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Saprà la Merkel gestire in modo razionale l’inevitabile Italexit?

Scritto da: Maurizio Blondet
Fonte: http://www.maurizioblondet.it/sapra-la-merkel-gestire-modo-razionale-linevitabile-italexit/

“All’Italia conviene tornare alla lira”. Lo sostiene il tedesco Marc Friedrich, consulente finanziario di fama, in una intervista  a Sputnik Deutschland. Non solo l’Italia, affondata da un tasso record di debito e disoccupazione, ma “tutti i paesi del Sud Europa  starebbero meglio con una moneta sovrana invece che con l’euro. Questi ‘ paesi, con i limiti imposti dalla Banca Centrale, non vedranno mai  quell’inizio di  crescita  che permetterebbe loro di rimettersi”.

Marc Friedrich è co-autore di un saggio « Der groesste Raubzug der Geschichte », che è stato un best seller nel 2012. “Già allora dimostravamo  che l’euro non funziona.   Adesso vedo che per la prima volta, in Italia il concetto di Italexit non è più tabù”.

Cita “Alberto Bagnai dell’università di Pescara” . Ha ragione Bagnai.  “In marzo, sostenendo che l’euro collasserà comunque qualunque sia il capitale politico investito in esso,  questo professore  di economia ha sottolineato la necessità di una  uscita “controllata” dalla moneta unica, padroneggiando l’inevitabile:

“La causa più probabile –ha scritto Bagnai – sarà  il collasso del sistema bancario italiano, che trascinerà  con sé il sistema tedesco.  E’ nell’interesse di  ogni potere politico, certo  dei dirigenti europei declinanti, e probabilmente anche degli USA, gestire questo evento invece di attenderlo  passivamente”.

Parole di buon senso. Di fronte alle quali non c’è, probabilmente, il vero e proprio terrore delle  oligarchie dominanti davanti a quel che hanno fatto col loro malgoverno monetario.   Che le paralizza.  Pochi sanno che nell’eurozona, i prestiti andati a  male in pancia alle banche assommano alla cifra stratosferica di 1.092 miliardi di euro. L’Italia è la prima del disastro, con 276 miliardi di  prestiti  inesigibili; ma  la seconda è la Francia di Macron con 148 miliardi. Seguono la Spagna con 141, e la Grecia con 115. La Germania  ne cova 68 miliardi, l’Olanda 45,  il Portogallo 41.

Prima della Germania, ci seguirebbe nel precipizio la Francia – trascinandosi evidentemente giù anche l’Egemone  di Berlino.

Il rischio è passato inosservato, spiega  l’economista francese Philippe Herlin, perché si comparano questi 148  miliardi di prestiti andati a male con i bilanci delle grandi banche francesi,  il triplo del Pil nazionale  ( che ammonta a 2.450 miliardi di dollari).  Errore, perché in caso di crisi  le  cifre iscritte a bilancio sono poco o nulla mobilizzabili; “quel che conta è la liquidità, il cash, i fondi propri”. I fondi propri delle banche francesi sono 259,7 miliardi; quasi il 60 per cento (il 57) sarebbero dunque divorati dai prestiti marciti;  Herlin prevede  dunque l’uso di bad bank  riempite con il denaro dei contribuenti.  “Per ora  non c’è urgenza, al contrario dell’Italia, ma in caso di aggravamento della crisi finanziaria  (aumento dei fallimenti, un  qualunque shock finanziario)il governo sarà forzato a intervenire”.

Non riusciamo ad immaginare i sudori freddi che provoca a Berlino la prospettiva di contribuire coi risparmi  dei virtuosi  tedeschi ad una bad bank  pan-europea  da  mille miliardi. Eppure, continua Friedrich,  “se l’Italia deve restare nella UE, allora  l’economia  più forte del blocco, la Germania, deve accollarsi il  fardello delle  sovvenzioni all’Italia e agli altri Stati membri del Sud”.  Ovviamente, anche lui ritiene che l’immane compra di titoli  di debito che sta facendo la BCE  al ritmo di 60 miliardi di  euro al mese, non fa che nascondere il problema e guadagnare tempo.  Per farlo, i vertici hanno  rotto tutte le regole,  a cominciare dalle loro.  Ma  collasserà, e possiamo solo sperare che i politici responsabilmente cercheranno allora di  minimizzare i guasti e di eliminare l’euro in modo controllato. In ogni caso ciò costerà caro”.

Si potrà  contare sulla Merkel  come la politica che responsabilmente smonterà la  moneta unica in modo controllato?  E’ assorbita non tanto dalle prossime elezioni, ma dalla  strategia che ha (espresso anche a nome nostro) dopo il disastroso G7 di Taormina, e lo scontro con Trump: “Noi europei dobbiamo veramente prendere in mano il nostro destino”.   Ma  come? Per quanto erratico  e imprevedibile, in mano a pulsioni emotive incontrollate e sotto  schiaffo del Deep State che vuole la sua eliminzione (e lo sta facendo), The Donald è chiaro e costante nella sua ostilità commerciale verso la Germania, che accusa  di slealtà e di manipolazione della moneta .

Angela alle prese con le nuove sanzioni USA…

Un mese fa, il Senato Usa ha varato schiacciante maggioranza un pacchetto di nuove e draconiane sanzioni contro la Russia,  “come punizione per le  interferenze nelle elezioni americane del 2016 e per le sue aggressioni militari in Ucraina e Siria”.  Non Mosca, ma Berlino e Vienna hanno protestato, queste nuove sanzioni “non concordate, rompono la linea unitaria dell’Occidente sull’Ucraina”,   ma in realtà perché queste nuove sanzioni sono un siluro alle  ditte europee (le  tedesche Wintershall e Uniper, l’austriaca Omv, la francese Engie e l’anglo-olandese Royal-Dutch Shell) che stanno costruendo con Gazprom il NordStream 2,  investendoci 4,7 miliardi; e ciò nel quadro di una grande strategia, per cui Washington vorrebbe sostituire Mosca come fornitore energetico all’Europa gabellandoci  il suo gas di petrolio liquefatto e i prodotti della sua fatturazione idraulica: la Polonia l’ha già fatto, per  l’americanismo da neofita unito all’anti-russismo tradizionale.

Sembrava che Trump non avesse intenzione di ratificare queste nuove sanzioni; ma poi   – messo all’angolo, come un vecchio pugile, dai pugni che il Deep State gli martella allo stomaco accusandolo di essere  un agente di Mosca – “ha cambiato idea” e  le ha fatte proprie.    “Siamo  nel mezzo di una guerra economica”,  conclude Folker Hellmeyer, analista capo della Bremer Bank, “sono sanzioni contro  la Russia, ma anche contro la UE e la Germania; agiscono contro la cooperazione  eurasiatica”.  Wolfgang Büchele,  presidente della Commisisone per l’economia tedesca dell’Est, è chiarissimo: “Queste  sanzioni sono tali da ostacolare una politica energetica europea insieme indipendente e sostenibile”.

Oltretutto Trump, o chi per lui (infatti si dice che Rex Tillerson, segretario di stato, stia per dimettersi), ha spedito a Kiev come ambasciatore Usa Kurt Volker, ex diplomatico presso la NATO; uomo di McCain. Che appena arrivato è andato a   parlare alle milizie nazistoidi promettendo armamento pesante americano per vincere la guerra del Donbass. “Questo non è un conflitto congelato, è una guerra calda ed è una crisi immediata di cui dobbiamo occuparci subito”.

