Certificazione

  • Distruzione certificata?

La certificazione è lo strumento valido per fermare la deforestazione? Uno studio di Greenpeace lanciato oggi ne dubita: secondo l’associazione ambientalista, i prodotti legati alla distruzione delle foreste e degli ecosistemi, le violazioni dei diritti indigeni e delle comunità locali e le violazioni dei diritti umani continuano ad accedere al mercato dell’Unione Europea grazie ai “bollini verdi” assicurati da numerosi schemi di certificazione. Distruzione certificata (Destruction: Certified) analizza le prestazioni dei principali schemi che certificano prodotti come la carta, il legno, olio di palma e soia per l’alimentazione animale. Il risultato è che nessuno di questi schemi è riuscito a fermare la distruzione dell’ambiente e le violazioni dei diritti umani. 

Tre di questi programmi sono stati approvati dalla Commissione Europea come garanzie di conformità ai requisiti di europei sostenibilità per i biocarburanti (Direttiva sulle Energie Rinnovabili).

“I sistemi di certificazione scarico sui consumatori la responsabilità di proteggere le foreste, e al tempo stesso li incoraggiano ad acquistare di più, causando una crescita della distruzione. Ma proteggere le foreste e i diritti umani non deve essere una scelta lasciata al consumatore, come la scelta tra patatine alla paprica o al pepe. Proteggere le foreste e i diritti umani è una necessità”. spiega Sini Eräjää, di Greenpeace. “L’Europa deve intervenire per proteggere il pianeta e la sua popolazione, deve stabilire regole per garantire che nel mercato europeo non arrivino prodotti legati alla distruzione delle foreste o alle violazioni dei diritti umani “.

Il rapporto conclude che, invece di prommuovere cambiamenti nel mercato portando alla protezione delle foreste e degli altri ecosistemi, la certificazione ha di fatto dipinto di verde prodotti che sono ancora legati a tale distruzione. In alcuni casi, l’uso di sistemi di certificazione volontaria ha persino ostacolato l’adozione di ben più efficaci misure, come la legislazione o la riduzione del consumo di prodotti che causano la distruzione dell’ambiente e degli ecosistemi.

La Commissione europea si appresta a pubblicare un progetto di legge volto a ridurre l’impatto dei consumi dell’UE sulla deforestazione e sul degrado forestale.

Greenpeace chiede all’Unione Europea di sancire che le aziende che vendono in Europa dimostrino, attraverso la dovuta diligenza, che i loro prodotti siano esenti dalla distruzione delle foreste e di altri ecosistemi, nonché dalle violazioni dei diritti umani. Secondo l’associazione ambientalista, usare la certificazione per questo scopo è una scorciatoia che si è dimostrata inefficace. 

I resti di 9 Neanderthal scoperti nella grotta Guattari (Latina)

Fonte: https://ilfattostorico.com/2021/05/09/i-resti-di-9-neanderthal-scoperti-nella-grotta-guattari-latina/

Ministero della cultura

ANSA

The Guardian

(Ministero della cultura)

Gli archeologi italiani hanno portato alla luce le ossa di nove individui di Neanderthal in provincia di Latina (Lazio). Il sito è la grotta Guattari, sul monte Circeo, già nota per il ritrovamento nel 1939 di altri due Neanderthal. È possibile che alcuni fossero stati cacciati e sbranati dalle iene. L’archeologo Francesco Di Mario, direttore dello scavo, ha dichiarato: «Sono tutti individui adulti tranne forse uno giovane». Sette uomini, una donna e forse un ragazzo: otto di loro vissero tra i 50 e i 68 mila anni fa e uno, il più antico, tra i 100 e i 90 mila anni fa.

Cacciati dalle iene?

Lo scavo, iniziato nell’ottobre del 2019, si è svolto in parti mai indagate della grotta Guattari (comune di San Felice Circeo). Finora i ricercatori hanno rinvenuto la calotta cranica della donna, frammenti di cranio e di mandibola, due denti, tre femori parziali e altri frammenti in corso di identificazione. Mario Rolfo, professore di archeologia preistorica all’Università di Tor Vergata, spiega: «È una scoperta spettacolare. Un crollo, forse causato da un terremoto, ha sigillato questa grotta per più di 60.000 anni, preservando così i resti lasciati all’interno per decine di migliaia di anni». Molte delle ossa rinvenute mostrano chiari segni di rosicchiamento, quindi è possibile che alcuni di questi Neanderthal siano stati uccisi dalle iene e poi trascinati nella grotta che avevano trasformato nella loro tana. Una volta dentro, gli animali consumarono la loro preda. «I Neanderthal erano preda di questi animali», dice Rolfo. «Le iene li cacciavano, specialmente i più vulnerabili, come individui malati o anziani». Prima che questi predatori prendessero possesso della grotta, gli esperti non escludono la possibilità che i Neanderthal ci vivessero prima.

