“STORIE QUOTIDIANE”

Scritto da : Anna Nicoletti
Fonte: La patatina fritta

Questa è la storia  di un moderno businessman…

Dopo tre colloqui in cui mi fanno sputare sangue e mi strizzano come una spugna, mi assumono per una posizione di tutto rispetto a tempo indeterminato nella sede veronese di una delle più importanti multinazionali di consulenza direzionale, servizi tecnologici e outsourcing.

Io che vivo di informatica, che spesso mi addormento con il computer sulla pancia, la tv e la luce accesa, che ho mille idee per la testa e vorrei rinominare Google come Google FC, dalle iniziali del mio nome e cognome,  penso che questa per me sia probabilmente una grande occasione.

Provengo da una realtà altamente strutturata in cui imparo a lavorare con metodo, collaboro con un team straniero alla realizzazione di un importante progetto, parlo più in inglese che in italiano, anzi qualcuno mi dice che non sono quasi più capace di esprimermi nella mia lingua.

Non sono del tutto sicuro di voler affrontare un cambiamento: sto bene; per quanto possibile riesco a concludere la giornata lavorativa ad un orario decente , mi posso autogestire , ma non basta. Il contratto è rinnovabile solo di anno in anno, sono sempre appeso ad un filo e poi in lontananza inizia a tirare aria di crisi in azienda, per cui i primi ad essere fatti fuori saranno i consulenti a progetto. Comincio a fare bene i miei calcoli, devo valutare la situazione con attenzione, praticamente devo programmare il futuro , come del resto già faccio per mestiere.

Tiro fuori il meglio di me, anche se non è facile, perché lasciare la strada vecchia per quella nuova comporta sempre fatica. Mi immagino con giacca e cravatta in un ambiente molto più  formale in cui la competizione è alle stelle, in cui bisogna essere leoni e non gazzelle. So che sarà cosi, ma ci devo provare.

Inizio a maggio 2010. Aspetto che il manager arrivi al nono piano del palazzo uffici dal quale si domina Verona e si vede anche il tetto dell’edificio in cui lavoravo prima. Mando un sms alla stessa persona che mi ha detto che parlo molto meglio in inglese che in italiano e mi sento rispondere che comunque vada sarà un successo.

Non è proprio cosi. Le responsabilità ed il carico di lavoro sono enormi. Sai quando inizi a lavorare al mattino, ma non sai quando vai a casa alla sera, per non dire alla notte. E dopo un mese a bruciapelo mi dicono che sarei stato trasferito in India. Ho il cervello in panne, forse è meglio che mandi messaggi in inglese se voglio comunicare con qualcuno, perché le frasi in italiano non mi escono dalla testa.

La situazione rapidamente evolve: il carico di lavoro cresce ancora di più , sempre di più, ma al momento non mi devo spostare. I ritmi sono incalzanti, la gestione è complessa , le scadenze strettissime,  le pressioni fortissime, le responsabilità un macigno: la testa che pensa se sarò in grado di resistere, la testa che pensa se tutto ciò ne vale la pena. Ed è il solito dilemma, perché questo è comunque un posto di lavoro molto sicuro al momento.

Sacrifico tutto: me stesso, amici, libertà. Devo imparare in fretta, per dare risposte in fretta, per poter gestire il tutto in fretta, perché i tempi  sono strettissimi  ed il cliente vuole risultati:  la testa che continua a pensare se tutto ciò ne vale la pena.

Sono al telefono tutto il giorno con l’India, parlo in  inglese con accento indiano, a volte inoltro agli amici pezzi di testi sacri in lingua sanscrita. Immagino che oltre la connessione web vi sia un posto completamente diverso, immagino che la vita da loro sia incredibilmente diversa: smetto di immaginare quando il manager mi chiama e mi dice che entro una settimana avrei avuto in mano la prenotazione di un volo e di una suite cinque stelle in uno dei migliori residence di una città indiana del nord. Volo di rientro dopo due mesi .

Parto adesso con la mente sgombera: troppi giorni senza tregua, senza sorriso, senza respiro, senza rispetto, troppi giorni senza dialogare, ma solo combattere, senza comunicare , ma solo urlare. La solita persona mi ripete che comunque vada sarà un successo . E cosi ora è.Il gigante asiatico che a partire dalla metà degli anni ’80 si è sempre più specializzato nella produzione e nella fornitura di software, che si colloca al terzo posto nel mondo per numero di tecnici nel settore, ma il cui tasso di alfabetizzazione è solo del 60% mi accoglie. Non avrei mai immaginato di finire in un posto come quello: quadro di miseria e di dignità,  di contrasti e di tradizioni,  di colori e di degrado.

Trascorro due mesi in una suite, ho la palestra al piano terra, il domestico ogni giorno, lavoro con l’aria condizionata in uno stabile di lusso, ho l’autista personale. Accanto a me  colleghi che vivono in case che sono poco più che baracche , per andare in ufficio la mia macchina affonda nelle pozzanghere durante la turbolenta e straumida stagione delle piogge, la gente non ha lavoro, non ha soldi.

