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Nell’Ultimo Paese che l’America ha Liberato da un “Malvagio Dittatore” Oggi si Commerciano Apertamente gli Schiavi

Scritto da: Henry Tougha
Fonte: http://vocidallestero.it/2017/04/17/nellultimo-paese-che-lamerica-ha-liberato-da-un-malvagio-dittatore-oggi-si-commerciano-apertamente-gli-schiavi/

Un articolo rilanciato da Zero Hedge ci apre una finestra sull’orrore in cui la Libia è stata gettata dal cosiddetto intervento  “umanitario”  dei paesi NATO  e dalla primavera araba. Nel paese nordafricano, privo di un controllo politico, si fa apertamente compravendita di esseri umani come schiavi, li si detiene per ottenere il riscatto e se non sono utili alla fine li si uccide. Il disordine e le atrocità che seguono la cacciata del dittatore – per quanto odioso possa essere –  dovrebbero essere tenuti ben presenti oggi che il cerchio si sta stringendo intorno alla Siria.

 

di Carey Wedler, 15 aprile 2017

È ben noto che l’intervento NATO a guida USA del 2011 in Libia, con lo scopo di rovesciare Muammar Gheddafi, ha portato ad un vuoto di potere che ha permesso a gruppi terroristici come l’ISIS di prendere piede nel paese.

Nonostante le conseguenze devastanti dell’invasione del 2011, l’Occidente è oggi lanciato sulla stessa traiettoria nei riguardi della Siria. Proprio come l’amministrazione Obama ha stroncato Gheddafi nel 2011, accusandolo di violazione dei diritti umani e insistendo che doveva essere rimosso dal potere al fine di proteggere il popolo libico, così l’amministrazione Trump sta oggi puntando il dito contro le politiche repressive di Bashar al-Assad in Siria e lanciando l’avvertimento che il suo regime è destinato a terminare presto — tutto ovviamente in nome della protezione dei civili siriani.

Ma mentre gli Stati Uniti e i loro alleati si dimostrano effettivamente incapaci di fornire una qualsiasi base legale a giustificazione dei loro recenti attacchi aerei — figurarsi poi fornire una qualsiasi evidenza concreta a dimostrazione del fatto che Assad sia effettivamente responsabile dei mortali attacchi chimici della scorsa settimana — emergono sempre più chiaramente i pericoli connessi all’invasione di un paese straniero e alla rimozione dei suoi leader politici.

Questa settimana abbiamo avuto nuove rivelazioni sugli effetti collaterali degli “interventi umanitari”: la crescita del mercato degli schiavi.

Il Guardian ha riportato che sebbene “la violenza, l’estorsione e il lavoro in schiavitù” siano stati già in passato una realtà per le persone che transitavano attraverso la Libia, recentemente il commercio degli schiavi è aumentato. Oggi la compravendita di esseri umani come schiavi viene fatta apertamente, alla luce del sole.

Gli ultimi report sul ‘mercato degli schiavi’ a cui sono sottoposti i migranti si possono aggiungere alla lunga lista di atrocità [che avvengono il Libia]” ha detto Mohammed Abdiker, capo delle operazioni di emergenza dell’International Office of Migration, un’organizzazione intergovernativa che promuove “migrazioni ordinate e più umane a beneficio di tutti“, secondo il suo stesso sito web. “La situazione è tragica. Più l’IOM si impegna in Libia, più ci rendiamo conto come questo paese sia una valle di lacrime per troppi migranti.”

Il paese nordafricano viene usato spesso come punto di uscita per i rifugiati che arrivano da altre parti del continente. Ma da quando Gheddafi è stato rovesciato nel 2011 “il paese, che è ampio e poco densamente popolato, è piombato nel caos della violenza, e i migranti, che hanno poco denaro e di solito sono privi di documenti, sono particolarmente vulnerabili“, ha spiegato il Guardian.

Un sopravvissuto del Senegal ha raccontato che stava attraversando la Libia, proveniendo dal Niger, assieme ad un gruppo di altri migranti che cercavano di scappare dai loro paesi di origine. Avevano pagato un trafficante perché li trasportasse in autobus fino alla costa, dove avrebbero corso il rischio di imbarcarsi per l’Europa. Ma anziché portarli sulla costa il trafficante li ha condotti in un’area polverosa presso la cittadina libica di Sabha. Secondo quanto riportato da Livia Manente, la funzionaria dell’IOM che intervista i sopravvissuti, “il loro autista gli ha detto all’improvviso che gli intermediari non gli avevano passato i pagamenti dovuti e ha messo i passeggeri in vendita“. La Manente ha anche dichiarato:

Molti altri migranti hanno confermato questa storia, descrivendo indipendentemente [l’uno dall’altro] i vari mercati degli schiavi e le diverse prigioni private che si trovano in tutta la Libia, aggiungendo che la OIM-Italia ha confermato di aver raccolto simili testimonianze anche dai migranti nell’Italia del sud.

Il sopravvissuto senegalese ha detto di essere stato portato in una prigione improvvisata che, come nota il Guardian, è cosa comune in Libia.

I detenuti all’interno sono costretti a lavorare senza paga, o in cambio di magre razioni di cibo, e i loro carcerieri telefonano regolarmente alle famiglie a casa chiedendo un riscatto. Il suo carceriere chiese 300.000 franchi CFA (circa 450 euro), poi lo vendette a un’altra prigione più grossa dove la richiesta di riscatto raddoppiò senza spiegazioni“.

Quando i migranti sono detenuti troppo a lungo senza che il riscatto venga pagato, vengono portati via e uccisi. “Alcuni deperiscono per la scarsità delle razioni e le condizioni igieniche miserabili, muoiono di fame o di malattie, ma il loro numero complessivo non diminuisce mai“, riporta il Guardian.

Se il numero di migranti scende perché qualcuno muore o viene riscattato, i rapitori vanno al mercato e ne comprano degli altri“, ha detto Manente.

Giuseppe Loprete, capo della missione IOM del Niger, ha confermato questi inquietanti resoconti. “È assolutamente chiaro che loro si vedono trattati come schiavi“, ha detto. Loprete ha gestito il rimpatrio di 1500 migranti nei soli primi tre mesi dell’anno, e teme che molte altre storie e incidenti del genere emergeranno man mano che altri migranti torneranno dalla Libia.

Le condizioni stanno peggiorando in Libia, penso che ci possiamo aspettare molti altri casi nei mesi a venire“, ha aggiunto.

Ora, mentre il governo degli Stati Uniti sta insistendo nell’idea che un cambio di regime in Siria sia la soluzione giusta per risolvere le molte crisi di quel paese, è sempre più evidente che la cacciata dei dittatori — per quanto detestabili possano essere — non è una soluzione efficace. Rovesciare Saddam Hussein non ha portato solo alla morte di molti civili e alla radicalizzazione della società, ma anche all’ascesa dell’ISIS.

