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Foreign Affairs: l’Euro è in declino?

Scritto da: Saint Simon
Fonte: http://vocidallestero.it/2018/01/15/foreign-affairs-leuro-e-in-declino/

La moneta unica, in assenza delle istituzioni statuali necessarie, è tenuta in piedi soltanto dalla BCE, diventata nel corso della crisi dell’euro prestatore non ufficiale di ultima istanza. Tuttavia, la legittimità della BCE si fonda sul principio della banca centrale indipendente e più in generale su quella ideologia neoliberale che decenni di bassa inflazione e crescita lenta mettono sempre più in discussione. L’incapacità della UE di darsi istituzioni statuali, combinata con l’ascesa delle istanze dei partiti cosiddetti populisti che implicitamente contestano la legittimità stessa della BCE, mette in serio dubbio la capacità della UE di rispondere alle future crisi e trasforma l’Europa da “assistente” dell’egemonia finanziaria statunitense in “generatore di rischi” per il sistema finanziario globale. Da Foreign Affairs.

di Kathleen R. McNamara, 12 gennaio 2018

Quando l’euro fu creato circa 15 anni fa, c’era l’ipotesi che la nuova valuta avrebbe potuto sfidare il dominio del dollaro USA come valuta internazionale di riserva. Ma il guardiano dell’euro, la Banca Centrale Europea (BCE), aveva poco desiderio per tale ruolo. Allo stesso modo, i mercati valutari hanno mostrato scarso sostegno all’idea di soppiantare l’egemonia del dollaro con l’euro, nonostante il passaggio a obbligazioni denominate in euro e un rafforzamento del valore dell’euro negli anni 2000. Ciò ha significato che l’UE, in gran parte, ha svolto un ruolo di “supporto” all’egemonia finanziaria statunitense, nel periodo postbellico fino ad oggi.

Ma ora, lo status di “assistente” dell’Europa potrebbe essere in discussione. Le forze populiste che sono emerse in tutto il continente mettono alla prova la legittimità dell’euro e minacciano le fondamenta sia istituzionali che ideologiche su cui poggia. Con questa incertezza, sorge la possibilità che l’UE si trasformi in un “generatore di rischio” all’interno dell’ordine finanziario globale o, forse ancora peggio, in un “saccheggiatore” del sistema stesso.

UNO SVILUPPO POLITICO INCOMPLETO

L’autorità sovrana della BCE è fondamentale per la più ampia stabilità del sistema finanziario globale. Ma una delle sue principali debolezze riguarda le particolarità dell’architettura dell’euro: a differenza di ogni altra valuta di successo, a livello europeo c’è solo la BCE, mentre mancano le più ampie istituzioni sociali e politiche necessarie a dare fondamenta stabili e durature alle valute. Sono quattro i ruoli per cui questo ampio assetto dell’autorità politica risulta necessario : funzionare da generatore affidabile di fiducia e liquidità per il mercato; fornire una solida regolamentazione del rischio finanziario; costruire meccanismi di redistribuzione fiscale e aggiustamento economico; creare la solidarietà necessaria ad affrontare tempi difficili. È questa mancanza di un governo più ampio che mette in pericolo l’euro e lo rende un potenziale “predone” del sistema finanziario internazionale, non le sue carenze come valuta ottimale, come hanno sostenuto alcuni economisti come Paul Krugman.

Per quanto riguarda il primo elemento, che serve come supporto visibile e a prova di bomba per rassicurare i mercati finanziari, la zona euro sta facendo relativamente bene. Sebbene in origine fosse stata creata come banca centrale iper-indipendente, dotata di un mandato ristretto per combattere l’inflazione e proteggere il valore dell’euro, la BCE nel corso del tempo si è dimostrata più innovativa nel fornire fiducia e liquidità di quanto immaginassero i suoi creatori quando si incontrarono a Maastricht nei primi anni ’90. In particolare, la BCE, sotto la guida di Mario Draghi, ha emesso centinaia di miliardi di euro in prestiti di emergenza alle banche europee negli anni successivi all’implosione dell’economia greca a seguito della recessione globale del 2008. La politica monetaria rispecchia in qualche misura la decisione del Tesoro statunitense e della Federal Reserve nel 2008 di salvare le banche americane attraverso il Troubled Assets Relief Program [Programma di Aiuto agli Asset in Difficoltà, ndt]. Anche le Long Term Refinancing Operations [operazioni di rifinanziamento a lungo termine, ndt] della BCE, che prestano denaro a tassi di interesse molto bassi agli stati membri in difficoltà, rappresentano un significativo allontanamento dall’immagine della BCE come istituzione che non agisce per sostenere le entità in difficoltà finanziarie. Gli LTRO si sono dimostrati relativamente efficaci nel calmare i mercati e dare agli stati membri indebitati un certo spazio per fare le riforme, anche se le richieste di politica di austerità sono state gravemente dannose.

Queste nuove politiche e questi programmi sono stati accompagnati da una serie di dichiarazioni molto più energiche e apertamente politiche da parte dei dirigenti della BCE. Nell’estate del 2012, i commenti muscolari di Draghi che impegnavano la sua istituzione a fare “tutto il necessario” per salvare l’euro hanno ricevuto molta attenzione in Europa e negli Stati Uniti, ma è stata soltanto una delle molte dichiarazioni che sono venute dalla BCE durante la crisi della zona euro. In termini sia della sua capacità istituzionale che del suo ruolo nel dibattito politico, la BCE ha svolto un ruolo essenziale e inaspettato in quanto prestatore non ufficiale di ultima istanza, riducendo così il ruolo di potenziale “generatore di rischio” dell’UE.

Tuttavia, il secondo fattore, che richiede un’unione bancaria e finanziaria europea, è quello dove l’UE ha mostrato maggiore debolezza. La profonda integrazione finanziaria tra gli stati europei richiede un quadro onnicomprensivo per proteggersi dal contagio di crisi bancarie. Sebbene ci sia stato qualche movimento verso una tale struttura di unione bancaria, essa rimane incompiuta. La Commissione Europea, con il sostegno della BCE, ha avuto successo nell’ottenere un accordo su un meccanismo unico di vigilanza per le banche della zona euro. Questa iniziativa è guidata dalla BCE e fornisce un regolamento unico per tutte le banche. L’Autorità Bancaria Europea, creata nel 2011, è un nuovo importante attore che disciplina gli Stati della zona euro e quelli non appartenenti all’euro come parte del Sistema Europeo di Vigilanza Finanziaria. Questi sviluppi normativi e istituzionali, tuttavia, devono ancora includere elementi cruciali come l’assicurazione comune sui depositi, che proteggerebbe da una corsa catastrofica agli sportelli in tutta l’UE, e le regole di risoluzione bancaria devono ancora essere attuate per far fronte alle future crisi bancarie.

Il terzo elemento – l’unione fiscale ed economica – rimane il più irraggiungibile per l’UE. Anche se alcuni hanno sostenuto che l’UE ha bisogno solo dell’unione bancaria, politicamente più praticabile, l’unione fiscale rimane fondamentale per gestire gli inevitabili alti e bassi di una valuta comune, fornendo meccanismi per la redistribuzione fiscale e l’aggiustamento economico. Un’unione fiscale comporta la capacità di ricavare gettito attraverso le tasse, di redistribuire il denaro attraverso la spesa pubblica e di raccogliere fondi aggiuntivi attraverso strumenti di debito pubblico. L’UE attualmente non ha nessuna di queste funzioni esplicite, sebbene (meno visibilmente) redistribuisca fondi attraverso il suo Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e il Fondo Sociale Europeo. Le proposte degli “eurobond” e di altri modi di mutualizzare il debito nell’eurozona si sono rivelate politicamente provocatorie perché implicano un’integrazione politica molto più profonda di quella che molti in Europa sono disposti ad accettare, mentre in Germania suscitano in alcuni il timore di rimanere invischiati nelle spese dissolute dei loro vicini. Al posto di un’unione fiscale, la dirigenza dell’UE e i capi di stato e di governo hanno aggressivamente cercato di imporre programmi di austerità, che comportano riduzione del deficit e del debito, su società che stanno ancora barcollando per le conseguenze negative della crisi finanziaria. Tali sforzi sembrano molto più simili ai programmi di prestito condizionale ai prestiti di aggiustamento strutturale del FMI che ad un sistema amministrativo integrato che potrebbe tenere insieme un’unione monetaria. Questi programmi di austerità mettono a repentaglio il futuro dell’UE e, quindi, la stabilità nel più ampio ordine finanziario globale.