Per le strade vi è di tutto: merce, cibo, animali, persone sedute per terra, persone che camminano scalze, donne nei loro tipici abiti colorati , donne con il burka, donne in abiti occidentali, ragazzini ovunque, motorini scassati, auto ammaccate, risciò, palazzi dell’antico potere e splendore, palazzi del nuovo potere, quello economico che fa lavorare le persone ai costi che fanno sognare l’occidente.

La città degrada in altezza: dai grattacieli del centro dove mangi benissimo in posti eleganti, alle case diroccate della periferia dove il pavimento è un tutt’uno con il fango della strada.

Mi chiedo quale essere umano possa sopravvivere bevendo questa acqua: mi chiedo se sono forse giunto in mezzo ad una razza aliena che ha sviluppato un meccanismo cellulare diverso.

Mi chiedo cosa faccia qui una creatura quando esce dalla pancia della madre  e in che situazione si trovi una persona  quando ha bisogno di cure. Mi sento disorientato perché sono parte di uno strano meccanismo : mi godo l’aria condizionata e l’acqua potabile, ho una copertura medico assicurativa, spendo come e quanto voglio,lascio sistematicamente al mio domestico l’equivalente di cinquanta centesimi di euro , con i quali lui può campare una giornata, poi scendo per andare in ufficio e lo spettacolo che mi si presenta sotto gli occhi è quello dei servizi televisivi in cui solo il degrado viene messo in risalto.

Ma non è tutto così. Sarà forse per la reciproca curiosità, mia e dei colleghi,  sarà che io stesso ora ho voglia di parlare, mentre in Italia ero molto più sereno quando nessuno durante il giorno mi rivolgeva la parola, ma mi fa piacere comunicare e ascoltare le persone: penso meno al fatto che fuori vi sia un altro mondo.

Non mi sono mai ritenuto credente, eppure qui mi sembra di percepire una spiritualità diversa. E forse una parte di energia passa attraverso la mia pelle. Non ho mai fatto molta attenzione alle dinamiche che si instaurano quando si cerca un dialogo con un’altra persona, eppure qui mi prendo tempo per osservare e studiare le reazioni, il tono della voce, i gesti delle mani, i particolari dello sguardo.

In generale da troppo tempo a questa parte non mi sono mai fermato, eppure qui sono costretto a farlo,  perché inevitabilmente ci sbatti dentro a questo mondo:  o fai finta di nulla e pensi che tanto le tue cose, la tua casa , il tuo solito quotidiano ti aspettano in occidente ed è solo questione di resistere qualche settimana per poi ritornare, o provi ad avvicinarlo, senza giudicarlo, ma solo per conoscerlo.

Torno in Italia con il nuovo software sviluppato per il cliente, torno con mille immagini che hanno bucato l’obiettivo della macchina fotografica, torno con i video rubati puntando il cellulare per alcuni decine di secondi contro i volti delle persone incontrate per strada, torno con tante storie da raccontare per tutti, anche per coloro che faranno comunque fatica a calarsi nel quotidiano che ho vissuto, ma fa lo stesso.

Questo è il mio bagaglio, che rimane mio, che mi ha riempito il cervello di pensieri ai quali non avevo mai pensato, che mi ha fatto vedere cose che non avrei mai immaginato, che mi ha fatto ritrovare il gusto per piccoli particolari che forse stavo perdendo.

 

Sette punti sulla guerra contro la Libia

Scritto da: Domenico Lo Surdo
Fonte: http://domenicolosurdo.blogspot.com

Ormai persino i ciechi possono essere in grado di vedere e di capire quello che sta avvenendo in Libia:

1. E’ in atto una guerra promossa e scatenata dalla Nato. Tale verità finisce col filtrare sugli stessi organi di «informazione» borghesi. Su «La Stampa» del 25 agosto Lucia Annunziata scrive: è una guerra «tutta “esterna”, cioè fatta dalle forze Nato»; è il «sistema occidentale, che ha promosso la guerra contro Gheddafi». Una vignetta dell’«International Herald Tribune» del 24 agosto ci fa vedere «ribelli» che esultano, ma stando comodamente a cavallo di un aereo che porta impresso lo stemma della Nato.