Il monte Circeo

Gli scienziati della Soprintendenza Archeologica (SABAP) di Frosinone e Latina e dell’Università di Tor Vergata a Roma stanno ricostruendo il quadro paleoecologico della pianura pontina tra i 125.000 e i 50.000 anni fa, quando i nostri “cugini” estinti frequentavano il territorio laziale. Analisi biologiche e ricerche genetiche permetteranno di ricostruire la vegetazione, il clima e l’ambiente in cui vivevano i nostri antenati. Analisi isotopiche permetteranno di ricostruire la dieta dei Neanderthal e delle specie animali. Le indagini sono state estese anche all’esterno della grotta dove il ritrovamento di residui di carbone e resti animali bruciati potrebbe indicare la presenza di antichi focolari. I recenti scavi hanno restituito migliaia di reperti ossei animali che arricchiscono la ricostruzione del quadro faunistico, ambientale e climatico. Oltre agli abbondanti resti di iena, sono stati rinvenuti scheletri di grossi mammiferi quali l’uro (un grande bovino estinto), il cervo nobile, il rinoceronte, l’elefante, il cervo gigante (megaloceros), l’orso delle caverne e cavalli selvatici.

Le ricerche hanno riguardato quella che il paleontologo Alberto Carlo Blanc – scopritore dei due Neanderthal nel 1939 – aveva chiamato “Laghetto” per la presenza di acqua nei mesi invernali (Ministero della cultura)

(Ministero della cultura)

Risvolti della scoperta

Per comprendere i modi di vita e la loro storia, i reperti verranno studiati con diverse tecnologie. Dice Di Mario: «Stiamo portando avanti gli studi e le analisi, non solo genetiche, capaci di rivelare molte informazioni». Mauro Rubini, direttore del servizio di antropologia della SABAP per le province di Frosinone e Latina, ha anticipato: «Un’analisi sul tartaro dei denti ha mostrato per esempio quanto la loro dieta fosse varia, mangiavano molti prodotti cerealicolo vegetariani, frutto della raccolta, ed è noto quanto una buona alimentazione sia fondamentale per lo sviluppo dell’encefalo». I Neanderthal hanno abitato l’Eurasia, dalla costa atlantica agli Urali, all’incirca dai 400.000 anni ai 40.000 anni fa, scomparendo dopo l’arrivo dell’Homo Sapiens. Spesso descritti come i parenti semplici e tozzi degli uomini moderni, i Neanderthal avevano cervelli simili e svilupparono una ricca cultura, avevano complessi utensili di pietra, gioielli dipinti e abitavano in caverne adornate. «Con questa campagna di scavo – ha detto Rubini – abbiamo trovato numerosi individui, una scoperta che permetterà di gettare una luce importante sulla storia del popolamento dell’Italia. L’uomo di Neanderthal è una tappa fondamentale dell’evoluzione umana, rappresenta il vertice di una specie ed è la prima società umana di cui possiamo parlare».

(Ministero della cultura)

(Ministero della cultura)

(Ministero della cultura)

(Ministero della cultura)

Magaldi: Draghi e l’inferno, una guerra nata 50 anni fa

Fonte: https://www.libreidee.org/2021/05/magaldi-draghi-e-linferno-una-guerra-nata-50-anni-fa/

Mario Draghi non ha avuto (ancora) il coraggio politico di attaccare il paradigma-Covid, creato per sottomettere la popolazione. Un piano partorito da una gestione di potere che, secondo alcuni, risale al golpe che il neoliberismo commissionò al “fratello” Kissinger, con l’esito dell’11 settembre 1973: l’ordine impartito in Cile al massone Pinochet di abbattere Salvador Allende, “venerabile maestro” della loggia di cui il generale golpista era il numero due, il “primo sorvegliante”. Secondo Bob Dylan – in base alla sofisticata esegesi fornita da Gioele Magaldi, che rivela l’identità massonica dello stesso cantautore, Premio Nobel – il piano ebbe inizio ancora prima, per la precisione il 22 novembre 1963 a Dallas, con l’assassinio in mondovisione di John Fitzgerald Kennedy. Numeri: 11 e 22, in una ridondanza che porta dritti a un altro 11 settembre, quello del 2001, quando lo stesso potere (che Magaldi definisce massonico ma rinnegato, contro-iniziatico e neo-aristocratico) passò alla penultima fase della globalizzazione, quella “a mano armata”, basata su guerre imperiali innescate da stragi “false flag”, sotto falsa bandiera, condotte sotto la supervisione di servizi segreti “distratti” quanto basta per alimentare il mito del terrorismo islamico.

Draghi

Può non piacere, Magaldi, quando ricorda che l’atroce Roberto Speranza (di cui ha invocato ripetutamente le dimissioni) è solo un burattino di Massimo D’Alema, artefice del mini-cartello elettorale “Liberi e Uguali” rappresentato in origine da altri due esponenti della massoneria, l’ex presidente del Senato (il “fratello” Pietro Grasso), e l’ex presidente della Camera (la “sorella” Laura Boldrini). D’Alema? Altro super-grembiulino reazionario come Monti, come Napolitano e come lo stesso Prodi, vicinissimo – anche lui – al redditizio potere cinese “inventato” dal club di Kissinger come modello alternativo e iper-efficiente (prospero, ma non democratico) per mettere in crisi il modello occidentale e la sua irrinunciabile libertà, non certo portata in dono dalla cicogna – come ama ripetere Magaldi – ma costata sangue, durante le rivoluzioni europee e il Risorgimento italiano, per abbattere lo strapotere del Papa e del Re. Libertà, uguaglianza e fraternità: gli ideali della Rivoluzione Francese (massonica, anche quella) come fondamento della nascita degli Stati Uniti d’America con Washington, e poi – prima con Roosevelt e poi con i Kennedy – fonte inesauribile della sete di giustizia sociale che, nel dopoguerra, plasmò l’Occidente nel quale siamo cresciuti, basato sul rispetto dei diritti umani e sociali.

