Archivi categoria: Storia e Cultura

Le navi di Nemi. Rinascita di un museo dimenticato

Scritto da: Arianna Di Cori
Fonte:http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/08/06/news/le_navi_di_nemi_rinascita_di_un_museo_dimenticato-172495761/#gallery-slider=172424536

STREGONERIA

Scritto da: Laura Quattrini
Fonte: http://www.daltramontoallalba.it/stregoneria/persecuzioni.html

Certamente tutti conosceranno la fama dell’Inquisizione per quanto riguarda la nefasta attività per i processi contro streghe ed eretici. Gli uni e gli altri hanno per denominatore comune l’ingiustizia feroce e la cieca intolleranza, ma sui primi è opportuno dire qualcosa in più, perché hanno più strettamente a che fare con il tema del diavolo. La prima condanna a morte di una strega si ebbe nel 1244 in Francia, l’ultima nel 1775 in Germania (si danno anche dei casi, quindici anni prima, nella stessa Germania, e ancora dieci anni prima in Svizzera). Queste date riguardano tuttavia fatti relativamente isolati: in realtà la persecuzione contro la stregoneria su vasta scala durò circa quattrocento anni. Bastava mostrare gli occhi arrossati o un colorito troppo intenso per essere creduta, denunciata come una strega e, inesorabilmente, essere condannata al rogo. Al tempo dell’imperatore Massimiliano I (1459-1519), che pure è ritratto da bambino mentre apprende la magia, nel solo circondario di Treviri furono processate più di seimila streghe; poco meno furono quelle bruciate nelle Fiandre nel 1419. Durante il Quattrocento non c’è regione d’Europa dove il numero scenda sotto il migliaio. Vale la pena di tentare di capire, a livello di ipotesi, perchè nessun governo, nessuna autorità, nonostante le numerose opposizioni da parte di scrittori, di scienziati e di qualche buon giudice, non si sia accorto della totale follia della persecuzione. La stregoneria è sorta in un periodo di guerre durato quasi ininterrottamente dal 1337 al 1648, durante il quale sono state combattute la guerra dei Cento anni, quelle di Carlo V e di Filippo II, le guerre di religione e, infine, quella dei Trent’anni, che coinvolse pressochè tutta l’Europa.

 Incisione seicentesca raffigurante la modalità in cui venivano giustiziate le streghe.

E’ verosimile che dopo il primo mezzo secolo di ostilità, per il protrarsi dello stato di guerra e il conseguente acuirsi della povertà delle popolazioni, l’istituzione lasciasse a desiderare anche negli alti ranghi della giustizia, fino a dare spazio a giudici sempre più incompetenti e fanatici. Il discorso vale anche per la categoria dei medici: quelli che furono interpellati per sapere se le malattie e le morti riscontrate nelle vittime erano dovute a cause naturali o a malefici, non seppero con sicurezza formulare una diagnosi (c’è tuttavia il sospetto che alcuni non volessero farsi coinvolgere in valutazioni che, comunque, erano precostituite). Gli stessi parroci che, in buona fede e a richiesta degli interessati, benedicevano i presunti colpiti da malefici vari, di fatto non si rendevano conto che mettevano in pessima luce gli accusati di fronte ai giudici e alla stessa opinione pubblica e davano un contribuito determinante anche dal punto di vista psicologico (teoria del capro espiatorio). In generale la Chiesa ha sempre condannato il sesso e ridotto il matrimonio a rimedio, con venature più o meno negative, della debolezza della carne. L’avversione nei confronti della sessualità diventa avversione nei confronti delle donne, su cui per l’inferiorità della loro natura il diavolo può fare più presa. L’Umanesimo e il Rinascimento (non importa se vissuti laicamente o religiosamente) furono con la loro esaltazione della bellezza e del corpo un fenomeno d’èlite, circoscritto alle grandi corti, per di più italiane. Il “piacere della carne” è e resterà un peccato per le masse, a maggior ragione se isolate nelle valli sperdute o nelle campagne e costrette a rinunciare alle poche consolazioni di una vita grama nella speranza di una salvezza finalmente per tutti “uguale”. Dopo il Concilio di Trento le mortificazioni delle numerose mistiche, che oggi possono apparire aberranti, sono di natura uguale e contraria della presunta licenziosità satanica delle streghe. Nella tipologia classica della strega (donna estremamente povera, ovviamente analfabeta, appartenente al mondo rurale, spesso vecchia o comunque sola, depositaria di un sapere empirico sul sapere di guarigione delle erbe, levatrice…) si delinea una figura di donna “diversa”, suscettibile di stati alterati per assunzione di erbe particolari (alcuni studiosi hanno parlato di vari ricorsi al mondo vegetale e in particolare della “segale cornuta”, un fungo parassita della segale, con effetti fra gli altri eccitanti delle fibre muscolari lisce dell’utero, della vescica e del retto). Non vanno poi dimenticati gli stati allucinatori dovuti all’insufficiente ed errata alimentazione. “La droga più efficace e sconvolgente, più amara e feroce, è sempre stata la fame, produttrice di insondabili scompensi psichici e immaginativi: da questa allucinazione forzata sono scaturiti i sogni aggiuntivi e tridimensionali compensativi dalla miseria della quotidianità, dello squallore della ragione e degli oltraggi continui perpetrati su esistenze miserabili e personalità infantili, della mobilità psichica a tendenza convulsiva e isteroide, tipiche di una società schiacciata dal peso degli “status” piramidali, immodificabile per legge divina e volontà regale” (P. Camporesi “Il pane selvaggio”, Bologna, 1981). La spiegazione “femminista” ipotizza che, in una società misogina e fallocratica che la reputa un essere inferiore, l’unica possibilità (anche se pericolosissima, come si è potuto constatare!) di dare libero sfogo alle sue pulsioni e di sentirsi protagonista sia potuta essere per la donna LA SCELTA DI ESSERE STREGA. Fatte queste considerazioni, non si può certo considerare esaurito il discorso su un fenomeno di tale portata che ha implicazioni storiche, antropologiche, politiche, medico-sanitarie e, non da ultimo, ecclesiastiche, su cui la questione è ancora aperta. Basti almeno averne denunciato l’orrore.

BIBLIOGRAFIA

· Atlante della storia “Il diavolo (Il maligno forse siamo noi?)” a cura di Angela Cerinotti e Davide Sala – Demetra

Gradara e i suoi fantasmi gentili

Scritto da:Monica Porta
Fonte: http://www.sogliaoscura.org/gradara-e-i-suoi-fantasmi-gentili-di-monica-porta/

Gradara si trova in collina, adagiata sul confine tra Romagna e Marche. La cittadina ha origini antiche, il primo insediamento sembra risalire al Neolitico. Di certo, visse anche l’epoca romana, come testimonia ancora oggi la base e l’angolo del Mastio interno alla Rocca della Fortezza, risalente al XIV secolo.

Ogni anno migliaia di turisti visitano il borgo antico, approfittando di una pausa dal vicino mare di Cattolica e Gabicce, oppure affrontando un viaggio più lungo, attratti dalla sua storia e dagli eventi organizzati nei mesi estivi.
Bar e ristoranti spuntano da ogni scorcio, dentro e fuori le mura. I prezzi contenuti spingono i visitatori a degustare le prelibatezze locali, ma non mancano anche aree attrezzate per gustare un sano picnic.

