La Germania si radicalizza sempre di più

Scritto da: Fabio Lugano
Fonte: https://scenarieconomici.it/la-germania-si-radicalizza-sempre-di-piu/

La politica tedesca indica un andamento sempre più polarizzato dell’elettorato ed i partiti centristi appaiono sempre più spiazzati e messi da parte.

Se valutiamo l’andamento dei sondaggi nel tempo questo trend è chiaramente visibile:

Orami l’andamento è piuttosto chiaro: CDU e SPD in calo verdi e AfD in crescita, addirittura con un andamento dei primi quasi superiore a quello dei secondo. Paradossalmente i due partiti si sostengono: maggiore  è il supporto per un partito pro immigrazione come  i Verdi, maggiore è quello per AfD ed in mezzo si resta schiacciati. Un certo risveglio lo ha avuto anche la Linke, di sinistra, con il nuovo leader anti immigrazione vista come “Esercito proletario di riserva”.

Come indica questa tabella il gioco del secondo posto, dietro ad una barcollante CDU, è ormai a tre, con verdi, AfD e SPD che si giocano il posto, ma con la SpD che sembra leggermente in difficoltà rispetto agli altri due.

Si voterà domenica 14  in Baviera e ci sarà da ridere perchè CDU e SPD uniti perdono il 20% dei voti…

Ora in Baviera assisteremo all’improbabile nascita di una coalizione Nero-Verde (la CSU ha il colore nero) e probabilmente vedremo mettere un altro chiodo alla bara politica della Merkel. La teorica alternativa sarebbe CSU+AfD+FdP, ma siamo vicini alla fantascienza, proprio perchè segnerebbe la legittimità di AfD.

A livello nazionale rischia di riproporsi, dopo l’ennesima debacle della SPD una coalizione Giamaica, cioè CDU+Verdi+Liberali, ma è tutto da vedere. Probabilmente la Merkel, già sconfitta nel partito, cercherà salvezza a livello europeo.

 

L’epoca dei giganti. Evoluzione e statura umana

Scritto da: Sabina Marineo
Fonte: http://storia-controstoria.org/paleolitico/epoca-giganti/

Il tempo dell’Homo erectus fu anche l’epoca mitica dei giganti? Fra questi ominini che popolarono la terra sin dal Pleistocene – vale a dire a partire da circa due milioni di anni fa – e da cui discendono le tre specie più “recenti” Neanderthal, Denisova e Sapiens, c’erano molti individui di statura eccezionalmente alta. In alcuni casi raggiungevano i due metri. Erano creature dalla forza incredibile, con una prestanza fisica che avrebbe superato quella dei nostri atleti di oggi. Furono gli inventori della bifacciale, un utensile litico molto efficace, dato che venne utilizzato per centinaia di migliaia di anni. Il loro cervello poteva raggiungere i 1200 cm cubi ed erano in grado di costruire abitazioni, officine di lavoro all’aria aperta, lance da caccia dalla forma perfetta e, soprattutto, di controllare il fuoco.

Bifacciali: il miracolo della simmetria

Uno splendido esemplare di bifacciale che risale a ca. 450.000 anni fa. The Upper Galilee Museum of Prehistory, Hula Valley. Foto Guyassaf

Più di una volta, ammirando le splendide bifacciali (o amigdale), quegli oggetti di pietra dalla caratteristica forma a mandorla che dovevano essere una sorta di utensile multiuso, mi sono stupita delle loro dimensioni. Le bifacciali venivano, come dice il nome, lavorate da entrambi i lati e dimostrano una ricerca di simmetrica bellezza che lascia l’osservatore senza parole. In genere erano usate per tagliare la carne animale, lavorare le pelli, spezzare altri materiali. I nostri antenati le impugnavano alla base, le usavano tenendole strette nella mano.