D’accordo, uno si domanda – in mezzo al gossip favolistico del mainstream media, ancora impegnato a contare “casi” e “contagi” – ma tutto questo “che c’azzecca”, con il Covid e il governo Draghi? C’entra eccome, sostiene Magaldi, che riassume: tenete d’occhio il grande potere massonico-reazionario che dagli anni ‘80 impose il neoliberismo a tutto l’Occidente, e poi concesse alla Cina vantaggi sleali, per consentirle di imporsi come superpotenza commerciale. Quel potere supermassonico fece piazza pulita di ogni ostacolo: in Italia liquidò un genio della finanza keynesiana come Federico Caffè (maestro di Draghi), assassinò in Svezia Olof Palme (campione del welfare europeo e leader di un socialismo liberale pronto a impegnare lo Stato per salvare i posti di lavoro), quindi si liberò della Prima Repubblica italiana (corrotta, ma sovranitaria) e in Medio Oriente fece assassinare uno statista del calibro di Yitzhak Rabin, deciso a impedire che il conflitto israelo-palestinese restasse in eterno l’alibi perfetto, e ipocrita, per qualsiasi inconfessabile guerra sporca, coi dividendi regolarmente suddivisi in parti uguali tra gli oligarchi degli opposti estremismi.

E va bene, ma Draghi e il Covid? Sorride, Magaldi: il disastro ha almeno mezzo secolo di vita, e qualcuno pretenderebbe, in modo infantile, una soluzione rapida? La sua tesi: due anni fa, lo stesso Draghi (e altri, inclusa l’attuale presidente della Bce, Christine Lagarde) abbandonarono il club degli oligarchi per approdare ai lidi della supermassoneria “progressista”, roosveltiana e keynesiana. Avete idea di che cosa significhi? Nel 2011, lo stesso Draghi – dopo aver disastrato l’Italia con le super-privatizzazioni che erano state commissionate anche a Prodi e D’Alema – contribuì poi alla caduta del legittimo governo di Silvio Berlusconi, ovvero dell’ultimo parlamentare regolarmente eletto che gli italiani abbiano visto insediarsi a Palazzo Chigi. Tutto il resto sa di post-democrazia: Monti e Letta, lo stesso Renzi, Gentiloni, e infine il prestanome Conte, modesta pedina di un certo club vaticano, previdentemente infiltrato tra i  5 Stelle che nel 2018 i sondaggi davano vincenti.

Il mondo a cui è stata inflitta la piaga-Covid (libertà confiscata, grazie al pretesto di una presunta pandemia pericolosissima) è quello in cui, solo nel 2018, Sergio Mattarella osò negare a Paolo Savona la poltronissima di ministro dell’economia, visto che faceva paura a un’Europa che – per bocca del tedesco Günther Oettinger, che Magaldi definisce massone reazionario – aveva l’arroganza di affermare, sovrastando il Quirinale, che sarebbero stati “i mercati” a spiegare agli italiani come votare, in futuro, gettando nella spazzatura la Lega e i 5 Stelle, tigri di carta eppure temute dall’oligarchia che utilizza Bruxelles (cioè la finta Unione Europea, mai esistita) per i suoi scopi verminosamente privatistici, finanziari, di bottega. Quello terremotato dalla gestione “terroristica” del Covid è un pianeta reduce dalle mille manipolazioni operate dal medesimo potere, che non ha esitato ad “asfaltare” la Grecia riducendola alla fame, per poi umiliare l’Italia (bersagliata dalle Ong che usano i migranti come clava politica) negandole un misero 2,4% di deficit.

Poi, appunto, è arrivato l’infarto: l’ultima fase del piano, nato mezzo secolo fa. Dopo Kissinger, dopo Reagan e la Thatcher, dopo Blair e i Clinton, dopo Bin Laden e servizi segreti annessi, dopo i “signor no” della Commissione Europea e le stragi collaterali dell’Isis, ecco l’apoteosi: il vàirus. Il capolavoro della paura, il sogno degli oligarchi: tutti in casa, fingendo che non esistano terapie efficaci. Un anno di delirio: lockdown e zone rosse, coprifuoco, menzogne a reti unificate, oscuramento e boicottaggio (criminale) delle cure salva-vita, cancellate – massimo scandalo – per arrivare alla procedura di autorizzazione d’emergenza dei “vaccini genici”, approntati in pochi mesi, non autorizzabili in presenza di terapie alternative ed efficienti, come quelle – una decina – messe a punto da tanti, valenti medici italiani. Neppure loro avevano capito la vera posta in gioco, e dunque la reale dimensione del dramma? Non sapevano, gli illusi, che questo potere – corruttivo, dittatoriale, stragista – avrebbe calpestato e cancellato le loro ricette, nate per salvare decine di migliaia di vite umane?