Quest’anno, nella prima decade di agosto, si è svolto il festival “Magic Castle”. L’evento ha richiesto di un ingresso supplementare per l’entrata al borgo antico, ma ne è valsa la pena. Il Castello, allegramente addobbato a festa, si è tinto di fiaba sul far della sera, sapientemente arricchito dalla bravura di artisti locali ed esteri.

Ogni volta che visito Gradara, rimango catturata dall’atmosfera che si respira percorrendo a piedi la via che dalla Porta meridionale, la Torre dell’Orologio, conduce alla seconda Porta e quindi al Castello. Qui, come a Siena, per me il tempo ha il rumore di passi sconosciuti, il suono del passato nei racconti tinteggiati fra storia e leggenda. La tragedia di Paolo e Francesca, raccontata nell’Inferno dantesco, sembra svolgersi proprio nel Castello di Gradara.
E’ il 1275 e Giovanni, detto Giangiotto, lo storpio, sposa la bellissima Francesca da Polenta, figlia di Guido Minore della fazione guelfa. Francesca acconsente al matrimonio, purtroppo convinta di sposare il bel Paolo, fratello di Giangiotto che invece agisce per procura del fratello. La triste sposa scopre l’inganno solo al suo risveglio, la mattina dopo il matrimonio, e cade preda dello sconforto.
Giangiotto è anche il Podestà di Pesaro, ma per una precisa disposizione dell’epoca, che imponeva maggior equità, non può portare la sua famiglia nella città che governa. Per poter tornare spesso da lei, costringe Francesca a trasferirsi nella vicina Gradara, dove soggiorna il padre Verrucchio Malatesta. Anche Paolo frequenta il Castello di famiglia. E’ il capo delle guardie Malatestiane e padrone delle terre a sud del borgo di Gradara. E’ facile per lui far visita a Francesca, in assenza di Giangiotto.
Probabilmente Paolo conosceva già la bellezza di Francesca da Ravenna e si sente anche in colpa per il torto commesso nei suoi confronti. Con la frequentazione, l’amore divampa fra i due che non riescono a nascondere la tresca. Giangiotto, forse informato dal fratello Malatestino, un giorno finge di partire per poi rientrare subito al Castello e sorprendere i due amanti. Nella confusione, i vestiti di Paolo rimangono impigliati e gli impediscono di scappare. Francesca gli fa da scudo con il suo corpo, per difenderlo, ma la spada di Giangiotto trafigge entrambi, senza pietà.
Ancora oggi, il sentiero che circonda le mura del Castello dall’esterno è chiamato “Passeggiata degli innamorati”, in ricordo del passaggio segreto che permetteva a Paolo di recarsi nelle stanze di Francesca senza essere visto dalla famiglia. Ora non è più visitabile, perché murato.
La sensazione di essere in compagnia dei due amanti è presente ogni volta che percorro il sentiero in religioso silenzio.

Giordano Bruno, tanto amato dall’esoterismo

Scritto da: C. Gily Reda
Fonte:http://www.clementinagily.it/wolf/2016/08/giordano-bruno-tanto-amato-dallesoterismo/

C’è un motivo chiaro dell’interesse per Giordano Bruno di chi ama il pensiero esoterico: il fatto che lui coltivasse lo stesso campo di interessi, l’ermetismo, bensì condividendolo con la filosofia di ascendenza aristotelica e platonica: dando tra l’altro sempre mostra di una memoria perfetta, tanto da essere accusato di plagio, quando citava le proprie conclusioni citando anche le fonti. Che erano Platone Averroè ed Aristotele, certo, ma poi anche i tomisti medievali e Lullo, i filosofi del Rinascimento e i testi ermetici. Molto vicino nel tempo a Ficino, Pico della Mirandola, Copernico… e spesso nei dialoghi cita tutti molto a proposito, nello specifico delle loro dottrine, interpretandone il senso nella sua propria originalità.  Nei tempi in cui non solo non c’erano i computer, ma scarseggiavano molto i libri ed erano costose anche le penne e carte, per non dire delle stampe e delle incisioni, la memoria non era solo una dote ma una capacità professionale indispensabile a tutte le professioni umanistiche, amministrative, giuridiche. Perciò Bruno come tanti metteva a punto macchine della memoria sempre più perfette: https://i0.wp.com/www.clementinagily.it/wolf/wp-content/uploads/2016/08/oscom.jpg

questa citata a sinistra, ben tondeggiante, è quella della sapienza, di Apollo, del Sole. Tutte queste ‘macchine’ giocano su simboli e analogie per guidare la memoria con le immagini: ecco la spiegazione per cui una filosofia razionale e profetica, adatta ai nostri giorni, suscita molto interesse negli esoterici.

Però: è una filosofia della luce. Convinta del potere della Ragione Umana e del dialogo aperto– che non è Divina ma sa argomentare.

Questo capirono i Giordanisti, questa setta basata su un’idea irenica della religione, di cui lo stesso Bruno parlò al tribunale dell’Inquisizione. L’indagò in tutte le sue ipotesi Frances Yates, la ricercatrice del Warburg Institute che approfondì l’importanza degli scritti ermetici di Bruno, cui ad esempio in Italia sino a quasi la metà del secolo scorso avevano fatto attenzione solo Felice Tocco e Antonio Corsano. Yates ne ricavò una complessa ricostruzione dell’arte della memoria elaborata dall’ermetismo, dedicando molti capitoli anche ad altri autori del Rinascimento.

Per illustrare la sua tesi sui Giordanisti, si chiedeva “Non può essere significativo che Giordano Bruno predicasse non solo ai luterani tedeschi ma anche ai cortigiani dell’Inghilterra elisabettiana?”:[1] tanta attività era accolta da coloro che, stanchi delle lotte di religione, creavano reti tese alla pace in Europa – e la tesi di Yates è che sette come i Rosacroce, i Giordanisti, i Massoni, organizzassero a proprio modo nel tempo una convinzione comune – tutte storie bensì ipotetiche per la loro natura segreta, ma tracciate da molte attestazioni. Ovviamente Bruno è diverso: l’anima ermetica e filosofica sono tutt’e due scritte, argomentate con simboli che, compresi e argomentati, si chiariscono: tutta la letteratura su di lui che ormai è internazionale e poderosa, lo dimostra. Questo non interessa chi guardi i libri di Bruno dal di fuori, ci vuole professionalità per seguire i motivi platonici aristotelici copernicani ed averroisti che s’intersecano nel suo pensiero originale: ciò che spiace al mondo superveloce.

Le due anime di Bruno si rispecchiano nella nova filosofia di Bruno, disse Schelling che seguì Jacobi nel ridare luce alla filosofia di Giordano Bruno all’inizio del 1800, dopo secoli di flusso carsico, segreto, che pure influì su tanti nel 6-700, dando qualcosa ad ognuno: un’altra storia ipotetica, vista la forza dell’Inquisizione e il rogo dei suoi libri. Ma molti libri furono conservati, portati in giro in Europa da un suo seguace, il Dicsonio del De la Causa Principio et Uno,[2] vale a dire quel Dickson, che con Toland (teorico inglese della religione naturale) diffondeva proprio il dialogo in cui Bruno parlava dell’istituzione di una nuova religione, Lo spaccio della bestia trionfante. I dialoghi sono la parte chiara del pensiero di Bruno, quella che Bruno definiva ‘la chiave’; parlava del mistero, dell’esoterico, solo nella parte che lui chiamava ‘le ombre’: quella trattata di più dagli esoterici contemporanei.

