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AUTOSTRADE / TRUCCHI, REGALI, MILIARDI E ANCHE IL SEGRETO DI STATO

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2018/01/07/autostrade-trucchi-regali-miliardi-e-anche-il-segreto-di-stato/

Autostrade, la super lobby va sempre in gol. Gol pesanti, miliardari, quelli messi a segno dai signori del pedaggio eterno, oggi beneficiati con l’ennesimo aumento tariffario, e da un regalo trovato sotto l’albero di Natale, per quanto riguarda una bella fetta dei lavori di manutenzione, da gestire attraverso società collegate e controllate.

Ma la ciliegina sulla torta è ancora un’altra: i contratti di concessione sono coperti dal più assoluto riserbo, nessun cittadino né utente né associazione dei consumatori può ficcarci il naso. Perchè sono coperti – udite udite – nientemeno che dal segreto di Stato.

UN SEGRETO COMODO COMODO

E cominciamo proprio da questo ultimo, incredibile tassello nel mosaico affaristico dei padroni del casello. Racconta un funzionario del ministero dei Trasporti: “Avete mai provato a chiedere di esaminare i contratti stipulati dal concedente, ossia il ministero dei Trasporti mentre prima era l’Anas, e i privati? Non vi verrà mai fornito, perchè sono contratti protetti dal segreto di Stato. Lo stesso succede, in un ambito diverso, per i prodotti finanziari, spesso titoli spazzatura, venduti dalle banche ai loro risparmiatori: nessuno può vederli, anche in quel caso c’è il segreto di Stato. Ma vi rendete in quale democrazia taroccata viviamo? Non c’è un partito che alzi un dito per protestare e viglia cambiare le cose. Tutti allineati e coperti. E i cittadini, al solito, derubati e calpestati come pezze da piedi”.

Forse ricorderete la vicenda dei contratti ‘finanziari’ sui quali la Voce scrisse un’inchiesta poco più d’un anno fa. E di una folle sentenza del Consiglio di Stato che difendeva, con acrobatiche motivazioni, l’apposizione del Segreto di Stato, perchè alla stampa – veniva sostenuto – quindi alla pubblica opinione, ai cittadini, non è giusto far sapere cosa le banche approntano alle loro spalle, quali trappole – come si è visto in questi anni – allestiscono i Bankster di casa nostra per veder rimpinguare i loro profitti, sempre sulla pelle dei risparmiatori.

Non c’è due senza tre, ed eccoci alla terza vicenda che i lettori della Voce conoscono bene. I dossieraggi ordinati dal governo Berlusconi ad inizio anni 2000 ai danni di magistrati, giornalisti e gruppi ‘scomodi’, spiati per anni, pedinati, delegittimati nelle loro attività: il tutto venne organizzato dai Servizi di Nicolò Pollari e venne alla luce nel corso dell’inchiesta sul rapimento Abu Omar. Ma il processo di Perugia che ne è scaturito è finito in flop, per via del Segreto di Stato apposto da tutti i premier che negli ultimi dieci anni si sono succeduti, da Prodi a Berlusconi fino alla quaterna dei non eletti (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni). Una vicenda di spionaggio privato trasformata in una alta questione di difesa nazionale, l’unica che può giustificare il Segreto di Stato.

E figurarsi, ora, per le autostrade, cosa mai può giustificare il Segreto di Stato? Pericoli per la sicurezza del nostro Paese? Perchè se caso mai ne viene a conoscere il contenuto la Francia si scatena la rivoluzione? A proposito di Francia, va notato en passant che tutti i contratti di concessione che regolano il settore autostradale transalpino vengono regolarmente pubblicati sul sito del ministero.

Da noi, invece, quello guidato da Graziano Delrio resta un sepolcro imbiancato.

Continua il funzionario: “sono in buona parte contratti vecchi, risalenti agli anni ’90, una parte poi è stata riveduta tra il 2008 e il 2010, un’altra ancora è stata rinnovata alla chetichella e si tratta ogni volta di prolungamenti ultraventennali. Il segreto sta proprio in quel che prevedono, che è bene non far conoscere ai cittadini, perchè altrimenti si accorgerebbero delle truffe alle quali sono sottoposti. Nei contratti, infatti, le società private devono dettagliare i loro piani di investimento, i quali giustificano il mantenimento dei pedaggi e gli eventuali rincari. Ora, se si scopre che certi investimenti non sono stati fatti, oppure sono stati promessi e non fatti, cade ogni giustificazione per pedaggi e aumenti, e quindi si scopre finalmente che il re è nudo. Per cui il Segreto di Stato serve a coprire il meccanismo truffaldino”.

A quanto pare in Italia esiste, tra le tante Autorithy, anche una per i Trasporti. Ma che ci sta a fare se non esige un minimo di trasparenza nel suo settore? Si trincerano all’Autorità: “abbiamo più volte più volte manifestato la necessità di renderli pubblici, i contratti”.

Manifestato a chi? A se stessa? Una sorta di autoproclama, peraltro disatteso?

IL REGALO DEL 40 PER CENTO

Ma eccoci al regalo di Natale, confezionato con cura dal governo Gentiloni, dal ministro Delrio e dal segretario Pd Matteo Renzi. Un emendamento alla legge di Bilancio, infatti, riconferma la quota del 40 per cento dei lavori di manutenzione, che era stata messa in discussione – per la sua evidente anomalia – dal Codice degli Appalti approvato due anni fa e che prevedeva invece una riduzione al 20 per cento.

A quella riduzione i big delle autostrade – gruppi Benetton e Gavio in testa – si sono ovviamente ribellati e hanno trovato facili e morbide sponde governative, attraverso le quali riuscire a imprimere nell’asfalto quella quota fatidica, il 40 per cento di tutti i lavori di manutenzione autostradale da smistare alle loro società collegate o controllate senza dover passare per nessuna gara d’appalto. Cose che neanche nella Turchia di Erdogan.

Un affare da circa 15 miliardi di euro, quelli che possono spartirsi le numerose sigle che popolano il ricco arcipelago autostradale.

In pole position Pavimental e Spea sul fronte della Autostrade per l’Italia fa capo al gruppo Atlantis dei Benetton. Il nome di Pavimental è venuto alla ribalta, alcuni anni fa, per i subappalti concessi ad alcune sigle in forte odore di camorra e concernenti caselli autostradali e viadotti.

Alla potente SIAS dei Gavio, invece, fanno capo svariate altre sigle, a partire dalla storica Itinera, per poi passare a Abc, Interstrade, Sea, Sicogen e Sina. Insomma, ce n’è per tutti i gusti. Globalmente, il numero degli addetti ai lavori in questo lussureggiante arcipelago è di circa 3000 addetti. Il sindacato, dal canto suo, pensa alla difesa dei posti di lavoro e poco è interessato a regole & trasparenza.