Aver fatto del Donbass un “conflitto congelato” è uno dei pochi successi esteri di Angela Merkel. Il discorso di Volker è dunque contro la Cancelliera e  promette una riapertura bellica della piaga ucraina in funzione antitedesca.

“…esorta la UE a imporre sanzioni  più dure alla Russia”

Orbene, cosa fa la Merkel? Secondo Reuters,”Esorta l’Unione Europea a  varare più  dure sanzioni contro la Russia”,  punitive, per via di certe grandi turbine Siemens  per la produzione di elettricità che  sono comparse in Crimea, dove non dovevano essere, perché sulla Crimea ci sono le  sanzioni; e la Siemens (che con la Russia fa 1,2 miliardi di affari l’anno) dice di essere stata ingannata dai russi,  che l’avevano assicurata che le macchine sarebbero andate in un’altra regione, non  sanzionata.

Ciascuno può constatare la demente inspiegabilità di tutto ciò. “Forse”,  ipotizza Deutsche  Wirtschaft Nachrichten, “il governo federale vuol segnalare agli americani che  sta guidando la UE alla linea dura contro la Russia. E’ dubbio che ciò porti al ritiro delle [nuove] sanzioni americane”

ttps://deutsche-wirtschafts-nachrichten.de/2017/07/25/deutschland-draengt-eu-auf-schaerfere-sanktionen-gegen-russland/

Sembra che il desiderio bottegaio di tenere il piede in tante scarpe,   non giovi alla lucidità e alla statura politica della Cancelliera in questo cruciale passo storico, dove  la Mutti  dovrebbe guidarci tutti quanti verso l’autonomia dagli Usa.  Anche perché adesso si è scoperto  che le grandi case tedesche che vendono milioni di auto negli Usa,  Audi, Bmw, Daimler, Porsche e Volkswagen,   invece di farsi concorrenza, da quasi 30 anni,  dal 1990 hanno costituito un cartello segreto per concordare i prezzi, dividersi i costi di ricerca e sviluppo (ogni società si è concentrata su   aspetti diversi  senza   doppioni), promuovere la tecnologia Diesel. Dopo il Dieselgate, la Volkswagen che falsificava i dati delle missioni inquinanti, e che  è costato alla Casa 4,3 miliardi di multe americane,   qui ci dobbiamo attendere lo scatenamento  della  virtuosa ira statunitense per questo trucco ignobile  che falsa la sacra concorrenza: i miliardi  di multe  possono essere 50, e il mercato americano può diventare   molto  chiuso  per Das Auto. 

Le sanzioni “producono una valanga  di  protezionismo, che seppellisce il libero scambio”,   piagnucola Büchele.

Già, ecco  il punto.  Siamo entrati in un’era nuova, la fine del libero scambio di cui l’export  tedesco ha tanto prosperato, anche  con i metodi truffaldini che cominciamo a scoprire; e la  Merkel   cerca disperatamente di prolungarla  ancora un po’  (fino alle elezioni…?) tenendosi buona la nuova America e  inimicandosi Mosca ancor  di più –  perché non ha un piano B, soprattutto è priva delle  doti di statista che servono per far cambiare rotta al gigante economico e nano politico tedesco  in piena tempesta.

Una persona  così, investita da tali rivolgimenti epocali,  e con una Germania prossimamente in recessione per via del “protezionismo” americano,   saprà gestire in modo controllato e razionale  la smobilitazione dell’euro?  Probabilmente   sta pensando  ad una soluzione  minima: quando verrà il collasso, salverà  la Francia  e  le sue banche, sia perché costa meno, sia perché ne ha  bisogno come vassallo e satellite, e sbatterà  nella tormenta  l’Italia.

Gentiloni: schiaffi da Macron, schiaffi dalle ONG

E qui veniamo alla qualità del  “nostro” (loro) governo.   Come uno zombi coatto, Gentiloni  continua ad appellarsi a una “Unione Europea” , a una solidarietà europea, che palesemente non esiste più. E’ stato sorpreso ed offeso da Macron che ha riuniuto i due contendenti libici ad un tavolo a  Parigi, “tagliandoci fuori”? Ma  persino Di  Maio  aveva proposto a Gentiloni ed Alfano di farlo, mesi fa,   ma Gentiloni no: lui ancora non ha preso atto che a vincere in Usa non è stata la sua Hillary,   è rimasto senza ordini, quindi lui non parla con  Haftar (che ha con sé Mosca e il Cairo, e adesso anche Parigi) ma con Sarraj, “riconosciuto dalla comunità internazionale”. Una  comunità internazionale perlomeno fantomatica, ormai.  Impagabile, il Mattarella dal Quirinale ha  rigettato con orgoglio i suggerimenti di Orban e  implorato la “europeizzazione dell’accoglienza e dei rimpatri e la predisposizione dei canali di  immigrazione”,   perché “Solo un’Europa coesa potrà concorrere con efficacia a far valere i propri valori e a determinare gli equilibri mondiali”.

 

L’AGENDA ROSSA DI BORSELLINO / E’ STATA GESTITA DAL PM ANNA MARIA PALMA ? ECCO UNA PISTA

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2017/07/22/lagenda-rossa-di-borsellino-e-stata-gestita-dal-pm-anna-maria-palma-ecco-una-pista/

Un magistrato della procura di Caltanissetta è entrato in possesso dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Si tratta di Anna Maria Palma, il pm che ha costruito, con altri due colleghi, il pentito Vincenzo Scarantino, con la collaborazione del super ispettore di polizia Arnaldo La Barbera.

E’ la clamorosa rivelazione fatta, nel corso della presentazione del libro “I Boss di Stato”, avvenuta a Napoli, dalla sua autrice, la giornalista Roberta Ruscica.

Anna Maria Palma. In apertura Paolo Borsellino e sullo sfondo la strage di via D'Amelio

Anna Maria Palma. In apertura Paolo Borsellino e sullo sfondo la strage di via D’Amelio

Tutto ciò mentre ancora bruciano come il fuoco le parole pronunciate dalle figlie di Paolo, LuciaFiammetta Borsellino, la prima davanti al Csm, la seconda innanzi alla Commissione parlamentare Antimafia. Un omicidio di Stato, poi depistaggi di Stato e ancora oggi una nebbia che sa tanto di collusioni istituzionali e volontà di affossare tutto, per l’ennesima volta. Ma per fortuna che la famiglia Borsellino ha deciso di vendere cara la pelle, in memoria del quotidiano eroismo paterno e di un senso civico che non può morire.

QUELLA PALMA DEI MISTERI 

Ma partiamo dalla notizia bomba.

27 giugno, ore 18, libreria Mondadori Mook di piazza Vanvitelli a Napoli. Roberta Ruscica, scrittrice e giornalista d’inchiesta, già collaboratrice per il Corriere della Sera e Sette, presenta il suo libro edito da Sperling & Kupfer, “I Boss di Stato – I protagonisti, gli intrecci e gli interessi dietro la trattativa Stato-Mafia”.

A moderare il dibattito Sandro Ruotolo, protagonisti della discussione i magistrati Antonio Esposito, già presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione e Simona Di Monte della Procura generale di Napoli. Un volume denso di storie, con diversi particolari inediti, soprattutto sul fronte delle complicità istituzionali nella famigerata trattativa che però, nel processo attualmente in corso, rischia di esplodere come un tric trac.

