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La City di Londra Continua a Produrre Posti di Lavoro (a Dispetto dell’Incertezza sulla Brexit)

Scritto da: Henry Tougha
Fonte: http://vocidallestero.it/2017/04/20/la-city-di-londra-continua-a-produrre-posti-di-lavoro-a-dispetto-dellincertezza-sulla-brexit/

Sempre a dispetto di chi vorrebbe vedere la Gran Bretagna sprofondare nell’Atlantico, un articolo di Sky News commenta l’ultimo report della Morgan KcKinley, che mostra come la City – il centro finanziario di Londra – continui a creare nuovi posti di lavoro “nonostante” la decisione sulla Brexit sia già stata irrevocabilmente presa, con l’articolo 50 già invocato. A quanto pare, dunque, neppure il mondo finanziario si sta dando molta pena per l’incombente uscita della Gran Bretagna dalla UE.

di Sky News, 20 aprile 2017

Le aziende “sono stufe di cercare di interpretare il futuro che gli sta davanti” dice un analista, e un report indica una crescita dei posti di lavoro nella City [il centro economico e finanziario, NdT] di Londra.

La City di Londra continua a essere un magnete di posti di lavoro, nonostante alcune delle posizioni legate ai servizi finanziari siano state spostate verso l’Europa, suggerisce un recente report.

Il London Employment Monitor della Morgan McKinley lo scorso mese ha registrato un balzo verso l’alto a doppia cifra dei posti di lavoro vacanti nel settore finanziario.

Il numero dei posti di lavoro disponibili nel mese di marzo nel settore finanziario a Londra è cresciuto del 17 percento rispetto a febbraio e del 13 percento su base annuale, con un aumento di 8145 nuove unità.

I posti di lavoro nel settore della regolamentazione finanziaria, della tecnologia finanziaria e della gestione del rischio sono i principali responsabili di questo aumento, sostiene il report.

Hakan Enver, direttore delle operazioni per i servizi finanziari di Morgan McKinley, dice: “Le aziende sono stufe di cercare di interpretare il futuro che gli si prospetta e stanno tornando ad assumere nuovi talenti“.

Molte aziende hanno già annunciato di avere piani per spostare i loro uffici al di fuori del Regno Unito in preparazione alla sua uscita dall’Unione Europea.

Ma questi loro piani non sembrano aver causato alcun aumento della disoccupazione nella City di Londra.

Mentre Londra continua ad attrarre investitori da tutto il mondo, le istituzioni si stanno impegnando per cercare di mantenere l’accesso al mercato unico europeo e alla ricchezza degli investitori, e per mantenere la produttività economica a Londra e nei dintorni“, afferma il report.

Anziché spostarsi negli altri paesi europei, quindi, i servizi finanziari stanno cercando di mantenere le migliori posizioni in entrambi i mondi, tenendo un piede dentro la City di Londra ed espandendo le operazioni verso gli altri snodi finanziari europei“.

Ad ogni modo, il numero di persone in cerca di lavoro in questo settore è diminuito del 9 percento su base mensile, e del 25 percento su base annuale, scendendo a 9695 unità.

Enver ha detto che marzo di solito è un mese piuttosto monotono per i nuovi posti di lavoro, con la “stagione dei bonus”, cioè il primo trimestre, ancora in corso. Prevede dati ancora migliori per il mese di aprile.

 

Venti tesi sulla Strategia della Tensione

Scritto da: G.S.
Fonte: http://www.clarissa.it/editoriale_n1979/Venti-tesi-sulla-Strategia-della-Tensione

I punti di vista che vengono qui pubblicati sintetizzano i risultati di una ricerca storica oramai consolidata nel corso degli ultimi venti anni.
Tuttavia riteniamo utile proporli in modo estremamente sintetico e riassuntivo, per costituire dei riferimenti essenziali per chi è interessato ad approfondire questo tema, fondamentale per comprendere la storia italiana e molti dei fenomeni terroristici ancora in svolgimento.
Come sempre in campo storico, riteniamo che la revisione di qualunque opinione sia sempre possibile, ma consideriamo questi punti sufficientemente vicini alla verità per poter essere oggi presentati come tesi e non più come semplici ipotesi.

1. Gli eventi con cui il 25 luglio 1943 ebbe fine il fascismo italiano furono il risultato di un intervento decisivo dei poteri forti: furono quindi la manifestazione non di una volontà popolare ma di scelte strategiche della vecchia classe dirigente pre-fascista.
2. L’8 settembre ha rappresentato una catastrofe storica per l’Italia, aprendo il varco alla guerra civile ed eliminando qualsiasi riferimento condiviso all’unità italiana.
3. L’aprile del 1945 rappresenta la fine del fascismo come fenomeno storico e politico: per il numero e la qualità delle uccisioni praticate nel corso di quei mesi (oltre 40.000), non si può più parlare di neo-fascismo dopo quella data.
4. Parlare quindi di neo-fascismo è storicamente una falsificazione: esso è stato proposto come un nemico utile per ogni stagione, sia da parte del mondo comunista che di quello atlantico, per ragioni diverse ma convergenti (doppia strumentalizzazione).
5. La strategia della tensione rientra nei sistemi di provocazione e inganno (deception) utilizzati dagli anglosassoni in tempo di guerra guerreggiata e non: non è mai esistita una strategia “neofascista” di questo tipo. Chi ha pensato che essa derivi, ad esempio, dalle istruzioni per il ridotto della Valtellina dimostra di non sapere distinguere una strategia politico-militare da una ipotesi tattica.
6. Gli uomini che hanno diretto e rappresentato ai massimi livelli la strategia della tensione appartengono tutti alle aree dell’intelligence, delle operazioni speciali e di guerra psicologica degli Alleati negli ultimi anni del conflitto.
7. La penetrazione dei “neofascisti” nei gangli dello Stato è quindi un’invenzione propagandistica della quale non esistono riscontri oggettivi: al contrario, esistono numerose prove dell’utilizzazione dei cosiddetti “neofascisti” da parte degli apparati atlantici.
8. Perciò la teoria della “strage di Stato”, secondo la quale lo Stato italiano sarebbe stato infiltrato e diretto in modo occulto dagli epigoni del “neo-fascismo”, ha rappresentato una falsificazione nella falsificazione, con gravissime ripercussioni sulla possibilità di fare chiarezza.
9. L’obiettivo primario della strategia della tensione era quella di “destabilizzare per stabilizzare”, descritta per primo e in maniera tuttora insuperata da Vincenzo Vinciguerra.
10. I risultati della strategia della tensione sono stati tutti raggiunti: stabilizzazione del sistema, copertura dei veri responsabili, strumentalizzazione degli oppositori, annientamento per almeno due generazioni di forze radicali di opposizione. È la prova che non i golpe ma la conservazione del sistema era l’obiettivo di quella strategia.
11. Gli apparati italiani che si sono prestati a questa strategia non operavano in quanto “deviati” ma in quanto istituzionalmente obbligati, visto il quadro di dipendenza della classe dirigente italiana dalle strategie atlantiche e vista la limitazione della sovranità nazionale conseguente all’8 settembre 1943.
12. La mafia fa parte di questo assetto storico-politico, ed è la ragione per cui essa è stata utilizzata, in virtù della sua integrazione, a livello nazionale e internazionale, con le classi dirigenti occidentali.
13. Avendo colpito cittadini italiani innocenti ed avendo preso ordini da strutture dirette da Paesi stranieri, gli uomini che hanno collaborato a questa strategia hanno compiuto, nella logica di un Paese indipendente, quello che un tempo si chiamava alto tradimento.
14. Dalla fine degli anni Settanta, si è aggiunto al quadro complessivo l’azione dello Stato di Israele che, surrogando in gran parte il ruolo degli Stati Uniti nelle covert operations in area mediterranea, ha inserito degli elementi di novità significativi.
15. Insieme alla caduta del comunismo sovietico, questi elementi di novità permettono di spiegare talune aporie relative agli eventi quali la Strage di Bologna, gli attentati stragisti degli anni ’84, ’92 e ’93, i quali richiedono quindi specifici approfondimenti.
16. La strategia della tensione non è un fenomeno solo italiano, ma riguarda tutti i Paesi di obbedienza occidentale: lo dimostrano le reti Stay Behind diffuse in tutta Europa, le vicende della Turchia, dell’Argentina e del Giappone, solo per citare i casi più eclatanti.
17. La strategia della tensione è uno strumento che può essere applicato anche ad altri contesti e noi riteniamo che dalla fine degli anni Ottanta, e ancor prima, essa è stata utilizzata in riferimento al nuovo utile strumento-nemico, il radicalismo islamico.
18. La filosofia della strategia della tensione affonda le sue radici storiche nel modus operandi delle potenze coloniali marittime dell’Occidente.
19. Ne consegue che la strategia della tensione è storicamente comprensibile solo se inquadrata in una metodologia di analisi storica che tenga conto di queste premesse di lunga prospettiva.
20. Sottrarre un Paese alle strategie della tensione richiede quindi una conoscenza approfondita sul piano storico e tecnico-operativo: non fare i conti seriamente con queste problematiche significa contribuire a mantenere i nostri Popoli sotto un controllo indiretto che viola le regole base della democrazia e della sovranità nazionale.