Mentre la Libia, che un tempo era un modello di stabilità nella regione, continua a precipitare nel baratro in cui l’ha gettata “l’intervento umanitario” dell’Occidente – e gli esseri umani vengono trascinati nel nuovo mercato della schiavitù, e gli stupri e i rapimenti affliggono la popolazione – è sempre più ovvio che altre guerre non faranno altro che provocare ulteriori inimmaginabili sofferenze.

L’eredità di McGuinness, la vittoria dell’Ira e la sconfitta dell’Eta

Fonte: http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/leredita-di-mcguinness-la-vittoria-dellira-e-la-sconfitta-delleta-59818/

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Derry, 21 Mar. – Veglie di preghiera notturna si sono susseguite in tutta l’Irlanda per rendere omaggio a Martin McGuinness, morto a 66 anni ieri, in seguito a una malattia genetica rara. L’ex Capo di Stato Maggiore dell’Ira dal 1979 al 1982, dopo essere spirato all’ospedale di Derry, è stato trasportato verso casa a spalle, nella bara avvolta nella bandiera irlandese lungo le strade della città. Una folla commossa ha seguito il feretro interrompendo il silenzio con qualche applauso.Il leader repubblicano, cattolico, esponente del partito Sinn Fein è stato quasi un’istituzione per l’Irlanda del Nord, e la sua vita testimonia il successo della battaglia militare e politica dell’IRA e del Movimento Repubblicano irlandese.

Il tragico Bloody Sunday di Derry dal 1972, con l’annessa la rivolta del quartiere cattolico Bogside di cui Guiness  fu uno degli artefici e dove ancora campaggia un murales la famosa scritta “You are now entering in Free Derry”. La guerriglia dell’Ira. Gli accordi di pace del Venerdì Santo del 1988 che misero fine alla guerra civile nordirlandese costata quasi tremila vite. E infine l’arrivo al governo dell’Ultster come vicepremier, carica abbandonata lo scorso gennaio per motivi di salute. Questa in estrema sintesi è la parabola politica di Martin Mc Guiness per molti anni numero 2 dell’Esercito repubblicano Irlandese e poi braccio destro dello storico leader Gerry Adams. La sua scomparsa coincide con la nuova speranza di un referendum per la riunificazione dell’Irlanda dopo il travolgente successo elettorale delle recenti elezioni politiche.

Ma mentre il Sinn Fein di Mc Guiness il partito politico che ha sempre affiancato e sostenuto le istanze politiche dell’Ira è tornato al massimo del suo splendore, la stessa cosa non si può dire per l’Eta basca che sta per arrendersi e consegnare le armi.Quella dell’Ira e dell’Eta sono due lotte dai tratti comuni, una per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord e l’altra per la medesima istanza dei Paesi baschi. A essere diversi però sono gli interpreti e le opposte fini. Da una parte ci sono gli irlandesi, con legami e comunità di immigrati in tutto il mondo che mandavano finanziamenti, capaci di trasmettere oltre alla solidarietà anche le sensibilità di quello che si pensava dell’Ira nel mondo. Dall’altra un mondo, quello basco, ripiegato su se stesso, incapace di dialogare con i nemici di Spagna e Francia e soprattutto senza supporti e legami forti all’estero.

Quello che gli irlandesi hanno capito e che quello che i baschi non hanno capito è stata la portata emotiva e politica dell’11 settembre. Con l’attacco alle Torri Gemelle l’Occidente rompe irrimediabilmente con ogni forma di terrorismo. L’Ira capisce il cambio di paradigma storico e tratta con Londra deponendo le armi, e ottenendo il pieno riconoscimento politico. L’Eta all’opposto continua autisticamente, anche dopo l’attacco aereo a New York, con l’uso della violenza terroristica fino alla consunzione politica e militare del movimento. La tragedia dei baschi è stata quella di non avere una leadership politica in grado di guidare il passaggio dalle armi alla politica.

Insomma a Bilbao e dintorni non ci sono stati personaggi politici della statura di Martin Mc Guiness e Gerry Adams. Uomini di guerra e uomini di pace.

Un altro leader indigeno e attivista è stato ucciso in Colombia. Mentre la mattanza continua, il governo rifiuta di riconoscere l’esistenza dei paramilitari

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4264-un-altro-leader-indigeno-e-attivista-%C3%A8-stato-ucciso-in-colombia-mentre-la-mattanza-continua,-il-governo-rifiuta-di-riconoscere-l-esistenza-dei-paramilitari.html

Yoryanis Isabel Bernal Varela della tribù Wiwa nella Sierra Nevada de Santa Marta, si batteva  per proteggere i diritti degli indigeni e delle donne nella sua comunità. Ma la donna è solo l’ultima vittima di una lunga serie di attacchi contro i leader comunitari, che sono in prima linea per salvare gli indigeni del Sud America. Testimoni oculari hanno riferito che Yoryanis Isabel Bernal Varela era stata minacciata con una pistola da diverse persone in motocicletta che alla fine le hanno sparato alla tes era ta, ha riferito Radio Contagio. I primi sospettati sono i paramilitari, ma una indagine è in corso. Finora, la polizia si è limitata a notare che Yoryanis Isabel Bernal Varela era stata arrestata nel 2004 per le proteste che organizzava.

“Ci hanno portato via un grande leader, e quando questo accade, è una perdita per la nostra cultura, perché non ci sono molte persone col coraggio di affrontare i nostri problemi in pubblico, che è sempre pericoloso”, ha detto capo del consiglio tribale della Arhuaco, Kogi e popoli Wiwa, Jose de los Santos.
popolazioni indigene sono minacciate e intimidazioni”, ha detto il segretario dell’organizzazione Wiwa Golkuche Jose Gregorio Rodríguez poco dopo il suo omicidio il 26 gennaio “Oggi hanno ucciso il nostro compagno e violati i nostri diritti. I nostri altri leader devono essere protetti. ”

Yoryanis Isabel Bernal Varela era un’ attivista in tutti i processi che riguardavano la tribù indigena dei Wiwa, si batteva per i diritti delle donnee cercava sempre il dialogo con la comunità, affinché si trovassero delle soluzioni pacifiche”
Oltre 119 tra attivisti per i diritti umanii e leader indigeni sono stati uccisi in Colombia dal momento in cui il governo ha firmato gli accordi di pace con la guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, FARC. La mattanza ha segnato un’escalation da quando le FARC si sono ritirate, in ottemperanza agli accordi di pace, lasciando campo libero ai paramilitari, che non sono osteggiati dal governo. Anzi, il governo ne nega perfino l’esistenza. “Non esistono paramilitari, e assumere ci siano sarebbe come concedere loro garanzie politiche a coloro che non li meritano”, ha detto il ministro della Difesa Luis Carlos Villegas su RCN Radio una settimana prima dell’omicidio di Bernal Varela. “Ci sono omicidi, ma non sono sistematici. Se lo fossero, io sarei il primo a riconoscerlo”.
Due settimane prima era stato ucciso un altra attivista per la pace, Emilsen Manyoma, una donna afro-colombiana che promuoveva la diffusione delle “Comunità Costruire la Pace”.