Infine, all’Unione europea manca anche un’unione politica più ampia, che costituisce il fondamento legittimo di tutte le altre valute. Sebbene negli ultimi 50 anni l’UE sia diventata notevolmente istituzionalizzata, con un quadro giuridico di tipo costituzionale e una serie di politiche e pratiche che incidono profondamente sulla vita quotidiana di tutti gli europei, non ha tutte le strutture amministrative di stampo statale che supportano tutte le altre valute nazionali. A scapito della stabilità europea e globale, semplicemente l’UE non ha creato la solidarietà sociale e le istituzioni politiche legittime per integrare adeguatamente l’euro in un quadro politico più ampio.

Poiché i meccanismi politici per stabilizzare l’economia europea rimangono elusivi, la crisi dei flussi di rifugiati e il reinsediamento dei migranti, la Brexit e l’ascesa di gruppi populisti anti-UE hanno gettato seri dubbi sul più ampio progetto europeo e hanno così trasformato il ruolo dell’Europa, da “assistente” a  “generatore di rischio” nell’ordine finanziario globale.

IL DECLINO DEL NEOLIBERALISMO

Ma le configurazioni istituzionali non sono l’unico fattore importante nel considerare la sicurezza del ruolo dell’UE nell’ordine finanziario globale. Anche le idee sono dispositivi essenziali e inevitabili di legittimazione. In effetti, l’iper-indipendente e politicamente isolata BCE è in parte il risultato della più ampia cultura del neoliberalismo, un insieme di idee che comprende una serie di politiche, come la rigida delega del controllo sull’offerta di denaro ad esperti scollegati dalla democrazia rappresentativa. Il razionale teorico alla base di questa idea è semplice: i politici che inseguono i voti probabilmente cercheranno di manipolare l’economia in modi che rendono felice la popolazione nel breve termine, ignorando la possibilità che le loro politiche monetarie generino problemi economici a lungo termine. L’isolamento delle banche centrali dall’influenza diretta dei funzionari eletti è stato uno dei cambiamenti di governo più importanti a livello globale negli anni ’90. La BCE, istituita nel 1999, ha portato l’indipendenza della banca centrale all’estremo, avendo soltanto deboli canali di rappresentanza e supervisione politica.

L’indipendenza della banca centrale ha raggiunto uno status formidabile nella vita politica contemporanea, con pochi dubbi sulla sua logica o efficacia. Ma le prove a sostegno dell’indipendenza della banca centrale sono sempre state contrastanti, nel migliore dei casi. Questa contraddizione può essere spiegata da ciò che chiamo diffusione di una “narrativa razionale”. I governi come quelli della zona euro scelgono di delegare il potere finanziario per acquisire importanti proprietà legittimanti e simboliche, che sono particolarmente allettanti in tempi di incertezza o difficoltà economiche.

Questa dinamica è razionale e strumentale, ma solo se inserita in un contesto culturale e storico molto specifico che legittima quella delega, la cultura del neoliberismo. Invece, il passaggio a una banca centrale indipendente sembra solo proteggere la politica monetaria dalla politica. Infatti, come ha sostenuto Jacqueline Best in Foreign Affairs, cementa un insieme specifico di ideologie e posizioni partigiane che favoriscono determinati gruppi sociali, in particolare gli investitori, rispetto ad altri, come i lavoratori. La BCE ha beneficiato del forte consenso sulla desiderabilità dell’indipendenza della banca centrale, che è stata parte integrante della svolta neoliberale dagli anni ’90 in poi.

La domanda è questa: dopo diversi decenni di bassa inflazione e crescita lenta, questa legittimazione delle banche centrali indipendenti potrà continuare? Questo è tutt’altro che chiaro, poiché gli effetti disastrosi delle politiche di austerità imposte ai paesi debitori come Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna hanno creato profonde divisioni politiche e hanno alimentato le fiamme della reazione populista contro l’isolata tecnocrazia europea. Mentre partiti euroscettici emergono in tutta l’UE per sfidare il consenso liberale ortodosso che ha governato l’UE, non è chiaro se i fondamenti che legittimano la BCE e l’euro oggi siano ancora validi. Se la giustificazione dell’indipendenza della BCE è messa in discussione, ma la configurazione istituzionale dell’UE non è aggiornata per dare all’euro l’autorità politica di cui ha bisogno, è molto probabile che l’UE avrà moltissime difficoltà.

Proprio come gli osservatori ora temono che gli Stati Uniti siano in una posizione strutturalmente indebolita a causa dell’apparente rifiuto del ruolo di “nazione indispensabile” degli Stati Uniti da parte del presidente Donald Trump, lo sviluppo politico incompleto dell’UE e la reazione contro l’ideologia che legittima la BCE mettono in discussione la capacità dell’Europa di affrontare crisi future. Questi fattori rendono l’UE un “generatore di rischio” come minimo e un potenziale “saccheggiatore” nell’ordine finanziario globale nel peggiore dei casi. Il sistema finanziario globale non può permettersi un simile esito.

AUTOSTRADE / TRUCCHI, REGALI, MILIARDI E ANCHE IL SEGRETO DI STATO

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2018/01/07/autostrade-trucchi-regali-miliardi-e-anche-il-segreto-di-stato/

Autostrade, la super lobby va sempre in gol. Gol pesanti, miliardari, quelli messi a segno dai signori del pedaggio eterno, oggi beneficiati con l’ennesimo aumento tariffario, e da un regalo trovato sotto l’albero di Natale, per quanto riguarda una bella fetta dei lavori di manutenzione, da gestire attraverso società collegate e controllate.

Ma la ciliegina sulla torta è ancora un’altra: i contratti di concessione sono coperti dal più assoluto riserbo, nessun cittadino né utente né associazione dei consumatori può ficcarci il naso. Perchè sono coperti – udite udite – nientemeno che dal segreto di Stato.

UN SEGRETO COMODO COMODO

E cominciamo proprio da questo ultimo, incredibile tassello nel mosaico affaristico dei padroni del casello. Racconta un funzionario del ministero dei Trasporti: “Avete mai provato a chiedere di esaminare i contratti stipulati dal concedente, ossia il ministero dei Trasporti mentre prima era l’Anas, e i privati? Non vi verrà mai fornito, perchè sono contratti protetti dal segreto di Stato. Lo stesso succede, in un ambito diverso, per i prodotti finanziari, spesso titoli spazzatura, venduti dalle banche ai loro risparmiatori: nessuno può vederli, anche in quel caso c’è il segreto di Stato. Ma vi rendete in quale democrazia taroccata viviamo? Non c’è un partito che alzi un dito per protestare e viglia cambiare le cose. Tutti allineati e coperti. E i cittadini, al solito, derubati e calpestati come pezze da piedi”.

Forse ricorderete la vicenda dei contratti ‘finanziari’ sui quali la Voce scrisse un’inchiesta poco più d’un anno fa. E di una folle sentenza del Consiglio di Stato che difendeva, con acrobatiche motivazioni, l’apposizione del Segreto di Stato, perchè alla stampa – veniva sostenuto – quindi alla pubblica opinione, ai cittadini, non è giusto far sapere cosa le banche approntano alle loro spalle, quali trappole – come si è visto in questi anni – allestiscono i Bankster di casa nostra per veder rimpinguare i loro profitti, sempre sulla pelle dei risparmiatori.