2.  Si tratta di una guerra preparata da lungo tempo. Il «Sunday Mirror» del 20 marzo ha rivelato che già «tre settimane» prima della risoluzione dell’Onu erano all’opera in Libia «centinaia» di soldati britannici, inquadrati in uno dei corpi militari più sofisticati e più temuti del mondo (SAS). Rivelazioni o ammissioni analoghe si possono leggere sull’«International Herald Tribune» del 31 marzo, a proposito della presenza di «piccoli gruppi della Cia» e di «un’ampia forza occidentale in azione nell’ombra», sempre «prima dello scoppio delle ostilità il 19 marzo».
3.  Questa guerra non ha nulla a che fare con la protezione dei diritti umani. Nell’articolo già citato, Lucia Annunziata osserva angosciata: «La Nato che ha raggiunto la vittoria non è la stessa entità che ha avviato la guerra». Nel frattempo, l’Occidente è gravemente indebolito dalla crisi economica; riuscirà a mantenere il controllo su un continente che sempre più avverte il richiamo delle «nazioni non occidentali» e in particolare della Cina? D’altro canto, lo stesso quotidiano che ospita l’articolo di Annunziata, «La Stampa», si apre il 26 agosto con un titolo a tutta pagina: «Nuova Libia, sfida Italia-Francia». Per chi ancora non avesse compreso di che tipo di sfida si tratta, l’editoriale di Paolo Baroni (Duello all’ultimo affare) chiarisce: dall’inizio delle operazioni belliche, caratterizzate dal frenetico attivismo di Sarkozy, «si è subito capito che la guerra contro il Colonnello si sarebbe trasformata in un conflitto di tutt’altro tipo: Guerra economica, con un nuovo avversario, l’Italia ovviamente».
4.  Promossa per motivi abietti, la guerra viene condotta in modo criminale. Mi limito solo ad alcuni dettagli ripresi da un quotidiano insospettabile. L’«International Herald Tribune» del 26 agosto, con un articolo di K. Fahim e R. Gladstone riporta: «In un accampamento al centro di Tripoli sono stati ritrovati i corpi crivellati di proiettili di più 30 combattenti pro-Gheddafi. Almeno due erano legati con manette di plastica, e ciò lascia pensare che abbiano subito un’esecuzione. Di questi morti cinque sono stati trovati in un ospedale da campo; uno era su un’ambulanza, steso su una barella e allacciato con una cinghia e con una flebo intravenosa ancora al suo braccio».
5.  Barbara come tutte le guerre coloniali, l’attuale guerra contro la Libia dimostra l’ulteriore imbarbarimento dell’imperialismo. In passato innumerevoli sono stati i tentativi della Cia di assassinare Fidel Castro, ma questi tentativi erano condotti in segreto, con un senso se non di vergogna, comunque di timore per le possibili reazioni dell’opinione pubblica internazionale. Oggi, invece, assassinare Gheddafi o altri capi di Stato sgraditi all’Occidente è un diritto proclamato apertamente. Il «Corriere della Sera» del 26 agosto 2011 titola trionfalmente: «Caccia a Gheddafi e ai figli casa per casa». Mentre scrivo, i Tornados britannici, avvalendosi anche della collaborazione e delle informazioni fornite dalla Francia, sono impegnati a bombardare Sirte e a sterminare un’intera famiglia.
6.  Non meno barbara della guerra, è stata ed è la campagna di disinformazione. Senza alcun senso del pudore, la Nato ha martellato sistematicamente la menzogna secondo cui le sue operazioni belliche miravano solo alla protezione dei civili! E la stampa, la «libera» stampa occidentale? A suo tempo essa ha pubblicato con evidenza la «notizia», secondo cui Gheddafi riempiva i suoi soldati di viagra in modo che più agevolmente potessero commettere stupri di massa. Questa «notizia» cadeva rapidamente nel ridicolo, ed ecco allora un’altra «notizia», secondo cui i soldati libici sparano sui bambini. Non viene addotta alcuna prova, non c’è alcun riferimento a tempi e a luoghi determinati, alcun rinvio a questa o a quella fonte: l’importante è criminalizzare il nemico da annientare.

7.  A suo tempo Mussolini presentò l’aggressione fascista contro l’Etiopia come una campagna per liberare quel paese dalla piaga della schiavitù; oggi la Nato presenta la sua aggressione contro la Libia come una campagna per la diffusione della democrazia. A suo tempo Mussolini non si stancava di tuonare contro l’imperatore etiopico Hailè Selassié quale «Negus dei negrieri»; oggi la Nato esprime il suo disprezzo per Gheddafi «il dittatore». Come non cambia la natura guerrafondaia dell’imperialismo, così le sue tecniche di manipolazione rivelano significativi elementi di continuità. Al fine di chiarire chi oggi realmente esercita la dittatura a livello planetario, piuttosto che Marx o Lenin, voglio citare Immanuel Kant. Nello scritto del 1798 (Il conflitto delle facoltà), egli scrive: «Cos’è un monarca assoluto? E’ colui che quando comanda: “la guerra deve essere”, la guerra in effetti segue». Argomentando in tal modo, Kant prendeva di mira in particolare l’Inghilterra del suo tempo, senza lasciarsi ingannare dalle forme «liberali» di quel paese. E’ una lezione di cui far tesoro: i «monarchi assoluti» del nostro tempo, i tiranni e dittatori planetari del nostro tempo siedono a Washington, a Bruxelles e nelle più importanti capitali occidentali.

Essere positivi è un investimento redditizio

Scritto da : Laura Pavesi
Fonte: http://www.buonenotizie.it/

L’autorevole psichiatra originario di Siviglia, Luis Rojas Marcos, ha sottolineato l’importanza dell’ottimismo nel suo discorso inaugurale come docente onorario dell’Accademia Reale di Medicina e Chirurgia di Siviglia. “Imparare a sentire e pensare positivo è, sicuramente, un investimento redditizio” ha sostenuto nel suo discorso, intitolato “La scienza dell’ottimismo”. Rojas Marcos, ha affermato che “lavorando nel campo delle malattie ho imparato subito due lezioni. La prima è che il pensiero positivo ha un potere guaritore immenso. La seconda, è che l’ottimismo è molto più diffuso di quanto immaginiamo”.