Pochi giorni prima, l’attivista dei diritti indigeni Olmedo Pito Garcia,  è stato accoltellato mentre stava tornando a casa. Era inoltre un attivista di Marcha Patriotic, un gruppo  che ha perso 120 membri da quando è stato fondato nel 2012.

Turchia, l’ennesimo attentato palesa il fallimento di Erdogan

Scritto da: Paolo Marcenaro
Fonte: http://www.opinione-pubblica.com/turchia-ennesimo-attentato-palesa-fallimento-erdogan/

Attentato a Istanbul 01 01 2017

Inizia come era finito il 2016 anche l’anno nuovo. Nella notte del veglione, ad Istanbul, in uno dei night club più rinomati e frequentato da VIP e turisti, il Reina, fa irruzione un commando di terroristi che spara sulla folla. Alla fine saranno 39 le vittime, dei quali 25 gli stranieri, e 70 i feriti in seguito all’attentato. Sembra che nelle ore successive l’ISIS abbia rivendicato l’attentato in lingua araba e turca (mai accaduto prima), “Turchia serva della Croce” avrebbero dichiarato i membri del califfato. Smentita invece la voce che narrava di un killer travestito da Santa Claus, sono otto i sospetti jihadisti indagati dalla Polizia turca.

Dopo Berlino, il 19 dicembre scorso, tocca ora a Istanbul. Un capodanno di sangue che non regala alcuna soluzione di continuità tra vecchio e nuovo anno.

Ma che fa anche seguito ai tanti attentati che nel 2016 hanno colpito la Turchia in diverse città. Un anno decisamente turbolento per il paese anatolico, se agli attentati aggiungiamo l’assassinio in diretta dell’Ambasciatore russo Karlov, che può essere legato anch’esso alla questione ISIS/Siria e il tentativo di golpe fallito da frange militari dello Stato turco con il conseguenti repulisti di Erdogan che ha colpito anche numerosi giornalisti e membri della società civile.

Proprio il “Sultano” con la sua ideologia neo-ottomana ha a suo carico le maggiori responsabilità per la trasformazione della Turchia in un paese turbolento, avvelenato dalle spinte islamiste. Sebbene non pochi si erano rallegrati quando, in seguito al vertice kazhako ad Astana, la Turchia di Erdogan ha dato finalmente l’impressione di voler voltare decisamente pagina rispetto alla “rotta” tenuta negli ultimi cinque anni nei confronti della Siria e di voler cooperare fattivamente con Russia e Iran per una soluzione del conflitto che prescindesse da precondizioni speciose del genere “Assad must go”, tuttavia, una volta che ci si è “seduti a cena con il diavolo”, non sempre è facile alzarsi chiedendo permesso e dileguarsi, e questo Recep Erdogan lo sta sperimentando molto bene sulla sua pelle.

Nell’ultimo anno la Turchia ha subito numerosi atti terroristici che sembrano scientemente organizzati e temporizzati per punire il Presidente turco per la sua svolta pragmatica nei confronti della Siria e della Russia. Il mondo jihadista adesso punta a colpire nel vivo l’immagine della Turchia, un’immagine che Erdogan in parte era riuscito a propagandare: la Turchia era considerata uno stato musulmano moderno, vitale, meta di turisti e investitori, crocevia per il Medio Oriente, i Balcani, l’Europa e il Caucaso.

Ma il Sultano, che nel 2010 portava avanti la politica “Zero Problemi coi Vicini”, lodava Assad e l’Iran, e discuteva di una “mini-schengen” che coinvolgesse Ankara, Damasco, Baghdad e Teheran, avrebbe dovuto essere più cauto. Avrebbe dovuto valutare con più attenzione il rischio di collaborare con l’Occidente sulla Siria. Invece la Turchia sotto la guida dell’AKP dal 2011 ha trasformato il varco di confine di Bab al-Hawa in una vera e propria autostrada per terroristi e si è compromessa spesso con estremisti di ogni sorta (l’export di petrolio rubato dall’ISIS sarebbe stato impossibile senza la conveniente sponda turca…).

A nostro avviso i rischi che correva Ankara in questa condotta aggressiva per certi versi e temeraria per altri erano chiaro sin dall’inizio. Il tentativo da parte di Ankara di sganciarsi dal giogo degli islamisti avrebbe comportato ritorsioni e rappresaglie sanguinose. Già nei mesi scorsi avevamo coniato per la Turchia un termine che calza a pennello al Sultanato di Erdogan: la Pakistanizzazione o Modello Pakistan, che dir si voglia. Troppe similitudini ad uno stato, quello pakistano, nato per essere una repubblica laica e moderna (almeno per gli standard del contesto islamico) e finita per essere una repubblica islamista con grandi lotte intestine etnico-religiose che la dilaniano dal suo interno.

LEGGI ANCHE: Le Purghe di Erdogan e il Modello Pakistan in Anatolia.

Gli ultimi eventi ci confermano che tale nostra preoccupazione fosse giustificata e che la possibilità che l’Europa si trovi con un grande paese musulmano scosso da periodici attentati, con istituzioni fragili, personalistiche e soggette a periodiche minacce da parte delle istituzioni spionistiche e militari dello Stato, diventi ogni giorno più probabile.

Qualcuno dovrebbe domandarsi, se questi sono i risultati nel seguire e appoggiare le iniziative degli Usa, che cosa aspetti l’Europa a iniziare a fare i propri interessi e impegnarsi fattivamente per un Medio Oriente pacifico e stabile, terreno di investimenti e commerci e non fonte di orde di migranti e centro nevralgico di reti terroriste capacissime (come si è visto di recente) di colpire anche il Vecchio Continente.

LA GUERRA DEGLI USA CONTRO TRUMP, ovvero Media e Fed contro il popolo USA

Scritto da: Fabio Lugano
Fonte: http://scenarieconomici.it/la-guerra-degli-usa-contro-trump-ovvero-media-e-fed-contro-il-popolo-usa/

Negli USA si sta assistendo a quella che , senza dubbio, può essere indicata come una guerra civile fra apparato e presidente degli Stati Uniti. e non sappiamo dove questo conflitto arriverà

Iniziamo dalla FED. Ieri il FOMC (Federal reserve Open Market Committee) ha deciso per l’aumento dei tassi di interesse dello 0,25%, portando il tasso benchmark dallo 0,5% allo 0,75%. Oltre a questa mossa sono interessanti altri punti messi il luce dal Governatore (o governatrice?) Yellen.