 

Omicidio di Berta Cáceres: investigazione indipendente rivela i colpevoli

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4348-omicidio-di-berta-c%C3%A1ceres-investigazione-indipendente-rivela-i-colpevoli.html

Chi si nasconde dietro l’omicidio di Berta Cáceres, il leader indigeno che s batteva contro la diga che avrebbe distrutto un’intero bacino fluviale in Honduras? Dopo venti mesi di inconcludenti indagini ufficiale, è un’associazione indipendente a rivelare i mandanti;  il Grupo Asesor Internacional de Personas Expertas (GAIPE), ha raccolto  documenti di pubblico dominio, intercettazioni telefoniche, email e fotografie, provano l’oscura trama che ha portato all’omicidio, la cui pianificazione è iniziata nel novembre 2015. L’impresa che sviluppa la diga di Agua Zarca, DESA, risulta tra i principali mandanti, con la coperta del governo dell’Honduras e il silenzio complice delle banche che finanziavano il progetto.
1. L’impresa: DESA
“Ho investito un sacco di soldi e capitale politico per ottenere questi tre mandati di cattura”. – scriveva nel 2013  un dirigente della DESA, riferendosi ai tentativi di arrestare Berta e altri due attivisti indigeni.
Il progetto della diga di Agua Zarca, approvato dai funzionari honduregni nel 2013, è una mega-diga multimilionaria che minaccia la sopravvivenza della comunità indigena Lenca e la salute del fiume Gualcarque. Berta e la sua organizzazione COPINH (il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras) erano i suoi principali oppositori.
L’indagine del GAIPE ha rivelato che la DESA schierava forze di sicurezza private, sicari assoldati e influenzava le forze dell’ordine per neutralizzare Berta e altri attivisti indigeni che si opponevano alla diga di Agua Zarca.

2. Il governo
“Ho richiesto l’aiuto del commissario … e ha promesso il suo sostegno. Condividerà i dettagli dell’omicidio con me e ha suggerito di rilasciare una dichiarazione di dissociazione dall’evento. “- scrive un dirigente della DESA 14 ore dopo l’omicidio di Berta.
L’inchiesta riporta anche frequenti incontri tra dirigenti e partner DESA, autorità governative dell’Honduras e forze di sicurezza già nel 2012. Questi incontri hanno aperto la porta degli uffici di polizia e dell’esercito ai dirigenti della DESA, per gestire assieme la repressione degli indigeni che si opponevano alla diga di Agua Zarca.
Il Ministero della sicurezza nazionale dell’Honduras ha svolto un duplice ruolo, fornendo protezione al quartier generale del progetto di Agua Zarca e ai suoi dirigenti, e negandola a Berta, anche dopo che aveva ricevuto minacce di morte.

3. Le banche
La DESA non aveva abbastanza fondi per completare la costruzione della diga di Agua Zarca, e si è rivolta a banche come Banca centroamericana per l’integrazione economica, la banca olandese di sviluppo e il Fondo finlandese per la cooperazione industriale (Finnfund). Queste istituzioni hanno chiuso un occhio sulla sua strategia mesa in capo per reprimere Berta e altri attivisti.
Gli attivisti in Honduras ritengono che queste banche abbiano informazioni preziose sull’assassinio di Berta che non hanno ancora reso disponibili agli investigatori.

Diabete sconfitto da una dieta liquida

Scritto da: Andrea Piccoli
Fonte: http://www.italiasalute.it/3064/Diabete-sconfitto-da-dieta-liquida.html

Uno studio britannico ha dimostrato la validità di una dieta a base di liquidi per il trattamento del diabete di tipo 2. La sperimentazione dei ricercatori delle università di Newcastle e di Glasgow ha coinvolto 298 soggetti affetti da diabete, sottoponendoli per 5 mesi a un regime alimentare a base di frullati ipocalorici e minestre.
I dati apparsi su Lancet dimostrano che quasi la metà dei volontari ha ottenuto una riduzione del peso corporeo di 15 chili e una normalizzazione dei livelli di glicemia.
Durante la giornata, i soggetti dovevano consumare 4 pasti liquidi, basati su bustine da sciogliere in acqua che si trasformavano in minestre o frullati con un introito di circa 200 calorie e una corretta composizione dei nutrienti. Una volta perso peso, i dietologi britannici hanno reintrodotto i cibi solidi.
I dati indicano che il 46% dei pazienti è guarito dal diabete una percentuale che nel caso si fossero persi almeno 15 chili arrivava all’86%. I medici segnalano però il fatto che se si riprende peso, il diabete torna a colpire l’organismo.
Il grasso che si accumula attorno al pancreas, infatti, provoca stress cellulare e conseguente difficoltà nel controllo dei livelli di zucchero e nella produzione di insulina. Se si libera del grasso in eccesso, il pancreas ritorna a funzionare correttamente.

GIALLO MONTE DEI PASCHI DI SIENA / UNA LUNGA SCIA DI MORTI & SUICIDI ALTAMENTE SOSPETTI

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte:http://www.lavocedellevoci.it/2017/11/09/giallo-monte-dei-paschi-di-siena-una-lunga-scia-di-morti-suicidi-altamente-sospetti/

Una lunga scia di morti misteriose, una serie di gialli senza risposta, ma un filo che corre lungo tutte le storie: in un modo o nell’altro le vittime hanno avuto a che fare con le vicende bollenti che ruotano intorno al Monte dei Paschi di Siena, e in particolare con i bubboni che hanno segnato la svolta verso il crac dell’antico istituto senese, i prodotti finanziari super tossici (per i risparmiatori) Alexandria e Santorini. Senza contare l’operazione Antoveneta che ha visto la partecipazione diretta della banca vaticana, lo IOR.

Il Libro di Elio Lannutti e Franco Fracassi. In alto David Rossi

Il Libro di Elio Lannutti e Franco Fracassi. In alto David Rossi

E’ il clou del fresco di stampa non a caso titolato “Morte dei Paschi”, scritto da Elio Lannutti, lo storico fondatore, animatore e ora presidente onorario di Adusbef, la sigla a tutela dei risparmiatori, e dal giornalista d’inchiesta Franco Fracassi, e pubblicato da Paper First, editrice collegata a il Fatto quotidiano.

Un volume di gran pregio, in un momento come l’attuale, dove la questione banche è centrale non solo a livello politico ma anche sociale ed economico, con la commissione d’inchiesta appena varata a livello parlamentare, la re-incoronazione del governatore Ignazio Visco, nel mezzo di scandali quotidiani e, ancor più, di controllori che non solo non hanno controllato – come Bankitalia e Consob – ma spesso e volentieri hanno coperto e avallato, ed erano ben a conoscenza di tutte le spericolate acrobazie messe in campo. La vicenda del Monte dei Paschi di Siena è emblematica, con il folle acquisto nel 2008 di Antoveneta – sotto la protettiva ala di Mario Draghi, poi premiato con il salto al vertice BCE – e le altrettanto folli operazioni Alexandria e Santorini.