Nelle dichiarazioni rese al periodico spagnolo ABC, ha ricordato che “lo studio scientifico dell’ottimismo è una disciplina nuova, perché fino a poco tempo fa ci dedicavamo a curare le malattie. Ma questo non basta. Dobbiamo curare le qualità umane che ci aiutano a superare le avversità, ciò che conosciamo come sistema immunitario emozionale. Negli ultimi vent’anni abbiamo cominciato a studiare l’ottimismo e la capacità di adattamento”.

Secondo Rojas Marcos, “la persona ottimista ha speranza, si ricorda di tutte volte che ha superato le avversità. Quando affronta un momento difficile, non pensa che durerà per sempre ed è sicura di poter fare qualcosa per superalo o per ridurne gli effetti. La persona ottimista trova il potere dentro se stessa, invece di dire “sarà ciò che Dio vorrà”. Per lo psichiatra, sull’ottimismo influiscono i geni e i fattori ambientali, nonostante “esso presupponga anche un certo sforzo e non sia facile, poiché richiede tempo e fatica”.

Lo psichiatra Luis Rojas Marcos

Inoltre, Rojas Marcos – responsabile dal 2002 degli ospedali pubblici di New York – ha citato Freud per dire che “una ragionevole dose di amnesia selettiva ci aiuta a sopravvivere”. “La verità è che l’oblio cura molte ferite della vita” ha detto nel suo discorso, riferendosi alla perdita di persone care, alle avversità o fatalità. Staccarsi da un passato doloroso facilita il recupero della pace interiore, aiuta a “voltare pagina” e ad aprirsi di nuovo al mondoha dichiarato, ricordando che, al contrario, “coloro che rimangono attaccati ad un periodo doloroso della propria autobiografia, vivono prigionieri della paura o del rancore, ossessionati dai cattivi che hanno rovinato loro la vita e ciò impedisce la guarigione delle ferite. Coloro che fanno pace col passato, invece, per quanto difficile possa essere, si liberano e guariscono” ha concluso.

Il progetto Scuole A Pedali: un esempio da seguire in tutta Italia

Scritto da: Nicoletta
Fonte: http://www.soloecologia.it/

Pedalando si impara, a produrre energia e a evitarne lo spreco. Questa della propulsione umana è la filosofia abbracciata dal progetto Scuole a Pedali dell’istituto tecnico G. Vallauri di Roma. Un modo nuovo e intelligente per creare negli allievi una consapevolezza nuova sull’importanza dell’energia, per aiutare sia la scuola che l’ambiente. Speriamo che l’idea possa diffondersi ad altre scuole e istituzioni.

Tutto inizierà nel prossimo ottobre, ma la “Sala dell’energia” è già pronta, la vedete nella foto. Contiene 18 spin-bike e altrettante dinamo a manovella – da azionare a braccia. Queste postazioni ciclodinamiche producono Watt che vanno ad accumularsi in una centralina a loro collegata da un sistema di cavi.

L’idea è frutto dell’ingegno di un docente della scuola stessa, architetto, appassionato di ecologia. A realizzare il software e l’hardware della sala ha pensato invece un ex-studente dell’istituto.

I ragazzi, abituati allo spreco incondizionato di energia, sperimentano sulle proprie gambe quanto costa produrla: 100 Watt per un’ora di pedalata, l’equivalente di quanto genera un metro quadrato di tetto fotovoltaico, di cui la scuola è peraltro già munita, per 90 metri quadrati di superficie.

Ogni studente ha a disposizione una scheda magnetica, chiamata “tessera dei crediti energetici”. Prima di salire sulla cyclette, la inserisce in un’apposita colonnina collegata alla dinamo, che contabilizza i Watt prodotti, visualizzati anche sul suo monitor.

Quando in classe serve energia elettrica per far funzionare un apparecchio, dalle varie schede vengono prelevati, ovvero scaricati i vari crediti energetici. Chi contribuirà maggiormente alla produzione di energia potrà accedere a dei benefit; infatti, superate determinate soglie di donazione, scattano i premi, che gli studenti possono scegliere sul sito web: biglietti per il cinema, per lo stadio, download gratuiti dalla Rete.

Il progetto è aperto anche agli adulti che vorranno contribuire: non solo a professori e dirigenti, ma anche ai genitori dei ragazzi. Tutti potranno avere la tessera di “donatori di Watt” e guadagnarci qualcosa: il risparmio su un abbonamento in palestra, il piacere di avere fatto qualcosa di buono per gli altri e per il Pianeta, oltre che molti benefici per il sistema cardiovascolare.

Scoperto UFO in fondo al mare?

Fonte: http://www.ditadifulmine.com/2011/08/scoperto-ufo-in-fondo-al-mare.html

Ai giornali piace spesso pubblicare titoli che possano attirare l’attenzione di noi curiosi, e un titolo come “UFO scoperto sul fondo del mare?” leggibile su LiveScience svolge bene il suo compito. A separare la leggenda metropolitana dalla realtà non è soltanto il “buon nome” del sito che riporta la notizia, ma anche Peter Lindberg, famoso per i suoi recuperi di relitti dal fondo marino.