Roberta Ruscica. In basso il suo libro

Roberta Ruscica. In basso il suo libro

Ma nel dibattito, e soprattutto nell’intervento di Ruscica, fanno capolino non poche notizie da novanta. Una su tutte. Ecco cosa ricostruisce la giornalista: “Ho lavorato per diversi anni a Caltanissetta e a Palermo. E ho seguito molto da vicino l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio e visto nascere il pentito Scarantino. Devo dire in tutta sincerità che, col senno di poi, mi sono sbagliata anch’io. Ero convinta di quanto mi diceva Anna Maria Palma, ero profondamente convinta di quella pista, ero convinta di quell’esito giudiziario”.

E poi: “Sono diventata se così si può dire amica di Anna Palma, ho frequentato alcune volte la sua casa, la stimavo per il suo lavoro. Eravamo arrivate a un punto tale di confidenza che un giorno mi disse che era entrata in possesso dell’agenda di Borsellino. Un fatto al quale non potevo credere, ma lei me lo disse con estrema naturalezza”.

Boom.

DI TUTTI I COLORI 

Attenzione però ai colori. Perchè di agende Borsellino ne aveva addirittura tre. Una marrone, una grigia e una rossa.

Nella prima, cosiddetta ‘itinerante’, annotava tutti i numeri di telefono e gli indirizzi; nella seconda, la grigia, era solito segnare tutte le questioni di carattere legale, le udienze, i processi, le scadenze. La terza, quella rossa, entra invece in campo solo pochi mesi prima della morte, e viene riempita di dati e notazioni, in modo quasi ossessivo, soprattutto dopo la strage di via Capaci.

libro ruscicaCosì la descrive il figlio, ispettore di polizia a Cefalù, Manfredi Borsellino: “Scriveva costantemente. Un’agenda a mio modo di vedere dedicata al suo lavoro, per inserire atti processuali, spunti investigativi, tutto quello che riguardava le indagini. Non era un diario, ma qualcosa di più. Era anche un modo per proteggerci senza renderci depositari di segreti scomodi. Chiunque ha avuto in mano quell’agenda sicuramente non ha avuto bisogno di giorni per intuirne il contenuto e, visto l’uso esclusivo, ritengo che in uno scenario di guerra come quello di via D’Amelio, siano bastati tempi rapidissimi per capire la portata del contenuto, anche aprendo una sola pagina. Se l’avessimo avuta probabilmente non sarebbe accaduto nulla di quello che è avvenuto poi, anche con innocenti che hanno pagato per qualcosa che non avevano fatto”. Il riferimento è ai condannati che hanno scontato anni di galera da innocenti sulla scorta delle verbalizzazioni del pentito taroccato Scarantino.

Riprendiamo il filo del ragionamento in base ai ‘colori’. I figli di Borsellino hanno ritrovato l’agenda grigia, quella dove il magistrato annotava telefoni, indirizzi, appuntamenti. Lucia e Manfredi, in particolare, l’hanno consegnata ad Anna Maria Palma. A questo proposito ha detto Lucia: “Visto quanto accaduto nella storia di questo Paese, chiesi espressamente che ne facessero delle fotocopie e che acquisissero quelle, ma che l’originale ci fosse restituito”.

Passiamo per un momento all’agenda marrone. Osserva Manfredi: “quanto ci fu riconsegnata la borsa di mio padre c’erano alcune parti annerite e al suo interno c’erano diversi oggetti tra cui l’agenda marrone. Presentava alcune parti annerite, un po’ sporche, ma le condizioni erano quasi perfette. Per questo credo che l’altra agenda, quella rossa, che era sicuramente dentro la borsa, si sarebbe dovuta preservare”.

DA AYALA AD ARCANGIOLI FINO A LA BARBERA

Arnaldo La Barbera

Arnaldo La Barbera

Ma che percorso avrà mai fatto? Da quali mani a quali mani è mai passata?

Sicuramente in quei tragici momenti del dopo attentato è transitata per almeno quattro mani. Il primo a vedere la borsa, a quanto pare, è stato il magistrato e collega Giuseppe Ayala (poi deputato dei Ds), il quale poi l’avrebbe consegnata, con l’agenda rossa all’interno, al colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli. Che per questa storia è stato indagato e processato per il reato di furto con l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa, ma poi prosciolto per ‘non aver commesso il fatto’. C’è stato anche un faccia a faccia tra i due, Ayala e Aracangioli, che però non ha chiarito il giallo.

Sembra che la borsa, evidentemente ripulita, sia stata poi ricollocata nell’auto.

Non meno controversa la riconsegna della borsa alla famiglia. Ecco le parole di Manfredi: “nessuno ci chiese perchè attribuivamo tanta importanza all’agenda rossa. Quando l’allora capo della Mobile Arnaldo La Barbera ci ridiede la borsa e vedemmo che l’agenda non c’era e chiedemmo conto della cosa, si irritò molto. Sembrava che gli interessasse solo sbrigarsi e che gli stessimo facendo perdere tempo. Praticamente disse a mia sorella Lucia che l’agenda non era mai esistita e che farneticava. Usò dei modi a dir poco discutibili e anche quell’atto era irrituale. Non ricordo di aver firmato alcun verbale di restituzione né lo ritrovammo, poi, firmato da me o da altri della famiglia. La Barbera ci disse solo di prendere per buono quello che ci stavano dando perchè era tutto quello che c’era dentro la borsa”.

Rincara Lucia: “Io mi lamentai della scomparsa dell’agenda e chiesi che fine avesse fatto. La Barbera escluse che ci fosse stata e mi disse che deliravo. Quando gli manifestai il mio fastidio mi disse che avevo bisogno di aiuto psicologico. Io me ne andai anche sbattendo la porta”.

Non è arrivato il momento di stabilire in quali mani sia poi finita l’agenda rossa? E chi l’abbia gestita? Uno o più d’uno? Perchè – oggi – la magistratura non batte un colpo, soprattutto dopo le durissime accuse di Lucia e Fiammetta Borsellino?

IL J’ACCUSE DI FIAMMETTA BORSELLINO

E’ il caso di rileggerle, alcune tra quelle parole di fuoco che reclamano solo giustizia, dopo 25 anni di colossali menzogne e depistaggi di Stato. Così parla Fiammetta, nell’intervista al Corriere della Sera:

“Questo abbiamo avuto: un balordo della Guadagna (Scarantino, ndr) come pentito fasullo e una Procura massonica guidata all’epoca da Gianni Tinebra che è morto, ma dove c’erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo, altri…”.

A proposito di Di Matteo: “So che dal 1994 c’è stato pure lui, insieme a quell’efficientissimo team di magistrati. Io non so se era alle prime armi. E comunque mio padre non si meritava giudici alle prime armi”.

Il rimprovero più forte: “ai magistrati in servizio al momento della strage di via Capaci di non aver mai sentito mio padre nonostante avesse detto di voler parlare con loro. Dopo via D’Amelio, riconsegnata dal questore La Barbera la borsa di mio padre pur senza l’agenda rossa, non hanno nemmeno disposto l’esame del Dna. Non furono adottate le più elementari procedure sulla scena del crimine. Su via D’Amelio passò la mandria dei bufali”.

Manfredi BorsellinoIn sintesi, per Fiammetta “sono stati venticinque anni di schifezze e menzogne”. “All’Antimafia consegnerò inconfutabili atti processuali da cui si evincono le manovre per occultare la verità sulla trama di via D’Amelio”.

Riusciamo a sperare che da Rosy Bindi & C. possa arrivare uno spiraglio, finalmente, di luce? Staremo a vedere.

Nei link in basso potete leggere una serie di articoli scritti dalla Voce, e in particolare da Sandro Provvisionato, relativi soprattutto alla creazione e gestione del pentito taroccato Scarantino. Costato – come denuncia Fiammetta – carcere a innocenti, anni persi in indagini fasulle e giustizia a farsi benedire. O maledire.