Di tutto questo e di molto altro scrivono Lannutti e Fracassi, fornendo ai lettori un ricchissimo repertorio di elementi, dati, chiavi di lettura e documenti spesso inediti: proprio affinchè il lettore-cittadino-risparmiatore possa districarsi in quella giungla, in quel Sistema concretamente mafioso che è il Moloch bancario.

Ma passiamo ai raggi x i tanti thriller che costellano la “Morte dei Paschi” story.

QUEL DAVID ROSSI CONOSCEVA TROPPI SEGRETI: DOVEVA MORIRE

A cominciare, ovviamente, da quello di David Rossi, il capo della comunicazione Mps volato giù quattro anni e mezzo fa dal quarto piano di Palazzo Salimbeni, storica sede del Monte a Siena.

Per due volte, incredibilmente, la Procura senese ha chiesto l’archiviazione, e per altrettante volte l’avvocato Luca Goracci, che tutela la famiglia Rossi, ha presentato opposizione, per via delle decine e decine di anomalie e contraddizioni che caratterizzano non solo la scena del crimine e quel volo, ma anche tutto ciò che era successo prima e dopo, ben comprese le fallimentari indagini e l’inchiesta della magistratura. Per dar vita a un puzzle davvero ai confini della realtà.

Due le vicende che fanno capolino nel volume. I rapporti di David Rossi con la massoneria e con lo IOR. Ecco qualche passaggio dal libro: “Non si poteva non tener conto della profonda amicizia che legava Rossi con colui che sarebbe diventato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, Stefano Bisi. Ci sono molti testimoni che hanno raccontato ai magistrati che Rossi era stato visto in riunioni della massoneria tenutesi fuori Siena. (…) Insomma, Rossi di segreti ne custodiva tanti”.

Poi, la rivelazione di un anonimo monsignore a proposito dall’operazione Antonveneta: “Lo IOR venne coinvolto direttamente nell’affare. I dirigenti dello IOR organizzarono incontri qui in Vaticano. Mussari veniva agli incontri con David Rossi, il povero ragazzo scomparso tragicamente. Rossi conosceva il direttore dello IOR Paolo Cipriani. Tra loro parlavano spesso”.

Scrivono i due autori: “agli incontri, oltre a Giuseppe Mussari (l’ex numero uno dell’istituto, ora sotto processo a Milano e Firenze, ndr) e Rossi, parteciparono Cipriani, monsignor Piero Pioppo, prelato dello Ior, Andrea Orcel (Merrill Lynch), Ettore Gotti Tedeschi (Santander), oltre ai rappresentanti di Goldman Sachs, Citigroup e Merrill Lynch e Michele Briamonte, partner dello studio legale torinese Grande Stevens e, contemporaneamente, nel cda di Mps e dello Ior. Incontri confermati indirettamente dalle agende sequestrate dalla magistratura a Mussari, nelle quali risultò esserci più di un riferimento esplicito agli incontri con Gotti Tedeschi, l’emissario di Botin in Italia”.

Miscele altamente esplosive. Senza contare il fatto che proprio il giorno prima d’assere “suicidato” David Rossi aveva avuto alcuni contatti via e mail con il vertice Mps Fabrizio Viola, cui aveva comunicato la volontà di andare al più presto dai magistrati ai fini di verbalizzare. E per molti, al Monte e non solo, quel “vuotare il sacco” poteva risultare fatale. Per questo Rossi non doveva parlare. E invece doveva morire.

Passiamo – in una rapida, tragica carrellata – agli altri gialli, alle altre morti più che sospette.

DA LONDRA A NEW YORK, TUTTI GLI ALTRI MISTERI 

Londra, 26 gennaio 2014. 326 giorni dopo la tragica fine di Rossi. Scrive la Reuters: “Un banchiere è stato trovato morto impiccato in una casa nel centro di Londra. La Deutsche Bank ha annunciato che si tratta dell’ex dirigente della banca William Broeksmit”. Afferma un broker: “Se per Rossi si erano preoccupati in molti, dopo la morte di Broeksmit erano tutti spaventati. E non solo a Londra. Personalmente ricevetti alcune telefonate da colleghi di New York che chiedevano particolari, spiegazioni e addirittura rassicurazioni che non avrei mai potuto dare”.

L’unica voce, in Deutsche Bank, contraria all’operazione Santorini, che definiva “una mossa da banditi”. Lo stesso Broeksmit “era anche a conoscenza di alcune operazioni finanziarie svolte dal team di Gianluca Baldassarri (l’altro vertice sotto processo a Firenze, ndr) per Mps Finance”. Si tratta di un personaggio strategico, Broeksmit, il quale avrebbe potuto mettere in crisi l’intera impalcatura finanziaria del prodotto super tossico che invece, sia per volotà di Mps che di Deutsche, doveva andare avanti. A tutti i costi. Fino ad ammazzare anche i rispamiatori.

Laren, Olanda. 5 aprile 2014. L’agenzia di stampa locale Ad riporta: “Un ex dirigente dell’Abn Amro è stato trovato morto nella sua casa. Il cinquantasettenne Jan Peter Schmittmann si è impiccato dopo aver sparato alla moglie Nelly e alla figlia Babette”. Scrivono gli autori: “Eppure per un paio d’anni Laren era stato al centro della più grande operazione bancaria della storia”.

New York, 20 ottobre 2014. E’ stavolta l’Associated Press a diramare un comunicato: “Un avvocato, un alto funzionario delle Deutsche Bank, è stato trovato morto nella sua casa di New York. Secondo la polizia, il quarantunenne Calogero Gambino si è impiccato”. “Anche questa volta la notizia, non riportata dai giornali italiani, preoccupò enormemente la ristretta comunità finanziaria di Londra e New York. Dichiara la moglie di Gambino: ‘La sua preoccupazione cominciò quando seppe della morte di Rossi. Ma raggiunse livelli insostenibili dopo la morte di William. Forse temeva di fare la stessa fine. Di fatto, da allora, la vita in famiglia è stata un inferno’”.

Commentano Lannutti e Fracassi: “Tutti e quattro i dirigenti di banca erano stati coinvolti nelle due operazioni finanziarie che più di tutte hanno segnato il declino del Monte dei Paschi (Alexandria e Santorini, ndr). Tutti e quattro avevano segreti da nascondere. Tutti e quattro si erano suicidati. O, almeno, così sembra”.

Ma la catena di morti non è affatto finita.

Sascha Schornstein, trentaseienne broker tedesco per conto della Royal Bank of Scotland, muore in uno strano incidente aereo – aveva il brevetto di pilota – affondando nel mare di fronte al Kent. Uno dei suoi migliori amici era William Broeksmit. Tra le circostanze più strane, “vi fu l’accensione del cellulare due giorni dopo la sua morte. Per pochi secondi ma fu acceso. Poi il nulla, sparito anche il telefono”. Stessa circostanza nella morte di David Rossi: un cellulare acceso dopo il volo.

