesiastiche di acquistare beni, ricevere eredità o donazioni senza ricevere il consenso del Governo) Cavour viene chiamato a far parte del gabinetto D’Azeglio come ministro dell’agricoltura, del commercio e della marina. Successivamente viene nominato ministro delle Finanze. Con tale carica assume ben presto una posizione di primo piano, fino a diventare presidente del Consiglio il 4 novembre 1852.

Prima della nomina Cavour aveva già in mente un programma politico ben chiaro e definito ed era deciso a realizzarlo, pur non ignorando le difficoltà che avrebbe dovuto superare. L’ostacolo principale gli derivava dal fatto di non godere la simpatia dei settori estremi del Parlamento, in quanto la sinistra non credeva alle sue intenzioni riformatrici, mentre per le Destre egli era addirittura un pericoloso giacobino, un rivoluzionario demolitore di tradizioni ormai secolari.

In politica interna mira innanzitutto a fare del Piemonte uno Stato costituzionale, ispirato ad un liberismo misurato e progressivo, nel quale è la libertà a costituire la premessa di ogni iniziativa. Convinto che i progressi economici sono estremamente importanti per la vita politica di un paese, Cavour si dedica ad un radicale rinnovamento dell’economia piemontese.

L’agricoltura viene valorizzata e modernizzata grazie ad un sempre più diffuso uso dei concimi chimici e ad una vasta opera di canalizzazione destinata ad eliminare le frequenti carestie, dovute a mancanza d’acqua per l’irrigazione, e a facilitare il trasporto dei prodotti agricoli; l’industria viene rinnovata ed irrobustita attraverso la creazione di nuove fabbriche e il potenziamento di quelle già esistenti specialmente nel settore tessile; fonda un commercio basato sul libero scambio interno ed estero: agevolato da una serie di trattati con Francia, Belgio e Olanda (1851-1858) subisce un forte aumento.

Inoltre Cavour provvede a rinnovare il sistema fiscale, basandolo non solo sulle imposte indirette ma anche su quelle dirette, che colpiscono soprattutto i grandi redditi; provvede inoltre al potenziamento delle banche con l’istituzione di una “Banca Nazionale” per la concessione di prestiti ad interesse non molto elevato.

Il progressivo consolidamento politico, economico e militare, spinge Cavour verso un’audace politica estera, capace di far uscire il Piemonte dall’isolamento. In un primo momento egli non crede opportuno distaccarsi dal vecchio programma di Carlo Alberto tendente all’allontanamento dell’Austria dal Lombardo-Veneto e alla conseguente unificazione dell’Italia settentrionale sotto la monarchia sabauda, tuttavia in seguito avverte la possibilità di allargare in senso nazionale la sua politica, aderendo al programma unitario di Giuseppe Mazzini, sia pure su basi monarchiche e liberali. Il primo passo da fare era quello di imporre il problema italiano all’attenzione europea e a ciò Cavour mira con tutto il suo ingegno: Il 21 luglio 1858 incontra Napoleone III a Plombières dove vengono gettate le basi di un’alleanza contro l’Austria.

Il trattato ufficiale stabiliva che:

la Francia sarebbe intervenuta a fianco del Piemonte, solo se l’Austria lo avesse aggredito; in caso di vittoria si sarebbero formati in Italia quattro Stati riuniti in una sola confederazione posta sotto la presidenza onoraria del Papa ma dominata sostanzialmente dal Piemonte: uno nell’Italia settentrionale con l’annessione al regno di Sardegna del Lombardo-Veneto, dei ducati di Parma e Modena e della restante parte dell’Emilia; uno nell’Italia centrale, comprendente la Toscana, le Marche e l’Umbria; un terzo nell’Italia meridionale corrispondente al Regno delle Due Sicilie; un quarto, infine, formato dallo Stato Pontificio con Roma e dintorni. In compenso dell’aiuto prestato dalla Francia il Piemonte avrebbe ceduto a Napoleone III il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza.

Appare evidente che un simile trattato non teneva assolutamente conto delle aspirazioni unitarie della maggior parte della popolazione italiana, esso mirava unicamente ad eliminare il predominio austriaco dalla penisola.

La II guerra d’indipendenza permette l’acquisizione della Lombardia, ma l’estendersi del movimento democratico-nazionale suscita nei francesi il timore della creazione di uno Stato Italiano unitario troppo forte: l’armistizio di Villafranca provoca il temporaneo congelamento dei moti e la decisione di Cavour di allontanarsi dalla guida del governo.

Ritornato alla presidenza del Consiglio Cavour riesce comunque ad utilizzare a proprio vantaggio la momentanea freddezza nei rapporti con la Francia, quando di fronte alla Spedizione dei Mille e alla liberazione dell’Italia meridionale poté ordinare la contemporanea invasione dello Stato Pontificio. L’abilità diplomatica di Cavour nel mantenere il consenso delle potenze europee e la fedeltà di Giuseppe Garibaldi al motto “Italia e Vittorio Emanuele” portano così alla proclamazione del Regno d’Italia, il giorno 17 marzo 1861.

Camillo Benso conte di Cavour muore nella sua città natale il 6 giugno 1861.

Aniceto Del Massa, il meta-fascista esoterico che aderì alla RSI

Scritto da: Antonio Pannullo
Fonte: http://www.secoloditalia.it/2015/12/aniceto-massa-meta-fascista-esoterico-aderi-rsi/

Quando morì, il 7 dicembre 1975, Aniceto Del Massa non fece rumore nell’ambiente culturale italiano. Solo il Secolo d’Italia, quotidiano del quale era stato responsabile culturale per dieci anni, lo ricordò, insieme a pochi altri. Eppure tanto la vita quanto le opere di Aniceto Del Massa, fiorentino doc, meritano di essere raccontate, perché non solo fu un grande scrittore, giornalista, esoterista, asceta, ma prese parte attivamente alla vita politica del suo tempo, compiendo sempre le scelte che gli venivano da dentro, dalla sua coscienza e dalle sue idee. Poiché era del 1898, corse insieme al secolo vivendo tutte le esperienze più interessanti di quei terribili e fantastici decenni. Nacque il 4 febbraio 1898 a Prato, allora in provincia di Firenze, e già adolescente respirava l’aria culturalmente vivissima ed effervescente nei caffè letterari di Firenze. L’atmosfera intellettuale di quella città, con La Voce e Lacerba, unitamente ai fermenti futuristi e interventisti, ebbero una grande importanza nella formazione del giovane, che peraltro proveniva da studi solidissimi in una scuola religiosa ortodossa, dove la religione era sostanza e non facciata. Come scrisse lui stesso, in quegli anni maturò il disprezzo per tutto ciò che era borghese, filisteo, convenzionale, rettorico, luogo comunismo. Sentimenti, questi, condivisi in seguito con i suoi grandi amici Ezra Pound e Julius Evola, con i quali ebbe contatti strettissimi per anni. Intelligente e preparato, iniziò in quel periodo una lunga collaborazione con La Nazione, occupandosi soprattutto di arte e cultura. Per niente militarista, ma acceso interventista, nel 1917 fu richiamato alle armi e partecipò alla Grande Guerra come sottotenente degli Alpini, combattendo sul Carso, sul Grappa e sul Piave. Tornato in patria, confessò che quella della guerra fu una delle più importanti esperienze della sua vita, che lo aiutarono a formarsi e a farlo crescere. Insofferente comunque alle piccinerie italiane, anticonformista per partito preso, partecipò senza esitazione ai moti fascisti, battendosi per la presa del potere di Benito Mussolini che avvenne nel 1922, insieme ai suoi amici toscani Malaparte, Rosai, Soffici. In quel periodo divenne anche amico e sodale di De Chirico. E proprio partendo dal visionario De Chirico, Del Massa divenne seguace di Arturo Reghini, importantissima figura di neopitagorico, spiritualista, esoterista italiano, che dirigeva la rivista Atanòr, animata, oltre che da Reghini, da Evola e da Giulio Parise. Collaborò alle più importanti riviste spiritualiste dell’epoca, entrando a far parte del Gruppo di Ur-Krur, con il nome iniziatico di Sagittario. Si avvicinò alle teorie dell’antroposofo Rudolf Steiner e del filosofo Enrico Caporali. Fu anche amico di Berto Ricci, un altro eretico politico anticonvenzionale come lui. Non ebbe mai incarichi ufficiali durante il ventennio, anche perché quelli del suo ambiente culturale erano guardati con sospetto, come capita sempre a chi si occupa di esoterismo o scienze occulte. Ma quando scoppiò lo guerra, rifiutò di imboscarsi in qualche comodo ufficio fiorentino, e chiese di diventare di nuovo un capitano degli Alpini. L’8 settembre del 1943 lo colse sul fronte polacco, dove fu catturato dai tedeschi e mandato in campo di prigionia.