  • che il tasso di disoccupazione è basso, per cui non è necessario uno stimolo fiscale;
  • che sono possibili tre aumenti di tassi per il 2017, mentre gli operatori ne prevedevano al massimo due a settembre ;
  • che l’invecchiamento prospettico della popolazione USA può portare ad peggioramento graduale del rapporto debito PIL USA

Ora sia la scelta fatta ieri sia le altre affermazioni per il prossimo anno portano ad una politica monetaria che appare contrastante con quella desiderata da Trump di tassi bassi che gli permettano una politica fiscale espansiva a debito. Praticamente la Yellen ha detto che di questa politica non c’è bisogno, cioè non vi è necessità degli sgravi  fiscali che il neopresidente desidera per riportare le produzioni industriali all’interno. Questa scelta è, tra l’altro, in contrasto con quanto precedentemente lamentato  dagli stessi governatori della FED, cioè che il governo li lasciasse soli ad occuparsi di crescita ignorando gli appelli fiscali.

Ora questa mossa , e soprattutto le visioni prospettiche enunciate per il 2017, fanno mutare fortemente il campo per le politiche fiscali di Trump, che si troverà ad affrontare un background non positivo. Infatti :

  • da un lato avrà maggiore difficoltà a finanziare una politica fiscale espansiva a deficit;
  • dall’altro l’aumento dei tassi di interesse con Europa e Giappone ancora a zero renderà più complesso il suo progetto di riportare le attività produttive ed industriali negli USA; visto il previsto rafforzamento della moneta a stelle e strisce.

Per ora le prospettive sull’andamento del dollaro a medio termine non sono cambiate molto, il dollaro dovrebbe rafforzarsi proseguendo in una tendenza che già si era vista nel 2016  e che lo ha portati quasi alla parità con l’euro, ma è una tendenza di lungo periodo che pare cambiata. Infatti se vediamo le previsioni di tasso di lungo periodo del dollaro, dopo una serie di cali constanti dal 2012, si è invertita.

Bisognerà vedere cosa succederà nel 2017, se la Yellen vorrà fare una politica opposta a quella del governo o se semplicemente cercherà di guidare l’inflazione e proseguirà con l’atteggiamento da colomba.

Più grave è l’attacco della CIA, che parla addirittura di un coinvolgimento diretto di Putin in operazioni di hacking della campagna elettorale.

Si tratta di una accusa incredibile, che viene da alcune parti dell’apparato di intelligence e che, soprattutto, sono fatte senza nessuna prova tangibile: infatti gli articoli di media parlano di “Membri dell’apparato di spionaggio che credono che Putin sia direttamente coinvolto nelle operazioni di hacking del partito democratico”. Credere non è dimostrare, magari ci sono funzionari che credono alla vita extraterrestre, ma non la possono dimostrare.

Un’affermazione del genere da parte di funzionari pubblici ai media è gravissima, perchè configura un vero e proprio tentativo di colpo di stato. In altri tempi la FBI sarebbe intervenuta, ma , dato che Trump è brutto, sporco, populista e cattivo,  nessuno dice nulla. Tra l’altro che uno stato cerchi di influenzare le elezioni in un altro è normale nei rapporti fra nazioni: che cosa dovremmo dire delle affermazioni dell’ambasciatore USA a Roma prima del referendum ?

Insomma una guerra civile sta accogliendo il neopresidente. Vedremo come lui reagirà quando entrerà in carica.

Juncker Condanna Come Irresponsabili gli Elettori Italiani che Hanno Votato NO al Referendum Costituzionale

Fonte: http://vocidallestero.it/2016/12/06/juncker-condanna-come-irresponsabili-gli-elettori-italiani-che-hanno-votato-no-al-referendum-costituzionale/

Il britannico Express commenta la reazione del presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, alla vittoria del NO nel referendum costituzionale italiano. In una pervicace negazione della realtà, Juncker continua a parlare di irresponsabilità e populismo degli elettori del NO e però confida che alla fine il popolo “si renderà conto” che essere dentro la UE è una buona cosa.
(Di fronte a queste uscite delle istituzioni europee, quale 
migliore risposta di una distaccata ironia…)

di Rebecca Perring, 06 dicembre 2016

Jean-Claude Juncker ha decretato che gli elettori italiani che hanno votato “NO” al referendum costituzionale sono degli irresponsabili, e si è spinto a mettere in discussione il loro buon senso.

Ma il disperato boss di Bruxelles è ancora aggrappato al sogno del progetto europeo, quando afferma che “la gente si renderà conto che stiamo meglio se stiamo insieme“.

L’eurocrate capo ha fatto una serie di cupe osservazioni a seguito del risultato del referendum italiano, risultato che ha ulteriormente destabilizzato il già pericolante progetto dell’Unione europea.

Il duro verdetto del referendum, che ha portato il primo ministro italiano Matteo Renzi a presentare le dimissioni dopo che l’Italia ha votato contro la sua proposta di riforma costituzionale, si avvia a spianare la strada agli euroscettici del Movimento Cinque Stelle.

La loro ascesa rappresenterebbe una spinta per il paese verso l’uscita dall’eurozona,  farebbe crollare l’euro e metterebbe in dubbio tutte le politiche economiche.

Dopo la sconfitta di Renzi, Juncker si è espresso così: “Il risultato italiano è una delusione, c’era la possibilità di rendere il paese efficiente e l’hanno sprecata. Viviamo in tempi pericolosi.”

Alla televisione pubblica olandese NPO ha detto: “Gli elettori del NO, i populisti, pongono dei quesiti ma non danno alcuna vera risposta.

A volte pongono le giuste domande, ma non hanno le risposte giuste. I populisti non si assumono responsabilità.

Le sue accuse sono giunte dopo aver sottolineato come alcuni leader euroscettici siano stati coinvolti nelle trattative per portare la Gran Bretagna fuori dal malridotto blocco europeo.

Ad ogni modo, nonostante i suoi commenti sensazionalisti, il presidente della commissione Ue non ha perso le speranze sul futuro dell’unione, e ha detto che il progetto sopravviverà.

Ha aggiunto: “Credo che alla fine dei conti prevarrà il buon senso europeo. La gente si renderà conto che stiamo meglio se stiamo insieme.

I commenti di Juncker arrivano dopo che una serie di politici di destra hanno esultato per la decisione dell’Italia e hanno acclamato la vittoria del NO come la fine della crisi della Ue.

