La vera storia di Babbo Natale

Fonte: http://www.miocarobabbonatale.it/storia.html

Era una fredda notte d’inverno, fra gli anni 243 e 366 dopo Cristo, quando nell’antica Roma imperiale, amici e parenti si scambiarono le prime “stranae” per festeggiare il “dies natalis”. Agli auguri di buona salute, si accompagnarono presto ricchi cesti di fruta e dolciumi, e poi doni di ogni tipo, perché la nascita di Gesù e, insieme, l’anniversario dell’ascesa al trono dell’Imperatore, divenissero il simbolo di una prosperità che avrebbe dovuto protrarsi per l’intero anno.

Passarono i secoli ed un bel giorno del 1800, il rito trovò la sua personificazione in un forte vecchio rubicondo dalla barba bianca, residente al Polo Nord dove, secondo la tradizione, aiutato da numerosi gnomi costruirebbe dei giocattoli da distribuire come doni durante la notte di Natale, con l’ausilio di una slitta trainata da renne volanti e passando attraverso i camini delle case.

Raggiunta una certa età, veniamo a conoscenza di una spiacevole realtà: Babbo Natale altro non è che un personaggio fantastico. Ma tale affermazione non è del tutto vera. Babbo Natale, o almeno un personaggio molto simile è realmente esistito; si tratta di San Nicola. Nato a Patara, in Turchia, da una ricca famiglia, divenne vescovo di Myra, in Lycia, nel IV secolo e forse partecipò al Concilio di Niceanel nel 325. Quando morì le sue spoglie, o le presunte tali, vennero deposte a Myra fino al 1087. In quest’anno infatti vennero trafugate da un gruppo di cavalieri italiani travestiti da mercanti e portate a Bari dove sono tutt’ora conservate e di cui divenne il santo protettore.

Negli anni che seguirono la sua morte, si diffusero numerosissime leggende. Una tra le più famose e confermata da Dante nel Purgatorio (XX, 31-33) è quella delle tre giovani poverissime destinate alla prostituzione. Nicola, addolorato dal pianto e commosso dalle preghiere di un nobiluomo impossibilitato a sposare le sue tre figlie perché caduto in miseria, decise di intervenire lanciando per tre notti consecutive, attraverso una finestra sempre aperta dal vecchio castello, i tre sacchi di monete che avrebbero costituito la dote delle ragazze. La prima e la seconda notte le cose andarono come stabilito. Tuttavia la terza notte San Nicola trovò la finestra inspiegabilmente chiusa. Deciso a mantenere comunque fede al suo proposito, il vecchio dalla lunga barba bianca si arrampicò così sui tetti e gettò il sacchetto di monete attraverso il camino, dov’erano appese le calze ad asciugare, facendo la felicità del nobiluomo e delle sue tre figlie.

In altre versioni posteriori, forse modificate per poter essere raccontate ai bambini a scopo educativo, Nicola regalava cibo alle famiglie meno abbienti calandoglielo anonimamente attraverso i camini o le loro finestre. Secondo altre leggende, questo santo sarebbe entrato in possesso di un oggetto mitico, il Sacro Graal, che, oltre ad essere responsabile della sua capacità di “produrre in abbondanza” da regalare, fu anche causa del trafugamento delle sue spoglie per volere di papa GregorioVII. In ogno caso San Nicola divenne nella fantasia popolare “portatore di doni”, compito eseguito grazie ad un asinello nella notte del 6 dicembre (S. Nicola, appunto) o addirittura nella notte di natale.

Il nome olandese del santo, Sinter Klass, venne importato in America dagli immigrati come Santa Claus, la cui traduzione in italiano è solitamente Babbo Natale. Oggi, però, Babbo Natale ha perso ogni connotazione religiosa e grazie all’inventiva dei pubblicitari di una nota bevanda, la CocaCola, statunitense divenne il vecchietto vestito di rosso che conosciamo. Negli USA è addirittura nata un’associazione che sostiene la sua esistenza e ne ricerca le prove, la Institute of Scientific Santacluasism.

Siria, lettera a Onu: 2mila soldati uccisi da gruppi armati

Fonte: http://www.stampalibera.com/?p=38041

DAMASCO – Più di 2mila soldati e membri delle forze di sicurezza siriani sono morti a causa di attacchi da parte di gruppi armati negli ultimi nove mesi. Lo ha riferito l’agenzia stampa Sana, citando una lettera inviata dal governo siriano al Consiglio di sicurezza e al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite. Le violenze sono attribuite a gruppi armati che opererebbero nell’ambito di una cospirazione straniera per destituire il presidente Bashar Assad. Nella lettera, Damasco sostiene che i recenti rapporti Onu sulla repressione commessa nel Paese siano falsi. Accusa inoltre le Nazioni unite di parzialità e di continuare a ignorare la presenza di terroristi attivi nel Paese.

Roosevelt sapeva dell’imminente attacco giapponese a Pearl Harbour

Scritto da: J. Howeis
Fonte: http://www.clarissa.it/ultimora_nuovo_int.php?id=151

Note della patatina: Questo interessante articolo non chiarisce nulla di nuovo…quello che ormai si sapeva da tempo ma solo in maniera ufficiosa…

Un documento di 20 pagine dei servizi di spionaggio della marina militare americana (ONI) del 3 dicembre 1941, appena declassificato, viene ora pubblicato dallo storico Craig Shirley nel suo recente volume December 1941: 31 Days that Changed America and saved the World.

