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Cinque lezioni sul potere

Scritto da: Johnny Contanti
Fonte: https://ilporticodipinto.it/content/cinque-lezioni-sul-potere

Prima lezione sul potere: la società può essere influenzata facilmente se viene promesso che lo stato farà di tutto per scacciare i brutti tempi. Lo stato crea i problemi piuttosto che risolverli, visto che una situazione di emergenza continua rappresenta nuovi poteri da prendere.

Seconda lezione sul potere: la percezione del consenso crea un consenso legittimo. Quando le persone credono che i loro pari abbiano accettato un certo livello di tirannia, anche loro lo accetteranno in modo da non distinguersi o attirare l’attenzione su di sé. Le persone che cercano il potere devono solo creare l’illusione del consenso di massa. Anche quando la maggior parte delle persone è contraria, la percezione della conformità a volte può sopraffare la logica. Il controllo è solitamente ottenuto passivamente, senza forza.

Terza lezione sul potere: la forza porta al controllo solo se si risponde con la sottomissione. L’uso della forza da parte dei tiranni si basa sul presupposto che le persone che stanno cercando di controllare non reagiranno. Non appena le persone reagiscono, il tiranno viene rimaneggiato. La maggior parte dei tiranni sale al potere non perché vince più battaglie e sottomette gli avversari, ma perché non deve combattere affatto. Oppure vincono una manciata di facili battaglie, e spesso sono delle messe in scena per sembrare più epiche di quanto fossero in realtà, e poi le usano per terrorizzare l’opposizione. I tiranni iniziano a credere alle proprie bugie e presumono la propria invincibilità.

Quarta lezione sul potere: gli ideali o derivano dalla coscienza umana oppure no. La maggior parte degli esseri umani opera in base ad un certo insieme di principi morali che sono universalmente condivisi; non hanno bisogno che qualcuno glieli “insegni” . Se questi principi non fossero radicati nella nostra psiche, l’umanità si sarebbe autodistrutta migliaia di anni fa. I tiranni vogliono far credere che tutti gli ideali umani siano un prodotto dell’ambiente e che coloro che controllano l’ambiente controllano la morale delle persone. Il controllo deriva dal credere erroneamente che dipendiamo dal nostro ambiente affinché ci dica chi siamo come individui.

Quinta lezione sul potere: se un tiranno può convincervi ad ignorare la voce della vostra coscienza, l’unica altra guida è l’ambiente. Se suddetto tiranno domina ogni aspetto del vostro ambiente, allora ora ha il potere di riscrivere il vostro codice morale, almeno temporaneamente. Potete essere costretti a fare cose terribili che altrimenti non fareste, o sostenere cause distruttive e ideologie che altrimenti non sosterreste. Il potere totalitario è il potere di far dimenticare alle persone la propria voce interiore. Lo strumento definitivo contro il male è ascoltare quella voce e non aver paura delle presunte conseguenze.

Joe Petrosino, l’eroe italo-americano che lottò contro la Mafia

Fonte: https://storienapoli.it/2020/04/17/joe-petrosino-mafia-polizia-america-eroe/

Joe Petrosino, all’anagrafe Giuseppe, oggi è un eroe nazionale degli Stati Uniti d’America. Rappresentò in tutto e per tutto il sogno americano: uno spazzino diventato il poliziotto che inventò le tecniche usate ancora oggi nella lotta alla criminalità organizzata. Fondò la “Italian Squad“, la leggendaria squadra antimafia di investigatori italiani e fu anche una delle prime vittime eccellenti della Mafia.

D’altronde, la peculiarità delle terre meridionali fu quella di creare tanto il suo male quanto i suoi anticorpi, con generazioni di uomini eccellenti che dedicarono tutta la propria esistenza alla lotta contro le mafie.

Da Salerno al Nuovo Mondo in cerca di fortuna

Petrosino Nacque nella piccola Padula nel 1860 e crebbe nella più remota provincia di Salerno.
Il padre era un calzolaio e la madre una povera e onesta donna di paese: la sua famiglia emigrò prestissimo in America alla ricerca di fortune e fu così che, a soli quattordici anni, Giuseppe Petrosino si trovò su un bastimento diretto a Nuova York, con tante speranze e un nuovo nome dal suono più americano: “Joe”.

L’America, nel XIX secolo come oggi, era la speranza di una vita migliore, la promessa di una fuga dalle miserie di una vita ai margini della società. Anche se poi la vita di tanti migranti finì fra lavori umilianti e povertà nei suburbi di quelle che un giorno saranno le moderne metropoli.

E mentre il Vecchio Continente si preparava alla Prima Guerra Mondiale, Joe Petrosino lavorava come spazzino di New York e, dopo aver compiuto vent’anni, entrò come recluta in Polizia.
Gli immigrati italiani, infatti, avevano poca scelta: o si affiliavano alla criminalità organizzata o cercavano di sopravvivere con attività modeste (molti diventarono gelatai, tanto da creare il famoso “Neapolitan Ice Cream“, che ancora oggi è famosissimo!) oppure, per pochi fortunati, c’erano carriere in polizia o nell’esercito.

Joe Petrosino, l'eroe italo-americano che lottò contro la Mafia
Una foto di Mulberry Street nel 1905: Little Italy ai tempi di Petrosino

Amico del Presidente


Durante il suo servizio, Petrosino diventò anche amico stretto di un certo Theodore Roosevelt, che nel 1895 era commissario di polizia di New York.
I due trovarono subito una forte intesa e fu proprio grazie all’intervento del futuro Presidente degli Stati Uniti che Petrosino fu promosso a capo della divisione omicidi, ruolo di altissimo prestigio nelle gerarchie americane.

