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GOVERNO UNGHERESE TAGLIA LE TASSE E AUMENTA GLI AIUTI A FAMIGLIE, SCUOLA E SICUREZZA (CON RAPPORTO DEBITO-PIL AL 2,4%)

Scritto da: Giuseppe De Santis
Fonte:http://www.ilnord.it/c-5302_GOVERNO_UNGHERESE_TAGLIA_LE_TASSE_E_AUMENTA_GLI_AIUTI_A_FAMIGLIE_SCUOLA_E_SICUREZZA_CON_RAPPORTO_DEBITOPIL_AL_24

LONDRA – In diverse occasioni abbiamo parlato di miracolo economico ungherese perche’, al contrario delle nazioni dell’area euro, l’Ungheria ha ridotto le tasse e le bollette di luce, acqua, gas e nettezza urbana e ha aumentato la spesa sociale e anche la prossima finanziaria che sara’ presentata in parlamento introduce misure che alcuni definiscono populiste ma in realta’ seguono solo il buon senso.

Ma cosa contiene nello specifico la finanziaria ungherese?

Ebbene uno degli aspetti piu’ interessanti e’ che la tassa per le piccole aziende sarà portata al 13%, con una riduzione dell’1% mentre la tassa societaria generale rimarrà invariata (9%).

Conformemente alle promesse precedenti i contributi a carico del datore di lavoro saranno ulteriormente diminuiti e portati dall’attuale 22% al 20%. Saranno aumentate le agevolazioni per le famiglie che hanno due bambini, che comporteranno un risparmio medio 420.000 HUF annui mentre l’aliquota IVA sui servizi catering, sui prodotti ittici e sui servizi internet sarà ridotta al 5%.

La finanziaria stanzierà inoltre 81 miliardi di fiorini (ca. 270 milioni di euro) in più per l’istruzione, 287 miliardi di fiorini (ca. 960 milioni di euro) in più per le pensioni ed i servizi sociali, 83 miliardi di fiorini (ca. 277 milioni di euro) in più per la polizia e sicurezza e 205 miliardi di fiorini (ca. 683 milioni di euro) in più per lo sviluppo economico.

La finanziaria prevede un deficit di 1.360,7 miliardi di fiorini (ca. 4,5 miliardi di euro) con entrate pari a 18.740,7 miliardi di fiorini (ca. 62,5 miliardi di euro) e spese di 20.101,4 miliardi di fiorini (ca. 67 miliardi di euro).

L’obiettivo di deficit, calcolato secondo le regole contabili comunitarie, è pari al 2,4% del PIL.

Tutto questo puo’ sembrare un sogno ma invece e’ una solida realta’ e tutto grazie alla lungimiranza della classe politica ungherese e del primo ministro Viktor Orban che mette al centro delle proprie politiche gli interessi dei cittadini.

Ovviamente lo stesso potrebbe esse fatto in Italia se solo ci fosse la volonta’ politica e non a caso questa notizia e’ stata completamente censurata perche’ creerebbe parecchio imbarazzo alla nostra classe politica. Per incamminarsi sulla strada virtuosa che sta seguendo l’Ungheria, l’Italia dovrebbe abbanonare l’euro, avere quindi una propria valuta sovrana, respingere le immaginabili intromissioni dell’Fmi e per ultimo rintuzzare l’aggressione della Ue, che non sarebbe per nulla felice che l’Italia tornasse a essere un Paese sovrano. Le oligarchie burocratiche e finanziarie di Bruxelles non gradirebbero.

Noi ovviamente non ci stiamo e abbiamo deciso di divulgare questa notizia perche’ vogliamo che l’Italia segua l’esempio ungherese.

In Germania si accende un sole artificiale, per creare carburante pulito

Scritto da: Marta Musso
Fonte: https://www.wired.it/scienza/energia/2017/03/24/sole-artificiale-germania-carburante/

Germania

Produrre carburanti ecocompatibili, come l’idrogeno, grazie a un sole artificiale. A idearlo sono stati i ricercatori del Centro aerospaziale tedesco (Dlr), che hanno sviluppato un nuovo sistema di luce in grado di produrre l’energia equivalente alla radiazione emessa da 10mila soli. L’imponente sistema di illuminazione, chiamato Synlight, è stato appena acceso a Juelich, a circa 30 chilometri da Colonia, ed è una struttura a forma di nido d’ape, composta da 149 fari allo xenon (le stesse che vengono utilizzate nel cinema per simulare la luce solare naturale). “Il sistema è in grado di creare temperature fino a 3mila gradi Celsius e l’intera struttura misura la bellezza di 14 metri di altezza e 16 metri di larghezza”, spiega Bernhard Hoffschmidt, direttore del Dlr.

Anche se ancora in fase di sperimentazione, Synlight ha l’obiettivo di creare idrogeno, il cosiddetto carburante del futuro: a differenza di molti altri combustibili, questo elemento non produce emissioni di carbonio quando viene bruciato e, quindi, non contribuisce al riscaldamento globale. Il combustibile a idrogeno, però, non si trova naturalmente sulla Terra, ma deve essere prodotto dividendo le molecole d’acqua nei suoi due componenti, idrogeno e ossigeno. Quando la luce del sole artificiale viene focalizzata su un solo punto, riscalda il metallo a circa 800 gradi Celsius, che viene poi spruzzato con del vapore acqueo. In questo modo, il metallo reagisce con l’ossigeno dell’acqua, isolando l’idrogeno.