Lindberg e il suo team hanno scoperto sul fondale del Golfo di Bothnia (tra Finlandia e Svezia) un oggetto circolare del diametro di circa 20 metri, posizionato a quasi 100 metri di profondità, descritto così dal suo scopritore: “Un grande disco, di circa 60 piedi di diametro. Si vedono un mucchio di cose strane facendo questo lavoro, ma durante i miei 18 anni di professione non ho mai visto nulla di simile. La forma è completamente rotonda”.

E’ difficile, come capita ogni volta, farsi una chiara opinione su quanto pubblicato dai tabloid svedesi e dalle centinaia di siti a tema ufologico, ma ad aggiungersi al mistero sulla natura di questo oggetto ci sono altri due elementi: il primo è la scansione sonar del “disco”, visibile nel video reso pubblico da Lindberg, una scansione che effettivamente mostra qualcosa di circolare, ma non contribuisce affatto a chiarirne l’origine.
Il secondo, invece, è rappresentato da una serie di segni nell’ambiente marino attorno all’oggetto che suggerirebbero che l’oggetto si sia spostato sul fondale per raggiungere la posizione in cui il team l’ha ritrovato.

Le ipotesi che sono nate sono le solite: formazione rocciosa di origine naturale, oggetto realizzato dall’uomo caduto per qualche motivo in mare e ora non più riconoscibile dalle sole immagini sonar, e ovviamente Oggetto Volante non Identificato, la spiegazione forse più affascinante ma anche la meno dimostrabile.

Iniziamo con il chiarire che la risoluzione del sonar utilizzato da Lindberg non ha una risoluzione tale da poter dire con certezza che l’oggetto del mistero abbia una forma perfettamente circolare. Secondo Lindberg, potrebbe trattarsi di una nuova Stonehenge, ma ora come ora non c’è alcun elemento che possa indirizzarci in una o l’altra direzione.

Non si può escludere affatto, quindi, che si tratti di una bizzarra formazione rocciosa che ha tratto in inganno il sonar di Lindberg. In assenza di prove, prenderei questa ipotesi come la più probabile, anche se non abbiamo ancora alcun dato in grado di sostenere o smentire questo scenario.

Il problema è che Lindberg non pare interessato ad approfondire la questione per ovvie ragioni economiche. “Non è nella nostra sfera d’interesse raggiungere questo oggetto, dato che potrebbe trattarsi di nulla per il quale varrebbe la pena di spendere soldi per dare un’occhiata, neppure se si trattasse di una nuova Stonehenge” spiega Lindberg.

Il recupero di relitti è un affare decisamente costoso, e che richiede mesi e mesi di attività: se l’oggetto dovesse essere realmente un pezzo di ingegneria aliena, credo che chiunque si assumerebbe il rischio di recuperarlo; ma se si trattasse di una formazione rocciosa, lo spreco di tempo e di denaro potrebbe essere sufficiente a far chiudere baracca e burattini a chiunque.

Come le Avide Multinazionali Stanno Distruggendo lo Status di Paese Tecnologicamente Avanzato dell’America

Scritto da:  William Lazonick
Fonte:
http://vocidallestero.blogspot.com/

Nell’ultima puntata della sua serie “Breaking Through the Jobless Recovery”, l’economista William Lazonick spiega come le grandi società, ossessionate dal riacquisto delle azioni proprie e dal massimizzare il valore per gli azionisti, stanno truffando lo Zio Sam e azzerando la possibilità dell’America di competere nel 21° secolo.


L’economia statunitense è un caos. Da due anni a questa parte, anche se la Grande Recessione si è ufficialmente conclusa, il tasso di disoccupazione supera il nove per cento, infuria la crisi dei pignoramenti, e le famiglie rimangono cariche di debiti. La situazione fiscale dei governi federali e statali è disastrosa, in parte perché le ideologie del libero mercato pensano che le tasse al minimo siano un diritto divino.

Gran parte della confusione è il risultato di un’economia in cui
l’estrazione di valore è arrivata a dominare la creazione di valore. Il luogo più visibile dove avviene l’estrazione di valore è il gioco da casinò conosciuto come Wall Street. Ma avviene in tutte le grandi corporations, che impiegano la maggior parte o addirittura tutti i loro profitti per il riacquisto massiccio di azioni proprie, al solo scopo di far crescere le quotazioni.

Nel processo, l’innovazione industriale – la creazione di prodotti di maggiore qualità e di minor costo, che costituisce la base della crescita economica – soffre della sindrome dell’abbandono.
E invece avremmo più che mai bisogno di nuove tecnologie per risolvere i problemi economici, sociali e ambientali. Per un paese (ancora) ricco come gli Stati Uniti, l’unico modo per rilanciare la prosperità è attraverso l’innovazione industriale, che si traduce nella creazione di significativi posti di lavoro.
A prima vista, l’innovazione può sembrare facile e naturale. Nel corso della loro esistenza, gli Stati Uniti sono stati un paese innovatore, e oggi ancora ospitano molte delle aziende industriali leaders mondiali, così come il più avanzato assetto istituzionale per la formazione di nuove imprese in settori high-tech. C’è un regime di istruzione superiore che per un secolo ha fornito personale ad alta tecnologia e le conoscenze per il business del settore. Ha governi a livello federale, statale e locale che sostengono le imprese attraverso investimenti in infrastrutture, in ricerca, e con ogni sorta di sussidi. Ovunque si trovano individui intraprendenti pronti ad impegnarsi nell’innovazione, come datori di lavoro, dipendenti e consulenti. Il 20° secolo è stato il “secolo americano” perché gli Stati Uniti sono stati la più importante nazione innovatrice del mondo.

