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GIALLO PASOLINI / LE MINACCE PRIMA DELL’ESECUZIONE, ECCO I TESTI

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2017/05/31/giallo-pasolini-le-minacce-prima-dellesecuzione-ecco-i-testi/
Pasolini croci

Appena pochi giorni prima della sua esecuzione Pier Paolo Pasolini aveva la netta sensazione che lo avrebbero ammazzato. E aveva paura. Per via del suo lavoro, per quello che stava scrivendo, Petrolio, il suo testamento. L’avvocato della famiglia, Stefano Maccioni, sta raccogliendo una serie di prove e testimonianze che rappresentano a tutto tondo quelle tragiche giornate. E già a ottobre scorso aveva chiesto la riapertura delle indagini, basandosi sulla prova del DNA che fornisce una concreta pista circa la presenza di un Ignoto 3 sulla scena del crimine. Ma a massacrare Pierpaolo potrebbe essere stato un branco di 4 o 5 persone.

Il pm Francesco Minisci, che aveva già in precedenza archiviato il caso, è ora titolare del nuovo fascicolo. Come mai non si è mosso in questi sette lunghi mesi? E adesso che oltre alla prova del DNA ci sono le nuove testimonianze farà finalmente qualcosa? Staremo a vedere. Intanto partiamo dalle news.

PIERPA’, LASCIA PERDERE ‘STO PETROLIO

Sono di appena qualche giorno fa, il 29 maggio, le parole di Aldo Bravi, titolare del ristorante Pommidoro, riportate in un articolo di Repubblica firmato da Giuseppe Cerasa. Lì Pier Paolo consumò la sua ultima cena prima d’essere ammazzato, e pagò con un assegno che Bravi tiene ancora incorniciato alla parete.

Racconta il ristoratore: “con tutto quello che accadde quella sera del 2 novembre 1975, con tutti quei dettagli che potevano essere decisivi per scoprire gli assassini, si sono permessi il lusso di interrogarmi 40 anni dopo quei fatti. Forse i racconti che mi faceva Pasolini non interessavano nessuno. Ma io mi ricordo che gli continuavo a dire: Pierpa’ lascia perdere questa storia del petrolio, quelli sono troppo potenti e tu non sei nessuno. E lui mi rispondeva: devo andare avanti, non mi fermo, è un problema di verità. Era un suo chiodo costante”.

A proposito di quella sera: “Sì, Pier Paolo era strano, si vedeva dai suoi occhi. Poi la morte. E quell’incubo per me durato un mese: giorno e notte una macchina con cinque a bordo stazionò sotto casa mia, non dicevano nulla, mi guardavano e io tremavo. Poi sparirono inghiottiti dal mistero della fine di Pasolini. E io per quasi 40 anni ad aspettare che qualcuno mi chiedesse qualcosa di quella sera maledetta”.

Spostiamo la scena a Stoccolma, un paio di giorni prima. Pasolini si trova nella capitale svedese sia per la prima del film ‘Salò′ che per la presentazione del suo libro ‘Le Ceneri di Gramsci‘. Nel corso di un dibattito pubblico in una sala gremita, rispondendo alla domanda di un giovane, dice che  teme di essere ucciso. Ecco cosa scrive un cronista friulano, Paolo Medeossi, il 31 ottobre 2015: “Erano state appena tradotte in svedese ‘Le Ceneri di Gramsci‘ e i suoi film erano famosi. In una sala gremita Pasolini – con naturalezza e quasi di passaggio, come notarono testimoni dell’incontro – rispondendo ad una domanda sulle reazioni suscitate dai suoi articoli contro l’aborto, la scuola dell’obbligo, la televisione, il potere, la borghesia, disse che si aspettava di essere ucciso, assassinato. Il pubblico, ascoltata la traduzione, ammutolì e non commentò. Poi aggiunse: ‘Il ruolo dell’intellettuale è di non avere ruoli, di essere la contraddizione vivente di ogni ruolo. Dovere dell’artista è di rivelare la falsa tolleranza concessa dal potere”.

Nell’ultimo intervento pubblicato in Italia su La Domenica del Corriere, Pasolini si scaglia con violenza contro la Dc, come faceva da tempo in modo martellante, sostendendo che tutti i suoi esponenti andavano processati. “Hanno rovinato la coscienza del nostro Paese”, scrive.

Dopo il viaggio a Stoccolma la stessa Domenica del Corriere intende organizzare un incontro, una tavola rotonda con Pasolini. Aveva preso contatti, prima della partenza per la Svezia, l’inviato della Domenica, Francesco Saverio Alonzo, che telefona a Pier Paolo il quale gli riferisce la sua preoccupazione, gli parla di alcune minacce ricevute.

 

LA CENA DI STOCCOLMA 

Ma eccoci alla cena al Gyllene Freden di Stoccolma, organizzata dall’editore svedese Renè Cockelbergh Forlag – che ha curato la pubblicazione delle Ceneri di Gramsci – dopo la presentazione del libro avvenuta all’Istituto Italiano di Cultura. Vi prendono parte anche l’inviato del quotidiano il Giorno (edito dalla Montedison, all’epoca guidata da Eugenio Cefis), Angelo Tajani, e la moglie di quest’ultimo, Doris.

Così scrive Tajani in un breve memoriale che l’avvocato Maccioni ha consegnato al pm Minisci.

“Pasolini era pensieroso e non partecipava alla discussione. Quasi assente. Anche Cockelbergh preferì fare scena muta per il resto della serata. La discussione continuava a languire e sia mia moglie che io eravano visibilmente preoccupati quando, all’improvviso, dalla bocca di Pasolini uscì quasi un sibilo: “…. ho tanta paura”. Mia moglie ebbe un sussulto e Cockelbergh chiese: “di che cosa hai paura, Pier Paolo?”. E Pasolini, come risvegliato da un lungo torpore, rispose: “io… paura? Ma non ho paura di nulla”. E Cockelbergh: “ma se lo hai detto, l’abbiamo sentito tutti!”. “No, io non ho detto nulla”.

Continua la ricostruzione di Tajani: “Il giorno successivo Cockelbergh mi telefonò. Era ancora turbato per quanto era accaduto la sera prima. E dopo aver appreso, due giorni dopo che Pasolini aveva lasciato Stoccolma che era stato trucidato, sia lui che io ricordammo e commentammo quella frase che ancora oggi è indelebile in me e in mia moglie. Nessuno dei giornali di cui ero corrispondente (tra cui il Giorno, ndr) dall’area Nordica pubblicò la notizia. L’unico quotidiano che la riportò fu il Dagens Nyheter di Stoccolma, in un articolo apparso, se non erro, il 6 novembre 1975 firmato dal critico letterario del quotidiano, Bengt Holmqvist, italianista per eccellenza. Bengt mi telefonò di buon ora, il cinque novembre mattina, per darmi la notizia che Pasolini era stato ucciso e durante la conversazione gli raccontai l’episodio accaduto al Gyllene Freden”.