Non illudetevi, dice Magaldi, che l’origine delle “incomprensibili storture” della gestione Covid sia da imputare alla semplice bulimia affaristica di Big Pharma. Certo, esiste anche quella: sono in gioco centinaia di miliardi. Ma i soldi sono solo un business collaterale, sappiatelo. Quello vero, il primo – sostiene l’autore di “Massoni” – è ben più preoccupante: ha a che fare con la fine della nostra libertà. Siamo a un bivio della storia, ed è bene saperlo. Il circuito di Magaldi, tanto per dire, era tra quelli che sostennero Trump contro la Clinton. Di fronte al disastro elettorale delle presidenziali 2020, con le inedite accuse di brogli, quel network non si è dato per vinto, e ha costretto gli azionisti di Biden a trattare. Tema: uscire dall’allucinazione degli ultimi cinquant’anni. Sorprende che lo stesso Draghi – che fa parte della partita – non s’impunti come dovrebbe contro il ricatto dei vaccini, cui è condizionato (di fatto) il ritorno alla normalità? Non pretende la necessaria trasparenza, Draghi? Capitelo, chiede Magaldi: un passo alla volta. Il che, francamente, è preoccupante. Tradotto: a quanto pare si tratterebbe di fronteggiare l’inferno, e di attrezzarsi (con pazienza) per sconfiggerlo, un po’ alla volta, attraverso ogni possibile sottigliezza e sapendo che il calendario delle sofferenze sociali dovrà fare i conti con un nemico tuttora potentissimo. In Germania, dove Angela Merkel ha gettato la maschera, la polizia può entrare nelle case senza nessun mandato. Come dire: la notte, purtroppo, è ancora lunga.

Cinque lezioni sul potere

Scritto da: Johnny Contanti
Fonte: https://ilporticodipinto.it/content/cinque-lezioni-sul-potere

Prima lezione sul potere: la società può essere influenzata facilmente se viene promesso che lo stato farà di tutto per scacciare i brutti tempi. Lo stato crea i problemi piuttosto che risolverli, visto che una situazione di emergenza continua rappresenta nuovi poteri da prendere.

Seconda lezione sul potere: la percezione del consenso crea un consenso legittimo. Quando le persone credono che i loro pari abbiano accettato un certo livello di tirannia, anche loro lo accetteranno in modo da non distinguersi o attirare l’attenzione su di sé. Le persone che cercano il potere devono solo creare l’illusione del consenso di massa. Anche quando la maggior parte delle persone è contraria, la percezione della conformità a volte può sopraffare la logica. Il controllo è solitamente ottenuto passivamente, senza forza.

Terza lezione sul potere: la forza porta al controllo solo se si risponde con la sottomissione. L’uso della forza da parte dei tiranni si basa sul presupposto che le persone che stanno cercando di controllare non reagiranno. Non appena le persone reagiscono, il tiranno viene rimaneggiato. La maggior parte dei tiranni sale al potere non perché vince più battaglie e sottomette gli avversari, ma perché non deve combattere affatto. Oppure vincono una manciata di facili battaglie, e spesso sono delle messe in scena per sembrare più epiche di quanto fossero in realtà, e poi le usano per terrorizzare l’opposizione. I tiranni iniziano a credere alle proprie bugie e presumono la propria invincibilità.

Quarta lezione sul potere: gli ideali o derivano dalla coscienza umana oppure no. La maggior parte degli esseri umani opera in base ad un certo insieme di principi morali che sono universalmente condivisi; non hanno bisogno che qualcuno glieli “insegni” . Se questi principi non fossero radicati nella nostra psiche, l’umanità si sarebbe autodistrutta migliaia di anni fa. I tiranni vogliono far credere che tutti gli ideali umani siano un prodotto dell’ambiente e che coloro che controllano l’ambiente controllano la morale delle persone. Il controllo deriva dal credere erroneamente che dipendiamo dal nostro ambiente affinché ci dica chi siamo come individui.

Quinta lezione sul potere: se un tiranno può convincervi ad ignorare la voce della vostra coscienza, l’unica altra guida è l’ambiente. Se suddetto tiranno domina ogni aspetto del vostro ambiente, allora ora ha il potere di riscrivere il vostro codice morale, almeno temporaneamente. Potete essere costretti a fare cose terribili che altrimenti non fareste, o sostenere cause distruttive e ideologie che altrimenti non sosterreste. Il potere totalitario è il potere di far dimenticare alle persone la propria voce interiore. Lo strumento definitivo contro il male è ascoltare quella voce e non aver paura delle presunte conseguenze.

Joe Petrosino, l’eroe italo-americano che lottò contro la Mafia

Fonte: https://storienapoli.it/2020/04/17/joe-petrosino-mafia-polizia-america-eroe/

Joe Petrosino, all’anagrafe Giuseppe, oggi è un eroe nazionale degli Stati Uniti d’America. Rappresentò in tutto e per tutto il sogno americano: uno spazzino diventato il poliziotto che inventò le tecniche usate ancora oggi nella lotta alla criminalità organizzata. Fondò la “Italian Squad“, la leggendaria squadra antimafia di investigatori italiani e fu anche una delle prime vittime eccellenti della Mafia.

D’altronde, la peculiarità delle terre meridionali fu quella di creare tanto il suo male quanto i suoi anticorpi, con generazioni di uomini eccellenti che dedicarono tutta la propria esistenza alla lotta contro le mafie.