L’autodefinizione di Giordano Bruno sta in uno di quelli che lui chiamava ‘vessilli’, i simboli per la memoria, che in linguaggio nostro si può chiamare ‘slogan’ o ‘logo’: “A – GIORDANO con la chiave e le ombre”[3]. Per coloro che conoscono la filosofia e sono in grado di capire i simboli, essi sono un modo rapido per dire le cose, non sono la cosa in sé; sono il dito che indica la stella: conta la stella, non il dito. L’anima esoterica delle ombre, come in tutte le filosofie greche, si basa sul senso che si fa esplicito nella chiave, l’exoterica, la comunicazione misteriosa, che ognuno capisce a suo modo, assicurando il consenso senza entrare in polemiche con quel che non intende – perché qui occorre studio per non confondersi. Coloro che ignorano la filosofia e si fermano ai simboli, capiscono a lor modo la verità, riescono ad intendere solo se la loro mente è pura. È come quando Gesù parlava con parabole che poi spiegava ai discepoli, raccomandando loro di tenere per sé la spiegazione, di raccontare solo le storie e commentarle a seconda del senso comune del pubblico. Non si vuole un sapere per pochi, come spesso poi nelle associazioni variamente massoniche, è il segreto della comunicazione efficace, non ristretta a pochi sapienti, ininfluente sulla vita degli uomini. Il sapere esoterico, rigoroso, mantiene la comunicazione exoterica, comprensibile a tutti, in equilibrio.

Yates argomenta la sua tesi del legame di Bruno ai Rosacroce, intrecciati al lor nascere con i Massoni e chissà quanti altri credi in Europa. Se solo nel 1646 viene ufficialmente registrata in un documento l’iscrizione di Elias Ashmole alla loggia Massonica di Warrington, dando inizio alla vera e propria storia della Massoneria, il contenuto di un credo simile era già stati portato da Fludd e Vaughan in Inghilterra dalla Germania, dove Bruno scrisse molte opere. Mocenigo denunciò Bruno al Tribunale dell’Inquisizione perché, disse, voleva “farsi autore di nuova setta sotto nome di nuova filosofia” che voleva rinforzare i luterani tedeschi, non a caso aveva pubblicato a Francoforte i suoi noiosi libri in cui esponeva esotericamente le tesi dei dialoghi per gli amici – preparandosi a tentare nuove alleanze col potere – per cui tornò infine in Italia. Così non è incredibile che l’attività dei Rosacroce, che dà segno di sé intorno agli anni ‘10 del ‘600, fosse influenzata dai Giordanisti – già collegati nel nome ai simboli di rose bianche e rose rosse, di cui raccontò Shakespeare; che in Pene d’amore perdute mette in scena un personaggio di nome Bruno; il personaggio ha poche battute, ma coerenti con la sua filosofia e più ancora coi suoi dialoghi inglesi, capiti, ovviamente, a lor modo. E persino di Mozart, riferisce Yates, nel Flauto Magico si sentirebbe l’influsso dell’esoterismo ermetico, teso a rivalutare corpo e sentimenti.

Altrettanto frequente e forte fu la diffusione del culto egizio, evidente nella venerazione del sole, per cui ‘tutto il creato è uno specchio’ che riflette Iside ed Osiride. Vi si richiamava anche Campanella con la Città del Sole ed altri con Eliopoli. Athanasius Kircher professava una magia naturale simile a quella di Bruno, sviluppava la svolta religiosa tentata già da Pico della Mirandola, la sintesi delle tesi fondamentali delle grandi religioni antiche… Insomma, è tanto ampia la quantità di ipotesi e collegamenti tra elementi difficilmente confermabili per il carattere volutamente segreto delle sette, subito solidamente capeggiate da persone di potere, da far ritenere che nella nebbia si debba fare chiarore per affermare, ma ci sono troppi elementi per pensare siano tutte false piste. Si ricordi ad esempio la diffusione del simbolo egizio della piramide, dal Louvre al dollaro americano: certo Filangieri, Frankljn e Washington erano massoni.

Esiste però la possibilità di fare storia, se ci si basa su Giordano Bruno, in cui la parte esoterica è correttamente collegata alla parte exoterica, come nei filosofi greci dell’antichità. Bruno certo ambì al potere, ma non per motivi e modi personali: desiderava il potere di far cessare le guerre e di far vivere in pace gli uomini. Non optò per l’assassinio politico o la sommossa, frequentò le corti d’Europa, dove i potenti lo ascoltassero: e lo fecero dovunque. Ma il progetto di Bruno, la pace religiosa, la fine delle guerre, la comprensione dell’umanità riunita nella fede – era un ideale che ancora oggi sembra davvero difficile.

Proveremo perciò a seguire qualche percorso che faccia intendere i simboli che tanti amano senza sapienza filosofica, aumentando la confusione esteticamente. Ad esempio, il recupero di emozioni e corpo: facile confondere con qualche specie di satanismo, se si prescinde dal fatto che all’epoca la vita degli uomini e la concezione del sapere non era certo new age: oggi l’insistenza di Bruno andrebbe all’opposto, oggi Bruno direbbe che alle emozioni ed al corpo solo la ragione dà misura, l’argomentazione e lo studio guidano a non perdere l’equilibrio della mente. Allora la religione di Savonarola si opponeva al Magnifico Lorenzo, nei conventi si chiudevano i ribelli, il cattolicesimo imponeva il sacrificio come corretta interpretazione della Croce: il discorso opportuno, evidentemente, era diverso. Interpretare vuol dire capire un’espressione in relazione alla storia, che fa capire il tempo e il luogo in cui vien detta e va capita. Bruno diceva qualcosa del genere parlando dell’interpretazione letterale delle Scritture, a proposito di Copernico, nel dialogo La Cena delle Ceneri. Perciò la conoscenza si affida alla parola e alla ragione, quando non vuole restare incerta con i simboli. Che hanno però grande efficacia: proprio perciò, occorre usarli bene, come un’arma troppo potente.

GF GIORDANO BRUNO Gily Giordano Bruno, tanto amato dall’esoterismo

[1]   F. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, Roma Bari 1981, p. 447

[2] G. Bruno, Dialoghi Italiani, a cura di G.Gentile, 2 voll., Sansoni Firenze 1958 (Bari 1927.

[3] G. Bruno, Le ombre delle idee, Rizzoli 1997 p. 180. L’opera fu pubblicata con dedica ad Enrico II di Francia nel 1582, è la prima opera sulla memoria pubblicata e tramandata. Enrico II lo mandò in Inghilterra presso l’ambasciata francese – nel pieno della lotta tra Elisabetta I e la regina di Scozia, Maria Stuarda, ex regina consorte, moglie di Francesco II di Francia.