Non c’è due senza tre, ed eccoci alla terza vicenda che i lettori della Voce conoscono bene. I dossieraggi ordinati dal governo Berlusconi ad inizio anni 2000 ai danni di magistrati, giornalisti e gruppi ‘scomodi’, spiati per anni, pedinati, delegittimati nelle loro attività: il tutto venne organizzato dai Servizi di Nicolò Pollari e venne alla luce nel corso dell’inchiesta sul rapimento Abu Omar. Ma il processo di Perugia che ne è scaturito è finito in flop, per via del Segreto di Stato apposto da tutti i premier che negli ultimi dieci anni si sono succeduti, da Prodi a Berlusconi fino alla quaterna dei non eletti (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni). Una vicenda di spionaggio privato trasformata in una alta questione di difesa nazionale, l’unica che può giustificare il Segreto di Stato.

E figurarsi, ora, per le autostrade, cosa mai può giustificare il Segreto di Stato? Pericoli per la sicurezza del nostro Paese? Perchè se caso mai ne viene a conoscere il contenuto la Francia si scatena la rivoluzione? A proposito di Francia, va notato en passant che tutti i contratti di concessione che regolano il settore autostradale transalpino vengono regolarmente pubblicati sul sito del ministero.

Da noi, invece, quello guidato da Graziano Delrio resta un sepolcro imbiancato.

Continua il funzionario: “sono in buona parte contratti vecchi, risalenti agli anni ’90, una parte poi è stata riveduta tra il 2008 e il 2010, un’altra ancora è stata rinnovata alla chetichella e si tratta ogni volta di prolungamenti ultraventennali. Il segreto sta proprio in quel che prevedono, che è bene non far conoscere ai cittadini, perchè altrimenti si accorgerebbero delle truffe alle quali sono sottoposti. Nei contratti, infatti, le società private devono dettagliare i loro piani di investimento, i quali giustificano il mantenimento dei pedaggi e gli eventuali rincari. Ora, se si scopre che certi investimenti non sono stati fatti, oppure sono stati promessi e non fatti, cade ogni giustificazione per pedaggi e aumenti, e quindi si scopre finalmente che il re è nudo. Per cui il Segreto di Stato serve a coprire il meccanismo truffaldino”.

A quanto pare in Italia esiste, tra le tante Autorithy, anche una per i Trasporti. Ma che ci sta a fare se non esige un minimo di trasparenza nel suo settore? Si trincerano all’Autorità: “abbiamo più volte più volte manifestato la necessità di renderli pubblici, i contratti”.

Manifestato a chi? A se stessa? Una sorta di autoproclama, peraltro disatteso?

IL REGALO DEL 40 PER CENTO

Ma eccoci al regalo di Natale, confezionato con cura dal governo Gentiloni, dal ministro Delrio e dal segretario Pd Matteo Renzi. Un emendamento alla legge di Bilancio, infatti, riconferma la quota del 40 per cento dei lavori di manutenzione, che era stata messa in discussione – per la sua evidente anomalia – dal Codice degli Appalti approvato due anni fa e che prevedeva invece una riduzione al 20 per cento.

A quella riduzione i big delle autostrade – gruppi Benetton e Gavio in testa – si sono ovviamente ribellati e hanno trovato facili e morbide sponde governative, attraverso le quali riuscire a imprimere nell’asfalto quella quota fatidica, il 40 per cento di tutti i lavori di manutenzione autostradale da smistare alle loro società collegate o controllate senza dover passare per nessuna gara d’appalto. Cose che neanche nella Turchia di Erdogan.

Un affare da circa 15 miliardi di euro, quelli che possono spartirsi le numerose sigle che popolano il ricco arcipelago autostradale.

In pole position Pavimental e Spea sul fronte della Autostrade per l’Italia fa capo al gruppo Atlantis dei Benetton. Il nome di Pavimental è venuto alla ribalta, alcuni anni fa, per i subappalti concessi ad alcune sigle in forte odore di camorra e concernenti caselli autostradali e viadotti.

Alla potente SIAS dei Gavio, invece, fanno capo svariate altre sigle, a partire dalla storica Itinera, per poi passare a Abc, Interstrade, Sea, Sicogen e Sina. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Globalmente, il numero degli addetti ai lavori in questo lussureggiante arcipelago è di circa 3000 addetti. Il sindacato, dal canto suo, pensa alla difesa dei posti di lavoro e poco è interessato a regole & trasparenza.

 

Grecia, oltre 500.000 lavoratori poveri: “Il mio stipendio basta appena per mangiare”

Fonte: http://vocidallestero.it/2017/11/21/grecia-oltre-500-000-lavoratori-poveri-il-mio-stipendio-basta-appena-per-mangiare/
Fonte: Rododak – novembre 21, 2017

Introdotta, a parole, per combattere la disoccupazione giovanile, la liberalizzazione del mercato del lavoro (leggi: distruzione dei diritti dei lavoratori) ha portato in Grecia all’emergere prepotente di una nuova classe: quella dei lavoratori poveri, più spesso giovani, che ricevono stipendi semplicemente insufficienti per vivere. Lo riporta il blog Keep Talking Greece, facendo riferimento a un’inchiesta uscita sul settimanale tedesco Der Spiegel.

In Grecia più di mezzo milione di lavoratori guadagnano così poco che riescono appena a sfamarsi. Sono dati terribili, che ci toccano in tutti i sensi: perché se Atene piange, Roma non ride. Il recente rapporto Caritas presentato pochi giorni fa alla stampa estera denuncia infatti come non solo la povertà in Italia sia in aumento, ma le persone più penalizzate siano proprio i giovani. Nel nostro Paese un giovane su dieci vive in uno stato di povertà assoluta; nel 2007 era appena uno su 50. Ma non è tutto qui. Anche in Italia cresce drammaticamente il numero dei poveri non disoccupati: nella categoria “operaio e assimilato” l’incidenza della povertà è oggi pari al 12,6%, mentre negli anni pre-crisi si attestava appena all’1,7%. Come i nostri lettori ben sanno, se i Paesi non possono recuperare competitività svalutando la propria moneta (come Italia e Grecia, stretti nel cappio dell’euro), hanno l’unica strada di abbattere il costo del lavoro. E quella che chiamano competitività, è infatti la conclusione di questo articolo. Sì, competere contro la propria stessa sopravvivenza. 

Di Keep Talking Greece, 4 novembre 2017

Le riforme hanno gravi effetti collaterali. Dalla crisi economica in Grecia è emersa una nuova classe sociale: i lavoratori poveri. Donne e uomini istruiti, per lo più laureati, che devono adattarsi a lavori sottopagati.
lavoratori poveri sono lavoratori che hanno redditi inferiori a una determinata soglia di povertà.
In una inchiesta esclusiva, il settimanale tedesco Der Spiegel riporta, tra le altre storie di lavoratori poveri in Grecia, anche quella di Stelina Antoniou, di 24 anni, laureata, impiegata come barista al Royal Theatre di Salonicco. Lavora tre giorni alla settimana, con turni che spesso arrivano fino alle 12 ore filate, e guadagna 240 euro netti al mese.

“Almeno non devo pensare a come spendere i soldi che guadagno – dice – bastano giusto per mettere qualcosa in tavola”.

Ha studiato Lingua e Letteratura greca, ma dal momento che le assunzioni di insegnanti nelle scuole greche sono state sospese “l’unico lavoro che ho trovato è stato in questo ristorante. Questo è il lavoro e lo stipendio che ti viene offerto in Grecia al giorno d’oggi, se hai meno di 25 anni”.