Ma ci sono dei limiti: bisogna ricordare che l’idrogeno è altamente volatile e che allo stato liquido è capace di bruciare con solo un decimo dell’energia necessaria per accendere la benzina. Una volta creato, dovrà quindi essere trattato con estrema cura. Un altro limite è quello che il sole artificiale richiede una quantità di energia elettrica enorme: in appena quattro ore, il sistema utilizza la stessa quantità di energia elettrica che una famiglia media consuma in un anno intero. I ricercatori sono ovviamente a conoscenza del problema: con una richiesta energetica così alta difficilmente produrre il combustibile pulito potrebbe avere un basso impatto ambientale. Il prossimo obbiettivo, dicono i ricercatori, sarà proprio quello di creare pannelli solari ancora più efficienti cn cui alimentare l’enorme macchina.

Duterte rifiuta 250 milioni di euro in aiuti dall’Ue: ‘No alle interferenze straniere’

Fonte: http://www.asianews.it/notizie-it/Duterte-rifiuta-250-milioni-di-euro-in-aiuti-dall%E2%80%99Ue:-%E2%80%98No-alle-interferenze-straniere%E2%80%99-40772.html

Il portavoce Abella: “Le Filippine si riservano il diritto di respingere le sovvenzioni che permettano agli stranieri di interferire con gli affari interni”. La delegazione dell’Ue informata ieri durante una riunione. Franz Jessen, ambasciatore dell’Ue: “Sono stati menzionati i diritti umani”. La mossa del governo filippino per bloccare le critiche europee sulle sue controverse politiche. La Cina nuovo alleato.

Manila (AsiaNews/Agenzie) – Il governo delle Filippine ha rifiutato circa 250 milioni di euro dall’Unione europea in aiuti allo sviluppo. Ernesto Abella, portavoce presidenziale, ha dichiarato oggi che il presidente Rodrigo Duterte ha disposto che il Dipartimento delle Finanze (Dof) respingesse le sovvenzioni, perchè queste “possono interferire con gli affari interni” delle Filippine.

In una conferenza stampa tenuta questa mattina, Abella ha dichiarato che il rifiuto agli aiuti dell’Ue sarebbe disposto “caso per caso” e ogni situazione “esaminata separatamente”. “Le Filippine si riservano il diritto di accettare prestiti e sovvenzioni che aiutino a raggiungere il proprio obiettivo di promuovere la crescita economica e l’inclusione. Si riservano inoltre il diritto di respingere rispettosamente le sovvenzioni con disposizioni che permettano agli stranieri di interferire con la nostra condotta e gli affari interni”, ha dichiarato il portavoce del presidente.

La delegazione dell’Ue presso le Filippine ha dichiarato oggi di essere stata informata della decisione del governo durante una riunione che si è svolta ieri. Tuttavia, non è stata fornita alcuna conferma scritta. Fra le motivazioni dietro il rifiuto del governo filippino, Franz Jessen, ambasciatore dell’Ue, afferma che durante il meeting “sono stati menzionati i diritti umani”.

Nei mesi scorsi, l’Ue ha criticato con durezza la guerra alla droga dell’amministrazione Duterte, condannando gli omicidi extragiudiziali e le violazioni dei diritti umani. La mossa del governo filippino mira a bloccare le critiche europee sulle controverse politiche adottate.

Alla domanda su come il governo filippino intende compensare gli aiuti rifiutati, la maggior parte dei quali destinato alle comunità povere di Mindanao, Abella ha risposto: “Questo dipende dal Dof, ma suppongo che ci siano altre fonti di finanziamento”. Abella ha aggiunto che gli aiuti umanitari per le vittime di calamità naturali potranno ancora essere accettati dal governo, finché questi saranno “incondizionati”. “Dobbiamo raggiungere un certo livello di fiducia in noi stessi. Il presidente vuole che i filippini respingano una mentalità mendicante”, ha concluso il portavoce presidenziale, affermando che il rifiuto ai fondi Ue non pregiudica le relazioni diplomatiche tra le Filippine e il blocco europeo.

Giorni fa si è svolta la seconda visita del presidente Duterte in Cina (14 – 15 maggio), in occasione del Forum della Obor (One belt one road), al quale hanno partecipato 68 Paesi interessati a sviluppare in modo congiunto le infrastrutture lungo le nuove rotte commerciali della Via della Seta. Durante la riunione bilaterale con il presidente cinese Xi Jinping del 15 maggio, Duterte ha siglato quattro accordi commerciali. L’ufficio presidenziale per le comunicazioni riporta che tra questi vi è una sovvenzione di circa 72,5 milioni di euro per condurre studi di fattibilità per grandi progetti, tra cui la costruzione di un centro di trattamento e riabilitazione delle tossicodipendenze e di ponti che attraversano il fiume Pasig. Questo collega la Laguna de Bay con la baia di Manila, suddividendo la capitale filippina e l’area urbana circostante in due parti, una settentrionale ed una meridionale.

 

Mario Tozzi: “Il supervulcano dei Campi Flegrei sta per svegliarsi, potrebbe essere una catastrofe. Lì si è costruito di tutto”

Scritto da: Ignazio Dessi
Fonte: http://notizie.tiscali.it/interviste/articoli/tozzi-intervista-campi-flegrei-supervulcano-si-sta-svegliando/

Se il mostro dei Campi Flegrei dovesse svegliarsi potrebbe seminare morti e distruzione, trattandosi del supervulcano più grande d’Europa, il secondo al mondo dopo quello del famoso Parco di Yellowstone, negli Stati Uniti. Ebbene gli esperti sono concordi nel ritenere che una eruzione potrebbe essere più vicina di quanto si creda e lanciano l’allarme, come ci conferma al telefono il noto geologo e primo ricercatore del Cnr Mario Tozzi.