La polizia americana era infatti alle prese con un grosso problema: le mafie italiane erano un fenomeno tutto nuovo per le forze dell’ordine statunitensi e nessuno riusciva a capire i movimenti criminali.
Petrosino dimostrò così il suo valore: si accerchiò di fidatissimi poliziotti italiani e creò quella che fu chiamata la “Italian Squad” di New York.


Petrosino inventò il sistema delle “operazioni sotto copertura”, facendo infiltrare i poliziotti italiani nei sistemi criminali. Riuscì ad ingraziarsi decine di informatori in tutta la città, che gli permisero di arrivare a catturare e sgominare quasi tutte le organizzazioni criminali a New York. Fra questi, ad esempio, riuscì a incastrare e rispedire in Italia il camorrista Enrico Alfano, all’epoca uno dei più noti e sanguinari capi della Bella Società Riformata.

Numerosissimi furono i casi risolti: il famosissimo Enrico Caruso, durante una sua prestazione al Metropolitan Opera House di New York, venne minacciato da delinquenti che chiesero soldi in cambio di una vita serena. Grazie all’intuito di Petrosino, la banda di ricattatori fu sgominata e il tenore dormì sonni tranquilli.

Riuscì anche ad intuire l’assassinio del presidente McKinley che, secondo alcune teorie, fu organizzato dalla stessa società segreta che ordì l’assassinio Umberto I nel 1900. Il poliziotto avvertì con insistenza i servizi segreti americani, ma il presidente volle ignorare gli avvisi e, come temuto, fu ucciso.

L’ultimo atto della guerra di Joe Petrosino fu l’arresto del boss Vito Cascio Ferro, il padrino della giovane e potente Mafia newyorchese. Dopo mesi di pedinamenti, operazioni sotto copertura e indagini, finalmente riuscì a sbatterlo in cella nel 1903. Ma arrestare un capo della Mafia fu la firma su una certa condanna a morte.

Un omicidio brutale

Petrosino sapeva che le sue ore erano ormai contate, ma volle onorare fino in fondo la sua divisa. Decise di approfittare di una sanguinosa guerra fra Mafia e Camorra fra le strade di New York per riuscire a stroncare definitivamente entrambi i gruppi criminali.
Decise quindi di andare personalmente a Palermo. Voleva approfondire in prima persona i collegamenti fra la Mafia e la Mano Nera, una società segreta che terrorizzò l’America dei primi del ‘900.
L’esperienza siciliana fu fatale: il poliziotto fu ucciso in un attentato a Piazza Marina, con quattro colpi di revolver. Era la sera del 12 marzo 1909 e morì ad appena 48 anni, sotto i colpi di un omicida che ancora oggi non ha un nome.
Secondo alcune intercettazioni datate 2014, pare che l’assassino sia stato Paolo Palazzotto, prozio di Domenico Palazzotto, un uomo intercettato durante un’operazione antimafia ben cento anni dopo la morte di Petrosino.

Joe Petrosino, l'eroe italo-americano che lottò contro la Mafia
Il corteo funebre di Joe Petrosino

E se, 10 anni prima, a Napoli la morte di Ciccio Cappuccio fu addirittura celebrata con una poesia di Ferdinando Russo sul Mattino e con un funerale in piazza degno di un Re, a New York si riversarono per le strade 250.000 cittadini che accompagnarono il corteo funebre dell’amato poliziotto: il numero fu un vero e proprio record fino ad allora mai raggiunto nella storia d’America. Nemmeno un presidente aveva mai ricevuto onori simili.

Un eroe americano amato ancora oggi

Joe Petrosino fu un il figlio di un sogno americano conclusosi tragicamente: partì da una piccola cittadina della Campania (che oggi lo ricorda con un museo!) e, grazie ad un incrollabile coraggio anche nell’affrontare la morte, divenne il simbolo della lotta alle mafie.

Dopo la sua morte, la squadra italiana della polizia di New York diventò un simbolo di speranza per gli emigrati.
Nel frattempo, l’America aveva avuto il primo assaggio della brutalità della mafia italiana: dopo la morte di Petrosino arrivò infatti il periodo storico più famoso di sempre nella storia della criminalità: il proibizionismo e i Gangster degli anni ’30.

Ha dato il suo nome a una piazza e un parco al centro di Manhattan.

La CIA svela tutti i documenti UFOs

Fonte: https://www.nibiru2012.it/la-cia-svela-tutti-i-documenti-ufos/

Per tutti gli appassionati di UFO è la manna dal cielo, la bibbia! Ed è raggiungibile online all’indirizzo https://www.theblackvault.com. Una pagina infinita di PDF da scaricare e visionare per farci un’idea di tutti i dati che il governo statunitense ha immagazzinato in questi anni.

Gli Ufo non saranno più un mistero. La Cia ha permesso che tutto il suo archivio sugli oggetti non identificati finisse online e che ora fosse scaricabile in formato zip e pdf dal sito The Black Vault. Documenti questi che coprono l’arco di più di mezzo secolo di studi e avvistamenti e che, in parte, furono desecretati da Washington già a metà degli Anni Novanta.

Non è certamente la prima volta, infatti, che qualcuno di questi documenti sugli oggetti non identificati dall’archivio della Cia venga diffuso, ma è sicuramente la prima volta che tutto l’archivio, fornito al sito su un Cd-rom, venga reso pubblico.

A darne notizia lo stesso fondatore di The Black Vault, John Greenewald, che dal 1996 si batte per il rilascio della documentazione completa sugli Ufo. E sicuramente Greenewald può festeggiare una prima vittoria sulla libertà d’informazione: 2.780 pagine di report a disposizione di tutti.