7 dicembre 2013. A Sayreville, nel New Jersey, muore un altro giovanissimo broker, il trentaquattrenne Joseph Ambrosio, che lavorava come analista finanziairo alla Jp Morgan.

COCKTAIL SUPER TOSSICI

“Arresto cardiaco” fu la diagnosi ufficiale. In realtà venne ammazzato con un cocktail letale di alcool e benzodiazepine, tale da provocare un immediato blocco respiratorio e poi cardiaco. Di cosa si occupava negli ultimi tempi? Lo rivela la madre: “Parlava spesso di uno strumento finanziario al quale aveva lavorato. Era qualcosa che aveva a che fare con una banca europea. Secondo me è quello che lo ha ucciso”. Un prodotto davvero tossico, come quel cocktail.

Eccoci al giallo ambientato ad Hong Kong, protagonista un altro broker, Li Junjie, al servizio del colosso Jp Morgan nel grattacielo Charter House con vista su Victoria Harbour. “Il 19 febbraio 2014, dopo aver pranzato, Li salì fino alla terrazza dell’edificio e si lanciò. Come aveva fatto venti giorni prima il dirigente della sua Jp Morgan, Gabriel Magee. Le successive indagini della polizia portarono a un vicolo cieco. I colleghi furono reticenti, come lo furono i dirigenti della banca. La parola d’ordine che circolava era ‘stress’. I segreti aziendali restarono tali”.

6 luglio 2014. Un tragico week end per Julian e Alita Knott. Pensano di lasciare la Grande Mela per passare alcune ore distensive a Lake Hopatcong. Un rapporto di polizia, invece, così fotografa la tragedia: “All’una e dodici del 6 luglio Julian Knott ha sparato più volte alla moglie Alice per poi spararsi a sua volta”. Nessun problema familiare, né economico. “Julian Knott era un tecnico di computer di altissimo livello per Jp Morgan dal 2006. Per quattro anni (fino al 2010) aveva lavorato presso la sede di Londra, fianco a fianco con quel Gabriel Magee trovato cadavere sei mesi prima sulla terrazza del nono piano della Tower Hamlets, senza nessuna ragione apparente che potesse giustificarne il suicidio”.

Così commentano Lannutti e Fracassi a proposito di tutte queste fini altamente sospette, e tutte in odore di ‘Morte dei Paschi‘.

“Nove suicidi uno più immotivato dell’altro. Suicidi che riguardavano banchieri per la maggior parte amici tra loro. Tutti avvenuti nell’arco di un anno e mezzo. Tutte persone che, in qualche modo, avevano avuto a che fare con le rocambolesce vicende del Monte dei Paschi: dall’insensata operazione Abn Amro-Antonveneta alle connessioni tutt’altro che religiose con l’Opus Dei e lo Ior, dai derivati truffaldini Alexandria e Santorini alle ancora più truffaldine restaurazioni dei due derivati più la sottoscrizione di Nota Italia e del Fresh, dalle tangenti della banda del cinque per cento diretta da Baldassarri alle presunte tangenti scaturite dall’operazione Antonveneta e dalla ristrutturazione di Alexandria, di Santorini e del Fresh”.

E concludono: “Una sequela drammatica che ci tocca elencare – senza adombrare allusioni o suggestioni – perchè è impossibile ometterlo: gli ultimi quindici anni di storia della più antica banca italiana, oltre che da scandali e processi, è stata purtroppo segnata anche da una lunga scia di sangue”.

 

Mentre prosegue il Russiagate, emerge la pista britannica

Fonte:http://movisol.org/mentre-prosegue-il-russiagate-emerge-la-pista-britannica/

Union Jack, British, Bandiera, Regno Unito, Inglese

L’operazione per destituire dal potere il Presidente Trump andava liquidata fin dall’inizio come “Made in London”. Stando all’autorevole dossier su Robert Mueller pubblicato dal LaRouchePAC, i servizi segreti britannici presero di mira Trump fin dal 2015, con il GCHQ a guidare la cordata. Fu la ditta britannica Orbis, in collaborazione con un’impresa americana, la Fusion GPS, a compilare il “dossier sul sesso” contro Trump. Il leader del team era la “ex” spia dell’MI6 Christopher Steele, fondatore di Orbis e collaboratore dell’FBI, che lavorò insieme all’ex ambasciatore britannico in Russia, Sir Andrew Wood, anche lui dell’Orbis, per produrre un dossier di bufale, secondo il quale non solo il Presidente russo Putin avrebbe avuto materiale per ricattare Trump, ma avrebbe anche interferito con le elezioni presidenziali americane per farlo eleggere. Negli ultimi giorni sono emerse prove di finanziamento da parte di Hillary Clinton (nella foto) alla spia britannica Christopher Steele per il suo dossier di invenzioni contro Trump.

Anche se i fatti sul ruolo britannico contro Trump sono noti a Washington, e i leader del Congresso hanno ammesso che non è stata fornita alcuna prova delle accuse contro Trump, il golpe da cambio di regime è proseguito dalla sua elezione, con pochi riferimenti all’ovvio ruolo britannico se non nelle pubblicazioni del movimento di LaRouche.

Questa situazione comincia finalmente a cambiare, grazie al lavoro di Devin Nunes, presidente repubblicano della Commissione di Intelligence alla Camera dei Rappresentanti, e del Senatore Charles Grassley, presidente repubblicano della Commissione Giustizia al Senato, che hanno denunciato entrambi il ruolo di Fusion GPS ed Orbis nel creare la falsa narrativa dietro al Russiagate. La settimana scorsa, gli avvocati della Fusion GPS si sono rifiutati di rispondere ai mandati di comparizione emessi dalla Commissione di Intelligence della Camera, e il cofondatore della ditta si è appellato al Quinto Emendamento per non rispondere alle domande, quando è comparso di fronte alla Commissione. Inoltre, gli avvocati della Fusion GPS hanno fatto richiesta al giudice federale di impedire che vengano messi a disposizione i loro estratti conto bancari, che potrebbero fornire una risposta su chi finanziò il dossier.

Il Presidente Trump ha risposto alle loro azioni evasive pubblicando il seguente tweei: “I funzionari dietro al dossier ormai screditato si appellano al Quinto Emendamento. Il Dipartimento di Giustizia e/o l’FBI dovrebbero immediatamente rendere noto chi li ha pagati”. È risaputo che l’FBI si offrì di dare a Fusion 50.000 dollari per proseguire il suo lavoro contro Trump, e questo mette ulteriormente in cattiva luce l’ex direttore dell’FBI James Comey come parte del tentato golpe contro il Presidente. Mueller è stato denunciato anche da altre forze. L’ex Vice ministro della Giustizia Sidney Powell ha scritto su The Hill a proposito dell’inchiesta di Mueller: “Quella che doveva essere un’inchiesta sulle intrusioni cibernetiche della Russia nella nostra politica elettorale si è trasformata in una missione malevola per colpire amici, familiari e colleghi del Presidente. L’inchiesta di Mueller è diventata un assalto frontale per trovare reati di cui incolparli, anche se non c’erano reati da trovare. Questo team ne creava qualcuno”.