L’8 settembre Del Massa non esitò: la guerra si continua con chi la si è iniziata

Quando nacque la Repubblica Sociale Italiana, Del Massa non ebbe dubbi: la guerra si finisce insieme a coloro con i quali la si è iniziata. Nella Rsi, a Del Massa fu affidato il compito di dirigere il controspionaggio, insieme al suo concittadino Puccio Pucci. Insieme queste attività, proseguì quella culturale, organizzando vari eventi e conferenze nella sua Firenze, tra cui l’ancor oggi esistente Maggio musicale fiorentino, istituito da un altro suo concittadino amante della cultura, Alessandro Pavolini, di cui Del Massa era sincero amico. Dopo la caduta di Firenze la fine dell’eroica epopea dei franchi tiratori, Del Massa spostò il suo ufficio di controspionaggio a Mlano. Negli ultimi giorni della guerra, nell’aprile del 1945, lo stesso Pavolini, d’accordo con Mussolini, affidò a Del Massa e Pucci lo storico compito di seminare le cosiddette “uova del drago”, missione che significava riorganizzare le fila del neofascismo dopo la guerra, radunando e coordinando i fascisti superstiti, nell’intento di ricostruire qualcosa. In realtà questo ruolo politico fu poi svolto da Pino Romualdi, vice segretario del Partito fascista repubblicano, sopravvissuto alle stragi del Nord, che in clandestinità  e insieme ad altri, contribuì alla fondazione del Movimento Sociale Italiano, appena un anno e mezzo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Del Massa fu catturato dagli americani, internato nel campo prigionieri di Padula e poi in quello di Terni. Fu successivamente rinchiuso nel carcere di Ancona dal quale poi riuscì a evadere iniziando un periodo di latitanza e di clandestinità. Dopo varie peripezie, tornò al giornalismo e alla saggistica fondando nuove riviste e collaborando con quelle neofasciste che aprivano e chiudevano di continuo in quegli anni. Nel 1952, ossia sin dalla fondazione, divenne caporedattore delle pagine culturali del Secolo d’Italia, dove restò sino al 1961, attirando collaborazioni prestigiose come quelle di Evola, Attilio Mordini e di Pound. Innovatore e sempre rivoluzionario, dopo la guerra Del Massa partecipò a quella straordinaria avventura dei cosiddetti fascisti di sinistra, che facevano capo a Stanis Ruinas e al suo Pensiero Nazionale e che dialogavano col Partito Comunista Italiano. Molti ex Rsi, come è noto, finirono per iscriversi al Pci. Dopo il fallimento del tentativo di raccordare le istanze socialrivoluzionarie della Rsi e quelle del Pci, Del Massa continuò a collaborare con riviste storiche del neofascismo – o post fascismo – italiane come Lo Specchio e Il Conciliatore, supplemento di Il Borghese. Negli ultimi anni della sua vita ritornò allo studio delle scienze spiritualiste, non si iscrisse mai alla Massoneria, sebbene sollecitato, anche durante il fascismo, rimase sempre coerente con le sue idee senza rinnegarne nessuna. Studia l’antroposofia, pratica lo yoga, medita sul Tao, scruta le stelle, lui astrologo, rilegge Lao Tse. Un grande italiano, dimenticato dalla sua patria alla quale dette tutto. Molti suoi scritti sono oggi conservati dalla Fondazione Ugo Spirito.  Ci parlano brevemente di lui relativamente alla sua opera nella Rsi Giuseppe Parlato in Fascisti senza Mussolini (Il Mulino 2007), e Angelo Iacovella in Quel giorno che confucio….Ezra Pond e Aniceto Del Massa: pagine ritrovate, (in «Atrium» – Centro Studi Metafisici e tradizionali, Anno II, n.1). Lo stesso Iacovella ha anche curato per le edizioni La Finestra le sue Pagine esoteriche.

Tra filosofia, fisica e medicina: Roberto Fludd e la visione iatrochimica

Scritto da: Paolo Pulcina
Fonte: http://www.chimicare.org/blog/filosofia/tra-filosofia-fisica-e-medicina-roberto-fludd-e-la-visione-iatrochimica/

Molti lo hanno citato, pochissimi lo hanno conosciuto e studiato. Anche i suoi più acerrimi detrattori lo liquidarono in fretta assieme alle sue dottrine omnicomprensive del mondo, tacciandole scioccamente di presunzione intellettuale e puro esercizio d’erudizione.  Robert Fludd nacque a Milgate, nella parrocchia di Bearsted, contea del Kent, nel corso dell’anno 1574.   Suo padre era Sir Thomas Fludd, servitore della regina Elisabetta per molti anni e capace di ricevere il Cavalierato per i suoi servigi come tesoriere di guerra nei Paesi Bassi.

Robert Fludd (Inghilterra, 1574-1637)

Robert Fludd (Inghilterra, 1574-1637)

Poco si sa sulla vita precoce di Robert Fludd, una vita condizionata dal tormento e dal suo carattere scorbutico.  All’età di diciassette anni, entrò al Saint John’s College, ad Oxford, e si laureò tra gli anni 1596-1598.  Anche se lo spirito del Collegio di San Giovanni Battista andava nella direzione di una varietà di conoscenze, esso rimaneva ancora un centro di studi teologici. I suoi anni là ebbero grande impressione su di lui, per questo rimase in ogni momento un amico e membro fedele della Chiesa d’Inghilterra.
D’ispirazione puramente paracelsiana, mistica e naturalistica, Fludd è stato più conservatore di altri seguaci della iatrochimica di questo tempo, eppure seppe far aprire gli occhi ai suoi contemporanei grazie a scoperte filosofiche piuttosto radicali.  Questi interessi possono essersi sviluppati durante il suo viaggio di sei anni in tutta Europa, dopo la laurea.   Fu durante questi sei anni di studio come studente di medicina che è diventato abbastanza esperto in chimica, un interesse che lo ha portato a contatto con medici paracelsiani. Ha anche sviluppato un grande interesse per la filosofia rosacrociana e in seguito sarebbe diventato uno dei più ardenti sostenitori del Movimento.  È forse l’unico periodo della sua vita coperto da silenzio storiografico, mancando informazioni precise, fatta eccezione per le sue dirette citazioni.  Visitò prima l’Italia, poi la Francia, la Spagna e infine la Germania.  Sebbene sia certo che le sue naturali inclinazioni verso la magia e la filosofia occulta del Rinascimento lo avessero portato a frequentare ambienti vicini a quell’orientamento scientifico, non conoscono libri o personaggi incontrati durante la peregrinazione per l’Europa.
Fludd tornò a Oxford e nel 1605 si guadagnò la laurea specialistica come Dottore in Medicina.   Sebbene l’applicazione di prodotti chimici paracelsiani nella medicina del tempo stesse ricevendo meno opposizione dai ricercatori del College, le speculazioni esoteriche e mistiche di Fludd erano ancora causa di sospetto.   Inoltre, era spesso arrogante e offensivo.  Tuttavia, dopo una serie di incontri spiacevoli, fu finalmente ammesso al Collegio dei Fisici (o meglio “filosofi della natura”) di Londra.  Fludd riuscì abbastanza bene ad impiegare la sua propria farmacopea e a mantenere il proprio laboratorio per preparare i suoi rimedi chimici, così per portare avanti i suoi esperimenti alchemici.  Il successo della sua pratica è dovuto non solo alla sua abilità, ma anche al suo approccio mistico ed olistico, al suo carisma ed alla sua influenza sulle menti dei pazienti, producendo in loro una “fede naturalistica” in grado di amplificare l’effetto benefico dei suoi rimedi iatrochimico/farmaceutici.  Capì ciò che oggi alcuni studiosi stanno riscoprendo: la forza della mente, coltivata secondo l’invisibile potenza dell’inconscio, è in grado di produrre effetti evidenti nel corpo umano a fini terapeutici (negli USA alcune cliniche utilizzano tutt’oggi la tecnica del “rilassamento mentale” per amplificare sensibilmente le guarigioni dei pazienti).   Si sa inoltre che, in aggiunta ai metodi di diagnosi prestabiliti, Fludd usò l’oroscopo di un paziente per curarlo, nonché per anticipargli i giorni più critici della malattia.  A dispetto del tempo occupato per la sua pratica medica, Fludd trovò comunque il tempo per scrivere, e come scrittore divenne un associato della scuola dei medici mistici che affermavano di essere in possesso della Chiave delle Scienze Universali.

Ecco l’avvicinamento con l’Ordine Mistico della RosaCroce, che difese a spada tratta da ogni attacco, pur non entrandone mai definitivamente a far parte come membro attivo.  Si dice che sia diventato, in questo periodo, un influente membro della Fraternità RosaCroce.  La pubblicazione dei manifesti rosacrociani Fama Fraternitatis e Confessio Fraternitatis riscossero grande clamore in tutta Europa.  Questi manifesti erano un richiamo per gli intellettuali ad unirsi in una riforma scientifica e spirituale del vecchio pensiero del vecchio continente.  Attraverso la conoscenza, l’umanità sarebbe stata in grado di riconoscere e comprendere il lato oscuro e divino della natura, la differenza tra il materiale e lo spirituale, e il rapporto con Dio.   I destinatari di questi manifesti erano quindi anche gli studenti di alchimia, di cabala e misticismo.
Pochi anni dopo, nel 1616, la prima opera mandata alle stampe da Fludd sarà proprio una documentata difesa dell’ordine, intitolata Apologia Compendiaria, Fraternitatem de Rosa Cruce Suspicionis et Infamiae, Maculis Aspersam, abluens et astergens.
Con il ritorno in patria, a partire dal 1605 e fino al 1609, comincia una lunga serie di rapporti tempestosi con il collegio dei fisici (College of Physicians), che lo includerà come membro effettivo solo dopo numerose prove d’esame.  Le accuse di incompetenza e scarsa professionalità lo avrebbero del resto accompagnato anche nei successivi trent’anni, assorto totalmente nell’esercizio dell’attività di medico e farmacista.   Come Paracelso, che passava gran parte della giornata nel proprio laboratorio, anche Fludd si occupò quasi esclusivamente di preparare medicinali ed unguenti, senza risparmiare qualche esperimento alchemico e i colloqui con il suo amico “chimico” Jean Rocher.   Dopo la morte di Fludd nel 1637 si può considerare finita la fase storica usualmente denominata come ermetismo reazionario, il cui unico erede rimarrà Atanasius Kircher.   La posizione di Fludd nel dibattito scientifico del tempo appare alquanto compromessa.  La filosofia ermetica si basa sull’eredità del pensiero espresso nel Corpus Hermeticum, attribuito al leggendario sacerdote egizio Ermete Trismegisto.  Il filosofo, il mago e il proto-scienziato potevano avvalersi di un consistente contributo di fonti antiche, in particolare proprio del Corpus Hermeticum tradotto da Marsilio Ficino.   Portato nel 1460 dalla Macedonia da uno dei tanti agenti incaricati dal duca per la raccolta di manoscritti, il testo la fece da padrone nel ‘500.   L’ermetismo rappresentava innanzitutto l’esaltazione dell’uomo, il dio antropomorfo ed umanizzato, il grande miracolo esaltato da Pico della Mirandola.