 

“I veri ribelli studiano”

Scritto da: Paola Mastrocola
Fonte: http://www.nonsprecare.it/importanza-studio-cultura-giovani-paola-mastrocola

Nell’ultimo libro della scrittrice-insegnate si rovescia il paradigma. Un tempo i contestatori respingevano lo studio, adesso che siamo nell’era dell’ignoranza di massa, il vero ribelle è il giovane che studia. Con passione e con responsabilità.

L’IMPORTANZA DELLO STUDIO E DELLA CULTURA

Un tempo, per esempio durante tutti gli anni della contestazione studentesca, chi si ribellava allo status quo, chi voleva mostrare il volto del rivoluzionario, sceglieva la strada più diretta: negare la funzione dello studio alla sua radice. E magari chiedere una promozione a scuola o un voto minimo all’università, il 18, gratuito, ope legis.

LEGGI ANCHE: Serve più cultura umanistica (Fareed Zakaria)

IMPORTANZA DELLO STUDIO PER I GIOVANI –

Nell’era dell’ignoranza, e ignoranti lo siamo diventati parecchio, invece il paradigma si rovescia, e il vero, autentico ribelle, è colui o colei che studia. Con rigore, passione, responsabilità. Paola Mastrocola, scrittrice ma prima ancora insegnante liceale di lungo corso, ci racconta questo capovolgimento di fronte nel suo ultimo libro, La passione ribelle (edizioni Laterza), molto efficace nella narrazione.

IL VALORE DELLO STUDIO –

L’ignoranza, che nasce anche dal non studiare, in fondo è piuttosto celebrata dalle nuove fonti della conoscenza. La tv, il web, i social. Qui conta l’approssimazione dell’attimo fuggente, il presentismo, e conta una certa sottocultura dell’apparire che non riconosce valore all’essere. Il ribelle invece studia, si prepara e si oppone alla decadenza dell’ignoranza. Rivalutando così non solo la sua personale conoscenza, ma la stessa funzione della scuola. Laddove, questo dovrebbe essere chiaro alle nuove generazioni, senza competenza, e quindi senza conoscenza, sarà sempre più difficile trovare lavoro.

Nell’Ultimo Paese che l’America ha Liberato da un “Malvagio Dittatore” Oggi si Commerciano Apertamente gli Schiavi

Scritto da: Henry Tougha
Fonte: http://vocidallestero.it/2017/04/17/nellultimo-paese-che-lamerica-ha-liberato-da-un-malvagio-dittatore-oggi-si-commerciano-apertamente-gli-schiavi/

Un articolo rilanciato da Zero Hedge ci apre una finestra sull’orrore in cui la Libia è stata gettata dal cosiddetto intervento  “umanitario”  dei paesi NATO  e dalla primavera araba. Nel paese nordafricano, privo di un controllo politico, si fa apertamente compravendita di esseri umani come schiavi, li si detiene per ottenere il riscatto e se non sono utili alla fine li si uccide. Il disordine e le atrocità che seguono la cacciata del dittatore – per quanto odioso possa essere –  dovrebbero essere tenuti ben presenti oggi che il cerchio si sta stringendo intorno alla Siria.

 

di Carey Wedler, 15 aprile 2017

È ben noto che l’intervento NATO a guida USA del 2011 in Libia, con lo scopo di rovesciare Muammar Gheddafi, ha portato ad un vuoto di potere che ha permesso a gruppi terroristici come l’ISIS di prendere piede nel paese.

Nonostante le conseguenze devastanti dell’invasione del 2011, l’Occidente è oggi lanciato sulla stessa traiettoria nei riguardi della Siria. Proprio come l’amministrazione Obama ha stroncato Gheddafi nel 2011, accusandolo di violazione dei diritti umani e insistendo che doveva essere rimosso dal potere al fine di proteggere il popolo libico, così l’amministrazione Trump sta oggi puntando il dito contro le politiche repressive di Bashar al-Assad in Siria e lanciando l’avvertimento che il suo regime è destinato a terminare presto — tutto ovviamente in nome della protezione dei civili siriani.

Ma mentre gli Stati Uniti e i loro alleati si dimostrano effettivamente incapaci di fornire una qualsiasi base legale a giustificazione dei loro recenti attacchi aerei — figurarsi poi fornire una qualsiasi evidenza concreta a dimostrazione del fatto che Assad sia effettivamente responsabile dei mortali attacchi chimici della scorsa settimana — emergono sempre più chiaramente i pericoli connessi all’invasione di un paese straniero e alla rimozione dei suoi leader politici.

Questa settimana abbiamo avuto nuove rivelazioni sugli effetti collaterali degli “interventi umanitari”: la crescita del mercato degli schiavi.

Il Guardian ha riportato che sebbene “la violenza, l’estorsione e il lavoro in schiavitù” siano stati già in passato una realtà per le persone che transitavano attraverso la Libia, recentemente il commercio degli schiavi è aumentato. Oggi la compravendita di esseri umani come schiavi viene fatta apertamente, alla luce del sole.

Gli ultimi report sul ‘mercato degli schiavi’ a cui sono sottoposti i migranti si possono aggiungere alla lunga lista di atrocità [che avvengono il Libia]” ha detto Mohammed Abdiker, capo delle operazioni di emergenza dell’International Office of Migration, un’organizzazione intergovernativa che promuove “migrazioni ordinate e più umane a beneficio di tutti“, secondo il suo stesso sito web. “La situazione è tragica. Più l’IOM si impegna in Libia, più ci rendiamo conto come questo paese sia una valle di lacrime per troppi migranti.”

Il paese nordafricano viene usato spesso come punto di uscita per i rifugiati che arrivano da altre parti del continente. Ma da quando Gheddafi è stato rovesciato nel 2011 “il paese, che è ampio e poco densamente popolato, è piombato nel caos della violenza, e i migranti, che hanno poco denaro e di solito sono privi di documenti, sono particolarmente vulnerabili“, ha spiegato il Guardian.

Un sopravvissuto del Senegal ha raccontato che stava attraversando la Libia, proveniendo dal Niger, assieme ad un gruppo di altri migranti che cercavano di scappare dai loro paesi di origine. Avevano pagato un trafficante perché li trasportasse in autobus fino alla costa, dove avrebbero corso il rischio di imbarcarsi per l’Europa. Ma anziché portarli sulla costa il trafficante li ha condotti in un’area polverosa presso la cittadina libica di Sabha. Secondo quanto riportato da Livia Manente, la funzionaria dell’IOM che intervista i sopravvissuti, “il loro autista gli ha detto all’improvviso che gli intermediari non gli avevano passato i pagamenti dovuti e ha messo i passeggeri in vendita“. La Manente ha anche dichiarato:

Molti altri migranti hanno confermato questa storia, descrivendo indipendentemente [l’uno dall’altro] i vari mercati degli schiavi e le diverse prigioni private che si trovano in tutta la Libia, aggiungendo che la OIM-Italia ha confermato di aver raccolto simili testimonianze anche dai migranti nell’Italia del sud.

Il sopravvissuto senegalese ha detto di essere stato portato in una prigione improvvisata che, come nota il Guardian, è cosa comune in Libia.