Il Mose è una porcata, se ne sono accorti anche loro

Scritto da : Marco Cedolin
Fonte: http://ilcorrosivo.blogspot.it/2017/10/il-mose-e-una-porcata-se-ne-sono.html

Quando nel 2008 andava in stampa Grandi Opere, con un intero capitolo dedicato alla truffa del Mose, tutti i media mainstream nessuno escluso, cantavano in coro le lodi della nuova opera, magnificandone le proprietà taumaturgiche, pronti a giurare che il “mostro” in costruzione avrebbe salvato la città di Venezia ed altrettanto pronti nel bollare come antimoderna e demagogica qualsiasi critica venisse portata nei confronti del progetto.
Oggi, a nove anni di distanza, La Stampa di Torino pubblica un articolo “Venezia e il suo Mose, storia di un fallimento”, nel quale racconta esattamente le stesse cose che a suo tempo ventilai in Grandi Opere, declinandole ovviamente al presente e non al futuro (come feci io) ed aggiornandole con il rendiconto di una serie di disastri ancora peggiori di quanto la Cassandra che alligna in me fosse stata in grado di vaticinare a suo tempo….
Il “mostro” non ancora completato (dovrebbe esserlo nel 2022) a fronte degli 1.6 miliardi di euro previsti (e dei 4,5 che ventilavo io) è già costato 5,5 miliardi del contribuente italiano e sostanzialmente la struttura versa in rovina, dal momento che per riparare gli elementi già rovinati dalla salsedine e dalle cozze prima ancora che l’opera sia entrata in funzione serviranno come minimo altri 700 milioni di euro, sempre che bastino, dal momento che stando a quanto scrive La Stampa anche buona parte delle strutture non ancora posate in mare si stanno arruginendo a causa della salsedine. Al tutto andranno sommati almeno 105 milioni di costo annuale per la manutenzione, sempre che bastino e la sensazione che emerge leggendo l’articolo è proprio quella che non basteranno.
Anche nel caso che l’opera riesca un giorno ad entrare in funzione, cosa di cui i giornalisti della Stampa dimostrano di dubitare fortemente, a Venezia non salverà un bel niente, dal momento che come scrivevo io allora e scoprono loro oggi, il Mose entrerà (se entrerà) in funzione solamente con le maree eccezionali oltre i 110 cm di altezza e resterà inerte con quelle inferiori che sono le più frequenti e la maggiore causa di danno per i veneziani.
Come se non bastasse intorno all’opera (come sostenevo in Grandi Opere) sulla Stampa viene fatto notare come abbia proliferato un giro di corruzione miliardario “per coprire lavori e opere mal progettati e peggio realizzati”, parte del quale sarebbe già stato svelato dalla magistratura.
E ciliegina sulla torta “secondo una perizia commissionata dal Provveditorato alle Opere Pubbliche di Venezia, braccio operativo del Ministero delle Infrastrutture, il MOSE rischia cedimenti strutturali per la corrosione elettrochimica dell’ambiente marino e per l’uso di acciaio diverso da quelli dei test. Le cerniere che collegano le paratoie mobili alla base in cemento – ce ne sono 156, ognuna pesa 36 tonnellate, un appalto da 250 milioni affidato senza gara al gruppo Mantovani – sono ad altissimo rischio (probabilità dal 66 al 99 per cento) di essere già inutilizzabili.”
Il tutto porta i giornalisti della Stampa (che come i loro colleghi 9 anni fa sostenevano l’opera contro la nostra miopia) ad affermare che il Mose sarebbe una vera e propria “antologia degli orrori”, che “non sempre il gigantismo paga” e che “il MOSE è il simbolo di quel che non si deve fare.”
Peccato che lor signori non abbiano preso coscienza della realtà prima che i miliardi dei contribuenti italiani venissero sperperati e la laguna veneta devastata, quando ancora le marchette in favore del Mose rendevano molti quattrini ed erano funzionali alla costruzione di fulgide carriere giornalistiche.

E’ IN CORSO UN PROFONDO CAMBIAMENTO GEOPOLITICO NEL MEDIO ORIENTE

Scritto da: Fabio Lugano
Fonte: https://scenarieconomici.it/e-in-corso-un-profondo-cambiamento-geopolitico-nel-medio-oriente/

Prima di tutto sia la Russia sia l’Arabia Saudita sono due grandi produttori di petrolio, quindi entrambi interessati alla stabilizzazione a medio-lungo termine dei prezzi delle materie energetiche. Consideriamo che poi l’Arabia svolge un ruolo essenziale all’interno dell’OPEC , ma che nello stesso tempo è ben cosciente che senza il gigante russo non si può regolare il mercato. Inoltre la Russia, al contrario degli occidentali, è in buoni rapporti anche con tutto il mondo sciita legato all’Iran, all’Iraq ed a Hezbollah in Siria, ma , nello stesso tempo, riesce ad essere in buone relazioni anche con l’Egitto, alleato chiave di Riad, e con la Turchia. La Russia infine è un grande fornitore di sistema d’arma in diretta concorrenza con gli USA, e la recente vendita del sistema S 400 proprio all’Arabia indica la sua volontà di espandersi proprio in quel settore.

Altro grande punto di contatto è la tecnologia del Gas Naturale Liquefatto , LNG, che la Russia possiede ed in cui vorrebbe entrare, con i propri enormi giacimenti , anche l’Arabia, per non parlare della possibilità di Riad e di Mosca di regolare i prezzi sul mercato energetico indipendentemente dagli altri produttori, perfino OPEC.

Insomma una cooperazione con molte sfaccettature che mette in secondo piano i precedenti scontri, anche sul campo, nel teatro siriano.  La monarchia saudita potrebbe anche ottenere un riequilibrio dell’attuale posizione politica nei confronti degli sciiti e magari una mediazione per uscire dall’impasse militare e politica in Yemen e con il Qatar, che stanno levando il sonno ai monarchi arabi. Una posizione di duplice vittoria.

Cosa fa l’occidente ? Semplicemente vede svanire progressivamente la sua influenza nell’area, stretto come da due contraddizioni:

  • prima di tutto il suo peso come mercato energetico sta lentamente calando. Ormai i paesi OECD sono secondari rispetto alla Cina ed ai paesi dell’estremo oriente, anche grazie alla politica energetica di affrancazione dagli idrocarburi ed allo sviluppo dello shale oil e shale gas USA;
  • quindi sia gli USA sia i paesi europei sono sbranati dalle opposizione e dai conflitti interni, con posizioni sempre più radicalizzate e dividendi negli USA, e , nello stesso tempo con un’Europa in piena crisi di identità e di capacità.

Insomma nel mondo si era creato un vuoto di potere che, come tutti i vuoti , è destinato ad  essere riempito. In questo caso dal gigante Russo-Cinese.