Settanta anni dopo l’attacco a sorpresa della flotta giapponese contro la base hawaiana di Pearl Habor del 7 dicembre1941, questo documento viene ad aggiungersi ai numerosi altri noti da tempo per dimostrare chiaramente che l’intelligence Usa era ampiamente edotta dei preparativi giapponesi per l’attacco che portò gli Stati Uniti d’America nella Seconda Guerra Mondiale.
Nel documento, gli analisti della US Navy scrivevano espressamente che “il Giappone si sta attivamente servendo di ogni canale utilizzabile per garantirsi informazioni militari, navali e commerciali, concentrando la propria attenzione sulla West Coast, sul Canale di Panama ed sulle isole Hawaii”. Aggiunge poi che la marina giapponese stava raccogliendo “dettagliate informazioni tecniche” sulle installazioni militari americane.
Lo storico, non sospetto di simpatie complottiste, essendo un esponente della storiografia conservatrice americana, conclude che erano davvero numerosi i pezzi del puzzle noti all’amministrazione Roosevelt, fornendo in questo modo ulteriori elementi a sostegno della tesi, ormai validamente supportata documentalmente, che i vertici politico-militari Usa fossero al corrente dei preparativi giapponesi e che abbiano preferito sostenere l’attacco a sorpresa nipponico, nella certezza di riuscire solo in questo modo a motivare un Paese maggioritariamente propenso alla neutralità, ad entrare in guerra.
Si tratta di conferme non sorprendenti, considerato che clarissa.it si è da tempo occupata con ampiezza di questo fondamentale aspetto della storia della Seconda Guerra Mondiale, grazie allo studio di Huygens, “L’arte di farsi attaccare ” nel quale veniva giustamente valorizzato un documento, sempre proveniente dall’ONI, ad opera del capitano di corvetta Arthur H. McCollum, capo del reparto Estremo Oriente, datato 7 ottobre 1940. In questo ormai celebre “memorandum McCollum”, si suggerivano all’amministrazione Roosevelt otto azioni che “miravano ad incitare virtualmente un attacco giapponese nei confronti delle forze armate terrestri, aree e navali americane alle Hawaii, oltre agli avamposti coloniali olandesi nella regione del Pacifico”, come ha scritto lo storico americano Robert Stinnet nel suo fondamentale Il Giorno dell’inganno – Pearl Harbor: un disastro da non evitare, (Saggiatore, Milano, 2001).
Si tratta di una questione che tiene ancora impegnata l’opinione pubblica americana, se si pensa che le inchieste sull’attacco a Pearl Harbor sono arrivate quasi fino ai primi anni del nostro secolo ed hanno comportato una lotta senza esclusione di colpi, da parte delle agenzie di spionaggio americano, per tenere quanto più a lungo possibile nascosti documenti fondamentali per la comprensione di quell’evento fondamentale.
La propensione statunitense ad utilizzare sofisticate strategie di provocazione per scuotere un’opinione pubblica di norma assai restia all’impegno bellico, è un tema che ricorre assai frequentemente nella storia dell’imperialismo americano, come dimostrava assai ampiamente Huygens nel suo studio. Un tema che torna di grande attualità, dopo gli eventi dell’11/9 e dell’attacco all’Iraq, proprio in queste settimane, in presenza di una nuova crescente tensione in Medio Oriente intorno ad un possibile conflitto che avrebbe per obiettivo la “normalizzazione” dell’Iran.

Sull’argomento:
L’arte di farsi attaccare: IL MEMORANDUM McCOLLUM di Huygens
http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=68&tema=Documenti

L’arte di farsi attaccare: L’OPERAZIONE NORTHWOODS di Huygens
http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=69&tema=Documenti


ESCLUSIVO – ECCO IL VERO OBIETTIVO DI MONTI: TROVARE 125 MILIARDI DI EURO

Fonte: http://www.nocensura.com/2011/12/esclusivo-ecco-il-vero-obiettivo-di.html

Le tasse imposte da Mario Monti agli italiani servono davvero per scongiurare il fallimento? Per evitare il default, come ci hanno detto e ripetuto? NO! SERVONO PER CORRISPONDERE LA CIFRA DI 125.395.900.000€ al nuovo organo sovranazionale europeo, creato per gestire la “crisi del debito sovrano” degli stati dell’Unione. La notizia – ignorata da tutti i mass media – è come vedremo, riportata nero su bianco sul testo del trattato. Ma procediamo per gradi.

Per convincere gli italiani che “è necessario fare dei sacrifici” e che “dobbiamo aumentare le tasse”, i politici e i loro fedeli mass media asserviti hanno fatto e detto di tutto. Questo scampolo di governo Monti è stato caratterizzato da numerosi “colpi di scena”, che hanno offerto molti argomenti di discussione ai “professionisti della distrazione di massa”, che hanno imbastito salotti su salotti per discorrere della manovra e della sua iniquità. Tra l’altro, sono stati prospettati agli italiani interventi addirittura peggiori di quelli assunti, in modo da offrire maggiore spunti su cui dibattere, iniziando e chiudendo ogni discussione con le “paroline magiche” descritte sopra: “è necessario fare dei sacrifici” “dobbiamo aumentare le tasse”.


