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Saprà la Merkel gestire in modo razionale l’inevitabile Italexit?

Scritto da: Maurizio Blondet
Fonte: http://www.maurizioblondet.it/sapra-la-merkel-gestire-modo-razionale-linevitabile-italexit/

“All’Italia conviene tornare alla lira”. Lo sostiene il tedesco Marc Friedrich, consulente finanziario di fama, in una intervista  a Sputnik Deutschland. Non solo l’Italia, affondata da un tasso record di debito e disoccupazione, ma “tutti i paesi del Sud Europa  starebbero meglio con una moneta sovrana invece che con l’euro. Questi ‘ paesi, con i limiti imposti dalla Banca Centrale, non vedranno mai  quell’inizio di  crescita  che permetterebbe loro di rimettersi”.

Marc Friedrich è co-autore di un saggio « Der groesste Raubzug der Geschichte », che è stato un best seller nel 2012. “Già allora dimostravamo  che l’euro non funziona.   Adesso vedo che per la prima volta, in Italia il concetto di Italexit non è più tabù”.

Cita “Alberto Bagnai dell’università di Pescara” . Ha ragione Bagnai.  “In marzo, sostenendo che l’euro collasserà comunque qualunque sia il capitale politico investito in esso,  questo professore  di economia ha sottolineato la necessità di una  uscita “controllata” dalla moneta unica, padroneggiando l’inevitabile:

“La causa più probabile –ha scritto Bagnai – sarà  il collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà  con sé il sistema tedesco.  E’ nell’interesse di  ogni potere politico, certo  dei dirigenti europei declinanti, e probabilmente anche degli USA, gestire questo evento invece di attenderlo  passivamente”.

Parole di buon senso. Di fronte alle quali non c’è, probabilmente, il vero e proprio terrore delle  oligarchie dominanti davanti a quel che hanno fatto col loro malgoverno monetario.   Che le paralizza.  Pochi sanno che nell’eurozona, i prestiti andati a  male in pancia alle banche assommano alla cifra stratosferica di 1.092 miliardi di euro. L’Italia è la prima del disastro, con 276 miliardi di  prestiti  inesigibili; ma  la seconda è la Francia di Macron con 148 miliardi. Seguono la Spagna con 141, e la Grecia con 115. La Germania  ne cova 68 miliardi, l’Olanda 45,  il Portogallo 41.

Prima della Germania, ci seguirebbe nel precipizio la Francia – trascinandosi evidentemente giù anche l’Egemone  di Berlino.

Il rischio è passato inosservato, spiega  l’economista francese Philippe Herlin, perché si comparano questi 148  miliardi di prestiti andati a male con i bilanci delle grandi banche francesi,  il triplo del Pil nazionale  ( che ammonta a 2.450 miliardi di dollari).  Errore, perché in caso di crisi  le  cifre iscritte a bilancio sono poco o nulla mobilizzabili; “quel che conta è la liquidità, il cash, i fondi propri”. I fondi propri delle banche francesi sono 259,7 miliardi; quasi il 60 per cento (il 57) sarebbero dunque divorati dai prestiti marciti;  Herlin prevede  dunque l’uso di bad bank  riempite con il denaro dei contribuenti.  “Per ora  non c’è urgenza, al contrario dell’Italia, ma in caso di aggravamento della crisi finanziaria  (aumento dei fallimenti, un  qualunque shock finanziario)il governo sarà forzato a intervenire”.

Non riusciamo ad immaginare i sudori freddi che provoca a Berlino la prospettiva di contribuire coi risparmi  dei virtuosi  tedeschi ad una bad bank  pan-europea  da  mille miliardi. Eppure, continua Friedrich,  “se l’Italia deve restare nella UE, allora  l’economia  più forte del blocco, la Germania, deve accollarsi il  fardello delle  sovvenzioni all’Italia e agli altri Stati membri del Sud”.  Ovviamente, anche lui ritiene che l’immane compra di titoli  di debito che sta facendo la BCE  al ritmo di 60 miliardi di  euro al mese, non fa che nascondere il problema e guadagnare tempo.  Per farlo, i vertici hanno  rotto tutte le regole,  a cominciare dalle loro.  Ma  collasserà, e possiamo solo sperare che i politici responsabilmente cercheranno allora di  minimizzare i guasti e di eliminare l’euro in modo controllato. In ogni caso ciò costerà caro”.

Si potrà  contare sulla Merkel  come la politica che responsabilmente smonterà la  moneta unica in modo controllato?  E’ assorbita non tanto dalle prossime elezioni, ma dalla  strategia che ha (espresso anche a nome nostro) dopo il disastroso G7 di Taormina, e lo scontro con Trump: “Noi europei dobbiamo veramente prendere in mano il nostro destino”.   Ma  come? Per quanto erratico  e imprevedibile, in mano a pulsioni emotive incontrollate e sotto  schiaffo del Deep State che vuole la sua eliminzione (e lo sta facendo), The Donald è chiaro e costante nella sua ostilità commerciale verso la Germania, che accusa  di slealtà e di manipolazione della moneta .

Angela alle prese con le nuove sanzioni USA…

Un mese fa, il Senato Usa ha varato schiacciante maggioranza un pacchetto di nuove e draconiane sanzioni contro la Russia,  “come punizione per le  interferenze nelle elezioni americane del 2016 e per le sue aggressioni militari in Ucraina e Siria”.  Non Mosca, ma Berlino e Vienna hanno protestato, queste nuove sanzioni “non concordate, rompono la linea unitaria dell’Occidente sull’Ucraina”,   ma in realtà perché queste nuove sanzioni sono un siluro alle  ditte europee (le  tedesche Wintershall e Uniper, l’austriaca Omv, la francese Engie e l’anglo-olandese Royal-Dutch Shell) che stanno costruendo con Gazprom il NordStream 2,  investendoci 4,7 miliardi; e ciò nel quadro di una grande strategia, per cui Washington vorrebbe sostituire Mosca come fornitore energetico all’Europa gabellandoci  il suo gas di petrolio liquefatto e i prodotti della sua fatturazione idraulica: la Polonia l’ha già fatto, per  l’americanismo da neofita unito all’anti-russismo tradizionale.

Sembrava che Trump non avesse intenzione di ratificare queste nuove sanzioni; ma poi   – messo all’angolo, come un vecchio pugile, dai pugni che il Deep State gli martella allo stomaco accusandolo di essere  un agente di Mosca – “ha cambiato idea” e  le ha fatte proprie.    “Siamo  nel mezzo di una guerra economica”,  conclude Folker Hellmeyer, analista capo della Bremer Bank, “sono sanzioni contro  la Russia, ma anche contro la UE e la Germania; agiscono contro la cooperazione  eurasiatica”.  Wolfgang Büchele,  presidente della Commisisone per l’economia tedesca dell’Est, è chiarissimo: “Queste  sanzioni sono tali da ostacolare una politica energetica europea insieme indipendente e sostenibile”.

Oltretutto Trump, o chi per lui (infatti si dice che Rex Tillerson, segretario di stato, stia per dimettersi), ha spedito a Kiev come ambasciatore Usa Kurt Volker, ex diplomatico presso la NATO; uomo di McCain. Che appena arrivato è andato a   parlare alle milizie nazistoidi promettendo armamento pesante americano per vincere la guerra del Donbass. “Questo non è un conflitto congelato, è una guerra calda ed è una crisi immediata di cui dobbiamo occuparci subito”.

Aver fatto del Donbass un “conflitto congelato” è uno dei pochi successi esteri di Angela Merkel. Il discorso di Volker è dunque contro la Cancelliera e  promette una riapertura bellica della piaga ucraina in funzione antitedesca.

“…esorta la UE a imporre sanzioni  più dure alla Russia”

Orbene, cosa fa la Merkel? Secondo Reuters,”Esorta l’Unione Europea a  varare più  dure sanzioni contro la Russia”,  punitive, per via di certe grandi turbine Siemens  per la produzione di elettricità che  sono comparse in Crimea, dove non dovevano essere, perché sulla Crimea ci sono le  sanzioni; e la Siemens (che con la Russia fa 1,2 miliardi di affari l’anno) dice di essere stata ingannata dai russi,  che l’avevano assicurata che le macchine sarebbero andate in un’altra regione, non  sanzionata.

Ciascuno può constatare la demente inspiegabilità di tutto ciò. “Forse”,  ipotizza Deutsche  Wirtschaft Nachrichten, “il governo federale vuol segnalare agli americani che  sta guidando la UE alla linea dura contro la Russia. E’ dubbio che ciò porti al ritiro delle [nuove] sanzioni americane”

ttps://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/2017/07/25/deutschland-draengt-eu-auf-schaerfere-sanktionen-gegen-russland/

Sembra che il desiderio bottegaio di tenere il piede in tante scarpe,   non giovi alla lucidità e alla statura politica della Cancelliera in questo cruciale passo storico, dove  la Mutti  dovrebbe guidarci tutti quanti verso l’autonomia dagli Usa.  Anche perché adesso si è scoperto  che le grandi case tedesche che vendono milioni di auto negli Usa,  Audi, Bmw, Daimler, Porsche e Volkswagen,   invece di farsi concorrenza, da quasi 30 anni,  dal 1990 hanno costituito un cartello segreto per concordare i prezzi, dividersi i costi di ricerca e sviluppo (ogni società si è concentrata su   aspetti diversi  senza   doppioni), promuovere la tecnologia Diesel. Dopo il Dieselgate, la Volkswagen che falsificava i dati delle missioni inquinanti, e che  è costato alla Casa 4,3 miliardi di multe americane,   qui ci dobbiamo attendere lo scatenamento  della  virtuosa ira statunitense per questo trucco ignobile  che falsa la sacra concorrenza: i miliardi  di multe  possono essere 50, e il mercato americano può diventare   molto  chiuso  per Das Auto. 

Le sanzioni “producono una valanga  di  protezionismo, che seppellisce il libero scambio”,   piagnucola Büchele.