Da Salerno al Nuovo Mondo in cerca di fortuna

Petrosino Nacque nella piccola Padula nel 1860 e crebbe nella più remota provincia di Salerno.
Il padre era un calzolaio e la madre una povera e onesta donna di paese: la sua famiglia emigrò prestissimo in America alla ricerca di fortune e fu così che, a soli quattordici anni, Giuseppe Petrosino si trovò su un bastimento diretto a Nuova York, con tante speranze e un nuovo nome dal suono più americano: “Joe”.

L’America, nel XIX secolo come oggi, era la speranza di una vita migliore, la promessa di una fuga dalle miserie di una vita ai margini della società. Anche se poi la vita di tanti migranti finì fra lavori umilianti e povertà nei suburbi di quelle che un giorno saranno le moderne metropoli.

E mentre il Vecchio Continente si preparava alla Prima Guerra Mondiale, Joe Petrosino lavorava come spazzino di New York e, dopo aver compiuto vent’anni, entrò come recluta in Polizia.
Gli immigrati italiani, infatti, avevano poca scelta: o si affiliavano alla criminalità organizzata o cercavano di sopravvivere con attività modeste (molti diventarono gelatai, tanto da creare il famoso “Neapolitan Ice Cream“, che ancora oggi è famosissimo!) oppure, per pochi fortunati, c’erano carriere in polizia o nell’esercito.

Joe Petrosino, l'eroe italo-americano che lottò contro la Mafia
Una foto di Mulberry Street nel 1905: Little Italy ai tempi di Petrosino

Amico del Presidente


Durante il suo servizio, Petrosino diventò anche amico stretto di un certo Theodore Roosevelt, che nel 1895 era commissario di polizia di New York.
I due trovarono subito una forte intesa e fu proprio grazie all’intervento del futuro Presidente degli Stati Uniti che Petrosino fu promosso a capo della divisione omicidi, ruolo di altissimo prestigio nelle gerarchie americane.

La polizia americana era infatti alle prese con un grosso problema: le mafie italiane erano un fenomeno tutto nuovo per le forze dell’ordine statunitensi e nessuno riusciva a capire i movimenti criminali.
Petrosino dimostrò così il suo valore: si accerchiò di fidatissimi poliziotti italiani e creò quella che fu chiamata la “Italian Squad” di New York.


Petrosino inventò il sistema delle “operazioni sotto copertura”, facendo infiltrare i poliziotti italiani nei sistemi criminali. Riuscì ad ingraziarsi decine di informatori in tutta la città, che gli permisero di arrivare a catturare e sgominare quasi tutte le organizzazioni criminali a New York. Fra questi, ad esempio, riuscì a incastrare e rispedire in Italia il camorrista Enrico Alfano, all’epoca uno dei più noti e sanguinari capi della Bella Società Riformata.

Numerosissimi furono i casi risolti: il famosissimo Enrico Caruso, durante una sua prestazione al Metropolitan Opera House di New York, venne minacciato da delinquenti che chiesero soldi in cambio di una vita serena. Grazie all’intuito di Petrosino, la banda di ricattatori fu sgominata e il tenore dormì sonni tranquilli.

Riuscì anche ad intuire l’assassinio del presidente McKinley che, secondo alcune teorie, fu organizzato dalla stessa società segreta che ordì l’assassinio Umberto I nel 1900. Il poliziotto avvertì con insistenza i servizi segreti americani, ma il presidente volle ignorare gli avvisi e, come temuto, fu ucciso.

L’ultimo atto della guerra di Joe Petrosino fu l’arresto del boss Vito Cascio Ferro, il padrino della giovane e potente Mafia newyorchese. Dopo mesi di pedinamenti, operazioni sotto copertura e indagini, finalmente riuscì a sbatterlo in cella nel 1903. Ma arrestare un capo della Mafia fu la firma su una certa condanna a morte.

Un omicidio brutale

Petrosino sapeva che le sue ore erano ormai contate, ma volle onorare fino in fondo la sua divisa. Decise di approfittare di una sanguinosa guerra fra Mafia e Camorra fra le strade di New York per riuscire a stroncare definitivamente entrambi i gruppi criminali.
Decise quindi di andare personalmente a Palermo. Voleva approfondire in prima persona i collegamenti fra la Mafia e la Mano Nera, una società segreta che terrorizzò l’America dei primi del ‘900.
L’esperienza siciliana fu fatale: il poliziotto fu ucciso in un attentato a Piazza Marina, con quattro colpi di revolver. Era la sera del 12 marzo 1909 e morì ad appena 48 anni, sotto i colpi di un omicida che ancora oggi non ha un nome.
Secondo alcune intercettazioni datate 2014, pare che l’assassino sia stato Paolo Palazzotto, prozio di Domenico Palazzotto, un uomo intercettato durante un’operazione antimafia ben cento anni dopo la morte di Petrosino.

Joe Petrosino, l'eroe italo-americano che lottò contro la Mafia
Il corteo funebre di Joe Petrosino

E se, 10 anni prima, a Napoli la morte di Ciccio Cappuccio fu addirittura celebrata con una poesia di Ferdinando Russo sul Mattino e con un funerale in piazza degno di un Re, a New York si riversarono per le strade 250.000 cittadini che accompagnarono il corteo funebre dell’amato poliziotto: il numero fu un vero e proprio record fino ad allora mai raggiunto nella storia d’America. Nemmeno un presidente aveva mai ricevuto onori simili.

