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La relazione della Commissione Fioroni e le “verità dicibili” della Repubblica

Fonte: http://www.clarissa.it/editoriale_n1992/La-relazione-della-Commissione-Fioroni-e-le-verita-dicibili-della-Repubblica

Il 7 dicembre del 2017, pochi giorni prima della fine della XVII legislatura della Repubblica, è stata consegnata la terza relazione, conclusiva dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro – cosiddetta “commissione Fioroni”: lavori dei quali siamo stati tra i pochissimi ad occuparci diffusamente su clarissa.it, in occasione della presentazione della seconda relazione, nel dicembre 2016. Il silenzio che sta seguendo anche questa volta la pubblicazione integrale negli atti parlamentari di questo documento (doc. XXIII, n. 29) è sintomo impressionante di quanto la verità sulla nostra storia politica sia stata sistematicamente manipolata dalla nostra classe dirigente e, di conseguenza, non abbia più alcun impatto su di un’Italia sempre più inerte e sfiduciata.
Avevamo a suo tempo già accennato ad alcune delle più rilevanti novità emerse dal lavoro della Commissione e presentate nella precedente relazione: anche in questo caso, vi sono numerosi elementi che meritano studio e riflessione. Basti qui citare il ruolo di un personaggio come Giorgio Conforto, sul quale qualsiasi investigatore di mezza tacca si sarebbe soffermato a lungo. Presentandosi pubblicamente come uomo di sinistra, collabora dal 1933 e almeno fino al 1941 con l’ufficio informazioni segrete del Ministero degli esteri e con Guido Leto, capo della polizia politica; passa nel 1946 a fornire informazioni a James Angleton dell’OSS americano e, di conserva, al ben noto prefetto Federico Umberto D’Amato, responsabile quest’ultimo dell’Ufficio Affari Riservati per l’intera epoca della strategia della tensione, in linea con i meriti acquisiti durante la guerra, meriti che gli hanno meritato la Bronze Star americana. Conforto, la cui figlia ospiterà Morucci e Faranda in clandestinità, è quindi una figura chiave per capire cos’è avvenuto in Italia durante la guerra fredda: la Commissione afferma infatti di “ritenere che il ruolo spionistico di Conforto a favore dell’Urss fosse quanto meno bilanciato da una sua funzione di confidente o fonte delle strutture di polizia italiane” (p. 101), funzione della quale la Commissione ha avuto finalmente conferma incontrovertibile dall’audizione di un alto ufficiale dei nostri servizi segreti. Viene confermata quindi la condizione dell’Italia dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, quella di un terreno libero dove Usa e Urss collaborano quando occorre nella gestione del terrorismo, quando la destabilizzazione serve a garantirne la stabile collocazione nell’area Nato, alla quale l’Italia è stata assegnata dagli accordi di Yalta, e dalla quale non deve uscire.
Non sorprende in questo contesto quanto emerso dal lavoro della Commissione anche sulla questione della reale collocazione della prigione di Aldo Moro, che ora si ipotizza possa aver trovato sede in uno dei condomini di via Massimi 91, a Roma. Vale a dire in un’area (di proprietà di una ben nota banca vaticana) nella quale hanno sede numerose società, istituzioni e personaggi operanti nel mondo in cui si scontrano, interagiscono e trattano i poteri forti che agiscono nel nostro Paese: il mondo atlantico, la Chiesa cattolica, le massonerie, l’allora impero sovietico.
Lo abbiamo detto all’inizio: quello che però più colpisce della relazione è ben altro. Qualcosa che in un popolo desto e consapevole dovrebbe suscitare una forte reazione, poiché qui abbiamo una delle prove più drammatiche di quanto, al riparo dell’articolato sistema dei partiti che manovrano la nostra raffinata democrazia parlamentare, venga negato agli Italiani il diritto basilare di una vera democrazia – la conoscenza della verità sulla condizione dell’Italia.
La Commissione infatti ricostruisce minutamente, con nomi e cognomi, la trattativa condotta da esponenti delle Brigate Rosse in via di dissoluzione con i vertici delle istituzioni italiane, per tramite dei servizi di sicurezza e di canali informativi gestiti dal mondo ecclesiastico. Scopo di questa operazione, scrive testualmente la Commissione era la “stabilizzazione di una «verità parziale» sul caso Moro, funzionale ad una operazione di chiusura della stagione del terrorismo che ne espungesse gli aspetti più controversi, dalle responsabilità di singoli appartenenti a partiti e movimenti, al ruolo di quell’ampio partito armato, ben radicato nell’estremismo politico, di cui le Brigate rosse costituirono una delle espressioni più significative, ma non certo l’unica” (p. 139). Si assiste quindi a ben costruiti e riusciti “tentativi di interloquire col Presidente Cossiga, con parti del mondo politico e col SISDE, sin dal 1984-1985, e di costruire, nelle dichiarazioni a Imposimato, un preciso perimetro politico-giudiziario entro il quale si sarebbe dovuta muovere la ricostruzione della vicenda Moro. Il tutto nel quadro dell’elaborazione della legge sulla dissociazione che avrebbe in qualche modo «canonizzato» una posizione garantita, nella quale Morucci e gli altri dissociati potevano rilasciare, nei modi e tempi da loro ritenuti congrui, elementi testimoniali”.
Per chi abbia conoscenza non superficiale di quanto accaduto nei cosiddetti “anni di piombo”, e più in generale nella stagione della strategia della tensione, queste affermazioni sono di una straordinaria gravità. Esse confermano infatti la responsabilità morale e politica di uomini ai più alti livelli dello Stato italiano (Cossiga e Andreotti per fare solo due nomi apicali), i quali con estrema lucidità gestirono la costruzione di quella “verità dicibile” in parallelo sui due versanti degli opposti estremismi, di cui erano stati tra i più spregiudicati strumentalizzatori. Verso il terrorismo “rosso”, mediante appunto la gestione del memoriale Morucci sul caso Moro; verso quello “nero”, mediante il sapiente dosaggio di informazioni riduttivamente manipolate sul caso Gladio – nel momento in cui ciò si rendeva vitale per due ragioni chiarissime: impedire che emergesse la regia degli apparati Nato nella strategia della stabilizzazione attraverso la destabilizzazione; secondo, confermare il loro ruolo di garanti dell’allineamento italiano nei confronti del sistema internazionale di spartizione del potere mondiale. Quest’azione parallela si conclude infatti in precisa coincidenza temporale, nell’estate del 1990, cioè proprio quando, caduto il muro di Berlino, si rendeva necessario in tutta fretta prepararsi ad un futuro nel quale era ben chiaro il ruolo di unica potenza egemone degli Stati Uniti d’America e degli apparati Nato utilizzati nella stabilizzazione nel suo campo dell’intera Europa occidentale. Era dunque necessario “riaccreditarsi” per il futuro, da una parte, e coprirsi le spalle per il passato, dall’altra.
Per chi segue fin dal principio il lavoro condotto, in sede giudiziaria e ancor più in sede di studio storico, da Vincenzo Vinciguerra in merito appunto alla strategia da lui denominata destabilizzazione per stabilizzare – troviamo qui la più netta conferma di quanto Vinciguerra abbia lavorato per la verità – proprio quando, non solo i mandanti, ma anche tutti gli epigoni dei terrorismi strumentali, rosso e nero, hanno preferito rinchiudersi nell’area protetta delle “verità dicibili”, quella gestita sapientemente dalla regia atlantica.
Se in merito alla propria individuale condotta ognuno è richiamato a questioni di fondo sulle quali è inutile qui spendere parole – sul piano della storia d’Italia, possiamo dire che ci troviamo davanti, con questa relazione della Commissione, alle prove di un tradimento del nostro popolo che ha ben poco da invidiare a quanto avvenuto l’8 settembre del 1943, e che anzi si colloca in piena continuità storica con esso. In entrambi i casi, infatti, i detentori istituzionali del potere dello Stato hanno difeso questo loro potere a scapito della sovranità, dell’indipendenza, dell’identità e della missione dell’Italia contemporanea.
Nessuna sorpresa dunque, se in taluni appunti del giudice Giovanni Falcone pubblicati anch’essi lo scorso dicembre, tra i nomi di coloro che rappresentavano il possibile “quarto livello” della mafia, torna il nome di quel Vito Guarrasi che, presente a Cassibile nel 1943 per firmare quell’armistizio che dell’8 settembre è l’indiscutibile premessa, ha poi operato come uno dei principali uomini del raccordo Stato-Mafia. Nessuna sorpresa dunque se, chiusa perché superata la stagione della strategia della tensione rosso-nera, è stata la mafia a prendersi carico della nuova strategia della tensione, negli stessi mesi in cui i vecchi epigoni del sistema italiano della Guerra Fredda si preoccupavano di delimitare ben chiaramente, a tutela della propria sopravvivenza, il perimetro della verità dicibile.
Impossibile quindi per noi oggi accettare, se si è alla ricerca di verità vere e non solo di quelle “dicibili”, il genuflettersi dei mass-media italiani nella commemorazione dell’anniversario dell’uccisione di Piersanti Mattarella, allorché anche in quel caso una possibile verità è stata da tempo rigorosamente delimitata, in quanto collocata anch’essa nella stessa stagione della destabilizzazione per stabilizzare, quella che pochi mesi dopo avrebbe portato ad uno dei suoi episodi più impressionanti, la strage di decine di innocenti italiani alla stazione ferroviaria di Bologna.
Inevitabili di conseguenza anche gli interrogativi su tutto quanto viene oggi detto ritualmente, per esempio agli studenti delle scuole italiane, sulla lotta alla mafia: se si include infatti in questa informazione ai giovani l’illustrazione della storia dello Stato-Mafia, è necessario in nome della verità risalire ai patti occulti che permisero lo sbarco americano in Sicilia e che consentirono l’armistizio di Cassibile; è necessario fare anche menzione dell’art. 16 del trattato di pace, con la protezione da esso accordato tra gli altri ai mafiosi; nonché la celebre risposta che su questo argomento diede proprio il povero Aldo Moro, il 20 giugno del 1974, ad un’interrogazione dell’on. Carraro, allora presidente dell’Antimafia, risposta quanto mai rivelatrice proprio del compito fondamentale che i vertici dello Stato italiano hanno assegnato a se stessi: perimetrare la verità perché sia dicibile. La stessa verità dicibile che Moro ha dunque pagato con la propria vita, insieme a quella degli uomini della sua scorta: con la differenza che della verità vera questi ultimi erano probabilmente del tutto ignari, e restano dunque tra le sue vittime innocenti.