Più precisamente, sul Dagens Nyheter Holmqvist scrisse un pezzo di taglio culturale sulle opere di Pasolini mentre il collega di nera Mats Lundegard diede notizia in prima pagina della tragica fine.

Lo stesso Holmqvist in un’altra occasione ha dichiarato, sulla figura del grande poeta, scrittore, regista e anche – nelle ultime fasi della sua vita – giornalista: “vederlo di persona era di per sé un avvenimento: aveva l’abilità di trasformare ogni sorta di problemi in qualcosa che ha un senso, la semplicità e la lucidità di chiarire il più complicato dei fenomeni. Che qualcosa lo preoccupasse era facile da capire, ma non sembrava che avesse a che fare con la vita privata. Quel che più lo assillava era quanto succedeva in Italia”.

L’articolo di Tajani per il Giorno, of course, non venne pubblicato. Sarebbe stato pretendere troppo dall’editore, Eugenio Cefis…

 

MATTEI-DE MAURO-PASOLINI & IL PETROLIO BOLLENTE

E resta – come ha dettagliato la Voce nell’inchiesta del 2 novembre 2016 che potete leggere cliccando sul link in basso – quel buco nero di Petrolio, le sessanta pagine mancanti, sparite nel nulla. Come si è volatilizzato il brogliaccio di Mauro De Mauro, il giornalista ucciso dalla mafia (ma i mandanti sono rimasti regolarmente a volto coperto), mentre stava lavorando per un copione da consegnare a Francesco Rosi sulla fine dell’ex presidente dell’Eni Enrico Mattei. De Mauro e Pasolini erano in contatto, e infatti sulla scrivania di De Mauro vennero trovate delle bozze di Petrolio.

Sia De Mauro che Pasolini stavano lavorando per arrivare ai mandanti del delitto Mattei, voluto dalle sette sorelle del petrolio e da chi, in Italia, si batteva perchè l’oro nero rimanesse in mani sicure: come l’allora padrone del vapore, Eugenio Cefis, il protagonista della razza padrona anni settanta.

Cosa aspetta la giustizia, dopo quasi mezzo secolo ormai, ad accertare per via giudiziaria una verità storica ormai stra-acclarata? Si darà una mossa Minisci? Muoverà un passo il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone? O è letargo senza fine?

Festa del lavoro: storia del Primo Maggio

Scritto da: Marta Ferrucci
Fonte: http://www.studenti.it/storia-del-1-maggio-festa-dei-lavoratori.html

Il primo maggio in moltissimi Paesi si celebra La Festa dei lavoratori: un giorno di riposo e di festività per tutti coloro che quotidianamente svolgono un impiego, dal più piccolo al più grande. La festa del lavoro, però, ha una sua storia e un suo significato: nasce con l’intento di ricordare l’impegno dei movimenti sindacali e gli obiettivi sociali ed economici raggiunti dai lavoratori dopo lunghe battaglie, e costituisce quindi non solo un giorno in cui riposarsi, ma anche in cui ricordare.
Vuoi sapere qual è l’origine di questa ricorrenza e perchè si festeggia in questa data? Di seguito puoi trovare un riassunto sulla storia della festa del lavoro del 1° maggio.

STORIA DEL PRIMO MAGGIO, RIASSUNTO

La scelta del 1° maggio vuole ricordare la tragedia della rivolta di Haymarket, avvenuta a Chicago nel 1886. Nei primi giorni di maggio di quell’anno nella città si erano susseguite proteste e scioperi dei lavoratori, che avevano come obiettivo principale quello di portare l’orario di lavoro a 8 ore al giorno (mentre all’epoca si arrivava anche a 12 o addirittura 16 ore di lavoro al dì). Il 4 maggio scoppiarono degli scontri che portarono alla morte di diversi lavoratori e di 7 poliziotti.
Vediamo come si sono svolti i fatti.

ORIGINI DELLA FESTA DEL LAVORO DEL 1 MAGGIO

Primo maggio, festa del lavoro: storia e immagini d'epoca
Primo maggio, festa del lavoro: storia e immagini d’epoca — Fonte: istock

Il primo maggio 1886 i sindacati organizzarono a Chicago uno sciopero per chiedere la giornata lavorativa di 8 ore.
Il 3 maggio i manifestanti
, riuniti davanti alla fabbrica McCormick, vennero attaccati dalla polizia senza motivo, un attacco che provocò 2 morti tra i manifestanti e diversi feriti.
L’evento causò l’indignazione dell’opinione pubblica e il giorno seguente altri lavoratori si aggiunsero alle proteste. Ma i disordini erano solo all’inizio.

Il giorno successivo la tensione crebbe. Nuovi manifestanti si aggiunsero allo sciopero e nel corso di un raduno pacifico ad Haymarket Square uno sconosciuto lanciò un ordigno contro i poliziotti che presidiavano la piazza: uno di loro venne ucciso e fu a questo punto che la polizia iniziò a sparare sulla folla uccidendo alcuni manifestanti e sette poliziotti, caduti sotto il fuoco amico.

PRIMO MAGGIO: EVENTI DELLE ORIGINI DELLA FESTA DEL LAVORO

Otto persone collegate con le proteste furono arrestate e per sette di loro la sentenza fu di condanna a morte; successivamente, per due dei sette, la sentenza fu commutata in ergastolo. Non c’erano in realtà prove che tra gli arrestati vi fosse la persona che aveva lanciato l’ordigno, ciononostante la giuria emise verdetti di colpevolezza per tutti e otto gli imputati.
La notizia della sentenza indignò gli operai di tutto il mondo e i condannati diventarono i “Martiri di Chicago”. Morendo, August Spies, uno dei condannati, disse: “verrà il giorno in cui il nostro silenzio sarà più forte delle voci che strangolate oggi“.

La festa del primo maggio divenne ufficiale in Europa a partire dal 1889, quando venne ratificata a Parigi dalla Seconda Internazionale, organizzazione che aveva lo scopo di coordinare i sindacati e i partiti operai e socialisti europei.
In Italia la festa del 1° maggio fu introdotta solo due anni dopo.

Venti tesi sulla Strategia della Tensione

Scritto da: G.S.
Fonte: http://www.clarissa.it/editoriale_n1979/Venti-tesi-sulla-Strategia-della-Tensione

I punti di vista che vengono qui pubblicati sintetizzano i risultati di una ricerca storica oramai consolidata nel corso degli ultimi venti anni.
Tuttavia riteniamo utile proporli in modo estremamente sintetico e riassuntivo, per costituire dei riferimenti essenziali per chi è interessato ad approfondire questo tema, fondamentale per comprendere la storia italiana e molti dei fenomeni terroristici ancora in svolgimento.
Come sempre in campo storico, riteniamo che la revisione di qualunque opinione sia sempre possibile, ma consideriamo questi punti sufficientemente vicini alla verità per poter essere oggi presentati come tesi e non più come semplici ipotesi.