Robert Fludd appartiene a questa categoria di ermetisti, pur essendone un “cane sciolto”, mostrandosi come baluardo che senza un’adeguata formazione pretendeva di contrastare il progresso scientifico.   Per quanto fosse ambigua la convinzione di riferirsi a un sapere iniziatico appartenente a un’ipotetica età dell’oro, l’ermetismo influì molto sul pensiero di Fludd.   Ma ciò non è da sottovalutarsi. Le sue concezioni di microcosmo e macrocosmo sono proprie di quel sapere antico che oggi, lentamente e con perizia scientifica, parte della scienza sta recuperando: parliamo di fisica, di chimica, di biologia.   L’unità di uomo e mondo, di terra e cosmo è dichiaratamente un intento perseguito dalla scienza, specialmente dalla fisica teorica.   Fludd cercò di mantenere l’evoluzione scientifica su un binario mistico, religioso, spirituale: voleva realizzare un sincretismo fra materia e spirito, fra scienza e metafisica.   Il momento non era propizio, per questo apparve come una sorta di stolto anacronista di un sapere misterioso, anziché pubblico.   Oggi le carte in tavola sono diverse e grazie alla scienza stessa, oggi capace di raggiungere vette impensabili, si potrà pian piano riscoprire la più profonda verosimiglianza del sapere antico, un sapere al confine fra realtà e sogno.
Così, per Fludd l’universo è specchio di dio che si manifesta nel mondo sublunare permeando la natura. Seguendo fedelmente la tradizione pitagorica e la “sapienza italica”, la struttura dell’universo è organizzata in modo manicheo: tutte le opposizioni si riducono ad un’unica opposizione fondamentale, quella fra Volontà e Nolontà divine, la contrarietà di Luce e Tenebre.   L’ontologia è ripartita in tre stadi definiti.   La creazione, l’uomo come soggetto privilegiato della creazione, il compimento del destino finale del mondo e degli uomini.
Nel pieno rispetto della disposizione di Fludd, egli parla infatti a più riprese di una materia prima, o acqua invisibile, che è da intendersi come una sorta di pura potenzialità, un tutto indistinto nel quale sono contenute le possibilità della creazione.  In questo brodo primordiale, la volontà, ponendosi come ostacolo la nolontà, avvia un processo dialettico di creazione dell’universo.  La creazione non avviene dal nulla, ma dalla materia prima attraverso emanazione.  Il destino del mondo e degli uomini, l’escatologia di Fludd, trovano massima espressione nella redenzione di Cristo che muore secondo la carne e rinasce secondo lo spirito. L’uomo ha la stessa possibilità da attuare alla fine del proprio ciclo cosmico.
Il macrocosmo è diviso in tre regioni: empireo, mondo etereo e mondo elementare.   Se al centro giace la terra, fuori vi è invece il regno del nulla.   Il mondo è permeato di anima cosmica, così come l’uomo: è il legante fra divino ed umano.   Ogni aspetto della realtà terrena è un simbolo della realtà divina, che va così ricercata e ricalcata attraverso il lavoro umano sulla e nella natura.   Questo percorso permette di unificare la conoscenza: la sua dottrina somiglia molto all’opera dell’alchimista posto di fronte all’atanor.   Allo stesso modo dell’iniziato che vuole trasmutare i metalli nell’oro filosofale, accompagnando le nature e le sostanze alla ricerca della materia primordiale, Fludd ridisegna e ricombina gli elementi della tradizione nel senso dell’unità radicale della conoscenza e della comprensione.
Come esempio della mistura di indagini naturali e sovrannaturali, ecco la sua descrizione della combustione di una candela posta sull’acqua e sotto una campana di vetro.  Fludd aveva visto che l’acqua saliva nella campana a causa della combustione, ma rapito dai pensieri di una scienza totale non si era preoccupato di giungere a conclusioni fondate su base empirica. Tuttavia l’esperimento ebbe una fortuna notevole negli anni a venire e le sue opere ebbero vasta diffusione, suscitando reazioni differenti ed annose polemiche.   Molti scienziati empirici, quali Van Helmont, Gassendi e Keplero, si schierarono contro il misticismo di Fludd, bollando i suoi scritti come l’ultimo parto di una sapienza da rinnovare.

Tra le prescrizioni preparate da Fludd c’era anche il famigerato laudano, ideato, come vuole la tradizione esoterica, dal maestro iatrochimimo Aureolo Filippo Teofrasto Bombasto Paracelso circa cent’anni prima.   Questa “tintura d’oppio” veniva preparata utilizzando 15 parti (quantità a scelta) di oppio, 70 parti di alcol a 60°, zafferano, cannella, chiodi di garofano e acqua.   Non solo l’oppio (che si ottiene dal papaver somniferum) era importante, contrariamente a quanto usualmente si crede.   Zafferano, cannella e chiodi di garofano erano stimate piante officinali che ancora oggi si utilizzano in naturopatia (pur con tutte le migliorie apportate dall’evoluzione scientifica che non solo ha reso possibile la comprensione delle sostanze cosiddette “attive”, ma ha anche garantito maggior sicurezza nell’assunzione per i pazienti).   La concentrazione di morfina in questo preparato è dell’1%, e lo rende efficace come analgesico, ma numerosi altri principi attivi dell’oppio, oltre alla morfina, alcuni dei quali tossici, ne hanno fatto abbandonare l’impiego.  Vero è però che pur non avendo gli strumenti moderni, Paracelso e la sua “scuola”, di cui Fludd era autonomo seguace, compresero bene le proprietà anche degli altri ingredienti della tintura.  Infatti, i chiodo di garofano possiedono, fra le altre, proprietà antiemetiche, stimolanti, analgesiche, antisettiche, tutte facoltà in grado di appaiarsi alle virtù dell’oppio.  Ancora, lo zafferano, pur essendo oggi considerato pericoloso (sebbene venga ampiamente usato in cucina!), possiede proprietà sedative ed antispasmodiche: deve solamente venire controllato il suo dosaggio, prima di accumularne una quantità tossica che, ai tempi di Fludd, forse era poco considerata. Infine la cannella: antispasmodica per cuore ed intestino, antibatterica, carminativa, stimolante della respirazione e delle secrezioni.  Difficilmente i paracelsiani potevano sapere che all’interno di queste piante si ritrovano eugenolo, acido salicilico, aldeide cinnamica, carotenoidi, fitosteroli, sesquiterpeni, tannini, flavonoidi, proteine, resine ed altro ancora.   Però avevano compreso, tramite osservazione ed intuizione, che il mondo vegetale offriva tutto ciò che poteva attenere alla cura del corpo umano ed anche di quello minerale.  Non a caso, gli esperimenti alchemici di Fludd andavano sia in direzione terapeutica, sia verso la ricerca della leggendaria “polvere di proiezione”, ciò che avrebbe permesso di trasformare i metalli vili in oro.   Sulla via comune di questa ricerca, compariva l’aceto, possessore di infinite virtù secondo gli antichi alchimisti.  Un buon distillato d’aceto, fatto “ad arte” era in grado di accoppiarsi con minerali quali antimonio e vetriolo per “rubare loro l’anima”.  Un esperimento di Fludd si annovera fosse l’acetato di piombo, probabilmente quello che oggi viene chiamato “acetato basico di piombo” di formula (CH3COO)2•Pb(OH)2.   Questa sostanza, ottenuta appendendo piccole lamine di piombo sopra a vapori d’aceto, e poi mescolando il sale ottenuto con il piombo ossidato, generava un altro sale dalle capacità curative molto stimate al tempo.   Si trattava della cosiddetta “acqua vegetominerale”, dalle evidenti proprietà antinfiammatorie ed astringenti, utilissima per applicazioni cutanee.

Per riferimenti al filosofo ed alla sua commistione fra proto scienza e mistica ecco un breve elenco di opere da lui redatte nel corso della sua vita di ricerca.

Erasmo da Rotterdam

Fonte:http://biografieonline.it/biografia-erasmo-da-rotterdam

Erasmo da Rotterdam

L’umanista e teologo olandese Erasmo da Rotterdam (nome latinizzato di Geert Geertsz) nasce a Rotterdam il 27 ottobre 1469. L’anno di nascita potrebbe anche essere il 1466, e la città natale è più probabilmente Gouda.

Firmerà i suoi scritti con lo pseudonimo di Desiderius Erasmus. La sua opera più nota è l'”Elogio della follia“.

La sua figura è spesso associata a Rotterdam, ma Erasmo vivrà in questa città soltanto la prima infanzia e nel corso della sua vita non vi tornerà più.

Figlio illegittimo di un prete, Roger Gerard, la madre Margherita è figlia di un medico. Erasmo rimane orfano nel 1483; i genitori gli permetterano di ricevere la migliore educazione possibile per l’epoca , frequentando le scuole monastiche di Deventer e s’Hertogenbosch. Viene ordinato prete nel 1492, anche se non sarà mai un attivo sacerdote. Il monachesimo sarebbe anzi stato uno temi principali della sua critica alla Chiesa. Nel 1495 si reca presso l’Università di Parigi per continuare gli studi. Chiede ed ottiene poi di essere dispensato dagli uffici sacri.