EXTRA, abduction aliene nella RAI anni ‘70 – di Davide Rosso

Fonte: http://www.sogliaoscura.org/extra-abduction-aliene-nella-rai-anni-70-davide-rosso/

Extra, sceneggiato Rai degli anni ’70, diretto da uno dei maestri del piccolo schermo, Daniele D’Anza, responsabile di capolavori del giallo, o di quell’oggetto indefinibile che è Il segno del comando. Qui D’Anza scrive con Lucio Mandarà e sceglie di confrontarsi con la fantascienza, genere poco praticato nella nostra cinematografia e, ancor meno, sul piccolo schermo.

Parlandone a bocce ferme, quando ormai quel tempo meraviglioso è terminato, possiamo rilevare che Extra arriva dopo la prova generale di A come Andromeda, sceneggiato derivato da un romanzo inglese, novelization di una serie inglese andata in onda nel 1961 sulla BBC e mai trasmessa in Italia. A come Andromeda rappresentò il primo tentativo tutto italiano di portare la fantascienza sul piccolo schermo, dal gennaio al febbraio del 1972. Prima s’era visto poco. Le schegge fantastiche de Ai confini della realtà e la serie inglese Ufo, trasmessa sulla televisione svizzera alla fine del 1971. Dopo ci sarebbe stato il giallo/fantastico Gamma (1975). A come Andromeda, realizzato con grandi capacità da Vittorio Cottafavi e interpretato da un ispirato Luigi Vannucchi, rimaneva all’interno della fantascienza tradizionale, con il confronto (classico) tra le intelligenze superiori aliene e la razza umana, contradditoria ma sensibile. Francamente questo genere di umanizzazione degli Ufo (penso all’algida e via via sempre più contrastata Nicoletta Rizzi) mi lascia indifferente. Nutro altrettanta ostilità nei confronti della fantascienza spaziale o fantasy alla Guerre stellari, fastidiosamente infantile. Per questo Extra ha un sapore particolare, direi unico, all’interno della nostra Tv. Il solo fatto che sia stato realizzato lascia stupefatti. Come mai D’Anza abbia deciso di confrontarsi con un simile (s)oggetto mi sfugge. Sicuramente ci saranno, nel maremagnum della rete, delle interviste sul tema. Io non le conosco e ignoro le motivazioni dei dirigenti Rai dell’epoca. Extra si ispirava ad un fatto “reale”, qualcosa che riguardava l’abduction, ossia il rapimento alieno, argomento assai più ruvido rispetto al contattismo di A come Andromeda. Bisogna ricordare che nel 1976, a parte la serie capolavoro di UFO, coi suoi alieni boschivi e maniaci, su queste cose, in Tv, s’era visto un tubo. Extra non scivolava né nella fantascienza più sociologica, né nei viaggi spaziali, anzi rimaneva in una strana via di mezzo, mostrandoci un mondo assolutamente contemporaneo a quello degli spettatori di allora. Questo perché Extra nasceva da episodi di cronaca avvenuti in America nel 1973 e raccontava le vicende di due operai (nello sceneggiato sono Giampiero Albertini e Luca Del Fabbro, entrambi nel ruolo di una vita) di 45 e 19 anni che affermano di esser stati rapiti e portati su un disco volante da creature alte poco più di un metro e con delle tenaglie al posto delle mani. Da questo semplice incipit si sviluppa la trama di Extra, film Tv lontano dai plot affollati e confusionari dei tanti gialli di Durbridge, o dai cascami gotici de Il segno del comando. Extra presenta un nucleo di personaggi principali ridotto rispetto ad altre storie televisive. Da una parte i due operai con le loro famiglie e la stazione di polizia a raccogliere le loro prime testimonianze, e dall’altra una mesmerizzata Daniela Surina, moglie di un poliziotto incredulo interpretato dall’ottimo Vittorio Mezzogiorno. La Surina ha vissuto la medesima esperienza dei due operai, solo che, per timore d’esser creduta pazza e di finire nel tritacarne mediatico (cosa che accadrà alla coppia Albertini/Del Fabbro, ridotti a fantocci nelle mani della stampa e dei militari), preferisce non confessare a nessuno i suoi tormenti. Tormenti psicologici che la gettano in uno stato di terrore profondo, anticipando i pazienti traumatizzati della Jovovich ne Il quarto tipo, altro grande film sui rapimenti alieni. E la paura si concretizza in modo sottile, fruttando al meglio il mezzo televisivo: D’Anza costruisce una provincia americana anonima, fatta di gas station, statali desertificate, già pronte per una copertina onirica di Karel Thole. E viene proprio in mente un Urania del 1967, Le strade dell’invasione, prima antologia fantascientifica uscita nella collana mondadoriana e dedicata alle micro-invasioni, mono-invasioni aliene sul nostro pianeta. L’invasione di Extra avrebbe potuto figurare benissimo in quella meravigliosa raccolta (doppiata dal suo seguito, Nuove strade dell’invasione): gli alieni di Extra non si vedono mai, forse nemmeno esistono, prodotti dalle alterazioni della mente. A parte dei televisori sfarfallanti, degli strani rumori e le parole dei rapiti, nessuno può garantirci che non si sia trattato di una burla, o di un caso d’isteria collettiva. D’Anza è bravo nel rimanere sul vago, costruendo un’atmosfera rarefatta e pesante, sempre cupa, notturna (su Extra il sole sembra non splendere mai), dove i contorni delle cose, delle persone, sono indefiniti, doppi, menzogneri. Il sospetto cala sulla comunità del Mississipi, dividendo gli abitanti in ufologi e non ufologi. Il caso finirà nelle fauci crudeli della stampa, o nelle autopsie psicologiche di vari esperti. Tra di loro s’aggirano figure