Già, ecco  il punto.  Siamo entrati in un’era nuova, la fine del libero scambio di cui l’export  tedesco ha tanto prosperato, anche  con i metodi truffaldini che cominciamo a scoprire; e la  Merkel   cerca disperatamente di prolungarla  ancora un po’  (fino alle elezioni…?) tenendosi buona la nuova America e  inimicandosi Mosca ancor  di più –  perché non ha un piano B, soprattutto è priva delle  doti di statista che servono per far cambiare rotta al gigante economico e nano politico tedesco  in piena tempesta.

Una persona  così, investita da tali rivolgimenti epocali,  e con una Germania prossimamente in recessione per via del “protezionismo” americano,   saprà gestire in modo controllato e razionale  la smobilitazione dell’euro?  Probabilmente   sta pensando  ad una soluzione  minima: quando verrà il collasso, salverà  la Francia  e  le sue banche, sia perché costa meno, sia perché ne ha  bisogno come vassallo e satellite, e sbatterà  nella tormenta  l’Italia.

Gentiloni: schiaffi da Macron, schiaffi dalle ONG

E qui veniamo alla qualità del  “nostro” (loro) governo.   Come uno zombi coatto, Gentiloni  continua ad appellarsi a una “Unione Europea” , a una solidarietà europea, che palesemente non esiste più. E’ stato sorpreso ed offeso da Macron che ha riuniuto i due contendenti libici ad un tavolo a  Parigi, “tagliandoci fuori”? Ma  persino Di  Maio  aveva proposto a Gentiloni ed Alfano di farlo, mesi fa,   ma Gentiloni no: lui ancora non ha preso atto che a vincere in Usa non è stata la sua Hillary,   è rimasto senza ordini, quindi lui non parla con  Haftar (che ha con sé Mosca e il Cairo, e adesso anche Parigi) ma con Sarraj, “riconosciuto dalla comunità internazionale”. Una  comunità internazionale perlomeno fantomatica, ormai.  Impagabile, il Mattarella dal Quirinale ha  rigettato con orgoglio i suggerimenti di Orban e  implorato la “europeizzazione dell’accoglienza e dei rimpatri e la predisposizione dei canali di  immigrazione”,   perché “Solo un’Europa coesa potrà concorrere con efficacia a far valere i propri valori e a determinare gli equilibri mondiali”.

 

L’AGENDA ROSSA DI BORSELLINO / E’ STATA GESTITA DAL PM ANNA MARIA PALMA ? ECCO UNA PISTA

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2017/07/22/lagenda-rossa-di-borsellino-e-stata-gestita-dal-pm-anna-maria-palma-ecco-una-pista/

Un magistrato della procura di Caltanissetta è entrato in possesso dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Si tratta di Anna Maria Palma, il pm che ha costruito, con altri due colleghi, il pentito Vincenzo Scarantino, con la collaborazione del super ispettore di polizia Arnaldo La Barbera.

E’ la clamorosa rivelazione fatta, nel corso della presentazione del libro “I Boss di Stato”, avvenuta a Napoli, dalla sua autrice, la giornalista Roberta Ruscica.

Anna Maria Palma. In apertura Paolo Borsellino e sullo sfondo la strage di via D'Amelio

Anna Maria Palma. In apertura Paolo Borsellino e sullo sfondo la strage di via D’Amelio

Tutto ciò mentre ancora bruciano come il fuoco le parole pronunciate dalle figlie di Paolo, LuciaFiammetta Borsellino, la prima davanti al Csm, la seconda innanzi alla Commissione parlamentare Antimafia. Un omicidio di Stato, poi depistaggi di Stato e ancora oggi una nebbia che sa tanto di collusioni istituzionali e volontà di affossare tutto, per l’ennesima volta. Ma per fortuna che la famiglia Borsellino ha deciso di vendere cara la pelle, in memoria del quotidiano eroismo paterno e di un senso civico che non può morire.

QUELLA PALMA DEI MISTERI 

Ma partiamo dalla notizia bomba.

27 giugno, ore 18, libreria Mondadori Mook di piazza Vanvitelli a Napoli. Roberta Ruscica, scrittrice e giornalista d’inchiesta, già collaboratrice per il Corriere della Sera e Sette, presenta il suo libro edito da Sperling & Kupfer, “I Boss di Stato – I protagonisti, gli intrecci e gli interessi dietro la trattativa Stato-Mafia”.

A moderare il dibattito Sandro Ruotolo, protagonisti della discussione i magistrati Antonio Esposito, già presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione e Simona Di Monte della Procura generale di Napoli. Un volume denso di storie, con diversi particolari inediti, soprattutto sul fronte delle complicità istituzionali nella famigerata trattativa che però, nel processo attualmente in corso, rischia di esplodere come un tric trac.

Roberta Ruscica. In basso il suo libro

Roberta Ruscica. In basso il suo libro

Ma nel dibattito, e soprattutto nell’intervento di Ruscica, fanno capolino non poche notizie da novanta. Una su tutte. Ecco cosa ricostruisce la giornalista: “Ho lavorato per diversi anni a Caltanissetta e a Palermo. E ho seguito molto da vicino l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio e visto nascere il pentito Scarantino. Devo dire in tutta sincerità che, col senno di poi, mi sono sbagliata anch’io. Ero convinta di quanto mi diceva Anna Maria Palma, ero profondamente convinta di quella pista, ero convinta di quell’esito giudiziario”.

E poi: “Sono diventata se così si può dire amica di Anna Palma, ho frequentato alcune volte la sua casa, la stimavo per il suo lavoro. Eravamo arrivate a un punto tale di confidenza che un giorno mi disse che era entrata in possesso dell’agenda di Borsellino. Un fatto al quale non potevo credere, ma lei me lo disse con estrema naturalezza”.

Boom.

DI TUTTI I COLORI 

Attenzione però ai colori. Perchè di agende Borsellino ne aveva addirittura tre. Una marrone, una grigia e una rossa.

Nella prima, cosiddetta ‘itinerante’, annotava tutti i numeri di telefono e gli indirizzi; nella seconda, la grigia, era solito segnare tutte le questioni di carattere legale, le udienze, i processi, le scadenze. La terza, quella rossa, entra invece in campo solo pochi mesi prima della morte, e viene riempita di dati e notazioni, in modo quasi ossessivo, soprattutto dopo la strage di via Capaci.

libro ruscicaCosì la descrive il figlio, ispettore di polizia a Cefalù, Manfredi Borsellino: “Scriveva costantemente. Un’agenda a mio modo di vedere dedicata al suo lavoro, per inserire atti processuali, spunti investigativi, tutto quello che riguardava le indagini. Non era un diario, ma qualcosa di più. Era anche un modo per proteggerci senza renderci depositari di segreti scomodi. Chiunque ha avuto in mano quell’agenda sicuramente non ha avuto bisogno di giorni per intuirne il contenuto e, visto l’uso esclusivo, ritengo che in uno scenario di guerra come quello di via D’Amelio, siano bastati tempi rapidissimi per capire la portata del contenuto, anche aprendo una sola pagina. Se l’avessimo avuta probabilmente non sarebbe accaduto nulla di quello che è avvenuto poi, anche con innocenti che hanno pagato per qualcosa che non avevano fatto”. Il riferimento è ai condannati che hanno scontato anni di galera da innocenti sulla scorta delle verbalizzazioni del pentito taroccato Scarantino.

Riprendiamo il filo del ragionamento in base ai ‘colori’. I figli di Borsellino hanno ritrovato l’agenda grigia, quella dove il magistrato annotava telefoni, indirizzi, appuntamenti. Lucia e Manfredi, in particolare, l’hanno consegnata ad Anna Maria Palma. A questo proposito ha detto Lucia: “Visto quanto accaduto nella storia di questo Paese, chiesi espressamente che ne facessero delle fotocopie e che acquisissero quelle, ma che l’originale ci fosse restituito”.

Passiamo per un momento all’agenda marrone. Osserva Manfredi: “quanto ci fu riconsegnata la borsa di mio padre c’erano alcune parti annerite e al suo interno c’erano diversi oggetti tra cui l’agenda marrone. Presentava alcune parti annerite, un po’ sporche, ma le condizioni erano quasi perfette. Per questo credo che l’altra agenda, quella rossa, che era sicuramente dentro la borsa, si sarebbe dovuta preservare”.

DA AYALA AD ARCANGIOLI FINO A LA BARBERA

Arnaldo La Barbera

Arnaldo La Barbera

Ma che percorso avrà mai fatto? Da quali mani a quali mani è mai passata?

Sicuramente in quei tragici momenti del dopo attentato è transitata per almeno quattro mani. Il primo a vedere la borsa, a quanto pare, è stato il magistrato e collega Giuseppe Ayala (poi deputato dei Ds), il quale poi l’avrebbe consegnata, con l’agenda rossa all’interno, al colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Che per questa storia è stato indagato e processato per il reato di furto con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa, ma poi prosciolto per ‘non aver commesso il fatto’. C’è stato anche un faccia a faccia tra i due, Ayala e Aracangioli, che però non ha chiarito il giallo.

Sembra che la borsa, evidentemente ripulita, sia stata poi ricollocata nell’auto.

Non meno controversa la riconsegna della borsa alla famiglia. Ecco le parole di Manfredi: “nessuno ci chiese perchè attribuivamo tanta importanza all’agenda rossa. Quando l’allora capo della Mobile Arnaldo La Barbera ci ridiede la borsa e vedemmo che l’agenda non c’era e chiedemmo conto della cosa, si irritò molto. Sembrava che gli interessasse solo sbrigarsi e che gli stessimo facendo perdere tempo. Praticamente disse a mia sorella Lucia che l’agenda non era mai esistita e che farneticava. Usò dei modi a dir poco discutibili e anche quell’atto era irrituale. Non ricordo di aver firmato alcun verbale di restituzione né lo ritrovammo, poi, firmato da me o da altri della famiglia. La Barbera ci disse solo di prendere per buono quello che ci stavano dando perchè era tutto quello che c’era dentro la borsa”.

Rincara Lucia: “Io mi lamentai della scomparsa dell’agenda e chiesi che fine avesse fatto. La Barbera escluse che ci fosse stata e mi disse che deliravo. Quando gli manifestai il mio fastidio mi disse che avevo bisogno di aiuto psicologico. Io me ne andai anche sbattendo la porta”.