I detenuti all’interno sono costretti a lavorare senza paga, o in cambio di magre razioni di cibo, e i loro carcerieri telefonano regolarmente alle famiglie a casa chiedendo un riscatto. Il suo carceriere chiese 300.000 franchi CFA (circa 450 euro), poi lo vendette a un’altra prigione più grossa dove la richiesta di riscatto raddoppiò senza spiegazioni“.

Quando i migranti sono detenuti troppo a lungo senza che il riscatto venga pagato, vengono portati via e uccisi. “Alcuni deperiscono per la scarsità delle razioni e le condizioni igieniche miserabili, muoiono di fame o di malattie, ma il loro numero complessivo non diminuisce mai“, riporta il Guardian.

Se il numero di migranti scende perché qualcuno muore o viene riscattato, i rapitori vanno al mercato e ne comprano degli altri“, ha detto Manente.

Giuseppe Loprete, capo della missione IOM del Niger, ha confermato questi inquietanti resoconti. “È assolutamente chiaro che loro si vedono trattati come schiavi“, ha detto. Loprete ha gestito il rimpatrio di 1500 migranti nei soli primi tre mesi dell’anno, e teme che molte altre storie e incidenti del genere emergeranno man mano che altri migranti torneranno dalla Libia.

Le condizioni stanno peggiorando in Libia, penso che ci possiamo aspettare molti altri casi nei mesi a venire“, ha aggiunto.

Ora, mentre il governo degli Stati Uniti sta insistendo nell’idea che un cambio di regime in Siria sia la soluzione giusta per risolvere le molte crisi di quel paese, è sempre più evidente che la cacciata dei dittatori — per quanto detestabili possano essere — non è una soluzione efficace. Rovesciare Saddam Hussein non ha portato solo alla morte di molti civili e alla radicalizzazione della società, ma anche all’ascesa dell’ISIS.

Mentre la Libia, che un tempo era un modello di stabilità nella regione, continua a precipitare nel baratro in cui l’ha gettata “l’intervento umanitario” dell’Occidente – e gli esseri umani vengono trascinati nel nuovo mercato della schiavitù, e gli stupri e i rapimenti affliggono la popolazione – è sempre più ovvio che altre guerre non faranno altro che provocare ulteriori inimmaginabili sofferenze.

EURO BREAK-UP: LA FINE DEL MONDO!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/04/13/euro-break-up-la-fine-del-mondo/

Una premessa è indispensabile per tutti coloro che credono che sarà una passeggiata, per gli ingenui, per tutti coloro che non sanno andare oltre il puntino nero nella grande pagina bianca, ancora tutta da scrivere.

La solita premessa per tutti coloro che ancora oggi credono che si tratti esclusivamente di una crisi economico/finanziaria, di dinamiche macroeconomiche o geopolitiche.

Questa è essenzialmente una crisi …

      ANTROPOLOGICA!

Non sarà facile, non sarà semplice ritornare al passato, ma allo stesso tempo come la storia insegna, le opportunità superano di gran lunga i rischi, sempre che questa volta sia diverso.

Quando sento qualcuno dire che l’uscita dall’euro o meglio il ritorno alle monete preesistenti sarà la fine del mondo, uno scenario da incubo, un film dell’ orrore senza alcun dubbio, una certezza, non so a Voi, ma a me viene la voglia di cambiare canale, di scoprire la realtà, la verità.

Tanto per non farci mancare nulla, lunedi sul Corriere della Sera, si proprio quello sul quale scrivono i vari Alesina e Giavazzi che oggi prefigurano terribili catastrofi quando non più tardi del 1997 sempre sul Corriere sostenevano il contrario, ovvero che la moneta unica era un grande bluff…

Alesina1Insensata l’uscita dalla moneta unica nel 2017 dopo anni di stragi sociali e nel 1997 il nostro Alesina a richiamare i quattro grandi bluff dell’Unione monetaria di cui qui sotto una sintesi…

Alesina

In troppi pendono dalle labbra e dagli editoriali di questi signori, forse la rete può aiutare a ricordare…

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Credetemi non ho nessuna intenzione di fare facile ironia, magari saranno anche bravi professori, ma non sono certo degli oracoli, ma la facilità con la quale cambiano spesso opinione non mi fa stare sereno, perchè l’informazione è una cosa seria e non bastano due righe per spiegare i pro e i contro di una scelta così importante.

Un’altra premessa è fondamentale! Per quanto ci riguarda, passeranno anni prima che il popolo italiano possa scegliere, la Costituzione non lo permette e di certo un’eventuale rivoluzione non verrà dal nostro Paese.

Detto questo neanche in queste quattro righe sarà possibile rispondere a tutte le domande, serve un libro intero o almeno un pomeriggio insieme.

Ma torniamo all’articolo di lunedì, figlio di un’altra grande firma del giornalismo italiano che dormiva ai tempi d’oro in cui tutto sembrava andare bene…

Cercherò di essere molto sintetico lascerò parlare la storia, ovvero l’analisi empirica.

Incominciamo da quei due anni al massimo e poi arriverà la fine del mondo…

ImmaginePer chi non ci capisce nulla vi aiuto io! Questi sono alcuni recenti episodi di svalutazioni dettagliati da Weisbrot e Ray nel 2011, dei quali ho evidenziato solo le dinamiche verificatesi nei Paesi occidentali, ovvero quel famoso 1992, ( …ve la ricordate la crisi nordica di inizio anni ’90 …) sul quale tra i sostenitori dell’euro c’è sempre molta ironia, sai bellezza, sono cambiati i tempi, nulla è più come prima. Nei tre anni successivi alla svalutazione, come evidenziato dal rettangolino verde è arrivata la fine del mondo immagino!

Suggeriscono di ripassare la storia degli anni Settanta o Ottanta ma nessuno che prenda in considerazione quella degli anni Novanta, insomma una storiella a senso unico.

Ci sarebbe tantissimo altro materiale da farvi vedere ma di questo ne parleremo insieme in occasione del decennale.

A me piace l’articolo del Corriere della Sera, perchè in modo pacato, senza enfasi,  cerca di farvi capire i rischi di un’uscita dall’euro…

a) Un film dell’orrore

b) esplosione del debito

c) fuga di capitali

d) inflazione ovunque

e) povertà diffusa

f) il default ci trasforma in fuorilegge globali

ImmagineOvviamente guai a dire nulla, sull’inflazione scatenata dal passaggio all’euro o dalla povertà diffusa che ha caratterizzato le dinamiche nel nostro Paese dopo l’entrata nell’euro e l’austerità dal 2012 in poi.

Scrive De Bortoli che una probabile svalutazione della nuova lira farebbe crescere il valore del debito emesso in euro, ma probabilmente non sa il signor De Bortoli che questo problema riguarderebbe solo le banche e in parte le imprese ma non di sicuro lo stato che attraverso la LEX MONETAE riconvertirebbe almeno il 94 % delle emissioni di debito pubblico sono stati emessi sotto legge italiana, solo nove miliardi circa sono oggi sotto legislazione estera.

Ma la questione come detto prima  è molto più complessa di un articolo di giornale o un post sul blog, ne parleremo a più occhi a tempo debito.

Parlano di economie che danno qualche cenno di ripresa, ma non sanno leggere i dati, dicono che è comprensibile che i trattati non contemplino l’uscita dall’euro, perché la forza di una valuta si basa sulla sua “irreversibilità”.

ALLUCINANTE!

Tirano fuori i paper di Promoteia e non fanno vedere innumerevoli altri studi che dimostrano il contrario, parlano di rischi di guerra commerciale ma non sanno che questa è già qui tra noi. Parlano dei più deboli, quanto di più distante dal loro tenore di vita e fanno finta di dimenticare i milioni di disoccupati creati dal “necessario” aggiustamento salariale ( deflazione salariale) e dall’austerità da loro imposta, in un’area valutaria non ottimale come l’Europa.

Chi fa default si trasforma in fuorilegge! Roba da film western! Parlano di inflazione a doppia cifra senza conoscere la storia o meglio fanno finta di non sapere e vagheggiano nelle loro immaginarie follie. Novelli ottimisti decisamente male informati o meglio ancora intrisi di conflitto di interesse.