A partire dal 1499 viaggia in Francia, Inghilterra e Italia entrando in contatto con i più importanti centri culturali, tenendo lezioni, conferenze, e studiando gli antichi manoscritti. Il periodo trascorso in Inghilterra gli permette di conoscere e stringere amicizie con Enrico VIII, John Colet, Tommaso Moro, John Fisher, Thomas Linacre e William Grocyn. Insegna greco all’Università di Cambridge; anche se aveva la prospettiva di poter insegnare a lungo, Erasmo preferiva la vita dello studioso indipendente: con grande consapevolezza Erasmo eviterà ogni legame formale che avrebbe potuto limitare la sua libertà intellettuale e la sua libertà di espressione. In questo periodo Erasmo tiene corrispondenza con più di cinquecento persone di rilievo del mondo letterario e politico: la sua figura rapprsenterà il centro del movimento letterario della sua epoca.

La produzione letteraria inizia piuttosto tardi, soltanto quando finalmente arriva a ritenere di poter padroneggiare con sicurezza il latino. Erasmo da Rotterdam rimarrà per tutta la vita cattolico, tuttavia criticherà duramente gli eccessi della chiesa cattolica rifiutando persino il titolo di cardinale che gli verrà offerto. Nel suo trattato sulla preparazione alla morte chiarisce che la fede in Cristo e non i sacramenti e i rituali della Chiesa sarebbero l’unica garanzia per la vita eterna. Erasmo preparerà una nuova versione greca e latina del Nuovo Testamento.

Erasmo condivide molti punti della critica di Martin Lutero alla Chiesa cattolica. Lo stesso Lutero manifesterà ammirazione per la superiore cultura di Erasmo. Lutero avrebbe sperato in una collaborazione con Erasmo in un’opera che gli sembrava la continuazione della propria.

Erasmo perà declina l’invito a impegnarsi, adducendo come motivazione la propria volontà di non schierarsi per mantenere la propria posizione di guida di un movimento puramente intellettuale, scopo della propria vita. Erasmo riteneva che soltanto da una posizione neutrale si sarebbe potuto influenzare la riforma della religione. A Lutero tale scelta parve un mero rifiuto ad assumersi le proprie responsabilità.

Mentre il trionfo della riforma luterana conosce il suo apice iniziano anche disordini sociali che Erasmo già temeva: la guerra dei contadini, l’iconoclastia, il radicalismo che sfocierà nei movimenti anabattisti in Germania e Olanda. Erasmo si sentiva felice di esserne rimasto estraneo, tuttavia negli ambienti cattolici veniva accusato di essere il fomentatore di tali discordie. A dimostrazione della sua lontananza dalla riforma, quando Basilea, dove Erasmo risiede, nel 1529 adotta le dottrine riformate, si trasferisce nella vicina città Friburgo. Qui Erasmo continua la sua instancabile attività letteraria terminando l’opera più importante dei suoi ultimi anni l'”Ecclesiaste”, nel quale sostiene che la predicazione è l’unico dovere veramente importante della fede cattolica.

Erasmo da Rotterdam muore il 12 luglio 1536 a Basilea dove era tornato per controllare la pubblicazione dell'”Ecclesiaste”. Sebbene rimasto sempre cattolico viene sepolto nella cattedrale dedicata al culto luterano. Il 19 gennaio 1543 a Milano i suoi libri verranno bruciati insieme a quelli di Lutero.

Giordano Bruno, tanto amato dall’esoterismo

Scritto da: C. Gily Reda
Fonte:http://www.clementinagily.it/wolf/2016/08/giordano-bruno-tanto-amato-dallesoterismo/

C’è un motivo chiaro dell’interesse per Giordano Bruno di chi ama il pensiero esoterico: il fatto che lui coltivasse lo stesso campo di interessi, l’ermetismo, bensì condividendolo con la filosofia di ascendenza aristotelica e platonica: dando tra l’altro sempre mostra di una memoria perfetta, tanto da essere accusato di plagio, quando citava le proprie conclusioni citando anche le fonti. Che erano Platone Averroè ed Aristotele, certo, ma poi anche i tomisti medievali e Lullo, i filosofi del Rinascimento e i testi ermetici. Molto vicino nel tempo a Ficino, Pico della Mirandola, Copernico… e spesso nei dialoghi cita tutti molto a proposito, nello specifico delle loro dottrine, interpretandone il senso nella sua propria originalità.  Nei tempi in cui non solo non c’erano i computer, ma scarseggiavano molto i libri ed erano costose anche le penne e carte, per non dire delle stampe e delle incisioni, la memoria non era solo una dote ma una capacità professionale indispensabile a tutte le professioni umanistiche, amministrative, giuridiche. Perciò Bruno come tanti metteva a punto macchine della memoria sempre più perfette: https://i0.wp.com/www.clementinagily.it/wolf/wp-content/uploads/2016/08/oscom.jpg

questa citata a sinistra, ben tondeggiante, è quella della sapienza, di Apollo, del Sole. Tutte queste ‘macchine’ giocano su simboli e analogie per guidare la memoria con le immagini: ecco la spiegazione per cui una filosofia razionale e profetica, adatta ai nostri giorni, suscita molto interesse negli esoterici.

Però: è una filosofia della luce. Convinta del potere della Ragione Umana e del dialogo aperto– che non è Divina ma sa argomentare.

Questo capirono i Giordanisti, questa setta basata su un’idea irenica della religione, di cui lo stesso Bruno parlò al tribunale dell’Inquisizione. L’indagò in tutte le sue ipotesi Frances Yates, la ricercatrice del Warburg Institute che approfondì l’importanza degli scritti ermetici di Bruno, cui ad esempio in Italia sino a quasi la metà del secolo scorso avevano fatto attenzione solo Felice Tocco e Antonio Corsano. Yates ne ricavò una complessa ricostruzione dell’arte della memoria elaborata dall’ermetismo, dedicando molti capitoli anche ad altri autori del Rinascimento.

Per illustrare la sua tesi sui Giordanisti, si chiedeva “Non può essere significativo che Giordano Bruno predicasse non solo ai luterani tedeschi ma anche ai cortigiani dell’Inghilterra elisabettiana?”:[1] tanta attività era accolta da coloro che, stanchi delle lotte di religione, creavano reti tese alla pace in Europa – e la tesi di Yates è che sette come i Rosacroce, i Giordanisti, i Massoni, organizzassero a proprio modo nel tempo una convinzione comune – tutte storie bensì ipotetiche per la loro natura segreta, ma tracciate da molte attestazioni. Ovviamente Bruno è diverso: l’anima ermetica e filosofica sono tutt’e due scritte, argomentate con simboli che, compresi e argomentati, si chiariscono: tutta la letteratura su di lui che ormai è internazionale e poderosa, lo dimostra. Questo non interessa chi guardi i libri di Bruno dal di fuori, ci vuole professionalità per seguire i motivi platonici aristotelici copernicani ed averroisti che s’intersecano nel suo pensiero originale: ciò che spiace al mondo superveloce.

Le due anime di Bruno si rispecchiano nella nova filosofia di Bruno, disse Schelling che seguì Jacobi nel ridare luce alla filosofia di Giordano Bruno all’inizio del 1800, dopo secoli di flusso carsico, segreto, che pure influì su tanti nel 6-700, dando qualcosa ad ognuno: un’altra storia ipotetica, vista la forza dell’Inquisizione e il rogo dei suoi libri. Ma molti libri furono conservati, portati in giro in Europa da un suo seguace, il Dicsonio del De la Causa Principio et Uno,[2] vale a dire quel Dickson, che con Toland (teorico inglese della religione naturale) diffondeva proprio il dialogo in cui Bruno parlava dell’istituzione di una nuova religione, Lo spaccio della bestia trionfante. I dialoghi sono la parte chiara del pensiero di Bruno, quella che Bruno definiva ‘la chiave’; parlava del mistero, dell’esoterico, solo nella parte che lui chiamava ‘le ombre’: quella trattata di più dagli esoterici contemporanei.

L’autodefinizione di Giordano Bruno sta in uno di quelli che lui chiamava ‘vessilli’, i simboli per la memoria, che in linguaggio nostro si può chiamare ‘slogan’ o ‘logo’: “A – GIORDANO con la chiave e le ombre”[3]. Per coloro che conoscono la filosofia e sono in grado di capire i simboli, essi sono un modo rapido per dire le cose, non sono la cosa in sé; sono il dito che indica la stella: conta la stella, non il dito. L’anima esoterica delle ombre, come in tutte le filosofie greche, si basa sul senso che si fa esplicito nella chiave, l’exoterica, la comunicazione misteriosa, che ognuno capisce a suo modo, assicurando il consenso senza entrare in polemiche con quel che non intende – perché qui occorre studio per non confondersi. Coloro che ignorano la filosofia e si fermano ai simboli, capiscono a lor modo la verità, riescono ad intendere solo se la loro mente è pura. È come quando Gesù parlava con parabole che poi spiegava ai discepoli, raccomandando loro di tenere per sé la spiegazione, di raccontare solo le storie e commentarle a seconda del senso comune del pubblico. Non si vuole un sapere per pochi, come spesso poi nelle associazioni variamente massoniche, è il segreto della comunicazione efficace, non ristretta a pochi sapienti, ininfluente sulla vita degli uomini. Il sapere esoterico, rigoroso, mantiene la comunicazione exoterica, comprensibile a tutti, in equilibrio.