Non è arrivato il momento di stabilire in quali mani sia poi finita l’agenda rossa? E chi l’abbia gestita? Uno o più d’uno? Perchè – oggi – la magistratura non batte un colpo, soprattutto dopo le durissime accuse di Lucia e Fiammetta Borsellino?

IL J’ACCUSE DI FIAMMETTA BORSELLINO

E’ il caso di rileggerle, alcune tra quelle parole di fuoco che reclamano solo giustizia, dopo 25 anni di colossali menzogne e depistaggi di Stato. Così parla Fiammetta, nell’intervista al Corriere della Sera:

“Questo abbiamo avuto: un balordo della Guadagna (Scarantino, ndr) come pentito fasullo e una Procura massonica guidata all’epoca da Gianni Tinebra che è morto, ma dove c’erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo, altri…”.

A proposito di Di Matteo: “So che dal 1994 c’è stato pure lui, insieme a quell’efficientissimo team di magistrati. Io non so se era alle prime armi. E comunque mio padre non si meritava giudici alle prime armi”.

Il rimprovero più forte: “ai magistrati in servizio al momento della strage di via Capaci di non aver mai sentito mio padre nonostante avesse detto di voler parlare con loro. Dopo via D’Amelio, riconsegnata dal questore La Barbera la borsa di mio padre pur senza l’agenda rossa, non hanno nemmeno disposto l’esame del Dna. Non furono adottate le più elementari procedure sulla scena del crimine. Su via D’Amelio passò la mandria dei bufali”.

Manfredi BorsellinoIn sintesi, per Fiammetta “sono stati venticinque anni di schifezze e menzogne”. “All’Antimafia consegnerò inconfutabili atti processuali da cui si evincono le manovre per occultare la verità sulla trama di via D’Amelio”.

Riusciamo a sperare che da Rosy Bindi & C. possa arrivare uno spiraglio, finalmente, di luce? Staremo a vedere.

Nei link in basso potete leggere una serie di articoli scritti dalla Voce, e in particolare da Sandro Provvisionato, relativi soprattutto alla creazione e gestione del pentito taroccato Scarantino. Costato – come denuncia Fiammetta – carcere a innocenti, anni persi in indagini fasulle e giustizia a farsi benedire. O maledire.

La crescita non ha nulla a che fare con l’economia

Scritto da: Paolo Ermani
Fonte:http://www.ilcambiamento.it/articoli/la-crescita-non-ha-nulla-a-che-fare-con-l-economia

Ci bombardano e martellano costantemente che la crescita è cosa buona e giusta, ma noi non ci stanchiamo di ripetere che è impossibile una crescita illimitata in un pianeta dalle risorse finite. È un’ovvietà disarmante, come dire che la pioggia è bagnata. Che piaccia o meno, questi sono i fatti che non hanno niente di ideologico, sono la pura e semplice realtà.

Aurelio Peccei e il club di Roma lo dicono da ben 45 anni, da quando nel 1972 venne pubblicato il libro “I limiti della crescita” nella traduzione letterale del titolo originale in inglese. Quindi il dogma imperante a cui tutti ci dobbiamo prostrare è una stratosferica balla; infatti, una volta sfruttate tutte le risorse possibili e immaginabili cosa facciamo? Andiamo ad abitare su Marte? Le conseguenze della crescita sono che la terra e i mari sono già delle discariche. Visto che non si sta facendo molto per evitare questo epilogo, noi continuiamo e continueremo a dare l’allarme.

Quindi cosa c’entra la crescita con l’economia che significa gestione della casa ovvero della terra e conseguente salvaguardia della stessa, è un mistero molto più grande di quello di Fatima. Eppure è un fiorire di grandi economisti, di premi Nobel, professori universitari, politici, sindacalisti, persone serie in giacca e cravatta che continuano a ripetere questa assurda follia come se fosse assolutamente normale. Tutti che cercano il modo di crescere più velocemente cioè di accelerare ancora di più la corsa verso il precipizio e tutti convintissimi delle assurdità che dicono, con tanto di teorie, articoli, interventi, libri, tesi. C’è chi dice che il nodo al cappio va fatto in un modo, chi in un altro, chi dice che il patibolo dovrebbe essere più basso, chi più alto e continuano nella loro cecità senza tenere conto degli elementi base dell’economia che non sono quelli dei soldi da guadagnare ma di aria da respirare, acqua da bere, ambiente da preservare, tutti aspetti che la crescita sta compromettendo in maniera irreversibile. Seguendola non si arriverà nemmeno ai nipoti, perché è già un grosso problema di quale mondo si troveranno i nostri figli.

I cosiddetti esperti dicono che la crescita porta benessere e posti di lavoro. Quale benessere può essere quello che mina le basi della nostra stessa esistenza e ci porta all’estinzione? Dove sono i posti di lavoro visto che ci sono milioni di disoccupati? Addirittura quando aumentano i fatturati le imprese licenziano, figuriamoci se la crescita dà posti di lavoro.

Ma sempre più persone capiscono che le barzellette, per quanto raccontate da seri signori con linguaggio forbito, non reggono più, la devastazione è sotto gli occhi di tutti. Se vogliamo uscire da questa situazione dovranno esserci dei cambiamenti, ma non certo quelli che ci dice Renzi nei suoi vuoti slogan o quelli della pubblicità quando ti dicono che per essere te stesso devi cambiare automobile. I cambiamenti saranno radicali, profondi, senza giri di parole. Va costruita una società basata su presupposti e valori completamente diversi: non consumo ma salvaguardia, non crescita ma tutela, non concorrenza ma collaborazione, non individualismo ma comunità.

I partiti difficilmente faranno questi cambiamenti e la fiducia che i cittadini danno loro è ai minimi storici viste le percentuali ormai sempre crescenti di gente che non va più a votare; e se agli astenuti ci si aggiunge chi vota il Movimento 5 Stelle, risulta evidente che i sostenitori della politica come servizio per i comitati di affari sono ridotti davvero a poco, per quanto abbiano ancora in mano grandi poteri.

La crescita va bandita dal dizionario economico visto che riguarda solo lo sfruttamento indiscriminato di risorse e persone, di certo non ha nulla a che vedere con la gestione della casa e la sua salvaguardia.

Nella corretta gestione della casa rientra anche il fatto che i membri collaborino affinché la casa possa fare vivere tutti degnamente, la logica della crescita è invece l’opposto, dobbiamo competere, concorrere e schiacciare l’avversario per prevalere. L’ideologia della crescita si rifà infatti a concetti di concorrenza, competizione, sfruttamento. Come a dire che in casa un figlio o figlia deve schiacciare qualche altro figlio; quale genitore scellerato approverebbe una cosa del genere?

Altro aspetto che rende il concetto di crescita fuori da ogni logica e senso, sono i miliardi di persone che si rifanno a religioni secondo cui siamo tutti fratelli e sorelle e dobbiamo rispettarci e collaborare, salvo poi nel concreto seguire il dio denaro e ricorrere a leggi, ordinamenti e azioni che vanno in direzione opposta. Addirittura oltre alle religioni, ci sono pure ideologie che dicono che siamo tutti uguali e avremmo dovuto unirci insieme per costruire un bel sol dell’avvenire; però stranamente uno dei paesi che ha cercato di mettere in pratica queste belle parole, ed è il paese più popolato al mondo, ha costruito un immenso lager per i suoi schiavi lavoratori e in nome della crescita sta radendo al suolo ogni cosa che incontra sul suo cammino rendendo al confronto Attila un bambinetto dell’asilo.

Ma perché secondo l’ideologia della crescita devo sperare di prevalere su qualcun altro e quindi farlo fallire, gettarlo nella miseria, nella disperazione? Lo devo fare perché è diverso da me? Ha meno diritti di vivere dignitosamente da me? E’ inferiore?

Perché devo competere? Per fare felici gli azionisti? Per fare carriera e finire imbottito di psicofarmaci? Per indebitarmi e comprare tutto quello che mi dice la pubblicità?

Perché devo fare corsi con coach miliardari che inventano e utilizzano tutte le tecniche persuasive  e manipolatorie possibili con il solo unico obiettivo del successo, che poi significa fregare il prossimo? Ma il prossimo non siamo noi stessi?

Ma non sarebbe più sano, sensato e intelligente collaborare? Non si potrebbe lavorare affinché la gestione della casa sia tale e non renderla una landa di macerie?

E’ utopico? A me sembra molto più utopico pensare di sopravvivere continuando a devastare tutto seguendo il modello della crescita.

Luminari, santoni e guru economici vari, non siate così ignoranti e analfabeti alla vita da mettere la crescita in relazione all’economia, sono due aspetti incompatibili e quando non avrete più da mangiare, bere e l’intero pianeta sarà una discarica, forse ve ne accorgerete, forse.

Il nostro paese non deve crescere ma prosperare e solo senza l’ossessione della crescita si può veramente prosperare.

 

Quando agli affari sui migranti ci pensano le aziende pubbliche e private

Fonte:http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/

A fare affari milionari con l’“accoglienza” migranti in Italia non ci sono solo pseudocooperative e false onlus, ma anche più o meno note aziende di costruzione e perfino una società per azioni interamente controllata dal governo. E’ quanto emerge dalla “Relazione sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto al fine di fronteggiare le esigenze straordinarie connesse all’eccezionale afflusso di stranieri nel territorio nazionale (Anno 2015)” presentata il 13 marzo 2017 dal ministro dell’Interno Marco Minniti alla Presidenza del Senato della Repubblica.