Adriano Olivetti, l’imprenditore illuminato che sognava la «fabbrica a misura d’uomo»

Scritto da: Eleonora Crisafulli
Fonte: https://www.millionaire.it/adriano-olivetti-limprenditore-illuminato-che-sognava-la-fabbrica-a-misura-duomo/

«Spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande» diceva Adriano Olivetti, industriale di Ivrea, imprenditore, ingegnere, editore e politico. Guidando l’impresa fondata dal padre Camillo, Adriano ha portato nel mondo design e tecnologia made in Italy e ha dato forma a una nuova visione della vita di fabbrica, più attenta ai diritti degli operai e al benessere della comunità. A 60 anni esatti dalla sua morte, ecco la sua storia.

Adriano Olivetti nasce l’11 aprile 1901 a Ivrea. Sette anni più tardi il padre Camillo fonda la Olivetti, “la prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere”. Dopo la laurea in Ingegneria chimica industriale al Politecnico di Torino, nel 1924 Adriano inizia l’apprendistato in fabbrica, come operaio. Al rientro da un viaggio negli Stati Uniti, dove visita più di cento fabbriche, propone al padre un ampio programma per modernizzare l’attività e l’organizzazione. Intanto lavora alla prima macchina per scrivere portatile, la MP1, uscita sul mercato nel 1932. In quello stesso anno Adriano assume il ruolo di direttore generale. Nel 1938 subentra al padre come presidente.

«Percorsi rapidamente, in virtù del privilegio di essere il figlio del principale, una carriera che altri, sebbene più dotati di me, non avrebbero mai percorsa. Imparai i pericoli degli avanzamenti troppo rapidi, l’assurdo delle posizioni provenienti dall’alto».

È Adriano a trasformare l’azienda di famiglia in un moderno gruppo industriale, che sviluppa prodotti per l’ufficio innovativi e vende in Italia e all’estero, grazie a un’ampia rete commerciale. L’imprenditore punta all’eccellenza dei prodotti, nella tecnologia e nel design industriale, e al miglioramento delle condizioni dei lavoratori. Apre la fabbrica a intellettuali e artisti, al loro apporto creativo.

Per le sue innovazioni, nel 1955 vince il Compasso d’Oro. Sotto la sua guida, arrivano i modelli iconici delle macchine per scrivere, come la Lexikon 80 (1948) e la Lettera 22 (1950), consacrata dall’esposizione al MoMa di New York. Negli anni ’50, Olivetti apre anche i primi laboratori di ricerca sulla tecnologia elettronica e introduce sul mercato l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico italiano (1959).

Con Adriano Olivetti arriva soprattuto una nuova visione di impresa, basata sull’organizzazione decentrata del personale e sulla razionalizzazione dei tempi e dei metodi di montaggio. L’industriale di Ivrea è un precursore del moderno welfare, sempre alla ricerca di un equilibrio tra profitto, democrazia e giustizia sociale. Gli operai Olivetti hanno salari superiori alla media, beneficiano di convenzioni per case e asili accanto alla fabbrica, hanno una biblioteca in azienda con libri da poter leggere durante le pause. «I servizi sono un dovere che deriva dalla responsabilità sociale dell’azienda» sostiene Adriano.

«La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica, giusto? (…) In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore».

Tra il 1930 e il 1960 non solo cresce l’impresa, ma anche Ivrea cambia volto. Si sviluppa la città industriale, un insieme di edifici destinati alla produzione e ai dipendenti: uffici, abitazioni, mense e asili progettati da grandi architetti. Un complesso urbano che nel 2018 è stato riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco: «Per la moderna visione della relazione tra industria e architettura».

Il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti muore, colto da malore su un treno in Svizzera, partito da Milano e diretto a Losanna. Due anni dopo nasce la fondazione che porta il suo nome, ancora oggi attiva. Dal 2003, Olivetti fa parte del Gruppo Tim.

Il commercio illegale di legni pregiati sta spazzando via le ultime foreste del Senegal

Fonte: https://www.salvaleforeste.it/it/taglio-illgale/4549-il-commercio-illegale-di-legni-pregiati-sta-spazzando-via-le-ultime-foreste-del-senegal.html

Un recente rapporto pubblicato dalla Environmental Investigation Agency (EIA) dopo tre anni di indagine, ha evidenziato il traffico di palissandro Senegal-Gambia-Cina e ha scoperto prove senza precedenti su una serie di gravi crimini forestali. Secondo il rapporto, circa 1,6 milioni di alberi di palissandro sono stati illegalmente disboscati nella provincia di Casamance in Senegal e contrabbandati in Gambia in Cina tra giugno 2012 e aprile 2020, per essere riesportati in Cina.
Il traffico di palissandro tra il Senegal e il Gambia è stato in gran parte controllato dal gruppo armato ribelle Movement of Democratic Forces of Casamance (Mouvement des force démocratiques de Casamance – MFDC in francese) che ne trae le risorse finanziarie per sostenere le proprie operazioni.
Questo commercio ha verificato il divieto di esportazione varato dall’attuale presidente del Gambia, Adama Barroe. Le cose sembrano però essere più complesse, poiché i trafficanti hanno utilizzato la società parastatale Jagne Narr Procurement & Agency Services (“Jagne Narr”) per aggirare il divieto.

Il commercio di palissandro tra il Senegal, il Gambia e la Cina è fiorito in violazione della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES). Il Gambia è un piccolo paese dell’Africa occidentale che si estende lungo il fiume Gambia ed è circondato su tre lati dal Senegal. Nonostante abbia estinto il proprio palissandro anni fa, il Gambia è divenuto un importante centro commerciale per questo legno ed è stata la terza più grande fonte di hongmu della Cina nel 2019.
Tra il febbraio 2017, quando il Gambia ha sospeso le esportazioni di palissandro, e l’aprile 2020, la Cina ha importato 329.351 tonnellate di palissandro dal Gambia. Questo è più della Cina importata nel 2015 e nel 2016 (241.254 tonnellate), quando il Gambia era ancora governato da Jammeh. L’ex dittatore, che ha legami tribali con la Casamance, ha stabilito il traffico di palissandro come proprio feudo, guadagnando milioni di dollari in esportazioni attraverso una società parastatale locata nella capitale Banjul.