Parlano di macelleria sociale in caso di uscita dall’euro e non un solo cenno alla devastazione atomica dei patrimoni e dei risparmi degli italiani ad opera delle banche che in questi anni hanno pure foraggiato editori consenzienti e giornalisti al servizio esclusivo del pensiero unico, banche amministrate da veri e propri criminali accompagnati nella loro opera di devastazione da organi di vigilanza inesistenti e dinamiche politiche autoreferenziali .

Si arrogano addirittura il diritto di definire un insuccesso la recente ristrutturazione del debito greco, mai realmente avviata, una ristrutturazione a senso unico messa in piedi per rimborsare i principali responsabili di questa crisi, le banche tedesche e francesi e inglesi. Ma per favore un minimo di dignità.

Anni fa ad una conferenza, un banchiere locale mi disse che era pura illusione nazionalizzare le banche o proporre un’uscita, perché il sistema bancario era solido. Ora a distanza di anni, la verità è diventata per l’ennesima volta figlia del tempo, con l’euro, si è indebolito il nostro sistema bancario. Le cause sono molte la criminale gestione politica e manageriale ma soprattutto l’austerità imposta che ha fatto esplodere le sofferenze dell’economia reale. Solo un folle oggi può ancora parlare di austerità espansiva.

Questo è il mio pensiero in sintesi …  ITALIA PIU’ POVERA CON QUESTO EURO.

Mi fermo qui, e meno male che ero io il catastrofista.

Benvenuti nel mondo in cui l’Europa non conta nulla (e vuole contare ancora meno)

Scritto da: Francesco Cancellato
Fonte: http://www.linkiesta.it/it/article/2017/04/12/benvenuti-nel-mondo-in-cui-leuropa-non-conta-nulla-e-vuole-contare-anc/33843/

I fatti, prima di tutto: Stati Uniti d’America, Russia (e Israele e Turchia e Arabia Saudita con annessi Emirati) decidono le sorti geopolitiche della Siria e del Medio Oriente. Sempre gli Stati Uniti, stavolta con la Cina (e il Giappone e la Corea del Sud) affrontano la crisi della Corea del Nord, del suo regime e dei suoi missili. E ancora: Donald Trump imprime una svolta protezionista alla sua economia, mentre il presidente cinese Xi Jinping viene a Davos, in Svizzera, a difendere la globalizzazione e del libero scambio mondiale.

In tutto questo, l’Europa non esiste. Irrilevante in Siria, dove si limita a condannare gli attacchi con armi chimiche di Assad e a lanciare utopiche richieste di tavoli e conferenze internazionale, cui far sedere gente che si prende a pallettate da qualche anno. Irrilevante pure nella crisi sino-americana in Corea del Nord, talmente lontana da non farci alzare nemmeno un sopracciglio, sebbene coinvolga le due più importanti economie del mondo. Persino su protezionismo e globalizzazione non siamo in grado di dare alcuna risposta. A parole, siamo quelli delle frontiere aperte e della libera circolazione di merci e fattori produttivi. Nei fatti, allo stato attuale, non abbiamo firmato trattati di libero scambio né con l’America, né con la Cina. In entrambi i casi, per paure contingenti, non per strategie di lungo periodo.

Eccola, la perdita di sovranità che ci costa più cara. Non quella degli Stati-nazione in Europa, ma dellEuropa nel mondo. Una perdita di sovranità figlia dell’assenza – attenzione: parolaccia in arrivo – di potere, inteso come la capacità di imporre, o perlomeno far valere, i nostri interessi e la nostra visione del mondo in qualunque ambito essa si declini: dall’economia alla politica, dall’energia all’ambiente, dai conflitti alla loro soluzione.

Un esempio su tutti: un’Europa davvero unita, autorevole, potente, anziché dividersi al suo interno tra chi vuole accogliere e chi vuole alzare muri, tra chi plaude alla realpolitik dell’accordo con la Turchia di Erdogan, e chi ne contesta l’ipocrisia, chiederebbe conto del caos siriano a Stati Uniti, Russia e a chiunque abbia concorso a generarlo. Non solo: legittimata dall’impatto sociale e politico che sta subendo a causa di questa crisi, e dalla sua prossimità con la stessa, dovrebbe imporre a muso duro la propria soluzione al problema.

Certo, servirebbe un governo europeo, un ministro degli esteri europeo, un budget europeo, un esercito europeo, una strategia politica europea, per farlo. Ma già il solo fatto che tutto questo ci appaia come un’utopia ci dà la misura del paradosso di cui siamo vittime. A guerra fredda finita, con l’Europa finalmente avviata verso l’Unione politica, la globalizzazione a portata dei nostri saperi, nel contesto del più lungo periodo di pace che il vecchio continente avesse mai vissuto, potevamo davvero imprimere il nostro passo alla globalizzazione.

Invece l’abbiamo semplicemente subita e continuiamo a farlo. Peggio ancora, stiamo tornando a dividerci come ai vecchi tempi, facendo riemergere antiche rivalità nazionali e antiche culture politiche che la Storia avrebbe dovuto seppellire. Posseduti da un hybris suicida che ci fa credere che tornando nani in mezzo ai giganti potremmo contare di più. Che farci eterodirigere di volta in volta da Obama, Trump, Putin o chi per loro possa farci tornare grandi. Auguri di cuore.

Trump, il rischio è di emulare George W. Bush

Scritto da: Mirco Coppola
Fonte: http://www.opinione-pubblica.com/trump-il-rischio-e-di-emulare-george-w-bush/


Come tutto il mondo ormai sa, alle 2.40 ore italiane gli Stati Uniti hanno compiuto un attacco aereo alla base militare Al Sharyat in Siria, ordinato da Donald Trump.

La  base militare, ritenuta responsabile del presunto attacco chimico delle forze di Assad a Khan Sheikhun, cittadina della provincia di Idlib in mano ai ribelli, è stata colpita da 59 missili Tomhawk, che hanno danneggiato seriamente la base siriana e fatto 6 vittime.

Dal Cremlino hanno risposto in tono piccato che l’attacco americano è stato un flop (solo 29 missili a segno secondo i russi) e condannato l’atto. Ma resta la gravità del gesto, che fa emergere la grande voglia degli Usa di mettere il cappello sul fronte siriano che dopo l’ingresso pesante della Russia nella lotta contro l’ISIS si avvia a chiudersi con il completo trionfo di Assad. Magari con qualche accordo sugli assetti politici e etnici, ma salvando l’integrità del paese e il dominio politico del Ba’ath. Almeno queste erano le prospettive fino ad ora…

Anche Trump quindi contraddicendo alle sue stesse parole in campagna elettorale e da presidente eletto, si lancia in una rappresaglia militare che lo mette sulla scia dei suoi predecessori più recenti. Non è dato sapere se a questa azione seguirà un attacco vero e proprio alle postazioni siriane o trattasi di una dimostrazione di forza, per i motivi che spiegheremo fra poco.

Non torneremo sul problema importantissimo dell’informazione manipolata nel mondo contemporaneo. Noi il nostro dovere sulla Siria lo abbiamo già fatto, abbiamo messo a nudo le incongruenze del sistema informativo quando si è costretti ad informare su ciò che accade in quei contesti laddove sono presenti i cosiddetti “canaglia”, quegli Stati che da qualche anno sono chiaramente indicati come nemici dell’Occidente.

Nell’era della post-verità, da quando l’informazione è diventata l’arte di influenzare l’opinione pubblica piuttosto che di analizzare i fatti con metodologia e rigore è diventato completamente inutile ingaggiare battaglie d’opinione anche sui fatti più evidenti. Inutile sciorinare decine di esempi che stanno lì a dimostrare quanto le ricorrenti accuse ai governi degli stati “canaglia” di aver usato a turno armi chimiche, fosse comuni e i più atroci crimini contro l’umanità si siano rivelate nella maggior parte dei casi infondate e mai dimostrate.

Che sia vero o no l’attacco chimico da parte di Assad, l’aggressione missilistica di stanotte è soltanto l’acme di un dietro le quinte che racconta di uno scontro interno agli Usa assai bollente. Donald Trump partito con il populismo anti-establishment della campagna elettorale è stato costretto in poco più di due mesi a fare dietrofront sulla maggior parte dei punti della sua agenda politica. Dalla riforma sanitaria volta a sostituire il costosissimo Obamacare alla riforma fiscale, e sul fronte esterno una quasi immobile politica estera, dove nonostante le premesse iniziali il nuovo presidente ha quasi del tutto rinunciato ad allacciare ogni rapporto con Putin, se non attraverso le solite formalità diplomatiche.