Tozzi, il suo ultimo libro ha come titolo “Paure fuori luogo. Perché temiamo le catastrofi sbagliate” (Edizioni Einaudi), nel caso di cui parliamo è sbagliato tenere alta la guardia?
“Nel caso in questione non direi. Anzi, il problema è proprio che non si teme la catastrofe, visto che nei Campi Flegrei  ci hanno fatto di tutto, da un ippodromo a un ospedale e a una base militare. Tutto tranne quello che si sarebbe dovuto fare, ovvero un  parco naturale per la visita come, per esempio, hanno fatto a Yellowstone”.

I Campi Flegrei e nel riquadro Mario Tozzi

Perché la situazione è tanto pericolosa?
“Quello è il più grande supervulcano d’Europa nella cui zona ci sono almeno 600mila persone a rischio e l’eruzione è probabilmente molto più vicina di quanto si pensasse in passato, stando ai dati del CNR, il Centro Nazionale Ricerche, e di INGV, il Centro Nazionale Terremoti. Per questa ragione dovevamo starci più attenti prima. Va anche detto che quando si è pensato di scavare un pozzo per stabilire come stavano le cose i cittadini hanno temuto il pozzo e non il vulcano, e questo è un po’ paradossale”.

E perché si ritiene l’eruzione vicina, quali sono i sintomi di tale pericolo?
“Sono il cambiamento di temperatura, quantità e qualità delle emissioni gassose delle fumarole, il rigonfiamento del terreno e la portata del pozzo pilota. Ciò ci dice che il magma sta crescendo, spinge (almeno per una parte) e produce il rigonfiamento del suolo”.

Cosa dovrebbero fare le autorità per apprestare le contromisure necessarie a fronteggiare una eventualità del genere?
“La prima cosa è educare i cittadini, spiegare il rischio a tutti e fare esercitazione di evacuazione, perché bisogna sapere cosa fare in caso di pericolo. Del resto ci sarebbe probabilmente qualche giorno di tempo prima della manifestazione vulcanica più importante visto che parliamo del vulcano più monitorato del mondo”.

Temiamo sempre le catastrofi sbagliate” recita il suo libro, è per questo che si continua a costruire anche in un posto pericolosissimo come i Campi Flegrei? La speculazione insomma non ha mai limiti?
“E’ proprio così. Questo è il motivo per cui si continua a costruire anche dove non si dovrebbe e per cui ci si dimentica dei fenomeni vulcanici. La nostra memoria corta un po’ fa bene perché non si può sempre pensare alle catastrofi evitando magari qualsiasi attività, ma il monito dovrebbe rimanere. Invece in Italia non è così. Siamo ancora governati dal profitto e dalla dimenticanza, dalla scarsa attenzione e dalla scarsa memoria”.

Fatima, profezia avverata e da avverarsi

Scritto da: Rodolfo Casadei
Fonte: http://www.tempi.it/fatima-profezia-avverata-e-da-avverarsi#.WRXES8YlG00

Venerdì 12 e sabato 13 papa Bergoglio sarà a Fatima, in Portogallo, dove proclamerà santi Giacinta e Francesco, due dei tre pastorelli a cui la Madonna apparve sei volte fra il 13 maggio e il 13 ottobre 1917. La ricorrenza del centenario dei fatti non poteva non riaccendere l’attenzione, non solo da parte dei vertici della Chiesa cattolica, su quello che resta il più sensazionale evento con risvolti inspiegabili dell’ultimo secolo. La danza del sole davanti a 70 mila paia di occhi che potevano fissarlo senza restare accecati, la sua roteazione e colorazione iridescente con fulmineo asciugamento delle vesti bagnate della folla, scossero le certezze del più importante, anticlericale e massonico quotidiano del Portogallo, O Seculo, che titolò in prima pagina: “Cose sbalorditive: come il sole danzò a mezzogiorno a Fatima”. Come inspiegabile resta la forza d’animo con la quale i tre bambini (10, 9 e 7 anni) resistettero a minacce e ricatti di chi voleva costringerli ad ammettere di aver mentito oppure a rivelare i messaggi ricevuti dalla «signora vestita di bianco» che lei stessa aveva chiesto di tenere segreti. E poi le profezie sulla Russia comunista prima che il comunismo salisse al potere, sul pontificato di Pio XI prima che questi venisse eletto, sullo scoppio della Seconda Guerra mondiale e sulla “luce sconosciuta” (il 25 gennaio 1938 una grandiosa aurora boreale fu visibile in gran parte d’Europa) che l’avrebbe annunciata.

Ma Fatima è anche la storia di un segreto rimasto tale per 83 anni: la terza parte della visione che i tre bambini ebbero il 13 luglio 1917, messa per iscritto dalla superstite Lucia (i suoi due compagni Giacinta e Francesco erano morti rispettivamente nel 1920 e nel 1919) nel 1944, fu rivelata e letta in pubblico per disposizione di Giovanni Paolo II soltanto nel 2000. Quel troppo lungo intervallo ha dato la stura a perduranti controversie sull’interpretazione del messaggio, se si riferisca al passato o al futuro, se il testo arrivato a noi corrisponda alla rivelazione del 1917 o abbia subìto manomissioni, se non sia stato occultato un “quarto segreto” (o quarta parte dell’unico segreto) contenente un giudizio troppo severo sulla Chiesa.