Le più antiche, ritrovate in Africa, datano circa 1,5 milioni di anni e sappiamo che le bifacciali furono utilizzate fino a 200.000 anni fa. Un periodo di tempo lunghissimo che la dice lunga sulla loro efficacia. Evidentemente erano molto apprezzate. Il livello di armonia della forma raggiunto da questi oggetti si può capire confrontandole con gli utensili precedenti, per esempio i cosiddetti chopper, ciottoli tondeggianti scheggiati e taglienti, ed è senz’altro racchiuso nella simmetria. Un fattore che testimonia la ricerca estetica di forme armoniche e che suggerisce il raggiungimento di un elevato livello di pensiero astratto. Non solo. Anche la conoscenza del simbolo.

L’archeologo Jean Marie Le Tensorer fa un ulteriore passo avanti e afferma:

Il numero d’oro è un esempio di postulato dell’armonia. (…) In Siria un solo giacimento archeologico (…) ci ha lasciato più di 8000 bifacciali. Tenendo conto che questo sito è stato scavato soltanto per una ventina di metri quadrati, si può presupporre che tale orizzonte ospiti in totale da 60.000 a 70.000 bifacciali! Queste bifacciali presentano delle forme di grande purezza. Risalgono a 500.000 anni or sono e indicano una tendenza alla standardizzazione e alla riproduzione di un rapporto preferenziale larghezza/lunghezza. Questo rapporto è in media di 1:4. (N.d.A.: Vicino al numero d’oro). Per me si tratta di un rapporto armonico fondamentale creato dall’Homo erectus. La morfologia simmetrica della bifacciale non evoca forse la forma dell’uomo stesso e della sua mano? (…) In questo caso il corpo umano, emblema dell’armonia, sarebbe all’origine dell’immagine, la bifacciale sarebbe lo specchio armonico dell’uomo.”

Quando fabbricava questi oggetti meravigliosi, l’Homo erectus non badava dunque soltanto alla loro utilità, voleva anche possedere qualcosa di bello. Alcune bifacciali erano per lui talmente preziose, erano state lavorate con tale cura, da non essere nemmeno utilizzate nel quotidiano. Erano riservate esclusivamente all’uso di corredo funerario. L’esemplare forse più famoso in questo senso è la famosa “Excalibur”, un’amigdala di quarzite scoperta nel giacimento spagnolo di Sima de los Huesos insieme a resti ossei umani di 400.000 a.C. La bifacciale non presenta nessuna traccia di utilizzo e quindi doveva rivestire un’importanza prettamente rituale. Forse la prima offerta funeraria di cui siamo a conoscenza attualmente e che conferma la presenza del pensiero astratto in tempi già così remoti.

Prima della bifacciale: raffigurazione di un chopper, 1 milione di anni fa. Reperto del sito paleolitico di Dmanisi, Georgia. Disegno di José-Manuel Benito, pubblico dominio

Ma dopo il primo stupore provato per la bellezza e perfezione delle amigdale, l’osservatore è sopraffatto da un altro pensiero. Le bifacciali non erano soltanto oggetti dalla chiara efficacia nell’uso quotidiano e dall’indubbio valore estetico, potevano essere anche… molto pesanti.  Nel giacimento paleolitico francese Caune de Arago (Tautavel), in un orizzonte di 580.000 anni fa, si è recuperato un esemplare di ben 35 cm di lunghezza. Proviamo ad immaginarne il peso. In effetti, vedendo dal vero alcuni esemplari nelle vetrine dei musei, c’è da restare sbalorditi: che mani dovevano avere i nostri avi del Paleolitico per poterle comodamente impugnare e maneggiare? Ma con il passare del tempo tali utensili divennero sempre più piccoli. Proprio come la statura – e quindi la mano – di chi li confezionava.