Coscienza: come la mente altera la realtà

Fonte: http://www.naturalhealth365.com/consciousness-reality-2257.html
Traduzione Cristina Bassi per: www.thelivingspirits.net

“Il nostro mondo non è come appare. Piuttosto che un ambiente concreto ed oggettivo, è una “realtà virtuale” e una simulazione, piu’ simile ad un video game”.

(Natural News) Per il ricercatore della coscienza, Tom Campbell, il nostro mondo non è come appare. Piuttosto che un ambiente concreto ed oggettivo, Campbell sostiene che il mondo sia in verità una “realtà virtuale” e una simulazione, molto piu’ simile ad un video game.

Sentiamo spesso dire che le cose “non sono come appaiono”, giusto? Bene per molti fisici la risposta si è giusto fatta piu’ chiara.

Tutta la realtà si basa sulla coscienza

Campbell si batte per parlare delle molte domande senza risposta, attualmente presenti nella scienza e per esplorare il nostro scopo e collegamento ad una realtà piu’ grande, che chiamiamo “Il grande quadro”

Secondo Campbell, l’universo fisico è generato da una simulazione basata sulla probabilità, ovvero non basata sulla materia. Di fatto Campbell sostiene che ci sono multiple cornici di Realtà Virtuale, in cui noi esistiamo simultaneamente

E questo concetto, che Campbell chiama il cambio del paradigma, sta venendo accettato nell’area della fisica digitale e della fisica quantistica. Anche se il tutto risuona come un eco di antiche credenze articolate dai mistici, dai saggi e dagli shamani, Campbell dice che la sua teoria puo’ essere scientificamente verificata con degli esperimenti.

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Il nuovo paradigma di Campbell contempla esperienze paranormali, inclusa la precognizione, l’esperienza fuori dal corpo, i viaggi nel tempo e le esperienze pre-morte, che possono essere percepite come normali.

Dato che la nostra coscienza è già fuori dal corpo, non abbiamo bisogno di uscire dal corpo , ma di entrare nella nostra coscienza, fa notare Campbell.

Cooperazione, passione e amore sono necessari per la evoluzione

Gli esperimenti di meccanica quantistica suggeriscono che viviamo in una realtà computerizzata e la nostra coscienza è il computer. “Ad un certo punto” dice Campbell, “la coscienza diventa auto-consapevole.”

Ma, se la nostra comprensione resta frammentata causa le nostre credenze limitanti, anche la nostra realtà lo sarà.

Le persone vogliono che il mondo si basi sui fatti e che il materialismo sia la “giusta” teoria dell’esistenza, fa presente Campbell.

Ma – dice- questa visione può essere temporanea, ed il materialismo è una fase che la gente sta attraversando attualmente.

In realtà (senza fare giochi di parole) tutta la questione della nostra esistenza, dice Campbell, è amore. Il suo credo è che la realtà sia un sistema di allenamento, o un “allenatore”, e lo scopo del tutto è aiutarci a diventare grandi e trasformarci in amore.

“Siamo qui per diventare amore”

Chi è Thomas Campbell: un fisico, ricercatore della coscienza, autore e conferenziere internazionale, che ricerca sugli stati alterati di coscienza dal 1970, anno in cui creò esperimenti al Monroe Laboratories (di Bob Monroe) . E’ autore di :“My Big TOE,” una trilogia pensata per rivelare la sua teoria del tutto e per fare da ponte tra la metafisica e la fisica, con comprensione scientifica

 

Cina: a Gibuti la prima base militare di Pechino all’estero

Fonte: http://www.asianews.it/notizie-it/Cina:-a-Gibuti-la-prima-base-militare-di-Pechino-all’estero-41275.html

Il ruolo principale della base è quello di sostenere le navi da guerra cinesi impiegate nella regione nelle operazioni anti pirateria. Anche Stati Uniti, Francia e Giappone hanno basi militari permanenti a Gibuti. L’ex colonia francese si trova in posizione strategica offrendo un accesso allo stretto di Bab el-Mandeb che collega il Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez e il Mar Rosso al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano. Una delle corsie marittime commerciali più importanti del mondo in particolare per il petrolio.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La Cina ha spedito delle truppe a Gibuti istituendo così la sua prima base militare all’estero. Ieri due navi da guerra cinesi hanno lasati di stanza. Oggi un editoriale sul quotidiano ufficiale Global Times sottolinea l’importanza strategica della nuova base militare di Gibuti nel Corno d’Africa. Lo stesso quotidiano afferma che il ruolo principale della base è quello di sostenere le navi da guerra cinesi impiegate nella regione nelle operazioni anti pirateria e umanitarie.

Le truppe cinesi hanno già marciato in parata nella giornata dell’indipendenza di Djibouti il ​​27 giugno scorso per celebrare l’anniversario per i 40 anni dalla fine della dominio francese nel Paese del Corno d’Africa .

Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese Geng Shuang ha descritto l’inaugurazione della base come parte degli sforzi in corso per aiutare la pace e la sicurezza nella regione africana. “Le forze navali cinesi sono presenti nelle acque al largo della Somalia, nel Golfo di Aden per condurre missioni di protezione e di scorta delle navi mercantili dal 2008”, ha dichiarato Geng. “La base militare aiuterà la Cina ad adempiere meglio agli obblighi internazionali nel condurre missioni di accompagnamento e assistenza umanitaria. Contribuirà anche a promuovere lo sviluppo economico e sociale a Gibuti”.

La Cina ha ampliato i suoi legami militari in tutta l’Africa negli ultimi anni. Secondo una relazione del Consiglio europeo sulle relazioni estere (Ecfr), la cooperazione con l’Africa sulla pace e la sicurezza è ora una “parte esplicita della politica estera di Pechino”. Più di 2.500 soldati e ufficiali di polizia cinesi sono già ora impiegati come caschi blu dell’Onu in tutto il continente africano, con le maggiori presenze nel Sud Sudan (1.051), Liberia (666) e Mali (402).

Anche Stati Uniti, Francia e Giappone hanno basi militari permanenti a Gibuti. L’ex colonia francese che ha una popolazione di meno di un milione di abitanti è in posizione strategica offrendo un accesso allo stretto di Bab el-Mandeb che collega il Mar Mediterraneo attraverso il Canale di Suez e il Mar Rosso al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano. Una delle corsie marittime più importanti del mondo per il petrolio.

Quando agli affari sui migranti ci pensano le aziende pubbliche e private

Fonte:http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/

A fare affari milionari con l’“accoglienza” migranti in Italia non ci sono solo pseudocooperative e false onlus, ma anche più o meno note aziende di costruzione e perfino una società per azioni interamente controllata dal governo. E’ quanto emerge dalla “Relazione sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto al fine di fronteggiare le esigenze straordinarie connesse all’eccezionale afflusso di stranieri nel territorio nazionale (Anno 2015)” presentata il 13 marzo 2017 dal ministro dell’Interno Marco Minniti alla Presidenza del Senato della Repubblica.