I due bulli e l’eclissi americana

Scritto da: Piero Cammerinesi
Fonte: https://www.liberopensare.com/articoli/1289-i-due-bulli-e-l-eclissi-americana

Oltre agli incendi, alle esecuzioni mafiose (quelle non mancano mai nel Belpaese, vivaddio) e alle diatribe pro e contro i vaccini di casa nostra…

di Piero Cammerinesi

…questa torrida estate 2017 ci sta tenendo con il fiato sospeso per le intemperanze dei due bulli da strapazzo che si minacciano quotidianamente a suon di proclami e di ringhiose dichiarazioni.
Già, se non sapessimo di avere a che fare con due Capi di Stato dotati di armi nucleari potremmo liquidare la questione con una alzata di spalle e un ben miserevole giudizio sulla loro sanità mentale.
Ma così non è e purtroppo Kim Jong-un e The Donald hanno la capacità di far piombare il mondo in una catastrofe spaventosa dagli esiti imprevedibili.

Tuttavia qualcosa non torna in tutta la faccenda, non credete?

Intendo dire: come è possibile che un minuscolo Paese – per quanto governato da un dittatore megalomane – possa sfidare l’unica superpotenza mondiale, in grado di cancellarlo dalla faccia della terra in pochi minuti?
Chi di voi in una lite stradale scenderebbe dalla macchina disarmato per insultare una banda di picchiatori con spranghe e coltelli?
Se c’è qualcuno alzi la mano.

Non solo; quale stratega militare che vuole sfidare – novello Davide contro Golia – la più grande potenza militare mondiale rivelerebbe in anticipo le sue mosse?
È di oggi la notizia che il generale Kim Rak-gyom, a capo dell’unità balistica speciale di Pyongyang dichiara di apprestarsi a lanciare quattro missili balistici a raggio intermedio in direzione della base americana di Guam.
Non vi pare strano?

No, i conti non tornano.

Vediamo la questione più da vicino.
Innanzitutto va ricordato il fatto che gli USA hanno emanato – con validità dal 1. Settembre prossimo – un divieto assoluto ai propri cittadini di recarsi in Corea del Nord e questo in flagrante violazione della risoluzione sulle sanzioni che prevede comunque una continuità del dialogo tra le parti. Tale divieto emanato dal Governo americano non solo è incostituzionale ma è esattamente antitetico all’intento dichiarato dalla Risoluzione ONU, in quanto mira a un incremento dell’ostilità tra i due Paesi impedendo ai propri cittadini di rendersi conto personalmente dello stato delle cose e non solo attraverso il mainstream media ormai del tutto asservito alle linee guida di Washington.

Teniamo presente, inoltre, che se la giustificazione offerta per il divieto è quella solita di “proteggere i cittadini americani” lo stesso New York Times – non propriamente una ‘testata libera – un paio di settimane fa, aveva raccontato come la Corea del Nord sia uno dei Paesi più sicuri al mondo mentre, per converso, Paesi dove gli americani hanno avuto seri problemi coma Siria, Iraq, Iran, Afghanistan non siano affatto interdetti ai cittadini nordamericani.
Come si diceva, la risoluzione 1718 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU impone che “tutti i Paesi intensifichino i propri sforzi astenendosi da qualsiasi azione che possa aggravare la tensione”.
Invece gli USA decidono di non consentire a nessun cittadino e, sopratutto, a nessun giornalista di recarsi a Pyongyang per vedere di persona come stanno veramente le cose e ringhiano invece – per bocca de generale Mad Dog’ James Mattis – ‘cane pazzo’ come viene…affettuosamente soprannominato il nuovo Segretario alla Difesa – che “tutte le opzioni sono sul tavolo”.
E, dopo il conato di minacce di The Donald, l’hollywoodiano “Fire and fury”, non è difficile intuire a quali opzioni il nostro ‘cane pazzo’ si stia riferendo.

Ora se abbiamo qualche (lecito) dubbio sulla sanità mentale del giovane dittatore nordcoreano alcuni elementi ci fanno tuttavia ritenere che dall’altra parte del Pacifico la sfida sia decisamente benvenuta dal Deep State, da quel Military-Industrial Complex che è il vero governo-ombra degli USA, sia il Presidente un democratico o un repubblicano, nero o bianco, uomo o donna.

Cosa ce lo fa pensare?

Beh iniziamo dal fatto che la ‘crisi nordcoreana’ ha consentito agli USA di dispiegare in Sud Corea – dunque alle porte di Cina e Russia – l’avanzatissimo sistema missilistico THAAD.
Nonostante il premier cinese Xi abbia manifestato la contrarietà della Repubblica Popolare Cinese e della Russia per questo dispiegamento, ogni nuovo proclama di Pyongyang – cui fa prontamente eco il tweet-ringhio di Trump – offre a gli americani una nuova scusa per procedere nel dispiegamento dei missili.

“Vedete, noi non vorremmo, ma sono loro a minacciarci…ora dicono che colpiranno il territorio americano con i loro missili…”

Guarda caso poi le agenzie di stampa e le presstitutes di tutti i media hanno diffuso – con tempismo perfetto –  le valutazioni degli ‘esperti’ secondo le quali, ebbene sì, la Corea del Nord dispone di atomiche miniaturizzate che potrebbero essere montate sui vettori per colpire il territorio americano.
E allora diamoci sotto, scaldiamo i motori e mostriamo i muscoli con due belle settimane di ‘war games’ proprio davanti alle coste dei nordcoreani, vediamo cosa hanno il coraggio di fare.
E le manovre congiunte di quest’anno, che inizieranno il 21 Agosto – guarda caso proprio il giorno dell’eclissi americana  saranno “le più imponenti della storia”.

Ma c’è un altro elemento da tener presente; se George Santayana scrisse che “coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”, questo vale oggi in modo particolare per la diatriba Washington-Pyongyang a proposito della quale il premier cinese ha giustamente affermato che “essa potrà essere risolta solo da Stati Uniti e repubblica Popolare della Corea del Nord quando si decideranno a firmare un trattato di pace”.

Trattato di pace?

Già, perché i due Paesi sono ancora tecnicamente in guerra e i coreani non riescono proprio a dimenticare i quattro milioni di morti causati dall’invasione americana degli anni 1950-53.

Non riescono proprio a passar sopra al ricordo delle loro città incenerite da bombe, napalm e guerra batteriologica.

Non ce la fanno a scordare gli esperimenti criminali – poi insabbiati e negati ma accertati – nei quali i prigionieri furono esposti a batteri di nuova creazione per valutarne gli effetti, in totale violazione della Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra.

Hanno il problema di avere una buona memoria a Pyongyang e di non essere stati ‘liberati’ dagli inossidabili ‘esportatori di democrazia’ a stelle e strisce.

Ora tiriamo le fila di quanto sopra.