1. Gli eventi con cui il 25 luglio 1943 ebbe fine il fascismo italiano furono il risultato di un intervento decisivo dei poteri forti: furono quindi la manifestazione non di una volontà popolare ma di scelte strategiche della vecchia classe dirigente pre-fascista.
2. L’8 settembre ha rappresentato una catastrofe storica per l’Italia, aprendo il varco alla guerra civile ed eliminando qualsiasi riferimento condiviso all’unità italiana.
3. L’aprile del 1945 rappresenta la fine del fascismo come fenomeno storico e politico: per il numero e la qualità delle uccisioni praticate nel corso di quei mesi (oltre 40.000), non si può più parlare di neo-fascismo dopo quella data.
4. Parlare quindi di neo-fascismo è storicamente una falsificazione: esso è stato proposto come un nemico utile per ogni stagione, sia da parte del mondo comunista che di quello atlantico, per ragioni diverse ma convergenti (doppia strumentalizzazione).
5. La strategia della tensione rientra nei sistemi di provocazione e inganno (deception) utilizzati dagli anglosassoni in tempo di guerra guerreggiata e non: non è mai esistita una strategia “neofascista” di questo tipo. Chi ha pensato che essa derivi, ad esempio, dalle istruzioni per il ridotto della Valtellina dimostra di non sapere distinguere una strategia politico-militare da una ipotesi tattica.
6. Gli uomini che hanno diretto e rappresentato ai massimi livelli la strategia della tensione appartengono tutti alle aree dell’intelligence, delle operazioni speciali e di guerra psicologica degli Alleati negli ultimi anni del conflitto.
7. La penetrazione dei “neofascisti” nei gangli dello Stato è quindi un’invenzione propagandistica della quale non esistono riscontri oggettivi: al contrario, esistono numerose prove dell’utilizzazione dei cosiddetti “neofascisti” da parte degli apparati atlantici.
8. Perciò la teoria della “strage di Stato”, secondo la quale lo Stato italiano sarebbe stato infiltrato e diretto in modo occulto dagli epigoni del “neo-fascismo”, ha rappresentato una falsificazione nella falsificazione, con gravissime ripercussioni sulla possibilità di fare chiarezza.
9. L’obiettivo primario della strategia della tensione era quella di “destabilizzare per stabilizzare”, descritta per primo e in maniera tuttora insuperata da Vincenzo Vinciguerra.
10. I risultati della strategia della tensione sono stati tutti raggiunti: stabilizzazione del sistema, copertura dei veri responsabili, strumentalizzazione degli oppositori, annientamento per almeno due generazioni di forze radicali di opposizione. È la prova che non i golpe ma la conservazione del sistema era l’obiettivo di quella strategia.
11. Gli apparati italiani che si sono prestati a questa strategia non operavano in quanto “deviati” ma in quanto istituzionalmente obbligati, visto il quadro di dipendenza della classe dirigente italiana dalle strategie atlantiche e vista la limitazione della sovranità nazionale conseguente all’8 settembre 1943.
12. La mafia fa parte di questo assetto storico-politico, ed è la ragione per cui essa è stata utilizzata, in virtù della sua integrazione, a livello nazionale e internazionale, con le classi dirigenti occidentali.
13. Avendo colpito cittadini italiani innocenti ed avendo preso ordini da strutture dirette da Paesi stranieri, gli uomini che hanno collaborato a questa strategia hanno compiuto, nella logica di un Paese indipendente, quello che un tempo si chiamava alto tradimento.
14. Dalla fine degli anni Settanta, si è aggiunto al quadro complessivo l’azione dello Stato di Israele che, surrogando in gran parte il ruolo degli Stati Uniti nelle covert operations in area mediterranea, ha inserito degli elementi di novità significativi.
15. Insieme alla caduta del comunismo sovietico, questi elementi di novità permettono di spiegare talune aporie relative agli eventi quali la Strage di Bologna, gli attentati stragisti degli anni ’84, ’92 e ’93, i quali richiedono quindi specifici approfondimenti.
16. La strategia della tensione non è un fenomeno solo italiano, ma riguarda tutti i Paesi di obbedienza occidentale: lo dimostrano le reti Stay Behind diffuse in tutta Europa, le vicende della Turchia, dell’Argentina e del Giappone, solo per citare i casi più eclatanti.
17. La strategia della tensione è uno strumento che può essere applicato anche ad altri contesti e noi riteniamo che dalla fine degli anni Ottanta, e ancor prima, essa è stata utilizzata in riferimento al nuovo utile strumento-nemico, il radicalismo islamico.
18. La filosofia della strategia della tensione affonda le sue radici storiche nel modus operandi delle potenze coloniali marittime dell’Occidente.
19. Ne consegue che la strategia della tensione è storicamente comprensibile solo se inquadrata in una metodologia di analisi storica che tenga conto di queste premesse di lunga prospettiva.
20. Sottrarre un Paese alle strategie della tensione richiede quindi una conoscenza approfondita sul piano storico e tecnico-operativo: non fare i conti seriamente con queste problematiche significa contribuire a mantenere i nostri Popoli sotto un controllo indiretto che viola le regole base della democrazia e della sovranità nazionale.

 

La relazione Fioroni sul caso Moro e la sovranità limitata dell’Italia

Fonte: http://www.clarissa.it/editoriale_n1976/La-relazione-Fioroni-sul-caso-Moro-e-la-sovranita-limitata-dellItalia