Siccome come ben sappiamo, per renderle “più digeribili” i governanti sono soliti “dilazionare” le stangate (E’ come se ti chiedono 100€ subito, oppure 20€ oggi, 20€ tra tre giorni, altri 20€ tra una settimana, etc fino a raggiungere 100€: il risultato non cambia, ma viene percepito in modo meno “traumatico”) il lavoro lo aveva iniziato Tremonti, con 2 “manovrine” a breve distanza l’una dall’altra, di cui una da ben 50 miliardi, e lo sta finendo Monti: che ha esordito con una finanziaria che hanno dichiarato valere 25 miliardi, ma che in realtà ne vale circa 60-65 miliardi, come hanno rilevato “CGIA di Mestre” e “ConfArtigianato. Infine, ce ne sarà un’altra: che secondo le indiscrezioni, potrebbe valere altri 40 miliardi: Tremonti – che è riapparso criticando le troppe tasse, e invocando tagli – lo ha, in qualche modo annunciato, anche se Passera ha smentito. In realtà l’ex ministro, senza (ovviamente) rivelare i veri motivi per il quale ci metteranno ulteriormente le mani in tasca, ha semplicemente predetto il futuro: possiamo scommetterci. Se non lo fanno subito, è solo per non esasperare eccessivamente gli animi. Ci daranno giusto il tempo di “sbollire”, di farci passare il “bruciore”, e torneranno alla carica: magari accompagnando la nuova manovra da una nuova tranche di “terrorismo mediatico”, seminando paura e incertezza tra i cittadini, come hanno fatto poco più di un mese fa con “l’allarme spread”.

PER CAPIRE QUALI SONO I VERI MOTIVI DELL’AVVENTO DI MONTI, CHE SONO BEN DIVERSI DA QUELLI DICHIARATI, BASTA OSSERVARE COME SARANNO IMPIEGATI I SOLDI RICAVATI DALLE MANOVRE FINANZIARIE CHE E’ VENUTO A IMPORCI, RICHIESTE A GRAN VOCE DAGLI ORGANI SOVRANAZIONALI EUROPEI (la famosa lettera della BCE) COMPRESI I 50 MILIARDI DI EURO RICAVATI DALLA FINANZIARIA DI TREMONTI.

16 miliardi di Euro verranno impiegati per acquistare 131 cacciabombardieri F35, la cifra corrisponde al gettito generato dalla reintroduzione dell’ICI (ora IMU, che vale 11 miliardi di euro all’anno) e l’aumento delle accise sui carburanti, che hanno portato la benzina verde oltre quota 1,71€ (gettito annuo 4,8 mld). Iscriviti alla pagina “Fermiamo l’acquisto dei Jet F35 da 16 miliardi“.
SE LA CIFRA NECESSARIA PER L’ACQUISTO DEI JET VI SEMBRA ALTA, REGGETEVI FORTE:
125.395.900.000€ saranno versati nelle casse del “MES” – “Meccanismo Europeo di Stabilità”, come espressamente indicato nel trattato che istituisce questo nuovo organo sovranazionale, la cui approvazione è prevista entro la fine dell’anno dal parlamento europeo. Il MES, su cui i mass media non hanno proferito parola, avrà il compito di affrontare “la crisi dei debiti sovrani” e disporrà di una liquidità iniziale di 700 miliardi di Euro. La quota iniziale di partecipazione stabilita per l’Italia, come potete osservare nell’immagine estratta dal trattato pubblicata di seguito è di 125 miliardi di Euro.
Clicca sull’immagine per ingrandirla
La fonte è il trattato ufficiale, che delibera la costituzione del MES. E’ stato diffuso esclusivamente in lingua inglese, nonostante il 96,5% della popolazione dell’area euro parli altre lingue.


Monti solo pochi giorni fa ha annunciato che affretterà i tempi per l’approvazione dell’adesione al MES: infatti il Meccanismo Europeo di Stabilità entrerà in vigore solo dopo che tutti i parlamenti dell’Unione lo avranno ratificato nel proprio parlamento nazionale, una vera e propria formalità, visto che i mass media europei non ne parlano. Una vera e propria CENSURA DI LIVELLO EUROPEO, nonostante il trattato che regola il MES, e i molti punti oscuri che lo caratterizzano, siano a disposizione di tutti, sul sito del “Consiglio dell’Unione Europea, http://consilium.europa.eu (clicca qui per il trattato del MES in formato PDF).

Risulta fin troppo evidente come l’avvento di Monti sia dovuto alla “necessità” di imporre agli italiani l’adesione al MES, ed in particolare per assumere i provvedimenti necessari per trovare i soldi da destinare alla sottoscrizione fondo, la cui quota italiana ammonta ad OLTRE 125 MILIARDI DI EURO, cifra che – conti alla mano – corrisponde all’insieme delle ultime manovre finanziarie. Di tutto questo, la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei, non sanno niente.

La costituzione di questo organismo è stata nascosta in modo a dir poco scandaloso, così come la partecipazione dell’Italia e sopratutto, la quota di adesione, che è scritta nero su bianco nel trattato.

Di seguito vi riportiamo un video che abbiamo più volte proposto sulla nostra pagina Facebook, che illustra alcuni “punti oscuri” del Meccanismo Europeo di Stabilità.

Si tratta di una strategia ben consolidata, studiata a tavolino, come dimostra il seguente video, risalente a Febbraio, dove Monti spiega, in pratica, che “politici e cittadini europei per accettare di cedere la propria sovranità nazionale all’Europa hanno bisogno di una crisi grave e conclamata”: praticamente ciò che è accaduto in Italia.

Ravenna, tracce di diossina nel latte materno. Inceneritori sotto accusa

Fonte: http://www.informasalus.it/it/articoli/diossina-latte-inceneritori.php

A Ravenna tracce di diossina altissime (i valori superano anche di quattro volte i limiti di legge) sono state scoperte nel latte di due mamme. A lanciare l’allarme è stato il Movimento 5 Stelle che un anno fa ha chiesto al consorzio Inca di Marghera di analizzare due campioni di latte materno provenienti da due donne di Savarna e di Porto Corsini non fumatrici e residenti nelle località da più di cinque anni.