DELITTO PASOLINI / IL CASO SI RIAPRE, TROVATO IL DNA DI IGNOTO 3

Scritto da: Andrea Cinquegrani
Fonte: http://www.lavocedellevoci.it/?p=8401

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Pasolini, delitto di Stato. Come fu per il presidente dell’Eni Enrico Mattei e per il giornalista de L’Ora Mauro De Mauro, per il magistrato Pietro Scaglione e il vicequestore di Palermo Boris Giuliano. Buchi neri nella nostra storia, Servizi fino ad oggi perfetti. Ma qualcosa nella trama potrebbe rompersi.

A 41 anni esatti dal massacro di quel corpo all’Idroscalo di Roma, da quell’estremo sacrificio in nome della Verità, forse si apre uno spiraglio. Il 31 ottobre, infatti, l’avvocato Stefano Maccioni, legale del cugino di Pier Paolo, Guido Mazzon, ha chiesto la riapertura delle indagini perchè con la prova del Dna si ha oggi la certezza di almeno un terzo protagonista sulla scena del delitto: quell’Ignoto 3 fino ad oggi rimasto sempre nell’ombra. Ma dagli accertamenti scientifici potrebbero saltare fuori anche altre presenze: perchè – come viene ricostruito con estrema chiarezza nel film appena uscito “La macchinazione”, protagonista Massimo Ranieri nelle vesti di Pier Paolo – c’erano parecchi malavitosi (con ogni probabilità manovalanza della banda della Magliana) ad affollare quel macabro palcoscenico nella notte del 2 novembre 1975.

I titoli dei quotidiani sulla morte di Pasolini. Nel montaggio di apertura Pier Paolo Pasolini. In primo piano Eugenio Cefis

I titoli dei quotidiani sulla morte di Pasolini. Nel montaggio di apertura Pier Paolo Pasolini. In primo piano Eugenio Cefis

L’avvocato Maccioni (il cui studio legale è stato forzato da “ignoti” lo scorso marzo) ha appena consegnato al pm Francesco Minisci della procura di Roma la richiesta di riapertura indagini; e sottolinea come, sulla base di un parere pro veritate della genetista legale Marina Baldi, la sera del delitto oltre a Pier Pasolini e a Giuseppe Pelosi era presente almeno una terza persona. “Abbiamo il profilo biologico di questo ignoto – osserva Maccioni – la Baldi nella sua relazione pone in evidenza alcuni elementi molto importanti. In particolare, riprendendo quanto sostenuto dal RIS, afferma: ‘Sul reperto 7, maglia di lana a maniche lunghe, ci sono altri due DNA, di cui quello del 2° soggetto ignoto è misto al DNA di Pasolini, ed è stato riscontrato anche su altri reperti, ma quello appartenente a ‘3° soggetto ignoto’ è un profilo singolo, estrapolato da una traccia verosimilmente ematica’. Insomma, c’è l’impronta biologica di qualcuno che, nel momento in cui c’è stato il contatto con la vittima, era ferito, con ferita recente perchè perdeva sangue”.

OCCHIO ALLA BANDA DELLA MAGLIANA

Mauro De Mauro

Mauro De Mauro

Prosegue Maccioni. “Chiediamo alla procura di Roma di procedere alla riapertura delle indagini al fine di individuare a chi appartenga il profilo biologico di ignoto 3, oltre che ovviamente quello degli altri DNA rimasti allo stato ignoti. Riteniamo che la procura potrebbe restringere il campo d’azione utilizzando la tecnica NGS (Next Generation Sequences, ndr), ma soprattutto indagando nell’ambito della criminalità romana dell’epoca, considerando soprattutto coloro che gravitavano intorno alla neonascente Banda della Magliana”. E ancora: “Abbiamo evidenziato un nome tra tutti, quello del professor Aldo Semerari, che ricorre nella memoria presentata dai pm in relazione al processo di Mafia Capitale e che guarda caso era stato anche il consulente di Pino Pelosi nel primo processo innanzi al tribunale per i minorenni. Ci auguriamo che l’aver ancorato la nostra richiesta ad un dato incontrovertibile, come il DNA, induca la procura di Roma, nella quale riponiamo la massima fiducia, a continuare nella ricerca della verità”.

Due incisi. Il criminologo Aldo Semerari venne ammazzato dalla camorra, che lo decapitò; aveva effettuato diverse perizie psichiatriche su malavitosi, compreso il boss del Nco, don Raffaele Cutolo: sono documentati i rapporti che esistevano tra la declinante NCO e la rampante Banda della Magliana. Fu del giudice minorile Carlo Alfredo Moro – fratello dello statista Dc ucciso dalle Br per volontà di Servizi e di una parte della Dc (Andreotti e Cossiga) – la prima sentenza a carico di Pelosi, il quale – scrisse Carlo Alfredo Moro – “non agì da solo, ma in compagnia di altri soggetti rimasti ignoti”.

Qualche settimana prima Maccioni e Baldi avevano preso parte ad una conferenza stampa indetta alla Camera dei deputati dalla parlamentare Serena Pellegrini di Sel-Sinistra Italiana, per illustrare i nuovi elementi sul caso-Pasolini e la richiesta di dar vita ad una commissione d’inchiesta monocamerale. “La commissione – sottolinea Pellegrino – sia avviata quanto prima, avvalorata dai nuovi inquietanti dati: è un appello che rivolgo ai parlamentari del Pd, inizialmente partecipi del progetto di ricerca delle verità storiche e politiche, ed allo stesso premier Renzi”. Progetto di glasnost – quello sbandierato dal premier e dal Pd – a quanto pare miseramente naufragato, vista la desecretazione di atti spesso e volentieri inutili e incompleti.

Prosegue comunque la parlamentare di Sel-Si: “l’aver reso note, adesso, queste informazioni incontestabili sul piano scientifico e l’aver chiarito che l’identità di una terza persona coinvolta nell’omicidio di Pasolini è ricostruibile, tutto ciò non può essere ignorato dalla magistratura, né tantomeno da coloro che hanno derubricato questo delitto tra quelli a sfondo sessuale e scansato accuratamente la prospettiva del delitto politico. Il delitto Pasolini e l’efferato omicidio di Giulio Regeni sono due anelli della stessa catena, che si è agganciata negli anni ’70 e si allunga fino a oggi: non ci fermeremo nella nostra ricerca, supportati dalla richiesta di migliaia e migliaia di cittadini, perchè la verità su Pier Paolo Pasolini ha un peso politico enorme che abbiamo il dovere di affrontare”.