Nel quasi generale disinteresse dei grandi mass-media, è stata pubblicata lo scorso 20 dicembre la seconda relazione sui lavori svolti dalla Commissione parlamentare di inchiesta, “commissione Fioroni” dal nome del suo presidente, sul rapimento e la morte di Aldo Moro.
Può sembrare strano e per molti versi paradossale che non si sia giunti ancora oggi ad una verità accettabile, a quasi quarant’anni dal sequestro del presidente democristiano, avvenuto a Roma il 16 marzo 1978 e conclusosi con la sua uccisione ed il ritrovamento del suo corpo in via Caetani, il 9 maggio seguente. Questo nonostante il cosiddetto “caso Moro” sia stato oggetto, oltreché di ripetute attività giudiziarie, anche di accertamenti da parte di numerose commissioni parlamentari di inchiesta, tra le quali ricordiamo la “prima Commissione Moro” del 1979; le due Commissioni stragi, costituite rispettivamente nel 1986 e del 1988, la cui ultima ha visto prorogate le sue attività per un decennio, fino al 1996; la Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, costituita nel 1981 e prorogata nel 1983; infine quella concernente il «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana, istituita nel 2002.
La relazione pubblicata pochi giorni fa, nelle sue duecento pagine, mette in evidenza il perdurare ancora oggi di singolari lacune e zone d’ombra che già da sole sono la conferma, per chi ha avuto modo in questi quarant’anni di studiare le vicende del terrorismo e dello stragismo degli anni Settanta e oltre, della specifica condizione del nostro Paese nel secondo dopoguerra: un Paese limitato nella sua sovranità nazionale ed etero-diretto da un nucleo egemone di poteri condizionanti, operanti dietro il paravento di un sistema di democrazia partitocratica incapace di recuperare all’Italia la sua indipendenza e di sviluppare una propria autonomia politica.
Questo è infatti a nostro avviso il denominatore comune dele acquisizioni che anche la commissione Fioroni è stata capace di raccogliere nel suo lavoro: tutti fatti già in qualche modo emersi in passato, ma sorprendentemente non utilizzati. La mancata precisa individuazione dei covi brigatisti; la lacunosa ricostruzione della dinamica esatta dei movimenti degli attentatori subito dopo il cruento rapimento; il ruolo effettivo del centro Hyperion e del gruppo dei suoi costitutori; il ruolo della ‘ndrangheta, che sembra ora confermato dalla presenza di un suo esponente di spicco proprio in via Fani; lo sviluppo di trattative tra Stato e BR, condotte segretamente anche su canali internazionali, e poi improvvisamente lasciate cadere; la profonda penetrazione di servizi segreti italiani ed esteri all’interno del mondo della sinistra extra-parlamentare e del suo cosiddetto “partito armato”; la presenza costante di figure di snodo, operanti fra servizi segreti, criminalità organizzata e ambienti di vertice dello Stato. Tornano quindi tutti gli ingredienti ormai classici nelle ricostruzioni più spregiudicate ed analitiche dei drammatici fatti italiani di terrorismo, eversione, stragi, tentati golpe, delitti eccellenti.
Le nuove acquisizioni ed i nuovi filoni d’indagine proposti da questa relazione, ad un’occhio attento, non fanno in definitiva altro che inserirsi o meglio collocarsi tra i pezzi mancanti di questo tragico puzzle nel quale molti cittadini innocenti, molti servitori dello Stato, molti giovani in cerca della rivoluzione hanno perso la vita, mentre altre decine hanno bruciato la loro esistenza in carcere, senza che tutto questo abbia minimamente modificato i dati di fondo di un sistema di potere che ancora oggi riproduce le sue classi dirigenti entro lo stesso schema di costante dipendenza dai grandi centri del potere mondiale, indipendentemente dal voto degli elettori e dalle lotte di partito e delle lobby affaristiche che gli si affiancano.
Il raffinato meccanismo strategicamente rivolto a “destabilizzare per stabilizzare” è stato messo in luce ormai più di un quarto di secolo fa, in modo estremamente chiaro e documentato, da Vincenzo Vinciguerra, uno degli uomini che hanno più tragicamente vissuto quelle vicende, e certo il primo che ne ha preso coraggiosamente e lucidamente coscienza, facendo luce, nel suo libro Ergastolo per la libertà, sulle concrete modalità operative con cui quel meccanismo operava in Italia e non solo in Italia: intuizioni e ricostruzioni storiche che sono state poi via via confermate da un’incredibile quantità di elementi, dalla scoperta delle reti Stay-behind fino appunto ai rapporti organici fra servizi segreti, mafie e centri decisori dello Stato.
Ricordare ancora questa storia, che può sembrare ormai lontana, è invece un’esigenza essenziale del presente, soprattutto nei momenti come questo, in cui sembra che basti cambiare l’assetto istituzionale o mutare governo, per risolvere i problemi del Paese. Questo rimane il nodo decisivo della nostra storia attuale: chiunque voglia davvero cambiare il nostro Paese, risvegliandone le capacità e le energie, dovrà per prima cosa confrontarsi con questa storia, per trarre da essa indicazioni su come si possa e si debba liberare l’Italia dal sistema a sovranità limitata che ci ha poco a poco condotto all’attuale vicolo cieco.

L’America prima di Colombo ed i suoi segreti

Fonte: https://www.nibiru2012.it/lamerica-colombo-ed-suoi-segreti/

L’America precolombiana è ricca di segreti e misteri di ogni genere

Quando gli Europei giunsero in America, dalla fine del XV° secolo in poi, molte grandi civiltà di quel continente erano gia scomparse.

Come era accaduto in Mesopotamia, in Egitto e nel subcontinente indiano, anche nell’America centro-meridionale era infatti già nata la civiltà, nella stessa epoca, circa 5.000 anni fa.

Le civiltà sopravvissute all’epoca dei conquistadores spagnoli conservavano però i ricordi di antichi avvenimenti, sopratutto oralmente, ma nel caso dei Maya, ed in parte anche degli Aztechi, anche in forma scritta.

Man mano che i conquistadores procedevano nella conquista, venivano scoperti siti monumentali, spesso caratterizzati dalla presenza di piramidi, simili a quelle dell’antico Egitto.

Il reale significato simbolico della piramide tuttora ci sfugge, ma la presenza di tali costruzioni in parti così diverse del mondo già ci lascia riflettere.

Considerando solo le monumentali piramidi di Teotihuacan, in Messico, non è ancora chiaro chi le abbia costruite.

 

Teotihuacan , le piramidi del centro america

 

Di certo, quando gli Aztechi si impadronirono del sito, le piramidi già erano lì ed i nuovi occupanti chiamarono quel luogo appunto Teotihuacan, che, nella loro lingua, significa “luogo di coloro che hanno conosciuto gli dei”.

Prima degli Aztechi il luogo era abitato dai Toltechi, ma anche essi si interrogavano su chi avesse costruito le piramidi.

Da rilevare che i Maya, la cui civiltà si sviluppò molto più a sud, erano sicuramente a conoscenza dell’esistenza di quel luogo.

Tra le raffigurazioni presenti nel sito di Teotihuacan, la più diffusa è quella di Quetzalcoatl, il Serpente piumato, al quale è dedicato anche un tempio.

Questa divinità veniva adorata in quasi tutte le civiltà precolombiane e la sua origine è molto antica.

Il Serpente piumato, il Signore del Sapere, era la divinità che aveva portato la conoscenza agli uomini e dato l’avvio alla civiltà.

Quetzalcoatl  insegnò agli uomini a misurare il tempo ed a conoscere il corso delle stelle e stabilì il corso dell’anno e delle stagioni; insegnò anche agli uomini l’agricoltura.

Secondo la leggenda, Quetzalcoatl scomparve in cielo, ma un giorno sarebbe tornato. Questa divinità era adorata con nomi diversi da Olmechi, Mixtechi, Toltechi, Aztechi, Maya e Quichè.

In particolare i Maya lo chiamavano Kukulkan, i Quichè Gukumatz, i Toltechi e, successivamente gli Aztechi, Quetzalcoatl, come già detto.

Questa idea che esseri sovrannaturali abbiano dato l’avvio alla civiltà umana, dopo milioni di anni di preistroria, è analoga a quella narrata nella Bibbia e, più dettagliatamente, nel libro di Enoch, nei quali leggiamo che esseri celesti si accoppiarono con le “figlie degli uomini” ed insegnarono agli uomini tutto il necessario per dare l’avvio alla civiltà, ma il mito secondo il quale esseri superiori dettero l’avvio alla civiltà umana è presente in moltissime altre antiche tradizioni.