inquietanti, persone che sembrano saperla lunga e accennano a segreti governativi, organizzazioni occulte di uomini in nero, anticipando praticamente tutto X-files e Martin Mystere. E qui Extra tocca i suoi punti più alti, anticipando appunto, in Italia e non solo, tutto quel che sarebbe venuto dopo. Che gli alieni di Extra siano cannibali come quello di Prey di Norman J. Warren (1978), o comunque interessati agli organi umani come quelli di UFO, poco importa. Forse non hanno l’aspetto (ingannevole) di una fighissima Johansson in Under the skin, comunque paiono malevoli e letali, interessati a seminare zizzania e scombinare il cervello delle persone che rapiscono. Essi rimangono, come gli uomini in nero, nel buio del folklore, agitando da dietro le quinte, le paure ancestrali della comunità. D’Anza dunque, in modo molto moderno e controcorrente con le regole della tv classica, sceglie di non scegliere, non svelando nulla degli invasori occulti e giocando coi dubbi e le paure inconsce dei suoi personaggi, uomini e donne qualunque, piccoli anti-eroi (operai, casalinghe, impiegati, scribacchini) di un universo provinciale, tagliato fuori dalle grandi arterie del progresso capitalista. Da dove vengono gli UFO? Cosa vogliono da noi? Perché sono qui? E da quanto sono arrivati? Accadrà ancora? Su queste strade il cinema tornerà più volte in questi ultimi anni (basti pensare a quell’immenso edificio di miti moderni che è X-files, o anche Twin Peaks, erroneamente considerato un serial thriller e non un oggetto non indentificato dove gli alieni hanno un ruolo forse non secondario…). Nella televisione italiana, invece, prodotti tanto originali e innovativi come Extra spariranno per sempre. Oggi si piange quel cinema di genere italiano scomparso, ma ancor di più dovremmo piangere questo sceneggiato, opera inquieta e unica nel suo genere, ingiustamente sparito dalla circolazione fino alla riprogrammazione memorabile su Rai Premium poco tempo fa.

The Broken Key:il futuro secondo il film di Louis Nero

Scritto da: Roberta De Carolis
Fonte: http://www.nextme.it/intrattenimento/video/film-e-serie-tv/9572-the-broken-key-futuro-16-novembre

La carta non esiste più, è un bene prezioso in nome della sostenibilità, stampare è reato. E la libertà dell’essere umano è in serio rischio. Futuro non troppo lontano, almeno secondo Louis Nero, regista del film ‘The Broken Key’, nella sale cinematografiche italiane dal 16 novembre.

Film di fantascienza? Certo, ma tutto sommato ambientato in una realtà che non sembra così assurda. Proprio su questo mondo si intreccia la storia (questa sì, di pura fantascienza) di Arthur J. Adamsalla ricerca del frammento mancante di un antico papiro, protetto dalla misteriosa confraternita dei seguaci di Horus, ricerca che viene ostacolata da indecifrabili omicidi legati ai sette peccati capitali.

Il protagonista dovrà addentrarsi in tutti gli angoli di una città del futuro, misteriosa quanto “spaventosa”, specchio della sua anima, per ritrovare il pezzo mancante e salvare l’umanità intera dalla “gabbia eterna”.

La pellicola affonda le sue radici nella storia, che parte dal Rinascimento. Si narra infatti che Hieronymus Bosch, pittore rinascimentale realmente esistito, facesse parte di un ordine noto come ‘La Confraternita del Libero Spirito’, gruppo filosofico riconducibile ai leggendari ‘Seguaci di Horus’, custodi di un segreto che avrebbe potuto cambiare le sorti del mondo intero.

Tra di loro sembra ci fosse la regina egizia Ankhsen-pa-aton, la cui tomba fu ritrovata nel Rinascimento insieme al grande tesoro: la chiave d’oro di Ankh, il nuovo Graal, che apre quel mistero in grado di salvare l’umanità.

Una trama simile, per certi versi, a molte altre storie scritte e portate nelle sale cinematografiche, che ricorda ‘Il Codice Da Vinci’, solo per citare un famoso esempio. Ma che si distingue proprio per lo scenario, disegnato su un futuro che ai nostri occhi non sembra veramente così “futuribile”.

“Un film concepito sulla linea orizzontale delle Sette Arti Liberali, la cui pratica ascetica, secondo la fulgida interpretazione Dantesca, può portare alla trasmutazione dei Sette Peccati Capitali nelle corrispondenti Virtù Cardinali – spiega il regista – L’intento è quello di far vivere al pubblico, come al protagonista, un percorso di purificazione spirituale dai peccati, ambientato in una visionaria Torino del futuro, dove la cultura popolare è intrisa di palpabile mistero”.

Ma chissà se l’opera sarà in grado di rispondere alla domanda chiave: “Quale futuro?”.

Il film è prodotto da ‘L’Altrofilm’, TFP, Film Commission Torino Piemonte, in collaborazione con Red Rocks Entertainment.

Fascismo, il messaggio di Mussolini nascosto sotto l’Obelisco e pensato per le generazioni future. Ecco il Codex Fori

Scritto da: Giacomo Talignani
Fonte:http://www.huffingtonpost.it/2016/08/31/fascismo-mussolini-obelsi_n_11794500.html?utm_hp_ref=italy

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Un messaggio ai posteri nascosto sotto l’Obelisco, quello con la scritta Dux che Laura Boldrini suggeriva di cancellare. E’ in uscita in questi giorni il testo “Codex Fori Mussolini”: un testo in inglese e latino realizzato da Han Lamers e Bettina Reitz-Joosse e pubblicato da Bloomsbury che prova a far luce su una pergamena nascosta nella base dell’obelisco di Mussolini a Roma.