Il consuntivo finanziario 2015 relativo al finanziamento dei centri governativi e delle strutture temporanee destinate all’ospitalità e/o all’identificazione, detenzione ed espulsione dei migranti soccorsi in mare, ha avuto un’assegnazione di bilancio pari a 610.045.927 euro. “Ciò ha coperto le spese per l’attivazione, la locazione, la gestione dei centri di trattenimento e di accoglienza per stranieri irregolari; le spese per interventi a carattere assistenziale, anche al di fuori dei centri e quelle per studi e progetti finalizzati all’ottimizzazione ed omogeneizzazione della gestione”, spiega il ministro Minniti. Più specificatamente, le somme messe a bilancio sono state utilizzate per un importo pari a 127.271.248 euro per finanziare la gestione dei centri governativi, la locazione o l’occupazione di alcuni stabili adibiti a CARA o CIE e le spese in economia come utenze, trasporti o altro. La restante parte, pari a 482.774.679 euro, è stata invece utilizzata per la “gestione delle strutture temporanee di accoglienza attivate su tutto il territorio nazionale a seguito dell’operazione Mare Nostrum e dell’Intesa sancita in Conferenza Unificata dell’1 luglio 2014, con la quale è stato approvato il Piano nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini adulti, famiglie e minori stranieri non accompagnati”. Il ministro dell’Interno lamenta poi che l’attivazione di nuove strutture per l’accoglienza temporanea in tutto il territorio nazionale, poiché non supportata da un “adeguamento proporzionale delle risorse finanziarie”, ha generato nel bilancio 2015 un debito pari a 211.529.585 euro. Conti alla mano, la spesa governativa per la gestione di CARA e CIE, due anni fa, è stata di 821.575.512 euro. Non poco, considerate le pessime condizioni di vita di migliaia di “ospiti” all’interno della maggior parte dei centri attivati.

Una percentuale non irrilevante del budget è stata destinata alle cosiddette “spese infrastrutturali”, relative cioè alla “costruzione, acquisizione, completamento, adeguamento, ristrutturazione e manutenzione straordinaria di immobili e infrastrutture destinati a centri di identificazione ed espulsione, di accoglienza per gli stranieri irregolari e richiedenti asilo”. Si tratta complessivamente di una spesa di 37.136.488 euro; gli interventi di maggiore rilievo – riporta il ministero – hanno riguardato i lavori di ristrutturazione ed adeguamento funzionale dell’ex caserma “Serini” di Brescia (5.110.000 euro), la realizzazione di una nuova rete di perimetrazione presso il CARA di Foggia (3.168.600 euro); l’adeguamento funzionale dell’ex Consorzio ASI a Siracusa (3.497.934 euro); i lavori di ristrutturazione del “Villaggio” di San Giuliano di Puglia, Campobasso (1.289.475); quelli della “palazzina E” presso l’ex caserma “Cavarzerani” di Udine, da “utilizzare anche in relazione ai flussi migratori in arrivo alle frontiere terrestri” (1.500.000); i lavori di ristrutturazione e manutenzione straordinaria presso il CDA/CARA di Isola di Capo Rizzuto, Crotone (1.723.968); per le “esigenze di allestimento e di funzionalità degli hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa e di Pozzallo, Ragusa (1.200.000 euro); l’adeguamento delle ex caserme “Gasparro” di Messina (709.528 euro) e “Monti” di Pordenone (460.000); i lavori di manutenzione straordinaria presso l’ex caserma di Oderzo, Treviso (830.000); l’adeguamento del “Villaggio del fanciullo” di Barletta – Andria Trani (756.460). La tabella ministeriale riporta infine il trasferimento di 620.000 euro al fondo “Lire UNRRA” per i lavori di ristrutturazione ed adeguamento funzionale dell’immobile sito a Saint Pierre (Aosta), da adibire a centro di accoglienza per migranti.

Le cronache di questi mesi hanno documentato con dovizia di particolari il malaffare e la malagestione all’interno di alcune delle infrastrutture e degli immobili riconvertiti a centri: nel corso dell’inchiesta Mafia capitale, gli inquirenti hanno documentato come Luca Odevaine, già uomo di punta del tavolo di coordinamento nazionale sull’immigrazione del Ministero dell’Interno, poi arrestato e condannato per favori e mazzette con le maggiori coop della malaccoglienza, prefigurasse per il realizzando “Villaggio” di San Giuliano di Puglia, un modello di gestione, occupazionale e clientelare dello stile CARA di Mineo (Catania), forse l’esempio più emblematico delle trame criminali che ruotano attorno all’affaire migranti in Italia. Altrettanto inquietanti le vicende giudiziarie che hanno interessato il CARA-lager di Borgo Mezzanone, Foggia (meno di un mese fa il Viminale ha comunicato la revoca della gestione del centro alla cooperativa Senis Hospes di Senise dopo aver accertato le drammatiche condizioni di vita a cui sono sottoposti gli “ospiti”) o del Centro di Isola di Capo Rizzuto, altro inferno per migranti ma vero e proprio paradiso per gli affari di personaggi strettamente legati alle cosche criminali e mafiose locali.

Nella sua relazione al Senato, il ministro Minniti si sofferma anche su uno dei capitoli meno noti dell’affaire migranti, quello relativo alla stipula, in data 28 maggio 2015, di un’apposita Convenzione Quadro tra il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale e INVITALIA S.p.A., l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia. Con l’obiettivo di “fornire il supporto per migliorare il sistema delle strutture per l’accoglienza e il soccorso dei migranti”, la Convenzione affida ad INVITALIA le funzioni di Stazione Appaltante o di Centrale di committenza del Ministero dell’Interno e delle sue articolazioni periferiche (le Prefetture) per le attività di “progettazione e realizzazione di interventi di adeguamento strutturale e impiantistico” degli immobili da destinare all’accoglienza. Per lo svolgimento di queste funzioni, nell’esercizio di bilancio 2015, il Ministero ha assegnato a INVITALIA la somma di 488.000 euro.

Per la cronaca, la S.p.A. del Ministero dell’Economia convenzionata con il Viminale, è presieduta dall’avvocato Claudio Tesauro, contestualmente presidente di Save the Children Italia Onlus e già legale delle holding industriale General Electric ed assicurative Generali-INA, nonché membro del consiglio di amministrazione di TNT Post Italia S.p.A. e, sino al 2013, del board di Save the Children International. Alla vigilia della stipula della Convenzione INVITALIA-Ministero dell’Interno, Save the Children Italia conduceva per conto del Viminale e delle Prefetture il progetto Presidium, in partnership con le organizzazioni internazionali OIM, UNHCR e la Croce Rossa Italiana. Nello specifico gli operatori di Presidium fornivano consulenze e informazioni ai migranti in occasione degli eventi di sbarco, valutavano gli standard di accoglienza dei centri presenti nel territorio nazionale e assicuravano il “supporto alle competenti Autorità al momento dell’identificazione dei minori non accompagnati in arrivo via mare”.

Più di un’ombra ed esiti contradditori sono stati registrati durante gli interventi INVITALIA di “progettazione e realizzazione strutturale” degli immobili destinati alle finalità di controllo sicuritario e “accoglienza”. Il 20 ottobre 2015, ad esempio, fu pubblicato il bando di gara per realizzare nei porti di Taranto e Augusta (Siracusa) due nuovi centri hotspot per le operazioni di prima assistenza e identificazione delle persone provenienti da Paesi terzi. Mentre la struttura di Taranto per circa 400 “ospiti” è stata attivata nel marzo 2016 con tende e container all’interno di un parcheggio dell’area portuale, l’hotspot nel porto commerciale di Augusta non è stato ancora realizzato: nel febbraio dello scorso anno, infatti, il Viminale ha sospeso “in via cautelare e temporanea” il procedimento amministrativo relativo alla gara d’appalto del lotto 2 dell’hotspot. Il provvedimento segue gli esposti presentati da alcuni parlamentari e amministratori locali e l’inchiesta avviata dalla Procura della repubblica per verificare la legittimità del bando di gara. Per l’hotspot di Augusta si prevedeva una spesa complessiva di 1.955.480 euro; il progetto però sarebbe sfornito delle obbligatorie autorizzazioni dell’Autorità portuale, titolare dell’area destinata alla semidetenzione dei migranti, né sarebbe stata presentata dal committente alcuna richiesta di concessone demaniale.