Complottismi a parte, il comportamento della Chiesa cattolica nei riguardi degli eventi di Fatima non è stato sempre lineare: la natura soprannaturale delle apparizioni è stata ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa nell’ottobre 1930, ma la richiesta della Madonna che il papa in comunione con tutti i vescovi del mondo consacrasse la Russia al suo Cuore Immacolato per evitare al mondo grandi sofferenze non è stata soddisfatta fino al 1984; la terza parte del segreto avrebbe dovuto essere resa nota, secondo quanto suor Lucia afferma esserle stato detto dalla Madonna, a partire dal 1960, ma quattro papi di seguito hanno lasciato che il tempo passasse fino a quando Giovanni Paolo II, negli ultimi anni del suo pontificato, ha permesso la pubblicazione.

Per il centenario stanno uscendo molti libri o edizioni aggiornate di libri già disponibili sull’argomento. Fra le new entry segnaliamo 2017 Fatima centro del mondo di Luciano Garibaldi, inviato speciale, caporedattore, vicedirettore e collaboratore di molte testate: da Gente a La Notte, da Il Giornale ad Avvenire. Arrivato nelle librerie nel marzo scorso per le edizioni Mimep-Docete, questo testo presenta molti pregi e alcune originali suggestioni. Riassume correttamente la cronaca degli eventi, ripropone le parole della Madonna e i contenuti delle visioni così come suor Lucia li ha messi per iscritto a varie riprese dietro richiesta del vescovo di Leiria, contiene la riproduzione di struggenti foto color seppia dei protagonisti degli eventi del 1917 e anni seguenti, comprese quelle delle prime folle radunate nella Cueva di Iria e delle prime pagine dei giornali portoghesi del tempo, e quelle a colori che vanno da Giovanni Paolo II ai giorni nostri. Un capitolo è dedicato a “Fatima nella missione di nove pontefici” dove è raccontato che cosa è stato fatto o non fatto dai nove papi che si sono succeduti dai giorni delle apparizioni ad oggi. In chiusura due appendici: il Commento teologico col quale l’allora Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede card. Joseph Ratzinger accompagnò la pubblicazione del cosiddetto terzo segreto e la Dichiarazione comune sottoscritta da papa Francesco e dal patriarca di Mosca Kirill il 12 febbraio 2016. Se il primo testo è quasi un atto dovuto per un libro che voglia trattare in stile divulgativo ma serio la vicenda delle apparizioni e dei messaggi della Madonna di Fatima, il secondo serve di supporto a una delle chiavi interpretative del libro di Garibaldi. Gli elementi originali del testo sono infatti due: che la “conversione della Russia” predetta dalla Madonna a Fatima se quel paese le fosse stato consacrato è nei fatti avvenuta; che c’è continuità fra le apparizioni di Fatima, approvate dalla Chiesa, e quelle di Civitavecchia, sulle quali la Chiesa non si è pronunciata. A proposito della Russia Garibaldi nota come la caduta del Muro di Berlino e la fine della dittatura comunista in Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est sono successive alla consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria, e sono state seguite da eventi altamente simbolici come il dono di preziose icone da parte di Vladimir Putin a papa Francesco e la firma dello storico documento de L’Avana, coincidente col primo incontro diretto di tutta la storia fra Papa di Roma e Patriarca di Mosca. Si potrebbe aggiungere – il libro non lo dice – che secondo i sondaggi dell’americano Pew Research Institute nel 2015 il 70 per cento dei russi si dichiarava religioso, percentuale molto più alta di quella dei paesi che un tempo si chiamavano “del mondo libero” impegnato nella lotta contro il comunismo: negli Usa si dichiara religioso solo il 56 per cento della popolazione, in Francia il 40, in Germania il 34 e nel Regno Unito il 30.

Per quanto riguarda Civitavecchia, dove una statuina della Madonna portata da Medjugorje pianse lacrime apparentemente di sangue per 14 volte fra il 2 febbraio e il 15 marzo 1995, e dove la famiglia Gregori proprietaria della statua afferma di avere avuto molte apparizioni della Vergine fra il 2 luglio 1995 e il 17 maggio 1996, risulta che uno dei messaggi trasmessi nel corso di un’apparizione contenesse un riferimento esplicito a Fatima: «Le tenebre di Satana stanno oscurando ormai tutto il mondo e anche la Chiesa di Dio. Preparatevi a vivere quanto io avevo svelato alle mie piccole figlie di Fatima». Jessica Gregori, che per prima, quindicenne, vide le lacrime e poi ricevette messaggi dalla Madonna, sostiene che alcuni di essi riguardano il terzo segreto di Fatima e che lei è tenuta a non rivelarli, fino a quando la Madonna non le manderà un segno.