Precedenti indagini dell’EIA hanno rivelato come il traffico di una specie protetta come il palissandro si sia oramai spostato verso le “foreste asciutte” dell’Africa occidentale, divenuto ormai l’epicentro mondiale di questo traffico, spinto dalla domanda del crescente mercato cinese da un miliardo di dollari per hongmu, un tipo di palissandro utilizzato per mobili in stile tradizionale.

Il commercio illegale di palissandro ha messo radici in Senegal durante il conflitto di secessione della regione di Casamance. Migliaia di persone sono state uccise durante i combattimenti tra i ribelli e l’esercito e molte altre sono state sfollate. Il traffico di palissandro ha prosperato in questo ambiente di paura e collusione, tra le comunità che sono state divise dal conflitto. La deforestazione illegale ha preso piede intorno al 2010 nelle foreste controllate dai ribelli nel distretto di Ziguinchor sulla rotta di transito verso il Gambia. Sebbene dal 2014 sia in vigore un fragile cessate il fuoco, resta difficile per le autorità senegalesi entrare nelle zone di confine a causa delle mine terrestri e del controllo del territorio da parte delle forze ribelli.

ITALIA…

Italia paese bellissimo, eccezzionalmente ricco di un patrimonio artistico e monumentale senza precedenti.
Italiani popolo di santi, poeti, navigatori e, soprattutto, inventori.

Ma, ahimè, gli Italiani hanno poca memoria…
Si dimenticano del panfilo reale il “Britannia”, dove si sono decise le loro sorti…

Dove seppelliamo le scorie nucleari?

Scritto da: Marco Cedolin
Fonte: https://www.dolcevitaonline.it/dove-seppelliamo-le-scorie-nucleari/

La gestione delle scorie nucleari, che è costata fino ad oggi al contribuente italiano circa 11 miliardi di euro sotto forma di addizionali nelle bollette dell’energia, è affidata alla Sogin che è la società statale responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi da essi derivati.

Le scorie nucleari di competenza italiana ammontano a circa 78mila metri cubi di rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, che resteranno dannosi per la salute e l’ambiente per un periodo di 300 anni, e 17mila metri cubi  di rifiuti a media ed alta attività, destinati a rimanere dannosi per migliaia o centinaia di migliaia di anni. Tali scorie fino ad oggi (tranne una piccola parte di esse che è stata trasferita all’estero per subire il processo di vetrificazione) sono state conservate all’interno delle quattro centrali nucleari dismesse, di quattro impianti del ciclo del combustibile, all’interno di centri di ricerca nucleare e centri di gestione dei rifiuti industriali.

La direttiva 2011/70/Euratom del Consiglio europeo imponeva però che entro il 2015 ogni Paese adottasse un programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi a bassissima e bassa intensità e si dotasse di un sito nazionale adatto a custodirli in sicurezza. L’Italia non ha rispettato questo termine, facendo sì che la Commissione europea abbia aperto formalmente una procedura d’infrazione. Dopo molti anni di ritardi, Sogin ha pubblicato solo di recente la mappa contenente le 67 aree all’interno delle quali si ritiene possano venire stoccate le scorie nucleari, unitamente al progetto della struttura studiata per contenerle.

Il sito unico occuperà una superficie di 110 ettari e sarà affiancato da un Parco tecnologico di 40 ettari, avrà un costo previsto di 900 milioni di euro e un tempo previsto di realizzazione quantificato in circa 4 anni. Al suo interno dovrebbero venire stoccati definitivamente i 78mila metri cubi di rifiuti radioattivi a bassissima e bassa intensità (scopo precipuo della sua costruzione) e provvisoriamente, per alcune decine di anni in attesa di un sito ad essi dedicato, anche i 17mila metri cubi di rifiuti radioattivi a media e alta intensità che saranno ospitati all’interno di quattro edifici specifici, in contenitori ad alta sicurezza conosciuti come cask.

Alla base della scelta dei siti ritenuti idonei per la costruzione del deposito vi sono tutta una serie di criteri che vanno dal rischio sismico e idrogeologico alla densità abitativa, dalla presenza di aree protette all’altitudine che non deve superare i 700 metri sul livello del mare. Nell’ambito delle 67 aree ritenute idonee, 12 di esse sono posizionate in classe A1 (molto buone), altre 11 in classe A2 (buone) e le restanti in classe B e C. In particolare due aree dell’alessandrino sembrano soddisfare maggiormente tutti i requisiti richiesti.

Dopo la pubblicazione della mappa dei siti, praticamente tutte le amministrazioni comunali interessate si sono affrettate ad esprimere il proprio diniego, sostenute anche dalle autorità provinciali e regionali di riferimento, molte delle quali in passato non avevano dimostrato la stessa sensibilità nel sostenere le battaglie dei cittadini che si opponevano alla distruzione del territorio in cui vivevano, come accadde ad esempio nella lotta contro il TAV in Val di Susa.

Nei prossimi mesi regioni, province e comuni potranno depositare osservazioni nel merito della mappa presentata ed entro il mese di marzo Sogin promuoverà un seminario all’interno del quale verranno approfonditi tutti gli aspetti tecnici della questione. Dopodiché verrà pubblicata la carta nazionale delle aree idonee (CNAI) che farà sintesi, riducendo i siti solamente a quelli ritenuti in assoluto più idonei. A quel punto Sogin sarà chiamata a promuovere trattative bilaterali, nel tentativo di trovare una qualche soluzione condivisa con eventuali comuni interessati a ospitare il sito, come contropartita di compensazioni e di una potenziale ricaduta occupazionale stimata in qualche centinaio di posti di lavoro. Nel caso le soluzioni condivise non arrivino sarà comunque il ministero dello Sviluppo economico ad individuare l’area ritenuta più consona, per mezzo di un decreto e nelle intenzioni del governo il nuovo deposito dovrebbe vedere la luce entro la fine del 2025.