I “giganti”

Nel lontano 1948 il team diretto dal paleontologo Richard Leakey ebbe la fortuna di scoprire in Kenya lo scheletro quasi completo del “Turkana Boy” (il ragazzo di Turkana o di Nariokotome). Un ritrovamento eccezionale. Alto e slanciato, questo individuo della specie Homo erectus stupì tutti gli esperti. Nel corso delle analisi ci si rese conto che misurava 160 cm di altezza ed era morto ad appena 7-8 anni d’età. Da adulto, il ragazzino avrebbe probabilmente raggiunto i 185 cm. Il bambino soffriva di malformazioni congenite che ne causarono la morte e tuttavia, sulla base delle analisi scheletriche, si poteva ipotizzare che anche questo giovane individuo, se pur malato, in vita doveva aver posseduto una forza a dir poco atletica.

Bifacciale del giacimento paleolitico di Olduvai, ca.1 milione di anni fa. British Museum – Foto Discott CC BY-SA 3.0

Altri esemplari di Homo erectus presentavano una statura di tutto rispetto che sfiorava i 2 metri (riscontrata in seguito ad analisi effettuate su resti fossili scoperti primariamente nell’Africa meridionale, vedi ricerche del paleontologo Lee Berger), mentre i Sapiens aurignaziani che popolavano l’Europa 40.000 anni fa potevano pur sempre vantare un’altezza media di 183 cm. Una misura che supera di molto la media attuale europea (175 cm). Tipici esempi in tal senso sono i resti fossili dell’uomo scoperto nel sito francese Abri Cro Magnon, con i suoi 183 cm, e gli individui delle sepolture nel giacimento dei Balzi Rossi, in Italia, alcuni dei quali – Uomo di Grimaldi e Uomo di Mentone – misuravano da 190 a 195 cm di altezza.

E bisogna precisare, per amore di correttezza, che il presunto Uomo di Mentone in realtà era una donna del Gravettiano spirata intorno a 24.000 anni fa all’età di circa 37 anni. Oggi è chiamata “Donna di Caviglione”. La giusta attribuzione sessuale si deve al professor Henry de Lumley. Dunque una donna molto alta, al di fuori dalla norma cui siamo abituati oggi. Se gli europei dell’Aurignaziano (47.000-35.000 a.C.) e del Gravettiano (29.000-20.000 a.C) erano ancora molto prestanti, già gli esponenti del Magdaleniano (17.000-11.000 a.C.) si presentavano più minuti, mentre presso le genti del Neolitico (10.000 a.C.) si è registrata una statura media di 162,5 cm.

Una considerazione a parte merita l’uomo di Neanderthal con la sua altezza media di 160 cm, perché in questo caso abbiamo a che fare con una specie umana che si è evoluta dall’Homo erectus heidelbergensis dopo centinaia di migliaia di anni della permanenza di quest’ultimo in Europa. Dunque la sua fisionomia bassa e tarchiata era il risultato di un adattamento alla situazione climatica dell’Era glaciale. Invece sia l’Homo erectus che l’Homo sapiens appartenevano entrambi a specie di più recenti origini africane, erano individui dalla corporatura alta e slanciata e dalla carnagione scura che meglio potevano sopportare le temperature elevate e le forti radiazioni solari presenti nel Continente nero.

C’è poi da aggiungere che non mancano esempi a riprova dell’adattamento fisico dell’uomo di Neanderthal sia al freddo ambiente glaciale che a quello caldo del Medio Oriente. Ci sono esemplari extra europei che presentano altezze superiori, come per esempio il Neanderthal i cui resti fossili sono stati scoperti nella grotta di Amud, in Israele, che misurava 180 cm di altezza. Anche il Neanderthal rinvenuto nella grotta israeliana di Kebara non si può definire di statura bassa con i suoi 170 cm. E in Israele vigevano altre condizioni climatiche, ben lontane dalle temperature europee dell’Era glaciale.