Stelina condivide un appartamento con un’amica di 22 anni che guadagna uno stipendio simile lavorando come domestica. Le due mettono insieme i loro soldi e come prima cosa pensano a pagare le bollette. La loro priorità principale è la bolletta del riscaldamento.

Questa giovane donna greca appartiene a un gruppo sociale che negli ultimi anni è esploso con una forza senza paragoni: i cosiddetti “lavoratori poveri”.Un terzo dei lavoratori del settore privato ora guadagna così poco che lo stipendio non è sufficiente per sopravvivere, e si tratta di più di mezzo milione di persone. Per il loro lavoro sono pagati meno di 376 euro al mese, ovvero meno del 60 per cento del salario medio. Quasi il 9 per cento dei dipendenti deve accontentarsi di meno di 200 euro. Il rischio di ritrovarsi poveri pur avendo un lavoro stabile in Grecia è più alto che in qualsiasi altro paese dell’Unione Europea.

Ma anche le persone che guadagnano un po’ di più affrontano difficoltà sempre maggiori, perché il costo della vita negli ultimi anni è aumentato significativamente. A titolo di confronto, a Berlino, i prezzi dei beni destinati al consumo quotidiano sono più alti solo del 14,5% di quelli di Atene, mentre il potere d’acquisto nella capitale tedesca è del 117% più alto.È lo Stato che ha contribuito all’aumento dei costi, grazie alle riforme: le scappatoie fiscali sono state chiuse, l’Iva è aumentata e lo stesso hanno fatto le tasse sull’acquisto di terreni.

Un’altra causa che ha portato a queste conseguenze è la liberalizzazione del mercato del lavoro, che i creditori della Grecia hanno ripetutamente sollecitato dall’inizio della crisi finanziaria. Da allora, il Parlamento ha approvato tutta una serie di leggi che hanno attenuato in modo significativo le protezioni dei lavoratori. E intanto sono in programma ulteriori leggi sul lavoro, presto il Parlamento dovrà votare un giro di vite su diritto di sciopero e di riunione.Il problema è che la liberalizzazione ha avuto spesso l’effetto opposto a quello cercato. Ad esempio, la legislazione aveva abbassato il salario minimo del 22 per cento, portandolo a 586 euro, mentre la soglia era ancora più bassa per chi aveva meno di 25 anni.

Questo, si sperava (o forse si diceva di sperare, NdVdE), avrebbe contrastato la disoccupazione giovanile, che in Grecia raggiunge un picco senza confronti nell’UE. Il risultato: nel 2016 il 47% dei giovani sotto i 25 anni era disoccupato. Allo stesso tempo, è emersa una classe di lavoratori che tollera qualsiasi trattamento, perché consapevoli che se proveranno a lottare per i propri diritti saranno rapidamente sostituiti. Due esempi.

Addetto alle consegne, 30 anni, lavora per 4 euro all’ora 36 ore alla settimana, domenica e festivi senza straordinari. Il carburante e la manutenzione del motorino sono a suo carico.

Impiegato in un fast food, 30 anni, lavora a tempo pieno 40 ore a settimana. Guadagno netto 490 euro al mese. Nessuno straordinario, nessun bonus per Natale né per le festività, benché obbligatori per legge.

Le possibilità dei datori di lavoro, d’altra parte, sono aumentate. Possono rifiutarsi di pagare il lavoro straordinario e le ferie. Non devono temere alcuna conseguenza se registrano dipendenti a tempo pieno come part time per risparmiare sui contributi sociali, solo per citare alcuni esempi.

Le ristrettezze materiali non sono l’unico problema. La condizione dei lavoratori poveri impedisce anche a molti, benché lavorino, di vivere una vita autodeterminata. Molti non hanno altra scelta che continuare a vivere nella stanza dei bambini della casa dei genitori – senza alcuna prospettiva di avere una propria famiglia.

E benché le persone coinvolte siano in così grande numero, difficilmente riescono a trovare spazio nella percezione pubblica. Compaiono nelle statistiche, di tanto in tanto un articolo sulla stampa crea un certo scalpore, oppure qualche politico li difende, promettendo loro qualche miglioramento per farsi votare.

Ma da parte dei “lavoratori poveri” non arriva alcun grido forte di protesta, perché questo ridurrebbe anche le possibilità di ottenere un lavoro sottopagato. E un lavoro mal pagato è comunque meglio di nessun lavoro.
P.S. Il grido di protesta forse si alzerà quando i lavoratori poveri della Grecia arriveranno all’età in cui ci si deve fare la propria famiglia. Oppure seguiranno il percorso dei loro amici e migreranno all’estero. O magari la crisi sarà finita. Ma, ancora, anche se la crisi sarà finita, i salari rimarranno bassi. Christine Lagarde del FMI la definì “competitività”. Essere competitivi contro la propria stessa sopravvivenza.

Romania. Nulla è cambiato. Le foto shock!

Scritto da: Massimiliano Frassi
Fonte: http://www.massimilianofrassi.it/blog/category/abusi-nei-collegi-e-negli-orfanotrofi

I bambini poveri finiscono ancora oggi negli orfanotrofi….i genitori sono “contenti”, convinti che lì possano mangiare, sopravvivere…invece…Invece sono luoghi deputati all’abusi, alle sevizie, alla incompetenza di chi li dovrebbe crescere, alla morte…
Queste foto non sono mie. Non le feci più di 10 anni fa col mio reportage sui bimbi di Bucarest. Queste foto sono state scattate oggi, aprile 2015 d.C. In Romania ancora si muore negli orfanotrofi. Per la colpa di essere bambini. Peggio se poi con più o meno gravi disabilità.

bambini della romania

Massimiliano Frassi i bambini delle fogne di Bucarest 2015

GERMANY’S ZOMBIE SAVINGS BANKS!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/11/28/germanys-zombie-savings-banks/

 

 

Le ultime notizie in arrivo dalla Germania ci dicono che in nome della stabilità e dell’Europa anche i politici tedeschi si adeguano al monito del capo dello Stato e si rimangiano tutte le loro dichiarazioni in nome della nuova Grande coalizione…

BERLINO – Ieri sera, mentre i vertici della Spd dibattevano animatamente se accettare una nuova Grande coalizione con Angela Merkel, il ministro della Giustizia uscente, Heiko Maas, è andato in tv e ha anticipato l’esito delle otto ore di autocoscienza del suo partito. “Non possiamo comportarci come bambini capricciosi”. E nella notte, al termine della riunione-fiume, il segretario Spd, Hubertus Heil, ha confermato: “La Spd è fermamente convinta che il dialogo sia importante. La Spd non chiude al negoziato”.(…)

Dopo il naufragio dell’ipotesi Giamaica, domenica scorsa, quando i colloqui tra la cancelliera, i liberali e i verdi sono falliti, Schulz si è affrettato a sottolineare che la Spd non avrebbe più accettato di aprire un negoziato per una Grande coalizione, sostenendo che gli elettori avessero già espresso con  il 14% di voti in meno alla Cdu/Csu e alla Spd, il desiderio di un cambiamento. E ha ripetuto a ogni piè sospinto di “preferire nuove elezioni”. Un errore. Tanto che da ieri si sono anche rafforzate le voci su un possibile passo indietro dell’ex presidente del Parlamento europeo.

(…)  Suona anche debole l’argomento che si coglie in molti ragionamenti della Spd , cioè che l’Afd rischia di restare il partito più forte all’opposizione, con la Grande coalizione.

Ma se si rivotasse, la destra populista rischierebbe solo di crescere ancora, secondo molti sondaggisti.