In quella pergamena, spiegano gli studiosi, c’è un inno al fascismo, alla sua storia, al dittatore stesso e soprattutto c’è l'”eredità del fascismo per il futuro”.

Il fatto che questo testo fosse stato nascosto sottolinea infatti la volontà di lasciare un documento non per i presenti (il monumento è del 1932) ma per le generazioni future. Da loro doveva essere visto e interpretato. Scritto in latino su una pergamena è stato nascosto con altri cimeli e tesori alla base dell’Obelisco del Foro Italico. Nel testo vengono esaltate le gesta di Mussolini e del fascismo e Bettina Reitz-Joosse e Han Lamers hanno per primi tradotto e studiato in dettaglio ogni riga di quella pergamena (anche grazie ai testi di diverse biblioteche e archivi romani, racconta la Bbc).

“Il testo non è stato pensato per i contemporanei ma per un pubblico futuro” raccontano gli studiosi. I fascisti, in sostanza, hanno pensato di lasciare un “conto delle loro azioni per le generazioni future”. Scritto da Aurelio Giuseppe Amatucci e diviso in tre parti si passa dalla storia generale all’ascesa del dittatore attraversando “l’Italia del dopo prima guerra mondiale, descritta come un paese sull’orlo del disastro. Salvata da Mussolini per “rigenerare il paese attraverso la sua intuizione sovrumana e risolutezza”.

Il Duce viene descritto come un “nuovo imperatore romano salvatore del popolo” e nella seconda e terza parte della pergamena vengono sottolineate l’organizzazione dei Balilla e la costruzione del Foro italico.

“Il testo presenta Mussolini come una sorta di nuovo imperatore romano, ma anche, utilizzando il linguaggio biblico, come il salvatore del popolo italiano”.

Secondo Dr Reitz-Joosse la scelta del latino, come riportano sulla Bbc, è dovuta alla necessità di “utilizzare un linguaggio del passato per disegnare un collegamento fra impero romano e ascesa del fascismo” e al contempo per la necessità di rilanciare la lingua latina come lingua del fascismo.

Infine, concludono gli autori, l’ironia del testo sta che la sua scoperta concide proprio con la fine del fascismo.

Le navi di Nemi. Rinascita di un museo dimenticato

Scritto da: Arianna Di Cori
Fonte:http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/08/06/news/le_navi_di_nemi_rinascita_di_un_museo_dimenticato-172495761/#gallery-slider=172424536

STREGONERIA

Scritto da: Laura Quattrini
Fonte: http://www.daltramontoallalba.it/stregoneria/persecuzioni.html

Certamente tutti conosceranno la fama dell’Inquisizione per quanto riguarda la nefasta attività per i processi contro streghe ed eretici. Gli uni e gli altri hanno per denominatore comune l’ingiustizia feroce e la cieca intolleranza, ma sui primi è opportuno dire qualcosa in più, perché hanno più strettamente a che fare con il tema del diavolo. La prima condanna a morte di una strega si ebbe nel 1244 in Francia, l’ultima nel 1775 in Germania (si danno anche dei casi, quindici anni prima, nella stessa Germania, e ancora dieci anni prima in Svizzera). Queste date riguardano tuttavia fatti relativamente isolati: in realtà la persecuzione contro la stregoneria su vasta scala durò circa quattrocento anni. Bastava mostrare gli occhi arrossati o un colorito troppo intenso per essere creduta, denunciata come una strega e, inesorabilmente, essere condannata al rogo. Al tempo dell’imperatore Massimiliano I (1459-1519), che pure è ritratto da bambino mentre apprende la magia, nel solo circondario di Treviri furono processate più di seimila streghe; poco meno furono quelle bruciate nelle Fiandre nel 1419. Durante il Quattrocento non c’è regione d’Europa dove il numero scenda sotto il migliaio. Vale la pena di tentare di capire, a livello di ipotesi, perchè nessun governo, nessuna autorità, nonostante le numerose opposizioni da parte di scrittori, di scienziati e di qualche buon giudice, non si sia accorto della totale follia della persecuzione. La stregoneria è sorta in un periodo di guerre durato quasi ininterrottamente dal 1337 al 1648, durante il quale sono state combattute la guerra dei Cento anni, quelle di Carlo V e di Filippo II, le guerre di religione e, infine, quella dei Trent’anni, che coinvolse pressochè tutta l’Europa.

 Incisione seicentesca raffigurante la modalità in cui venivano giustiziate le streghe.

E’ verosimile che dopo il primo mezzo secolo di ostilità, per il protrarsi dello stato di guerra e il conseguente acuirsi della povertà delle popolazioni, l’istituzione lasciasse a desiderare anche negli alti ranghi della giustizia, fino a dare spazio a giudici sempre più incompetenti e fanatici. Il discorso vale anche per la categoria dei medici: quelli che furono interpellati per sapere se le malattie e le morti riscontrate nelle vittime erano dovute a cause naturali o a malefici, non seppero con sicurezza formulare una diagnosi (c’è tuttavia il sospetto che alcuni non volessero farsi coinvolgere in valutazioni che, comunque, erano precostituite). Gli stessi parroci che, in buona fede e a richiesta degli interessati, benedicevano i presunti colpiti da malefici vari, di fatto non si rendevano conto che mettevano in pessima luce gli accusati di fronte ai giudici e alla stessa opinione pubblica e davano un contribuito determinante anche dal punto di vista psicologico (teoria del capro espiatorio). In generale la Chiesa ha sempre condannato il sesso e ridotto il matrimonio a rimedio, con venature più o meno negative, della debolezza della carne. L’avversione nei confronti della sessualità diventa avversione nei confronti delle donne, su cui per l’inferiorità della loro natura il diavolo può fare più presa. L’Umanesimo e il Rinascimento (non importa se vissuti laicamente o religiosamente) furono con la loro esaltazione della bellezza e del corpo un fenomeno d’èlite, circoscritto alle grandi corti, per di più italiane. Il “piacere della carne” è e resterà un peccato per le masse, a maggior ragione se isolate nelle valli sperdute o nelle campagne e costrette a rinunciare alle poche consolazioni di una vita grama nella speranza di una salvezza finalmente per tutti “uguale”. Dopo il Concilio di Trento le mortificazioni delle numerose mistiche, che oggi possono apparire aberranti, sono di natura uguale e contraria della presunta licenziosità satanica delle streghe. Nella tipologia classica della strega (donna estremamente povera, ovviamente analfabeta, appartenente al mondo rurale, spesso vecchia o comunque sola, depositaria di un sapere empirico sul sapere di guarigione delle erbe, levatrice…) si delinea una figura di donna “diversa”, suscettibile di stati alterati per assunzione di erbe particolari (alcuni studiosi hanno parlato di vari ricorsi al mondo vegetale e in particolare della “segale cornuta”, un fungo parassita della segale, con effetti fra gli altri eccitanti delle fibre muscolari lisce dell’utero, della vescica e del retto). Non vanno poi dimenticati gli stati allucinatori dovuti all’insufficiente ed errata alimentazione. “La droga più efficace e sconvolgente, più amara e feroce, è sempre stata la fame, produttrice di insondabili scompensi psichici e immaginativi: da questa allucinazione forzata sono scaturiti i sogni aggiuntivi e tridimensionali compensativi dalla miseria della quotidianità, dello squallore della ragione e degli oltraggi continui perpetrati su esistenze miserabili e personalità infantili, della mobilità psichica a tendenza convulsiva e isteroide, tipiche di una società schiacciata dal peso degli “status” piramidali, immodificabile per legge divina e volontà regale” (P. Camporesi “Il pane selvaggio”, Bologna, 1981). La spiegazione “femminista” ipotizza che, in una società misogina e fallocratica che la reputa un essere inferiore, l’unica possibilità (anche se pericolosissima, come si è potuto constatare!) di dare libero sfogo alle sue pulsioni e di sentirsi protagonista sia potuta essere per la donna LA SCELTA DI ESSERE STREGA. Fatte queste considerazioni, non si può certo considerare esaurito il discorso su un fenomeno di tale portata che ha implicazioni storiche, antropologiche, politiche, medico-sanitarie e, non da ultimo, ecclesiastiche, su cui la questione è ancora aperta. Basti almeno averne denunciato l’orrore.