GIALLO PASOLINI / LE MINACCE PRIMA DELL’ESECUZIONE, ECCO I TESTI

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2017/05/31/giallo-pasolini-le-minacce-prima-dellesecuzione-ecco-i-testi/
Pasolini croci

Appena pochi giorni prima della sua esecuzione Pier Paolo Pasolini aveva la netta sensazione che lo avrebbero ammazzato. E aveva paura. Per via del suo lavoro, per quello che stava scrivendo, Petrolio, il suo testamento. L’avvocato della famiglia, Stefano Maccioni, sta raccogliendo una serie di prove e testimonianze che rappresentano a tutto tondo quelle tragiche giornate. E già a ottobre scorso aveva chiesto la riapertura delle indagini, basandosi sulla prova del DNA che fornisce una concreta pista circa la presenza di un Ignoto 3 sulla scena del crimine. Ma a massacrare Pierpaolo potrebbe essere stato un branco di 4 o 5 persone.

Il pm Francesco Minisci, che aveva già in precedenza archiviato il caso, è ora titolare del nuovo fascicolo. Come mai non si è mosso in questi sette lunghi mesi? E adesso che oltre alla prova del DNA ci sono le nuove testimonianze farà finalmente qualcosa? Staremo a vedere. Intanto partiamo dalle news.

PIERPA’, LASCIA PERDERE ‘STO PETROLIO

Sono di appena qualche giorno fa, il 29 maggio, le parole di Aldo Bravi, titolare del ristorante Pommidoro, riportate in un articolo di Repubblica firmato da Giuseppe Cerasa. Lì Pier Paolo consumò la sua ultima cena prima d’essere ammazzato, e pagò con un assegno che Bravi tiene ancora incorniciato alla parete.

Racconta il ristoratore: “con tutto quello che accadde quella sera del 2 novembre 1975, con tutti quei dettagli che potevano essere decisivi per scoprire gli assassini, si sono permessi il lusso di interrogarmi 40 anni dopo quei fatti. Forse i racconti che mi faceva Pasolini non interessavano nessuno. Ma io mi ricordo che gli continuavo a dire: Pierpa’ lascia perdere questa storia del petrolio, quelli sono troppo potenti e tu non sei nessuno. E lui mi rispondeva: devo andare avanti, non mi fermo, è un problema di verità. Era un suo chiodo costante”.

A proposito di quella sera: “Sì, Pier Paolo era strano, si vedeva dai suoi occhi. Poi la morte. E quell’incubo per me durato un mese: giorno e notte una macchina con cinque a bordo stazionò sotto casa mia, non dicevano nulla, mi guardavano e io tremavo. Poi sparirono inghiottiti dal mistero della fine di Pasolini. E io per quasi 40 anni ad aspettare che qualcuno mi chiedesse qualcosa di quella sera maledetta”.

Spostiamo la scena a Stoccolma, un paio di giorni prima. Pasolini si trova nella capitale svedese sia per la prima del film ‘Salò′ che per la presentazione del suo libro ‘Le Ceneri di Gramsci‘. Nel corso di un dibattito pubblico in una sala gremita, rispondendo alla domanda di un giovane, dice che  teme di essere ucciso. Ecco cosa scrive un cronista friulano, Paolo Medeossi, il 31 ottobre 2015: “Erano state appena tradotte in svedese ‘Le Ceneri di Gramsci‘ e i suoi film erano famosi. In una sala gremita Pasolini – con naturalezza e quasi di passaggio, come notarono testimoni dell’incontro – rispondendo ad una domanda sulle reazioni suscitate dai suoi articoli contro l’aborto, la scuola dell’obbligo, la televisione, il potere, la borghesia, disse che si aspettava di essere ucciso, assassinato. Il pubblico, ascoltata la traduzione, ammutolì e non commentò. Poi aggiunse: ‘Il ruolo dell’intellettuale è di non avere ruoli, di essere la contraddizione vivente di ogni ruolo. Dovere dell’artista è di rivelare la falsa tolleranza concessa dal potere”.

Nell’ultimo intervento pubblicato in Italia su La Domenica del Corriere, Pasolini si scaglia con violenza contro la Dc, come faceva da tempo in modo martellante, sostendendo che tutti i suoi esponenti andavano processati. “Hanno rovinato la coscienza del nostro Paese”, scrive.

Dopo il viaggio a Stoccolma la stessa Domenica del Corriere intende organizzare un incontro, una tavola rotonda con Pasolini. Aveva preso contatti, prima della partenza per la Svezia, l’inviato della Domenica, Francesco Saverio Alonzo, che telefona a Pier Paolo il quale gli riferisce la sua preoccupazione, gli parla di alcune minacce ricevute.

 

LA CENA DI STOCCOLMA 

Ma eccoci alla cena al Gyllene Freden di Stoccolma, organizzata dall’editore svedese Renè Cockelbergh Forlag – che ha curato la pubblicazione delle Ceneri di Gramsci – dopo la presentazione del libro avvenuta all’Istituto Italiano di Cultura. Vi prendono parte anche l’inviato del quotidiano il Giorno (edito dalla Montedison, all’epoca guidata da Eugenio Cefis), Angelo Tajani, e la moglie di quest’ultimo, Doris.

Così scrive Tajani in un breve memoriale che l’avvocato Maccioni ha consegnato al pm Minisci.

“Pasolini era pensieroso e non partecipava alla discussione. Quasi assente. Anche Cockelbergh preferì fare scena muta per il resto della serata. La discussione continuava a languire e sia mia moglie che io eravano visibilmente preoccupati quando, all’improvviso, dalla bocca di Pasolini uscì quasi un sibilo: “…. ho tanta paura”. Mia moglie ebbe un sussulto e Cockelbergh chiese: “di che cosa hai paura, Pier Paolo?”. E Pasolini, come risvegliato da un lungo torpore, rispose: “io… paura? Ma non ho paura di nulla”. E Cockelbergh: “ma se lo hai detto, l’abbiamo sentito tutti!”. “No, io non ho detto nulla”.

Continua la ricostruzione di Tajani: “Il giorno successivo Cockelbergh mi telefonò. Era ancora turbato per quanto era accaduto la sera prima. E dopo aver appreso, due giorni dopo che Pasolini aveva lasciato Stoccolma che era stato trucidato, sia lui che io ricordammo e commentammo quella frase che ancora oggi è indelebile in me e in mia moglie. Nessuno dei giornali di cui ero corrispondente (tra cui il Giorno, ndr) dall’area Nordica pubblicò la notizia. L’unico quotidiano che la riportò fu il Dagens Nyheter di Stoccolma, in un articolo apparso, se non erro, il 6 novembre 1975 firmato dal critico letterario del quotidiano, Bengt Holmqvist, italianista per eccellenza. Bengt mi telefonò di buon ora, il cinque novembre mattina, per darmi la notizia che Pasolini era stato ucciso e durante la conversazione gli raccontai l’episodio accaduto al Gyllene Freden”.

Più precisamente, sul Dagens Nyheter Holmqvist scrisse un pezzo di taglio culturale sulle opere di Pasolini mentre il collega di nera Mats Lundegard diede notizia in prima pagina della tragica fine.

Lo stesso Holmqvist in un’altra occasione ha dichiarato, sulla figura del grande poeta, scrittore, regista e anche – nelle ultime fasi della sua vita – giornalista: “vederlo di persona era di per sé un avvenimento: aveva l’abilità di trasformare ogni sorta di problemi in qualcosa che ha un senso, la semplicità e la lucidità di chiarire il più complicato dei fenomeni. Che qualcosa lo preoccupasse era facile da capire, ma non sembrava che avesse a che fare con la vita privata. Quel che più lo assillava era quanto succedeva in Italia”.