“Le due località scelte – ha sottolineato Pietro Vandini, capogruppo dei grillini – si trovano entrambe all’interno dell’area di ricaduta delle diossine prodotte dall’inceneritore di Hera. Inoltre risentono dell’influenza del polo chimico. Con queste analisi vogliamo mostrare che, anche se le emissioni di un impianto rispettano i limiti di legge, questo non significa che determinate sostanze ‘spariscano’: al contrario, si accumulano ed entrano nella catena alimentare”.

“I dati non lasciano spazio a dubbi — ha aggiunto Pietro Massaroli, responsabile salute del Movimento 5 stelle –  la quantità di diossina è sufficiente a causare patologie”. Ecco perché i grillini hanno chiesto al sindaco di disporre un biomonitoraggio su larga scala, affidando ad Ausl e Arpa gli approfondimenti del caso.

“La diossina è il più pericoloso tra i veleni, ed è per questo che diremo sempre no alla costruzione di nuovi impianti di combustione. Chiediamo inoltre la chiusura degli inceneritori a favore di una gestione dei rifiuti alternativa: non pretendiamo che il cambiamento avvenga in un giorno, ma dobbiamo iniziare a costruire un nuovo modello”, ha sottolineato Vandini.

Dal Pacifico al Medio Oriente, gli effetti dell’affermarsi della Cina

Scritto da: Gaetano Colonna
Fonte:http://www.clarissa.it/editoriale_int.php?id=304&tema=Divulgazione

Mentre l’Europa è alle corde a motivo della crisi finanziaria, proseguono le grandi manovre politico militari nell’Oceano Pacifico, area geopolitica in rinnovata espansione.
La visita del presidente americano Obama in Australia a metà novembre ha prodotto risultati molto significativi: facendo seguito al suo discorso, che ha esaltato la più che sessantennale collaborazione militare fra Usa, Australia e Nuova Zelanda nell’ambito dell’ANZUS (la Nato del Pacifico sud-occidentale), Julia Gillard, la primo ministro australiana ha dichiarato, facendo seguito al discorso di Obama, che “la nostra regione sta crescendo economicamente ma la stabilità è altrettanto importante per la crescita economica; e la nostra alleanza è stata una delle basi della stabilità nella nostra regione”.
Obama, da parte sua, ha ribadito che gli Stati Uniti stanno spostando la loro attenzione dalla guerra contro il terrorismo alle questioni dell’economia e della sicurezza nell’Asia Orientale e nel Pacifico, aggiungendo significativamente che il messaggio che gli Usa inviano all’Asia ed al Pacifico è: “siamo qui per restare”. Dichiarazione davvero importante, alla quale in Europa dovremmo prestare molta maggiore attenzione, memori del fatto che, storicamente, delle due anime della politica internazionale ed imperiale Usa, l’una orientata verso l’Atlantico l’altra estesa sul Pacifico, quest’ultima, rivolta all’Asia orientale, è la più antica e vigorosa, assai più che quella transatlantica, rivolta com’è ad una Europa, che gli americani hanno sempre finito per considerare antiquata patria del dispotismo e dei vincoli all’economia.
In base all’accordo sottoscritto in occasione di questa storica visita, per la prima volta nella storia del secondo dopoguerra, gli Usa dispiegheranno fino a 2.500 marines in Australia, accrescendo anche la cooperazione fra le aviazioni militari dei due Paesi.
Come se non bastasse, nella stessa settimana, il ministro degli esteri Usa Hillary Clinton ha firmato una dichiarazione di sostegno ad un trattato militare difensivo bilaterale fra gli Usa e le Filippine, un Paese dove il radicamento dell’influenza americana dura dalla fine dell’Ottocento.
Sono ovviamente tutti messaggi molto chiari rivolti in primo luogo alla Cina, il cui crescente profilo militare non è più sottovalutabile da parte degli Stati Uniti. I nuovi passi americani sono stati subito accolti con molta preoccupazione da parte del governo cinese, il cui portavoce Liu Weimin ha fatto notare che sarà necessario iniziare a discutere del crescente dispiegamento di forze Usa in Asia, precisando che la Cina non ha mai fatto parte di alcuna alleanza militare con Paesi dell’area, come quelle costituite dagli Usa.
È vero del resto che nelle stesse settimane è divenuta operativa la prima portaerei cinese: una unità navale originariamente ucraina che è stata acquistata nel 1998 e quindi profondamente ristrutturata per corrispondere alle esigenze della nuova grande potenza asiatica. Ad essa si dovrebbero aggiungere almeno altre due unità di questo tipo (di cui una a propulsione nucleare), per guidare i tre gruppi navali che la Cina si propone di dislocare a protezione dei suoi interessi economici e politici nel Pacifico.
Il programma di costruzione navale cinese, che comprende anche una trentina di altre unità di vario tipo, si accompagna alla strategia che da oltre un quinquennio vede la Repubblica Popolare creare una catena di basi navali di supporto tra il Pacifico e l’Oceano Indiano, la cosiddetta strategie del “filo di perle”: Akyab, Cheduba e Bassein nel Myanmar; Chittadong, in Bangladesh; Trincomalee nello Sri Lanka, per finire con Gwadar, in Pakistan la cui costruzione, iniziata nel 2002, è finanziata dalla Cina all’80% (per oltre 248 milioni di dollari). Collocata a soli 72 km dall’Iran e a 400 dallo Stretto di Hormuz, Gwadar consentirà di supportare le forze navali cinesi impegnate a garantire la sicurezza del flusso di idrocarburi che in quantità crescente alimentano dal Medio Oriente la crescita industriale cinese.
Proprio l’annuncio del ministro della difesa pakistano sulla collaborazione pakistano-cinese nella costruzione di questa base, dello scorso 23 maggio, ha sicuramente turbato gravemente i già tesi rapporti tra gli Usa ed il Pakistan e costretto i primi a ripensare tutta la propria organizzazione logistica dell’Afghanistan. Lo proiezione di potenza cinese viene quindi a collegare il teatro del Pacifico alla situazione medio-orientale, imponendosi come la questione strategica fondamentale per gli Stati Uniti nel XXI secolo.
Le implicazioni di questo mutamento sono moltissime. Il Medio Oriente acquisisce una nuova importanza: non è più solamente il teatro dello “scontro di civiltà” fra Islam, Cristianesimo e Giudaismo; non è più solo il luogo deputato al democracy building; non è più solo il campo di battaglia contro il terrorismo internazionale e contro gli “stati canaglia” – esso diviene oggi la frontiera terrestre principale nei confronti della Cina, per la quale le fonti energetiche medio-orientali sono ora un elemento strategico essenziale.
La stabilizzazione del Medio Oriente attraverso la eliminazione di regimi potenzialmente ostili, come quelli libico, siriano, iraniano – diventa dunque complementare e logico sviluppo di quanto avvenuto negli ultimi venti anni, alla luce della possibilità che la Cina possa inserirsi, come ha già mostrato di saper fare, nei complessi giochi medio-orientali.
Ma anche la politica Usa verso la Russia deve tenere conto di queste nuove esigenze, in quanto la brusca fine del rapporto speciale con il Pakistan sta dando importanza vitale a quella Northern Distribution Network (NDN), la rete di comunicazione stradale e ferroviaria che, partendo dai porti baltici e attraversando tutta la Russia, alimenta oggi da nord gran parte dello sforzo bellico Usa e Nato in Afghanistan – un’impresa logistica da incubo, che richiede una Russia non pregiudizialmente ostile agli interessi occidentali. Ciò che spiega assai bene le crescenti interferenze americane nella politica interna russa, interferenze che non si verificavano più dai tempi della guerra fredda.
L’Afghanistan, infine, come tradizionale cerniera fra Asia, Russia e Medio Oriente, acquisisce una nuova importanza, non più solo nel tradizionale “grande gioco” anglosassone di contenimento della Russia e di blocco alla sua corsa ai “mari caldi”; non più soltanto quale porta di accesso alle grandi risorse energetiche delle repubbliche centro-asiatiche ex-sovietiche; l’Afghanistan è ora prima di tutto punto di controllo dell’intera massa continentale euro-asiatica, nella quale sta avanzando a passi da gigante un’antica e insieme nuova forza da Oriente, la Cina appunto.