Scheletro dell’uomo di Grimaldi. Questo esemplare di Homo sapiens misurava ben 195 cm d’altezza. Fu scoperto nel giacimento paleolitico di Balzi Rossi. Musée d’Anthropologie préhistorique di Monaco – Foto Georges Jansoone CC BY 3.0

La statura e il problema della dieta

Ma perché, nel corso dei secoli e millenni, l’uomo è divenuto sempre più piccolo? Quali sono i fattori che possono portare ad una diminuzione oppure ad un aumento di statura? Solo il freddo o il caldo? No. Non solo i cambiamenti climatici globali, anche quelli nutrizionali. Perché ovviamente gli individui più piccoli hanno un fabbisogno energetico minore, dunque maggiori probabilità di sopravvivere in presenza della carenza di cibo. E perché allora ci fu una forte diminuzione di statura nel Neolitico, proprio quando il clima in Europa era diventato più mite e il cibo era presente in modo continuato?

Si potrebbe pensare che con la “rivoluzione” neolitica ci siano state maggiori possibilità di nutrire un numero più elevato di persone in modo regolare, ossia usufruendo a piene mani delle risorse agricole e di quelle fornite dall’allevamento del bestiame, due fonti più sicure della caccia che poteva presentare dei problemi in determinati periodi dell’anno oppure in seguito a particolari eventi naturali. Le genti sedentarie del Neolitico avevano poi, al contrario dei cacciatori raccoglitori nomadi (o seminomadi) del Paleolitico, la possibilità di immagazzinare le loro provviste. D’altra parte però, l’antropologo Jean-Luc Voisin fa un’osservazione molto interessante:

“Certo, la diminuzione della statura potrebbe essere dovuta ad un nuovo regime alimentare, ma nel Neolitico la nutrizione doveva essere meno ristretta che nel Paleolitico. In effetti l’agricoltura e l’allevamento permettevano di avere del cibo in modo continuato e dunque i periodi di carenza erano più rari. Tuttavia questo nuovo metodo di vita necessitava di un lavoro di tutte le braccia. Anche i bambini partecipavano al lavoro sin dalla più tenera età intraprendendo delle attività che, come si è dimostrato, bloccano il processo della crescita.”

Ricostruzione di un Homo sapiens aurignaziano sulla base di resti fossili della grotta rumena Pestera cu Oase. Si tratta del cranio più antico di Sapiens scoperto in Europa, Datazione calibrata: 40.500 anni fa, presenta caratteristiche morfologiche proprie dell’Homo sapiens e dell’uomo di Neanderthal. Analisi del DNA effettuate nel 2015 hanno infatti confermato che un antenato di quest’uomo vissuto 4-6 generazioni prima era il risultato di un’ibridazione Sapiens/Neanderthal. Questa ricostruzione è stata commissionata dal Neanderthal Museum di Mettmann dove si trova attualmente in esposizione permanente accanto a molte altre ricostruzioni di ominini magistralmente eseguite dagli artisti olandesi Adrie e Alfons Kennis. Il museo ha recentemente ristrutturato le sue sale esponendo queste ricostruzioni effettuate su base strettamente scientifica e secondo le ultime conoscenze. Foto: Reimund Schertzl

A tali considerazioni si aggiunge poi l’affermazione dello studioso Francois Marchal:

“In effetti se le condizioni di vita migliorano, la statura aumenta rapidamente come durante l’Impero romano, oppure come oggi. Invece se le condizioni peggiorano, anche la statura diminuisce, ciò che accadde alla caduta dell’Impero romano.”

La dieta dei cacciatori raccoglitori, più ricca di carne fresca, pesce, vegetali selvatici e meno ricca di farinacei, avrebbe favorito una crescita sana. Inoltre un cacciatore “lavora” meno ore al giorno di un agricoltore o di un allevatore di bestiame. Si è calcolato che in media bastassero tre, quattro ore giornaliere per la caccia (lo stesso vale per la raccolta di vegetali, radici, funghi ecc.) Il resto della giornata i cacciatori potevano dedicarsi ad altre occupazioni più o meno piacevoli. Chi mangia meglio e lavora meno diventa più grande?

Evoluzione o adattamento?