Una divinità per molti versi simile a Quetzalcoatl, la troviamo nella civiltà Inca, in Perù, a migliaia di chilometri di distanza dalle civiltà finora menzionate.

Si tratta di Viracocha, il Maestro del Mondo, che analogamente al Serpente piumato, aveva avviato gli uomini alla civiltà.

 

Viracocha il bianco che insegnò agli Inca del Perù

 

I resoconti dei conquistadores spagnoli ci dicono che, a differenza di Quetzalcoatl, questa divinità aveva aspetto umano, la pelle bianca e gli occhi azzurri.

Anche Viracocha andò via, ma promettendo che sarebbe tornato.

Gli inca ereditarono questa divinità da un’antichissima civiltà precedente che era stanziata sulle rive del lago Titicaca, a 3.800 metri di altezza, al confine tra Perù e Bolivia.

Abbiamo riportato l’altitudine di questo luogo perchè, come il Tibet, sarebbe scampato a quell’immane disastro che in tutte le più antiche tradizioni dell’Umanità viene chiamato “Diluvio Universale” ed avrebbe quindi conservato i più antichi ricordi della storia del nostro pianeta.

Quando i conquistadores di Pizarro giunsero in contatto con la civiltà Inca, furono accolti come amici perchè, dato il colore bianco della loro pelle, furono ritenuti inviati di Viracocha il cui ritorno sarebbe quindi stato imminente.

Questo tragico equivoco costò caro a quella popolazione che avrebbe potuto facilmente annientare gli invasori spagnoli, dato il loro esiguo numero.

Il principale centro della civiltà del lago Titicaca, da cui gli Inca ereditarono il mito di Viracocha, era la monumentale città di Tiahuanaco, le cui rovine si estendono per quattro chilomertri quadrati e mostrano i resti di edifici monumentali, ma, secondo i pescatori del lago, esistono anche molti altri edifici sommersi nel lago. In particolare, sulla porta del sole, sono raffigurati animali vissuti 11.000 anni fa!

 

Tiahuanaco

 

Pare che gli Inca abbiano ereditato da questa civiltà anche delle misteriose tecniche di architettura, come si può osservare nelle mura ciclopiche del loro sito di Machu Picchu, dove blocchi pesanti anche decine e decine di tonnellate sono incastrati alla perfezione proprio come i blocchi di rivestimento delle Piramidi di Giza.

Tornando alle origini delle civiltà precolombiane, non possiamo sottacere che queste sono strettamente legate ai miti di Atlantide e del Diluvio Universale, che riteniamo strettamente collegati.

Sia i Toltechi che gli Aztechi sostenevano di venire da un luogo chiamato Aztlan (Aztatl, nella lingua nahuatl classica), sprofondato nelle acque. Il termine “atl” significa proprio “acqua”.

I primi conquistadores al seguito di Hernan Cortes, riportano una delle poche leggende di quei popoli che sia stata trascritta (codice Aubin, trascritto nella “Historia de las Indias de Nueva-España” nel 1581) e che inizia con queste parole:

“Gli Uexotzincas, i Xochimilacas, i Cuitlahuacas, i Matlatzincas, i Malincalas abbandonarono Aztlan e vagarono senza meta”.

Il Codice Boturini riporta un documento azteco che descrive Aztlan come un’isola in mezzo alle acque.

Indirettamente anche i Maya ci parlano della loro origine: il nome Chichen Itza, il famoso sito nello Yucatan, significa “salvati dalle acque”.

Impressionante quanto riportato in questo scritto Maya conservato al British Museum:

“Nell’anno 6 del Kan, il II muluc, nel mese di zac, si fecero dei terribili terremoti e continuarono senza interruzione sino al 13 chuen. La contrada delle colline di Argilla, il paese di Mu, fu sacrificato. Dopo essere stato scosso due volte, scomparve ad un tratto durante la notte. Il suolo era continuamente sollevato da forze vulcaniche, che lo facevano alzare ed abbassare in mille località. Infine cadette. Ciò avvenne 8.060 anni prima della composizione di questo libro”.

E’ interessante notare come questa data dell’inabissamento di questa terra coincida esattamente con quella di Atlantide che i sacerdoti egiziani stabiliscono nell’anno 9564 a.C (Platone – Timeo, Crizia).

Infatti aggiungendo a quest’epoca gli anni dell’era volgare si arriva a 11580 anni circa, e aggiungendo agli anni 8060 del Maya i quelli di antichità del Libro, si ottiene in totale 11560 anni.

Tra i misteri dell’America precolombiana, non possiamo sottacere sulle cosidette “linee di Nazca”: nel Perù meridionale esistono dei “disegni” enormi sul terreno visibili soltanto dall’alto.

Si tratta di più di 13.000 linee che vanno a formare più di 800 disegni, che includono i profili stilizzati di animali comuni nell’area: la balena, il pappagallo, la lucertola lunga più di 180 metri, il lama, il colibrì, il condor, il serpente, la scimmia e l’enorme ragno lungo circa 45 metri.

Questi disegni furono scoperti per caso nel 1927 da un pilota dell’aviazione peruviana che sorvolava la zona.

 

Le Immense linee di Nazca

 

La datazione di queste linee, ottenute asportando pietre e terreno, ci dice che risalgono ad un periodo che va dal 300 a 500 d.C. e sono attribuite alla cosiddetta “cultura di Nazca”.

Pensiamo che vadano attribuite al mito, che, come abbiamo visto, era diffuso in tutta l’America precolombiana, del ritorno degli dei.

Probabilmente il loro scopo era di facilitare l’individuazione del sito da parte di questi esseri soprannaturali.

Resta il mistero di come possano essere state realizzate, senza poterle vedere dall’alto.

La Battaglia dell’Ortigara-1917

Fonte: http://www.potiprvesvetovnevojne.si/La-Battaglia-Dell-Ortigara-Nella-Prima-Guerra-Mondiale

La battaglia dell'Ortigara

In quei giorni primaverili i piani dell’esercito italiano non prevedevano solamente l’avanzata sul fronte isontino, ma anche un nuovo piano offensivo nella zona dell’Altopiano di Asiago. Nonostante la controffensiva dell’estate precedente infatti, questa ampia zona di montagna era ancora parzialmente occupata dagli austro-ungarici. Le loro posizioni sulle cime meridionali del Trentino davano un grande vantaggio perché potevano controllare agevolmente tutti gli spostamenti italiani.

Il Comando Supremo decise perciò di agire in modo da ribaltare la situazione. Venne formata una nuova armata (la Sesta) agli ordini del generale Ettore Mambretti il quale avrebbe guidato i 200mila uomini alla conquista del Monte Ortigara, una cima di 2105 metri all’estremità orientale dell’altopiano tra il Veneto ed il Trentino. L’azione, considerata una delle più importanti dell’intero conflitto,  venne organizzata per la metà di giugno ma da subito fu bersagliata dalla sfortuna e dai contrattempi. La controffensiva austro-ungarica sul Flondar aveva reso necessario anticipare l’attacco. In tutta fretta Mambretti organizzò le prime linee ma proprio quando stava per essere dato l’ordine (7 giugno) le piogge torrenziali impedirono l’inizio delle operazioni. Il giorno seguente una mina destinata alla linea austro-ungarica esplose in anticipo uccidendo in un istante 230 soldati italiani.