Un eroe americano amato ancora oggi

Joe Petrosino fu un il figlio di un sogno americano conclusosi tragicamente: partì da una piccola cittadina della Campania (che oggi lo ricorda con un museo!) e, grazie ad un incrollabile coraggio anche nell’affrontare la morte, divenne il simbolo della lotta alle mafie.

Dopo la sua morte, la squadra italiana della polizia di New York diventò un simbolo di speranza per gli emigrati.
Nel frattempo, l’America aveva avuto il primo assaggio della brutalità della mafia italiana: dopo la morte di Petrosino arrivò infatti il periodo storico più famoso di sempre nella storia della criminalità: il proibizionismo e i Gangster degli anni ’30.

Ha dato il suo nome a una piazza e un parco al centro di Manhattan.

La CIA svela tutti i documenti UFOs

Fonte: https://www.nibiru2012.it/la-cia-svela-tutti-i-documenti-ufos/

Per tutti gli appassionati di UFO è la manna dal cielo, la bibbia! Ed è raggiungibile online all’indirizzo https://www.theblackvault.com. Una pagina infinita di PDF da scaricare e visionare per farci un’idea di tutti i dati che il governo statunitense ha immagazzinato in questi anni.

Gli Ufo non saranno più un mistero. La Cia ha permesso che tutto il suo archivio sugli oggetti non identificati finisse online e che ora fosse scaricabile in formato zip e pdf dal sito The Black Vault. Documenti questi che coprono l’arco di più di mezzo secolo di studi e avvistamenti e che, in parte, furono desecretati da Washington già a metà degli Anni Novanta.

Non è certamente la prima volta, infatti, che qualcuno di questi documenti sugli oggetti non identificati dall’archivio della Cia venga diffuso, ma è sicuramente la prima volta che tutto l’archivio, fornito al sito su un Cd-rom, venga reso pubblico.

A darne notizia lo stesso fondatore di The Black Vault, John Greenewald, che dal 1996 si batte per il rilascio della documentazione completa sugli Ufo. E sicuramente Greenewald può festeggiare una prima vittoria sulla libertà d’informazione: 2.780 pagine di report a disposizione di tutti.

Adriano Olivetti, l’imprenditore illuminato che sognava la «fabbrica a misura d’uomo»

Scritto da: Eleonora Crisafulli
Fonte: https://www.millionaire.it/adriano-olivetti-limprenditore-illuminato-che-sognava-la-fabbrica-a-misura-duomo/

«Spesso il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità o coraggio di fare. Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia a lavorarci. E allora può diventare qualcosa di infinitamente più grande» diceva Adriano Olivetti, industriale di Ivrea, imprenditore, ingegnere, editore e politico. Guidando l’impresa fondata dal padre Camillo, Adriano ha portato nel mondo design e tecnologia made in Italy e ha dato forma a una nuova visione della vita di fabbrica, più attenta ai diritti degli operai e al benessere della comunità. A 60 anni esatti dalla sua morte, ecco la sua storia.

Adriano Olivetti nasce l’11 aprile 1901 a Ivrea. Sette anni più tardi il padre Camillo fonda la Olivetti, “la prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere”. Dopo la laurea in Ingegneria chimica industriale al Politecnico di Torino, nel 1924 Adriano inizia l’apprendistato in fabbrica, come operaio. Al rientro da un viaggio negli Stati Uniti, dove visita più di cento fabbriche, propone al padre un ampio programma per modernizzare l’attività e l’organizzazione. Intanto lavora alla prima macchina per scrivere portatile, la MP1, uscita sul mercato nel 1932. In quello stesso anno Adriano assume il ruolo di direttore generale. Nel 1938 subentra al padre come presidente.

«Percorsi rapidamente, in virtù del privilegio di essere il figlio del principale, una carriera che altri, sebbene più dotati di me, non avrebbero mai percorsa. Imparai i pericoli degli avanzamenti troppo rapidi, l’assurdo delle posizioni provenienti dall’alto».

È Adriano a trasformare l’azienda di famiglia in un moderno gruppo industriale, che sviluppa prodotti per l’ufficio innovativi e vende in Italia e all’estero, grazie a un’ampia rete commerciale. L’imprenditore punta all’eccellenza dei prodotti, nella tecnologia e nel design industriale, e al miglioramento delle condizioni dei lavoratori. Apre la fabbrica a intellettuali e artisti, al loro apporto creativo.

Per le sue innovazioni, nel 1955 vince il Compasso d’Oro. Sotto la sua guida, arrivano i modelli iconici delle macchine per scrivere, come la Lexikon 80 (1948) e la Lettera 22 (1950), consacrata dall’esposizione al MoMa di New York. Negli anni ’50, Olivetti apre anche i primi laboratori di ricerca sulla tecnologia elettronica e introduce sul mercato l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico italiano (1959).

Con Adriano Olivetti arriva soprattuto una nuova visione di impresa, basata sull’organizzazione decentrata del personale e sulla razionalizzazione dei tempi e dei metodi di montaggio. L’industriale di Ivrea è un precursore del moderno welfare, sempre alla ricerca di un equilibrio tra profitto, democrazia e giustizia sociale. Gli operai Olivetti hanno salari superiori alla media, beneficiano di convenzioni per case e asili accanto alla fabbrica, hanno una biblioteca in azienda con libri da poter leggere durante le pause. «I servizi sono un dovere che deriva dalla responsabilità sociale dell’azienda» sostiene Adriano.