Eppure, nel 21° secolo la nostra reputazione di innovatori ci sta rapidamente sfuggendo di mano. Cosa è successo?

Per l’innovazione, è necessario qualcos’altro. C’è bisogno di finanziamenti governativi nella ricerca. Il governo americano impegna spese enormi per le nuove tecnologie militari.
E attraverso il National Institutes of Health (NIH), stanzia anche fondi per la ricerca sulla salute per la somma di oltre 31 miliardi di dollari l’anno. Negli ultimi anni il budget del NIH è stato, in dollari reali, il triplo del suo livello nel 1980 e il doppio dei primi anni 1990. Come altro esempio importante, nel 2001 il governo degli Stati Uniti ha lanciato la National Nanotechnology Initiative (NNI) dove ha investito poco più di 12 miliardi dollari negli ultimi dieci anni, con un bilancio 2011 di quasi $ 1,9 miliardi.
I leaders di molte delle aziende industriali più redditizie del paese spesso fanno azione di lobby sul governo americano perché spenda di più, anche se le rispettive società non investono nella ricerca di base. Per esempio, in una conferenza stampa che la Semiconductor Industry Association ha organizzato a Washington, DC, nel marzo 2005, il CEO di Intel, Craig Barrett, ha avvertito:

“La leadership degli USA nell’era nanoelettronica non è garantita. Ci vorrà un enorme, coordinato sforzo di ricerca degli Stati Uniti che coinvolga il mondo accademico, l’industria e i governi statali e federali, per assicurare che l’America continui ad essere il leader mondiale nella tecnologia dell’informazione. ”

Eppure, in quello stesso anno, 2005, la spese di Intel per il riacquisto di azioni proprie di 10,6 miliardi dollari sono state pari a nove volte il bilancio del NNI da 1,2 miliardi di dollari, mentre le spese di questa società per il riacquisto di azioni nel periodo 2001-2010 sono state pari a 48,3 miliardi dollari, quattro volte il totale che il governo degli Stati Uniti ha speso per il NNI nel suo primo decennio di esistenza.

Le tecnologie dell’informazione e dell’industria della comunicazione in generale – e Intel, in particolare – hanno tratto enormi benefici da decenni di investimento del governo americano nel settore high-tech. Se Barrett (o Paul Otellini, il suo successore come CEO di Intel) volevano davvero ” garantire che l’America continuasse ad essere il leader mondiale nella tecnologia dell’informazione”, allora negli ultimi dieci anni Intel avrebbe potuto destinare alla nanotecnologia di base parte dei massicci fondi che ha usato per manipolare il prezzo delle azioni attraverso il riacquisto.


Come altro esempio, nel giugno 2010, l’americana Energy Innovation Council (AEIC), costituito dagli attuali ed ex capi di Cummins Engine, Du Pont, General Electric, Lockheed Martin e Xerox, così come John Doerr, partner nella società di venture capital, Kleiner Perkins Caufield & Byers, ha elaborato un piano per l’“America’s Energy Future”, che ha richiesto al governo degli Stati Uniti di aumentare la spesa per l’innovazione nell’energia pulita a $ 16 miliardi di dollari all’anno, contro l’attuale investimento annuale del governo di $ 5 miliardi.

In un comunicato stampa, dal titolo ““American Business Leaders Call for Revolution in Energy Technology Innovation”, Doerr, il venture capitalist del gruppo, ha dichiarato:

“Quando la nostra azienda [Kleiner Perkins] ha spostato la sua attenzione sull’energia pulita, abbiamo trovato che i fondi per l’innovazione erano vicini allo zero. L’America ha semplicemente trascurato di sostenere l’innovazione energetica seria. I miei soci e io abbiamo trovato che le migliori cellule a combustibile, la migliore conservazione dell’energia, e le migliori tecnologie eoliche erano tutte nate al di fuori degli Stati Uniti. Altri paesi stanno investendo enormi quantità in questi campi. Senza innovazione, non possiamo costruire grandi aziende dell’energia. Abbiamo bisogno di rifornire le casse o saremo lasciati indietro “.
I dirigenti aziendali che costituiscono AEIC vogliono che sia il contribuente americano a pagare il conto per rimpinguare i fondi. Perché non devono essere proprio le società commerciali che in ultima analisi traggono profitto da queste nuove tecnologie a contribuire allo sforzo nazionale per l’energia pulita? Nel corso del decennio 2001-2010, le sei società i cui attuali o ex dirigenti sono rappresentati nell’AEIC hanno sprecato un totale di 185 miliardi dollari – una media di 18,5 miliardi dollari all’anno – per ricomprare le loro azioni, tra cui 110 miliardi dollari da Microsoft e 48 miliardi dollari da General Electric . Per queste sei società nel corso degli ultimi dieci anni le spese per il riacquisto di azioni sono state del 54% superiori alle spese per la ricerca e l’innovazione.
L’innovazione richiede degli investimenti complementari da parte delle imprese e del governo. Il governo può fare ben poco, soprattutto con gli ideologi del libero mercato che strillano che il governo sta già facendo troppo. Un motivo principale per cui gli Stati Uniti non sono più una “nazione innovatrice” è perché le sue più grandi corporations industriali sono state ossessionate dal “massimizzare il valore degli azionisti”, piuttosto che investire nella ricerca tecnologica di base.
Per parafrasare John F. Kennedy, non chiedete cosa può fare il vostro paese per le vostre società, ma quello che le vostre società possono fare per il vostro paese.