 

 

Crisi attuale e crisi degli anni ’30 a confronto

Scritto da: Rosanna Marchegiani
Fonte: http://www.manageronline.it/articoli/vedi/1478/crisi-attuale-e-crisi-degli-anni-30-a-confronto/

In molti hanno paragonato la crisi attuale con quella degli anni trenta.Tuttavia le due crisi, nate entrambe negli Stati Uniti, hanno avuto origini diverse: quella degli anni ’30 è nata come crisi del settore industriale e si è successivamente riversata in campo finanziario, mentre per la seconda è avvenuto l’opposto

È un giovedì del lontano 1929, esattamente il 24 ottobre: crolla la borsa di Wall Street e inizia una delle più gravi crisi economiche mondali che avrebbe coinvolto, oltre agli Stati Uniti, tutte le principali potenze economiche (Inghilterra, Francia, Italia, Germania, Russia e Giappone).

Quel giorno, il timore di vedere diminuire il valore delle proprie azioni scatena una corsa alla loro vendita, con un conseguente inevitabile crollo delle quotazioni dei titoli.

Tuttavia questa crisi finanziaria è semplicemente la manifestazione di una crisi ben più ampia presente nel paese. Una crisi dovuta alla sovrapproduzione agricola ed industriale. Gli agricoltori statunitensi, durante il conflitto mondiale e nell’immediato dopoguerra, hanno esportato grandi quantitativi di cereali in Europa, dove la guerra ha portato ad un calo della produzione. L’elevata domanda li ha spinti ad effettuare grossi investimenti ricorrendo a prestiti bancari. Quando, alla fine degli anni 20, si assiste ad una ripresa dell’agricoltura europea, la produzione americana risulta eccessiva.

Anche nel settore industriale si assiste ad una sovrapproduzione, soprattutto nel settore automobilistico ed edilizio: chiudono molte fabbrica, cresce la disoccupazione con una riduzione dei redditi e una contrazione della domanda.
Il presidente Hoover è incapace di affrontare la grave situazione e occorrerà aspettare l’elezione di Roosevelt che, basandosi sulle teorie di Keynes, inizia un nuovo corso caratterizzato da un aumento della spesa pubblica al fine di incrementare la domanda aggregata.

Seppure in molti, hanno confrontato l’attuale crisi con quella degli anni ’30, con pareri tra l’altro non sempre simili, una prima importante differenza tra queste due crisi, va individuata nell’origine. Quella degli anni ’30 è dapprima una crisi del settore produttivo e solo successivamente si riflette nel contesto finanziario, mentre quella attuale nasce come crisi finanziaria che poi si ripercuote sul settore produttivo.