L’articolo di Tajani per il Giorno, of course, non venne pubblicato. Sarebbe stato pretendere troppo dall’editore, Eugenio Cefis…

 

MATTEI-DE MAURO-PASOLINI & IL PETROLIO BOLLENTE

E resta – come ha dettagliato la Voce nell’inchiesta del 2 novembre 2016 che potete leggere cliccando sul link in basso – quel buco nero di Petrolio, le sessanta pagine mancanti, sparite nel nulla. Come si è volatilizzato il brogliaccio di Mauro De Mauro, il giornalista ucciso dalla mafia (ma i mandanti sono rimasti regolarmente a volto coperto), mentre stava lavorando per un copione da consegnare a Francesco Rosi sulla fine dell’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei. De Mauro e Pasolini erano in contatto, e infatti sulla scrivania di De Mauro vennero trovate delle bozze di Petrolio.

Sia De Mauro che Pasolini stavano lavorando per arrivare ai mandanti del delitto Mattei, voluto dalle sette sorelle del petrolio e da chi, in Italia, si batteva perchè l’oro nero rimanesse in mani sicure: come l’allora padrone del vapore, Eugenio Cefis, il protagonista della razza padrona anni settanta.

Cosa aspetta la giustizia, dopo quasi mezzo secolo ormai, ad accertare per via giudiziaria una verità storica ormai stra-acclarata? Si darà una mossa Minisci? Muoverà un passo il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone? O è letargo senza fine?

Festa del lavoro: storia del Primo Maggio

Scritto da: Marta Ferrucci
Fonte: http://www.studenti.it/storia-del-1-maggio-festa-dei-lavoratori.html

Il primo maggio in moltissimi Paesi si celebra La Festa dei lavoratori: un giorno di riposo e di festività per tutti coloro che quotidianamente svolgono un impiego, dal più piccolo al più grande. La festa del lavoro, però, ha una sua storia e un suo significato: nasce con l’intento di ricordare l’impegno dei movimenti sindacali e gli obiettivi sociali ed economici raggiunti dai lavoratori dopo lunghe battaglie, e costituisce quindi non solo un giorno in cui riposarsi, ma anche in cui ricordare.
Vuoi sapere qual è l’origine di questa ricorrenza e perchè si festeggia in questa data? Di seguito puoi trovare un riassunto sulla storia della festa del lavoro del 1° maggio.

STORIA DEL PRIMO MAGGIO, RIASSUNTO

La scelta del 1° maggio vuole ricordare la tragedia della rivolta di Haymarket, avvenuta a Chicago nel 1886. Nei primi giorni di maggio di quell’anno nella città si erano susseguite proteste e scioperi dei lavoratori, che avevano come obiettivo principale quello di portare l’orario di lavoro a 8 ore al giorno (mentre all’epoca si arrivava anche a 12 o addirittura 16 ore di lavoro al dì). Il 4 maggio scoppiarono degli scontri che portarono alla morte di diversi lavoratori e di 7 poliziotti.
Vediamo come si sono svolti i fatti.

ORIGINI DELLA FESTA DEL LAVORO DEL 1 MAGGIO

Primo maggio, festa del lavoro: storia e immagini d'epoca
Primo maggio, festa del lavoro: storia e immagini d’epoca — Fonte: istock

Il primo maggio 1886 i sindacati organizzarono a Chicago uno sciopero per chiedere la giornata lavorativa di 8 ore.
Il 3 maggio i manifestanti
, riuniti davanti alla fabbrica McCormick, vennero attaccati dalla polizia senza motivo, un attacco che provocò 2 morti tra i manifestanti e diversi feriti.
L’evento causò l’indignazione dell’opinione pubblica e il giorno seguente altri lavoratori si aggiunsero alle proteste. Ma i disordini erano solo all’inizio.

Il giorno successivo la tensione crebbe. Nuovi manifestanti si aggiunsero allo sciopero e nel corso di un raduno pacifico ad Haymarket Square uno sconosciuto lanciò un ordigno contro i poliziotti che presidiavano la piazza: uno di loro venne ucciso e fu a questo punto che la polizia iniziò a sparare sulla folla uccidendo alcuni manifestanti e sette poliziotti, caduti sotto il fuoco amico.

PRIMO MAGGIO: EVENTI DELLE ORIGINI DELLA FESTA DEL LAVORO

Otto persone collegate con le proteste furono arrestate e per sette di loro la sentenza fu di condanna a morte; successivamente, per due dei sette, la sentenza fu commutata in ergastolo. Non c’erano in realtà prove che tra gli arrestati vi fosse la persona che aveva lanciato l’ordigno, ciononostante la giuria emise verdetti di colpevolezza per tutti e otto gli imputati.
La notizia della sentenza indignò gli operai di tutto il mondo e i condannati diventarono i “Martiri di Chicago”. Morendo, August Spies, uno dei condannati, disse: “verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che strangolate oggi“.

La festa del primo maggio divenne ufficiale in Europa a partire dal 1889, quando venne ratificata a Parigi dalla Seconda Internazionale, organizzazione che aveva lo scopo di coordinare i sindacati e i partiti operai e socialisti europei.
In Italia la festa del 1° maggio fu introdotta solo due anni dopo.

Venti tesi sulla Strategia della Tensione

Scritto da: G.S.
Fonte: http://www.clarissa.it/editoriale_n1979/Venti-tesi-sulla-Strategia-della-Tensione

I punti di vista che vengono qui pubblicati sintetizzano i risultati di una ricerca storica oramai consolidata nel corso degli ultimi venti anni.
Tuttavia riteniamo utile proporli in modo estremamente sintetico e riassuntivo, per costituire dei riferimenti essenziali per chi è interessato ad approfondire questo tema, fondamentale per comprendere la storia italiana e molti dei fenomeni terroristici ancora in svolgimento.
Come sempre in campo storico, riteniamo che la revisione di qualunque opinione sia sempre possibile, ma consideriamo questi punti sufficientemente vicini alla verità per poter essere oggi presentati come tesi e non più come semplici ipotesi.