In due mesi nessun passo avanti è stato fatto né sul fronte ucraino, a proposito del quale la diplomazia statunitense ha comunque proseguito sull’onda lunga della precedente amministrazione, cioè con una posizione intransigente sulla Crimea, né tantomeno sulla Siria, dove Trump era partito con il sostenere moderatamente Assad, in quanto nemico del terrorismo islamico, al totale rinnegamento del leader del Ba’ath siriano.

Come era facile prevedere già quando Trump è stato eletto a novembre, nonostante la carica non trascurabile di presidente, sarebbe stato difficile scalfire la solidità degli apparati di sistema, che negli Usa all’indomani della caduta del muro e della fine della Guerra Fredda si sono messi in testa per vari motivi (dall’economico e strategico al filosofico-religioso) di fare degli Stati Uniti il “gendarme del mondo”.

Sin dalla sua candidatura il miliardario di New York ha avuto contro non solo la famiglia Clinton, Obama e i democratici ma una bella fetta del suo partito.

John McCain, noto veterano della Guerra del Vietnam e da sempre vicino a posizioni “guerrafondaie” ha iniziato a temere Trump sin dai suoi primi successi alle primarie repubblicane fino alle recenti dichiarazioni dove lo paragona addirittura a un dittatore. George W. Bush a poche ore dal voto presidenziale ha dichiarato pubblicamente di preferire la Clinton a Trump. Ted Cruz, uno degli esponenti più popolari del Partito Repubblicano ha dato il suo endorsement a Trump solo fine settembre del 2016 quando il tycoon iniziava ad avere qualche chance contro la Clinton, ma gli sgarbi reciproci al Congresso del Partito Repubblicano sono difficili da dimenticare.

Lo stesso Vice-Presidente Mike Pence, ex Governatore dell’Indiana, era partito a sostegno di Ted Cruz, per poi essere indicato da Trump come candidato vice-presidente, probabilmente indicato dal GOP come uomo a tutela del partito: è anche lui uno di quelli che spinge per l’intervento in Medio Oriente. Non ultimo per importanza va citato Marco Rubio, senatore della Florida di origini latino-americane, avversario di Trump alle primarie e fortemente interventista, non ha lesinato critiche al presidente, che ha accusato di avere delle responsabilità per quanto accaduto a Idlib.

Critiche nei confronti di Trump sono piovute dal GOP anche laddove il tycoon avrebbe dovuto giocare in casa, come nel caso del muslim ban, che improvvisamente ha trasformato certi ultraconservatori americani in uomini di larghe vedute su differenze etniche e culturali.

Se è vero che dissapori e contrasti ci sono in tutti i grandi partiti diventa difficile per Trump portare a casa ciò che ha promesso in campagna elettorale date le premesse. Di Trump non si cerca soltanto di ostruirne l’azione politica, ma di provocarne le dimissioni il prima possibile. Nelle ultime settimane il presidente repubblicano ha dovuto rinunciare a ben tre pedine fondamentali, lo stratega e consigliere Bannon, rimosso dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Micheal T. Flynn, fedelissimo di Trump e uomo di quell’apparato militare che vede con simpatia la Russia e la figura di Putin, accusato di aver allacciato rapporti diplomatici prima di essere nominato a capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, e Devin Nunes, capo della Commissione ristretta per l’Intelligence è stato costretto a farsi da parte per quanto riguarda le indagini sull’influenza della Russia sulle elezioni presidenziali del 2016, accusato di essere troppo fazioso a favore di Mosca.

Un attacco bipartisan quello che sta subendo il gruppo guidato da Trump, attaccato dagli uomini legati ad Obama ancora operativi all’interno degli apparati di Stato, il cosiddetto Deep State, che hanno creato ad arte la fuga di notizie legate ai rapporti tra la Russia e il presidente repubblicano, a conferma di quanto non sia sufficiente avere il comando della CIA o dell’FBI, e dai suoi stessi colleghi di partito.

Naturalmente ciò non giustificano le mosse guerrafondaie e unilaterali di Trump e neanche la sua apparente ignavia, ma fanno emergere l’estrema difficoltà difficoltà della classe dirigente statunitense a raccogliere il messaggio che la popolazione ha lanciato con l’elezione del tycoon alla Casa Bianca, che li invitava al cambiamento.

È evidente che gli americani non sono più disposti a sacrificare i propri figli in guerre in giro per il mondo lontane da Washington o da Los Angeles, e che sono costretti a pagare in termini di occupazione e benessere l’aumento in pressione fiscale che un’economia basata sulle guerre e sul dominio finanziario del dollaro può comportare. Non a caso infatti il miliardario di origini tedesche ha conquistato i suoi successi nell’America profonda e nel Midwest, l’America dei settori industriali, messa in ginocchio da Obama e dalla crisi dei subprime.

Ma era difficile pensare che bastasse vincere le presidenziali o le primarie per cambiare una classe dirigente che andrebbe radicalmente sostituita con una generazione diversa, con idee nuove, non inficiate da un’ideologia da post guerra fredda. Il fallimento di Trump sancirebbe il completo fallimento del sistema bipolare statunitense del maggioritario con primarie, che tanto si vorrebbe imitare in Europa, soprattutto in Italia (dove nel frattempo è già fallito). Un sistema che dovrebbe garantire tramite l’alternanza anche un certo pluralismo di idee e di posizioni, che invece costringe chi vuole farne parte di conformarsi a un pensiero unico dominante, in questo momento di marca neocon e globalista.

Era successo qualcosa di simile anche a George W. Bush. Bush jr. nel 2000 aveva idee politiche non dissimili da quelle Trump, aveva fondato i suoi primi mesi di presidenza su un certo isolazionismo, riversando gli sforzi di Washington soprattutto nell’America indio-latina, aveva rifiutato di firmare i protocolli di Kyoto, badando al settore industriale dell’economia Usa e era uscito dal trattato anti-missili balistici, risalente alla Guerra Fredda e dichiarato obsoleto, per costruirsi un proprio sistema.

Fino ai tragici eventi dell’11 settembre 2001 la presidenza Bush poteva essere definita una presidenza molto soft, il Governatore texano era stato a tal proposito criticato per gli eccessivi giorni passati in vacanza da parlamentari e giornalisti. George W. era evidentemente tutt’altro che un falco, ma afferente alla corrente del conservatorismo sociale cattolico-cristiano. L’attentato alla Torri Gemelle tuttavia cambiò radicalmente la politica estera del Presidente Bush con gli interventi prima in Afghanistan e in seguito in Iraq, senza apparenti prove che quegli Stati avessero qualcosa a che fare con il terrorismo o fossero capaci di muovere una qualche guerra agli Usa.

Se dunque le Torri Gemelle servirono da casus belli contro gli ormai scomodi talebani e l’incontrollabile Saddam, i presunti crimini contro l’umanità di Assad potrebbero servire all’establishment per ottenere un cambiamento anche da parte di Donald Trump nei confronti di Putin e dei sui alleati. Come uno scacchista che nonostante lo svantaggio materiale riesce con un piano di gioco migliore del suo avversario, a costringerlo a una serie di mosse forzate in modo tale da riequilibrare o addirittura vincere la partita: Obama ci abituato ad usare tutte le tattiche possibile per sfinire l’avversario e deviare i suoi piani.

Difficile per Trump uscire da questa situazione, ammesso che lo voglia fare. Gli Stati Uniti ormai hanno un’inerzia troppo forte e contraria per essere fermata e invertita senza una strategia forte, ma quest’ultima potrà essere messa in pratica solo a lungo termine, ingaggiando uno scontro con il Deep State molto rischioso e duro. Vedremo se Trump avrà lo spessore per diventare un grande statista o la codardia di un presidente fantoccio come lo è diventato Bush jr.

L’attacco di stanotte, se è vera la notizia circolata in queste ore che il pentagono avrebbe addirittura avvertito Mosca e Damasco dell’attacco, ci fornisce degli indizi sulle intenzioni del tycoon, che sembra che voglia guadagnare tempo in attesa di avere un piano, piuttosto di sferrare un attacco definitivo alla Siria di Assad, consentendo così il tragico trionfo degli islamisti e sconfessando una delle premesse per le quali è stato eletto: porre fine alle politiche scriteriate (e costose) degli Usa in medio oriente.