Bisogna poi distinguere, osserva Marchal, fra evoluzione e adattamento. Quando l’Homo sapiens giunse dall’Africa 40.000 anni fa, la sua statura era ancora alta. Poi, circa due decine di millenni dopo, la sua statura è diminuita. In questo caso abbiamo a che fare con un fenomeno evolutivo avvenuto in un lunghissimo arco di tempo. Al contrario, l’aumento di statura che è stato registrato in Europa da circa un secolo ad oggi non è evoluzione bensì adattamento, dovuto semplicemente ad un altro tipo di vita, ad un regime alimentare migliore. Il primo fenomeno, quello evolutivo, non è reversibile; il secondo, quello adattativo, sì.

Grotta di Caviglione, Balzi Rossi. Qui vennero alla luce importanti reperti dell’Homo sapiens del tipo Cro Magnon. Foto Lemone CC BY-SA 4.0

Ma aumento e diminuzione di statura sono anche legati all’aumento e alla diminuzione delle dimensioni del cervello. Il cervello di una donna è, in media, più piccolo di quello di un uomo. Un elemento che non ha nulla a che fare con l’intelligenza di una persona e che è strettamente connesso alle dimensioni corporee. Per logica, quindi, le dimensioni cerebrali variano di pari passo con quelle morfologiche. 100.000 anni fa il cervello dell’Homo sapiens misurava da 1500 a 1600 cm cubi. 12.000 anni dopo comportava 1450 cm cubi ed oggi ha un volume medio di 1350 cm cubi. Il volume del cranio dipende dalla morfologia globale dell’individuo.

Comunque i nostri progenitori della specie Sapiens non avevano soltanto un cervello più grande del nostro. Gli aurignaziani non erano soltanto più alti di noi, ma anche più atletici. Ed è probabile che non conoscessero l’obesità. Per nutrirsi, dovevano esercitare un’elevata attività fisica regolare. Il paleoantropologo Jean Jacques Hublin afferma:

“(…) per metabolizzare le proteine della carne e derivarne una quantità sufficiente di calorie, i cacciatori raccoglitori del Paleolitico dovevano aggiungervi dei grassi e del midollo, come testimonia la rottura sistematica delle ossa animali nella maggior parte dei siti paleolitici. Trovare della carne era importante, trovare della carne grassa ancor più. Ingrassare in alcune stagioni per vivere poi delle proprie riserve di grasso, era per i nostri antenati un vantaggio adattativo evidente.”

A questo punto si potrebbe obiettare: sarà pur così, d’altra parte però la loro vita non era lunga e superava raramente i 35 anni d’età. Sì, e tuttavia sembra che, in linea di massima, le popolazioni di cacciatori raccoglitori abbiano vissuto più a lungo e meglio di quelle sedentarie. Sicuramente queste ultime erano più esposte a malattie legate al lavoro della terra, al contatto continuo e molto ravvicinato con gli animali domestici, ad eventuali epidemie e alla nutrizione a base di farine che provocava maggiori problemi di natura dentaria.

Inoltre dobbiamo pensare che anche nel XIX secolo la durata media della vita umana era… di 35 anni. Sembra incredibile? Eppure non lo è. Risultati di studi internazionali dicono che soltanto nel 1990 si è arrivati a raggiungere una durata media della vita di 64 anni che, a detta degli esperti, si estenderà nel 2020 (nei Paesi occidentali) a 72 anni d’età.

Vediamo dunque che le cose sono cambiate in modo decisivo soltanto di recente. Appena 200 anni fa eravamo allo stesso livello dei nostri lontani parenti del Paleolitico. E allo stesso tempo possiamo renderci conto del motivo per cui questo eterno fantasma della morte abbia da sempre tormentato l’animo umano dando luogo, talvolta, a creazioni di somma poesia come l’Epopea di Gilgamesh, l’eroe sumero che partì alla ricerca dell’immortalità.