Com’è noto, il cosiddetto terzo segreto consiste, nella forma in cui è stato comunicato, in una visione al culmine della quale una persona indicata prima come “vescovo vestito di bianco” e poi “Santo Padre” viene ucciso sotto a una croce di tronchi grezzi da un gruppo di soldati, insieme a vescovi, sacerdoti e laici, mentre due angeli «ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, raccoglievano il sangue dei martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio». Giovanni Paolo II la intese come un preannunzio dell’attentato contro la sua vita compiuto da Mehmet Ali Agca, al quale sarebbe sfuggito per l’intervento della mano materna di Maria: la pallottola estratta dal suo corpo fu poi incastonata nella corona di cui è ornata la statua della Madonna a Fatima. Questa interpretazione è indirettamente avallata dal commento teologico dell’allora cardinale Ratzinger, dove si legge: «l’immagine che i bambini videro non è affatto un film anticipato del futuro, del quale nulla potrebbe più essere cambiato. Tutta quanta la visione avviene in realtà solo per richiamare sullo scenario la libertà e per volgerla in una direzione positiva». Libertà di Dio, libertà degli uomini, libertà di Maria che ha detto “sì” all’angelo: «Il fiat di Maria», concludeva Ratzinger, «ha cambiato la storia del mondo, perché ha introdotto in questo mondo il Salvatore – perché grazie a questo “sì” Dio poteva diventare uomo nel nostro spazio e tale ora rimane per sempre. Il maligno ha potere in questo mondo, lo vediamo e lo sperimentiamo continuamente; egli ha potere, perché la nostra libertà si lascia continuamente distogliere da Dio. Ma quando Dio stesso ha un cuore umano e ha così rivolto la libertà dell’uomo verso il bene, verso Dio, la libertà per il male non ha più l’ultima parola».

ENRICO MATTEI…UN ITALIANO!

Parole dal passato per il nostro presente
“Ho lottato contro l’idea fissa che esisteva nel mio Paese: che l’Italia fosse condannata ad essere povera per mancanza di materie prime e di fonti energetiche. Queste fonti energetiche le ho individuate e le ho messe in valore e ne ho tratto delle materie prime. Ma, prima di far tutto questo, ho dovuto fare anch’io della decolonizzazione perché molti settori dell’economia italiana erano colonizzati anzi, direi, che la stessa Italia meridionale era stata colonizzata dal Nord d’Italia!”. (Enrico Mattei – Discorso a Tunisi, 10 giugno 1960)

Nell’Ultimo Paese che l’America ha Liberato da un “Malvagio Dittatore” Oggi si Commerciano Apertamente gli Schiavi

Scritto da: Henry Tougha
Fonte: http://vocidallestero.it/2017/04/17/nellultimo-paese-che-lamerica-ha-liberato-da-un-malvagio-dittatore-oggi-si-commerciano-apertamente-gli-schiavi/

Un articolo rilanciato da Zero Hedge ci apre una finestra sull’orrore in cui la Libia è stata gettata dal cosiddetto intervento  “umanitario”  dei paesi NATO  e dalla primavera araba. Nel paese nordafricano, privo di un controllo politico, si fa apertamente compravendita di esseri umani come schiavi, li si detiene per ottenere il riscatto e se non sono utili alla fine li si uccide. Il disordine e le atrocità che seguono la cacciata del dittatore – per quanto odioso possa essere –  dovrebbero essere tenuti ben presenti oggi che il cerchio si sta stringendo intorno alla Siria.

 

di Carey Wedler, 15 aprile 2017

È ben noto che l’intervento NATO a guida USA del 2011 in Libia, con lo scopo di rovesciare Muammar Gheddafi, ha portato ad un vuoto di potere che ha permesso a gruppi terroristici come l’ISIS di prendere piede nel paese.

Nonostante le conseguenze devastanti dell’invasione del 2011, l’Occidente è oggi lanciato sulla stessa traiettoria nei riguardi della Siria. Proprio come l’amministrazione Obama ha stroncato Gheddafi nel 2011, accusandolo di violazione dei diritti umani e insistendo che doveva essere rimosso dal potere al fine di proteggere il popolo libico, così l’amministrazione Trump sta oggi puntando il dito contro le politiche repressive di Bashar al-Assad in Siria e lanciando l’avvertimento che il suo regime è destinato a terminare presto — tutto ovviamente in nome della protezione dei civili siriani.

Ma mentre gli Stati Uniti e i loro alleati si dimostrano effettivamente incapaci di fornire una qualsiasi base legale a giustificazione dei loro recenti attacchi aerei — figurarsi poi fornire una qualsiasi evidenza concreta a dimostrazione del fatto che Assad sia effettivamente responsabile dei mortali attacchi chimici della scorsa settimana — emergono sempre più chiaramente i pericoli connessi all’invasione di un paese straniero e alla rimozione dei suoi leader politici.

Questa settimana abbiamo avuto nuove rivelazioni sugli effetti collaterali degli “interventi umanitari”: la crescita del mercato degli schiavi.

Il Guardian ha riportato che sebbene “la violenza, l’estorsione e il lavoro in schiavitù” siano stati già in passato una realtà per le persone che transitavano attraverso la Libia, recentemente il commercio degli schiavi è aumentato. Oggi la compravendita di esseri umani come schiavi viene fatta apertamente, alla luce del sole.

Gli ultimi report sul ‘mercato degli schiavi’ a cui sono sottoposti i migranti si possono aggiungere alla lunga lista di atrocità [che avvengono il Libia]” ha detto Mohammed Abdiker, capo delle operazioni di emergenza dell’International Office of Migration, un’organizzazione intergovernativa che promuove “migrazioni ordinate e più umane a beneficio di tutti“, secondo il suo stesso sito web. “La situazione è tragica. Più l’IOM si impegna in Libia, più ci rendiamo conto come questo paese sia una valle di lacrime per troppi migranti.”