Il vero problema purtroppo non riguarda l’ubicazione del sito in cui stoccare i rifiuti radioattivi, ma piuttosto l’evidenza di come l’unico mezzo per mettere realmente in sicurezza le scorie nucleari sia quello di non produrle affatto. Per quanto infatti si riesca ad essere meticolosi e preparati tecnicamente, sarà comunque sempre impossibile prevedere i mutamenti che interverranno in un determinato territorio all’interno di un arco temporale che spazia dai 300 ai centomila anni. Cambiamenti climatici, guerre, terremoti e ogni altro genere di evento catastrofico, potrebbero mutare radicalmente la morfologia di un territorio, con la conseguenza di contaminare pesantemente le persone e l’ambiente. A prescindere da quale sarà il cimitero in cui decideremo di seppellire i rifiuti radioattivi, questi rappresenteranno sempre e comunque una spada di Damocle sospesa sulla testa delle future generazioni e di quelle che le sostituiranno, a dimostrazione di quanto grande sia stata la nostra follia di piccoli uomini, infatuati di un atomo del quale possedevamo e possediamo solamente una conoscenza parcellare, del tutto inadeguata a maneggiarlo con disinvoltura così come purtroppo abbiamo invece fatto.

Giornali alla deriva: la crisi d’identità dell’informazione mainstream

Scritto da: Marco Cedolin
Fonte: https://www.dolcevitaonline.it/giornali-alla-deriva-la-crisi-didentita-dellinformazione-mainstream/

E’sufficiente leggere i dati pubblicati da ADS (Accertamenti Diffusione stampa) concernenti le vendite dei principali quotidiani nel mese di settembre 2020, per avere dinanzi agli occhi l’impietosa fotografia dello stato di profonda crisi in cui versano i giornali italiani.
I 59 quotidiani presi in esame hanno infatti venduto 1.879.909 copie, a fronte delle 2.222.294 di settembre 2019, palesando un calo del 15,4%, il dato è inferiore anche a quello delle vendite riscontrate nello scorso mese di agosto 2020, ma quello che più dovrebbe fare riflettere è il fatto che l’incidenza delle copie rese sia ormai giunta al 67,19%, con un incremento di oltre tre punti percentuali rispetto a settembre 2019. Sono molti i giornali che hanno un maggior numero di copie rese rispetto a quelle vendute, con il triste primato di Libero che vanta oltre due copie rese ogni copia venduta e Il Manifesto che supera perfino le tre copie rese per ciascuna venduta.

Senza dubbio nel creare una situazione di questo genere, che mese dopo mese sta diventando sempre più insostenibile, hanno contribuito, al di là delle contingenze legate al Coronavirus, l’inadeguatezza dei piani di diffusione e la situazione di profondo degrado in cui versa l’intera filiera editoriale, unitamente all’assistenzialismo statale che di fatto scarica sulle spalle del contribuente la cattiva gestione del giornalismo mainstream. Così come ha contribuito il sempre più grande interesse per l’informazione online da fonti alternative, a detrimento di quella cartacea tradizionale.

Ma tutti questi elementi da soli non basterebbero a spiegare un tracollo di questo genere, poiché si rischierebbe di trascurare quella che invece risulta essere la causa prima del crollo delle vendite: la sempre più marcata perdita di credibilità dei giornali presso i propri lettori, reali o potenziali che essi siano.

Negli ultimi anni infatti la stampa mainstream si è progressivamente appiattita sempre più su uno standard di bassa qualità, perdendo ogni capacità di spirito critico e limitandosi a un ruolo da cassa di risonanza per gli interessi dei grandi gruppi di potere alle dipendenze dei quali si è di fatto collocata. Il quotidiano, ben lungi dall’essere uno strumento d’informazione al “servizio della verità” nell’esclusivo interesse del lettore, così come vorrebbe il sano spirito giornalistico, si manifesta altresì sotto forma di orientamento del pensiero, portato con estrema ridondanza senza soluzione di continuità, non tenendo nella minima considerazione la ricerca di una posizione  imparziale e critica che per qualsiasi giornalista dovrebbe rappresentare un atteggiamento imprescindibile nel proprio mestiere.
Questa profonda incapacità di riuscire ad andare oltre il ruolo di acritico portavoce del pensiero dominante, di produrre inchieste realmente super partes, di mettere in discussione i dettami imposti dalle élite politiche e finanziarie, di farsi interpreti di un’autonomia di pensiero che non sia suddita del gruppo finanziario che controlla la testata, ha minato in profondità ogni credibilità dei giornali e dei giornalisti che contribuiscono a scriverli, allontanandoli sempre più tanto dal Paese reale quanto dai propri lettori.

Sempre più spesso nell’immaginario collettivo il “giornale” non costituisce più una fotografia della realtà, corredata di analisi e inchieste sugli accadimenti quotidiani, ma semplicemente una sorta di spot pubblicitario,  attraverso il quale si tenta di orientare la sensibilità del lettore nella direzione voluta, enfatizzando o nascondendo le notizie alla bisogna, quando non perfino creando delle vere e proprie fake news che possano servire allo scopo.