BIBLIOGRAFIA

· Atlante della storia “Il diavolo (Il maligno forse siamo noi?)” a cura di Angela Cerinotti e Davide Sala – Demetra

Gradara e i suoi fantasmi gentili

Scritto da:Monica Porta
Fonte: http://www.sogliaoscura.org/gradara-e-i-suoi-fantasmi-gentili-di-monica-porta/

Gradara si trova in collina, adagiata sul confine tra Romagna e Marche. La cittadina ha origini antiche, il primo insediamento sembra risalire al Neolitico. Di certo, visse anche l’epoca romana, come testimonia ancora oggi la base e l’angolo del Mastio interno alla Rocca della Fortezza, risalente al XIV secolo.

Ogni anno migliaia di turisti visitano il borgo antico, approfittando di una pausa dal vicino mare di Cattolica e Gabicce, oppure affrontando un viaggio più lungo, attratti dalla sua storia e dagli eventi organizzati nei mesi estivi.
Bar e ristoranti spuntano da ogni scorcio, dentro e fuori le mura. I prezzi contenuti spingono i visitatori a degustare le prelibatezze locali, ma non mancano anche aree attrezzate per gustare un sano picnic.

Quest’anno, nella prima decade di agosto, si è svolto il festival “Magic Castle”. L’evento ha richiesto di un ingresso supplementare per l’entrata al borgo antico, ma ne è valsa la pena. Il Castello, allegramente addobbato a festa, si è tinto di fiaba sul far della sera, sapientemente arricchito dalla bravura di artisti locali ed esteri.

Ogni volta che visito Gradara, rimango catturata dall’atmosfera che si respira percorrendo a piedi la via che dalla Porta meridionale, la Torre dell’Orologio, conduce alla seconda Porta e quindi al Castello. Qui, come a Siena, per me il tempo ha il rumore di passi sconosciuti, il suono del passato nei racconti tinteggiati fra storia e leggenda. La tragedia di Paolo e Francesca, raccontata nell’Inferno dantesco, sembra svolgersi proprio nel Castello di Gradara.
E’ il 1275 e Giovanni, detto Giangiotto, lo storpio, sposa la bellissima Francesca da Polenta, figlia di Guido Minore della fazione guelfa. Francesca acconsente al matrimonio, purtroppo convinta di sposare il bel Paolo, fratello di Giangiotto che invece agisce per procura del fratello. La triste sposa scopre l’inganno solo al suo risveglio, la mattina dopo il matrimonio, e cade preda dello sconforto.
Giangiotto è anche il Podestà di Pesaro, ma per una precisa disposizione dell’epoca, che imponeva maggior equità, non può portare la sua famiglia nella città che governa. Per poter tornare spesso da lei, costringe Francesca a trasferirsi nella vicina Gradara, dove soggiorna il padre Verrucchio Malatesta. Anche Paolo frequenta il Castello di famiglia. E’ il capo delle guardie Malatestiane e padrone delle terre a sud del borgo di Gradara. E’ facile per lui far visita a Francesca, in assenza di Giangiotto.
Probabilmente Paolo conosceva già la bellezza di Francesca da Ravenna e si sente anche in colpa per il torto commesso nei suoi confronti. Con la frequentazione, l’amore divampa fra i due che non riescono a nascondere la tresca. Giangiotto, forse informato dal fratello Malatestino, un giorno finge di partire per poi rientrare subito al Castello e sorprendere i due amanti. Nella confusione, i vestiti di Paolo rimangono impigliati e gli impediscono di scappare. Francesca gli fa da scudo con il suo corpo, per difenderlo, ma la spada di Giangiotto trafigge entrambi, senza pietà.
Ancora oggi, il sentiero che circonda le mura del Castello dall’esterno è chiamato “Passeggiata degli innamorati”, in ricordo del passaggio segreto che permetteva a Paolo di recarsi nelle stanze di Francesca senza essere visto dalla famiglia. Ora non è più visitabile, perché murato.
La sensazione di essere in compagnia dei due amanti è presente ogni volta che percorro il sentiero in religioso silenzio.

Giordano Bruno, tanto amato dall’esoterismo

Scritto da: C. Gily Reda
Fonte:http://www.clementinagily.it/wolf/2016/08/giordano-bruno-tanto-amato-dallesoterismo/

C’è un motivo chiaro dell’interesse per Giordano Bruno di chi ama il pensiero esoterico: il fatto che lui coltivasse lo stesso campo di interessi, l’ermetismo, bensì condividendolo con la filosofia di ascendenza aristotelica e platonica: dando tra l’altro sempre mostra di una memoria perfetta, tanto da essere accusato di plagio, quando citava le proprie conclusioni citando anche le fonti. Che erano Platone Averroè ed Aristotele, certo, ma poi anche i tomisti medievali e Lullo, i filosofi del Rinascimento e i testi ermetici. Molto vicino nel tempo a Ficino, Pico della Mirandola, Copernico… e spesso nei dialoghi cita tutti molto a proposito, nello specifico delle loro dottrine, interpretandone il senso nella sua propria originalità.  Nei tempi in cui non solo non c’erano i computer, ma scarseggiavano molto i libri ed erano costose anche le penne e carte, per non dire delle stampe e delle incisioni, la memoria non era solo una dote ma una capacità professionale indispensabile a tutte le professioni umanistiche, amministrative, giuridiche. Perciò Bruno come tanti metteva a punto macchine della memoria sempre più perfette: https://i0.wp.com/www.clementinagily.it/wolf/wp-content/uploads/2016/08/oscom.jpg

questa citata a sinistra, ben tondeggiante, è quella della sapienza, di Apollo, del Sole. Tutte queste ‘macchine’ giocano su simboli e analogie per guidare la memoria con le immagini: ecco la spiegazione per cui una filosofia razionale e profetica, adatta ai nostri giorni, suscita molto interesse negli esoterici.

Però: è una filosofia della luce. Convinta del potere della Ragione Umana e del dialogo aperto– che non è Divina ma sa argomentare.

Questo capirono i Giordanisti, questa setta basata su un’idea irenica della religione, di cui lo stesso Bruno parlò al tribunale dell’Inquisizione. L’indagò in tutte le sue ipotesi Frances Yates, la ricercatrice del Warburg Institute che approfondì l’importanza degli scritti ermetici di Bruno, cui ad esempio in Italia sino a quasi la metà del secolo scorso avevano fatto attenzione solo Felice Tocco e Antonio Corsano. Yates ne ricavò una complessa ricostruzione dell’arte della memoria elaborata dall’ermetismo, dedicando molti capitoli anche ad altri autori del Rinascimento.