Non è andata meglio a Messina, dove nel febbraio 2016, INVITALIA aveva prima pubblicato un bando di gara per le “attività di rilievo e progettazione esecutiva e funzionale per adeguare il sistema di immobili all’interno dell’ex Caserma Gasparro a centro di accoglienza per migranti” (138.000 euro) e successivamente la gara per l’avvio dei lavori di realizzazione di una vera e propria zinco-baraccopoli al suo interno. Dopo un lungo e controverso iter segnato da annullamenti e ricorsi al TAR, l’affidamento dell’appalto è stato formalizzato il 6 febbraio scorso: una piccola azienda siciliana eseguirà i lavori per 1.249.550 euro + IVA, con un ribasso di circa il 35,3% rispetto al valore complessivo a base d’asta di 1.932.000 euro.

Sempre nella primavera 2016, INVITALIA ha pubblicato un bando per la fornitura e posa in opera, comprensiva di trasporto, installazione e montaggio per la realizzazione della recinzione e lavori accessori all’interno dell’area da destinarsi ad hotspot per migranti presso il Residence degli Aranci di Mineo (importo 1.932.000 euro). L’intervento maturava proprio nei mesi in cui si formalizzavano gli esiti dell’inchiesta della Procura di Catania sulla malagestione del centro per richiedenti asilo di Mineo, con il rinvio a giudizio di politici, funzionari, amministratori e titolari delle imprese e delle coop che hanno gestito in questi anni il CARA.  Mentre da più parti è stata richiesta con forza la chiusura definitiva della maxi-struttura del Calatino, è doveroso evidenziare che i lavori di recinzione promossi da INVITALIA hanno interessato un residence (già utilizzato dai Marines Usa di stanza nella base di Sigonella) di proprietà di una grande società di costruzioni nazionali, la Pizzarotti S.p.A. di Parma. Come appurato dagli inquirenti, per il canone di locazione del complesso immobiliare, l’ente gestore ha sottoscritto contratti annuali a favore della Pizzarotti per 4,5 milioni di euro + IVA. “Quanto alla manutenzione della struttura, il contratto di locazione triennale dell’aprile 2014 tra Consorzio calatino e Pizzarotti S.p.A., prevede l’impegno del conduttore di restituire l’immobile in buono stato locativo con obbligo di risarcimento di ogni danno provocato dagli ospiti”, evidenzia la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sistema d’accoglienza nella sua recente relazione sul CARA di Mineo. “Al riguardo, però, non può non evidenziarsi un’ulteriore criticità connessa al fatto che la società Pizzarotti è anche componente dell’ATI che ha ottenuto la gestione del Centro, nella quale le viene riconosciuto un aggio pari all’8,93% del valore contrattuale per il servizio di gestione e manutenzione ordinaria della struttura. In definitiva, una cattiva manutenzione ordinaria, potrebbe determinare l’aggravamento di danni per i quali, poi, la Pizzarotti, anche al termine della locazione, potrà chiedere il ripristino o il risarcimento”.

L’intervento di INVITALIA nella progettazione e realizzazione di nuove infrastrutture pro-accoglienza è stato segnato di recente dalla pubblicazione di due nuovi bandi milionari: quello per riconvertire e adeguare un edificio del comune di Trinitapoli (Bitonto) in centro per migranti (15 dicembre 2016) e quello per l’affidamento del servizio di “fornitura e posa in opera, comprensiva di trasporto, istallazione, montaggio, manutenzione e smontaggio finale per la realizzazione di una struttura temporanea costituita da moduli prefabbricati presso il Porto di Reggio Calabria” (19 maggio 2017), con un importo di gara di 1.382.935 euro.

L’ottobre scorso, INVITALIA ha rafforzato la propria collaborazione con il Ministero dell’Interno nelle politiche di gestione dei flussi migratori, firmando una convenzione per la definizione del bando per l’affidamento del servizio di mediazione linguistico-culturale destinato alla Polizia di Stato, da effettuare nelle fasi di soccorso ed identificazione dei migranti sbarcati sul territorio italiano. “Tra i principali obiettivi del servizio c’è quello di favorire la comunicazione tra stranieri e operatori della Polizia di Stato e di facilitare le attività degli Uffici Immigrazione delle Questure nelle procedure di identificazione degli stranieri, compilazione delle istanze di protezione internazionale e nel rilascio dei permessi di soggiorno o altri provvedimenti che si rendano necessari”, spiega in una nota la S.p.A. presieduta da Claudio Tesauro. “INVITALIA offrirà alla Direzione Centrale dell’Immigrazione del Ministero un servizio di committenza ausiliaria per l’attuazione delle procedure di appalto, svolgendo attività di definizione della cornice normativa dell’intervento; predisposizione dei documenti di gara; supporto all’aggiudicazione definitiva ed alla stipula del contratto”.

GIALLO PANTANI / ANCORA APERTO, NONOSTANTE LE PROCURE E STEFFENONI

Autore: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/2017/06/28/giallo-pantani-ancora-aperto-nonostante-le-procure-e-steffenoni/

--PANTANI

Come mai il fascicolo Pantani giace da dieci mesi sulla scrivania di un pm della procura antimafia di Napoli a far polvere? Perchè passano i mesi e non è possibile vedere alcuno spiraglio di luce su quella clamorosa operazione della camorra per taroccare il Giro d’Italia del 1999? Cosa si aspetta a mettere insieme le tessere del mosaico per portare alla sbarra i responsabili e organizzatori di quella combine mostre da 200 miliardi di vecchie lire costata cinque anni dopo la vita a Marco Pantani?

A settembre, poi, la Cassazione si dovrà pronunciare sulla tragica fine del Pirata, quel 14 febbraio 2004: un San Valentino che finì nel sangue, anche stavolta firmato dalla camorra. Sarà in grado la suprema Corte di ribaltare l’assurda sentenza di archiviazione secondo la quale Pantani si sarebbe suicidato nelle condizioni più incredibili e rocambolesche?

Intanto esce un libro, per Chiarelettere, “Il caso Pantani – Doveva Morire”, firmato dal criminologo Luca Steffenoni, che dimentica questi due fatti base, l’inchiesta della procura di Napoli e la prossima sentenza di Cassazione, dando tutto per finito: “I giochi sono fatti e cala mestamente il sipario sulla vicenda del Pirata. Se giustizia mai ci sarà, non potrà venire dall’aula di un tribunale”.

Fa bene, Steffenoni, a essere quanto meno scettico sulla credibilità della giustizia di casa nostra: ma perchè – sorge spontanea la domanda – omettere le uniche due ‘notizie’, dal momento che tutto il resto che racconta è solo un dejà vu?

Cerchiamo di riepilogare i fatti.

MADONNA, FATE LUCE

Partiamo dal giallo di Madonna di Campiglio, la tappa del Giro d’Italia al centro dei misteri. La procura di Forlì – che pure ha raccolto una marea di elementi in grado di dimostrare la combine – alla fine archivia. E’ lo stesso procuratore capo Sergio Sottani a gettare il colpo di spugna: ci sono una serie di elementi probanti, ma non è stata raggiunta la prova finale. Che vuol dire?