Quello fra informazione e orientamento del pensiero è un confine molto sottile, del quale il circo mediatico e più in particolare il mondo della carta stampata non si sono fino ad oggi curati molto, confidando sul fatto che il lettore assorbisse sempre e comunque come una spugna in maniera acritica qualunque messaggio venisse veicolato dallo scranno di chi l’informazione ritiene di essere deputato a crearla. In tutta evidenza però un numero sempre crescente di lettori sta iniziando a smettere di seguire in maniera fideistica tutto ciò che i giornali propinano spacciandolo come verità e come prima reazione abbandona i giornali in edicola, decidendo di informarsi altrove.

TREASURIES… ASTA STELLARE!

Fonte: https://icebergfinanza.finanza.com/2020/12/11/treasuries-asta-stellare/

Tenerezza, non esiste altra parola per descrivere il sentimento che provo nei confronti di coloro che nonostante tutto ancora oggi scommettono sulla reflazione, sull’inflazione, tenerezza…

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Basterebbe questo per far riflettere un bambino su cosa sia una deflazione da debiti, ma probabilmente non ci arrivano, per questo provo tenerezza.

Una simile dinamica in CINA, ripeto in CINA, ribadisco in CINA, dovrebbe far riflettere, ma inutile non ci arrivano!

Sette anni dopo la nostra previsione, gli amici di Machiavelli, ricordano il manoscritto su Forrest Gump, per la prima volta nella sua storia l’Australia ha emesso un bond a rendimento negativo… https://platform.twitter.com/embed/index.html?dnt=false&embedId=twitter-widget-0&frame=false&hideCard=false&hideThread=false&id=1337309905875820544&lang=it&origin=https%3A%2F%2Ficebergfinanza.finanza.com%2F2020%2F12%2F11%2Ftreasuries-asta-stellare%2F&theme=light&widgetsVersion=ed20a2b%3A1601588405575&width=550px

L’Australia ha venduto buoni del tesoro a breve termine con un rendimento negativo per la prima volta nella sua storia, unendosi al Giappone e a una serie di nazioni europee che vengono pagate per prendere in prestito denaro dagli investitori. Giovedì, gli investitori hanno guadagnato 1,5 miliardi di dollari australiani (1,1 miliardi di dollari) di note di tre mesi con un rendimento medio dello 0,01%, con alcuni acquirenti all’asta che hanno ricevuto un rendimento di meno 0,1%.

E si qualche illusionista oggi scommette sull’inflazione, scommette su un vaccino, come se i vaccini potessero risolvere una pandemia nel giro di qualche mese.

I titoli globali di debito a rendimento negativo hanno raggiunto un nuovo record, segno che la domanda di sicurezza è tanto intensa quanto quella di attività più rischiose.

Giovedì il valore di mercato dell’indice Bloomberg Barclays Global Negative Yielding Debt è salito a $ 18,04 trilioni, il livello più alto mai registrato.

Circa 1.000 miliardi di dollari di obbligazioni hanno visto i loro rendimenti diventare negativi questa settimana, il che significa che il 27% del debito mondiale di qualità per gli investimenti è ora sotto zero. Grazie alla gran quantità di emissioni globali nel 2020, mentre governi e aziende lottano con l’impatto del coronavirus, che rimane al di sotto del picco del 30% raggiunto lo scorso anno.

Nonostante l’ottimismo su una ripresa economica globale il prossimo anno che scatena una corsa verso attività più rischiose come azioni e debito societario, il continuo supporto monetario da parte delle banche centrali e la preoccupazione per l’inesorabile diffusione del coronavirus ha mantenuto l’interesse degli investitori per le obbligazioni sovrane.

Probabilmente serve ripartire da zero, un ripasso sarebbe necessario per tanti di coloro che lavorano nel mondo finanziario, acquistare l’abecedario della finanza non farebbe loro male!

L'offerta globale di obbligazioni con rendimenti negativi raggiunge il record di $ 18 trilioni

In mezzo ad un oceano di debito con famiglie e imprese indebitate all’inverosimile, c’è qualche giullare che scommette su un’esplosione dei fatturati e degli utili nel 2021, tenerezza, non c’è parola migliore, tenerezza. https://platform.twitter.com/embed/index.html?dnt=false&embedId=twitter-widget-1&frame=false&hideCard=false&hideThread=false&id=1337079086062178305&lang=it&origin=https%3A%2F%2Ficebergfinanza.finanza.com%2F2020%2F12%2F11%2Ftreasuries-asta-stellare%2F&theme=light&widgetsVersion=ed20a2b%3A1601588405575&width=550px

La speculazione più becera, quella suoi cereali e sul cibo, sofferenza per milioni e miliardi di esseri umani, grazie alle criminali politiche monetarie che offrono denaro gratuito alla speculazione più becera.

L’unica inflazione che le banche centrali sono in grado di scatenare è quella da asset, la più becera, la più sporca, la più pericolosa, una bolla che quando scoppierà amplierà ancora di più questa immensa deflazione da debiti…

Ieri la Lagarde faceva tenerezza, 500 miliardi di euro in più, liquidità all’infinito, sostegno incondizionato alle banche, solo alle banche, niente altro che alle banche, inflazione molto debole ha detto Cristina, terremo d’occhio il cambio perché ha implicazioni negative sull’inflazione. https://platform.twitter.com/embed/index.html?dnt=false&embedId=twitter-widget-2&frame=false&hideCard=false&hideThread=false&id=1337040759665479682&lang=it&origin=https%3A%2F%2Ficebergfinanza.finanza.com%2F2020%2F12%2F11%2Ftreasuries-asta-stellare%2F&theme=light&widgetsVersion=ed20a2b%3A1601588405575&width=550px

Perché continuare a coprirsi di ridicolo, 1 % non lo raggiungeranno nemmeno nei prossimi 3 anni, ecco perché fanno tenerezza!