William Lazonick è direttore del UMass Center for Industrial Competitiveness e presidente del Academic-Industry Research Network. Il suo libro, Sustainable Prosperity in the New Economy? Business Organization and High-Tech Employment in the United States (Upjohn Institute 2009) ha vinto il Premio Schumpeter 2010.

Lo zen di Fonzie: vado a pesca di trote e divento scrittore

Scritto da: Matteo Persivale
Fonte: http://www.corriere.it/cultura/

Henry Winkler, 65 anni, racconta la passione per la natura e l’impegno contro la dislessia.

NEW YORK – «Quando sono sulla riva del fiume, prima ancora che me ne renda conto la serenità arriva. Porta via le preoccupazioni – quelle autentiche e anche le piccole cose quotidiane senza importanza che ci fanno perdere la pazienza. Grazie al fiume, se ne vanno tutte via da me – via, con la corrente. In riva al fiume esistono solo la tenacia che è stata necessaria per arrivare lì e la gratitudine di esserci arrivato. Lì ho imparato per la prima volta nella mia vita a sentirmi in pace, completamente concentrato e disteso. È il mio momento Zen».

Parole che sembrano venire dai cantori dei grandi spazi americani, Thomas McGuane o Rick Bass o Norman MacLean. Ma a pronunciarle è Fonzie Fonzarelli. O meglio, Henry Winkler, l’attore di «Happy Days» idolo transgenerazionale per milioni di ex-ragazzi in tutto il mondo. Winkler ha appena pubblicato negli Stati Uniti un libro, I Never Met An Idiot On The River (Insight Editions, pagine 144, $ 21,95), «Non ho mai trovato un idiota in riva al fiume». Un titolo impegnativo per un libro a metà tra l’autobiografia e la lettera d’amore per la natura, «una passione, quella per la pesca, cominciata nel 1996 – spiega Winkler al “Corriere” – nella quale ho coinvolto mia moglie e i nostri tre figli. Almeno una volta all’anno, anche se cerco di andarci almeno due o tre volte, volo in Montana o in Wyoming per abbracciare quegli spazi immensi, camminare all’alba verso il fiume, a pescare le trote. O meglio, a passare il tempo pescando le trote. Quel che acchiappo, e non sempre sono dei bestioni, lo ributto in acqua, sono un pescatore di tipo catch-and-release , la trota non la mangio neanche al ristorante. Quel che conta è restare in riva al fiume. Non esattamente a pensare: a abbracciare quella bellezza.

Quell’immensità», conclude l’attore che, per evitare di apparire troppo serioso si lancia subito in un’esilarante imitazione di suo padre, il commerciante Harry Irving Winkler giunto a New York dalla Germania poco dopo la notte dei cristalli. «Il mio babbo diventò un esportatore di legname e sognava che io gli subentrassi alla guida dell’azienda di famiglia ma la scuola non faceva per me, andavo male e capii il motivo soltanto molti anni dopo. Alla fine studiai recitazione. Per la disperazione di papà».

E qui Winkler passa a una voce roca con uno spesso accento tedesco: «”Io parlo 11 lingue e mi fai disperare in tutte e 11″, mi diceva papà. E poi: “Io sono venuto fin qui in America per dare ai miei figli una vita migliore e tu guarda che mi combini. Va bene, scappai dalla Germania anche perché i nazisti mi inseguivano ma adesso non stare a sottilizzare”», ricorda ridendo.

Così il giovane Henry lasciò perdere il business di famiglia, andò a studiare alla prestigiosa scuola di recitazione dell’università di Yale. Che qualche anno fa l’ha invitato a tenere il discorso di inizio anno. «Un grande onore», preludio alla sua nomina, da parte della regina Elisabetta, all’Ordine dell’Impero Britannico, onorificenza per i non-britannici che si sono distinti nelle arti e nella società. «Se la regina è una fan di “Happy Days”? Forse, ma chi ha il coraggio di chiederglielo. L’onorificenza però è arrivata per i miei libri della serie di Hank Zipzer». Storie per bambini, popolarissime nel mondo anglosassone, che hanno per protagonista un bambino dislessico. La stessa condizione di Winkler, diagnosticata soltanto in età adulta: «Siamo al libro numero 17 della collana. Hank sono io da bambino. Nei libri spiego ai giovanissimi che soffrono di difficoltà nella lettura e nell’apprendimento che non solo si può migliorare, ma soprattutto tengo a dare loro fiducia in se stessi. Perché ricordo bene la fatica che facevo a concentrarmi, a capire il senso delle parole scritte: mi sentivo meno intelligente. Se potessi scegliere una cosa sola da lasciarmi dietro quando non ci sarò più? Aver convinto tanti bambini dislessici che sono intelligenti quanto i loro compagni che leggono speditamente. Anche di più, spesso. Semplicemente, hanno bisogno di imparare le cose in un modo diverso».