Qui alcune dinamiche possibili nei prossimi mesi…

Problemi chiave 1) Merkel non è in una posizione di forza. SPD richiederà concessioni che la Merkel difficilmente accetta. La sua festa sorella, CSU, potrebbe uscire se lo fa. 2) AfD sarà il più grande partito di opposizione, con diritti parlamentari. Nessuno vuole quel risultato diverso da AfD. Ci saranno discorsi. Non aspettarti nulla da questo. Eurointelligence vede queste possibilità: 1) SPD e CDU / CSU non riescono a concordare un ordine del giorno comune. Nessun governo di minoranza, nessuna grande coalizione. Nuove elezioni. 2) La leadership SPD e CDU / CSU fanno progressi nei colloqui, ma la leadership SPD rifiuta la grande coalizione, accettando solo un sostegno limitato per un governo di minoranza limitato nel tempo. Merkel vede la trappola (che viene spinta nelle mani dell’AFD), rifiuta e dice al presidente che non è in grado di formare un governo. Nuove elezioni. 3) SPD e CDU / CSU progrediscono, la dirigenza SPD decide di entrare in colloqui di coalizione formale, ma scende a compromessi su questioni chiave. I membri SPD votano contro la grande coalizione in un referendum dei membri del partito. 4) Merkel è così disperata da mantenere il potere che dà a SPD tutto ciò che desidera. La grande coalizione procede. Schulz è ministro delle finanze, gestisce in modo efficace l’agenda della zona euro. AfD e FDP salgono alle stelle nei sondaggi. La CSU perde le elezioni bavaresi nel 2018. I conservatori nel CDU, guidati da Jens Spahn, si ribellano. La Merkel lascia, la coalizione si rompe. Governo delle minoranze ( tratto dal Corriere della Sera)

Ma ora diamo un’occhiata a quello che in silenzio, senza fare tanto rumore si dice in Germania…

L’atmosfera assonnata è sintomatica della crisi che sta affrontando la rete delle casse di risparmio, che costituisce il terzo pilastro del complesso sistema bancario tedesco , insieme alle banche private e ad una vasta rete di banche cooperative. Bassi tassi di interesse e costosi requisiti normativi stanno colpendo duramente i ricavi delle Sparkassen in un momento in cui la crescita del settore banking online sta minando il pane e il burro della rete: le filiali bancarie.

Le piccole banche che compongono la rete hanno risposto a tempi molto difficili  come le altre istituzioni finanziarie: chiudendo le filiali, tagliando i posti di lavoro e fondendosi con altre banche. Ma tali misure colpiscono il cuore delle Sparkassen, che vedono il loro ruolo come univocamente locale, servendo la comunità locali che le possiedono. Se lo perdono, allora a cosa servono in realtà le casse di risparmio locali?

Il resto dell’articolo pubblicato da Handelblatt è a pagamento, ma il titolo è eloquente!

Risultati immagini per Germany's Zombie Savings Banks

Risultati immagini per Germany's Zombie Savings Banks

Alcuni mesi fa è apparso un bel articolo sempre sul sistema bancario tedesco, che descrive la situazione drammatica nella quale si trovano le banche pubbliche e locali tedesche che non dimentichiamocelo hanno partecipato a pieno titolo all’orgia di debito privato europeo, finanziando mezza Europa, speculando inoltre sull’immondizia subprime americana.

A capo di una rete di 400 casse di risparmio tedesche, Georg Fahrenschon si lamenta spesso che i burocrati di Bruxelles non capiscono il modello bancario tedesco

(…)  Per una volta, tuttavia, questo è ingiusto per gli eurocrati. Questo perché quasi nessuno al di fuori della Germania comprende il suo sistema bancario che è unico.

Il sistema è composto da quasi 1.800 banche in totale – circa 1.000 in più rispetto a qualsiasi altro paese in Europa. Ma quelle banche sono divise in tre livelli distinti. Il primo consiste in circa 200 banche private, guidate dalla famosa e spesso infame Deutsche Bank.

Il secondo livello contiene circa 400 casse di risparmio di proprietà pubblica.

E il terzo è composto da 1.100 cooperative di credito di proprietà degli Stati membri, che sono fieramente indipendenti, orgogliose e radicate nelle comunità locali.

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Insieme questi tre “pilastri”, come vengono chiamati, sostengono il sistema bancario tedesco.

Di questi tempi, sfortunatamente, sembrano fragili.

(…) il secondo e il terzo livello – le casse di risparmio pubbliche e le cooperative di credito – sono in realtà invenzioni tedesche, anche se sono state copiate in altri paesi. Inizia con le unioni di credito.

Qui l’articolo fa una lunga analisi che esalta il ruolo originario della banche di credito cooperativo, come spesso abbiamo cercato di fare noi in questi anni cercando di spiegare le radici della cooperazione oggi completamente stravolte ovunque.

Ma mi fermo qui perché potrei proseguire per una giornata intera!

L’articolo evidenzia quello che stiamo raccontando da anni, primi ed unici in Italia ancora dal 2011, mentre gli altri dormivano dipingendo il sistema tedesco come un modello perfetto, ovvero come in Germania in particolare …

. La creazione di un sistema finanziario altruistico faceva infatti parte della motivazione dei fondatori. Ma non si è sempre verificato nella pratica. Prendi la crisi finanziaria del 2008. Alcuni dei colpevoli erano banche private come Commerzbank e Deutsche Bank. Ma le Landesbanken, sostenute dallo stato, si erano anche allontanate dai loro presunti incarichi , investendo in ombrosi titoli garantiti da ipoteche americane e versando denaro in Grecia, Spagna e Portogallo durante il boom immobiliare. Tali esposizioni erano considerate a rischio per l’intero sistema bancario e pertanto richiedevano miliardi in salvataggi da parte dei contribuenti. Quindi essere pubbliche anziché private non le ha rese migliori .

Parigi, radical chic contro la derattizzazione: “Topi sono senzienti, è genocidio”

Scritto da: Giulianio Lebelli
Fonte: http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/parigi-radical-chic-la-derattizzazione-topi-senzienti-genocidio-76186/

Roma, 28 nov – Parigi è invasa dai topi. E non sono animaletti simpatici alla Ratatouille, ma vere pantegane di fogna. Come riportava recentemente Il Giornale, si calcola che ce ne siano tra i quattro e i sei milioni di ratti in una città che ha 2,3 milioni di abitanti. Il comune è presto corso ai ripari e l’assessore alla Salute pubblica, Georges Salines, ha lanciato una vasta operazione di derattizzazione dal costo di 14 milioni. “Da una coppia si generano 950 esemplari in due anni, se non interveniamo drasticamente sarà una catastrofe”, ha detto. Gli interventi sono stati quasi duemila, anche se con scarsi risultati: le nuove norme europee impediscono l’uso dell’arsenico e i topi hanno facilità ad adattarsi ai nuovi veleni meno potenti.

Non è l’unico problema della difficile operazione di ripulitura della città: una petizione lanciata da una psicologa infantile, Josette Benchetrit, ha infatti raccolto oltre 25 mila firme per porre fine al “genocidio” dei poveri roditori. I topi, infatti, sarebbero “esseri senzienti che per legge vanno trattati come gli esseri umani”. Anziché prendersela con i ratti e “condannarli a morte, bisognerebbe trovare un contraccettivo politico contro le fobie”. Secondo la psicologa “la fobia dei ratti è una fobia sociale ingiustificata, come la fobia dei ragni: date a un topo una bella coda cespugliosa e sarà come uno scoiattolo, un animale che invece amiamo. Questi poveri sfortunati vengono uccisi senza pietà perché designati da la società come capri espiatori da sradicare”. Il fatto che i topi portino le malattie, cosa risaputa sin dalle epidemie di peste dell’antichità, sarebbe quindi degradato a mera “fake news” specista. Anzi, le pantegane sarebbero addirittura utili: “Consumano ogni giorno 9 tonnellate d’immondizia”, secondo Pierre Falgayrac. Insomma, alla fine stai a vedere che sono una risorsa. Dove l’avevamo già sentita questa?