Guardate qui sotto quanti fallimenti gli economisti della Banca centrale europea, uffici studi pagati milioni e milioni di euro per indovinare il nulla, infinita tenerezza!

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Perchè vi ostinate a non ascoltare la storia, a non studiare la storia, un semplice blogger di provincia nel 2009 ha semplicemente studiato la storia, ha letto quanto accadde nel 1929, raccontato da un certo Fisher, che perse tutto il patrimonio nel crollo di Wall Street, ha studiato quanto accade in Giappone, ha vivisezionato 800 anni di storia e ha semplicemente concluso che non c’è alcuna possibilità a medio termine di una ripresa dell’inflazione ZERO, la storia suggerisce che ci voglio da un massimo di 43 anni ad un minimo di 30, quelli attuali del Giappone.

Occupiamoci di cose serie, mentre il circo finanziario aspetta l’inflazione!

Ieri asta stellare dei nostri tesorucci, si quelli che nessuno vuole, addirittura, le banche americane si sono riempite i portafogli, dopo che Dimon di JPMorgan girava per i talkshow finanziari a suggerire a tutti che è una follia comprarli.

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Non un’asta qualunque ma quella a 30 anni, TRENTA non uno o due anni, un’asta spettacolare che ieri ha preso di sorpresa il mercato facendo cadere i rendimenti.

Domanda in forte aumento, nonostante tassi vicini ai massimi da agosto, la più alta copertura da luglio, con vendite stellari ai residenti USA, ma anche enormi richieste dall’estero, con i dealer che alla fine dell’esta detenevano solo il 17 % circa, la seconda percentuale minima mai registrata nella storia.

E meno male che nessuno li vuole. L’ultima occasione è ormai partita, non lo dico io, ma lo dice il mercato che si prende beffe delle parole di Dimon, un troll come mai nella storia.

Della Brexit parleremo in OUTLOOK 2021 ” LO STALLO ”

Ricordo a tutti coloro che avessero bisogno, che ICEBERGFINANZA è anche consulenza a 360 gradi, in mezzo a questa tempesta perfetta.

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L’Etiopia bombarda il Tigray e Roma firma un accordo militare con Addis Abeba

Scritto da: Antonio Mazzeo
Fonte: https://www.africa-express.info/2020/11/07/letiopia-bombarda-il-tigray-e-e-roma-firma-un-accordo-militare-con-addis-abeba/


Antonio Mazzeo

Chissà se adesso che nella regione del Tigray sono iniziati i bombardamenti da parte del governo di Addis Abeba, ci sarà qualcuno in Italia che s’interrogherà sull’opportunità di aver firmato e ratificato in fretta e furia un accordo di cooperazione militare con l’Etiopia.

L’accordo con le autorità etiopiche è stato sottoscritto il 10 aprile 2019 in occasione della visita in Corno d’Africa dell’allora ministra della Difesa Elisabetta Trenta (M5S) e del Capo di Stato Maggiore delle forze armate, generale Enzo Vecciarelli. “Si tratta di un’intesa storica che inaugura una nuova fase delle relazioni bilaterali tra Italia ed Etiopia”, aveva commentato la ministra subito dopo la firma con la titolare del dicastero della difesa etiope, Aisha Mohammed. “L’Accordo istituisce un quadro entro cui sviluppare nuove e maggiori iniziative nel campo della sicurezza e della difesa in aree di comune interesse quali la formazione; le operazioni di peace-keeping in cui sia l’Etiopia che l’Italia condividono un ruolo di leadership; il contrasto al terrorismo ed all’estremismo violento; la ricerca e lo sviluppo in ambito militare e la collaborazione in materia di industria della difesa”.

Il 26 giugno 2019 il Consiglio dei ministri presieduto da Giuseppe Conte, su proposta della ministra Trenta e dell’allora ministro degli Affari esteri Enzo Moavero Milanesi, approvava il disegno di legge di ratifica ed esecuzione dell’accordo di cooperazione militare e una ventina di giorni più tardi lo sottoponeva alle due Camere per la ratifica. Nonostante l’incalzante emergenza per la diffusione del Covid-19, la Camera dei deputati varava il testo il 5 febbraio 2020 (relatrice l’on. Mirella Emiliozzi di M5S, facente funzioni in una delle sedute l’on. Piero Fassino del Pd ), mentre il Senato della Repubblica lo approvava in via definitiva lo scorso 8 luglio (relatore il sen. Alessandro Alfieri del Pd). La legge è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 4 agosto 2020 ed è in vigore dal giorno successivo.

Nella scheda predisposta dall’esecutivo Conte uno sulle finalità generali dell’accordo di cooperazione militare Italia-Etiopia (rimasta la stessa anche dopo il ribaltone politico che ha portato al Conte bis), si enfatizza come il paese africano “sta conoscendo un accelerato ed intenso processo di riforma, dovuto principalmente al suo nuovo Primo Ministro Abiy Ahmed, unitamente ad una decisa crescita economica”. A capo del governo dall’aprile 2018 – aggiunge l’esecutivo – “il nuovo premier ha inaugurato una nuova fase politica di riforme e di riconciliazione nazionale, che ha ricevuto un significativo riconoscimento da parte della Comunità internazionale con il conferimento ad Abiy Ahmed del Premio Nobel per la pace nel 2019”.