Il paese nordafricano viene usato spesso come punto di uscita per i rifugiati che arrivano da altre parti del continente. Ma da quando Gheddafi è stato rovesciato nel 2011 “il paese, che è ampio e poco densamente popolato, è piombato nel caos della violenza, e i migranti, che hanno poco denaro e di solito sono privi di documenti, sono particolarmente vulnerabili“, ha spiegato il Guardian.

Un sopravvissuto del Senegal ha raccontato che stava attraversando la Libia, proveniendo dal Niger, assieme ad un gruppo di altri migranti che cercavano di scappare dai loro paesi di origine. Avevano pagato un trafficante perché li trasportasse in autobus fino alla costa, dove avrebbero corso il rischio di imbarcarsi per l’Europa. Ma anziché portarli sulla costa il trafficante li ha condotti in un’area polverosa presso la cittadina libica di Sabha. Secondo quanto riportato da Livia Manente, la funzionaria dell’IOM che intervista i sopravvissuti, “il loro autista gli ha detto all’improvviso che gli intermediari non gli avevano passato i pagamenti dovuti e ha messo i passeggeri in vendita“. La Manente ha anche dichiarato:

Molti altri migranti hanno confermato questa storia, descrivendo indipendentemente [l’uno dall’altro] i vari mercati degli schiavi e le diverse prigioni private che si trovano in tutta la Libia, aggiungendo che la OIM-Italia ha confermato di aver raccolto simili testimonianze anche dai migranti nell’Italia del sud.

Il sopravvissuto senegalese ha detto di essere stato portato in una prigione improvvisata che, come nota il Guardian, è cosa comune in Libia.

I detenuti all’interno sono costretti a lavorare senza paga, o in cambio di magre razioni di cibo, e i loro carcerieri telefonano regolarmente alle famiglie a casa chiedendo un riscatto. Il suo carceriere chiese 300.000 franchi CFA (circa 450 euro), poi lo vendette a un’altra prigione più grossa dove la richiesta di riscatto raddoppiò senza spiegazioni“.

Quando i migranti sono detenuti troppo a lungo senza che il riscatto venga pagato, vengono portati via e uccisi. “Alcuni deperiscono per la scarsità delle razioni e le condizioni igieniche miserabili, muoiono di fame o di malattie, ma il loro numero complessivo non diminuisce mai“, riporta il Guardian.

Se il numero di migranti scende perché qualcuno muore o viene riscattato, i rapitori vanno al mercato e ne comprano degli altri“, ha detto Manente.

Giuseppe Loprete, capo della missione IOM del Niger, ha confermato questi inquietanti resoconti. “È assolutamente chiaro che loro si vedono trattati come schiavi“, ha detto. Loprete ha gestito il rimpatrio di 1500 migranti nei soli primi tre mesi dell’anno, e teme che molte altre storie e incidenti del genere emergeranno man mano che altri migranti torneranno dalla Libia.

Le condizioni stanno peggiorando in Libia, penso che ci possiamo aspettare molti altri casi nei mesi a venire“, ha aggiunto.

Ora, mentre il governo degli Stati Uniti sta insistendo nell’idea che un cambio di regime in Siria sia la soluzione giusta per risolvere le molte crisi di quel paese, è sempre più evidente che la cacciata dei dittatori — per quanto detestabili possano essere — non è una soluzione efficace. Rovesciare Saddam Hussein non ha portato solo alla morte di molti civili e alla radicalizzazione della società, ma anche all’ascesa dell’ISIS.

Mentre la Libia, che un tempo era un modello di stabilità nella regione, continua a precipitare nel baratro in cui l’ha gettata “l’intervento umanitario” dell’Occidente – e gli esseri umani vengono trascinati nel nuovo mercato della schiavitù, e gli stupri e i rapimenti affliggono la popolazione – è sempre più ovvio che altre guerre non faranno altro che provocare ulteriori inimmaginabili sofferenze.

L’eredità di McGuinness, la vittoria dell’Ira e la sconfitta dell’Eta

Fonte: http://www.ilprimatonazionale.it/esteri/leredita-di-mcguinness-la-vittoria-dellira-e-la-sconfitta-delleta-59818/

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Derry, 21 Mar. – Veglie di preghiera notturna si sono susseguite in tutta l’Irlanda per rendere omaggio a Martin McGuinness, morto a 66 anni ieri, in seguito a una malattia genetica rara. L’ex Capo di Stato Maggiore dell’Ira dal 1979 al 1982, dopo essere spirato all’ospedale di Derry, è stato trasportato verso casa a spalle, nella bara avvolta nella bandiera irlandese lungo le strade della città. Una folla commossa ha seguito il feretro interrompendo il silenzio con qualche applauso.Il leader repubblicano, cattolico, esponente del partito Sinn Fein è stato quasi un’istituzione per l’Irlanda del Nord, e la sua vita testimonia il successo della battaglia militare e politica dell’IRA e del Movimento Repubblicano irlandese.

Il tragico Bloody Sunday di Derry dal 1972, con l’annessa la rivolta del quartiere cattolico Bogside di cui Guiness  fu uno degli artefici e dove ancora campaggia un murales la famosa scritta “You are now entering in Free Derry”. La guerriglia dell’Ira. Gli accordi di pace del Venerdì Santo del 1988 che misero fine alla guerra civile nordirlandese costata quasi tremila vite. E infine l’arrivo al governo dell’Ultster come vicepremier, carica abbandonata lo scorso gennaio per motivi di salute. Questa in estrema sintesi è la parabola politica di Martin Mc Guiness per molti anni numero 2 dell’Esercito repubblicano Irlandese e poi braccio destro dello storico leader Gerry Adams. La sua scomparsa coincide con la nuova speranza di un referendum per la riunificazione dell’Irlanda dopo il travolgente successo elettorale delle recenti elezioni politiche.