Il consuntivo finanziario 2015 relativo al finanziamento dei centri governativi e delle strutture temporanee destinate all’ospitalità e/o all’identificazione, detenzione ed espulsione dei migranti soccorsi in mare, ha avuto un’assegnazione di bilancio pari a 610.045.927 euro. “Ciò ha coperto le spese per l’attivazione, la locazione, la gestione dei centri di trattenimento e di accoglienza per stranieri irregolari; le spese per interventi a carattere assistenziale, anche al di fuori dei centri e quelle per studi e progetti finalizzati all’ottimizzazione ed omogeneizzazione della gestione”, spiega il ministro Minniti. Più specificatamente, le somme messe a bilancio sono state utilizzate per un importo pari a 127.271.248 euro per finanziare la gestione dei centri governativi, la locazione o l’occupazione di alcuni stabili adibiti a CARA o CIE e le spese in economia come utenze, trasporti o altro. La restante parte, pari a 482.774.679 euro, è stata invece utilizzata per la “gestione delle strutture temporanee di accoglienza attivate su tutto il territorio nazionale a seguito dell’operazione Mare Nostrum e dell’Intesa sancita in Conferenza Unificata dell’1 luglio 2014, con la quale è stato approvato il Piano nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini adulti, famiglie e minori stranieri non accompagnati”. Il ministro dell’Interno lamenta poi che l’attivazione di nuove strutture per l’accoglienza temporanea in tutto il territorio nazionale, poiché non supportata da un “adeguamento proporzionale delle risorse finanziarie”, ha generato nel bilancio 2015 un debito pari a 211.529.585 euro. Conti alla mano, la spesa governativa per la gestione di CARA e CIE, due anni fa, è stata di 821.575.512 euro. Non poco, considerate le pessime condizioni di vita di migliaia di “ospiti” all’interno della maggior parte dei centri attivati.

Una percentuale non irrilevante del budget è stata destinata alle cosiddette “spese infrastrutturali”, relative cioè alla “costruzione, acquisizione, completamento, adeguamento, ristrutturazione e manutenzione straordinaria di immobili e infrastrutture destinati a centri di identificazione ed espulsione, di accoglienza per gli stranieri irregolari e richiedenti asilo”. Si tratta complessivamente di una spesa di 37.136.488 euro; gli interventi di maggiore rilievo – riporta il ministero – hanno riguardato i lavori di ristrutturazione ed adeguamento funzionale dell’ex caserma “Serini” di Brescia (5.110.000 euro), la realizzazione di una nuova rete di perimetrazione presso il CARA di Foggia (3.168.600 euro); l’adeguamento funzionale dell’ex Consorzio ASI a Siracusa (3.497.934 euro); i lavori di ristrutturazione del “Villaggio” di San Giuliano di Puglia, Campobasso (1.289.475); quelli della “palazzina E” presso l’ex caserma “Cavarzerani” di Udine, da “utilizzare anche in relazione ai flussi migratori in arrivo alle frontiere terrestri” (1.500.000); i lavori di ristrutturazione e manutenzione straordinaria presso il CDA/CARA di Isola di Capo Rizzuto, Crotone (1.723.968); per le “esigenze di allestimento e di funzionalità degli hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa e di Pozzallo, Ragusa (1.200.000 euro); l’adeguamento delle ex caserme “Gasparro” di Messina (709.528 euro) e “Monti” di Pordenone (460.000); i lavori di manutenzione straordinaria presso l’ex caserma di Oderzo, Treviso (830.000); l’adeguamento del “Villaggio del fanciullo” di Barletta – Andria Trani (756.460). La tabella ministeriale riporta infine il trasferimento di 620.000 euro al fondo “Lire UNRRA” per i lavori di ristrutturazione ed adeguamento funzionale dell’immobile sito a Saint Pierre (Aosta), da adibire a centro di accoglienza per migranti.

Le cronache di questi mesi hanno documentato con dovizia di particolari il malaffare e la malagestione all’interno di alcune delle infrastrutture e degli immobili riconvertiti a centri: nel corso dell’inchiesta Mafia capitale, gli inquirenti hanno documentato come Luca Odevaine, già uomo di punta del tavolo di coordinamento nazionale sull’immigrazione del Ministero dell’Interno, poi arrestato e condannato per favori e mazzette con le maggiori coop della malaccoglienza, prefigurasse per il realizzando “Villaggio” di San Giuliano di Puglia, un modello di gestione, occupazionale e clientelare dello stile CARA di Mineo (Catania), forse l’esempio più emblematico delle trame criminali che ruotano attorno all’affaire migranti in Italia. Altrettanto inquietanti le vicende giudiziarie che hanno interessato il CARA-lager di Borgo Mezzanone, Foggia (meno di un mese fa il Viminale ha comunicato la revoca della gestione del centro alla cooperativa Senis Hospes di Senise dopo aver accertato le drammatiche condizioni di vita a cui sono sottoposti gli “ospiti”) o del Centro di Isola di Capo Rizzuto, altro inferno per migranti ma vero e proprio paradiso per gli affari di personaggi strettamente legati alle cosche criminali e mafiose locali.

Nella sua relazione al Senato, il ministro Minniti si sofferma anche su uno dei capitoli meno noti dell’affaire migranti, quello relativo alla stipula, in data 28 maggio 2015, di un’apposita Convenzione Quadro tra il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale e INVITALIA S.p.A., l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia. Con l’obiettivo di “fornire il supporto per migliorare il sistema delle strutture per l’accoglienza e il soccorso dei migranti”, la Convenzione affida ad INVITALIA le funzioni di Stazione Appaltante o di Centrale di committenza del Ministero dell’Interno e delle sue articolazioni periferiche (le Prefetture) per le attività di “progettazione e realizzazione di interventi di adeguamento strutturale e impiantistico” degli immobili da destinare all’accoglienza. Per lo svolgimento di queste funzioni, nell’esercizio di bilancio 2015, il Ministero ha assegnato a INVITALIA la somma di 488.000 euro.

Per la cronaca, la S.p.A. del Ministero dell’Economia convenzionata con il Viminale, è presieduta dall’avvocato Claudio Tesauro, contestualmente presidente di Save the Children Italia Onlus e già legale delle holding industriale General Electric ed assicurative Generali-INA, nonché membro del consiglio di amministrazione di TNT Post Italia S.p.A. e, sino al 2013, del board di Save the Children International. Alla vigilia della stipula della Convenzione INVITALIA-Ministero dell’Interno, Save the Children Italia conduceva per conto del Viminale e delle Prefetture il progetto Presidium, in partnership con le organizzazioni internazionali OIM, UNHCR e la Croce Rossa Italiana. Nello specifico gli operatori di Presidium fornivano consulenze e informazioni ai migranti in occasione degli eventi di sbarco, valutavano gli standard di accoglienza dei centri presenti nel territorio nazionale e assicuravano il “supporto alle competenti Autorità al momento dell’identificazione dei minori non accompagnati in arrivo via mare”.

Più di un’ombra ed esiti contradditori sono stati registrati durante gli interventi INVITALIA di “progettazione e realizzazione strutturale” degli immobili destinati alle finalità di controllo sicuritario e “accoglienza”. Il 20 ottobre 2015, ad esempio, fu pubblicato il bando di gara per realizzare nei porti di Taranto e Augusta (Siracusa) due nuovi centri hotspot per le operazioni di prima assistenza e identificazione delle persone provenienti da Paesi terzi. Mentre la struttura di Taranto per circa 400 “ospiti” è stata attivata nel marzo 2016 con tende e container all’interno di un parcheggio dell’area portuale, l’hotspot nel porto commerciale di Augusta non è stato ancora realizzato: nel febbraio dello scorso anno, infatti, il Viminale ha sospeso “in via cautelare e temporanea” il procedimento amministrativo relativo alla gara d’appalto del lotto 2 dell’hotspot. Il provvedimento segue gli esposti presentati da alcuni parlamentari e amministratori locali e l’inchiesta avviata dalla Procura della repubblica per verificare la legittimità del bando di gara. Per l’hotspot di Augusta si prevedeva una spesa complessiva di 1.955.480 euro; il progetto però sarebbe sfornito delle obbligatorie autorizzazioni dell’Autorità portuale, titolare dell’area destinata alla semidetenzione dei migranti, né sarebbe stata presentata dal committente alcuna richiesta di concessone demaniale.

Non è andata meglio a Messina, dove nel febbraio 2016, INVITALIA aveva prima pubblicato un bando di gara per le “attività di rilievo e progettazione esecutiva e funzionale per adeguare il sistema di immobili all’interno dell’ex Caserma Gasparro a centro di accoglienza per migranti” (138.000 euro) e successivamente la gara per l’avvio dei lavori di realizzazione di una vera e propria zinco-baraccopoli al suo interno. Dopo un lungo e controverso iter segnato da annullamenti e ricorsi al TAR, l’affidamento dell’appalto è stato formalizzato il 6 febbraio scorso: una piccola azienda siciliana eseguirà i lavori per 1.249.550 euro + IVA, con un ribasso di circa il 35,3% rispetto al valore complessivo a base d’asta di 1.932.000 euro.

Sempre nella primavera 2016, INVITALIA ha pubblicato un bando per la fornitura e posa in opera, comprensiva di trasporto, installazione e montaggio per la realizzazione della recinzione e lavori accessori all’interno dell’area da destinarsi ad hotspot per migranti presso il Residence degli Aranci di Mineo (importo 1.932.000 euro). L’intervento maturava proprio nei mesi in cui si formalizzavano gli esiti dell’inchiesta della Procura di Catania sulla malagestione del centro per richiedenti asilo di Mineo, con il rinvio a giudizio di politici, funzionari, amministratori e titolari delle imprese e delle coop che hanno gestito in questi anni il CARA.  Mentre da più parti è stata richiesta con forza la chiusura definitiva della maxi-struttura del Calatino, è doveroso evidenziare che i lavori di recinzione promossi da INVITALIA hanno interessato un residence (già utilizzato dai Marines Usa di stanza nella base di Sigonella) di proprietà di una grande società di costruzioni nazionali, la Pizzarotti S.p.A. di Parma. Come appurato dagli inquirenti, per il canone di locazione del complesso immobiliare, l’ente gestore ha sottoscritto contratti annuali a favore della Pizzarotti per 4,5 milioni di euro + IVA. “Quanto alla manutenzione della struttura, il contratto di locazione triennale dell’aprile 2014 tra Consorzio calatino e Pizzarotti S.p.A., prevede l’impegno del conduttore di restituire l’immobile in buono stato locativo con obbligo di risarcimento di ogni danno provocato dagli ospiti”, evidenzia la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sistema d’accoglienza nella sua recente relazione sul CARA di Mineo. “Al riguardo, però, non può non evidenziarsi un’ulteriore criticità connessa al fatto che la società Pizzarotti è anche componente dell’ATI che ha ottenuto la gestione del Centro, nella quale le viene riconosciuto un aggio pari all’8,93% del valore contrattuale per il servizio di gestione e manutenzione ordinaria della struttura. In definitiva, una cattiva manutenzione ordinaria, potrebbe determinare l’aggravamento di danni per i quali, poi, la Pizzarotti, anche al termine della locazione, potrà chiedere il ripristino o il risarcimento”.