Nel frattempo, la situazione sul Carso si calmò dando così l apossibilità alla Sesta Armata di prepararsi con maggiore serenità all’operazione. Mambretti però, inspiegabilmente, decise di non aspettare e il 10 giugno lanciò l’assalto all’Ortigara. Le divisioni partirono verso le pareti scoscese della montagna mentre 430 cannoni e 220 lanciabombe iniziarono a colpire le trincee asburgiche. Ma ancora una volta la sfortuna si accanì sui soldati italiani: le nuvole basse impedivano di avere una buona visuale e tutti i colpi lanciati contro le postazioni nemiche andarono a vuoto.
Nonostante le richieste di interruzione da parte di alcuni ufficiali, Mambretti ordinò di proseguire nella convinzione che le bombe e le granate italiane avrebbero sortito i loro effetti. Ma larealtà fu diversa e i soldati si trovarono bloccati sul fianco fangoso della montagna e si trasformarono in facili bersagli dell’artiglieria austro-ungarica.

Il 19 giugno le condizioni del tempo migliorarono nuovamente e l’attacco riprese con il supporto dei bombardieri Caproni, triplani che fornirono l’appoggio aereo necessario per l’avanzata italiana. La battaglia infuriò per una settimana ma le conquiste, ad esclusione di diversi pezzi di artiglieria e di circa mille prigionieri, furono nulle.

Il 25 giugno, dopo due settimane di combattimenti durissimi, i soldati asburgici respinsero definitivamente gli assalti della Sesta Armata con l’utilizzo di lanciafiamme e di gas. La Battaglia dell’Ortigara divenne così una delle pagine più drammatiche della Grande Guerra: in 16 giorni gli italiani persero più di 25 mila uomini e alcuni battaglioni persero oltre il 70% degli effettivi.

La tormentata storia del castello di Buttrio

Fonte: http://italiaparallela.blogspot.it/2016/06/la-tormentata-storia-del-castello-di.htmlScritto da: © Monica Taddia
Foto © davebeltra_87

Non molto lontano dal fiume Natisone e a soli 12 km da Cividale del Friuli sorge, sulla Pampinutta, tra i Colli Orientali, il Castello di Buttrio. Già il nome della collina dal quale domina monti e pianure rivela la presenza delle preziose viti (il cui pampino è, appunto, la foglia) che fanno da cornice all’incantevole luogo, tutelato dal Ministero dei Beni Culturali e sede attuale di una struttura ricettiva alberghiera ed un’azienda vinicola.
Situato a 140 metri sopra il livello del mare, il castello offre un panorama mozzafiato che va dalle colline di Buttrio al Golfo di Trieste quando il cielo è particolarmente terso.
Incamminiamoci allora sulla strada che, dal centro del paese, porta dritta in cima al colle, suggestiva come se il tempo si fosse fermato cent’anni fa – non fosse per le macchine che l’attraversano e ci ricordano che, invece, siamo nel XXI secolo – tra aziende agricole e panorami di delicata bellezza: dopo un paio di chilometri, sulla nostra sinistra, un cancello dei primi del novecento su cui troneggia lo stemma con le iniziali del Barone Elio Morpurgo s’apre sul viale d’entrata del castello che ora reca il nome della nobile casata.
Probabilmente costruito nell’XI secolo sulle fondamenta di una vedetta romana esistita in epoca precedente, viene per la prima volta nominato in un documento ufficiale del 1139, anno in cui Ulrico, marchese di Toscana, ne diviene legittimo proprietario tramite cerimonia d’investitura. Inizialmente si presenta come una fortificazione, pensata più come luogo di difesa che non di delizia, caratteristica che mantiene con l’acquisizione da parte dei Signori di Buttrio nel XII secolo. Nel 1219 i feudatari liberi – a cui i Signori di Buttrio appartengono – danno il via ad una guerra contro il Patriarca di Gorizia culminante nel 1306, anno in cui il castello, caduto nelle mani del conte di Gorizia, viene raso al suolo in seguito ad un terribile assedio guidato dalle truppe patriarcali.
La prima ricostruzione avviene tre anni più tardi, nel 1309, ad opera dei Signori di Buttrio: nuovamente ci troviamo di fronte ad una costruzione di stampo militare comprendente un’alta torre, una grande porta di ingresso e mura fortificate. Il suo destino, però, non è proprio roseo: dopo nemmeno sessant’anni, il castello – di nuovo caduto in mani goriziane – viene distrutto da udinesi, cividalesi e gemonesi ribellatisi alla politica espansionistica del conte di Gorizia.
Il 1383 viene messa in atto la ricostruzione dei bastioni del castello  ma, in seguito ad un ennesimo attacco dei cividalesi, sono destinati alla devastazione.
Per due secoli questo luogo viene distrutto e ricostruito e quando, nel 1415, i Signori di Buttrio vengono spodestati, ciò che rimane del castello è abbandonato a sè stesso: una rovina – o poco più – adagiata, finalmente in pace, su quel tanto sfortunato colle.
Nel Seicento, però, la famiglia dei de Portis decide di acquistarlo per trasformarlo nella propria residenza. Una villa prestigiosa, circondata da un parco in cui troneggiano pini marittimi, magnolie, cedri del Libano ed altri alberi: da teatro di tragedie armate, il parco diviene ora luogo di lettura, lavori femminili, partite a scacchi, conversazioni, mentre il castello incomincia a definirsi come residenza lussuosa e confortevole.
Tra il XVII e il XVIII secolo vengono effettuate le migliorie e ristrutturazioni che portano alla struttura oggi conosciuta, con due alte torri (quella a sud est è l’originale del XVII secolo) circondate da edifici rurali di stampo novecentesco e in puro stile liberty. Il tutto, successivamente, viene migliorato ed impreziosito dalla famiglia dei Morpurgo che apporta qualche elemento d’originalità come il terrazzo veneziano e la scala di legno che si trova nell’attuale reception dell’albergo: nientemeno che la scala di una nave da crociera triestina dei primi del Novecento, un tocco di sontuosità che non stona ed impreziosisce la stanza conferendole importanza e suscitando meraviglia agli occhi di chi vi si trova di fronte.
Anche le sale interne, attualmente, mantengono lo stile liberty: gli stucchi, le porte, i preziosi e ricercati tessuti delle tappezzerie contribuiscono ad immergere il visitatore in un’atmosfera che nulla ha a che vedere con il crudele destino che, nei secoli scorsi, s’accanì sull’antica struttura. Di quell’epoca, databile tra il Duecento ed il Trecento, resta solo la chiesetta dei SS. Gervasio e Protasio, situata di fianco al castello e tutt’ora utilizzata in particolare nella celebrazione di matrimoni.