Per illustrare la sua tesi sui Giordanisti, si chiedeva “Non può essere significativo che Giordano Bruno predicasse non solo ai luterani tedeschi ma anche ai cortigiani dell’Inghilterra elisabettiana?”:[1] tanta attività era accolta da coloro che, stanchi delle lotte di religione, creavano reti tese alla pace in Europa – e la tesi di Yates è che sette come i Rosacroce, i Giordanisti, i Massoni, organizzassero a proprio modo nel tempo una convinzione comune – tutte storie bensì ipotetiche per la loro natura segreta, ma tracciate da molte attestazioni. Ovviamente Bruno è diverso: l’anima ermetica e filosofica sono tutt’e due scritte, argomentate con simboli che, compresi e argomentati, si chiariscono: tutta la letteratura su di lui che ormai è internazionale e poderosa, lo dimostra. Questo non interessa chi guardi i libri di Bruno dal di fuori, ci vuole professionalità per seguire i motivi platonici aristotelici copernicani ed averroisti che s’intersecano nel suo pensiero originale: ciò che spiace al mondo superveloce.

Le due anime di Bruno si rispecchiano nella nova filosofia di Bruno, disse Schelling che seguì Jacobi nel ridare luce alla filosofia di Giordano Bruno all’inizio del 1800, dopo secoli di flusso carsico, segreto, che pure influì su tanti nel 6-700, dando qualcosa ad ognuno: un’altra storia ipotetica, vista la forza dell’Inquisizione e il rogo dei suoi libri. Ma molti libri furono conservati, portati in giro in Europa da un suo seguace, il Dicsonio del De la Causa Principio et Uno,[2] vale a dire quel Dickson, che con Toland (teorico inglese della religione naturale) diffondeva proprio il dialogo in cui Bruno parlava dell’istituzione di una nuova religione, Lo spaccio della bestia trionfante. I dialoghi sono la parte chiara del pensiero di Bruno, quella che Bruno definiva ‘la chiave’; parlava del mistero, dell’esoterico, solo nella parte che lui chiamava ‘le ombre’: quella trattata di più dagli esoterici contemporanei.

L’autodefinizione di Giordano Bruno sta in uno di quelli che lui chiamava ‘vessilli’, i simboli per la memoria, che in linguaggio nostro si può chiamare ‘slogan’ o ‘logo’: “A – GIORDANO con la chiave e le ombre”[3]. Per coloro che conoscono la filosofia e sono in grado di capire i simboli, essi sono un modo rapido per dire le cose, non sono la cosa in sé; sono il dito che indica la stella: conta la stella, non il dito. L’anima esoterica delle ombre, come in tutte le filosofie greche, si basa sul senso che si fa esplicito nella chiave, l’exoterica, la comunicazione misteriosa, che ognuno capisce a suo modo, assicurando il consenso senza entrare in polemiche con quel che non intende – perché qui occorre studio per non confondersi. Coloro che ignorano la filosofia e si fermano ai simboli, capiscono a lor modo la verità, riescono ad intendere solo se la loro mente è pura. È come quando Gesù parlava con parabole che poi spiegava ai discepoli, raccomandando loro di tenere per sé la spiegazione, di raccontare solo le storie e commentarle a seconda del senso comune del pubblico. Non si vuole un sapere per pochi, come spesso poi nelle associazioni variamente massoniche, è il segreto della comunicazione efficace, non ristretta a pochi sapienti, ininfluente sulla vita degli uomini. Il sapere esoterico, rigoroso, mantiene la comunicazione exoterica, comprensibile a tutti, in equilibrio.

Yates argomenta la sua tesi del legame di Bruno ai Rosacroce, intrecciati al lor nascere con i Massoni e chissà quanti altri credi in Europa. Se solo nel 1646 viene ufficialmente registrata in un documento l’iscrizione di Elias Ashmole alla loggia Massonica di Warrington, dando inizio alla vera e propria storia della Massoneria, il contenuto di un credo simile era già stati portato da Fludd e Vaughan in Inghilterra dalla Germania, dove Bruno scrisse molte opere. Mocenigo denunciò Bruno al Tribunale dell’Inquisizione perché, disse, voleva “farsi autore di nuova setta sotto nome di nuova filosofia” che voleva rinforzare i luterani tedeschi, non a caso aveva pubblicato a Francoforte i suoi noiosi libri in cui esponeva esotericamente le tesi dei dialoghi per gli amici – preparandosi a tentare nuove alleanze col potere – per cui tornò infine in Italia. Così non è incredibile che l’attività dei Rosacroce, che dà segno di sé intorno agli anni ‘10 del ‘600, fosse influenzata dai Giordanisti – già collegati nel nome ai simboli di rose bianche e rose rosse, di cui raccontò Shakespeare; che in Pene d’amore perdute mette in scena un personaggio di nome Bruno; il personaggio ha poche battute, ma coerenti con la sua filosofia e più ancora coi suoi dialoghi inglesi, capiti, ovviamente, a lor modo. E persino di Mozart, riferisce Yates, nel Flauto Magico si sentirebbe l’influsso dell’esoterismo ermetico, teso a rivalutare corpo e sentimenti.

Altrettanto frequente e forte fu la diffusione del culto egizio, evidente nella venerazione del sole, per cui ‘tutto il creato è uno specchio’ che riflette Iside ed Osiride. Vi si richiamava anche Campanella con la Città del Sole ed altri con Eliopoli. Athanasius Kircher professava una magia naturale simile a quella di Bruno, sviluppava la svolta religiosa tentata già da Pico della Mirandola, la sintesi delle tesi fondamentali delle grandi religioni antiche… Insomma, è tanto ampia la quantità di ipotesi e collegamenti tra elementi difficilmente confermabili per il carattere volutamente segreto delle sette, subito solidamente capeggiate da persone di potere, da far ritenere che nella nebbia si debba fare chiarore per affermare, ma ci sono troppi elementi per pensare siano tutte false piste. Si ricordi ad esempio la diffusione del simbolo egizio della piramide, dal Louvre al dollaro americano: certo Filangieri, Frankljn e Washington erano massoni.

Esiste però la possibilità di fare storia, se ci si basa su Giordano Bruno, in cui la parte esoterica è correttamente collegata alla parte exoterica, come nei filosofi greci dell’antichità. Bruno certo ambì al potere, ma non per motivi e modi personali: desiderava il potere di far cessare le guerre e di far vivere in pace gli uomini. Non optò per l’assassinio politico o la sommossa, frequentò le corti d’Europa, dove i potenti lo ascoltassero: e lo fecero dovunque. Ma il progetto di Bruno, la pace religiosa, la fine delle guerre, la comprensione dell’umanità riunita nella fede – era un ideale che ancora oggi sembra davvero difficile.