L’intervento di INVITALIA nella progettazione e realizzazione di nuove infrastrutture pro-accoglienza è stato segnato di recente dalla pubblicazione di due nuovi bandi milionari: quello per riconvertire e adeguare un edificio del comune di Trinitapoli (Bitonto) in centro per migranti (15 dicembre 2016) e quello per l’affidamento del servizio di “fornitura e posa in opera, comprensiva di trasporto, istallazione, montaggio, manutenzione e smontaggio finale per la realizzazione di una struttura temporanea costituita da moduli prefabbricati presso il Porto di Reggio Calabria” (19 maggio 2017), con un importo di gara di 1.382.935 euro.

L’ottobre scorso, INVITALIA ha rafforzato la propria collaborazione con il Ministero dell’Interno nelle politiche di gestione dei flussi migratori, firmando una convenzione per la definizione del bando per l’affidamento del servizio di mediazione linguistico-culturale destinato alla Polizia di Stato, da effettuare nelle fasi di soccorso ed identificazione dei migranti sbarcati sul territorio italiano. “Tra i principali obiettivi del servizio c’è quello di favorire la comunicazione tra stranieri e operatori della Polizia di Stato e di facilitare le attività degli Uffici Immigrazione delle Questure nelle procedure di identificazione degli stranieri, compilazione delle istanze di protezione internazionale e nel rilascio dei permessi di soggiorno o altri provvedimenti che si rendano necessari”, spiega in una nota la S.p.A. presieduta da Claudio Tesauro. “INVITALIA offrirà alla Direzione Centrale dell’Immigrazione del Ministero un servizio di committenza ausiliaria per l’attuazione delle procedure di appalto, svolgendo attività di definizione della cornice normativa dell’intervento; predisposizione dei documenti di gara; supporto all’aggiudicazione definitiva ed alla stipula del contratto”.

Parlare e riflettere non sempre camminano insieme. La moda di “dire in faccia quel che si pensa”

Scritto da: Salvatore Primiceri
Fonte: http://buonsenso.eu/parlare-e-riflettere-non-sempre-camminano-insieme/

Nell’era cosiddetta “social”, virtuale o reale che sia, vi sarà capitato di imbattervi almeno una volta in qualcuno che abbia pronunciato la frase “Dico in faccia quello che penso”.

Di tale affermazione ne esistono alcune varianti: quella giustificativa del tipo “Io sono fatto così, dico in faccia quello che penso”, quella educata “Scusa ma io sono così, dico in faccia quello che penso”, quella autoreferenziale e narcisista “Io sono uno sincero e onesto, dico in faccia quello che penso”, quella eroica “Io ho il coraggio di dire in faccia quello che penso” e così via.
Nel dialogo tra due persone dire all’altro quello che si pensa è giusto? E’ corretto? E’ utile? Ma soprattutto che significa l’espressione “dico quello che penso”?
Nella maggior parte dei casi chi utilizza tale frase è un individuo che si sente autorizzato (da chi o da cosa?) ad esprimere un parere su una questione che coinvolge il proprio interlocutore. Il fine dovrebbe essere quello di “aprire gli occhi” dell’altro affinchè veda le cose correttamente (secondo la visione di chi dice quello che pensa ovviamente). Dire quello che si pensa in faccia all’altro sarebbe quindi un atto mosso da indole benevola dove la schiettezza è sinonimo di sincerità, dove l’intenzione e l’azione assumono più valore delle conseguenze.
Eh sì perchè dire in faccia quello che si pensa ha anche delle conseguenze che l’eroico o coraggioso pensatore non sempre è in grado di considerare (o meglio, spesso non vuole considerare rifugiandosi dietro la scorciatoia della presunta sincerità).
L’atto di dire ciò che si pensa, infatti, si basa il più delle volte sulla verità presunta e relativa di una parte che tenta di imporre la propria visione all’altro. E’ un atto spesso fortemente individualista di chi lo compie e raramente altruista.
Gli alibi della sincerità, del coraggio e della schiettezza celano piuttosto l’egoismo e l’autoritarismo di chi vuol apparire più forte nei confronti dell’altro, per utilitarismo personale o per esercizio di piacere.
Pensare e parlare, però, sono ben altra cosa. Pensare è un’attività fondamentale del nostro organismo. Grazie al pensiero possiamo elaborare dati che ci portino al giusto risultato, al bene comune. L’attività del pensiero, diceva Socrate, non si basa sulla verità di chi parla ma sul dubbio. Il dubbio spinge alla ricerca che è sorretta dal dialogo e dalla collaborazione alla pari. Pensare è quindi un esercizio che richiede tempo, riflessione, elaborazione, ascolto dell’altro e dialogo costruttivo. Non può quindi risolversi in un atto istintivo di un singolo.
Sostanzialmente un conto è “dire ciò che si pensa”, un altro è “dire ciò che passa per la mente”. Ecco, quindi, che molte delle espressioni utilizzate oggi non sono vere attività di pensiero ma semplici parole buttate in faccia all’altro per sentirsi in qualche modo migliori o semplicemente per offendere.
Le parole sono importanti e se si deve proprio dire qualcosa è il caso di trovare quelle adatte che sappiano tener conto delle sensibilità altrui; ciò non significa essere falsi ma semplicemente essere giusti e rispettosi verso gli altri e verso sè stessi, per davvero.

Se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e a riceverla, nell’uso della parola invece il saperla accogliere bene precede il pronunciarla. (Plutarco).

 

GIALLO PANTANI / ANCORA APERTO, NONOSTANTE LE PROCURE E STEFFENONI

Autore: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2017/06/28/giallo-pantani-ancora-aperto-nonostante-le-procure-e-steffenoni/

--PANTANI

Come mai il fascicolo Pantani giace da dieci mesi sulla scrivania di un pm della procura antimafia di Napoli a far polvere? Perchè passano i mesi e non è possibile vedere alcuno spiraglio di luce su quella clamorosa operazione della camorra per taroccare il Giro d’Italia del 1999? Cosa si aspetta a mettere insieme le tessere del mosaico per portare alla sbarra i responsabili e organizzatori di quella combine mostre da 200 miliardi di vecchie lire costata cinque anni dopo la vita a Marco Pantani?

A settembre, poi, la Cassazione si dovrà pronunciare sulla tragica fine del Pirata, quel 14 febbraio 2004: un San Valentino che finì nel sangue, anche stavolta firmato dalla camorra. Sarà in grado la suprema Corte di ribaltare l’assurda sentenza di archiviazione secondo la quale Pantani si sarebbe suicidato nelle condizioni più incredibili e rocambolesche?

Intanto esce un libro, per Chiarelettere, “Il caso Pantani – Doveva Morire”, firmato dal criminologo Luca Steffenoni, che dimentica questi due fatti base, l’inchiesta della procura di Napoli e la prossima sentenza di Cassazione, dando tutto per finito: “I giochi sono fatti e cala mestamente il sipario sulla vicenda del Pirata. Se giustizia mai ci sarà, non potrà venire dall’aula di un tribunale”.

Fa bene, Steffenoni, a essere quanto meno scettico sulla credibilità della giustizia di casa nostra: ma perchè – sorge spontanea la domanda – omettere le uniche due ‘notizie’, dal momento che tutto il resto che racconta è solo un dejà vu?

Cerchiamo di riepilogare i fatti.

MADONNA, FATE LUCE

Partiamo dal giallo di Madonna di Campiglio, la tappa del Giro d’Italia al centro dei misteri. La procura di Forlì – che pure ha raccolto una marea di elementi in grado di dimostrare la combine – alla fine archivia. E’ lo stesso procuratore capo Sergio Sottani a gettare il colpo di spugna: ci sono una serie di elementi probanti, ma non è stata raggiunta la prova finale. Che vuol dire?

Che fine fa la montagna di prove raccolte dalla stessa procura e partite dalla verbalizzazione di Renato Vallanzasca? Poi confermata da un pentito di camorra, Rosario Tolomelli? Quindi ribadita da altri boss di calibro?

steffenoni libro pantaniSolo notizie de relato, è la giustificazione che arriva da Forlì. Osserva un agente di polizia di Rimini: “nelle nostre procure di camorra non ne capiscono niente. E’ per questo che i magistrati non hanno neanche compreso di quale tenore fosse l’intimidazione fatta dai camorristi ai tre medici che poi hanno alterato la provetta con il sangue di Pantani”.

Ebbene, alla fine la procura di Forlì archivia. Ma c’è ancora un barlume. Sperare in una procura che di camorra qualcosa mastichi e soprattutto abbia una memoria storica di molti fatti. E che caso mai si sia trovata già ad avere a che fare con certi boss & pentiti.

A questo punto l’avvocato della famiglia Pantani, Antonio De Rensis, nonostante la bastonata dell’archiviazione di rito forlivese, non si dà per vinto e parte al contrattacco. E’ agosto 2016, presenta un esposto-denuncia alla procura partenopea, recapitolando i fatti e soprattutto ponendo in risalto il ruolo attivo giocato nel giallo Pantani dalla camorra con le sue scommesse milionarie.

A questo punto Napoli non può non aprire un fascicolo, affidato ad uno dei pm più esperti della Direzione Distrettuale Antimafia, Antonella Serio, che per alcuni anni ha lavorato, insieme ad altri inquirenti, nel pool condotto da Vincenzo Piscitelli.

Un paio di mesi fa abbiamo chiesto al pm Serio come stanno le cose. “Abbiamo sulla scrivania il fascicolo, del quale non posso dire nulla per evidenti ragioni. Ma le assicuro che stiamo lavorando. Il procuratore capo tiene molto all’inchiesta”. Si vede.

Si tratta dell’attuale numero uno della procura, il facente funzione Nunzio Fragliasso, subentrato a Giovanni Colangelo ad inizio anno e in attesa del nuovo numero uno, da scegliere tra il ‘ministeriale’ Giovanni Melillo e l’attuale procuratore capo di Reggio Calabria Cafiero de Raho.