UK, guerra alla plastica monouso. Tassa in vista

Scritto da: Corrado Fontana
Fonte:http://www.valori.it/ambiente/uk-guerra-alla-plastica-monouso-tassa-in-vista-19889.html

Piccoli scandali al Parlamento di Sua Maesta britannica dopo che è stato reso noto un consumo di 1400 bicchieri di plastica usa e getta al giorno nelle stanze del dipartimento per l’Ambiente (Environment Department  o Defra). Da qui alla spinta per il varo di una tassa su certi consumi è stato breve.

A lasciare impressionata l’opinione pubblica, del resto, sarebbero stati sia gli oltre 2,5 i milioni di bicchieri usa e getta acquistati per l’uso nel dipartimento negli ultimi cinque anni (quasi 1400 al giorno, appunto) che i quasi 3,9 milioni di tazze monouso del catering della Camera dei Comuni dal 2013. Un andazzo che al Defra prosegue, peraltro, visti i  516 mila bicchierini comprati solo nell’ultimo anno dagli addetti alla ristorazione e ai suoi servizi, mentre ai Comuni si è tentato di porre qualche argine introducendo tazze riutilizzabili: 500 quelle acquista nel 2013, di cui 440 vendute al personale e ai parlamentari, ma solo quattro dal 2015.

Questi dati hanno guadagnato l’interesse generale grazie alla crescente pressione degli ambientalisti britannici ad affrontare il tema dei rifiuti “usa e getta” per un ritorno a sistemi di recupero e riutilizzo dei vuoti, che contribuirebbe a ridurre il quantitativo di plastica disperso negli oceani. Gli stessi dati, precisa «The Telegraph» online, hanno offerto la sponda ad una richiesta dei liberaldemocratici di includere nella prossima legge di bilancio una tassa sulle tazzine monouso per il caffè, che non sarebbero facilmente riciclate.

Una richiesta che si fa forte del successo recente dell’introduzione di 5 pences di tassa sui sacchetti di  plastica, che ha determinato una caduta del loro impiego dell’85% .

GIALLO MONTE DEI PASCHI DI SIENA / UNA LUNGA SCIA DI MORTI & SUICIDI ALTAMENTE SOSPETTI

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte:http://www.lavocedellevoci.it/2017/11/09/giallo-monte-dei-paschi-di-siena-una-lunga-scia-di-morti-suicidi-altamente-sospetti/

Una lunga scia di morti misteriose, una serie di gialli senza risposta, ma un filo che corre lungo tutte le storie: in un modo o nell’altro le vittime hanno avuto a che fare con le vicende bollenti che ruotano intorno al Monte dei Paschi di Siena, e in particolare con i bubboni che hanno segnato la svolta verso il crac dell’antico istituto senese, i prodotti finanziari super tossici (per i risparmiatori) Alexandria e Santorini. Senza contare l’operazione Antoveneta che ha visto la partecipazione diretta della banca vaticana, lo IOR.

Il Libro di Elio Lannutti e Franco Fracassi. In alto David Rossi

Il Libro di Elio Lannutti e Franco Fracassi. In alto David Rossi

E’ il clou del fresco di stampa non a caso titolato “Morte dei Paschi”, scritto da Elio Lannutti, lo storico fondatore, animatore e ora presidente onorario di Adusbef, la sigla a tutela dei risparmiatori, e dal giornalista d’inchiesta Franco Fracassi, e pubblicato da Paper First, editrice collegata a il Fatto quotidiano.

Un volume di gran pregio, in un momento come l’attuale, dove la questione banche è centrale non solo a livello politico ma anche sociale ed economico, con la commissione d’inchiesta appena varata a livello parlamentare, la re-incoronazione del governatore Ignazio Visco, nel mezzo di scandali quotidiani e, ancor più, di controllori che non solo non hanno controllato – come Bankitalia e Consob – ma spesso e volentieri hanno coperto e avallato, ed erano ben a conoscenza di tutte le spericolate acrobazie messe in campo. La vicenda del Monte dei Paschi di Siena è emblematica, con il folle acquisto nel 2008 di Antoveneta – sotto la protettiva ala di Mario Draghi, poi premiato con il salto al vertice BCE – e le altrettanto folli operazioni Alexandria e Santorini.

Di tutto questo e di molto altro scrivono Lannutti e Fracassi, fornendo ai lettori un ricchissimo repertorio di elementi, dati, chiavi di lettura e documenti spesso inediti: proprio affinchè il lettore-cittadino-risparmiatore possa districarsi in quella giungla, in quel Sistema concretamente mafioso che è il Moloch bancario.

Ma passiamo ai raggi x i tanti thriller che costellano la “Morte dei Paschi” story.

QUEL DAVID ROSSI CONOSCEVA TROPPI SEGRETI: DOVEVA MORIRE

A cominciare, ovviamente, da quello di David Rossi, il capo della comunicazione Mps volato giù quattro anni e mezzo fa dal quarto piano di Palazzo Salimbeni, storica sede del Monte a Siena.

Per due volte, incredibilmente, la Procura senese ha chiesto l’archiviazione, e per altrettante volte l’avvocato Luca Goracci, che tutela la famiglia Rossi, ha presentato opposizione, per via delle decine e decine di anomalie e contraddizioni che caratterizzano non solo la scena del crimine e quel volo, ma anche tutto ciò che era successo prima e dopo, ben comprese le fallimentari indagini e l’inchiesta della magistratura. Per dar vita a un puzzle davvero ai confini della realtà.

Due le vicende che fanno capolino nel volume. I rapporti di David Rossi con la massoneria e con lo IOR. Ecco qualche passaggio dal libro: “Non si poteva non tener conto della profonda amicizia che legava Rossi con colui che sarebbe diventato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi. Ci sono molti testimoni che hanno raccontato ai magistrati che Rossi era stato visto in riunioni della massoneria tenutesi fuori Siena. (…) Insomma, Rossi di segreti ne custodiva tanti”.

Poi, la rivelazione di un anonimo monsignore a proposito dall’operazione Antonveneta: “Lo IOR venne coinvolto direttamente nell’affare. I dirigenti dello IOR organizzarono incontri qui in Vaticano. Mussari veniva agli incontri con David Rossi, il povero ragazzo scomparso tragicamente. Rossi conosceva il direttore dello IOR Paolo Cipriani. Tra loro parlavano spesso”.

Scrivono i due autori: “agli incontri, oltre a Giuseppe Mussari (l’ex numero uno dell’istituto, ora sotto processo a Milano e Firenze, ndr) e Rossi, parteciparono Cipriani, monsignor Piero Pioppo, prelato dello Ior, Andrea Orcel (Merrill Lynch), Ettore Gotti Tedeschi (Santander), oltre ai rappresentanti di Goldman Sachs, Citigroup e Merrill Lynch e Michele Briamonte, partner dello studio legale torinese Grande Stevens e, contemporaneamente, nel cda di Mps e dello Ior. Incontri confermati indirettamente dalle agende sequestrate dalla magistratura a Mussari, nelle quali risultò esserci più di un riferimento esplicito agli incontri con Gotti Tedeschi, l’emissario di Botin in Italia”.

Miscele altamente esplosive. Senza contare il fatto che proprio il giorno prima d’assere “suicidato” David Rossi aveva avuto alcuni contatti via e mail con il vertice Mps Fabrizio Viola, cui aveva comunicato la volontà di andare al più presto dai magistrati ai fini di verbalizzare. E per molti, al Monte e non solo, quel “vuotare il sacco” poteva risultare fatale. Per questo Rossi non doveva parlare. E invece doveva morire.

Passiamo – in una rapida, tragica carrellata – agli altri gialli, alle altre morti più che sospette.