Che fine fa la montagna di prove raccolte dalla stessa procura e partite dalla verbalizzazione di Renato Vallanzasca? Poi confermata da un pentito di camorra, Rosario Tolomelli? Quindi ribadita da altri boss di calibro?

steffenoni libro pantaniSolo notizie de relato, è la giustificazione che arriva da Forlì. Osserva un agente di polizia di Rimini: “nelle nostre procure di camorra non ne capiscono niente. E’ per questo che i magistrati non hanno neanche compreso di quale tenore fosse l’intimidazione fatta dai camorristi ai tre medici che poi hanno alterato la provetta con il sangue di Pantani”.

Ebbene, alla fine la procura di Forlì archivia. Ma c’è ancora un barlume. Sperare in una procura che di camorra qualcosa mastichi e soprattutto abbia una memoria storica di molti fatti. E che caso mai si sia trovata già ad avere a che fare con certi boss & pentiti.

A questo punto l’avvocato della famiglia Pantani, Antonio De Rensis, nonostante la bastonata dell’archiviazione di rito forlivese, non si dà per vinto e parte al contrattacco. E’ agosto 2016, presenta un esposto-denuncia alla procura partenopea, recapitolando i fatti e soprattutto ponendo in risalto il ruolo attivo giocato nel giallo Pantani dalla camorra con le sue scommesse milionarie.

A questo punto Napoli non può non aprire un fascicolo, affidato ad uno dei pm più esperti della Direzione Distrettuale Antimafia, Antonella Serio, che per alcuni anni ha lavorato, insieme ad altri inquirenti, nel pool condotto da Vincenzo Piscitelli.

Un paio di mesi fa abbiamo chiesto al pm Serio come stanno le cose. “Abbiamo sulla scrivania il fascicolo, del quale non posso dire nulla per evidenti ragioni. Ma le assicuro che stiamo lavorando. Il procuratore capo tiene molto all’inchiesta”. Si vede.

Si tratta dell’attuale numero uno della procura, il facente funzione Nunzio Fragliasso, subentrato a Giovanni Colangelo ad inizio anno e in attesa del nuovo numero uno, da scegliere tra il ‘ministeriale’ Giovanni Melillo e l’attuale procuratore capo di Reggio Calabria Cafiero de Raho.

La Voce ha scritto svariate inchieste sul giallo Pantani e più volte (vedi i link) ha dettagliato le incredibili tappe di Madonna di Campiglio, a partire dalle parole di Renato Vallanzasca che squarcia il velo fornendo ampi dettagli sulla combine. A seguire la tante verbalizzazioni che però, incredibilmente, non bastano. Come del resto quelle di non pochi personaggi dell’entourage sportivo.

Poi altre paradossali circostanze: prima fra tutte la presenza – venuta alla luce quasi per caso – quale capo del team medico per i prelievi di Wim Jeremiasse, il super esperto olandese che esclama appena conosciuto l’esito delle analisi “oggi lo sport è morto”. E lui stesso morirà pochi mesi dopo in un misteiroso incidente d’auto, finendo dritto in un lago ghiacciato austriaco. La forza del destino…

Ma di tutto questo gli inquirenti di Forlì se ne sono altamente fregati. Cosa farà il pm Serio?

E, soprattutto, vorrà allargare e approfondire quel solco di indagini del resto già effettuate pur se poi buttate nel dimenticatoio?

SE SON LE ROSE FIORIRANNO

Passiamo al secondo giallo. Quello del residence Le Rose di Rimini dove è stato ucciso Marco. La procura di Rimini lo nega, la Voce lo ha scritto più volte, basandosi anche stavolta sulla monumentale sfilza di prove, così come raccolta dall’avvocato De Rensis, il quale parla senza peli sulla lingua di almeno ‘200 anomalie‘ nel corso delle indagini.

Un’inchiesta condotta con i piedi, ‘scientificamente’ sbagliata, contenente errori macroscopici, come – per dirne una sola – l’inquinamento della scena del crimine lasciando addirittura in un cestino per la spazzatura l’involucro di un cornetto di gelato. Una prova dimenticata – pare si trattasse di un Algida, forse a ricordare le mani della camorra nella distribuzione di quella marca negli anni ’80 a Napoli – o un passatempo per gli investigatori, intenti a fare il delicatissimo sopralluogo e a gustare un cornetto?

Tutto ok, invece, secondo l’imperturbabile Steffenoni. Che nel prologo rassicura, a proposito di quella inchiesta: “possibile che sia stata fatta male, chiusa in modo frettoloso o addirittura in odore di complotto? Niente di tutto questo. Le indagini, compatibilmente con la cultura investigativa dell’epoca, sono state effettuate in maniera corretta. Una stanza d’albergo è per sua natura piena di impronte e tracce, a che servirebbe esaminarle? Abbiamo idea di quante manipolazioni ha subito una bottiglia di acqua minerale, dalla fabbrica al trasporto, prima di arrivare sulla mensola della camera D5? Possiamo credere che un assassino professionista non utilizzi dei guanti e lasci impronte ovunque?”.

E per chi non ha ancora capito, ribadisce: “La realtà è che l’indagine svoltasi nel 2004 fu eseguita correttamente”. E poi commenta: “per un meccanismo di banale economia giudiziaria, l’indagine sull’omicidio di Marco Pantani non c’è stata”. Ma ci è o ci fa, il criminologo Steffenoni?

Il quale ricorda le parole tombali pronunciate il 5 settembre 2015 dal pm di Rimini Paolo Giovagnoli che “mette le parola fine – scrive il criminologo – al caso Pantani”. Ecco quelle parole: “Le questioni sollevate, più che a indicare indagini suppletive utili a scoprire elementi di un delitto non indagato, tendevano essenzialmente a far dubitare della correttezza e adeguatezza delle indagini del 2004 e a far ritenere falsi i suoi risultati, verosimilmente per cercare di cancellare l’immagine del campione depresso vittima della tossicodipendenza e dell’utilizzo di psicoformaci e accreditare l’immagine di una persona vittima di violenze e complotti”. Ai confini della realtà.

Come ai confini della realtà è l’auspicio di Steffenoni: ossia che gli unici a poter risolvere il giallo siano Rosy Bindi & C., ossia i membri della Commissione Antimafia che ad inizio anno hanno fatto finta d’interessarsi al caso. “Interessante, da approfondire”, ha osservato Marco Di Lello, componente della storicamente inutile commissione, fiancheggiato dal signor nessuno Angelo Attaguile, nominato sul campo responsabile della sottocommissione ‘sport e mafie‘.

007 & COMMISSIONI FANTASMA

Ecco le indicazioni di 007 Steffenoni: “L’opinione dell’autore è che su questo movente non sia possibile far luce mediante il percorso giudiziario tradizionale ma sia necessario l’intervento della commissione parlamentare Antimafia, la sola in grado di collegare le tessere del grande puzzle”.

E ancora: “L’intervento della camorra nella morte di Pantani, in un procedimento giudiziario minato da troppa litigiosità, rimarrà unicamente un’ipotesi abbandonata sullo sfondo e mai affrontata in concreto. L’avvocato De Rensis cercherà di mantenerla in vita e rinvigorirla con la richiesta di un’audizione da parte della commissione Antimafia, forse l’unica in grado di ascoltare la strana storia di un uomo che aveva troppi nemici”.

Sorge spontanea la domanda: ma ha mai letto qualcosa, Steffenoni, a proposito della commissione Antimafia? Quella che, per intendersi, ha visto negli anni scorsi tra i suoi membri Paolo Cirino Pomicino e Alfredo Vito, autentiche cure omeopatiche?