1. Gli eventi con cui il 25 luglio 1943 ebbe fine il fascismo italiano furono il risultato di un intervento decisivo dei poteri forti: furono quindi la manifestazione non di una volontà popolare ma di scelte strategiche della vecchia classe dirigente pre-fascista.
2. L’8 settembre ha rappresentato una catastrofe storica per l’Italia, aprendo il varco alla guerra civile ed eliminando qualsiasi riferimento condiviso all’unità italiana.
3. L’aprile del 1945 rappresenta la fine del fascismo come fenomeno storico e politico: per il numero e la qualità delle uccisioni praticate nel corso di quei mesi (oltre 40.000), non si può più parlare di neo-fascismo dopo quella data.
4. Parlare quindi di neo-fascismo è storicamente una falsificazione: esso è stato proposto come un nemico utile per ogni stagione, sia da parte del mondo comunista che di quello atlantico, per ragioni diverse ma convergenti (doppia strumentalizzazione).
5. La strategia della tensione rientra nei sistemi di provocazione e inganno (deception) utilizzati dagli anglosassoni in tempo di guerra guerreggiata e non: non è mai esistita una strategia “neofascista” di questo tipo. Chi ha pensato che essa derivi, ad esempio, dalle istruzioni per il ridotto della Valtellina dimostra di non sapere distinguere una strategia politico-militare da una ipotesi tattica.
6. Gli uomini che hanno diretto e rappresentato ai massimi livelli la strategia della tensione appartengono tutti alle aree dell’intelligence, delle operazioni speciali e di guerra psicologica degli Alleati negli ultimi anni del conflitto.
7. La penetrazione dei “neofascisti” nei gangli dello Stato è quindi un’invenzione propagandistica della quale non esistono riscontri oggettivi: al contrario, esistono numerose prove dell’utilizzazione dei cosiddetti “neofascisti” da parte degli apparati atlantici.
8. Perciò la teoria della “strage di Stato”, secondo la quale lo Stato italiano sarebbe stato infiltrato e diretto in modo occulto dagli epigoni del “neo-fascismo”, ha rappresentato una falsificazione nella falsificazione, con gravissime ripercussioni sulla possibilità di fare chiarezza.
9. L’obiettivo primario della strategia della tensione era quella di “destabilizzare per stabilizzare”, descritta per primo e in maniera tuttora insuperata da Vincenzo Vinciguerra.
10. I risultati della strategia della tensione sono stati tutti raggiunti: stabilizzazione del sistema, copertura dei veri responsabili, strumentalizzazione degli oppositori, annientamento per almeno due generazioni di forze radicali di opposizione. È la prova che non i golpe ma la conservazione del sistema era l’obiettivo di quella strategia.
11. Gli apparati italiani che si sono prestati a questa strategia non operavano in quanto “deviati” ma in quanto istituzionalmente obbligati, visto il quadro di dipendenza della classe dirigente italiana dalle strategie atlantiche e vista la limitazione della sovranità nazionale conseguente all’8 settembre 1943.
12. La mafia fa parte di questo assetto storico-politico, ed è la ragione per cui essa è stata utilizzata, in virtù della sua integrazione, a livello nazionale e internazionale, con le classi dirigenti occidentali.
13. Avendo colpito cittadini italiani innocenti ed avendo preso ordini da strutture dirette da Paesi stranieri, gli uomini che hanno collaborato a questa strategia hanno compiuto, nella logica di un Paese indipendente, quello che un tempo si chiamava alto tradimento.
14. Dalla fine degli anni Settanta, si è aggiunto al quadro complessivo l’azione dello Stato di Israele che, surrogando in gran parte il ruolo degli Stati Uniti nelle covert operations in area mediterranea, ha inserito degli elementi di novità significativi.
15. Insieme alla caduta del comunismo sovietico, questi elementi di novità permettono di spiegare talune aporie relative agli eventi quali la Strage di Bologna, gli attentati stragisti degli anni ’84, ’92 e ’93, i quali richiedono quindi specifici approfondimenti.
16. La strategia della tensione non è un fenomeno solo italiano, ma riguarda tutti i Paesi di obbedienza occidentale: lo dimostrano le reti Stay Behind diffuse in tutta Europa, le vicende della Turchia, dell’Argentina e del Giappone, solo per citare i casi più eclatanti.
17. La strategia della tensione è uno strumento che può essere applicato anche ad altri contesti e noi riteniamo che dalla fine degli anni Ottanta, e ancor prima, essa è stata utilizzata in riferimento al nuovo utile strumento-nemico, il radicalismo islamico.
18. La filosofia della strategia della tensione affonda le sue radici storiche nel modus operandi delle potenze coloniali marittime dell’Occidente.
19. Ne consegue che la strategia della tensione è storicamente comprensibile solo se inquadrata in una metodologia di analisi storica che tenga conto di queste premesse di lunga prospettiva.
20. Sottrarre un Paese alle strategie della tensione richiede quindi una conoscenza approfondita sul piano storico e tecnico-operativo: non fare i conti seriamente con queste problematiche significa contribuire a mantenere i nostri Popoli sotto un controllo indiretto che viola le regole base della democrazia e della sovranità nazionale.

 

La relazione Fioroni sul caso Moro e la sovranità limitata dell’Italia

Fonte: http://www.clarissa.it/editoriale_n1976/La-relazione-Fioroni-sul-caso-Moro-e-la-sovranita-limitata-dellItalia

Nel quasi generale disinteresse dei grandi mass-media, è stata pubblicata lo scorso 20 dicembre la seconda relazione sui lavori svolti dalla Commissione parlamentare di inchiesta, “commissione Fioroni” dal nome del suo presidente, sul rapimento e la morte di Aldo Moro.
Può sembrare strano e per molti versi paradossale che non si sia giunti ancora oggi ad una verità accettabile, a quasi quarant’anni dal sequestro del presidente democristiano, avvenuto a Roma il 16 marzo 1978 e conclusosi con la sua uccisione ed il ritrovamento del suo corpo in via Caetani, il 9 maggio seguente. Questo nonostante il cosiddetto “caso Moro” sia stato oggetto, oltreché di ripetute attività giudiziarie, anche di accertamenti da parte di numerose commissioni parlamentari di inchiesta, tra le quali ricordiamo la “prima Commissione Moro” del 1979; le due Commissioni stragi, costituite rispettivamente nel 1986 e del 1988, la cui ultima ha visto prorogate le sue attività per un decennio, fino al 1996; la Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, costituita nel 1981 e prorogata nel 1983; infine quella concernente il «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana, istituita nel 2002.
La relazione pubblicata pochi giorni fa, nelle sue duecento pagine, mette in evidenza il perdurare ancora oggi di singolari lacune e zone d’ombra che già da sole sono la conferma, per chi ha avuto modo in questi quarant’anni di studiare le vicende del terrorismo e dello stragismo degli anni Settanta e oltre, della specifica condizione del nostro Paese nel secondo dopoguerra: un Paese limitato nella sua sovranità nazionale ed etero-diretto da un nucleo egemone di poteri condizionanti, operanti dietro il paravento di un sistema di democrazia partitocratica incapace di recuperare all’Italia la sua indipendenza e di sviluppare una propria autonomia politica.
Questo è infatti a nostro avviso il denominatore comune dele acquisizioni che anche la commissione Fioroni è stata capace di raccogliere nel suo lavoro: tutti fatti già in qualche modo emersi in passato, ma sorprendentemente non utilizzati. La mancata precisa individuazione dei covi brigatisti; la lacunosa ricostruzione della dinamica esatta dei movimenti degli attentatori subito dopo il cruento rapimento; il ruolo effettivo del centro Hyperion e del gruppo dei suoi costitutori; il ruolo della ‘ndrangheta, che sembra ora confermato dalla presenza di un suo esponente di spicco proprio in via Fani; lo sviluppo di trattative tra Stato e BR, condotte segretamente anche su canali internazionali, e poi improvvisamente lasciate cadere; la profonda penetrazione di servizi segreti italiani ed esteri all’interno del mondo della sinistra extra-parlamentare e del suo cosiddetto “partito armato”; la presenza costante di figure di snodo, operanti fra servizi segreti, criminalità organizzata e ambienti di vertice dello Stato. Tornano quindi tutti gli ingredienti ormai classici nelle ricostruzioni più spregiudicate ed analitiche dei drammatici fatti italiani di terrorismo, eversione, stragi, tentati golpe, delitti eccellenti.
Le nuove acquisizioni ed i nuovi filoni d’indagine proposti da questa relazione, ad un’occhio attento, non fanno in definitiva altro che inserirsi o meglio collocarsi tra i pezzi mancanti di questo tragico puzzle nel quale molti cittadini innocenti, molti servitori dello Stato, molti giovani in cerca della rivoluzione hanno perso la vita, mentre altre decine hanno bruciato la loro esistenza in carcere, senza che tutto questo abbia minimamente modificato i dati di fondo di un sistema di potere che ancora oggi riproduce le sue classi dirigenti entro lo stesso schema di costante dipendenza dai grandi centri del potere mondiale, indipendentemente dal voto degli elettori e dalle lotte di partito e delle lobby affaristiche che gli si affiancano.
Il raffinato meccanismo strategicamente rivolto a “destabilizzare per stabilizzare” è stato messo in luce ormai più di un quarto di secolo fa, in modo estremamente chiaro e documentato, da Vincenzo Vinciguerra, uno degli uomini che hanno più tragicamente vissuto quelle vicende, e certo il primo che ne ha preso coraggiosamente e lucidamente coscienza, facendo luce, nel suo libro Ergastolo per la libertà, sulle concrete modalità operative con cui quel meccanismo operava in Italia e non solo in Italia: intuizioni e ricostruzioni storiche che sono state poi via via confermate da un’incredibile quantità di elementi, dalla scoperta delle reti Stay-behind fino appunto ai rapporti organici fra servizi segreti, mafie e centri decisori dello Stato.
Ricordare ancora questa storia, che può sembrare ormai lontana, è invece un’esigenza essenziale del presente, soprattutto nei momenti come questo, in cui sembra che basti cambiare l’assetto istituzionale o mutare governo, per risolvere i problemi del Paese. Questo rimane il nodo decisivo della nostra storia attuale: chiunque voglia davvero cambiare il nostro Paese, risvegliandone le capacità e le energie, dovrà per prima cosa confrontarsi con questa storia, per trarre da essa indicazioni su come si possa e si debba liberare l’Italia dal sistema a sovranità limitata che ci ha poco a poco condotto all’attuale vicolo cieco.