“Apertura democratica e riformismo economico sono state le linee di politica interna, mentre sul piano regionale Abiy ha puntato sulla pace con l’Eritrea, sulla distensione dell’area e sul rafforzamento dei legami con alcuni Paesi del Golfo, i quali hanno fatto affluire ingenti capitali nel Corno d’Africa negli ultimi anni”, prosegue la scheda che accompagna la proposta di ratifica dell’accordo militare. “Il Primo Ministro ha varato negli ultimi mesi alcuni provvedimenti per superare le tensioni nel rapporto con alcuni gruppi etiopi di opposizione, anche armata, al governo di Addis Abeba, legati in passato ad Asmara. Ne sono testimonianza i decreti di liberazione di alcuni prigionieri politici; l’eliminazione della formazione para-militare Ginbot 7 e dell’Ogaden National Liberation Front dalla lista delle organizzazioni terroriste; la firma dell’accordo di pace con l’Oromo Liberation Front, che per anni ha condotto azioni di sabotaggio ai danni del Governo etiope godendo della protezione di Asmara, e con l’Amhara Democratic Front”.

Ciliegina sulla torta, le “eccellenti” relazioni economiche bilaterali. “L’Italia figura fra i primi partner commerciali dell’Etiopia: èl’8° fornitore a livello mondiale e il 1° a livello europeo nei primi 7 mesi del 2018”, concludono Conte & C. “Alcune delle maggiori imprese italiane sono coinvolte nell’opera di modernizzazione del Paese. Per l’export italiano, l’Etiopia costituisce il 4° mercato di destinazione nell’Africa sub-sahariana”.

Sarebbe però bastata un’occhiata ai più recenti report delle organizzazioni non governative internazionali in difesa dei diritti umani per rendersi conto che il quadro prefigurato dalle autorità italiane per giustificare la partnership militare con Addis Abeba era sin troppo enfatico non del tutto veritiero. Nel dossier 2020 di Amnesty International, ad esempio, l’Etiopia compare tra i paesi africani in cui “continuano numerosi gli attacchi da parte di gruppi armati e dalla violenza comune che causano morti, ferimenti e spostamenti forzati della popolazione”.

“Le risposte da parte delle forze di sicurezza sono state marcate da violazioni dei diritti umani molto diffuse e da crimini secondo le leggi internazionali”, riporta Amnesty. “E’ stato documentato un aumento della violenza etnica che ha condotto a migliaia di morti in tutto il paese e le forze di sicurezza hanno fallito nel loro compito di difesa e protezione della popolazione. Queste ultime, inoltre, specie i membri della polizia regionale e della milizia amministrativa locale, hanno avuto un ruolo attivo, schierandosi con i gruppi etnici d’appartenenza coinvolti nella violenza generale (…) In Etiopia, il governo non ha ancora condotto inchieste approfondite e imparziali sugli abusi degli attori non statali e delle forze di sicurezza – compresi gli assassinii di manifestanti e i numerosi casi di tortura e altri maltrattamenti  nelle prigioni”.

Ma cosa prevede l’accordo di cooperazione militare con l’Etiopia approvato dai disattenti parlamentari italiani? Il testo si apre con un preambolo dove le parti spiegano di voler “consolidare le rispettive capacità difensive” ed “indurre indiretti effetti positivi in alcuni settori produttivi e commerciali di entrambi i Paesi”. Tredici sono invece gli articoli che compongono l’accordo che avrà una durata di cinque anni,“automaticamente rinnovabili per ulteriori periodi di pari durata, sino a quando una delle Parti non decida, in qualunque momento, di denunciarlo, con effetto a 90 giorni”.

All’articolo 3, in particolare, si enumerano le materie della cooperazione: difesa e sicurezza; formazione, addestramento e assistenza tecnica; ricerca e sviluppo in ambito militare e supporto logistico; operazioni di supporto alla pace. All’articolo 4 si specificano invece le modalità con cui si espleterà la partnership tra le forze armate italiane e quelle del paese africano: scambi di visite e di esperienze; partecipazione a corsi, conferenze, studi, fasi di apprendistato e addestramento presso istituti di formazione militari; promozione dei servizi di sanità, compresa la ricerca medica; supporto ad iniziative commerciali relative ai prodotti e ai servizi connessi alle questioni della difesa; ecc..

E’ ovviamente al trasferimento di sistemi d’arma e apparecchiature belliche che si guarda con particolare attenzione. Così all’art. 9 viene auspita la promozione di “iniziative commerciali finalizzate a razionalizzare il controllo sui prodotti ad uso militare” attraverso la “ricerca scientifica, lo scambio di esperienze nel settore tecnico, l’approvvigionamento di equipaggiamento militare”.

L’Etiopia torna così ad essere, ottant’anni dopo la disastrosa disavventura coloniale del fascismo, meta del complesso militare-industriale di casa nostra. Sono gli stessi proponenti della legge di ratifica dell’accordo a sottolinearlo nella scheda tecnica presentata alle due Camere. “L’entrata in vigore dell’Accordo – si sottolinea – consentirà al Ministero della Difesa, d’intesa con il Ministero degli Esteri e della cooperazione internazionale, di svolgere attività di supporto in favore del Governo etiope in relazione all’eventuale acquisizione da parte dello stesso di materiali per la difesa prodotti dall’industria nazionale, nel rigoroso rispetto dei princìpi, delle norme e delle procedure in materia di esportazione di materiali d’armamento di cui alla legge 9 luglio 1990, n. 185, sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”.

Un accordo tra Italia ed Etiopia sulla cooperazione nel settore della difesa era stato firmato a Roma il 12 marzo 1998 dall’allora ministro Beniamino Andreatta e dal generale Gebre Tsadkan, viceministro della difesa e Capo di Stato maggiore delle forze armate etiopi. Esso però non entrò in vigore perché non venne avviato il relativo iter parlamentare di ratifica per il sopraggiunto conflitto tra Etiopia ed Eritrea e il conseguente embargo disposto dal Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla vendita e la fornitura di armi e materiale militare ai due Paesi belligeranti.

L’embargo fu revocato nel 2001 quando Eritrea ed Etiopia firmarono un accordo di cessazione delle ostilità. Ci sono volute due decadi perché a Roma si tornasse a puntare sugli affari armati con Addis Abeba.