Yates argomenta la sua tesi del legame di Bruno ai Rosacroce, intrecciati al lor nascere con i Massoni e chissà quanti altri credi in Europa. Se solo nel 1646 viene ufficialmente registrata in un documento l’iscrizione di Elias Ashmole alla loggia Massonica di Warrington, dando inizio alla vera e propria storia della Massoneria, il contenuto di un credo simile era già stati portato da Fludd e Vaughan in Inghilterra dalla Germania, dove Bruno scrisse molte opere. Mocenigo denunciò Bruno al Tribunale dell’Inquisizione perché, disse, voleva “farsi autore di nuova setta sotto nome di nuova filosofia” che voleva rinforzare i luterani tedeschi, non a caso aveva pubblicato a Francoforte i suoi noiosi libri in cui esponeva esotericamente le tesi dei dialoghi per gli amici – preparandosi a tentare nuove alleanze col potere – per cui tornò infine in Italia. Così non è incredibile che l’attività dei Rosacroce, che dà segno di sé intorno agli anni ‘10 del ‘600, fosse influenzata dai Giordanisti – già collegati nel nome ai simboli di rose bianche e rose rosse, di cui raccontò Shakespeare; che in Pene d’amore perdute mette in scena un personaggio di nome Bruno; il personaggio ha poche battute, ma coerenti con la sua filosofia e più ancora coi suoi dialoghi inglesi, capiti, ovviamente, a lor modo. E persino di Mozart, riferisce Yates, nel Flauto Magico si sentirebbe l’influsso dell’esoterismo ermetico, teso a rivalutare corpo e sentimenti.

Altrettanto frequente e forte fu la diffusione del culto egizio, evidente nella venerazione del sole, per cui ‘tutto il creato è uno specchio’ che riflette Iside ed Osiride. Vi si richiamava anche Campanella con la Città del Sole ed altri con Eliopoli. Athanasius Kircher professava una magia naturale simile a quella di Bruno, sviluppava la svolta religiosa tentata già da Pico della Mirandola, la sintesi delle tesi fondamentali delle grandi religioni antiche… Insomma, è tanto ampia la quantità di ipotesi e collegamenti tra elementi difficilmente confermabili per il carattere volutamente segreto delle sette, subito solidamente capeggiate da persone di potere, da far ritenere che nella nebbia si debba fare chiarore per affermare, ma ci sono troppi elementi per pensare siano tutte false piste. Si ricordi ad esempio la diffusione del simbolo egizio della piramide, dal Louvre al dollaro americano: certo Filangieri, Frankljn e Washington erano massoni.

Esiste però la possibilità di fare storia, se ci si basa su Giordano Bruno, in cui la parte esoterica è correttamente collegata alla parte exoterica, come nei filosofi greci dell’antichità. Bruno certo ambì al potere, ma non per motivi e modi personali: desiderava il potere di far cessare le guerre e di far vivere in pace gli uomini. Non optò per l’assassinio politico o la sommossa, frequentò le corti d’Europa, dove i potenti lo ascoltassero: e lo fecero dovunque. Ma il progetto di Bruno, la pace religiosa, la fine delle guerre, la comprensione dell’umanità riunita nella fede – era un ideale che ancora oggi sembra davvero difficile.

Proveremo perciò a seguire qualche percorso che faccia intendere i simboli che tanti amano senza sapienza filosofica, aumentando la confusione esteticamente. Ad esempio, il recupero di emozioni e corpo: facile confondere con qualche specie di satanismo, se si prescinde dal fatto che all’epoca la vita degli uomini e la concezione del sapere non era certo new age: oggi l’insistenza di Bruno andrebbe all’opposto, oggi Bruno direbbe che alle emozioni ed al corpo solo la ragione dà misura, l’argomentazione e lo studio guidano a non perdere l’equilibrio della mente. Allora la religione di Savonarola si opponeva al Magnifico Lorenzo, nei conventi si chiudevano i ribelli, il cattolicesimo imponeva il sacrificio come corretta interpretazione della Croce: il discorso opportuno, evidentemente, era diverso. Interpretare vuol dire capire un’espressione in relazione alla storia, che fa capire il tempo e il luogo in cui vien detta e va capita. Bruno diceva qualcosa del genere parlando dell’interpretazione letterale delle Scritture, a proposito di Copernico, nel dialogo La Cena delle Ceneri. Perciò la conoscenza si affida alla parola e alla ragione, quando non vuole restare incerta con i simboli. Che hanno però grande efficacia: proprio perciò, occorre usarli bene, come un’arma troppo potente.

GF GIORDANO BRUNO Gily Giordano Bruno, tanto amato dall’esoterismo

[1]   F. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, Roma Bari 1981, p. 447

[2] G. Bruno, Dialoghi Italiani, a cura di G.Gentile, 2 voll., Sansoni Firenze 1958 (Bari 1927.

[3] G. Bruno, Le ombre delle idee, Rizzoli 1997 p. 180. L’opera fu pubblicata con dedica ad Enrico II di Francia nel 1582, è la prima opera sulla memoria pubblicata e tramandata. Enrico II lo mandò in Inghilterra presso l’ambasciata francese – nel pieno della lotta tra Elisabetta I e la regina di Scozia, Maria Stuarda, ex regina consorte, moglie di Francesco II di Francia.

Giovanni Battista e il contenuto esoterico del suo personaggio

Fonte: http://www.progettoatlanticus.net/2015/08/giovanni-battista-e-il-contenuto.html