Per ricostruire moventi e mandanti, partiamo da una frase, pronunciata da un magistrato, Vincenzo Calia, che una quindicina d’anni fa riaprì il caso Mattei, quando era pm alla procura di Pavia. Purtroppo – come in molte altre circostanze – non venne dato corpo giudiziario a una chiara pista griffata, al solito, Servizi & pezzi da novanta (in quel caso Eugenio Cefis, il successore di Mattei sulla poltrona di vertice Eni). Ad un giornalista che chiedeva a Calia se ritenesse mai possibile che uno scrittore, come Pasolini, fosse stato eliminato da certi poteri, lui rispose: “Possibilissimo. E se vuole la mia opinione, io ne sono convinto”. Peccato che, fino ad oggi, la verità giudiziaria sia stata calpestata.

IO LO SO. E ORA HO LE PROVE

Ci vorrebbe un Pasolini, quello degli ultimi anni super “corsari” per dipanare quella matassa. Il Pasolini degli interventi più corrosivi, come ad esempio quello comparso su La Stampa un mese prima di morire, settembre 1975: “gli italiani vogliono sapere chi c’è dietro la strategia della tensione, gli italiani vogliono sapere quanto la mafia incide sulle scelte politiche, gli italiani vogliono sapere chi c’è dietro, cosa fa la Cia in Italia”.

Ed ecco che – incredibilmente – Pasolini compie una sua ‘rivoluzione’ da genio del cinema, della poesia e della scrittura, si trasforma – per una sorta di insopprimibile richiamo civile e morale che preme in lui – in artigiano della notizia, in giornalista investigativo, in acutissima penna d’inchiesta.

Potevano mai passar inosservate, a questo punto, le vulcaniche pagine di Petrolio, quel fuoco che eruttava da ogni paragrafo, in ogni piega di quei fogli che uscivano dalla sua Lettera 43 come pura lava? Un vero magna capace di incenerire anche le presenze più invasive: proprio come quel Cefis, balzato dal vertice della P2 – che aveva lasciato al fidato Licio Gelli – all’accoppiata Eni-Montedison, quel “Troya” che per farsi largo non può certo permettere che un Mattei osi fronteggiare le nostre sette, beneamate sorelle dell’oro nero.

Ed espone il suo “piano”, Pier Paolo, nel corso di una conversazione con l’autore del libro subito scomparso dalle librerie, evaporato, “Questo è Cefis – L’altra faccia dell’onorato presidente”, ossia Giorgio Steimetz, pseudonimo dietro al quale si celava un giornalista dell’Agenzia Milano Informazioni, Corrado Ragozzino (legato all’ex uomo di Mattei all’Eni e nemico giurato di Cefis, Graziano Verzotto). Dice Pier Paolo a Steimetz-Ragozzino: “Ho avuto il suo libro in fotocopia dallo psicoanalista Elvio Facchinelli, che con la sua rivista ‘L’erba voglio’ si occupa parecchio di Cefis. So che adesso non si trova più da nessuna parte, e io intendo con quello che sto scrivendo di utilizzare molto del suo materiale, così difficilmente lo potranno ignorare. E non lo potranno ignorare certo i magistrati, che a questo punto dovranno aprire un’inchiesta”.

Libri spariti. Carte scomparse. Capitoli fantasma. Eccoci, ad esempio, al giallo dell’Appunto 21, quelle 78 pagine di “Lampi sull’Eni”; resta solo il titolo ma i fogli mancano all’appello: e infatti, sul totale dei 600 pagine, il “Petrolio” pubblicato ovviamente postumo (per Einaudi nel 1992) ne conta 522. Cosa avranno mai contenuto?

Scrive a marzo 2010 Carla Benedetti a proposito di “quel capitolo perduto di Petrolio: esisteva davvero. Legava la morte di Mattei a una congiura italiana. Un’intuizione che valeva una condanna a morte. Se quelle pagine esistono, da chi e come sono state prese? Un cugino, Guido Mazzon, sostiene che ci fu un furto. Ne aveva parlato Gianni D’Elia (autore di “L’eresia di Pasolini” e “Il petrolio delle stragi”, ndr). E ora Mazzon lo riconferma a Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera del 4 marzo. ‘Nel ”75, dopo la tragedia di Pier Paolo, Graziella Chiarcossi (altra cugina di Pasolini e moglie delle scrittore Vincenzo Cerami, ndr) chiamò mia madre per dirle di quel furto. Quando mia madre me lo riferì pensai: ‘accidenti, con quel che è capitato ci mancava pure questa’. E pensai anche: ‘strano però, che senso ha andare a trafugare le carte di un poeta?’”.

Così come era sparito, cinque anni prima, un brogliaccio scritto da Mauro De Mauro per il copione che il regista Francesco Rosi stava preparando su “Il caso Mattei”. Ancora: dalla sentenza pronunciata dalla Corte d’Assise di Palermo a carico di Riina, emerge che “dall’abitazione di Mauro De Mauro sparirono le carte contenute in un faldone dove su scritto vi era la parola ‘Petrolio’”.

Del resto, il magistrato Pietro Scaglione viene ammazzato da Luciano Liggio e Totò Riina proprio il giorno prima di andare in tribunale per verbalizzare sulla morte del giornalista de L’Ora, maggio 1971. Otto anni dopo, luglio 1979, viene ammazzato il vicequestore di Palermo Boris Giugliano, fino a quel momento impegnato nelle indagini sul tragico volo che costò la vita ad Enrico Mattei. E il cerchio si chiude.

 

DIETRO A QUEL BEFFARDO SORRISO DI TROYA

Per fortuna, invece, si sono salvate non poche carte utilizzate da Pasolini a supporto dalla sua monumentale – ed esplosiva – ricerca, quel magma che avrebbe dovuto portare alla stesura (completa, e non mancante delle 78 pagine certo più bollenti) di “Petrolio”. Scriveva il Corsera a febbraio 2013: “Tra le carte di Pasolini, oggi depositate al Gabinetto Viesseux, ci sono le fotocopie, le carte che lo scrittore utilizzò come fonte (ad esempio quelle del libro firmato da Steimetz, ndr). Tra quei materiali figurano anche altri documenti, sempre procurati da Elvio Facchinelli, animatore della rivista ‘L’Erba Voglio’: si tratta di tre conferenze (una inedita) di Cefis, compreso un discorso pronunciato all’Accademia militare di Modena il 23 febbraio 1972, che Pasolini voleva inserire nel romanzo, come cerniera tra la prima e la seconda parte. E persino l’originale di una conferenza intitolata ‘Un caso interessante: la Montedison’ tenuta l’11 marzo 1973 presso la Scuola di cultura cattolica di Vicenza, con annotazioni a margine dello stesso Cefis, da lui mai pronunciate”.

Tra le carte, anche un prezioso schema riassuntivo titolato “Appunti 20-30. Storia del petrolio e retroscena”. Così scriveva il profetico Pier Paolo: “In questo preciso momento storico (I Blocco politico) Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)”.