La crisi attuale, scoppiata nell’agosto del 2007, vede le sue radici nei prestiti subprime. Agli inizi del 2000 il mercato è caratterizzato da bassi tassi di interesse ed elevati prezzi degli immobili. È proprio in questo contesto che, nel mercato immobiliare americano, vengono concessi mutui per l’acquisto di case ad un numero crescente di famiglie, anche poco solubili, utilizzando i mutui subprime che prevedono un tasso di interesse molto basso nei primi anni e successivamente un loro repentino aumento.

I debitori, però, non se ne preoccupano pensando di poter rinegoziare i mutui successivamente in modo da conservare bassi tassi di interesse. Sembra che tutti hanno qualcosa da guadagnare da questa situazione: le famiglie, le imprese di costruzioni, gli agenti immobiliari e gli istituti di credito. Ma arriva il momento in cui molti non sono in grado di pagare i loro debiti con conseguente vendita all’asta degli immobili e mancato recupero delle liquidità da parte delle banche che, nel frattempo, hanno venduto i prestiti ad altri investitori con la conseguenza che la crisi non si fermata agli Stati Uniti.

La crisi del credito, solo successivamente, si riversa nel settore industriale.

Centroamerica: le morti misteriose nelle piantagioni di canna da zucchero

Scritto: Maurizio Campisi
Fonte: http://it.peacereporter.net/articolo/32079/Centroamerica%3A+morti+misteriose

Si muore di un male silenzioso nelle piantagioni di canna da zucchero del Centroamerica.

Si muore di un male silenzioso nelle piantagioni di canna da zucchero del Centroamerica. Nel caldo umido del sole di dicembre, con temperature che superano i trenta gradi, la ¨zafra¨, la raccolta della canna da zucchero si fa ancora in forma tradizionale. Gli uomini, chini e sudati, strappano a colpi di machete le piante alla terra e stanno lì per ore, da mattina a sera, perchè qui non si riceve uno stipendio, ma una paga in relazione alla quantità di canna tagliata. L’attività è febbrile, perchè come in tutti i lavori agricoli, si lotta contro il tempo. Poche settimane per immagazzinare migliaia di tonnellate da inviare alle raffinerie o ai porti, per l’esportazione. El Salvador e il Nicaragua sono i principali produttori di zucchero della regione: quasi un milione di tonnellate dirette all’estero, soprattutto negli Stati Uniti e in Sudamerica. In Europa no, perchè non c’è mercato: le tasse di importazione sono trecento volte più alte del valore del prodotto, un’esagerazione per proteggere le economie delle ex colonie britanniche e francesi.

Il lavoro è duro e pericoloso: i giornalieri devono sapersi districare tra le insidie che occultano le piante (serpenti, tarantole, insetti velenosi) e la costante esposizione all’insolazione o alla disidratazione. Chi si dedica a questa occupazione, conosce benissimo questi rischi, che impara a prevenire. Da qualche anno, però, esiste un pericolo che non si può evitare e che agisce subdolo, che attacca i reni ed i sistemi di difesa dell’organismo. Uno studio dell’Organizzazione mondiale per la salute ha reso infine ufficiale quello che nelle piantagioni già sapevano, che esiste un nemico silenzioso che uccide dopo mesi di dolenze ai reni. Migliaia di persone (una stima parla di 3000, altre portano i decessi fino a diecimila) sono morte in Centroamerica tra il 2005 ed il 2009 per insufficienza renale: tutti uomini e tutti giornalieri della zafra. La coincidenza è emersa dai dati offerti dagli ospedali, che sono stati i primi ad avvisare la relazione di quella che in pochi anni è diventata una delle maggiori cause di decessi di tutta la regione (nel Salvador la Irc è addirittura al secondo posto).

Gli esperti non sanno o non vogliono dare una risposta sicura all’emergenza. Qualcuno dà la colpa ad una tossina sconosciuta, altri semplicemente alla fatica, ma non si scarta nemmeno l’uso indiscriminato di pesticidi, della cui origine i lavoratori sono all’oscuro. La tragedia del Nemagon, che per decenni venne irrorato sulle piantagioni di banane avvelenando la terra e la salute di migliaia di agricoltori e contadini è ancora viva nella memoria ed è una ferita che non si è rimarginata, che ha dimostrato alla gente delle campagne come gli interessi delle compagnie risultino più importanti di ogni altra cosa. Ed è proprio la diffidenza a dividere le opinioni dei lavoratori, che puntano l’indice contro le compagnie e queste, che invece, rifiutano ogni addebito ed ordinano studi e ricerche alle università per liberarsi dalle accuse.

La malattia colpisce indistintamente uomini di tutte le età, adulti e ragazzi poco più che adolescenti, che si presentano alla raccolta sani e ne escono con i reni a pezzi ed i giorni contati. Differenti relazioni degli ospedali nicaraguensi hanno attribuito in passato la malattia all’esposizione ai pesticidi, ma non si è stati ancora in grado di determinare con esattezza cosa stia succedendo nei campi, tra gli alti ed agili fusti della canna da zucchero. Proprio in Nicaragua, già nell’ottobre di tre anni fa la Anairc (Asociación Nicaraguense de Afectados por Insuficiencia Renal Crónica) aveva portato il potente gruppo Pellas -proprietario delle principali piantagioni di canna da zucchero del paese- in tribunale senza troppa fortuna.