E ha mai letto qualcosa del caso di Alex Schwazer – tremendamente simile a quello Pantani per l’alterazione delle provette e il tentativo di distruggere un uomo che lotta contro il doping nello sport – con una commissione Antimafia che esattamente un anno fa ha ascoltato il preparatore atletico del maratoneta, Sandro Donati, e poi ha gettato tutto nel dimenticatoio?

Due sole novità arrivano dal libro dello scout-007, “criminologo che lavora come consulente per diversi tribunali”, eccoci, “spesso ospite di trasmissioni televisive e radiofoniche”.

Il finale ancora tutto da scrivere, e appena accennato in due righe, relativo all’autopsia di Marco: “nel midollo osseo di Pantani non si evidenziano tracce di eritropoietina”.

E la complessa, scientifica descrizione di come la provetta contenente il sangue del Pirata può essere stata taroccata dai tre esperti comprati dalla camorra. Almeno questo, da un criminologo.

Chiarelettere inaugura così la sua nuova collana gialla ‘Misteri Italiani’. In bocca al lupo.

Per settembre è annunciato un altro volumetto da 150 pagine – questo lo standard – sul giallo di David Rossi, il responsabile stampa del Monte dei Paschi di Siena volato dal quinto piano di piazza Salimbeni.

Per rispetto della vittima, dei parenti e dei lettori, un consiglio: evitate un altro salto nel vuoto.

 

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12 febbraio 2017

GOVERNO UNGHERESE TAGLIA LE TASSE E AUMENTA GLI AIUTI A FAMIGLIE, SCUOLA E SICUREZZA (CON RAPPORTO DEBITO-PIL AL 2,4%)

Scritto da: Giuseppe De Santis
Fonte:http://www.ilnord.it/c-5302_GOVERNO_UNGHERESE_TAGLIA_LE_TASSE_E_AUMENTA_GLI_AIUTI_A_FAMIGLIE_SCUOLA_E_SICUREZZA_CON_RAPPORTO_DEBITOPIL_AL_24

LONDRA – In diverse occasioni abbiamo parlato di miracolo economico ungherese perche’, al contrario delle nazioni dell’area euro, l’Ungheria ha ridotto le tasse e le bollette di luce, acqua, gas e nettezza urbana e ha aumentato la spesa sociale e anche la prossima finanziaria che sara’ presentata in parlamento introduce misure che alcuni definiscono populiste ma in realta’ seguono solo il buon senso.

Ma cosa contiene nello specifico la finanziaria ungherese?

Ebbene uno degli aspetti piu’ interessanti e’ che la tassa per le piccole aziende sarà portata al 13%, con una riduzione dell’1% mentre la tassa societaria generale rimarrà invariata (9%).

Conformemente alle promesse precedenti i contributi a carico del datore di lavoro saranno ulteriormente diminuiti e portati dall’attuale 22% al 20%. Saranno aumentate le agevolazioni per le famiglie che hanno due bambini, che comporteranno un risparmio medio 420.000 HUF annui mentre l’aliquota IVA sui servizi catering, sui prodotti ittici e sui servizi internet sarà ridotta al 5%.

La finanziaria stanzierà inoltre 81 miliardi di fiorini (ca. 270 milioni di euro) in più per l’istruzione, 287 miliardi di fiorini (ca. 960 milioni di euro) in più per le pensioni ed i servizi sociali, 83 miliardi di fiorini (ca. 277 milioni di euro) in più per la polizia e sicurezza e 205 miliardi di fiorini (ca. 683 milioni di euro) in più per lo sviluppo economico.

La finanziaria prevede un deficit di 1.360,7 miliardi di fiorini (ca. 4,5 miliardi di euro) con entrate pari a 18.740,7 miliardi di fiorini (ca. 62,5 miliardi di euro) e spese di 20.101,4 miliardi di fiorini (ca. 67 miliardi di euro).

L’obiettivo di deficit, calcolato secondo le regole contabili comunitarie, è pari al 2,4% del PIL.

Tutto questo puo’ sembrare un sogno ma invece e’ una solida realta’ e tutto grazie alla lungimiranza della classe politica ungherese e del primo ministro Viktor Orban che mette al centro delle proprie politiche gli interessi dei cittadini.

Ovviamente lo stesso potrebbe esse fatto in Italia se solo ci fosse la volonta’ politica e non a caso questa notizia e’ stata completamente censurata perche’ creerebbe parecchio imbarazzo alla nostra classe politica. Per incamminarsi sulla strada virtuosa che sta seguendo l’Ungheria, l’Italia dovrebbe abbanonare l’euro, avere quindi una propria valuta sovrana, respingere le immaginabili intromissioni dell’Fmi e per ultimo rintuzzare l’aggressione della Ue, che non sarebbe per nulla felice che l’Italia tornasse a essere un Paese sovrano. Le oligarchie burocratiche e finanziarie di Bruxelles non gradirebbero.

Noi ovviamente non ci stiamo e abbiamo deciso di divulgare questa notizia perche’ vogliamo che l’Italia segua l’esempio ungherese.

In Germania si accende un sole artificiale, per creare carburante pulito

Scritto da: Marta Musso
Fonte: https://www.wired.it/scienza/energia/2017/03/24/sole-artificiale-germania-carburante/

Germania

Produrre carburanti ecocompatibili, come l’idrogeno, grazie a un sole artificiale. A idearlo sono stati i ricercatori del Centro aerospaziale tedesco (Dlr), che hanno sviluppato un nuovo sistema di luce in grado di produrre l’energia equivalente alla radiazione emessa da 10mila soli. L’imponente sistema di illuminazione, chiamato Synlight, è stato appena acceso a Juelich, a circa 30 chilometri da Colonia, ed è una struttura a forma di nido d’ape, composta da 149 fari allo xenon (le stesse che vengono utilizzate nel cinema per simulare la luce solare naturale). “Il sistema è in grado di creare temperature fino a 3mila gradi Celsius e l’intera struttura misura la bellezza di 14 metri di altezza e 16 metri di larghezza”, spiega Bernhard Hoffschmidt, direttore del Dlr.

Anche se ancora in fase di sperimentazione, Synlight ha l’obiettivo di creare idrogeno, il cosiddetto carburante del futuro: a differenza di molti altri combustibili, questo elemento non produce emissioni di carbonio quando viene bruciato e, quindi, non contribuisce al riscaldamento globale. Il combustibile a idrogeno, però, non si trova naturalmente sulla Terra, ma deve essere prodotto dividendo le molecole d’acqua nei suoi due componenti, idrogeno e ossigeno. Quando la luce del sole artificiale viene focalizzata su un solo punto, riscalda il metallo a circa 800 gradi Celsius, che viene poi spruzzato con del vapore acqueo. In questo modo, il metallo reagisce con l’ossigeno dell’acqua, isolando l’idrogeno.

Ma ci sono dei limiti: bisogna ricordare che l’idrogeno è altamente volatile e che allo stato liquido è capace di bruciare con solo un decimo dell’energia necessaria per accendere la benzina. Una volta creato, dovrà quindi essere trattato con estrema cura. Un altro limite è quello che il sole artificiale richiede una quantità di energia elettrica enorme: in appena quattro ore, il sistema utilizza la stessa quantità di energia elettrica che una famiglia media consuma in un anno intero. I ricercatori sono ovviamente a conoscenza del problema: con una richiesta energetica così alta difficilmente produrre il combustibile pulito potrebbe avere un basso impatto ambientale. Il prossimo obbiettivo, dicono i ricercatori, sarà proprio quello di creare pannelli solari ancora più efficienti cn cui alimentare l’enorme macchina.