Ma mentre il Sinn Fein di Mc Guiness il partito politico che ha sempre affiancato e sostenuto le istanze politiche dell’Ira è tornato al massimo del suo splendore, la stessa cosa non si può dire per l’Eta basca che sta per arrendersi e consegnare le armi.Quella dell’Ira e dell’Eta sono due lotte dai tratti comuni, una per l’indipendenza dell’Irlanda del Nord e l’altra per la medesima istanza dei Paesi baschi. A essere diversi però sono gli interpreti e le opposte fini. Da una parte ci sono gli irlandesi, con legami e comunità di immigrati in tutto il mondo che mandavano finanziamenti, capaci di trasmettere oltre alla solidarietà anche le sensibilità di quello che si pensava dell’Ira nel mondo. Dall’altra un mondo, quello basco, ripiegato su se stesso, incapace di dialogare con i nemici di Spagna e Francia e soprattutto senza supporti e legami forti all’estero.

Quello che gli irlandesi hanno capito e che quello che i baschi non hanno capito è stata la portata emotiva e politica dell’11 settembre. Con l’attacco alle Torri Gemelle l’Occidente rompe irrimediabilmente con ogni forma di terrorismo. L’Ira capisce il cambio di paradigma storico e tratta con Londra deponendo le armi, e ottenendo il pieno riconoscimento politico. L’Eta all’opposto continua autisticamente, anche dopo l’attacco aereo a New York, con l’uso della violenza terroristica fino alla consunzione politica e militare del movimento. La tragedia dei baschi è stata quella di non avere una leadership politica in grado di guidare il passaggio dalle armi alla politica.

Insomma a Bilbao e dintorni non ci sono stati personaggi politici della statura di Martin Mc Guiness e Gerry Adams. Uomini di guerra e uomini di pace.

Un altro leader indigeno e attivista è stato ucciso in Colombia. Mentre la mattanza continua, il governo rifiuta di riconoscere l’esistenza dei paramilitari

Fonte: http://www.salvaleforeste.it/it/popoli-indigeni/4264-un-altro-leader-indigeno-e-attivista-%C3%A8-stato-ucciso-in-colombia-mentre-la-mattanza-continua,-il-governo-rifiuta-di-riconoscere-l-esistenza-dei-paramilitari.html

Yoryanis Isabel Bernal Varela della tribù Wiwa nella Sierra Nevada de Santa Marta, si batteva  per proteggere i diritti degli indigeni e delle donne nella sua comunità. Ma la donna è solo l’ultima vittima di una lunga serie di attacchi contro i leader comunitari, che sono in prima linea per salvare gli indigeni del Sud America. Testimoni oculari hanno riferito che Yoryanis Isabel Bernal Varela era stata minacciata con una pistola da diverse persone in motocicletta che alla fine le hanno sparato alla tes era ta, ha riferito Radio Contagio. I primi sospettati sono i paramilitari, ma una indagine è in corso. Finora, la polizia si è limitata a notare che Yoryanis Isabel Bernal Varela era stata arrestata nel 2004 per le proteste che organizzava.

“Ci hanno portato via un grande leader, e quando questo accade, è una perdita per la nostra cultura, perché non ci sono molte persone col coraggio di affrontare i nostri problemi in pubblico, che è sempre pericoloso”, ha detto capo del consiglio tribale della Arhuaco, Kogi e popoli Wiwa, Jose de los Santos.
popolazioni indigene sono minacciate e intimidazioni”, ha detto il segretario dell’organizzazione Wiwa Golkuche Jose Gregorio Rodríguez poco dopo il suo omicidio il 26 gennaio “Oggi hanno ucciso il nostro compagno e violati i nostri diritti. I nostri altri leader devono essere protetti. ”

Yoryanis Isabel Bernal Varela era un’ attivista in tutti i processi che riguardavano la tribù indigena dei Wiwa, si batteva per i diritti delle donnee cercava sempre il dialogo con la comunità, affinché si trovassero delle soluzioni pacifiche”
Oltre 119 tra attivisti per i diritti umanii e leader indigeni sono stati uccisi in Colombia dal momento in cui il governo ha firmato gli accordi di pace con la guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, FARC. La mattanza ha segnato un’escalation da quando le FARC si sono ritirate, in ottemperanza agli accordi di pace, lasciando campo libero ai paramilitari, che non sono osteggiati dal governo. Anzi, il governo ne nega perfino l’esistenza. “Non esistono paramilitari, e assumere ci siano sarebbe come concedere loro garanzie politiche a coloro che non li meritano”, ha detto il ministro della Difesa Luis Carlos Villegas su RCN Radio una settimana prima dell’omicidio di Bernal Varela. “Ci sono omicidi, ma non sono sistematici. Se lo fossero, io sarei il primo a riconoscerlo”.
Due settimane prima era stato ucciso un altra attivista per la pace, Emilsen Manyoma, una donna afro-colombiana che promuoveva la diffusione delle “Comunità Costruire la Pace”.

Pochi giorni prima, l’attivista dei diritti indigeni Olmedo Pito Garcia,  è stato accoltellato mentre stava tornando a casa. Era inoltre un attivista di Marcha Patriotic, un gruppo  che ha perso 120 membri da quando è stato fondato nel 2012.