Abbiamo visto come il Military-Industrial Complex, vero artefice della politica estera di Washington, abbia accolto con malcelata gioia le intemperanze del bullo di Pyongyang, come invece di abbassare la tensione tra i due Paesi che hanno un contenzioso di oltre mezzo secolo stia invece facendo di tutto per provocare i nordcoreani con minacce alla John Wayne, come abbia sfruttato astutamente l’occasione per completare l’accerchiamento dei suoi veri competitori, Cina e Russia con l’avanzatissimo sistema missilistico THAAD, come – sempre facendosi passare per parte lesa, ci mancherebbe, altrimenti come potrebbero i falchi di ‘cane pazzo’ ottenere dal Congresso finanziamenti militari praticamente illimitati senza un ‘nemico’ da schiacciare? – abbia in programma gli ‘war games’ più grandi di sempre a un passo dalle coste nordcoreane.
Ebbene, si tratta esattamente della stessa strategia usata in Medio Oriente con l’Isis, tenuto artificialmente in vita per giustificare i fondi del Congresso e l’opportunità di presidiare tutte le zone strategiche del pianeta in funzione dell’accerchiamento di Russia e Cina.
In fondo The Donald, apprestandosi a firmare sostanziosi stanziamenti per chi realmente comanda negli USA, il Deep State, l’ha detto chiaro e tondo che “nessuno oserà sfidare la potenza militare americana”.

Ma sarà realmente così?
E fino a quando?
Forse i nostri ‘amici’ di oltreatlantico non ricordano che non esistono imperi che durano per sempre.

Non sarà che l’eclissi del 21 Agosto – con il senso occulto che ha ogni eclissi sul suolo terrestre – che coincide con l’inizio della sfida militare a Pyongyang non sia anche un segnale dell’inizio di una eclissi dell’Impero americano?

TRUMP HA IMPEDITO UNA NUOVA GUERRA DEL GOLFO

Scritto da: Fabio Lugano
Fonte: https://scenarieconomici.it/trump-ha-impedito-una-nuova-guerra-del-golfo/

Come riportato dal Bloomberg e da altre fonti il presidente Trump sarebbe intervenuto telefonicamente nei confronti dei leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per fermare un loro attacco diretto contro il Qatar. Fonti ben informate affermano che a Giugno  i due stati sunniti stavano per prendere azioni militari contro l’emirato – penisola del golfo, e sono stati formati solo da una serie di telefonate estremamente energetiche del presidente americano che li ha convinti a recedere dalla loro decisione.

Quindi la rottura delle relazioni diplomatiche stava per sfociare in una guerra guerreggiata. Paradossalmente a guadagnare in caso di conflitto sarebbero stati proprio due complessi molto vicini alle posizioni repubblicani: il complesso militare, con le vendite di armi, ed il complesso petrolifero che avrebbe goduto della certa crescita dei prezzi petroliferi. D”altra parte , al di là delle perdite umane, questa guerra avrebbe rischiato da un lato di coinvolgere l’Iran, dall’altro l’aumento dei costi energetici avrebbe potuto colpire l’economia americana.

Meno di 10 giorni fa ci sono state ampie dimostrazioni in Arabia Saudita, mostrando come la situazione nel regno non sia tranquilla ed immobile come appare all’esterno. Un trentina di clerici sono stati arrestati perchè visti come vicini alla Fratellanza Musulmana, e la visita del principe saudita in Israele non è stata l’unica mossa di avvicinamento degli emirati allo stato ebraico, perchè quasi in contemporanea vi sono stati contatti anche con l’emiro del Bahrain.

Nuovi equilibri si creano in Medio Oriente.

IL RITORNO DEL FANTASMA FORNERO!

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2017/08/31/il-ritorno-del-fantasma-fornero/

Ve la ricordate Miss Frignero, ops scusate Fronero, si quella che durante il governo Monti suggeriva che…

: ”I giovani non devono essere troppo ‘choosy’ 

…oggi i giovani italiani non sono in condizioni di essere schizzinosi, diceva in questa valle di lacrime!

Choosy, bamboccioni, sfigati e ora inoccupabili

Se non ricordo male, la signora Fornero è l’esecutrice di quella criminale riforma delle pensioni impostaci con una letterina da parte della BCE nel lontano e ormai famigerato 2011, si quella che si è inventata pure il meccanismo delle aspettative di vita, dimenticando quello della qualità.

Fornero: ‘No a riduzione età pensionabile: i costi li pagherebbero i giovani’

Nella puntata di questo lunedì 28 agosto di “In onda” su La7 è intervenuta Elsa Fornero, docente universitaria ed ex ministra del Lavoro, la quale si è soffermata su alcuni temi di attualità economica. Ecco le parti salienti di quello che ha detto.

‘Riduzione età pensionabile darebbe vantaggi alle generazioni presenti ma svantaggerebbe i giovani’

Sulla possibile proposta che alcuni esponenti politici stanno facendo per la riduzione dell’età pensionabile, la Fornero ha detto: “Io vorrei vedere nel Paese un dibattito meno concitato e più chiaro per le persone: ad esempio chiariamo che la Ragioneria dello Stato non può porre alcun veto a Governo e Parlamento, ma solo fare analisi che si basano su modelli consolidati e verificati in ambito europeo; quello che essa dice non è verità assoluta ma semmai uno scenario ragionevole.

 Nel nostro Paese ogni volta che si affronta il tema #Pensioni, la discussione diventa esagerata e con delle discussioni verbali che sarebbe meglio evitare. (…) Bisogna fare capire alle persone che con questo nuovo metodo, quando la vita si allunga è normale che anche l’età di pensionamento si deve allungare.

‘Troppo populismo: mi hanno indicata come colpevole’

Voglio ricordare comunque che l’età sostanziale di pensionamento oggi in Italia è fra le più basse in Europa, sono cose che vanno dette perché altrimenti si crea nelle persone l’illusione che si possa avere tutto senza pagarne il prezzo e magari facendolo pagare ad altri”.

‘Si dovrebbero spendere più risorse per occupazione dei giovani e non ancora per il sistema previdenziale’

Bene fermiamoci qui, perché una che dice che che si dovrebbero spendere più risorse per i giovani tenendo le persone al lavoro per almeno 65/70 anni fa finta di non capire o proprio non ci arriva. Non ho intenzione di camminare su un terreno minato come quello delle pensioni, minato da anni di privilegi e saccheggi politici, fatto di pensioni d’oro e vitalizzi, di baby pensionati e via dicendo, ma preferisco concentrarmi sul presente ovvero…

 “Dobbiamo ridurre il debito pubblico, perché esso è una nube sul nostro futuro: lo dice anche Mario Draghi. Noi abbiamo fatto delle scelte difficili ma necessarie, che i politici non volevano fare”.

Ora prima di continuare a dire fesserie o avviare argomenti da bar sport, suggerisco solo una riflessione, su quella che qualcuno potrebbe definire priorità in un Paese nelle condizioni dell’Italia, cancellando la facile demagogia di chi continua a parlare di debito pubblico e salva le banche, tirando fuori quando serve…

Banche, il governo vara il fondo da 20 miliardi: salva Mps

Ehi bellezza, non è populismo o demagogia è la realtà, quando si tratta di banche si trovano subito 20 miliardi per aumentare il debito pubblico, ma si fa fatica a trovare qualche miliardo per il terremoto o dare lavoro ai giovani o migliorare il sistema pensionistico.