La Voce ha scritto svariate inchieste sul giallo Pantani e più volte (vedi i link) ha dettagliato le incredibili tappe di Madonna di Campiglio, a partire dalle parole di Renato Vallanzasca che squarcia il velo fornendo ampi dettagli sulla combine. A seguire la tante verbalizzazioni che però, incredibilmente, non bastano. Come del resto quelle di non pochi personaggi dell’entourage sportivo.

Poi altre paradossali circostanze: prima fra tutte la presenza – venuta alla luce quasi per caso – quale capo del team medico per i prelievi di Wim Jeremiasse, il super esperto olandese che esclama appena conosciuto l’esito delle analisi “oggi lo sport è morto”. E lui stesso morirà pochi mesi dopo in un misteiroso incidente d’auto, finendo dritto in un lago ghiacciato austriaco. La forza del destino…

Ma di tutto questo gli inquirenti di Forlì se ne sono altamente fregati. Cosa farà il pm Serio?

E, soprattutto, vorrà allargare e approfondire quel solco di indagini del resto già effettuate pur se poi buttate nel dimenticatoio?

SE SON LE ROSE FIORIRANNO

Passiamo al secondo giallo. Quello del residence Le Rose di Rimini dove è stato ucciso Marco. La procura di Rimini lo nega, la Voce lo ha scritto più volte, basandosi anche stavolta sulla monumentale sfilza di prove, così come raccolta dall’avvocato De Rensis, il quale parla senza peli sulla lingua di almeno ‘200 anomalie‘ nel corso delle indagini.

Un’inchiesta condotta con i piedi, ‘scientificamente’ sbagliata, contenente errori macroscopici, come – per dirne una sola – l’inquinamento della scena del crimine lasciando addirittura in un cestino per la spazzatura l’involucro di un cornetto di gelato. Una prova dimenticata – pare si trattasse di un Algida, forse a ricordare le mani della camorra nella distribuzione di quella marca negli anni ’80 a Napoli – o un passatempo per gli investigatori, intenti a fare il delicatissimo sopralluogo e a gustare un cornetto?

Tutto ok, invece, secondo l’imperturbabile Steffenoni. Che nel prologo rassicura, a proposito di quella inchiesta: “possibile che sia stata fatta male, chiusa in modo frettoloso o addirittura in odore di complotto? Niente di tutto questo. Le indagini, compatibilmente con la cultura investigativa dell’epoca, sono state effettuate in maniera corretta. Una stanza d’albergo è per sua natura piena di impronte e tracce, a che servirebbe esaminarle? Abbiamo idea di quante manipolazioni ha subito una bottiglia di acqua minerale, dalla fabbrica al trasporto, prima di arrivare sulla mensola della camera D5? Possiamo credere che un assassino professionista non utilizzi dei guanti e lasci impronte ovunque?”.

E per chi non ha ancora capito, ribadisce: “La realtà è che l’indagine svoltasi nel 2004 fu eseguita correttamente”. E poi commenta: “per un meccanismo di banale economia giudiziaria, l’indagine sull’omicidio di Marco Pantani non c’è stata”. Ma ci è o ci fa, il criminologo Steffenoni?

Il quale ricorda le parole tombali pronunciate il 5 settembre 2015 dal pm di Rimini Paolo Giovagnoli che “mette le parola fine – scrive il criminologo – al caso Pantani”. Ecco quelle parole: “Le questioni sollevate, più che a indicare indagini suppletive utili a scoprire elementi di un delitto non indagato, tendevano essenzialmente a far dubitare della correttezza e adeguatezza delle indagini del 2004 e a far ritenere falsi i suoi risultati, verosimilmente per cercare di cancellare l’immagine del campione depresso vittima della tossicodipendenza e dell’utilizzo di psicoformaci e accreditare l’immagine di una persona vittima di violenze e complotti”. Ai confini della realtà.

Come ai confini della realtà è l’auspicio di Steffenoni: ossia che gli unici a poter risolvere il giallo siano Rosy Bindi & C., ossia i membri della Commissione Antimafia che ad inizio anno hanno fatto finta d’interessarsi al caso. “Interessante, da approfondire”, ha osservato Marco Di Lello, componente della storicamente inutile commissione, fiancheggiato dal signor nessuno Angelo Attaguile, nominato sul campo responsabile della sottocommissione ‘sport e mafie‘.

007 & COMMISSIONI FANTASMA

Ecco le indicazioni di 007 Steffenoni: “L’opinione dell’autore è che su questo movente non sia possibile far luce mediante il percorso giudiziario tradizionale ma sia necessario l’intervento della commissione parlamentare Antimafia, la sola in grado di collegare le tessere del grande puzzle”.

E ancora: “L’intervento della camorra nella morte di Pantani, in un procedimento giudiziario minato da troppa litigiosità, rimarrà unicamente un’ipotesi abbandonata sullo sfondo e mai affrontata in concreto. L’avvocato De Rensis cercherà di mantenerla in vita e rinvigorirla con la richiesta di un’audizione da parte della commissione Antimafia, forse l’unica in grado di ascoltare la strana storia di un uomo che aveva troppi nemici”.

Sorge spontanea la domanda: ma ha mai letto qualcosa, Steffenoni, a proposito della commissione Antimafia? Quella che, per intendersi, ha visto negli anni scorsi tra i suoi membri Paolo Cirino Pomicino e Alfredo Vito, autentiche cure omeopatiche?

E ha mai letto qualcosa del caso di Alex Schwazer – tremendamente simile a quello Pantani per l’alterazione delle provette e il tentativo di distruggere un uomo che lotta contro il doping nello sport – con una commissione Antimafia che esattamente un anno fa ha ascoltato il preparatore atletico del maratoneta, Sandro Donati, e poi ha gettato tutto nel dimenticatoio?

Due sole novità arrivano dal libro dello scout-007, “criminologo che lavora come consulente per diversi tribunali”, eccoci, “spesso ospite di trasmissioni televisive e radiofoniche”.

Il finale ancora tutto da scrivere, e appena accennato in due righe, relativo all’autopsia di Marco: “nel midollo osseo di Pantani non si evidenziano tracce di eritropoietina”.

E la complessa, scientifica descrizione di come la provetta contenente il sangue del Pirata può essere stata taroccata dai tre esperti comprati dalla camorra. Almeno questo, da un criminologo.

Chiarelettere inaugura così la sua nuova collana gialla ‘Misteri Italiani’. In bocca al lupo.

Per settembre è annunciato un altro volumetto da 150 pagine – questo lo standard – sul giallo di David Rossi, il responsabile stampa del Monte dei Paschi di Siena volato dal quinto piano di piazza Salimbeni.

Per rispetto della vittima, dei parenti e dei lettori, un consiglio: evitate un altro salto nel vuoto.

 

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12 febbraio 2017

IL DL SU VENETOBANCA E BANCA INTESA: UN INSIEME DI ABUSI MAI VISTO PER FARE IL PIU’ COLOSSALE TRASFERIMENTO DI RICCHEZZA DELLA STORIA ITALIANA

Scritto da: Fabio Lugano
Fonte: https://scenarieconomici.it/il-dl-su-venetobanca-e-banca-intesa-un-insieme-di-abusi-mai-visto-per-fare-il-piu-colossale-trasferimento-di-ricchezza-della-storia-italiana/

 Il governo ha emesso la sua sentenza, con un decreto legge che rimarrà alla storia del diritto per la sua parzialità.

Tutto il diritto italiano è stato , letteralmente, stravolto per fare un’operazione che è, allo stato attuale, un completo e totale, ingiustificato, regalo a Banca Intesa. Il governo ha nascosto e gestito malissimo una situazione, da un lato ignorando completamente le richieste di giustizia dei risparmiatori truffati, dall’altro minimizzando i problemi del sistema creditizio. Vogliamo ricordare qualche perla?

“Voglio essere esplicito: qualsiasi forma di eventuale risoluzione di queste banche andrà respinta con tutte le forze.” Matteo Renzi 5 Giugno 2017 al Sole 24 ore

Naturalmente questa incredibile illusione, che ha generato poi l’adesione al BRRD, la procedura di risoluzione europea, il Bail Out Nazionale, i casi Etruria , Banca Marche, Cariferrara, Carichieti, ed ora BPVI e VB, è frutto di una visione padronale del sistema bancario, in cui tutto è sacrificabile PURCHE’ non si tocchi il potere politico o degli amici del potere stesso

Analizziamo il decreto passo per passo:

Il DL è il 99 del 25/6.  Dovrà essere convertito entro 60 giorni, ed il governo si è impegnato con INntesa, come vedremo a farlo approvare così come è , senza cambiamenti. Evidentemente il Parlamento Italiano sta diventando solo una sorta di fastidioso orpello da schiacciare a suon di fiducie. A questo punto dovremmo seriamente chiederci che eleggiamo i parlamentari a fare .

Il cuore di tutta la norma risiede nell’articolo 3 . Questo attesta la cessione gratuita a Intesa delle due banche, tranne un gruppo di beni che sono inclusi nella normativa relativa del Bail In del 2015. Il punto b) dello stesso articolo è quello che interessa agli azionisti

b) i debiti delle Banche nei confronti dei propri azionisti e
obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di
commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate delle Banche
o dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di
investimento riferite alle medesime azioni o obbligazioni
subordinate, ivi compresi i debiti in detti ambiti verso i soggetti
destinatari di offerte di transazione presentate dalle banche stesse;

c) le controversie relative ad atti o fatti occorsi prima della
cessione, sorte successivamente ad essa, e le relative passivita’.

Quindi le cause da svolgere contro la banca NON sono cedute a Banca Intesa, ma sono passate  alla “Bad Bank”, alla banca in liquidazione.

Passano anche alla banca in liquidazione gli NPL, il cui valore netto è di 10 miliardi. Su questo tema ho sentito una grandissima confusione, perchè si è parlato di “Cessione di oltre 20 miliardi di credito inesigibile”, ma questo non è vero, perchè il valore netto è superiore alla metà, con una copertura ormai consistente. Quindi l’iniezione di capitali necessaria, almeno secondo la media indicata dall’ABI e da BI sull’incasso degli NPL, per coprire eventuali perdite dovrebbe essere , tecnicamente, limitata, però tutto è affidato alla valutazione incerta degli NPL stessi.