DA LONDRA A NEW YORK, TUTTI GLI ALTRI MISTERI 

Londra, 26 gennaio 2014. 326 giorni dopo la tragica fine di Rossi. Scrive la Reuters: “Un banchiere è stato trovato morto impiccato in una casa nel centro di Londra. La Deutsche Bank ha annunciato che si tratta dell’ex dirigente della banca William Broeksmit”. Afferma un broker: “Se per Rossi si erano preoccupati in molti, dopo la morte di Broeksmit erano tutti spaventati. E non solo a Londra. Personalmente ricevetti alcune telefonate da colleghi di New York che chiedevano particolari, spiegazioni e addirittura rassicurazioni che non avrei mai potuto dare”.

L’unica voce, in Deutsche Bank, contraria all’operazione Santorini, che definiva “una mossa da banditi”. Lo stesso Broeksmit “era anche a conoscenza di alcune operazioni finanziarie svolte dal team di Gianluca Baldassarri (l’altro vertice sotto processo a Firenze, ndr) per Mps Finance”. Si tratta di un personaggio strategico, Broeksmit, il quale avrebbe potuto mettere in crisi l’intera impalcatura finanziaria del prodotto super tossico che invece, sia per volotà di Mps che di Deutsche, doveva andare avanti. A tutti i costi. Fino ad ammazzare anche i rispamiatori.

Laren, Olanda. 5 aprile 2014. L’agenzia di stampa locale Ad riporta: “Un ex dirigente dell’Abn Amro è stato trovato morto nella sua casa. Il cinquantasettenne Jan Peter Schmittmann si è impiccato dopo aver sparato alla moglie Nelly e alla figlia Babette”. Scrivono gli autori: “Eppure per un paio d’anni Laren era stato al centro della più grande operazione bancaria della storia”.

New York, 20 ottobre 2014. E’ stavolta l’Associated Press a diramare un comunicato: “Un avvocato, un alto funzionario delle Deutsche Bank, è stato trovato morto nella sua casa di New York. Secondo la polizia, il quarantunenne Calogero Gambino si è impiccato”. “Anche questa volta la notizia, non riportata dai giornali italiani, preoccupò enormemente la ristretta comunità finanziaria di Londra e New York. Dichiara la moglie di Gambino: ‘La sua preoccupazione cominciò quando seppe della morte di Rossi. Ma raggiunse livelli insostenibili dopo la morte di William. Forse temeva di fare la stessa fine. Di fatto, da allora, la vita in famiglia è stata un inferno’”.

Commentano Lannutti e Fracassi: “Tutti e quattro i dirigenti di banca erano stati coinvolti nelle due operazioni finanziarie che più di tutte hanno segnato il declino del Monte dei Paschi (Alexandria e Santorini, ndr). Tutti e quattro avevano segreti da nascondere. Tutti e quattro si erano suicidati. O, almeno, così sembra”.

Ma la catena di morti non è affatto finita.

Sascha Schornstein, trentaseienne broker tedesco per conto della Royal Bank of Scotland, muore in uno strano incidente aereo – aveva il brevetto di pilota – affondando nel mare di fronte al Kent. Uno dei suoi migliori amici era William Broeksmit. Tra le circostanze più strane, “vi fu l’accensione del cellulare due giorni dopo la sua morte. Per pochi secondi ma fu acceso. Poi il nulla, sparito anche il telefono”. Stessa circostanza nella morte di David Rossi: un cellulare acceso dopo il volo.

7 dicembre 2013. A Sayreville, nel New Jersey, muore un altro giovanissimo broker, il trentaquattrenne Joseph Ambrosio, che lavorava come analista finanziairo alla Jp Morgan.

COCKTAIL SUPER TOSSICI

“Arresto cardiaco” fu la diagnosi ufficiale. In realtà venne ammazzato con un cocktail letale di alcool e benzodiazepine, tale da provocare un immediato blocco respiratorio e poi cardiaco. Di cosa si occupava negli ultimi tempi? Lo rivela la madre: “Parlava spesso di uno strumento finanziario al quale aveva lavorato. Era qualcosa che aveva a che fare con una banca europea. Secondo me è quello che lo ha ucciso”. Un prodotto davvero tossico, come quel cocktail.

Eccoci al giallo ambientato ad Hong Kong, protagonista un altro broker, Li Junjie, al servizio del colosso Jp Morgan nel grattacielo Charter House con vista su Victoria Harbour. “Il 19 febbraio 2014, dopo aver pranzato, Li salì fino alla terrazza dell’edificio e si lanciò. Come aveva fatto venti giorni prima il dirigente della sua Jp Morgan, Gabriel Magee. Le successive indagini della polizia portarono a un vicolo cieco. I colleghi furono reticenti, come lo furono i dirigenti della banca. La parola d’ordine che circolava era ‘stress’. I segreti aziendali restarono tali”.

6 luglio 2014. Un tragico week end per Julian e Alita Knott. Pensano di lasciare la Grande Mela per passare alcune ore distensive a Lake Hopatcong. Un rapporto di polizia, invece, così fotografa la tragedia: “All’una e dodici del 6 luglio Julian Knott ha sparato più volte alla moglie Alice per poi spararsi a sua volta”. Nessun problema familiare, né economico. “Julian Knott era un tecnico di computer di altissimo livello per Jp Morgan dal 2006. Per quattro anni (fino al 2010) aveva lavorato presso la sede di Londra, fianco a fianco con quel Gabriel Magee trovato cadavere sei mesi prima sulla terrazza del nono piano della Tower Hamlets, senza nessuna ragione apparente che potesse giustificarne il suicidio”.

Così commentano Lannutti e Fracassi a proposito di tutte queste fini altamente sospette, e tutte in odore di ‘Morte dei Paschi‘.

“Nove suicidi uno più immotivato dell’altro. Suicidi che riguardavano banchieri per la maggior parte amici tra loro. Tutti avvenuti nell’arco di un anno e mezzo. Tutte persone che, in qualche modo, avevano avuto a che fare con le rocambolesce vicende del Monte dei Paschi: dall’insensata operazione Abn Amro-Antonveneta alle connessioni tutt’altro che religiose con l’Opus Dei e lo Ior, dai derivati truffaldini Alexandria e Santorini alle ancora più truffaldine restaurazioni dei due derivati più la sottoscrizione di Nota Italia e del Fresh, dalle tangenti della banda del cinque per cento diretta da Baldassarri alle presunte tangenti scaturite dall’operazione Antonveneta e dalla ristrutturazione di Alexandria, di Santorini e del Fresh”.

E concludono: “Una sequela drammatica che ci tocca elencare – senza adombrare allusioni o suggestioni – perchè è impossibile ometterlo: gli ultimi quindici anni di storia della più antica banca italiana, oltre che da scandali e processi, è stata purtroppo segnata anche da una lunga scia di sangue”.

 

CATALOGNA: LA SCINTILLA NELLA CAMERA A GAS EUROPEA!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/10/20/catalogna-la-scintilla-nella-camera-a-gas-europea/

Loro fanno finta di nulla, nessuno problema, continuano ad introdurre gas soporifero in Europa, ma prima di incominciare, facciamo un piccolo giochino, una serata con Juncker a chi trova per primo uno squarcio di notizia sulla crisi spagnola sulle testate online dei due principali giornali italiani…

Cliccare sull’immagine per ingrandire…

Qualcosa troverete in fondo alle pagine, in qualche angolino, ciò che importa agli italiani è il finto tonto Gentiloni che non sapeva nulla della mozione contro Visco e ad un manipolo di ignoranti far credere che l’indipendenza della Banca d’Italia è un altare e trasformare Visco in un martire, quando in realtà non ha fatto bene il proprio lavoro e visto quello che è successo, si può tranquillamente dire che dormiva.