L’America prima di Colombo ed i suoi segreti

Fonte: https://www.nibiru2012.it/lamerica-colombo-ed-suoi-segreti/

L’America precolombiana è ricca di segreti e misteri di ogni genere

Quando gli Europei giunsero in America, dalla fine del XV° secolo in poi, molte grandi civiltà di quel continente erano gia scomparse.

Come era accaduto in Mesopotamia, in Egitto e nel subcontinente indiano, anche nell’America centro-meridionale era infatti già nata la civiltà, nella stessa epoca, circa 5.000 anni fa.

Le civiltà sopravvissute all’epoca dei conquistadores spagnoli conservavano però i ricordi di antichi avvenimenti, sopratutto oralmente, ma nel caso dei Maya, ed in parte anche degli Aztechi, anche in forma scritta.

Man mano che i conquistadores procedevano nella conquista, venivano scoperti siti monumentali, spesso caratterizzati dalla presenza di piramidi, simili a quelle dell’antico Egitto.

Il reale significato simbolico della piramide tuttora ci sfugge, ma la presenza di tali costruzioni in parti così diverse del mondo già ci lascia riflettere.

Considerando solo le monumentali piramidi di Teotihuacan, in Messico, non è ancora chiaro chi le abbia costruite.

 

Teotihuacan , le piramidi del centro america

 

Di certo, quando gli Aztechi si impadronirono del sito, le piramidi già erano lì ed i nuovi occupanti chiamarono quel luogo appunto Teotihuacan, che, nella loro lingua, significa “luogo di coloro che hanno conosciuto gli dei”.

Prima degli Aztechi il luogo era abitato dai Toltechi, ma anche essi si interrogavano su chi avesse costruito le piramidi.

Da rilevare che i Maya, la cui civiltà si sviluppò molto più a sud, erano sicuramente a conoscenza dell’esistenza di quel luogo.

Tra le raffigurazioni presenti nel sito di Teotihuacan, la più diffusa è quella di Quetzalcoatl, il Serpente piumato, al quale è dedicato anche un tempio.

Questa divinità veniva adorata in quasi tutte le civiltà precolombiane e la sua origine è molto antica.

Il Serpente piumato, il Signore del Sapere, era la divinità che aveva portato la conoscenza agli uomini e dato l’avvio alla civiltà.

Quetzalcoatl  insegnò agli uomini a misurare il tempo ed a conoscere il corso delle stelle e stabilì il corso dell’anno e delle stagioni; insegnò anche agli uomini l’agricoltura.

Secondo la leggenda, Quetzalcoatl scomparve in cielo, ma un giorno sarebbe tornato. Questa divinità era adorata con nomi diversi da Olmechi, Mixtechi, Toltechi, Aztechi, Maya e Quichè.

In particolare i Maya lo chiamavano Kukulkan, i Quichè Gukumatz, i Toltechi e, successivamente gli Aztechi, Quetzalcoatl, come già detto.

Questa idea che esseri sovrannaturali abbiano dato l’avvio alla civiltà umana, dopo milioni di anni di preistroria, è analoga a quella narrata nella Bibbia e, più dettagliatamente, nel libro di Enoch, nei quali leggiamo che esseri celesti si accoppiarono con le “figlie degli uomini” ed insegnarono agli uomini tutto il necessario per dare l’avvio alla civiltà, ma il mito secondo il quale esseri superiori dettero l’avvio alla civiltà umana è presente in moltissime altre antiche tradizioni.

Una divinità per molti versi simile a Quetzalcoatl, la troviamo nella civiltà Inca, in Perù, a migliaia di chilometri di distanza dalle civiltà finora menzionate.

Si tratta di Viracocha, il Maestro del Mondo, che analogamente al Serpente piumato, aveva avviato gli uomini alla civiltà.

 

Viracocha il bianco che insegnò agli Inca del Perù

 

I resoconti dei conquistadores spagnoli ci dicono che, a differenza di Quetzalcoatl, questa divinità aveva aspetto umano, la pelle bianca e gli occhi azzurri.

Anche Viracocha andò via, ma promettendo che sarebbe tornato.

Gli inca ereditarono questa divinità da un’antichissima civiltà precedente che era stanziata sulle rive del lago Titicaca, a 3.800 metri di altezza, al confine tra Perù e Bolivia.

Abbiamo riportato l’altitudine di questo luogo perchè, come il Tibet, sarebbe scampato a quell’immane disastro che in tutte le più antiche tradizioni dell’Umanità viene chiamato “Diluvio Universale” ed avrebbe quindi conservato i più antichi ricordi della storia del nostro pianeta.

Quando i conquistadores di Pizarro giunsero in contatto con la civiltà Inca, furono accolti come amici perchè, dato il colore bianco della loro pelle, furono ritenuti inviati di Viracocha il cui ritorno sarebbe quindi stato imminente.

Questo tragico equivoco costò caro a quella popolazione che avrebbe potuto facilmente annientare gli invasori spagnoli, dato il loro esiguo numero.

Il principale centro della civiltà del lago Titicaca, da cui gli Inca ereditarono il mito di Viracocha, era la monumentale città di Tiahuanaco, le cui rovine si estendono per quattro chilomertri quadrati e mostrano i resti di edifici monumentali, ma, secondo i pescatori del lago, esistono anche molti altri edifici sommersi nel lago. In particolare, sulla porta del sole, sono raffigurati animali vissuti 11.000 anni fa!