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WALL STREET JOURNAL: STRONG BUY ITALY

Fonte: http://icebergfinanza.finanza.com/2018/10/01/wall-street-journal-strong-buy-italy/

E venne il giorno del Giudizio Universale, il Governo, la sua manovra sottoposta al giudizio di un manipolo di imbecilli, che seminano panico e terrore, lo spread vola ovunque, i mercati bruciano miliardi sull’altare della Patria, un mondo quello dei media italiani, guidato e presieduto da perfetti cretini, che preferiscono affidarsi alle previsioni di uomini come Cottarelli, Alesina o Giavazzi che hanno una lunga storia di fallimenti dal Fondo monetario internazionale, sino alle leggendaria previsioni sulla Grande crisi del 2008.

La notizia del giorno è che Donald Trump vincerà anche le elezioni di medio termine, ieri ha messo a segno un colpo non indifferente con il probabile accordo bilaterale con il Canada…

Tornando a noi, loro invece sono molto più razionali, anche se la carta straccia anglosassone, spesso e volentieri è intrisa di conflitti di interessi, ma il loro ragionamento non fa una grinza…

La sintesi ve la faccio io, più importante è il sostegno all’euro degli italiani, ampiamente al di sopra del 50 %, non il 2,4 % o altre fesserie, i BTP cominciano ad avere rendimenti interessanti e quindi conviene iniziare a comprarli.

Noi invece continuiamo a suggerire prudenza al netto di qualche rimbalzo del gatto morto sui nostri titoli di Stato, suggeriamo di non dimenticare le analisi di Machiavelli.

Lle agenzie di rating non fanno più paura, al limite alimentano volatilità, tantomeno la commissione europea, alle prese con una serie di richieste analoghe in arrivo da tanti altri Paesi.

L’editorialista del WSJ osserva che gli spread e i mercati si agitano molto, più quando si materializza un serio rischio per l’euro, il pericolo di un euroexit qualunque, piuttosto che qualche virgola di deficit.

Quello che spaventa davvero gli investitori, è il pericolo che un debito in euro venga poi rimborsato in lire, alla luce di una eventuale ristrutturazione…

“Fino a quando la maggioranza degli italiani sostiene l’euro, le tensioni del mercato in Italia probabilmente passeranno. Gli investitori dovrebbero concentrarsi meno sul deficit e più sul sostegno degli elettori all’euro” (…) Neanche i dolorosi tagli che la Ue ha imposto alla Grecia sono stati sufficienti» per alimentare il sostegno a scaricare l’euro.

L’Europa ha ben altri problemi a cui pensare, ad esempio alla Brexit…

Altolà di Draghi: “Impreparati a una Hard Brexit

Più che la Brexit sono i rischi di un mancato accordo, ad allarmare la Banca Centrale Europea. In audizione all’Europarlamento, il Presidente della BCE Mario Draghi si è mostrato rassicurante sul quadro generale, ma ha messo in guardia da qualche zona d’ombra e dallo scenario di una Hard Brexit. “Sul piano finanziario l’impatto della Brexit non dovrebbe essere particolarmente significativo – ha detto Mario Draghi -. Delle eccezioni, in alcuni ambiti, potrebbero registrarsi rispetto ai derivati compensati. Oppure potrebbero registrarsene in caso di eventi improvvisi o di una hard Brexit a cui al momento non siamo preparati”.

A rilanciare lo spettro di un mancato accordo sulla Brexit, la bocciatura negli scorsi giorni incassata dal piano di Londra al vertice europeo di Salisburgo. “Nessun accordo – il commento rilasciato all’indomani dalla premier britannica Theresa May – è sempre meglio di un cattivo accordo”.

Dopo giorni e giorni utilizzati dalla stampa italiana a seminare zizzania e inventarsi chissà cosa, in una intervista al Sole 24 Ore, ricorda ai soloni nostrani che il debito scende solo attraverso la crescita, il resto sono chiacchiere da bar!