Turchia, l’ennesimo attentato palesa il fallimento di Erdogan

Scritto da: Paolo Marcenaro
Fonte: http://www.opinione-pubblica.com/turchia-ennesimo-attentato-palesa-fallimento-erdogan/

Attentato a Istanbul 01 01 2017

Inizia come era finito il 2016 anche l’anno nuovo. Nella notte del veglione, ad Istanbul, in uno dei night club più rinomati e frequentato da VIP e turisti, il Reina, fa irruzione un commando di terroristi che spara sulla folla. Alla fine saranno 39 le vittime, dei quali 25 gli stranieri, e 70 i feriti in seguito all’attentato. Sembra che nelle ore successive l’ISIS abbia rivendicato l’attentato in lingua araba e turca (mai accaduto prima), “Turchia serva della Croce” avrebbero dichiarato i membri del califfato. Smentita invece la voce che narrava di un killer travestito da Santa Claus, sono otto i sospetti jihadisti indagati dalla Polizia turca.

Dopo Berlino, il 19 dicembre scorso, tocca ora a Istanbul. Un capodanno di sangue che non regala alcuna soluzione di continuità tra vecchio e nuovo anno.

Ma che fa anche seguito ai tanti attentati che nel 2016 hanno colpito la Turchia in diverse città. Un anno decisamente turbolento per il paese anatolico, se agli attentati aggiungiamo l’assassinio in diretta dell’Ambasciatore russo Karlov, che può essere legato anch’esso alla questione ISIS/Siria e il tentativo di golpe fallito da frange militari dello Stato turco con il conseguenti repulisti di Erdogan che ha colpito anche numerosi giornalisti e membri della società civile.

Proprio il “Sultano” con la sua ideologia neo-ottomana ha a suo carico le maggiori responsabilità per la trasformazione della Turchia in un paese turbolento, avvelenato dalle spinte islamiste. Sebbene non pochi si erano rallegrati quando, in seguito al vertice kazhako ad Astana, la Turchia di Erdogan ha dato finalmente l’impressione di voler voltare decisamente pagina rispetto alla “rotta” tenuta negli ultimi cinque anni nei confronti della Siria e di voler cooperare fattivamente con Russia e Iran per una soluzione del conflitto che prescindesse da precondizioni speciose del genere “Assad must go”, tuttavia, una volta che ci si è “seduti a cena con il diavolo”, non sempre è facile alzarsi chiedendo permesso e dileguarsi, e questo Recep Erdogan lo sta sperimentando molto bene sulla sua pelle.

Nell’ultimo anno la Turchia ha subito numerosi atti terroristici che sembrano scientemente organizzati e temporizzati per punire il Presidente turco per la sua svolta pragmatica nei confronti della Siria e della Russia. Il mondo jihadista adesso punta a colpire nel vivo l’immagine della Turchia, un’immagine che Erdogan in parte era riuscito a propagandare: la Turchia era considerata uno stato musulmano moderno, vitale, meta di turisti e investitori, crocevia per il Medio Oriente, i Balcani, l’Europa e il Caucaso.

Ma il Sultano, che nel 2010 portava avanti la politica “Zero Problemi coi Vicini”, lodava Assad e l’Iran, e discuteva di una “mini-schengen” che coinvolgesse Ankara, Damasco, Baghdad e Teheran, avrebbe dovuto essere più cauto. Avrebbe dovuto valutare con più attenzione il rischio di collaborare con l’Occidente sulla Siria. Invece la Turchia sotto la guida dell’AKP dal 2011 ha trasformato il varco di confine di Bab al-Hawa in una vera e propria autostrada per terroristi e si è compromessa spesso con estremisti di ogni sorta (l’export di petrolio rubato dall’ISIS sarebbe stato impossibile senza la conveniente sponda turca…).

A nostro avviso i rischi che correva Ankara in questa condotta aggressiva per certi versi e temeraria per altri erano chiaro sin dall’inizio. Il tentativo da parte di Ankara di sganciarsi dal giogo degli islamisti avrebbe comportato ritorsioni e rappresaglie sanguinose. Già nei mesi scorsi avevamo coniato per la Turchia un termine che calza a pennello al Sultanato di Erdogan: la Pakistanizzazione o Modello Pakistan, che dir si voglia. Troppe similitudini ad uno stato, quello pakistano, nato per essere una repubblica laica e moderna (almeno per gli standard del contesto islamico) e finita per essere una repubblica islamista con grandi lotte intestine etnico-religiose che la dilaniano dal suo interno.

LEGGI ANCHE: Le Purghe di Erdogan e il Modello Pakistan in Anatolia.

Gli ultimi eventi ci confermano che tale nostra preoccupazione fosse giustificata e che la possibilità che l’Europa si trovi con un grande paese musulmano scosso da periodici attentati, con istituzioni fragili, personalistiche e soggette a periodiche minacce da parte delle istituzioni spionistiche e militari dello Stato, diventi ogni giorno più probabile.

Qualcuno dovrebbe domandarsi, se questi sono i risultati nel seguire e appoggiare le iniziative degli Usa, che cosa aspetti l’Europa a iniziare a fare i propri interessi e impegnarsi fattivamente per un Medio Oriente pacifico e stabile, terreno di investimenti e commerci e non fonte di orde di migranti e centro nevralgico di reti terroriste capacissime (come si è visto di recente) di colpire anche il Vecchio Continente.