Resta infatti da definire come lavoratori di differenti imprese situate in differenti paesi, a centinaia di chilometri di distanza tra loro, presentino gli stessi sintomi. A Liberia, capoluogo del Guanacaste, una delle zone agricole della Costa Rica, l’ospedale ha dovuto inaugurare recentemente un reparto di dialisi per poter attendere le decine di richieste per lenire le sofferenze dell’insufficienza renale. Tra Liberia e Chichigalpa -cuore della zafra nicaraguense- ci sono almeno 500 chilometri ed altri cinquecento ce ne sono per giungere a La Libertad e alle coltivazioni salvadoregne. Sorge così la teoria di un mix di cause: le alte temperature (fino a 35 gradi), le lunghe ore sotto il sole, la disidratazione, i pesticidi, così come l’etilismo frequente tra i lavoratori della canna, tutti fattori di alto rischio che, se sommati insieme, conducono i reni al collasso. Risposte, insomma, al momento non ce ne sono: resta solo il silenzio che fa crescere l’angoscia ed il dramma

 

Pablo Picasso

Fonte: http://biografieonline.it/biografia.htm?BioID=320&biografia=Pablo+Picasso

Pablo Ruiz Picasso nasce il 25 ottobre 1881, di sera, a Malaga, in Plaza de la Mercede. Il padre, Josè Ruiz Blasco, è professore alla Scuola delle Arti e dei Mestieri e conservatore del museo della città. Durante il tempo libero è anche pittore. Si dedica soprattutto alla decorazione delle sale da pranzo: foglie, fiori, pappagalli e soprattutto colombi che ritrae e studia nelle abitudini e negli atteggiamenti – in modo quasi ossessivo – tanto da allevarli e farli svolazzare liberamente in casa.

Si racconta che la prima parola pronunciata dal piccolo Pablo non sia stata la tradizionale “mamma”, ma “Piz!”, da “lapiz”, che significa matita. E prima ancora di incominciare a parlare Pablo disegna. Gli riesce talmente bene che, qualche anno dopo, il padre lo lascia collaborare ad alcuni suoi quadri, affidandogli – strano il caso – proprio la cura e la definizione dei particolari. Il risultato sorprende tutti: il giovane Picasso rivela subito una precoce inclinazione per il disegno e la pittura. Il padre favorisce le sue attitudini, sperando di trovare in lui la realizzazione delle sue ambizioni deluse.

Nel 1891 la famiglia si trasferisce a La Coruna, dove Don José ha accettato un posto da insegnante di disegno nel locale Istituto d’Arte; qui Pablo a partire dal 1892 frequenta i corsi di disegno della Scuola di Belle Arti.
Intanto i genitori mettono al mondo altre due bambine, una delle quali morirà quasi subito. In questo stesso periodo il giovane Picasso rivela un nuovo interesse: dà vita a molte riviste (realizzate in un unico esemplare) che redige e illustra da solo, battezzandole con nomi di fantasia come “La torre de Hercules”, “La Coruna”, “Azuly Blanco”.

Nel Giugno 1895 Josè Ruiz Blasco ottiene un posto a Barcellona. Nuovo trasferimento della famiglia: Pablo prosegue i suoi studi artistici presso l’Accademia della capitale catalana. Ha perfino uno studio, in calle de la Plata, che divide con il suo amico Manuel Pallarès.

Negli anni successivi troviamo Pablo a Madrid, dove vince il concorso dell’Accademia Reale. Lavora moltissimo, mangia poco, vive in un tugurio mal riscaldato e, alla fine, si ammala. Con la scarlattina ritorna a Barcellona dove per un periodo frequenta la taverna artistica letteraria “Ai quattro gatti” (“Els Quatre Gats”), così chiamata in onore de “Le Chat Noir” di Parigi. Qui si ritrovano artisti, politicanti, poeti e vagabondi di ogni tipo e razza.

L’anno seguente, è il 1897, porta a termine una serie di capolavori, fra cui la famosa tela “Scienza e carità”, ancora assai legata alla tradizione pittorica dell’Ottocento. Il quadro ottiene una menzione all’Esposizione nazionale di Belle Arti di Madrid. Mentre prosegue diligentemente la frequentazione dell’Accademia e il padre pensa di mandarlo a Monaco, la sua natura esplosiva e rivoluzionaria comincia pian piano a manifestarsi. Proprio in questo periodo, fra l’altro, adotta anche il nome di sua madre come nome d’arte. Egli stesso spiegherà questa decisione, dichiarando che “i miei amici di Barcellona mi chiamavano Picasso perché questo nome era più strano, più sonoro di Ruiz. E’ probabilmente per questa ragione che l’ho adottato“.

In questa scelta, molti vedono in realtà un conflitto sempre più grave tra padre e figlio, una decisione che sottolinea il vincolo d’affetto nei confronti della madre, dalla quale secondo numerose testimonianze, sembra che abbia preso molto. Tuttavia, malgrado i contrasti, anche il padre continua a rimanere un modello per lo scapigliato artista, in procinto di effettuare una rottura radicale con il clima estetico del suo tempo. Picasso lavora con furore. Le tele, gli acquerelli, i disegni a carboncino e a matita che escono dal suo studio di Barcellona in questi anni sorprendono per il loro eclettismo.

Fedele alle sue radici e ai suoi affetti, è proprio nella sala delle rappresentazioni teatrali di “Els Quatre Gats” che Picasso allestisce la sua prima mostra personale, inaugurata il primo febbraio 1900. Malgrado l’intento di fondo dell’artista (e della sua cerchia di amici) sia quella di scandalizzare il pubblico, la mostra sostanzialmente piace, malgrado le solite riserve dei conservatori, e si vendono molte opere su carta.