 

Tiahuanaco

 

Pare che gli Inca abbiano ereditato da questa civiltà anche delle misteriose tecniche di architettura, come si può osservare nelle mura ciclopiche del loro sito di Machu Picchu, dove blocchi pesanti anche decine e decine di tonnellate sono incastrati alla perfezione proprio come i blocchi di rivestimento delle Piramidi di Giza.

Tornando alle origini delle civiltà precolombiane, non possiamo sottacere che queste sono strettamente legate ai miti di Atlantide e del Diluvio Universale, che riteniamo strettamente collegati.

Sia i Toltechi che gli Aztechi sostenevano di venire da un luogo chiamato Aztlan (Aztatl, nella lingua nahuatl classica), sprofondato nelle acque. Il termine “atl” significa proprio “acqua”.

I primi conquistadores al seguito di Hernan Cortes, riportano una delle poche leggende di quei popoli che sia stata trascritta (codice Aubin, trascritto nella “Historia de las Indias de Nueva-España” nel 1581) e che inizia con queste parole:

“Gli Uexotzincas, i Xochimilacas, i Cuitlahuacas, i Matlatzincas, i Malincalas abbandonarono Aztlan e vagarono senza meta”.

Il Codice Boturini riporta un documento azteco che descrive Aztlan come un’isola in mezzo alle acque.

Indirettamente anche i Maya ci parlano della loro origine: il nome Chichen Itza, il famoso sito nello Yucatan, significa “salvati dalle acque”.

Impressionante quanto riportato in questo scritto Maya conservato al British Museum:

“Nell’anno 6 del Kan, il II muluc, nel mese di zac, si fecero dei terribili terremoti e continuarono senza interruzione sino al 13 chuen. La contrada delle colline di Argilla, il paese di Mu, fu sacrificato. Dopo essere stato scosso due volte, scomparve ad un tratto durante la notte. Il suolo era continuamente sollevato da forze vulcaniche, che lo facevano alzare ed abbassare in mille località. Infine cadette. Ciò avvenne 8.060 anni prima della composizione di questo libro”.

E’ interessante notare come questa data dell’inabissamento di questa terra coincida esattamente con quella di Atlantide che i sacerdoti egiziani stabiliscono nell’anno 9564 a.C (Platone – Timeo, Crizia).

Infatti aggiungendo a quest’epoca gli anni dell’era volgare si arriva a 11580 anni circa, e aggiungendo agli anni 8060 del Maya i quelli di antichità del Libro, si ottiene in totale 11560 anni.

Tra i misteri dell’America precolombiana, non possiamo sottacere sulle cosidette “linee di Nazca”: nel Perù meridionale esistono dei “disegni” enormi sul terreno visibili soltanto dall’alto.

Si tratta di più di 13.000 linee che vanno a formare più di 800 disegni, che includono i profili stilizzati di animali comuni nell’area: la balena, il pappagallo, la lucertola lunga più di 180 metri, il lama, il colibrì, il condor, il serpente, la scimmia e l’enorme ragno lungo circa 45 metri.

Questi disegni furono scoperti per caso nel 1927 da un pilota dell’aviazione peruviana che sorvolava la zona.

 

Le Immense linee di Nazca

 

La datazione di queste linee, ottenute asportando pietre e terreno, ci dice che risalgono ad un periodo che va dal 300 a 500 d.C. e sono attribuite alla cosiddetta “cultura di Nazca”.

Pensiamo che vadano attribuite al mito, che, come abbiamo visto, era diffuso in tutta l’America precolombiana, del ritorno degli dei.

Probabilmente il loro scopo era di facilitare l’individuazione del sito da parte di questi esseri soprannaturali.

Resta il mistero di come possano essere state realizzate, senza poterle vedere dall’alto.

La Battaglia dell’Ortigara-1917

Fonte: http://www.potiprvesvetovnevojne.si/La-Battaglia-Dell-Ortigara-Nella-Prima-Guerra-Mondiale

La battaglia dell'Ortigara

In quei giorni primaverili i piani dell’esercito italiano non prevedevano solamente l’avanzata sul fronte isontino, ma anche un nuovo piano offensivo nella zona dell’Altopiano di Asiago. Nonostante la controffensiva dell’estate precedente infatti, questa ampia zona di montagna era ancora parzialmente occupata dagli austro-ungarici. Le loro posizioni sulle cime meridionali del Trentino davano un grande vantaggio perché potevano controllare agevolmente tutti gli spostamenti italiani.

Il Comando Supremo decise perciò di agire in modo da ribaltare la situazione. Venne formata una nuova armata (la Sesta) agli ordini del generale Ettore Mambretti il quale avrebbe guidato i 200mila uomini alla conquista del Monte Ortigara, una cima di 2105 metri all’estremità orientale dell’altopiano tra il Veneto ed il Trentino. L’azione, considerata una delle più importanti dell’intero conflitto,  venne organizzata per la metà di giugno ma da subito fu bersagliata dalla sfortuna e dai contrattempi. La controffensiva austro-ungarica sul Flondar aveva reso necessario anticipare l’attacco. In tutta fretta Mambretti organizzò le prime linee ma proprio quando stava per essere dato l’ordine (7 giugno) le piogge torrenziali impedirono l’inizio delle operazioni. Il giorno seguente una mina destinata alla linea austro-ungarica esplose in anticipo uccidendo in un istante 230 soldati italiani.

Nel frattempo, la situazione sul Carso si calmò dando così l apossibilità alla Sesta Armata di prepararsi con maggiore serenità all’operazione. Mambretti però, inspiegabilmente, decise di non aspettare e il 10 giugno lanciò l’assalto all’Ortigara. Le divisioni partirono verso le pareti scoscese della montagna mentre 430 cannoni e 220 lanciabombe iniziarono a colpire le trincee asburgiche. Ma ancora una volta la sfortuna si accanì sui soldati italiani: le nuvole basse impedivano di avere una buona visuale e tutti i colpi lanciati contro le postazioni nemiche andarono a vuoto.
Nonostante le richieste di interruzione da parte di alcuni ufficiali, Mambretti ordinò di proseguire nella convinzione che le bombe e le granate italiane avrebbero sortito i loro effetti. Ma larealtà fu diversa e i soldati si trovarono bloccati sul fianco fangoso della montagna e si trasformarono in facili bersagli dell’artiglieria austro-ungarica.

Il 19 giugno le condizioni del tempo migliorarono nuovamente e l’attacco riprese con il supporto dei bombardieri Caproni, triplani che fornirono l’appoggio aereo necessario per l’avanzata italiana. La battaglia infuriò per una settimana ma le conquiste, ad esclusione di diversi pezzi di artiglieria e di circa mille prigionieri, furono nulle.

Il 25 giugno, dopo due settimane di combattimenti durissimi, i soldati asburgici respinsero definitivamente gli assalti della Sesta Armata con l’utilizzo di lanciafiamme e di gas. La Battaglia dell’Ortigara divenne così una delle pagine più drammatiche della Grande Guerra: in 16 giorni gli italiani persero più di 25 mila uomini e alcuni battaglioni persero oltre il 70% degli effettivi.