 

GLI ALPINI

Fonte: http://www.archiviostoricodalmolin.com/alpini/

Pattuglia di Alpini sciatori - zona Adamello - Pizzo dei Tre Legionari

Nell’ottobre del 1888 il Gen, Luigi Pelloux, primo ispettore generale degli Alpini disse: «Essi simboleggiano quasi, all’estrema frontiera alle porte d’Italia, un baluardo sul cui fronte sta scritto: “Di qui non si passa”».  Parole destinate a segnare la storia di un Corpo Militare entrato nel suo secondo secolo di vita e passato per due guerre mondiali con innumerevoli campagne in Italia, Africa, e Russia. Battaglie nelle quali la Fanteria da Montagna più antica del mondo sacrificò innumerevoli battaglioni dei suoi magnifici reggimenti, dalle Ambe dell’Etiopia, agli Altipiani della Grande Guerra, alla steppa del Don. Il ricordo di decine di migliaia di Penne Nere cadute in combattimento e passate in questi centocinquant’anni nella grande armata dell’aldilà è riflesso ogni giorno dal lavoro dagli eredi di quei reggimenti dissolti, oggi unità d’elite dell’Esercito Italiano impegnate in Afganistan, oltre che nell’instancabile impegno civile della Associazione Nazionale Alpini, custode insieme ai commilitoni ancora in armi di quelle altissime tradizioni. In queste pagine rileggeremo alcune immagini emblematiche della Grande Guerra nella quale gli Alpini combatterono strenuamente dalle trincee delle cime più alte sino ai ghiacciai più remoti, sempre e ovunque con quello spirito indomito, quella fede incrollabile e quel coraggio smisurato che li immortaleranno come veri e propri eroi. Alla loro “montagna sacra”, il Monte Ortigara, sono inoltre dedicate diverse pagine di questo sito.

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Grazie alla storica collaborazione dell’Archivio Storico Dal Molin con la Biblioteca A. Baldini di Roma, depositaria del fondo “Paolo Monelli”, siamo oggi in grado di ospitare una galleria di preziose immagini appositamente a suo tempo concesse all’Archivio Storico Dal Molin dal Ministero dei Beni Culturali. All’Alpino Colognese, protagonista di alcune di queste memoriabili fotografie, caduto e decorato al valore militare, è stata inoltre dedicata una pagina specifica di questo sito.

L’eccezionale valore dei nostri Alpini è testimoniato dalla considerazione e dal rispetto che il Corpo ha ottenuto anche all’estero. Ad esempio presso il Musée de l’Armée di Parigi, in rappresentanza dell’Esercito Italiano nella Grande Guerra, oltre a un Fante della leggendaria Brigata Sassari è mostrato un Alpino del 3° Reggimento (fotografie nelle rispettive pagine di Andrea Aluisini e Federico Borsoni – foto d’epoca ASDM).

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SIGNIFICATO, ORIGINE E STORIA DELL’EPIFANIA (BEFANA)

Fonte: http://www.mitiemisteri.it/significato_storia_e_origine_delle_festivita/significato_e_origine_dell_epifania.html

L’Epifania è la festa cristiana che celebra la rivelazione di Dio agli uomini nel suo Figlio, del Cristo ai Magi. Infatti, in greco, “epiphàneia”, significava “apparizione” o “rivelazione”. La Chiesa Cattolica festeggia il giorno dell’Epifania il 6 gennaio. L’origine di questa festa è antichissima, sembra risalga al II secolo d.C. Inizialmente ricordava il battesimo di Gesù, ed era celebrata sembra dalla setta degli gnostici basilidiani, che credevano che l’incarnazione di Cristo fosse avvenuta al suo battesimo, e non alla sua nascita. In seguito, l’istituzione della Festa dell’Epifania, una volta eliminati gli elementi gnostici, fu adottata dalla Chiesa Cristiana Orientale. Verso il IV secolo l’Epifania si diffuse in Occidente, e fu adottata anche dalla Chiesa di Roma nel V secolo. L’Epifania viene celebrata in Italia con molte usanze e tradizioni popolari, sicuramente meno marcata di quelle del Natale, ma non per questo meno affascinanti. La notte dell’Epifania è ritenuta magica: si dice che gli animali parlino nelle stalle e nei boschi circostanti. Ogni regione ha le sue leggende e usanze di varia origine ma la figura popolare certamente più famosa e anche misteriosa è quella della Befana, la vecchietta che durante l’anno abita nelle caverne e che a cavallo di una scopa magica porta i regali la notte tra il 5 e il 6 gennaio.

La Befana si dice scenda per i camini o, date le moderne case di città, giù dalle cappe, e porti doni e dolciumi ai bambini buoni e carbone invece a quelli che sono stati cattivi. Sembra che se qualcuno tenti di osservarla mentre deposita i regali, incapperebbe in guai seri. L’usanza della Befana è molto sentita a Roma, dove si dice abiti fra i tetti di piazza Navona, dove ogni anno, durante il periodo natalizio, si riempie di bancarelle, con i vari “Babbo Natale” e “Befane”, che girano per la piazza facendosi fotografare con i bambini, per magari invogliare i genitori ad acquistare giocattoli nei vicini negozi.

Ma la Befana ha nomi diversi in varie regioni, come la Barbasa a Modena, la Vecchia a Pavia, la Redodesa o Marantega a Venezia, la Berola a Treviso e così via. Narra una leggenda che la Befana, la notte in cui e passarono i Magi diretti a Betlemme per onorare il Bambino Gesù, era così presa dalle faccende domestiche, da non potersi occupare di loro. La Befana attese il loro ritorno, ma sembra che i Magi presero un’altra strada. Così, ogni Dodicesima Notte, (altro termine che indica l’Epifania), ossia la dodicesima notte dopo il Natale, si dice ella speri di vederli passare. La Befana, comunque, non ha nulla ha che vedere con il significato religioso della festa dell’Epifania, e alcuni ritengono sia la personificazione di Madre Natura, che giunta alla fine dell’anno invecchiata e avvizzita, offre regali che potrebbero simboleggiare dei semi da cui lei rinascerà bambina.

“Separati in casa”: viaggio tra gli indipendentisti europei

Scritto da: Tullio Filippone
Fonte: http://www.cafebabel.it/societa/articolo/separati-in-casa-viaggio-tra-gli-indipendentisti-europei.html

“Separati in casa” è un tuffo nell’Europa che riscopre l’indipendentismo: dalla Catalogna che sogna il referendum, alla Scozia che ha mancato l’appuntamento con la secessione; dalle contraddizioni del Belgio alla storia violenta di Irlanda del Nord, Paesi Baschi e Corsica, sino alle “mille patrie italiane”. Ne abbiamo parlato con l’autore, il giornalista di Repubblica Lucio Luca.