Ed ecco Cefis-Troya nelle sue parole, scolpite come rilucente marmo: “Lui, Troya, è un uomo sui cinquant’anni, ma ne dimostra meno. La prima cosa che colpisce in lui è il sorriso. (…) Il sorriso di Troya è un sorriso di complicità, quasi ammiccante: è decisamente un sorriso colpevole. Con esso Troya pare voler dire a chi lo guarda che lui lo sa bene che chi lo guarda lo considera un uomo abbietto e ambizioso, capace di tutto, assolutamente privo di un punto debole, malgrado quella sua aria da ex collegiale povero e da leccapiedi di sagrestia. (…) Troya, sorridendo furbescamente, voleva far sapere ininterrottamente, senza soluzione di continuità, e a tutti che lui era furbo. Quindi che lo si lasciasse andare, per carità, che lui ‘sapeva certe cose’, ‘aveva certi affari urgenti d’importanza nazionale’ (che un giorno o l’altro si sarebbero saputi), che lui ‘era così abile e diciamo pure strisciante da cavarsela sempre nel migliore dei modi e nell’interesse di tutti. Naturalmente, essendo un sorriso di complicità era anche un sorriso mendico: mendicava cioè compassione, nella sua manifesta colpevolezza. (…) Ecco tutto ciò che si sapeva attualmente sulla sua persona. Il linguaggio con cui egli si esprimeva era la sua attività, perciò io, per interpretarlo, dovrei essere un mercialista, oltre che un detective. Mi sono arrangiato ed ecco cosa sono venuto a sapere”.

Un fiume da 600 pagine meno 78. Quanto basta per essere ammazzato di botte all’Idroscalo.

Nuovo 11 Settembre, prima che Trump possa insediarsi?

Fonte: http://www.libreidee.org/2016/11/nuovo-11-settembre-prima-che-trump-possa-insediarsi/

Nuovo 11 Settembre, se Trump non cede ai neocon? Già all’indomani del voto americano, a lanciare l’allarme è Massimo Mazzucco, autore di clamorosi documentari sugli opachi retroscena degli attentati contro le Twin Towers. Il pericolo, oggi? Evidente: l’oligarchia al potere ha perso la sua pedina di fiducia, Hillary Clinton, ma in compenso può contare su una maggioranza parlamentare “bulgara” dei repubblicani, tra cui si annidano molti insidiosi neocon, mentre Obama è sulla via del congedo e Donald Trump non controlla ancora le leve del comando. Due mesi ad alto rischio, per Mazzucco, da qui all’insediamento ufficiale, il 20 gennaio 2017. Riuscirà ad arrivarci, Trump? O invece la situazione precipiterà del caos, grazie all’ennesimo “provvidenziale” maxi-attentato, destinato a rimettere in sella gli uomini del potere-ombra che controlla e manipola la sicurezza? La minaccia è reale, insiste Mazzucco, anche perché il Deep State – Washington e Wall Street, Pentagono e intelligence – ha capito inequivocabilmente che l’americano medio è in rivolta: votando Trump e licenziando Hillary, ha voluto bocciare i santuari del potere imperiale, militare e finanziario.

«Quando vinse Barack Obama scrivemmo che il segnale primario di quell’elezione era che l’America fosse finalmente pronta ad eleggere un nero alla Casa Bianca», ricorda Mazzucco sul blog “Luogo Comune”. Sembrava «un grande passo evolutivo, Massimo Mazzucconella breve storia di questa nazione, indipendentemente da ciò che poi il nuovo presidente sarebbe o non sarebbe riuscito a fare». Otto anni dopo, la situazione è perfettamente speculare: «La vittoria odierna di Trump può essere letta con gli stessi parametri: ci dice sostanzialmente che l’America di oggi si ribella ad un sistema politico ormai palesemente marcio, indipendentemente da quello che poi farà o non farà Donald Trump dall’ufficio ovale della Casa Bianca». Quella di oggi, infatti, «non è tanto una vittoria di Trump, quanto piuttosto la sconfitta di un enorme apparato di gestione del potere, il cui strumento principale sono in media asserviti, e il cui scopo ultimo è quello di permettere ad una oligarchia di controllare un’intera nazione tramite il velo ingannevole della “democrazia”». Tutto questo «sembra vacillare di fronte ad una reazione di tipo istintivo e irrazionale nella parte più “ignorante”», il famoso “contadino dell’Oklahoma”, «che ha capito con la pancia che il sistema lo stava ingannando, e sempre con la pancia ha scelto di combatterlo con l’unica arma che aveva a disposizione: il candidato “antisistema”».

Questo risultato travolgente, continua Mazzucco, è stato paradossalmente aiutato da una candidata, Hillary Clinton, che «è riuscita a concentrare sulla propria persona tutto il peggio dell’attuale sistema politico: corruzione, arroganza, prevaricazione, menzogna reiterata, prepotenza e collusione», il tutto «perpetrato pacchianamente alla luce del sole». Chiarita la psicologia dell’elettore, resta oscura l’altra faccia dell’America: già si sapeva che, nel caso di una vittoria di Trump, «il sistema politico si sarebbe immediatamente messo in moto per cercare di metabolizzalo e farlo diventare uno di loro. Già ci sono riusciti in parte, mettendogli accanto il fintamente pacato Mike Pence». E se questo non dovesse bastare, aggiunge Mazzucco, «potete stare certi che entro pochi mesi (e probabilmente prima ancora dell’insediamento effettivo del 20 gennaio) l’America si troverà a fronteggiare un evento di tipo “terroristico” molto simile a quello dell’11 Settembre». Per eventuali “golpisti”, infatti, l’occasione sembra favorevole: abbiamo davanti «due mesi di assoluto vuoto politico».

Da qui in avanti, «Obama non ha più nemmeno l’autorità per incollare un francobollo, mentre lo stesso Parlamento si prepara a cedere la maggioranza assoluta al partito repubblicano». E con una “supermajority” come questa, c’è poco da scherzare: i repubblicani controllano contemporaneamente la presidenza e i due bracci del Parlamento, quindi possono far passare speditamente tutte le leggi che vogliono, senza dover temere una reale resistenza da parte dell’opposizione. «Non saranno certo i neoconservatori del complesso militare-industriale a farsi sfuggire l’occasione per lanciare definitivamente il loro sogno di “nuovo secolo americano” già dall’alba del 21 di gennaio prossimo». Gli uomini del Pnac, il disegno di supremazia imperiale a suon di bombe, emersero attorno a George W. Bush – Paul Wolfowitz, Donald Rumsfeld, Condoleezza Rice, Dick Cheney – ma non sono affatto scomparsi. «Teneteli d’occhio da vicino, i vari Bolton, Cheney, Rowe e tutti gli altri della vecchia guardia neocons, perché qualunque cosa esca dalle loro bocche nelle prossime ore – profetizza Mazzucco – sarà destinato ad avverarsi, probabilmente in tempi molto brevi».