Tornando a noi, la sintesi è tutta qui, per loro non è una notizia interessante, noi invece pensiamo che da qui non si torna più indietro con tutte le conseguenze relative per l’Europa…

Il presidente catalano in risposta a secondo ultimatum: «Se applicate l’articolo 155 della Costituzione dichiareremo l’indipendenza». Il governo: «Noi avanti, risponderemo con ogni mezzo». Convocato per sabato il consiglio dei ministri straordinario

La Catalogna ha proclamato l’indipendenza e la Spagna ha avviato la revoca dell’autonomia della stessa Catalogna dando via all’approvazione del famigerato articolo 155…

Catalogna, cosa prevede l’articolo 155

COSA DICE L’ARTICOLO – L’articolo 155 della Costituzione spagnola, mai utilizzato finora, è una misura di carattere eccezionale che implica il controllo politico delle comunità autonome da parte dello Stato centrale. Il testo dice infatti che se un governo regionale non rispetta i suoi obblighi o “agisce in modo da minacciare seriamente l’interesse dell’intera Spagna”, allora Madrid “può intraprendere le necessarie misure per obbligarla in modo coatto ad adeguarsi o a proteggere tale generale interesse”.

COME SI ATTIVA – La procedura stabilita dallo stesso articolo 155 prevede che innanzitutto il governo debba inviare una richiesta al presidente della comunità in questione. In questo caso, lo stesso premier Mariano Rajoy deve avvertire direttamente il presidente catalano Carles Puigdemont (come ha praticamente fatto). In secondo luogo, il governo deve presentare la sua proposta di misure di controllo dell’autonomia al Senato, che le può approvare con maggioranza assoluta. A sua volta, la procedura di applicazione del 155 al Senato è regolata dall’articolo 189: il governo deve presentare una proposta chiara per ciascuna delle misure specifiche che intende adottare e la relativa possibilità di emendamenti.

MARGINI DI MANOVRA – L’articolo 155 concede molto margine al governo centrale, a condizione che abbia l’approvazione del Senato. Il governo può infatti controllare le finanze della Generalitat, può dare ordini e assumere il controllo dei dipartimenti, può licenziare all’interno della pubblica amministrazione e può sciogliere il Parlamento.

I LIMITI – Quello che l’articolo 155 non può fare è implementare misure che presuppongano cambiamenti dello Statuto o della propria Costituzione. Ecco perché esperti ritengono che il 155 non prevede una sospensione né, ancora meno, una soppressione, dell’autonomia. Tuttavia, è ovvio che questa sarebbe molto limitata dal controllo totale o parziale dell’amministrazione statale. L’applicazione dell’articolo non ha limiti temporali: quello che indica la Costituzione è che si debba applicare fino a che non verrà ripristinata “la normalità costituzionale”.

A noi non interessa se il referendum era legale o no, a noi non interessano le questioni giuridiche che stanno dietro alla questione, di fronte al volere popolare, questi sono dettagli di poca importanza, la storia non chiede mai il permesso, non credo che guerre, guerre civili, guerre di indipendenza o rivoluzioni, siano mai nate chiedendo il permesso a qualcuno, tra le altre soluzioni che consente l’articolo 155 c’è quello di poter imporre alla polizia catalana, i Mossos d’Esquadra  di mettersi agli ordini diretti del ministero dell’Interno o addirittura scioglierli, manderanno loro ad arrestare tutti gli indipendentisti e loro cosa faranno?

O si certo, cosa vuoi mai che facciano quattro gatti in Catalogna, nessuno li vuole, finirà tutto come una bolla di sapone! Davvero, ne siete certi, le avete viste le piazze catalane, no sono mica come quelle italiane, dove ci trovi qualche formica che dialoga con tante cicale.

La dichiarazione di indipendenza è inevitabile ormai, l’ha chiesta che l’altro partito che fa parte della coalizione al governo, Esquerra republicana per non parlare di quelli della Cup che appoggiava il governo catalano dall’esterno.

Pensavano di far indire nuove elezioni, giusto per truccare qualche voto, per chi non conosce gli eventi,  prima di far uscire aria dal cervello, consiglio di studiare la storia, non sarà facile uscire da questo “incidente di percorso” come lo chiamano alcuni, state sintonizzati, non è una tempesta in un bicchiere d’acqua.

Domenica c’è il referendum consultivo in Veneto e Lombardia, auguri!

Il Mose è una porcata, se ne sono accorti anche loro

Scritto da : Marco Cedolin
Fonte: http://ilcorrosivo.blogspot.it/2017/10/il-mose-e-una-porcata-se-ne-sono.html

Quando nel 2008 andava in stampa Grandi Opere, con un intero capitolo dedicato alla truffa del Mose, tutti i media mainstream nessuno escluso, cantavano in coro le lodi della nuova opera, magnificandone le proprietà taumaturgiche, pronti a giurare che il “mostro” in costruzione avrebbe salvato la città di Venezia ed altrettanto pronti nel bollare come antimoderna e demagogica qualsiasi critica venisse portata nei confronti del progetto.
Oggi, a nove anni di distanza, La Stampa di Torino pubblica un articolo “Venezia e il suo Mose, storia di un fallimento”, nel quale racconta esattamente le stesse cose che a suo tempo ventilai in Grandi Opere, declinandole ovviamente al presente e non al futuro (come feci io) ed aggiornandole con il rendiconto di una serie di disastri ancora peggiori di quanto la Cassandra che alligna in me fosse stata in grado di vaticinare a suo tempo….
Il “mostro” non ancora completato (dovrebbe esserlo nel 2022) a fronte degli 1.6 miliardi di euro previsti (e dei 4,5 che ventilavo io) è già costato 5,5 miliardi del contribuente italiano e sostanzialmente la struttura versa in rovina, dal momento che per riparare gli elementi già rovinati dalla salsedine e dalle cozze prima ancora che l’opera sia entrata in funzione serviranno come minimo altri 700 milioni di euro, sempre che bastino, dal momento che stando a quanto scrive La Stampa anche buona parte delle strutture non ancora posate in mare si stanno arruginendo a causa della salsedine. Al tutto andranno sommati almeno 105 milioni di costo annuale per la manutenzione, sempre che bastino e la sensazione che emerge leggendo l’articolo è proprio quella che non basteranno.
Anche nel caso che l’opera riesca un giorno ad entrare in funzione, cosa di cui i giornalisti della Stampa dimostrano di dubitare fortemente, a Venezia non salverà un bel niente, dal momento che come scrivevo io allora e scoprono loro oggi, il Mose entrerà (se entrerà) in funzione solamente con le maree eccezionali oltre i 110 cm di altezza e resterà inerte con quelle inferiori che sono le più frequenti e la maggiore causa di danno per i veneziani.
Come se non bastasse intorno all’opera (come sostenevo in Grandi Opere) sulla Stampa viene fatto notare come abbia proliferato un giro di corruzione miliardario “per coprire lavori e opere mal progettati e peggio realizzati”, parte del quale sarebbe già stato svelato dalla magistratura.
E ciliegina sulla torta “secondo una perizia commissionata dal Provveditorato alle Opere Pubbliche di Venezia, braccio operativo del Ministero delle Infrastrutture, il MOSE rischia cedimenti strutturali per la corrosione elettrochimica dell’ambiente marino e per l’uso di acciaio diverso da quelli dei test. Le cerniere che collegano le paratoie mobili alla base in cemento – ce ne sono 156, ognuna pesa 36 tonnellate, un appalto da 250 milioni affidato senza gara al gruppo Mantovani – sono ad altissimo rischio (probabilità dal 66 al 99 per cento) di essere già inutilizzabili.”
Il tutto porta i giornalisti della Stampa (che come i loro colleghi 9 anni fa sostenevano l’opera contro la nostra miopia) ad affermare che il Mose sarebbe una vera e propria “antologia degli orrori”, che “non sempre il gigantismo paga” e che “il MOSE è il simbolo di quel che non si deve fare.”
Peccato che lor signori non abbiano preso coscienza della realtà prima che i miliardi dei contribuenti italiani venissero sperperati e la laguna veneta devastata, quando ancora le marchette in favore del Mose rendevano molti quattrini ed erano funzionali alla costruzione di fulgide carriere giornalistiche.