Proveremo perciò a seguire qualche percorso che faccia intendere i simboli che tanti amano senza sapienza filosofica, aumentando la confusione esteticamente. Ad esempio, il recupero di emozioni e corpo: facile confondere con qualche specie di satanismo, se si prescinde dal fatto che all’epoca la vita degli uomini e la concezione del sapere non era certo new age: oggi l’insistenza di Bruno andrebbe all’opposto, oggi Bruno direbbe che alle emozioni ed al corpo solo la ragione dà misura, l’argomentazione e lo studio guidano a non perdere l’equilibrio della mente. Allora la religione di Savonarola si opponeva al Magnifico Lorenzo, nei conventi si chiudevano i ribelli, il cattolicesimo imponeva il sacrificio come corretta interpretazione della Croce: il discorso opportuno, evidentemente, era diverso. Interpretare vuol dire capire un’espressione in relazione alla storia, che fa capire il tempo e il luogo in cui vien detta e va capita. Bruno diceva qualcosa del genere parlando dell’interpretazione letterale delle Scritture, a proposito di Copernico, nel dialogo La Cena delle Ceneri. Perciò la conoscenza si affida alla parola e alla ragione, quando non vuole restare incerta con i simboli. Che hanno però grande efficacia: proprio perciò, occorre usarli bene, come un’arma troppo potente.

GF GIORDANO BRUNO Gily Giordano Bruno, tanto amato dall’esoterismo

[1]   F. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, Roma Bari 1981, p. 447

[2] G. Bruno, Dialoghi Italiani, a cura di G.Gentile, 2 voll., Sansoni Firenze 1958 (Bari 1927.

[3] G. Bruno, Le ombre delle idee, Rizzoli 1997 p. 180. L’opera fu pubblicata con dedica ad Enrico II di Francia nel 1582, è la prima opera sulla memoria pubblicata e tramandata. Enrico II lo mandò in Inghilterra presso l’ambasciata francese – nel pieno della lotta tra Elisabetta I e la regina di Scozia, Maria Stuarda, ex regina consorte, moglie di Francesco II di Francia.

GIALLO PASOLINI / LE MINACCE PRIMA DELL’ESECUZIONE, ECCO I TESTI

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2017/05/31/giallo-pasolini-le-minacce-prima-dellesecuzione-ecco-i-testi/
Pasolini croci

Appena pochi giorni prima della sua esecuzione Pier Paolo Pasolini aveva la netta sensazione che lo avrebbero ammazzato. E aveva paura. Per via del suo lavoro, per quello che stava scrivendo, Petrolio, il suo testamento. L’avvocato della famiglia, Stefano Maccioni, sta raccogliendo una serie di prove e testimonianze che rappresentano a tutto tondo quelle tragiche giornate. E già a ottobre scorso aveva chiesto la riapertura delle indagini, basandosi sulla prova del DNA che fornisce una concreta pista circa la presenza di un Ignoto 3 sulla scena del crimine. Ma a massacrare Pierpaolo potrebbe essere stato un branco di 4 o 5 persone.

Il pm Francesco Minisci, che aveva già in precedenza archiviato il caso, è ora titolare del nuovo fascicolo. Come mai non si è mosso in questi sette lunghi mesi? E adesso che oltre alla prova del DNA ci sono le nuove testimonianze farà finalmente qualcosa? Staremo a vedere. Intanto partiamo dalle news.

PIERPA’, LASCIA PERDERE ‘STO PETROLIO

Sono di appena qualche giorno fa, il 29 maggio, le parole di Aldo Bravi, titolare del ristorante Pommidoro, riportate in un articolo di Repubblica firmato da Giuseppe Cerasa. Lì Pier Paolo consumò la sua ultima cena prima d’essere ammazzato, e pagò con un assegno che Bravi tiene ancora incorniciato alla parete.

Racconta il ristoratore: “con tutto quello che accadde quella sera del 2 novembre 1975, con tutti quei dettagli che potevano essere decisivi per scoprire gli assassini, si sono permessi il lusso di interrogarmi 40 anni dopo quei fatti. Forse i racconti che mi faceva Pasolini non interessavano nessuno. Ma io mi ricordo che gli continuavo a dire: Pierpa’ lascia perdere questa storia del petrolio, quelli sono troppo potenti e tu non sei nessuno. E lui mi rispondeva: devo andare avanti, non mi fermo, è un problema di verità. Era un suo chiodo costante”.

A proposito di quella sera: “Sì, Pier Paolo era strano, si vedeva dai suoi occhi. Poi la morte. E quell’incubo per me durato un mese: giorno e notte una macchina con cinque a bordo stazionò sotto casa mia, non dicevano nulla, mi guardavano e io tremavo. Poi sparirono inghiottiti dal mistero della fine di Pasolini. E io per quasi 40 anni ad aspettare che qualcuno mi chiedesse qualcosa di quella sera maledetta”.

Spostiamo la scena a Stoccolma, un paio di giorni prima. Pasolini si trova nella capitale svedese sia per la prima del film ‘Salò′ che per la presentazione del suo libro ‘Le Ceneri di Gramsci‘. Nel corso di un dibattito pubblico in una sala gremita, rispondendo alla domanda di un giovane, dice che  teme di essere ucciso. Ecco cosa scrive un cronista friulano, Paolo Medeossi, il 31 ottobre 2015: “Erano state appena tradotte in svedese ‘Le Ceneri di Gramsci‘ e i suoi film erano famosi. In una sala gremita Pasolini – con naturalezza e quasi di passaggio, come notarono testimoni dell’incontro – rispondendo ad una domanda sulle reazioni suscitate dai suoi articoli contro l’aborto, la scuola dell’obbligo, la televisione, il potere, la borghesia, disse che si aspettava di essere ucciso, assassinato. Il pubblico, ascoltata la traduzione, ammutolì e non commentò. Poi aggiunse: ‘Il ruolo dell’intellettuale è di non avere ruoli, di essere la contraddizione vivente di ogni ruolo. Dovere dell’artista è di rivelare la falsa tolleranza concessa dal potere”.

Nell’ultimo intervento pubblicato in Italia su La Domenica del Corriere, Pasolini si scaglia con violenza contro la Dc, come faceva da tempo in modo martellante, sostendendo che tutti i suoi esponenti andavano processati. “Hanno rovinato la coscienza del nostro Paese”, scrive.

Dopo il viaggio a Stoccolma la stessa Domenica del Corriere intende organizzare un incontro, una tavola rotonda con Pasolini. Aveva preso contatti, prima della partenza per la Svezia, l’inviato della Domenica, Francesco Saverio Alonzo, che telefona a Pier Paolo il quale gli riferisce la sua preoccupazione, gli parla di alcune minacce ricevute.

 

LA CENA DI STOCCOLMA 

Ma eccoci alla cena al Gyllene Freden di Stoccolma, organizzata dall’editore svedese Renè Cockelbergh Forlag – che ha curato la pubblicazione delle Ceneri di Gramsci – dopo la presentazione del libro avvenuta all’Istituto Italiano di Cultura. Vi prendono parte anche l’inviato del quotidiano il Giorno (edito dalla Montedison, all’epoca guidata da Eugenio Cefis), Angelo Tajani, e la moglie di quest’ultimo, Doris.

Così scrive Tajani in un breve memoriale che l’avvocato Maccioni ha consegnato al pm Minisci.