«La fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti. Deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia. Io penso la fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica, giusto? (…) In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore».

Tra il 1930 e il 1960 non solo cresce l’impresa, ma anche Ivrea cambia volto. Si sviluppa la città industriale, un insieme di edifici destinati alla produzione e ai dipendenti: uffici, abitazioni, mense e asili progettati da grandi architetti. Un complesso urbano che nel 2018 è stato riconosciuto patrimonio dell’umanità dall’Unesco: «Per la moderna visione della relazione tra industria e architettura».

Il 27 febbraio 1960 Adriano Olivetti muore, colto da malore su un treno in Svizzera, partito da Milano e diretto a Losanna. Due anni dopo nasce la fondazione che porta il suo nome, ancora oggi attiva. Dal 2003, Olivetti fa parte del Gruppo Tim.

Il commercio illegale di legni pregiati sta spazzando via le ultime foreste del Senegal

Fonte: https://www.salvaleforeste.it/it/taglio-illgale/4549-il-commercio-illegale-di-legni-pregiati-sta-spazzando-via-le-ultime-foreste-del-senegal.html

Un recente rapporto pubblicato dalla Environmental Investigation Agency (EIA) dopo tre anni di indagine, ha evidenziato il traffico di palissandro Senegal-Gambia-Cina e ha scoperto prove senza precedenti su una serie di gravi crimini forestali. Secondo il rapporto, circa 1,6 milioni di alberi di palissandro sono stati illegalmente disboscati nella provincia di Casamance in Senegal e contrabbandati in Gambia in Cina tra giugno 2012 e aprile 2020, per essere riesportati in Cina.
Il traffico di palissandro tra il Senegal e il Gambia è stato in gran parte controllato dal gruppo armato ribelle Movement of Democratic Forces of Casamance (Mouvement des force démocratiques de Casamance – MFDC in francese) che ne trae le risorse finanziarie per sostenere le proprie operazioni.
Questo commercio ha verificato il divieto di esportazione varato dall’attuale presidente del Gambia, Adama Barroe. Le cose sembrano però essere più complesse, poiché i trafficanti hanno utilizzato la società parastatale Jagne Narr Procurement & Agency Services (“Jagne Narr”) per aggirare il divieto.

Il commercio di palissandro tra il Senegal, il Gambia e la Cina è fiorito in violazione della Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione (CITES). Il Gambia è un piccolo paese dell’Africa occidentale che si estende lungo il fiume Gambia ed è circondato su tre lati dal Senegal. Nonostante abbia estinto il proprio palissandro anni fa, il Gambia è divenuto un importante centro commerciale per questo legno ed è stata la terza più grande fonte di hongmu della Cina nel 2019.
Tra il febbraio 2017, quando il Gambia ha sospeso le esportazioni di palissandro, e l’aprile 2020, la Cina ha importato 329.351 tonnellate di palissandro dal Gambia. Questo è più della Cina importata nel 2015 e nel 2016 (241.254 tonnellate), quando il Gambia era ancora governato da Jammeh. L’ex dittatore, che ha legami tribali con la Casamance, ha stabilito il traffico di palissandro come proprio feudo, guadagnando milioni di dollari in esportazioni attraverso una società parastatale locata nella capitale Banjul.

Precedenti indagini dell’EIA hanno rivelato come il traffico di una specie protetta come il palissandro si sia oramai spostato verso le “foreste asciutte” dell’Africa occidentale, divenuto ormai l’epicentro mondiale di questo traffico, spinto dalla domanda del crescente mercato cinese da un miliardo di dollari per hongmu, un tipo di palissandro utilizzato per mobili in stile tradizionale.

Il commercio illegale di palissandro ha messo radici in Senegal durante il conflitto di secessione della regione di Casamance. Migliaia di persone sono state uccise durante i combattimenti tra i ribelli e l’esercito e molte altre sono state sfollate. Il traffico di palissandro ha prosperato in questo ambiente di paura e collusione, tra le comunità che sono state divise dal conflitto. La deforestazione illegale ha preso piede intorno al 2010 nelle foreste controllate dai ribelli nel distretto di Ziguinchor sulla rotta di transito verso il Gambia. Sebbene dal 2014 sia in vigore un fragile cessate il fuoco, resta difficile per le autorità senegalesi entrare nelle zone di confine a causa delle mine terrestri e del controllo del territorio da parte delle forze ribelli.

ITALIA…

Italia paese bellissimo, eccezzionalmente ricco di un patrimonio artistico e monumentale senza precedenti.
Italiani popolo di santi, poeti, navigatori e, soprattutto, inventori.

Ma, ahimè, gli Italiani hanno poca memoria…
Si dimenticano del panfilo reale il “Britannia”, dove si sono decise le loro sorti…

Dove seppelliamo le scorie nucleari?

Scritto da: Marco Cedolin
Fonte: https://www.dolcevitaonline.it/dove-seppelliamo-le-scorie-nucleari/

La gestione delle scorie nucleari, che è costata fino ad oggi al contribuente italiano circa 11 miliardi di euro sotto forma di addizionali nelle bollette dell’energia, è affidata alla Sogin che è la società statale responsabile dello smantellamento degli impianti nucleari italiani e della messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi da essi derivati.