Per il resto è il buon senso che dovrebbe suggerire che Assad seppure fosse quel personaggio orribile che qualcuno vuole far credere, resta anche cinicamente la migliore soluzione per la Siria. Anche fosse vero l’attacco chimico parliamo di 72 morti a fronte di 7 milioni di sfollati interni, 4 milioni di deportati all’estero e circa 300 mila morti tra combattenti e civili, oltre ai danni “collaterali” causati dall’islamismo che colpisce ormai da due anni l’Europa e l’Occidente. È indubbio che prima del 2011 in Siria erano abbastanza saldi certi equilibri etnici e confessionali (minoranze cristiane presenti da millenni e mai minacciate dal Ba’ath), cosa che di certo i ribelli islamisti non potranno mai garantire, come si è visto già in altri fronti come quello Libico (governo liberale debolissimo, ribelli infiltrati dall’ISIS) o quello egiziano (Fratelli musulmani prendono i gangli del potere, fermati solo da un colpo di stato militare). Non c’è dubbio su quale scenario sia quello migliore sotto il profilo della Sicurezza Internazionale.

 

Mervyn King: «Vi spiego perché la Brexit farà rinascere il Regno Unito»

Scritto da: Francesco Cancellato
Fonte:http://www.linkiesta.it/it/article/2017/04/10/mervyn-king-vi-spiego-perche-la-brexit-fara-rinascere-il-regno-unito/33816/

«Ricordo le parole di David Cameron, nella campagna referendaria: se vincerà la Brexit, diceva più o meno, ci sarà un crollo dei prezzi delle case, una crescita dei tassi d’interesse e un deprezzamento della sterlina. Per lui era un problema. Per me era tutto quel che avevo cercato di ottenere nei tre anni precedenti senza riuscirci. Gli elettori britannici ce l’hanno fatta in un giorno». Mervyn King ha sessantanove anni e una vita avventurosa alle spalle. Figlio di un facchino che si era reinventato insegnante di geografia dopo la guerra, Lord King è stato governatore della Bank of England tra il 2002 e il 2013. A metà del suo mandato, ha dovuto scrivere le prime mappe del futuro della finanza britannica, dopo che la crisi dei mutui subprime e il crac di Lehman Brothers avevano cancellato quelle vecchie. Mentre la Cool Britannia di Tony Blair cominciava ad avvitarsi su se stessa, in una spirale di paura e disillusione e s’incamminava verso la Brexit, lo strappo con l’Unione Europea del 2016. C’è chi dice un azzardo mortale, chi un nuovo inizio. Mervyn King, in Italia per presentare il secondo e ultimo libro “La fine dell’alchimia: il futuro dell’economia globale” (il Saggiatore, 2017) – appartiene a quest’ultima scuola: «La politica è diventata tossica, quando si parla di Brexit. La gente ha perso ogni oggettività nel leggere le cose».

Proviamo a farlo, allora, Lord King. Perché avete deciso di dire addio all’Europa? E perché lei è così ottimista sul futuro solitario del Regno Unito?
La sua domanda è sbagliata.

Prego?
Non distingue chiaramente tra l’Europa. Unione Europea ed Euro. I britannici amano l’Europa, la sua cultura e non possono lasciarla anche se lo volessero, a meno di fare un referendum per abolire la geografia. Non amiamo ll’Euro e l’unione monetaria invece. Non a caso, nessun politico britannico ha fatto e farebbe mai una campagna elettorale per adottare la moneta comune.

Voi però avete votato per abbandonare l’Unione Europa. Non vi piace nemmeno quella?
Sull’Unione Europea siamo ambivalenti. Ci piacciono i legami con gli altri paesi europei, ci piace farci contaminare dalle culture europee, ci piace viaggiare a basso costo in Europa, studiare altrove. L’ambivalenza sta in due elementi dell’Unione Europea che non ci piacciono per nulla, ed è un dissenso ad ampio spettro, che abbraccia trasversalmente tutte le forze politiche britanniche.

Il primo elemento?
È la perdita di sovranità. E qui la colpa è dei politici degli anni passati. Che ci hanno raccontato, in spregio a ogni principio di realtà, che stare nell’Unione Europea non avrebbe cambiato nulla. Non era assolutamente vero, chiaramente. Banalmente, buona parte delle leggi approvate dal parlamento britannico in questi anni è mera approvazione di direttive europee. La corte suprema britannica l’ha ribadito un paio di mesi fa: la legge comunitaria ha la precedenza sulle leggi nazionali fino a che staremo in Europa. E questa è un enorme cessione di sovranità.

Più che una cessione, è un trasferimento di sovranità verso altri organi. Gli europarlamentari sono eletti, i candidati alla presidenza della Commissione Europea sono noti, quando ci sono le elezioni…
Ma in molti casi sono decisioni prese da burocrati, non dagli europarlamentari. E se una cosa decisa dalla burocrazia non ti piace, non puoi farci nulla. Un governo lo puoi mandare a casa, i burocrati no.

Quindi si mandano a casa i governi…
Se tutto questo fosse stato spiegato chiaramente agli elettori, se fosse stato detto loro perché sacrificare qualcosa fosse una cosa giusta, o semplicemente inevitabile, credo avrebbero ci sarebbero stati ottimi argomenti per sostenere questa tesi. Magari gli elettori avrebbero capito. Sarebbe stato più onesto, perlomeno. E invece hanno negato l’evidenza fino all’ultimo. Hanno fatto finta che nulla fosse mai successo. Col risultato che nessuno oggi si fida più di loro.

La seconda cosa che non vi piace dell’Unione Europea?
Schengen e il principio del libero movimento delle persone.

Ma se nemmeno ce l’avevate, Schengen…
No, è vero, non abbiamo aderito a Schengen. Ma ci siamo presi lo stesso il libero movimento delle persone. Oggi abbiamo un milione di polacchi nel Regno Unito. Per le classi medio alte è una cosa bellissima. Hanno bravissimi giardinieri polacchi, ottimi autisti polacchi e le case costano meno da quando ci sono i muratori polacchi. Ma se sei un giardiniere britannico, un autista britannico, un muratore britannico non sei altrettanto contento. Perché sono entrate nel tuo paese persone che ti fanno concorrenza. E lo fanno sfidandoti con prezzi più bassi. È così che l’immigrazione ha prodotto una frattura insanabile tra le classi medio-alte e i ceti popolari. Per sanare questa frattura l’unico via possibile era ridurre l’immigrazione. E per farlo, l’unico modo possibile era lasciare l’Unione Europea.

In un recente articolo apparso sul Guardian, ha detto che il Regno Unito dovrebbe abbandonare non solo l’Unione Europea ma anche il mercato unico e l’unione doganale. Siamo addirittura oltre la hard Brexit di Theresa May. Non pensa sia una scelta un po’ estrema?
No, perché abbiamo votato per la Brexit e abbiamo preso una decisione. E tutti i politici lo avevano detto chiaramente, a partire dallo stesso Cameron: qualunque sarebbe stato il risultato del voto lo avremmo accettato. Così doveva essere. Sfortunatamente, come già le ho detto, la politica è diventata tossica. E chi si è opposto alla Brexit ora vuole sovvertire il risultato del voto. Non c’è nemmeno un giornale, oggi, che ha commenti oggettivi su questo tema. Persino la BBC è schierata: sono tutti contro la Brexit, perché vivono tutti a Londra.

Ok, e quindi perché lasciare il mercato unico e l’unione doganale?
Siamo seri: se mettessimo tutto sul piatto delle negoziazioni sarebbe un disastro. Non si raggiungerebbe alcun accordo e rimarremmo alla mercé di un accordo dell’ultimo minuto. In questo mondo, Bruxelles avrebbe tutto l’interesse a mostrare come l’uscita dall’Unione Europea abbia generato solamente caos nel Regno Unito. Diventeremmo uno strumento meraviglioso, per la loro propaganda. L’unica via razionale che il Regno Unito deve prendere è quella di prepararsi a diventare davvero un attore esterno all’Unione, soggetto alle sole regolamentazioni delle organizzazioni internazionali come il Wto.