“Pasolini era pensieroso e non partecipava alla discussione. Quasi assente. Anche Cockelbergh preferì fare scena muta per il resto della serata. La discussione continuava a languire e sia mia moglie che io eravano visibilmente preoccupati quando, all’improvviso, dalla bocca di Pasolini uscì quasi un sibilo: “…. ho tanta paura”. Mia moglie ebbe un sussulto e Cockelbergh chiese: “di che cosa hai paura, Pier Paolo?”. E Pasolini, come risvegliato da un lungo torpore, rispose: “io… paura? Ma non ho paura di nulla”. E Cockelbergh: “ma se lo hai detto, l’abbiamo sentito tutti!”. “No, io non ho detto nulla”.

Continua la ricostruzione di Tajani: “Il giorno successivo Cockelbergh mi telefonò. Era ancora turbato per quanto era accaduto la sera prima. E dopo aver appreso, due giorni dopo che Pasolini aveva lasciato Stoccolma che era stato trucidato, sia lui che io ricordammo e commentammo quella frase che ancora oggi è indelebile in me e in mia moglie. Nessuno dei giornali di cui ero corrispondente (tra cui il Giorno, ndr) dall’area Nordica pubblicò la notizia. L’unico quotidiano che la riportò fu il Dagens Nyheter di Stoccolma, in un articolo apparso, se non erro, il 6 novembre 1975 firmato dal critico letterario del quotidiano, Bengt Holmqvist, italianista per eccellenza. Bengt mi telefonò di buon ora, il cinque novembre mattina, per darmi la notizia che Pasolini era stato ucciso e durante la conversazione gli raccontai l’episodio accaduto al Gyllene Freden”.

Più precisamente, sul Dagens Nyheter Holmqvist scrisse un pezzo di taglio culturale sulle opere di Pasolini mentre il collega di nera Mats Lundegard diede notizia in prima pagina della tragica fine.

Lo stesso Holmqvist in un’altra occasione ha dichiarato, sulla figura del grande poeta, scrittore, regista e anche – nelle ultime fasi della sua vita – giornalista: “vederlo di persona era di per sé un avvenimento: aveva l’abilità di trasformare ogni sorta di problemi in qualcosa che ha un senso, la semplicità e la lucidità di chiarire il più complicato dei fenomeni. Che qualcosa lo preoccupasse era facile da capire, ma non sembrava che avesse a che fare con la vita privata. Quel che più lo assillava era quanto succedeva in Italia”.

L’articolo di Tajani per il Giorno, of course, non venne pubblicato. Sarebbe stato pretendere troppo dall’editore, Eugenio Cefis…

 

MATTEI-DE MAURO-PASOLINI & IL PETROLIO BOLLENTE

E resta – come ha dettagliato la Voce nell’inchiesta del 2 novembre 2016 che potete leggere cliccando sul link in basso – quel buco nero di Petrolio, le sessanta pagine mancanti, sparite nel nulla. Come si è volatilizzato il brogliaccio di Mauro De Mauro, il giornalista ucciso dalla mafia (ma i mandanti sono rimasti regolarmente a volto coperto), mentre stava lavorando per un copione da consegnare a Francesco Rosi sulla fine dell’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei. De Mauro e Pasolini erano in contatto, e infatti sulla scrivania di De Mauro vennero trovate delle bozze di Petrolio.

Sia De Mauro che Pasolini stavano lavorando per arrivare ai mandanti del delitto Mattei, voluto dalle sette sorelle del petrolio e da chi, in Italia, si batteva perchè l’oro nero rimanesse in mani sicure: come l’allora padrone del vapore, Eugenio Cefis, il protagonista della razza padrona anni settanta.

Cosa aspetta la giustizia, dopo quasi mezzo secolo ormai, ad accertare per via giudiziaria una verità storica ormai stra-acclarata? Si darà una mossa Minisci? Muoverà un passo il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone? O è letargo senza fine?

Festa del lavoro: storia del Primo Maggio

Scritto da: Marta Ferrucci
Fonte: http://www.studenti.it/storia-del-1-maggio-festa-dei-lavoratori.html

Il primo maggio in moltissimi Paesi si celebra La Festa dei lavoratori: un giorno di riposo e di festività per tutti coloro che quotidianamente svolgono un impiego, dal più piccolo al più grande. La festa del lavoro, però, ha una sua storia e un suo significato: nasce con l’intento di ricordare l’impegno dei movimenti sindacali e gli obiettivi sociali ed economici raggiunti dai lavoratori dopo lunghe battaglie, e costituisce quindi non solo un giorno in cui riposarsi, ma anche in cui ricordare.
Vuoi sapere qual è l’origine di questa ricorrenza e perchè si festeggia in questa data? Di seguito puoi trovare un riassunto sulla storia della festa del lavoro del 1° maggio.

STORIA DEL PRIMO MAGGIO, RIASSUNTO

La scelta del 1° maggio vuole ricordare la tragedia della rivolta di Haymarket, avvenuta a Chicago nel 1886. Nei primi giorni di maggio di quell’anno nella città si erano susseguite proteste e scioperi dei lavoratori, che avevano come obiettivo principale quello di portare l’orario di lavoro a 8 ore al giorno (mentre all’epoca si arrivava anche a 12 o addirittura 16 ore di lavoro al dì). Il 4 maggio scoppiarono degli scontri che portarono alla morte di diversi lavoratori e di 7 poliziotti.
Vediamo come si sono svolti i fatti.

ORIGINI DELLA FESTA DEL LAVORO DEL 1 MAGGIO

Primo maggio, festa del lavoro: storia e immagini d'epoca
Primo maggio, festa del lavoro: storia e immagini d’epoca — Fonte: istock

Il primo maggio 1886 i sindacati organizzarono a Chicago uno sciopero per chiedere la giornata lavorativa di 8 ore.
Il 3 maggio i manifestanti
, riuniti davanti alla fabbrica McCormick, vennero attaccati dalla polizia senza motivo, un attacco che provocò 2 morti tra i manifestanti e diversi feriti.
L’evento causò l’indignazione dell’opinione pubblica e il giorno seguente altri lavoratori si aggiunsero alle proteste. Ma i disordini erano solo all’inizio.

Il giorno successivo la tensione crebbe. Nuovi manifestanti si aggiunsero allo sciopero e nel corso di un raduno pacifico ad Haymarket Square uno sconosciuto lanciò un ordigno contro i poliziotti che presidiavano la piazza: uno di loro venne ucciso e fu a questo punto che la polizia iniziò a sparare sulla folla uccidendo alcuni manifestanti e sette poliziotti, caduti sotto il fuoco amico.

PRIMO MAGGIO: EVENTI DELLE ORIGINI DELLA FESTA DEL LAVORO

Otto persone collegate con le proteste furono arrestate e per sette di loro la sentenza fu di condanna a morte; successivamente, per due dei sette, la sentenza fu commutata in ergastolo. Non c’erano in realtà prove che tra gli arrestati vi fosse la persona che aveva lanciato l’ordigno, ciononostante la giuria emise verdetti di colpevolezza per tutti e otto gli imputati.
La notizia della sentenza indignò gli operai di tutto il mondo e i condannati diventarono i “Martiri di Chicago”. Morendo, August Spies, uno dei condannati, disse: “verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che strangolate oggi“.

La festa del primo maggio divenne ufficiale in Europa a partire dal 1889, quando venne ratificata a Parigi dalla Seconda Internazionale, organizzazione che aveva lo scopo di coordinare i sindacati e i partiti operai e socialisti europei.
In Italia la festa del 1° maggio fu introdotta solo due anni dopo.