Chi fu veramente Giovanni Battista? Gli storiografi, basandosi sui Vangeli, hanno creduto di poter ricostruire la sua biografia nel modo seguente: nato intorno al 7 a.C. e morto nel 30 d.C., Giovanni sarebbe stato figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta, parente di Maria. Verso il 27 d.C. si ritirò nel deserto ove visse da asceta, annunciando l’avvento del Messia. Battezzò Gesù nelle acque del Giordano. Per aver disapprovato la convivenza di Erode Antipa con la cugina Erodiade, fu incarcerato e poi decapitato su richiesta di Salomè, figlia di Erodiade.
Giovanni Battista è personaggio quanto mai evanescente: infatti, oltre che nei Vangeli, è menzionato, se si escludono testi tardi di natura catechetica, solo da Giuseppe Flavio (Ant. 18, 109-119). Così non manca qualche autore, ad esempio David Donnini, incline a pensare che il Precursore non sia mai esistito. Donnini vede nel Battista una controfigura di uno fra i due Messia. E’ ipotesi forse estrema, ma è indubbio che l’immagine ufficiale del Santo è poco plausibile.
Già i Vangeli lasciano trasparire una rivalità tra il Messia (quale dei due?) ed il Battista nonché un certo antagonismo tra i rispettivi seguaci: parecchi anni dopo la crocifissione, ad Efeso, alcuni adepti avevano ricevuto soltanto il “battesimo di Giovanni” (Atti 18, 24-25; 19, 1-5). Gesù proclama il Battezzatore il “maggiore tra i nati da donna” (Luca 1, 44), ma lo ridimensiona definendolo “il più piccolo nel Regno” (Matteo 11, 11).
Nel Vangelo attribuito a Giuda Tommaso, nel loghion 46, si ribadisce: “Gesù disse:‘Da Adamo a Giovanni il Battista, fra quanti nacquero da donna nessuno è tanto più grande di Giovanni il Battista da non dover abbassare lo sguardo. Ma vi dico che chiunque fra voi diventerà un bambino riconoscerà il Regno e diventerà più grande di Giovanni”.
Ancora oggi i Mandei, che formano una sparuta comunità religiosa a carattere dualistico, i cui fedeli vivono in Iraq, sostengono di essere i seguaci dei discepoli riuniti attorno al Battista, reputato il vero Messia in opposizione a Gesù, additato come impostore.
Pare che, a somiglianza di un fiume carsico, il Precursore abbia dato origine ad un’intrigante linea esoterica, la cosiddetta “tradizione giovannita”, sebbene la Chiesa nicena e post-nicena abbia agito per normalizzare questa figura. Tale corrente qua e là affiora, manifestandosi in opere criptiche, come i quadri di Leonardo da Vinci, il genio rinascimentale che fu anche un occultista. Lo stesso segno del Battista, l’indice diretto verso l’alto, potrebbe avere un significato non riferibile in modo banale alla trascendenza.
Giovanni XXIII (Angelo Roncalli), il primo pontefice affiliato ad una loggia di liberi muratori, scelse il suo nome da papa proprio come tributo a Giovanni Battista che è, tra le altre cose, il santo della Massoneria.
Giovanni Battista si festeggia il 24 giugno, dì della prima “apparizione mariana” a Medjugorie, fenomeno in qualche modo riconducibile alla Xenologia. Per convenzione la nascita dell’Ufologia contemporanea ha inizio il 24 giugno 1947, allorché Kenneth Arnold, uomo d’affari statunitense, avvistò, a bordo di un piccolo aereo, presso le Cascade Mountains (stato di Washington), nove grandi oggetti di forma quasi discoidale e dall’aspetto metallico.
Qual è il fil rouge che lega Giovanni Battista ai Mandei, al retaggio iniziatico giovannita, alla Massoneria ed a talune circostanze border line? Le investigazioni, rese complesse dalla scarsità delle fonti e dall’intrinseca difficoltà della questione, sono in fieri.
San Giovanni è stato sempre scelto quale patrono da quasi tutte le antiche sette cristiane esoteriche, come dalle più recenti società iniziatiche quale, per esempio è la Massoneria nei cui Statuti, pubblicati nel 1721, è espressa l’invocazione di San Giovanni in questi termini:
“I Fratelli di tutte le Logge di Londra, di Westminster e dei dintorni, si uniranno nel luogo convenuto nel giorno di S. Giovanni Battista o di S. Giovanni Evangelista …”.
L’invocazione di S. Giovanni assai spesso ha confuso i due Santi: l’Evangelista e il Precursore. Ciò è dovuto probabilmente alle affinità simboliche che esistono tra i due Santi. Pertanto cerchiamo di vedere quali sono queste affinità prendendo in considerazione le vite separate dei due Santi, prima il Battista e poi l’Evangelista.
S. Giovanni Battista era figlio di Zaccaria e di Elisabetta. Le notizie della sua nascita ci sono fornite dal Vangelo di Luca: l’angelo Gabriele apparve a Zaccaria annunciandogli la nascita di un figlio che “sarà ripieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre” (I, 16) e “andrà come precursore, con lo spirito e la potenza di Elia” (I, 17). Poiché Zaccaria non credeva alle parole dell’angelo, questi gli disse che sarebbe rimasto muto sino al giorno della nascita di Giovanni. E così fu. Quando nacque Giovanni, Zaccaria, non potendo parlare, scrisse sopra una tavoletta: “Giovanni è il suo nome” e da quell’istante riacquistò la parola.
Il Battista nacque esattamente sei mesi prima di Gesù. Questi venne al mondo durante il Solstizio d’inverno, Giovanni nel Solstizio d’estate. Sia Gesù sia Giovanni vissero sino a 33 anni ed ambedue morirono per mano degli uomini.
S. Giovanni Battista era chiamato il “precursore” in quanto preparava la via al Cristo e “battista” perché battezzava nelle acque del Giordano:
“Io per me vi battezzo con acqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dietro a me è più potente di me, e io non son degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e col fuoco” (Matteo, III, 11).
Gesù era della setta degli Esseni nella quale aveva il grado di “Nazareno” (Nariz = Maestro). Questo grado era conferito a coloro che avevano raggiunto il più alto grado di Conoscenza.
Il Battista, oltre ad essere esseno, era capo della setta dei battezzatori. Il battesimo praticato consisteva nell’immersione totale, per tre volte consecutive, nell’acqua. Il battesimo ricevuto da Gesù fu, come lo stesso Giovanni dice, di acqua e di spirito:
“Ma Quegli che mi ha mandato a battezzare con acqua, mi ha detto: Colui sul quale vedrai lo Spirito scendere e fermarsi, è quegli che battezza con lo Spirito Santo” (I, 33).
Dopo il battesimo con acqua, c’era il battesimo con lo Spirito, cioè con l’imposizione delle mani come dice l’Evangelista:
“Poi imposero loro le mani, ed essi ricevettero lo Spirito Santo” (Atti, VIII, 17).
La festa del Battista cade il 24 giugno, Solstizio d’estate, quando il sole è al suo apogeo. È necessario osservare però che Giovanni Battista non è il simbolo del sole materiale, dell’astro che dà luce e calore al mondo, ma è, soprattutto, la rappresentazione simbolica del principio universale, il Fuoco Principio. Come tale la leggenda lo vuole vestito di pelle di agnello o di ariete vergine, è, dunque, l’immagine del sole e della costellazione dell’Ariete.
Il nome stesso, Giovanni, secondo alcuni, deriverebbe dall’ebraico “Jeho h’annan” cioè “Colui che Jeho favorisce”, in tal modo diventa il simbolo dell’uomo illuminato. Secondo un’altra interpretazione Giovanni deriva da due parole ebraico-caldee: “Io” che vuol dire colomba e “Oannes” nome del dio caldeo delle iniziazioni. Quindi Giovanni vorrebbe dire “colomba di fuoco” che ci riporta alla colomba dello Spirito Santo.
Infatti sappiamo che dopo il battesimo di Gesù, una colomba era discesa su di Lui. Essa era il simbolo dello Spirito Santo.
Era lo Spirito del Cristo che discendeva nel corpo di Gesù che sarebbe stato il suo veicolo per tre anni, aumentandone la forza con la quale Egli poté poi compiere le guarigioni.
Discepolo del Battista fu Giovanni l’Evangelista, assieme agli altri due apostoli Andrea e Simone. Figlio di un pescatore galileo di nome Zebedeo e di Salomè, una delle donne che seguirono Gesù, anch’egli pescatore, era nato a Bethsaida e morì nel 101 a Efeso durante il regno di Traiano.
La tradizione cristiana lo considera patrono dei fabbricanti di candele, dei teologi, degli studenti e di tanti altri e questo è il motivo per cui, egli, meglio di chiunque altro, era in grado di dare la luce. Come donatore di luce era il patrono dei Templari, degli Gnostici e dei Rosa-Croce. Questa è forse la ragione per cui la sua festa cade durante il Solstizio d’inverno, quando il sole sembra risalire lungo l’eclittica ed i giorni farsi sempre più lunghi.
L’Evangelista è importante soprattutto perché ci ha lasciato due monumenti esoterici: l’Apocalisse ed il Vangelo. Mentre gli apostoli Luca, Matteo e Marco, nei loro vangeli, si perdono spesso in fatti senza base storica, Giovanni entra subito in argomento:
“Il principio era il verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui; e senza di lui nessuna delle cose fatte è stata fatta …”.
Da questo prologo si sprigiona un insegnamento di notevole portata. Il “Logos”, creatore del nostro sistema solare, non è il Dio Universale, ma il Demiurgo intermediario tra l’uomo e Dio stesso. Ciò risulta dalla distinzione tra “Theos” Dio Supremo e “theos” (un dio), il Logos.
Cerchiamo di capire meglio il significato di questi pochi versi del Prologo:
“In principio” quando i tempi non avevano ancora un inizio, cioè i periodi nei quali si manifestarono gli esseri e le cose; “era il Verbo”, il Logos, la Parola divina; “e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”, cioè un dio (theos, scritto con iniziale minuscola), un Elohim, figlio di Dio. “Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lui; e senza di lui nessuna delle cose fatte è stata fatta…”.
Questo Elohim è colui che ha chiamato alla vita materiale tutti gli esseri inferiori, per mezzo della parola. È l’intermediario tra Dio e Creazione che la Cabala chiama Adamo kadmon.
Da quanto è stato detto sembra che sussista un dualismo tra Dio e Demiurgo, dualismo che esiste solo in apparenza e che lo Zohar demolisce con questi termini:
“Rabbi Simeone disse loro: io non vi ho detto che Colui il quale è chiamato la Causa di tutte le cause sia lo stesso Elohim e neppure ho detto che Colui il quale è chiamato la Causa di tutte le cause sia tutt’altro che Elohim. Nell’essenza divina non esiste associazione, né numero: tutto è Uno [ed] ecco perché Dio ha detto: “Vedete io sono io ed Elohim non è con me”, cioè: “Elohim non è con me, ma io sono Elohim ed Elohim è me” (Zohar, I, 22b).
Cerchiamo ora di affrontare un misterioso capitolo dell’esistenza di Giovanni, cioè quello relativo alla sua morte.
Si narra che, preavvisato da Gesù circa la sua prossima fine, Giovanni si facesse scavare una fossa poi, gettatovi il mantello, vi si distese addormentandosi nel riposo eterno.
Il giorno seguente i discepoli, vollero ritornare sul suolo dove era sepolto Giovanni, ma non trovarono di lui che i suoi sandali e la terra, nel punto in cui era stato sepolto “ribolliva”.
Da parte di alcuni si è voluto supporre che, nel testo originale, anziché leggere terra che “ribolliva”, si dovesse leggere terra dura, gelata. Ciò fa pensare che l’apostolo sia morto in pieno inverno e potrebbe giustificare il fatto che la Chiesa abbia situato la sua festa nel solstizio d’inverno.
S. Agostino (in Joan, 2, tr. CXXIV) scrive che tra le chiese d’Africa si riteneva che Giovanni, in attesa del ritorno del Signore, riposasse addormentato nella tomba e con il suo respiro agitasse dolcemente la terra …
In greco, soffio si dice pneuma; questo termine designa anche lo spirito … Allora si può intuire che lo spirito di Giovanni fosse capace di liberarsi dalla terra ed il Vangelo, con le sue misteriose parole, ci viene in aiuto:
“Pietro voltandosi, vide venirgli appresso il discepolo che era caro a Gesù, quello stesso che, durante la cena, stava posato sul seno di Gesù … Pietro vedendolo chiese a Gesù: “Signore, e di lui che sarà?”. Gesù gli rispose: “Se voglio che rimanga finch’io vengo, che t’importa? Tu seguimi”. Fu così che si sparse tra i fratelli la voce che quel discepolo non morrebbe; Gesù però non aveva detto che non morrebbe, ma: “Se voglio che. rimanga finch’io vengo, che t’importa?”. Questo è il discepolo che attesta queste cose, e le ha scritte; e noi sappiamo che la sua testimonianza è verace” (Vangelo Giovanni, XXI, 20/24).
Così Giovanni vive nella tomba un sonno particolare in uno stato che non è vita e non è ancora morte.
Egli è il guardiano intermediario tra la Chiesa Celeste e la Chiesa Terrestre.
Secondo Paolo l’uomo si compone di:
soma corpo
psiche anima
pneuma spirito
Pietro ricevette la direzione materiale della Chiesa sul nascere, come testimonia Matteo, XVI, 18: “Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa …”.
A capo di questa Chiesa sta il Cristo, il corègo, lo spirito:
“Ed egli è il capo del corpo, cioè della Chiesa; egli che è il principio, il primogenito dai morti” (Paolo, Colossesi, I, 18).
Da tutto ciò se ne deduce:
1) Cristo, Spirito, Chiesa Trionfante, il Sole.
2) Giovanni, Anima, Chiesa Sofferente, la Luna.
3) Pietro, Corpo, Chiesa Militante, la Terra.
Il simbolismo del Battista è strettamente legato a quello dell’Evangelista. Essi sono come la vita e la morte, il passato e il futuro, il sole e la luna ecc.
Il Battista, posto nel Solstizio d’estate, rappresenta il culmine dello splendore del sole, mentre l’Evangelista, nel Solstizio d’inverno, rappresenta quasi la morte dell’astro. Ma non è così perché sappiamo che ciò che raggiunge il massimo deve poi diminuire, mentre ciò che è pervenuto al minimo di se stesso deve cominciare a crescere, come testimonia il Vangelo:
“Bisogna che egli cresca e ch’io diminuisca” (Giov. III, 30).
Il Battista chiude l’antica Legge o l’antico Patto come afferma Geremia (XXXI, 31):
“e io per certo concluderò con la casa di Israele e con la casa di Giuda un nuovo patto; non come il patto che conclusi coi loro antenati nel giorno che li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto …”, dove Geremia allude ai due “patti” conclusi tra Dio e l’uomo: l’antico patto quello che si fondava sulla Legge, ed il nuovo patto che si fonda sulla Grazia, che Matteo ci conferma:
“Bevetene tutti, questo è il mio sangue, il sangue del patto …” (XXVI, 28). Se il Battista chiude l’antica Legge, l’Evangelista apre la nuova Legge ed annuncia la Rivelazione cristiana. Uno chiude e non può aprire, l’altro apre, ma non può chiudere:
“Ecco quel che dice il Santo, il Verace, colui che tien la chiave di David: colui che apre, e nessuno chiuderà, che chiude e nessuno aprirà” (Apocalisse, III, 7).