Doveva essere un mese e mezzo sabbatico, invece si è trasformato in un viaggio tra i movimenti indipendentisti d’Europa. Il docufilm “Separati in casa” di Lucio Luca, giornalista di Repubblica, fa luce tra le contraddizioni di un continente che si allarga, malcelando però le rivendicazioni dei suoi regionalismi, i “separati in casa” soffocati da un’Europa dei mercati che ha smarrito per strada la sua missione iniziale: rappresentare un’unione di popoli e preservarne le specificità culturali. I movimenti e i loro protagonisti ci sono tutti: da quelli che per molti anni hanno scritto pagine di storia spesso violente, come l’Ira irlandese, l’Eta basca e il Front de Liberation Nationale corso, alle matasse più recenti come la questione scozzese, o quella catalana nella Spagna del modello costituzionale del “café para todos“, che alle 17 regioni autonome non basta più. Fino al paradosso belga, dove fiamminghi e valloni non si capiscono e alle “mille piccole patrie” italiane, dal Sud Tirolo alla Sicilia.

cafébabel: Com’è nata l’idea di questo viaggio? 

Lucio Luca: Ho preso un periodo sabbatico e ho presentato un progetto a Repubblica: un giro nell’Europa dei separatismi dialogando con giornalisti, storici e politici, ma anche con la gente comune. Era il novembre 2014, alla vigilia del referendum in Scozia prima e di quello previsto in Catalogna poi, annullato da Madrid. Mi sono reso conto che si poteva raccontare uno spaccato d’Europa in un momento in cui l’Unione si allargava a 28 stati membri e ancora molti bussavano, ma, paradossalmente, le spinte antieuropee mettevano tutto in crisi. Così sono partito. A giugno del 2015 sono stato in Catalogna, Aragona, Paesi Baschi e Galizia. Poi in Corsica, Belgio, Scozia, Irlanda e infine in Italia, da Bolzano a Montelepre.

cafébabel: Si potrebbe tracciare un filo conduttore tra i movimenti separatisti, una sorta di Internazionale degli indipendentisti?

Lucio Luca: Un’internazionale separatista in teoria c’è. L’Europa è nata con l’idea di mettere insieme le identità, i popoli e le genti d’Europa. Quando, nell’ultimo ventennio, l’Unione si è trasformata in un’Europa dei mercati e delle banche, mentre le identità culturali venivano annientate dagli interessi di alcuni stati nazionali come Germania, Gran BretagnaFrancia, sono esplosi i regionalismi perché i popoli si sono sentiti traditi. Parliamo di storie e ideologie diverse, ma con un sentimento che può unire separatisti fiamminghi di ultradestra con lo Sinn Fein irlandese che è di ultrasinistra. Tutto nasce dall’aspirazione di vivere in un’Europa che riconosca le loro ambizioni culturali ed economiche.

cafébabel: Si può dire che l’Europa abbia involontariamente guidato dal centro le spinte centrifughe dettate da un’emancipazione economica?

Lucio Luca: Assolutamente sì. Nel momento in cui le regioni hanno cominciato a contare sempre meno, perché tagliate fuori dai poteri decisionali e dal mercato, le spinte separatiste sono venute fuori. In realtà ci sono sempre state, ma negli ultimi 15-20 anni

sono riesplose per colpa di questa Europa. Guardiamo alla Catalogna: produce il 20% del Pil spagnolo, ma se non conta nulla a Bruxelles è evidente che qualcosa non va. È normale quindi che chieda a Madrid maggior autonomia, se non l’indipendenza.

cafébabel: Indipendenza continuando a restare in Europa?

Lucio Luca: Sì. Una delle caratteristiche comuni di molti di questi movimenti è la volontà di restare in Europa. Niente a che vedere con il populismo della Lega Nord, dell’UKIP in Gran Bretagna o del Front National in Francia. I separatisti vogliono l’Europa. Preservando però storia, tradizioni e ambizioni economiche ridotte dai propri stati nazionali.

cafébabel: Possiamo parlare oggi di Europa delle regioni e non delle nazioni?

Lucio Luca: Doveva essere un’Europa dei popoli e delle regioni ed invece è sempre più un’Europa delle nazioni e, soprattutto, dei poteri economici forti.  L’idea di Altiero Spinelli di creare una grande federazione fondata sulla diversità è stata stravolta. Se aggiungiamo le politiche della Merkel ed altri attori politici è chiaro che si respira un malcontento che potrebbe generare una reazione a catena: se si stacca qualcuno, altri potrebbero seguirne l’esempio. La Scozia non ci è riuscita, la Catalogna prima o poi ci proverà. Senza parlare della Brexit.

cafébabel: C’è da dire che tutti i movimenti che per anni hanno rivendicato la loro identità con violenza come l’Eta, l’Ira il Flnc hanno deposto le armi…

Lucio Luca: Credo che quello che è successo negli ultimi 30-40 anni in Irlanda del Nord, Corsica o Paesi Baschi non si ripeterà in quelle forme. I popoli hanno capito che quelle organizzazioni, nate con un intento talvolta nobile, sono degenerate negli anni trasformandosi in associazioni criminali che hanno fatto solo del male alle cause indipendentiste. Gli anni di piombo non torneranno più, ma le spinte ideologiche a separarsi da entità alle quali queste regioni sono state annesse in passato anche con la forza sono fenomeni appena cominciati e che si ripeteranno. Come in Belgio ad esempio, un paese finto, il paradosso dei paradossi dove è la capitale d’Europa. Lì i fiamminghi e i valloni non si parlano perché non si capiscono…

cafébabel: Oggi consideriamo l’autodeterminazione come un diritto di ogni popolo. Eppure, viene in mente l’esempio della Spagna, cosa succederebbe se tutti rivendicassero il diritto di decidere?

Lucio Luca: La Spagna è un esempio particolare. La giovane democrazia post-franchista è fondata su un patto costituzionale che riconosce 17 regioni autonome, alcune storiche, altre create ad hoc. La Costituzione vieta i referendum di secessione, ma se dovessero concederlo alla Catalogna, i Paesi Baschi chiederebbero lo stesso, così come la Galizia e tante altre regioni. Da una parte quindi il diritto all’autodeterminazione è sacrosanto e nessuno lo può negare, dall’altra è vero anche che la Costituzione lo vieta, quindi è un braccio di ferro destinato ad andare avanti. La Catalogna del resto è una sorta di Lombardia spagnola. Credo che Madrid prima o poi debba accontentare alcune rivendicazioni.

cafébabel: Qual è il bilancio di questo viaggio?

Sono partito con l’idea di cercare di capire. Trovarsi lì e parlare con la gente, con leader politici, ex capi dell’Eta e dell’Ira, con combattenti e rivoluzionari corsi, fa realizzare che questa Europa, fondata sul mercato e sul denaro, nel tempo è destinata al fallimento. Se essa non cambia infatti ci ritroveremo con un’Unione forse più ampia, dove però decidono in 2-3. Se invece si recupera l’idea iniziale, dove non conta solo il potere economico, ma anche le tradizioni e la diversità, io penso che le spinte indipendentiste non avranno più ragione di esistere.