Le scorie nucleari di competenza italiana ammontano a circa 78mila metri cubi di rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività, che resteranno dannosi per la salute e l’ambiente per un periodo di 300 anni, e 17mila metri cubi  di rifiuti a media ed alta attività, destinati a rimanere dannosi per migliaia o centinaia di migliaia di anni. Tali scorie fino ad oggi (tranne una piccola parte di esse che è stata trasferita all’estero per subire il processo di vetrificazione) sono state conservate all’interno delle quattro centrali nucleari dismesse, di quattro impianti del ciclo del combustibile, all’interno di centri di ricerca nucleare e centri di gestione dei rifiuti industriali.

La direttiva 2011/70/Euratom del Consiglio europeo imponeva però che entro il 2015 ogni Paese adottasse un programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi a bassissima e bassa intensità e si dotasse di un sito nazionale adatto a custodirli in sicurezza. L’Italia non ha rispettato questo termine, facendo sì che la Commissione europea abbia aperto formalmente una procedura d’infrazione. Dopo molti anni di ritardi, Sogin ha pubblicato solo di recente la mappa contenente le 67 aree all’interno delle quali si ritiene possano venire stoccate le scorie nucleari, unitamente al progetto della struttura studiata per contenerle.

Il sito unico occuperà una superficie di 110 ettari e sarà affiancato da un Parco tecnologico di 40 ettari, avrà un costo previsto di 900 milioni di euro e un tempo previsto di realizzazione quantificato in circa 4 anni. Al suo interno dovrebbero venire stoccati definitivamente i 78mila metri cubi di rifiuti radioattivi a bassissima e bassa intensità (scopo precipuo della sua costruzione) e provvisoriamente, per alcune decine di anni in attesa di un sito ad essi dedicato, anche i 17mila metri cubi di rifiuti radioattivi a media e alta intensità che saranno ospitati all’interno di quattro edifici specifici, in contenitori ad alta sicurezza conosciuti come cask.

Alla base della scelta dei siti ritenuti idonei per la costruzione del deposito vi sono tutta una serie di criteri che vanno dal rischio sismico e idrogeologico alla densità abitativa, dalla presenza di aree protette all’altitudine che non deve superare i 700 metri sul livello del mare. Nell’ambito delle 67 aree ritenute idonee, 12 di esse sono posizionate in classe A1 (molto buone), altre 11 in classe A2 (buone) e le restanti in classe B e C. In particolare due aree dell’alessandrino sembrano soddisfare maggiormente tutti i requisiti richiesti.

Dopo la pubblicazione della mappa dei siti, praticamente tutte le amministrazioni comunali interessate si sono affrettate ad esprimere il proprio diniego, sostenute anche dalle autorità provinciali e regionali di riferimento, molte delle quali in passato non avevano dimostrato la stessa sensibilità nel sostenere le battaglie dei cittadini che si opponevano alla distruzione del territorio in cui vivevano, come accadde ad esempio nella lotta contro il TAV in Val di Susa.

Nei prossimi mesi regioni, province e comuni potranno depositare osservazioni nel merito della mappa presentata ed entro il mese di marzo Sogin promuoverà un seminario all’interno del quale verranno approfonditi tutti gli aspetti tecnici della questione. Dopodiché verrà pubblicata la carta nazionale delle aree idonee (CNAI) che farà sintesi, riducendo i siti solamente a quelli ritenuti in assoluto più idonei. A quel punto Sogin sarà chiamata a promuovere trattative bilaterali, nel tentativo di trovare una qualche soluzione condivisa con eventuali comuni interessati a ospitare il sito, come contropartita di compensazioni e di una potenziale ricaduta occupazionale stimata in qualche centinaio di posti di lavoro. Nel caso le soluzioni condivise non arrivino sarà comunque il ministero dello Sviluppo economico ad individuare l’area ritenuta più consona, per mezzo di un decreto e nelle intenzioni del governo il nuovo deposito dovrebbe vedere la luce entro la fine del 2025.

Il vero problema purtroppo non riguarda l’ubicazione del sito in cui stoccare i rifiuti radioattivi, ma piuttosto l’evidenza di come l’unico mezzo per mettere realmente in sicurezza le scorie nucleari sia quello di non produrle affatto. Per quanto infatti si riesca ad essere meticolosi e preparati tecnicamente, sarà comunque sempre impossibile prevedere i mutamenti che interverranno in un determinato territorio all’interno di un arco temporale che spazia dai 300 ai centomila anni. Cambiamenti climatici, guerre, terremoti e ogni altro genere di evento catastrofico, potrebbero mutare radicalmente la morfologia di un territorio, con la conseguenza di contaminare pesantemente le persone e l’ambiente. A prescindere da quale sarà il cimitero in cui decideremo di seppellire i rifiuti radioattivi, questi rappresenteranno sempre e comunque una spada di Damocle sospesa sulla testa delle future generazioni e di quelle che le sostituiranno, a dimostrazione di quanto grande sia stata la nostra follia di piccoli uomini, infatuati di un atomo del quale possedevamo e possediamo solamente una conoscenza parcellare, del tutto inadeguata a maneggiarlo con disinvoltura così come purtroppo abbiamo invece fatto.