Però lasciando l’unione doganale potreste avere grossi problemi nel commercio estero…
Dobbiamo lasciare l’unione doganale perché non possiamo mettere il nostro futuro commerciale nelle mani del caos di due anni di negoziazioni. Il governo britannico deve pianificare semmai uno sforzo doppio per rinnovare l’efficienza delle proprie dogane e renderle iper-efficienti per evitare, per l’appunto, che si trasformino in un problema per il commercio. Abbiamo problemi pratici, ma il punto è farci trovare pronti per poter abbandonare il tavolo delle negoziazioni di fronte a richieste penalizzanti. Dobbiamo darci da fare subito, prima che si inizi a negoziare. Per poter dire, molto tranquillamente, che tra due anni saremo pronti a fare a meno del mercato unico e dell’unione doganale. E liberi di fare accordi bilaterali con chiunque, dagli Usa alla Cina, Unione Europea compresa.

I Paesi europei faranno accordi con voi? Lei crede?
Saranno loro a chiederceli. Siamo un mercato enorme per le automobili tedesche. Credete che la Germania ci rinuncerà così a cuor leggero? Inoltre senza l’unione doganale potremo stringere patti con chi vogliamo. Uno dei più grandi insuccessi dell’Unione Europea è la sua incapacità di fare accordi commerciali. Hanno siglato quello col Canada, ma non sono riusciti a chiudere il Ttip con gli Stati Uniti d’America. Col risultato che oggi l’Unione Europa non ha un accordo commerciale né con gli Usa, né con la Cina. Io credo che il Regno Unito abbia possibilità migliori di siglarli entrambi, nei prossimi anni. Davvero, non è la Brexit il più grave problema economico del Regno Unito.

Qual è, allora?
Il nostro problema è che esportiamo troppo poco, rispetto a quel che importiamo. Ecco perché è importante che la sterlina torni a bassi livelli. E poi ci sono i tassi d’interesse.

 «Siamo seri: se mettessimo tutto sul piatto delle negoziazioni sarebbe un disastro. Non si raggiungerebbe alcun accordo e rimarremmo alla mercé di un accordo dell’ultimo minuto. In questo mondo, Bruxelles avrebbe tutto l’interesse a mostrare come l’uscita dall’Unione Europea abbia generato solamente caos nel Regno Unito. Diventeremmo uno strumento meraviglioso, per la loro propaganda. L’unica via razionale che il Regno Unito deve prendere è quella di prepararsi a diventare davvero un attore esterno all’Unione»

In che senso i tassi d’interesse sono un problema?
Sono troppo bassi, sia quelli a breve sia quelli a lungo termine. Se guardi al lungo termine – quelli decennali – negli ultimi vent’anni sono continuati a scendere,

Ok, ma il problema dove sta? Li stiamo facendo scendere volontariamente, no?
Vero, perché non vogliamo che l’economia rallenti. Ma il tasso d’interesse sconta il valore futuro di un bene. Se i tassi d’interesse sono bassi, l’economia non funziona bene. Prendiamo le pensioni: coi tassi sotto zero di oggi, il risultato in un fondo pensionistico è talmente misero da non valere i sacrifici per mantenerlo. Noi oggi ce la caviamo, ma domani avremo una crisi del nostro sistema pensionistico per colpa dei tassi d’interesse di oggi. Una crisi che riguarderà chi oggi è giovane. Spero che questo sia chiaro.

È questa la fine dell’alchimia di cui parla? L’idea che l’economia cresca sempre e che le nostre azioni di oggi non abbiano effetto su quel che ci accadrà domani?
No, è l’idea che basti la fiducia a garantire la stabilità nella nostra economia. Pensi alle banconote che usiamo tutti i giorni. Non sono coperte da nessun bene. Ciò che le garantisce è la fiducia che abbiamo nei governi e nelle banche centrali. Ancora peggio è quello che fanno le banche: che nel loro bilanci compensano investimenti rischiosi a lungo termine con debiti a breve termine, che altro non sono che i nostri depositi. Pensi alla crisi dei mutui subprime americani: tutti compravano i mutui delle persone senza sapere nulla su chi li aveva sottoscritti. Erano pezzi di carta, fungibili. Finché salivano i prezzi delle case, a nessuno interessava di chi fossero quei mutui: «Se non pagano, gli prendiamo la casa e la vendiamo».

Poi però i prezzi sono cominciati a scendere…
E il sogno è finito: «Un attimo: cosa sono questi pezzi di carta? Chi sono queste persone?» Quando tutti hanno cominciato a farsi questa domanda, il mercato è crollato, di botto. Da quel momento, le banche hanno smesso di prestarsi i soldi per qualche mese. Perché basta che una banca fallisca, che la gente smette di metterci i soldi, e nessuno si fida più. E le banche crollano, come tessere del domino. Eccola, la fine dell’alchimia.

Che si fa, quindi? Si ritorna alle riserve auree e alle banche che possono investire solo in titoli di Stato?
Ovviamente no. Le banche oggi hanno riserve che sono solo una piccola frazione del capitale investito. Chi finanzierebbe mai le banche, se dovessero coprire tutti i loro investimenti per minimizzare il rischio per i correntisti?

Immaginiamo lei abbia un piano…
Ci arrivo: in una crisi le banche centrali devono metterci dei soldi per salvare le banche. Sottolineo: devono. È come con l’energia: generare energia è una piccola percentuale dell’economia. Ma se fallisce chi produce energia, si blocca tutto. Il problema del 2008 è stato prettamente politico: perché le banche si salvano e le piccole imprese, quando falliscono, si lasciano morire? Perché alle famiglie viene pignorata la casa? Non è giusto? No, probabilmente no. Ma è necessario.

È come se di fronte abbiamo una specie di dilemma. Salvare le banche è necessario, ma ingiusto…
Esattamente. E la conclusione a cui sono giunto è che le banche, invece che chiedere soldi alle banche centrali solamente quando vanno in crisi, dovrebbero sempre avere degli asset in pegno alle banche centrali in modo di essere sempre in grado di ripagare il capitale versato, comunque vada, in qualunque momento. È una specie di tassa sull’alchimia. Se lo facciamo, possiamo prevenire ogni rischio di bancarotta bancaria e di corse agli sportelli come nel 2008. E pure i salvataggi delle banche, che politicamente sono una disgrazia. Questo schema preverrebbe pure che le banche si mettano a prestare senza logica come avveniva prima del 2008.

Livello di utopia, da uno a dieci…
Molto basso. Le banche sono molto più vicine al mio schema di quanto immagina.

Si spieghi meglio…
Pensi al quantitative easing: la banca centrale compra bond dalle banche, in cambio di nuova moneta. Buona parte di quel denaro finisce depositato nel loro conto presso la banca centrale. Grazie a operazioni come questa, ora il sistema bancario ha un sacco di soldi nel conto presso la banca centrale. È liquidità aggiuntiva per tempi di crisi. Ed è una bella notizia, non cattiva.

«Il futuro dell’Unione Europea? Io credo che ci siano due enormi sfide davanti: come riformare l’Euro e come risolvere la gigantesca crisi migratoria di questi ultimi mesi, che chiaramente non era prevista quando è stato deciso di garantire il libero movimento delle persone all’interno dell’Unione»

Forse ha ragione, ma per l’Europa non sarebbe meglio che quel denaro fosse rimesso in circolo nell’economia reale…
Credo che i problemi dell’Europa siano da cercare altrove.

Dove, precisamente?
Se si pensa al futuro dell’Unione Europea, io credo che ci siano due enormi sfide davanti: come riformare l’Euro e come risolvere la gigantesca crisi migratoria di questi ultimi mesi, che chiaramente non era prevista quando è stato deciso di garantire il libero movimento delle persone all’interno dell’Unione…

Sulla riforma dell’Euro ha qualche idea?
Di sicuro c’è che l’Euro non sta funzionando. Anche Macron dice che servono cambiamenti enormi, la Germania pure. Ma non c’è accordo su come si debba riformare, però.Questo era il problema principale. Non è un problema solo dell’Italia, quindi.