VESPASIANO

Fonte: http://biografieonline.it/biografia-vespasiano

Vespasiano

Tito Flavio Sabino Vespasiano Cesare Augusto, meglio conosciuto come Vespasiano, nasce in Sabina presso l’antico Vicus Phalacrinae (l’odierna cittadina di Cittareale), figlio di Flavio Sabino, esattore di imposte e piccolo operatore finanziario; la madre Vespasia Polla era sorella di un senatore di Roma.

Dopo aver servito nell’esercito in Tracia ed essere stato questore nella provincia di Creta e Cirene, Vespasiano diviene edile e pretore, avendo nel frattempo sposato Flavia Domitilla, figlia di un cavaliere, da cui avrà due figli: Tito e Domiziano – che diverranno in seguito imperatori – ed una figlia, Domitilla. La moglie e la figlia moriranno entrambe prima che Vespasiano lasci la magistratura.

Dopo aver servito nell’esercito in Germania, partecipa all’invasione romana della Britannia sotto l’Imperatore Claudio: in questo contesto si distingue nel comando della Legione II Augusta sotto il comando di Aulo Plauzio. Grazie a lui viene sottomessa l’Isola di Wight, portando l’esercito a penetrare il territorio fino ai confini del Somerset (Inghilterra).

Nell’anno 51 è console; nel 63 si reca in Africa in qualità di governatore. Poi è in Grecia al seguito di Nerone e, nel 66 viene incaricato della conduzione della guerra in Giudea, che minacciava di espandersi a tutto l’oriente. Secondo Svetonio, una profezia conosciuta in tutte le province orientali proclamava che dalla Giudea sarebbero venuti i futuri governanti del mondo. Vespasiano probabilmente credeva che questa profezia si applicasse a lui, e avrebbe trovato un gran numero di presagi, oracoli e portenti per rafforzare questa credenza.

A cavallo tra l’anno 68 e il 69, alla morte di Nerone, vengono eletti quattro diversi imperatori provenienti da quattro diverse zone dell’impero: Galba in Spagna, Vitellio dalle legioni germaniche, Otone dalla guardia pretoriana e Vespasiano dalle legioni siriane.

In oriente tutti guardano a Vespasiano; Muciano e le legioni della Siria sono ansiosi di appoggiarlo. Mentre era a Cesarea, Vespasiano viene proclamato imperatore prima dall’esercito in Egitto (1 luglio 69), poi dalle sue truppe in Giudea (11 luglio). Tacito racconta che durante il suo soggiorno in Egitto, Vespasiano si rese protagonista di due miracoli, curando con il suo tocco gli occhi di un cieco e la mano ad uno storpio.

Il favore verso Vespasiano prende rapidamente a crescere e gli eserciti di Tracia e Illiria in breve lo acclamano come loro condottiero, portando il suo ruolo a quello del padrone di metà del mondo romano.

Sotto il comando di Antonio Primo le truppe di Vespasiano entrano quindi in Italia dal nord oriente, sconfiggono l’esercito di Vitellio (seconda battaglia di Bedriaco), saccheggiano Cremona ed avanzano verso Roma, dove entrano e si ingaggiano furiosi combattimenti che portano anche alla distruzione del Campidoglio a causa del fuoco.

Ricevuta la notizia della sconfitta del rivale ucciso ad Alessandria, il nuovo imperatore invia a Roma forniture di grano urgentemente necessarie; contemporaneamente emette un editto – che è più che altro una dichiarazione di intenti – dove assicura il completo rovesciamento delle leggi di Nerone, specialmente di quelle relative al tradimento.

Vespasiano lascia che la guerra in Giudea venga condotta dal figlio Tito, e arriva a Roma nell’anno 70. Cerca da subito di riparare i danni causati dalla guerra civile e, con la cooperazione del senato, instaura nuove e solide basi per il governo e le finanze.

Molto denaro viene speso in lavori pubblici, come in restauri e abbellimenti di Roma, tra cui un nuovo Foro, il Tempio della Pace, i bagni pubblici – che prendono il nome di “Vespasiani”, e l’immenso Colosseo. Un celebre aneddoto riferisce che Vespasiano avrebbe messo una tassa sul prelievo di urina (usata dai tintori di panni) dai gabinetti pubblici. Rimproverato dal figlio Tito, che riteneva la cosa sconveniente, rispose: “Pecunia non olet” (il denaro non ha odore).

Attraverso il proprio esempio di una vita semplice, mette alla gogna il lusso e la stravaganza dei nobili romani. Uno dei provvedimenti più importanti di Vespasiano è la promulgazione della lex de imperio Vespasiani, in seguito alla quale se stesso e gli imperatori successivi governeranno in base alla legittimazione giuridica e non più in base a poteri divini come avevano fatto i predecessori.

Come censore riforma il Senato e l’ordine equestre, promuovendo uomini abili ed onesti.

La guerra in Giudea intanto, con la conquista di Gerusalemme nel 70, veniva conclusa da Tito. Negli anni seguenti, dopo il trionfo congiunto di Vespasiano e Tito, memorabile come prima occasione in cui padre e figlio venivano associati nel trionfo, il Tempio di Giano viene chiuso: il mondo romano vivrà in pace per i restanti nove anni del regno di Vespasiano. La pace di Vespasiano diverrà proverbiale.

Nel 78 Agricola andò in Britannia ed estese e consolidò la presenza di Roma nella provincia, spingendosi in armi fino al Galles settentrionale. L’anno seguente Vespasiano morì, il 23 giugno.

Vespasiano fu generoso verso senatori e cavalieri impoveriti, verso città e borghi devastati da calamità, e specialmente verso uomini di lettere e filosofi, molti dei quali ricevettero un vitalizio di più di mille pezzi d’oro all’anno. Si dice che Marco Fabio Quintiliano fosse il primo pubblico insegnante a godere del favore imperiale.

Vespasiano muore il 23 giugno dell’anno 79 nella sua villa presso le terme di Cotilia, in provincia di Rieti.

GIALLO PASOLINI / LE MINACCE PRIMA DELL’ESECUZIONE, ECCO I TESTI

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2017/05/31/giallo-pasolini-le-minacce-prima-dellesecuzione-ecco-i-testi/
Pasolini croci

Appena pochi giorni prima della sua esecuzione Pier Paolo Pasolini aveva la netta sensazione che lo avrebbero ammazzato. E aveva paura. Per via del suo lavoro, per quello che stava scrivendo, Petrolio, il suo testamento. L’avvocato della famiglia, Stefano Maccioni, sta raccogliendo una serie di prove e testimonianze che rappresentano a tutto tondo quelle tragiche giornate. E già a ottobre scorso aveva chiesto la riapertura delle indagini, basandosi sulla prova del DNA che fornisce una concreta pista circa la presenza di un Ignoto 3 sulla scena del crimine. Ma a massacrare Pierpaolo potrebbe essere stato un branco di 4 o 5 persone.

Il pm Francesco Minisci, che aveva già in precedenza archiviato il caso, è ora titolare del nuovo fascicolo. Come mai non si è mosso in questi sette lunghi mesi? E adesso che oltre alla prova del DNA ci sono le nuove testimonianze farà finalmente qualcosa? Staremo a vedere. Intanto partiamo dalle news.

PIERPA’, LASCIA PERDERE ‘STO PETROLIO

Sono di appena qualche giorno fa, il 29 maggio, le parole di Aldo Bravi, titolare del ristorante Pommidoro, riportate in un articolo di Repubblica firmato da Giuseppe Cerasa. Lì Pier Paolo consumò la sua ultima cena prima d’essere ammazzato, e pagò con un assegno che Bravi tiene ancora incorniciato alla parete.

Racconta il ristoratore: “con tutto quello che accadde quella sera del 2 novembre 1975, con tutti quei dettagli che potevano essere decisivi per scoprire gli assassini, si sono permessi il lusso di interrogarmi 40 anni dopo quei fatti. Forse i racconti che mi faceva Pasolini non interessavano nessuno. Ma io mi ricordo che gli continuavo a dire: Pierpa’ lascia perdere questa storia del petrolio, quelli sono troppo potenti e tu non sei nessuno. E lui mi rispondeva: devo andare avanti, non mi fermo, è un problema di verità. Era un suo chiodo costante”.