Per dirvi quanto questa norma di legge sia prona ai desiderata di Banca Intesa  bisogna leggere il comma 2 ai punti a e b , dove viene data una esenzione completa per le certificazioni energetiche e le altre normative di carattere edilizio riguardanti gli immobili. La cessione quindi avviene senza riguardo per le ordinarie norma di carattere edilizio, quindi come se fossero una sorta di mega condono. Era necessario questo ulteriore favore ? Non si potevano fare, con calma, le perizie sulle classi termiche ? Perchè questo favoritismo assurdo ?

Poi una chicca

3. Il cessionario e’ individuato, anche sulla base di trattative a
livello individuale, nell’ambito di una procedura, anche se svolta
prima dell’entrata in vigore del presente decreto, aperta,
concorrenziale, non discriminatoria di selezione dell’offerta di
acquisto piu’ conveniente, nonche’ avendo riguardo agli impegni che
esso dovra’ assumersi ai fini del rispetto della disciplina europea
sugli aiuti di Stato.

La gara la cercherei su “Chi l’Ha Visto”….. Anzi le voci di stampa ci dicono che, se qualcuno ha fatto offerte, (offerte pagate, non regali) è stato rimandato a casa. Come mai ?

Il “Cessionario” , cioè Banca Intesa, ottiene i seguenti privilegi:

  • una garanzia dello stato per un valore fra i 5351 ed i 6531 milioni sui beni che le sono ceduti (nel caso il regalo non sia sufficientemente valutato).
  • Una garanzia “Soddisfatto o rimborsato”, per cui Banca Intesa può restituire a piacimento qualsiasi parte della banca regalata che non sia di suo interesse, ottenendo un’ulteriore garanzia di 4 miliardi. Tra l’altro in caso di ritorno di qualche pezzo debito o crediti non sono garantiti dal cessionario;
  • Adesso tenetevi forte: le garanzie fornite al cessionario (a Banca Intesa) hanno un grado di privilegio superiore ai debiti chirografari. Quindi, rebus sic stantibus,, sono privilegiati rispetto alle azioni di recupero degli azionisti tuffati. Con questa norma abbiamo preso il diritto fallimentare e lo abbiamo stracciato.

Ed adesso viene il bello. Gli NPL vengono ceduti a SGA Spa, società che nacque per la gestione delle attività dubbie del Banco di Napoli. SGA Spa era , casualmente, di Banca Intesa, ma è stata ceduta al Tesoro, casualmente, per 600 mila euro a Maggio 2017, prezzo fissato alla sua costituzione. Come mai il Tesoro già quasi due mesi fa sapeva di aver bisogno di una società specializzata nell’incasso dei crediti? Si parlava di una cessione della SGA a Fondo Atlante, ma quest’ultimo nasceva con già la finalità della gestione degli NPL, per cui sarebbe strano che non si fosse dotato di una struttura idonea nel frattempo La società è stata ceduta per 600 mila euro, ma si vociferava che avesse un capitale di 600 milioni . Non è che tutto questo è una compensazione indiretta per le perdite di Banca Intesa? I 600 milioni di attivo di bilancio sono veritieri e  facevano già parte a maggio di un disegno che ha portato alla situazione attuale ? In  realtà proprio il caso SGA e Banco di Napoli mostra come la scelta di cessione dell’attivo in questo modo sia stata affrettata e presa con superficialità.

L’articolo 6 introduce l’ennesimo controsenso e contrasto insensato per gli azionisti venetobanca e BPVI : infatti mentre per MPS i detentori di obbligazioni subordinate vendute prima del 1 gennaio 2015 hanno diritto alla sostituzione delle loro obbligazioni con obbligazioni senior, vendendo le stesse ricomprate da parte del Tesoro e quindi sostituite con titoli di qualità migliore, al contrario per gli obbligazionisti Junior delle venete vi è un richiamo alla pessima norma, che ha già causato grandissimi problemi, predisposta per gli obbligazionisti azzerati Banca Etruria, che prevede un ristoro, cioè la legge 208/2015 art 1 commi 855 e ss, che prevede un rimborso non generalizzato e totale, ma forfettario, ad capocchiam,  Anche i tempi per la richiesta dello stesso, considerato il periodo estivo e la totale assenza di una procedura, sono piuttosto stretti, essendo il 30/9/2017. Sembra che si siano voluti creare figlio (Obbligazionisti junior retail MPS ) e figliastri (tutti gli altri obbligazionisti junior). Alla faccia del buon senso .

L’articolo 8 è un compendio di sintesi

Disposizioni di attuazione

1. Il Ministro dell’economia e delle finanze puo’ dettare misure
tecniche di attuazione del presente decreto con uno o piu’ decreti di
natura non regolamentare.

Dante scriveva: “Vuolsi così colà dove si vuole ciò che si puote, e più non dimandare”.

Al danno si aggiunge la beffa. Penso che avete sentito Gentiloni che predicava come, giustamente, come i colpevoli del dissesto dovessero ripagare, il maltolto, giusto ? Beh certo, per ora si godono le loro aziende in espansione, come sottolinea perfino l’ANSA

Portando anche via un po’ di produzione ai veneti, come se i danni non fossero stati sufficienti, ma ciò premesso c’è il rischio che l’eventuale rimborso danni, se mai verrà pagato, vista la scarsissima solerzia del CdA , vada a …. Banca Intesa , salvo intervento riparatore del governo: infatti, come giustamente nota l’avvocato Nicola Stiaffini, l’articolo 3 del DL afferma

“…provvedono a
cedere ad un soggetto, individuato ai sensi del comma 3, l’azienda,
suoi singoli rami, nonche’ beni, diritti e rapporti giuridici
individuabili in blocco, ovvero attivita’ e passivita’, anche
parziali o per una quota di ciascuna di esse, di uno dei soggetti in
liquidazione o di entrambi.”

Ora l’azione risarcitoria iniziata da BPVI e da VB è da individuarsi come iniziata antecedentemente alla liquidazione, quindi come un rapporto giuridico che, potenzialmente , beneficerà Banca Intesa, non gli Azionisti Danneggiati! Del resto la norma su questo punto è chiara, e i commi successivi evitano con attenzione di chiarire a chi andranno i soldi del risarcimento danni. Questo perchè non si è chiarito il quadro giuridico complessivo, e la gatta frettolosa ha partorito il gattino cieco.

Ora il governo ha abituato ad azioni di forza che esautorano completamente il parlamento, ma questa norma contiene troppe ingiustizie e pasticci, troppi favoritismi, perchè non possa , anzi debba, essere vagliata e corretta in sede parlamentare. Se così non fosse, al di là delle questioni di diritto naturale stracciato in nome di non si sa bene quale principio superiore, si innescherebbe una conflittualità sociale i cui risultati potrebbero non essere positivo. Perchè il popolo può essere truffato, ma non può essere anche canzonato.

AMAZON E WHOLE FOODS. ACCELLERA LA RIVOLUZIONE DEL RETAIL

Scritto da: fabio Lugano
Fonte:https://scenarieconomici.it/amazon-e-whole-foods-accellera-la-rivoluzione-del-retail/

Venerdì la notizia è stato l’acquisto di Whole Foods, catena di cibo di alta qualità, da parte di Amazon. La catena in realtà stava passando un periodo non proprio prospero a causa di numerosi problemi. Le vendite pe negozio erano in calo da 24 mesi, l’espansione era possibile solo con nuove costose aperture. Le altre catene di  supermercati si erano buttate con avidità sul business del cibo biologico e di alta qualità, ponendo una dura concorrenza alla catena texana e costringendola ad arrivare ad un bivio: o ridurre i margini e divenire una catena un po’ più omologata , oppure veder progressivamente ridotte le vendite. L’azionariato era in ribellione perchè non riusciva a vedere una strategia precisa e vedeva i margini in riduzione. La valutazione della società era di 12 miliardi di dollari, per cui l’acquisto a 13,7 ha tolto le castagne dal fuoco a tutti.

Jeff Bezos ha risolto il problema, acquistando la catena, ha ribaltato la situazione del mercato food retail USA, ponendo le basi per una vera  e propria rivoluzione e per una forte spinta deflazionistica. Amazon non ha comprato solo una catena di negozi, ma ha anche comprato 431 location di alta gamma con negozi di alta qualità.

Ora questi punti vendita si vengono ad integrare con il servizio PRIME di Amazon, che , per 90 dollari al mese, garantisce la consegna a casa  entro 24 ore o meno, a seconda della fascia urbana. Se sembra un elemento secondario ricordiamo che una famiglia americana su due è già abbonata al servizio PRIME.

Ora Amazon ha 431 punti di distribuzione di beni di largo consumo, di qualità. I suoi volumi di vendita nel settore si integreranno con quelli acquistati, e quindi avremo una pressione ancora superiore sui grossisti e sui produttori. Questo porterà ad un taglio dei loro margini e ad una ulteriore maggiore concorrenzialità di Amazon -Whole foods. Tutte le principali catene della distribuzione ne risentiranno, come hanno mostrato le loro quotazioni borsistich venerdì scorso.

Tutte queste catene rischiano di veder ridotta la loro redditività da un colosso che, per la prima volta ,  integrerà veramente distribuzione online e retail tradizionale. Una compressione dei margini a cui alcuni di questi distrubutori non potranno resistere. Potremmo veder scorrere sangue nel prossimi anni.

Ora pensate a questo: e se domani Amazon comprasse Esselunga, quanto tempo rimarrebbe per Coop Italia ?

Obama: un disastro di Presidente da non rimpiangere

Scritto da:Giacomo Cangi
Fonte: http://www.wakeupnews.eu/obama-disastro-presidente-rimpiangere/

 

In un mondo in cui l’operato di chi fa politica si giudica solo in base alla retorica, al colore della pelle e ai gesti puramente simbolici non c’è da stupirsi se Barack Obama verrà ricordato dai media mainstream come un grande Presidente. Ma se si prendesse in considerazione anche il merito dei provvedimenti presi durante i sue due mandati allora il giudizio sarebbe decisamente diverso.