Pablo diventa un “personaggio”, odiato e amato. Il ruolo dell’artista maledetto per un po’ lo soddisfa. Ma alla fine dell’estate 1900, soffocato dall’ “ambiente” che lo circonda, prende un treno per Parigi.
Si stabilisce a Montmartre, ospite del pittore barcellonese Isidro Nonell, e incontra molti dei suoi compatrioti tra i quali Pedro Manyac, mercante di quadri che gli offre 150 franchi al mese in cambio della sua produzione: la somma è discreta e permette a Picasso di vivere qualche mese a Parigi senza troppe preoccupazioni. Non sono momenti facili dal punto di vista economico, nonostante le importanti amicizie che stringe in questi anni, tra cui quella con il critico e poeta Max Jacob che cerca di aiutarlo in ogni modo. Intanto conosce una ragazza della sua età: Fernande Olivier, che ritrae in moltissimi suoi quadri.

Il clima parigino, e più specificamente quello di Montmartre, ha una profonda influenza. In particolare Picasso rimane colpito da Toulouse-Lautrec, a cui si ispira per alcune opere di quel periodo.
Alla fine dello stesso anno torna in Spagna forte di questa esperienza. Soggiorna a Malaga, poi trascorre qualche mese a Madrid, dove collabora alla realizzazione di una nuova rivista “Artejoven”, pubblicata dal catalano Francisco de Asis Soler (Picasso illustra quasi interamente il primo numero con scene caricaturali di vita notturna). Nel febbraio del 1901 riceve però una terribile notizia: l’amico Casagemas si è suicidato per un dispiacere d’amore. L’evento colpisce profondamente Picasso, segnando a lungo la sua vita e la sua arte.

Riparte per Parigi: questa volta vi torna per allestire una mostra presso l’influente mercante Ambroise Vollard.

A venticinque anni Picasso é riconosciuto ed ammirato non solo come pittore, ma anche come scultore ed incisore. Durante una visita al Musée de l’Homme, al palazzo Trocadero a Parigi, rimane colpito dalle maschere dell’Africa Nera, lì esposte, e dal fascino che emanano. I sentimenti più contrastanti, la paura, il terrore, l’ilarità si manifestano con un’immediatezza che Picasso vorrebbe anche nelle sue opere. Viene alla luce l’opera “Les Demoiselles d’Avignon”, che inaugura uno dei più importanti movimenti artistici del secolo: il cubismo.

Nel 1912 Picasso incontra la seconda donna della sua vita: Marcelle, da lui detta Eva, ad indicare che é diventata lei la prima di tutte le donne. La scritta “Amo Eva” compare su molti quadri del periodo cubista.

Nell’estate 1914 si incomincia a respirare aria di guerra. Alcuni degli amici di Pablo, tra cui Braque e Apollinaire, partono per il fronte. Montmartre non é più il quartiere di prima. Molti circoli artistici si svuotano.

Purtroppo poi nell’inverno 1915 Eva si ammala di tubercolosi e dopo pochi mesi muore. Per Picasso é un duro colpo. Cambia casa, si trasferisce alle porte di Parigi. Conosce il poeta Cocteau che, in stretti contatti con i “Ballets Russes” (gli stessi per i quali componeva Stravinskij, al quale Picasso dedicherà un memorabile ritratto ad inchiostro), gli propone di disegnare i costumi e le scene del prossimo spettacolo. I “Ballets Russes” hanno anche un’altra importanza, questa volta strettamente privata: grazie a loro l’artista conosce una nuova donna, Olga Kokhlova, che diventerà ben presto moglie e sua nuova musa ispiratrice, da lì a qualche anno sostituita però con Marie-Thérése Walter, di appena diciassette anni, anche se indubbiamente assai matura. Anche quest’ultima entrerà come linfa vitale nelle opere dell’artista in qualità di modella preferita.

Nel 1936, in un momento non facile anche dal punto di vista personale, in Spagna scoppia la guerra civile: i repubblicani contro i fascisti del generale Franco. Per il suo amore per la libertà Picasso simpatizza per i repubblicani. Molti amici dell’artista partono per unirsi alle Brigate Internazionali.

Una sera, in un caffé di Saint-German, presentatagli dal poeta Eluard, conosce Dora Maar, pittrice e fotografa. Immediatamente, i due si capiscono, grazie anche all’interesse comune per la pittura, e tra loro nasce un’intesa.
Nel frattempo le notizie dal fronte non sono buone: i fascisti avanzano.

Il 1937 é l’anno dell’Esposizione Universale di Parigi. Per i repubblicani del Frente Popular é importante che il legittimo governo spagnolo vi sia ben rappresentato. Per l’occasione Picasso crea un’opera enorme: “Guernica”, dal nome della città basca appena bombardata dai tedeschi. Attacco che aveva provocato moltissimi morti, tra la gente intenta a compiere spese al mercato. La “Guernica” diventerà l’opera simbolo della lotta al fascismo.

Negli anni ’50 Pablo Picasso é ormai un’autorità in tutto il mondo. Ha settant’anni ed é finalmente sereno, negli affetti e nella vita lavorativa. Negli anni seguenti il successo aumenta e spesso la privacy dell’artista viene violata da giornalisti e fotografi senza scrupoli. Si succedono mostre e personali, opere su opere, quadri su quadri. Fino al giorno 8 aprile 1973 quando Pablo Picasso, all’età di 92 anni, improvvisamente, si spegne.

L’ultimo quadro di quel genio – come dice André Malraux – “che solo la morte ha saputo dominare“, reca la data 13 gennaio 1972: è il celebre “Personaggio con uccello”.
L’ultima dichiarazione che ci rimane di Picasso è questa: “Tutto ciò che ho fatto è solo il primo passo di un lungo cammino. Si tratta unicamente di un processo preliminare che dovrà svilupparsi molto più tardi. Le mie opere devono essere viste in relazione tra loro, tenendo sempre conto di ciò che ho fatto e di ciò che sto per fare“.