Visto che si sta un po’ commuovendo e Fonzie non si emoziona (quasi) mai, neanche a 65 anni, Winkler cambia discorso e racconta aneddoti. «La moto di “Happy Days”? Non ero capace di guidarla, era piantata su una pedana con sotto delle gomme, mi spingevano e tiravano dentro e fuori dall’inquadratura, altro che Fonzie il centauro. Fonzie il duro? Ricevetti una lettera dal direttore di un riformatorio che mi spiegò come Fonzie fosse l’idolo dei ragazzi dell’istituto, ma seguivano l’esempio del personaggio nel non dimostrarsi mai deboli e questo, diceva, non era un bene per loro. Mi chiese se fosse possibile dimostrare che anche Fonzie non temeva di dimostrarsi fragile. Allora andai dagli sceneggiatori e chiesi loro di far piangere “The Fonz”. Ricorda l’episodio con Richie Cunningham in ospedale, quando Fonzie si mette a piangere per l’amico malato? Ecco, lo girammo per quei ragazzi».

Un’altra cosa che diverte Winkler, che indossa i panni del personaggio famoso con un bonus di autoironia, è che «a seconda dell’età di chi mi riconosce so già a quale personaggio pensano. Fonzie per gli adulti, l’avvocato incompetente del telefilm “Arrested Development” per gli universitari, il medico del mio nuovo telefilm “Childrens Hospital” per i più giovani. Nel 2008 io e Ron Howard riportammo in vita per un giorno Fonzie e Richie: ci truccammo per un video a favore di Obama candidato alla Casa Bianca, e la reazione dei fan fu pazzesca, ci stupì. Ma non c’è niente di paragonabile all’emozione di camminare, all’alba, lungo la riva del fiume. All’acqua e agli alberi non importa proprio nulla di Fonzie Fonzarelli, dei libri, della tv, delle onorificenze, di Hollywood e della fama».

Nuoto e cioccolato per vita lunga e sana

Fonte: http://www.italiasalute.it/benessere/fitness.asp?ID=9904

Un bel po’ di bracciate in piscina e un quadratino di cioccolato fondente ogni giorno possono allungare la durata della nostra vita, mantenendoci in forma e in salute.
Non solo: per le donne che mettono in pratica questo programma è possibile dimagrire ed eliminare gli antiestetici chili di troppo.
Il nuoto praticato con regolarità sembra, invece, dispiegare i suoi benefici effetti maggiormente sugli uomini, consentendo loro di invecchiare bene e in salute.
Queste belle notizie arrivano dalla Queen Margaret University, in Scozia, dove è in corso una ricerca volta a confermare le evidenze di studi già svolti in precedenza su questi argomenti.
Si stanno reclutando donne in sovrappeso tra i 20 e 60 anni per dimostrare che il cioccolato, ricco di polifenoli, protegge l’organismo da danneggiamenti cellulari, dalle malattie e giova al cuore, mantenendo la pressione sotto controllo. Un ulteriore scopo della ricerca scientifica che sta per partire è provare che, incredibile a dirsi, assumere dosi moderate di cioccolato ogni giorno aiuta a dimagrire: le volontarie che prenderanno parte alla sperimentazione assumeranno giornalmente 20 grammi di cioccolato amaro (corrispondente all’incirca a un quadratino di una tavoletta) e i ricercatori misureranno i loro livelli ematici di glucosio e colesterolo per vedere se il cacao riesce ad abbassarli.
Una sperimentazione, pubblicata sulle pagine della rivista “International Journal of Aquatic Research and Education”, ha concluso che il nuoto è lo sport migliore per riuscire a vivere più a lungo: il tasso di mortalità si abbassa del 53% con una bella nuotata in piscina, praticata con regolarità, mentre facendo jogging cala “solo” del 50% e camminando a passo svelto si abbassa del 49%.
Quello che fa del nuoto il re degli sport è la sua capacità di mantenere allenati cuore e polmoni, aumentano la densità ossea, ricucendo il rischio di osteoporosi e allungando in maniera armonica la muscolatura, che diviene più forte, elastica e reattiva.
Inoltre nuotare migliora la postura, correggendo cifosi e lordosi, attenua i dolori articolari con un esercizio fisico progressivo e “dolce” perchè svolto in acqua, dove è più facile e naturale regolare l’intensità del movimento e dello sforzo.
Tranne pochissimi casi, non ci sono soggetti a cui sia controindicato nuotare: allenarsi in piscina aiuta a riprendere il tono muscolare dopo un infortunio ed è parte essenziale della rieducazione motoria in fisioterapia.