Obama, insieme a Sarkozy e Cameron, è intervenuto nel 2011 in Libia provocando la morte di Gheddafi e, soprattutto, facendo precipitare il paese nel caos (e gli italiani che hanno visto un incredibile aumento di flussi migratori proprio dalla Libia lo sanno bene). Nello stesso anno gli Stati Uniti di Obama (e di Hillary Clinton segretario di Stato) cominciarono a sostenere i cosiddetti ribelli anti-Assad in Siria. La natura di questi ribelli venne presto a galla: i combattenti moderati vennero di fatto inglobati in formazioni che di moderato avevano e hanno ben poco (ne sanno qualcosa i cristiani di Siria che fino al 2011 vivevano in pace e che poi hanno cominciato a essere perseguitati dai combattenti wahabiti che vogliono cacciare il Presidente Assad). Per quello che riguarda la presunta lotta all’Isis degli Stati Uniti è sufficiente ricordare che fino al 19 agosto 2014, quando gli uomini guidati da Abu Bakr al-Baghdadi uccisero il giornalista americano James Foley, Obama non sembrò interessato al califfato autoproclamatosi tale il 29 giugno dello stesso anno. E anche in seguito gli americani hanno solamente compiuto qualche bombardamento ma se lo Stato Islamico ha perso uomini e terreno lo si deve all’esercito arabo-siriano di Assad, agli Hezbollah, ai pasdaran iraniani, ai curdi e all’aviazione russa.

 

Gli Stati Uniti guidati da uno dei premi Nobel più guerrafondai di sempre hanno venduto 1,29 miliardi di dollari di bombe intelligenti all’Arabia Saudita, la quale ha utilizzato queste armi (anche) per continuare la sua operazione militare in Yemen nel silenzio generale e assordante della comunità internazionale. Inoltre, con Obama i rapporti fra Stati Uniti e Russia sono arrivati ai minimi storici dalla caduta del muro di Berlino ad oggi.

La situazione che Obama ereditò dal suo predecessore George W. Bush era indubbiamente gravissima. Fare peggio era praticamente impossibile ma Obama ce l’ha fatta e oggi il mondo è meno sicuro rispetto al 2009. Non si sentirà la sua mancanza.

Ora scappano anche gli anziani: è boom di case comprate all’estero dai pensionati

Scritto da: Fabrizio Patti
Fonte:http://www.linkiesta.it/it/article/2017/05/25/ora-scappano-anche-gli-anziani-e-boom-di-case-comprate-allestero-dai-p/34348/

Prima della grande crisi del 2008 era un fenomeno puramente marginale. L’Italia non è il Regno Unito e gli italiani non sentivano, come gli inglesi, la necessità di avere una seconda casa in Spagna dove passare i weekend grazie ai voli low cost. Poi, però, le cose sono cominciate a cambiare: c’è stata una fuga, silenziosa, dei pensionati, che si è accostata a quella più celebre dei cervelli in fuga. Questione di scelte di vita, di legami meno stretti con figli nel frattempo a loro volta emigrati o più semplicemente di necessità. Comprare casa a Santo Domingo costa meno di un bilocale a Baggio, Moncalieri o Baranzate e la vista è leggermente migliore. Il resto è tutta questione di trovare il modo di stipulare una buona assicurazione sanitaria.

Bastano un paio di percentuali per far capire quanto profondo sia il cambiamento avvenuto nell’ultimo decennio: nel 2005 le case comprate all’estero erano il 2,18% del totale delle transazioni. Nel 2014 la percentuale è salita al 10,86 per cento. C’entra in tutto questo, ovviamente, anche il calo drastico che è avvenuto nelle compravendite in Italia, letteralmente dimezzate. Ma c‘entra anche l’impennata degli acquisti all’estero, quasi triplicati rispetto al 2015: erano 18mila, sono arrivati a 45mila nel 2014 (lo mostrano i dati di Scenari immobiliari e Agenzia delle Entrate qui sotto).

Acquisti All’Estero
Acquisti Italia Estero Case

Le ragioni della fuga dei pensionati? Questione di scelte di vita o più semplicemente di necessità. Comprare casa a Santo Domingo costa meno di un bilocale a Baggio, Moncalieri o Baranzate e la vista è leggermente migliore

Che cos’è successo? Secondo Gianluca Santacatterina, amministratore delegato di Luxury & Tourism Ltd, società che intermedia gli acquisti di immobili degli italiani all’estero, ci sono tre attori che stanno determinando la tendenza. Ci sono i piccoli investitori italiani, legati al mattone per tradizione ma insoddisfatti dei rendimenti del mercato italiano. Ci sono gli investitori maggiori che, secondo Santacatterina, possono puntare a un rendimento doppio rispetto a quello ottenibile in Italia. Questo sia per tassazioni minori sia perché chi compra per investimento «cerca destinazioni che hanno una locabilità di 12 mesi all’anno, come le Canarie e la Repubblica Dominicana».

Verso questi luoghi va però anche la terza categoria di persone, quella dei “pensionati in fuga”. La definizione, e il paragone con i cervelli in fuga, vengono niente meno che dall’Inps, che alla fine del 2015 mise un faro sul fenomeno nel suo studio “World Wide Inps“. Venne fuori che l’Inps nel 2014 erogava all’estero 385mila trattamenti pensionistici, per più di un miliardo di euro in oltre 150 Stati. I dati del 2015, non disaggregati, parlano di una cifra nel frattempo salita a 406mila trattamenti. Dentro questi numeri c’è di tutto: l’emigrante italiano per lavoro (il fenomeno più storico), lo straniero immigrato che ha lavorato in Italia ed è tornato nel Paese di origine o, più in generale, il lavoratore che si muove in un mercato del lavoro globale. Quello che qui conta conoscere è il fenomeno dei “pensionati emigrati”.

Spiega l’instituto di previdenza sociale che, «benché si tratti di un fenomeno di portata ancora limitata in termini assoluti, negli ultimi anni un numero sempre crescente di pensionati si trasferisce in Paesi in cui, pur in presenza di un livello sufficiente di servizi sociali, in particolari sanitari, il costo della vita è più basso di quanto avviene in Italia e il peso del fisco incide in misura inferiore sulle pensioni». La “fuga dei pensionati” ha quindi motivazioni personali, ragioni economiche e si lega ad aspettative su una diversa qualità della vita. Tra chi esce dall’Italia, ovviamente, ci sono anche gli stranieri che dopo la pensione decidono di tornare nel Paese natio (d’altra parte da Baggio, Moncalieri e Baranzate intere generazioni di operai immigrati dal Sud sono tornate a vivere nei Paesi nativi, mare o campagna che fossero).

In totale sono espatriati, negli ultimi cinque anni, 16.420 pensionati, 5.345 nel solo 2014. In termini di importi pagati, considerando solo la gestione privata, siamo passati dai 10 milioni del 2010 ai 91 milioni del 2014.

Lo dice anche l’Inps: «negli ultimi anni un numero sempre crescente di pensionati si trasferisce in Paesi in cui, pur in presenza di un livello sufficiente di servizi sociali, in particolari sanitari, il costo della vita è più basso di quanto avviene in Italia e il peso del fisco incide in misura inferiore sulle pensioni»

Il trend, per quanto marginale, spinse lo stesso presidente dell’Inps, Tito Boeri, a dirsene preoccupato, per più motivi. Primo, perché «questo fenomeno erode la base imponibile. Molti pensionati ottengono l’esenzione dalla tassazione diretta e non consumano in Italia (con effetti quindi anche sulla tassazione indiretta). Il fenomeno non è compensato da flussi in ingresso di pensionati Inps che rientrano». Secondo, e meno intuitivo, perché l’Italia è uno dei pochi Paesi a riconoscere la portabilità extra-Ue della parte non-contributiva delle pensioni. Il famoso “retributivo” che i giovani possono solo rimpiangere serve quindi anche sovvenzionare questi trasferimenti. Da qui due domande: «Perché non smettere di pagare prestazioni non contributive all’estero?» e «Perché non investire in servizi per gli anziani (ad es. HCP), al fine di ridurre la fuga dei pensionati ed attrarre pensionati dall’estero?», si chiedeva il presidente dell’Inps.

Ma dove vanno questi pensionati in fuga? Chi avesse in mente emigrazioni di massa ai Caraibi sarebbe fuori strada. Il 71% dei pensionati emigrati negli ultimi cinque anni si è trasferito in altri Paesi europei, il 10% in America settentrionale e il 6% in America meridionale.
Però, raffrontando il 2014 al 2010, le percentuali di incremento maggiore si registrano in Oceania (+257%), Africa (+163%) ed America Centrale (+114%). Guardando i dettagli si capisce qualcosa di più. In Europa, per esempio, grandi incrementi ci sono stati nei Paesi classici dell’emigrazione, come la Germania e il Belgio (stiamo quindi parlando di persone che si erano già trasferite e che ora percepiscono parte della pensione dall’Italia). Ma forte è anche la crescita di Paesi come la Spagna, dove i numeri – pur minuscoli – sono più che raddoppiati negli ultimi anni. Forte crescita c’è stata anche per gli spostamenti verso Usa e Canada e, con numeri più piccoli, verso Repubblica Dominicana e Cuba. Un caso a sé è l’Austrialia, dove i 39 pensionati emigrati nel 2011 erano diventati 209 nel 2014.

Dove vanno questi pensionati in fuga? Il grosso si è trasferito in altri Paesi europei. Però, raffrontando il 2014 al 2010, le percentuali di incremento maggiore si registrano in Oceania (+257%), Africa (+163%) ed America Centrale (+114%)

Secondo Gianluca Santacatterina molti di questi trasferimenti sono “per necessità”. «Comprare casa nella Repubblica Dominicana può costare anche solo 50mila euro. Chi compra considera anche che per tutto l’anno non avrà bisogno di pagare le spese di riscaldamento». Chi si sposta, nell’esperienza del consulente immobiliare, «lo fa preferibilmente dove c’è caldo sempre». Non tutto però è semplice. Da considerare ci sono le spese per l’assistenza sanitaria («È la seconda domanda che i clienti fanno, dopo quella sul costo della casa”, dice Santacatterina). E c’è il rischio di cambio. Quando si acquista in valuta locale, in pochi anni quello che poteva sembrare un affarone può diventare un bidone se la moneta locale si svaluta.