Un ministro delle finanze europeo potrebbe servire?
A parole lo vogliono tutti. Ma non ho ancora incontrato un solo ministro delle finanze europeo che mi abbia detto che questa opzione sia politicamente percorribile. Perché non parte da un processo democratico. Un ministro delle finanze europeo decide il budget di ogni singolo stato. A questo punto, peraltro, un ministro delle finanze europeo, e quindi una politica fiscale europea, significa solo che la Germania paga per tutti. Dubito che i tedeschi saranno felici di questo. Soprattutto, da quando non ci sarà più il Regno Unito e il suo sostanzioso contributo al budget europeo

TERREMOTO, SCANDALO CONTINUO ED OSTACOLI DALL’EUROPA. NIENTE FRATELLANZA, SOLO VERGOGNA!

Scritto da: Guido da Landriano
Fonte: https://scenarieconomici.it/terremoto-scandalo-continuo-ed-ostacoli-dalleuropa-niente-fratellanza-solo-vergogna/

 

 

 

 

 

Riportiamo da ANSA:

“BRUXELLES – Sono stati sei, a quanto si apprende, gli ambasciatori Ue che hanno votato per abbassare al 90% la proposta della Commissione europea di consentire il finanziamento al 100% con fondi Ue della ricostruzione post terremoto. Ad avanzare le riserve sulla proposta della Commissione, appoggiata anche dal Parlamento europeo, sono stati Germania, Finlandia, Danimarca, Austria, Regno Unito e Svezia.”

ATTENZIONE: non si chiedeva nessun regalo, ma solo un UN PRESTITO che sarebbe stato reso. Nessun contributo a fondo perduto, un prestito per accelerare le operazione. Prestito che poi, tra l’altro, al 100% avrebbe tolto il pretesto al governo Renzi/Gentiloni per fare più debito per il terremoto, visto che i soldi verrebbero finanziati completamente dalla UE. INVECE NO. La Generosa Germania si oppone! Grande Germania! E con lei i soliti noti Nordici, mentre l’Inghilterra, perfida Albione, si defila.

Come abbiamo sempre detto, questi sono i nostri “AMICI”, quelli con cui vorrebbero accoppiarci! E cosa ci ha dato l’Unione ? Ci ha dato la “Gara d’appalto europea” , vinta dalla solita Cooperativa, che strano, la CNS, messa subito sotto accusa dall’antitrust. Naturalmente ha vinto una cooperativa, per cui una casetta viene a costare , al metro quadrato, più di una villa….

Nel frattempo i terremotati stanno al fresco. Alla fine sono più importanti le norme burocratiche, i pasticci, le contestazioni, la necessità di fare on solo  una gara di corsa per i container, ma ben tre, di cui una andata deserta!

Insomma già la nostra burocrazia è folle  e l’Europa ci aggiunge la sua, naturalmente senza neanche concedere prestiti. Del resto che cosa gliene importa a Bruxelles di Amatrice, Accumuli e Norcia ? Che i terremotati prendano la fresca aria, che i soldi donati dagli Italiani rimangano nelle banche. Non si muova foglia, che Bruxelles non voglia !

La relazione Fioroni sul caso Moro e la sovranità limitata dell’Italia

Fonte: http://www.clarissa.it/editoriale_n1976/La-relazione-Fioroni-sul-caso-Moro-e-la-sovranita-limitata-dellItalia

Nel quasi generale disinteresse dei grandi mass-media, è stata pubblicata lo scorso 20 dicembre la seconda relazione sui lavori svolti dalla Commissione parlamentare di inchiesta, “commissione Fioroni” dal nome del suo presidente, sul rapimento e la morte di Aldo Moro.
Può sembrare strano e per molti versi paradossale che non si sia giunti ancora oggi ad una verità accettabile, a quasi quarant’anni dal sequestro del presidente democristiano, avvenuto a Roma il 16 marzo 1978 e conclusosi con la sua uccisione ed il ritrovamento del suo corpo in via Caetani, il 9 maggio seguente. Questo nonostante il cosiddetto “caso Moro” sia stato oggetto, oltreché di ripetute attività giudiziarie, anche di accertamenti da parte di numerose commissioni parlamentari di inchiesta, tra le quali ricordiamo la “prima Commissione Moro” del 1979; le due Commissioni stragi, costituite rispettivamente nel 1986 e del 1988, la cui ultima ha visto prorogate le sue attività per un decennio, fino al 1996; la Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, costituita nel 1981 e prorogata nel 1983; infine quella concernente il «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana, istituita nel 2002.
La relazione pubblicata pochi giorni fa, nelle sue duecento pagine, mette in evidenza il perdurare ancora oggi di singolari lacune e zone d’ombra che già da sole sono la conferma, per chi ha avuto modo in questi quarant’anni di studiare le vicende del terrorismo e dello stragismo degli anni Settanta e oltre, della specifica condizione del nostro Paese nel secondo dopoguerra: un Paese limitato nella sua sovranità nazionale ed etero-diretto da un nucleo egemone di poteri condizionanti, operanti dietro il paravento di un sistema di democrazia partitocratica incapace di recuperare all’Italia la sua indipendenza e di sviluppare una propria autonomia politica.
Questo è infatti a nostro avviso il denominatore comune dele acquisizioni che anche la commissione Fioroni è stata capace di raccogliere nel suo lavoro: tutti fatti già in qualche modo emersi in passato, ma sorprendentemente non utilizzati. La mancata precisa individuazione dei covi brigatisti; la lacunosa ricostruzione della dinamica esatta dei movimenti degli attentatori subito dopo il cruento rapimento; il ruolo effettivo del centro Hyperion e del gruppo dei suoi costitutori; il ruolo della ‘ndrangheta, che sembra ora confermato dalla presenza di un suo esponente di spicco proprio in via Fani; lo sviluppo di trattative tra Stato e BR, condotte segretamente anche su canali internazionali, e poi improvvisamente lasciate cadere; la profonda penetrazione di servizi segreti italiani ed esteri all’interno del mondo della sinistra extra-parlamentare e del suo cosiddetto “partito armato”; la presenza costante di figure di snodo, operanti fra servizi segreti, criminalità organizzata e ambienti di vertice dello Stato. Tornano quindi tutti gli ingredienti ormai classici nelle ricostruzioni più spregiudicate ed analitiche dei drammatici fatti italiani di terrorismo, eversione, stragi, tentati golpe, delitti eccellenti.
Le nuove acquisizioni ed i nuovi filoni d’indagine proposti da questa relazione, ad un’occhio attento, non fanno in definitiva altro che inserirsi o meglio collocarsi tra i pezzi mancanti di questo tragico puzzle nel quale molti cittadini innocenti, molti servitori dello Stato, molti giovani in cerca della rivoluzione hanno perso la vita, mentre altre decine hanno bruciato la loro esistenza in carcere, senza che tutto questo abbia minimamente modificato i dati di fondo di un sistema di potere che ancora oggi riproduce le sue classi dirigenti entro lo stesso schema di costante dipendenza dai grandi centri del potere mondiale, indipendentemente dal voto degli elettori e dalle lotte di partito e delle lobby affaristiche che gli si affiancano.
Il raffinato meccanismo strategicamente rivolto a “destabilizzare per stabilizzare” è stato messo in luce ormai più di un quarto di secolo fa, in modo estremamente chiaro e documentato, da Vincenzo Vinciguerra, uno degli uomini che hanno più tragicamente vissuto quelle vicende, e certo il primo che ne ha preso coraggiosamente e lucidamente coscienza, facendo luce, nel suo libro Ergastolo per la libertà, sulle concrete modalità operative con cui quel meccanismo operava in Italia e non solo in Italia: intuizioni e ricostruzioni storiche che sono state poi via via confermate da un’incredibile quantità di elementi, dalla scoperta delle reti Stay-behind fino appunto ai rapporti organici fra servizi segreti, mafie e centri decisori dello Stato.
Ricordare ancora questa storia, che può sembrare ormai lontana, è invece un’esigenza essenziale del presente, soprattutto nei momenti come questo, in cui sembra che basti cambiare l’assetto istituzionale o mutare governo, per risolvere i problemi del Paese. Questo rimane il nodo decisivo della nostra storia attuale: chiunque voglia davvero cambiare il nostro Paese, risvegliandone le capacità e le energie, dovrà per prima cosa confrontarsi con questa storia, per trarre da essa indicazioni su come si possa e si debba liberare l’Italia dal sistema a sovranità limitata che ci ha poco a poco condotto all’attuale vicolo cieco.