A proposito di quella sera: “Sì, Pier Paolo era strano, si vedeva dai suoi occhi. Poi la morte. E quell’incubo per me durato un mese: giorno e notte una macchina con cinque a bordo stazionò sotto casa mia, non dicevano nulla, mi guardavano e io tremavo. Poi sparirono inghiottiti dal mistero della fine di Pasolini. E io per quasi 40 anni ad aspettare che qualcuno mi chiedesse qualcosa di quella sera maledetta”.

Spostiamo la scena a Stoccolma, un paio di giorni prima. Pasolini si trova nella capitale svedese sia per la prima del film ‘Salò′ che per la presentazione del suo libro ‘Le Ceneri di Gramsci‘. Nel corso di un dibattito pubblico in una sala gremita, rispondendo alla domanda di un giovane, dice che  teme di essere ucciso. Ecco cosa scrive un cronista friulano, Paolo Medeossi, il 31 ottobre 2015: “Erano state appena tradotte in svedese ‘Le Ceneri di Gramsci‘ e i suoi film erano famosi. In una sala gremita Pasolini – con naturalezza e quasi di passaggio, come notarono testimoni dell’incontro – rispondendo ad una domanda sulle reazioni suscitate dai suoi articoli contro l’aborto, la scuola dell’obbligo, la televisione, il potere, la borghesia, disse che si aspettava di essere ucciso, assassinato. Il pubblico, ascoltata la traduzione, ammutolì e non commentò. Poi aggiunse: ‘Il ruolo dell’intellettuale è di non avere ruoli, di essere la contraddizione vivente di ogni ruolo. Dovere dell’artista è di rivelare la falsa tolleranza concessa dal potere”.

Nell’ultimo intervento pubblicato in Italia su La Domenica del Corriere, Pasolini si scaglia con violenza contro la Dc, come faceva da tempo in modo martellante, sostendendo che tutti i suoi esponenti andavano processati. “Hanno rovinato la coscienza del nostro Paese”, scrive.

Dopo il viaggio a Stoccolma la stessa Domenica del Corriere intende organizzare un incontro, una tavola rotonda con Pasolini. Aveva preso contatti, prima della partenza per la Svezia, l’inviato della Domenica, Francesco Saverio Alonzo, che telefona a Pier Paolo il quale gli riferisce la sua preoccupazione, gli parla di alcune minacce ricevute.

 

LA CENA DI STOCCOLMA 

Ma eccoci alla cena al Gyllene Freden di Stoccolma, organizzata dall’editore svedese Renè Cockelbergh Forlag – che ha curato la pubblicazione delle Ceneri di Gramsci – dopo la presentazione del libro avvenuta all’Istituto Italiano di Cultura. Vi prendono parte anche l’inviato del quotidiano il Giorno (edito dalla Montedison, all’epoca guidata da Eugenio Cefis), Angelo Tajani, e la moglie di quest’ultimo, Doris.

Così scrive Tajani in un breve memoriale che l’avvocato Maccioni ha consegnato al pm Minisci.

“Pasolini era pensieroso e non partecipava alla discussione. Quasi assente. Anche Cockelbergh preferì fare scena muta per il resto della serata. La discussione continuava a languire e sia mia moglie che io eravano visibilmente preoccupati quando, all’improvviso, dalla bocca di Pasolini uscì quasi un sibilo: “…. ho tanta paura”. Mia moglie ebbe un sussulto e Cockelbergh chiese: “di che cosa hai paura, Pier Paolo?”. E Pasolini, come risvegliato da un lungo torpore, rispose: “io… paura? Ma non ho paura di nulla”. E Cockelbergh: “ma se lo hai detto, l’abbiamo sentito tutti!”. “No, io non ho detto nulla”.

Continua la ricostruzione di Tajani: “Il giorno successivo Cockelbergh mi telefonò. Era ancora turbato per quanto era accaduto la sera prima. E dopo aver appreso, due giorni dopo che Pasolini aveva lasciato Stoccolma che era stato trucidato, sia lui che io ricordammo e commentammo quella frase che ancora oggi è indelebile in me e in mia moglie. Nessuno dei giornali di cui ero corrispondente (tra cui il Giorno, ndr) dall’area Nordica pubblicò la notizia. L’unico quotidiano che la riportò fu il Dagens Nyheter di Stoccolma, in un articolo apparso, se non erro, il 6 novembre 1975 firmato dal critico letterario del quotidiano, Bengt Holmqvist, italianista per eccellenza. Bengt mi telefonò di buon ora, il cinque novembre mattina, per darmi la notizia che Pasolini era stato ucciso e durante la conversazione gli raccontai l’episodio accaduto al Gyllene Freden”.

Più precisamente, sul Dagens Nyheter Holmqvist scrisse un pezzo di taglio culturale sulle opere di Pasolini mentre il collega di nera Mats Lundegard diede notizia in prima pagina della tragica fine.

Lo stesso Holmqvist in un’altra occasione ha dichiarato, sulla figura del grande poeta, scrittore, regista e anche – nelle ultime fasi della sua vita – giornalista: “vederlo di persona era di per sé un avvenimento: aveva l’abilità di trasformare ogni sorta di problemi in qualcosa che ha un senso, la semplicità e la lucidità di chiarire il più complicato dei fenomeni. Che qualcosa lo preoccupasse era facile da capire, ma non sembrava che avesse a che fare con la vita privata. Quel che più lo assillava era quanto succedeva in Italia”.

L’articolo di Tajani per il Giorno, of course, non venne pubblicato. Sarebbe stato pretendere troppo dall’editore, Eugenio Cefis…

 

MATTEI-DE MAURO-PASOLINI & IL PETROLIO BOLLENTE

E resta – come ha dettagliato la Voce nell’inchiesta del 2 novembre 2016 che potete leggere cliccando sul link in basso – quel buco nero di Petrolio, le sessanta pagine mancanti, sparite nel nulla. Come si è volatilizzato il brogliaccio di Mauro De Mauro, il giornalista ucciso dalla mafia (ma i mandanti sono rimasti regolarmente a volto coperto), mentre stava lavorando per un copione da consegnare a Francesco Rosi sulla fine dell’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei. De Mauro e Pasolini erano in contatto, e infatti sulla scrivania di De Mauro vennero trovate delle bozze di Petrolio.

Sia De Mauro che Pasolini stavano lavorando per arrivare ai mandanti del delitto Mattei, voluto dalle sette sorelle del petrolio e da chi, in Italia, si batteva perchè l’oro nero rimanesse in mani sicure: come l’allora padrone del vapore, Eugenio Cefis, il protagonista della razza padrona anni settanta.

Cosa aspetta la giustizia, dopo quasi mezzo secolo ormai, ad accertare per via giudiziaria una verità storica ormai stra-acclarata? Si darà una mossa Minisci? Muoverà un passo il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone? O è letargo senza fine?

Pigafetta, un vicentino intorno al mondo

Scritto da: Luigina Pizzolato
Fonte: https://www.venetostoria.com/?p=13532

 

 

 

Ad Antonio Pigafetta Vicenza ha dedicato il Liceo classico cittadino, una delle più antiche istituzioni scolastiche. E un monumento sul viale che dalla stazione ferroviaria porta al centro della città, chi arriva viene accolto dall’illustre vicentino alto su una prua  di nave marmorea.La sua fama deriva dall’aver circumnavigato per primo il globo terrestre con Ferdinando Magellano e di averlo descritto.

Eppure della biografia di Pigafetta non si conosce molto, pochi documenti originali e qualche lettera autografa, rare le testimonianze di contemporanei, solo qualche notizia riportata, posteriore al famoso viaggio. Rampollo di una famiglia nobiliare di Vicenza, nato intorno al 1492, solo nel ‘900 si è riusciti a stabilire la paternità, della madre non c’è certezza, visto che il padre, Giovanni Antonino Pigafetta,  si era sposato tre volte. Antonio aveva un carattere portato alla curiosità e alla conoscenza,  era  studioso di scienze, matematica e astronomia.  Trovandosi nel 1519 a Barcellona al seguito del nunzio vicentino Francesco Chiericati  e avendo sentito parlare della spedizione di Magellano, Pigafetta volle intraprendere il viaggio come passeggero pagante, spinto dalla sua curiosità di visitare terre lontane.

Imbarcatosi sull’ammiraglia Trinidad, non fu subito bene accetto da Ferdinando Magellano, ma ne conquistò  gradualmente la stima, tanto da diventare il suo uomo di fiducia.
Nello scontro con gli indigeni dell’isola di Mactan, nelle isole Filippine,  che vide la morte di Magellano, anche Pigafetta rimase ferito. Dopo la scomparsa di Magellano, Pigafetta assunse un ruolo di maggiore responsabilità nell’equipaggio, in particolare gestendo le relazioni con le popolazioni autoctone.
Fu uno dei pochi superstiti della spedizione, che il 6 settembre 1522 rientrarono in Spagna con la nave Victoria, unica nave rimasta. Nel 1524 Pigafetta  scrisse la Relazione del primo viaggio intorno al mondo, dettagliato resoconto della spedizione,  oggi ritenuto uno dei più preziosi documenti sulle grandi scoperte geografiche del Cinquecento. Il 5 agosto1524 il Senato  della Serenissima gli accordò il privilegio della stampa del suo Diario.

Inizialmente donato all’imperatore Carlo V°, il diario fu fatto sparire, ritenuto dagli spagnoli una poco gradita testimonianza dell’impresa leggendaria del portoghese  Magellano. Anche Pigafetta fu dall’imperatore frettolosamente congedato. Andato perduto, l’importante diario fu rinvenuto nel 1797 dallo scienziato e letterato  ligure Carlo Amoretti.
Poco si sa anche della morte di Pigafetta, avvenuta forse per una pestilenza, nel 1527 anno del sacco di Roma, vicino a Viterbo.  Altra ipotesi è che sia caduto  in combattimento al largo dell’isola di Modone nel 1531.