Su dai non fare così, loro sono specialisti nel gioco delle tre carte, suvvia non vorrai mica che ti parlino di sovranità monetaria…

L’apice si raggiunge quando l’allieva parla come il professore, ovvero se ben vi ricordate…

Mario Monti: “La Grecia è il grande successo dell’euro”

… sai le riforme, un’altro grande successo dell’euro…

Elsa Fornero: In Grecia si respira cambiamento positivo

Per chi quotidianamente si beve le camomille che i media italiani somministrano suggerisco di farsi un giretto qui…

IL PIU’ GRANDE SUCCESSO DELL’EURO 

…se non avete tempo e non basta qui…

Nella Grecia ostaggio della crisi, fra ospedali al collasso e miseria 

Roba vecchia? No un articolo della STAMPA uscito a febbraio di quest’anno, un Paese, dove le riforme hanno fatto meraviglie, a si certo nei luoghi di villeggiatura va tutto bene!

C’ un’altra curiosità che vorrei condividere…

Il 28 agosto a In Onda su La7 è andato in scena uno scambio di battute sul tema pensioni tra l’economista Emiliano Brancaccio e l’ex ministro del Lavoro del governo Monti, Elsa Fornero.

Sulle pensioni Brancaccio e Fornero hanno entrambi ragione

Brancaccio ha affermato (min. 11.30): “Noi abbiamo la più alta età di pensionamento al mondo, secondi solo a Grecia e Israele”.

Fornero ha risposto (min. 18.15): “Qual è l’età effettiva media di pensionamento oggi in Italia? Praticamente la più bassa in Europa. Meno di 63 anni”.

Hanno ragione entrambi. Brancaccio infatti parla dell’età a cui si può andare in pensione “normalmente” per legge, prendendo di mira gli innalzamenti di età che – sempre in base alla Legge Fornero, che ha legato l’età pensionabile all’aspettativa di vita – dovrebbero arrivare in futuro.

Fornero invece difende l’impianto teorico della sua riforma, facendo notare che l’età “effettiva” – cioè quella che risulta dalla media reale dell’età dei lavoratori che vanno in pensione – è ancora bassa rispetto al resto d’Europa.

Brancaccio ha ragione, in quanto in base alle statistiche dell’Ocse e della Ue (qui riassunte in un documento elaborato dal servizio previdenziale della Uil), risulta che l’Italia occupi la terza posizione dietro a Grecia e Israele.

Da noi infatti l’età pensionabile è di 66,7 anni per uomini e donne dipendenti nel settore pubblico, e per gli uomini dipendenti nel settore privato. Per le donne dipendenti nel settore privato invece si scende a 65,7 anni.

La Grecia occupa la prima posizione, con 67 anni, sia per gli uomini che per le donne. Israele ci sopravanza in quanto ad età pensionabile degli uomini (67), ma non delle donne (62).

La Germania (65,4 anni), la Francia (62), Il Regno Unito (65 per gli uomini e 62,4 per le donne), la Spagna (65,3), e tutti gli altri Paesi della Ue sono dietro all’Italia in questa classifica. Anche gli Usa (65) e altri Paesi extra Ue – ad esempio Canada (65) o Giappone (65) – sono dietro.

Ovviamente l’argomento pensioni è molto più complesso, quello che volevo condividere è che è ora di finirla di raccontare frottole, quando si vuole o quando serve, ad esempio per le mancette elettorali o per salvare qualche banca, i soldi si trovano sempre, questo Paese non fa nulla per i giovani e la Famiglia e al sottoscritto ribolle il sangue quando vede i nostri giovani lasciare il Paese e qualche furbetto raccontarvi che non c’è alternativa all’immigrazione.

Per il resto in America si prevedono meraviglie per il prossimo dato sull’occupazione sulla base del dato di ieri comunicato dalla ADP, dimenticando che spesso e volentieri è inattendibile e viene quasi sempre smentito dai dati ufficiali che verranno pubblicati venerdì.

L’accelerazione del PIL reale nel secondo trimestre è dovuto principalmente alla ripresa degli investimenti, alle scorte private e alla spesa del governo federale e ad un’accelerazione dei consumi, che ritengo farlocca, ma lascio la parola al tempo, una ripresa parzialmente compensata da una contrazione degli investimenti fissi residenziali e della spesa pubblica e statale e una decelerazione delle esportazioni e meno male che il dollaro è debole!

Ciò che conta in tutti questi dati è che non c’è alcuna traccia di inflazione ZERO ASSOLUTO! Guardandoal l’indicatore di inflazione preferito della Fed, il core PCE,  è rimasto dormiente,  aumentato dello 0,9% nel secondo trimestre, in linea con le aspettative, dopo una crescita dell’1,8% nel trimestre precedente, SOLO 0,9%!

Nel frattempo ieri Hillary Trump è andata nel Missouri a raccontare l’ennesima favola…

Trump pitches tax reform to ‘bring back Main Street’

“Siamo qui oggi per lanciare i nostri progetti per riportare Main Street al centro dell’attenzione, riducendo l’onere sulle nostre aziende e sui nostri lavoratori”, ha detto Trump a Springfield, Missouri.Il fondamento della nostra agenda di creazione di posti di lavoro è di riformare radicalmente il codice fiscale per la prima volta in più di 30 anni”.

In realtà al momento anche se c’è la promessa di una revisione fiscale, non hanno alcun piano e non sarà facile farlo passare visto quello che è successo con l’Obamacare.

I tempi come vi avevamo preannunciato nella nostra intervista ad inizio anno sono eterni, secondo il segretario del tesoro, Mnuchin, la speranza è di farla arrivare sulla scrivania del presidente Trump entro la fine dell’anno.

Nelle prossime settimane in agenda c’è il “debt ceiling” il limite del debito federale da alzare, per evitare un arresto dell’amministrazione governativa e le conseguenze dell’uragano Harvey che ha messo in ginocchio mezzo Texa e in parte la Louisiana.

Suggerisco di non abbassare la guardia, non è finita, non è affatto finita… Kim  minaccia guam, Trump chiude il dialogo

La Corea del Nord promette nuovi missili nel Pacifico dopo il lancio di ieri, che ha sorvolato i cieli del Giappone. Nel mirino torna la base militare statunitense di Guam, nell’Oceano Pacifico. Alle nuove minacce di Kim replica via twitter Donald Trump: “Il dialogo non è la risposta” scrive, “gli Usa hanno dialogato con la Corea del Nord e pagato loro denaro da estorsione per 25 anni”.

Ieri le macchinette, le slotmachine,  hanno finito il loro compito, si sono divertite per mesi, hanno raggiunto il loro obiettivo, ora incomincia il bello…