ETIOPIA:IL GOVERNO CERCA DI FERMARE I MOTI E DIVIDERE GLI AVVERSARI

Scritto da: Antonio De Martini
Fonte: https://corrieredellacollera.com/2016/11/05/etiopiail-governo-cerca-di-fermare-i-moti-e-dividere-gli-avversari-di-antonio-de-martini/

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Il primo ministro etiopico Hailemariam Desalegn dopo aver tentato con le cattive – gli oppositori lamentano quasi mille morti durante le pacifiche manifestazioni –  ha proceduto martedì scorso a un rimpasto che secondo la equipe al potere in Addis Abeba, dovrebbe calmare gli spiriti e dividere gli Oromo ( l’etnia più numerosa del paese con il 36%) dagli Amhara ( l’etnia guerriera che ha dominato per secoli e che è caduta assieme alla monarchia) dopo che l’alleanza tra questi due gruppi ha mostrato la sua pericolosità con manifestazioni pacifiche di cui non si vedeva l’uguale da quando i tigrini sono arrivati al potere defenestrando il DERG di Hailemariam Menghistu.

Il movimento di contestazione è iniziato nella regione Oromo ( un tempo chiamati Galla) e si è esteso verso nord fino a coinvolgere gli Amhara .

Motivo reale: nel governo e nelle forze di sicurezza le due principali etnie sono sottorappresentate a favore dei tigrini che sostennero per intero il costo della guerriglia anticomunista contro il governo del DERG ( Soviet), che comunque resisteva con l’appoggio USA. Quando la situazione divenne insostenibile, Menghistu si ritirò in Zimbabwe  ( ex Rodesia) con una buonuscita di dieci milioni di dollari dell’epoca e una sontuosa villa ( e l’impunità), lasciando arrivare in città i guerriglieri tigrini , ovviamente appoggiati dal governo USA.

La ragione dell’appoggio USA ai militari del Derg fu che rappresentavano il popolo rispetto alla Monarchia e dell’appoggio ai guerriglieri tigrini è che erano federalisti. Dunque un passo avanti.

La ragione dell’appoggio al nuovo movimento di contestazione democratica è che in base ai principi federalisti, la maggioranza dovrebbe essere al vertice; meglio se vi giunge pacificamente.

Morale, la polizia – tutti tigrini – ha sparato e fatto mille morti da novembre 2015 ad oggi con forte concentrazione  negli ultimi due mesi.

Gli americani hanno incoraggiato il vincitore della maratona olimpica a manifestare e questi è stato seguito dalla medaglia d’argento paraolimpica e adesso vivono negli USA a piè di lista.  o quasi ( 400 dollari al mese che per un etiopico è una cifra ).

IL RIMPASTO

Dei trenta ministri che componevano il gabinetto etiopico, solo nove conservano i loro posti, rivelando così i nomi degli uomini forti che finora si erano accuratamente tenuti segreti: il vice presidente Demeke Makonnen , Siraj Fegessa ( DIFESA) e Gebretsion Gebremichael ( TELECOMUNICAZIONI)

I nuovi arrivati, invece, sono stati messi a diretto contatto con i diplomatici e la stampa internazionale: L’Oromo  Workneh  Gebeyehu ( che era ministro dei trasporti), passa agli esteri, mentre  Negeri Lencho , che insegna giornalismo all’università di Addis Abeba, diventa ministro della comunicazione in sostituzione dell’ormai impopolare Getatchew Reda ( anche lui Amhara).

In pratica, nessun posto agli Amhara, una promozione a un Oromo ( dai trasporti agli esteri), mentre uno dei sacrificati Tedros Adanom, ha lasciato gli esteri per brigare il posto di direttore generale dell’organizzazione mondiale della sanità. Se verrà trombato, sara per aver male impostato i suoi rapporti con i colleghi stranieri.

Un rimpasto così soddisferebbe gli italiani, ma non in Etiopia. Mille morti chiedono vendetta.

Altrettante famiglie  – e annessi, poiché le terre vengono coltivate collettivamente da gruppi familiari riuniti- meditano vendetta; gli Oromo sono consapevoli che se rompono con gli Amhara non rappresenteranno più il 60% della popolazione perdendo la loro legittimazione democratica a governare. In cambio i comunicati stampa saranno fatti benissimo il nuovo ministro esce da una università americana.

IL FUTURO IMMEDIATO

Il solo giornale indipendente d’Etiopia, lo STANDARD ha cessato la sua edizione stampata a causa della nuova legge sulla stampa: di un eventuale reato sono responsabili anche gli stampatori e degli edicolanti.  Nessuno vuole correre rischi. Sintomo evidente che non si fidano della legalità esistente e della indipendenza dei magistrati, tanto più che la sola pena in vigore sembra essere quella di morte. La versione web , in teoria funziona, ma nessuno può leggerla.

I collegamenti internet, infatti, sono stati bloccati per evitare che i manifestanti si dessero appuntamento per manifestare. I collegamenti con l’estero non hanno mai brillato per il funzionamento.

I somali , la zona sud dell’Ogaden è etiopica ma sostanzialmente somala, sono in stato di guerriglia da quaranta anni e si stanno riorganizzando in funzione anti USA  e la nuova ferrovia Gibuti- Addis Abeba – fatta dai cinesi -sembra essere un obbiettivo interessante  per gli shabab, dato che la zona di Dire Daua è contigua  sia all’ Ogaden che alla Repubblica di Gibuti dove gli USA hanno stanziato un comando a quattro stelle e un battaglione rinforzato di Marines.

Per il governo si apre un altro fronte, oltre a quello eritreo in fermento periodico dagli anni sessanta. Ad ogni incremento di tensione aumenta il numero dei giovani eritrei in età di leva che prende la via dell’Europa. Prima la leva  era quinquennale, adesso è indefinita…..

L’aver accusato l’Egitto di fomentare disordini per via della diga sul Nilo Azzurro,( eseguita da Salini)  non si è rivelata sufficiente a creare una union sacrée.

I tigrini sono solo il 6% della popolazione di quello che fu l’impero, gli Oromo sono  considerati gli ebrei del corno d’Africa essendo tutti commercianti e l’etnia guerriera degli Amhara  che ha governato per secoli, sta seduta in disparte e aspetta il suo momento.

Il rimpasto è stato maldestro, tardivo e micro. Il tasto del nazionalismo non ha funzionato essendoci una trentina di etnie differenti, l’aver cooptato un Oromo ha significato però  agli occhi di tutti che il governo ha compreso il problema , ma non vuole pagare un prezzo troppo alto. Altro errore da matita rossa.