Faccio notare soprattutto ai lettori di questo blog, che nessuno sa ancora come verranno utilizzate nel dettaglio le risorse liberate dallo sforamento degli impegni sul deficit, nessuno sa come verrà erogato il reddito di cittadinanza e le altre manovre, NESSUNO tranne chi ci sta lavorando, e non dimenticate che la manovra passa anche dalle commissioni bilancio della Camera e del Senato. Spero sia chiaro il concetto.

Chi ha voglia di leggersela qui sotto la risposta del ministro Tria, la sua versione.

Holger Zschaepitz su Twitter

Sono qui con voi a fare un’intervista come ministro dell’Economia. Questa mi pare una risposta chiara alle voci su mie dimissioni, che non ho mai minacciato». Giovanni Tria esordisce così nel lungo colloquio che il 29 settembre ha concesso al Sole 24 Ore nel suo ufficio a Via XX Settembre al termine di un sabato pomeriggio di lavoro sulla definizione finale della Nota di aggiornamento al Def. Una Nota che punta a un obiettivo di crescita per il Paese all’1,6% per il prossimo anno e all’1,7% per il successivo, e mette in programma una discesa del peso del debito di un punto all’anno per i prossimi tre anni. «Non è una discesa forte – riconosce Tria – ma è maggiore di quella realizzata negli ultimi anni. E sarà garantita anche da una clausola di salvaguardia sulla spesa che sostituisce le clausole sulle entrate fiscali utilizzate finora in ogni manovra per scrivere obiettivi di deficit e debito poi sempre rivisti».

C’è un’interessante analisi di Eurointelligence,

La decisione significa che l’Italia è ora in aperta sfida alle regole del bilancio dell’UE. Ci sarà uno scontro con la Commissione europea, ma dubitiamo molto che questo problema si trasformi in uno scontro di vita o di morte. Questa aspettativa sembra essere condivisa dai mercati – che a un certo punto hanno comunque spinto lo spread italiano a 10 anni a 250 pb. Dubitiamo che la Commissione europea vorrà rischiare uno scontro che finirebbe per spingere ancora più elettori a sostenere la Lega e i Cinque Stelle alle elezioni europee del prossimo anno.

A tal proposito vorrei farvi notare quanto accaduto intorno all’apertura di Wall Street venerdì, sui nostri rendimenti del decennale…

Il problema è che al Governo sanno benissimo che una recessione globale, una nuova crisi è in arrivo, dopo la Yellen anche Feldstein, Martin Feldstein, colui che predisse che l’euro avrebbe portato a conflitti in Europa, sul Wall Street Journal scrive che …

Dieci anni dopo l’inizio della Grande Recessione, un’altra lunga, profonda crisi potrebbe presto rovinare l’economia statunitense. L’alto livello dei prezzi degli asset rispecchia oggi la precedente tendenza dei prezzi delle case che ha preceduto lo schianto del 2008; entrambi i pronostici riflettono lunghi periodi di tassi di interesse reali molto bassi causati dalla politica della Federal Reserve. Ora che i tassi di interesse stanno aumentando, i prezzi azionari diminuiranno, trascinando giù la ricchezza delle famiglie, la spesa dei consumatori e l’attività economica.

Molte conclusioni a cui giunge sui tassi non ci trovano d’accordo, ma alla fine la sintesi è che un’esplosione deflattiva è dietro l’angolo …

Sfortunatamente, non c’è nulla a questo punto che la Federal Reserve o qualsiasi altro attore governativo possa fare per evitare che ciò accada.

Più i tassi salgono e più sarà devastante la deflazione da debiti che ne deriverà.

Il mutuo a tasso fisso a 30 anni è salito per la quinta settimana consecutiva al 4,72%, un massimo non visto dal 28 aprile 2011 quando era del 4,78% e i tassi più alti si stanno ora rivolgendo contro i nuovi acquirenti di case, poiché i tassi più alti degli ultimi anni rendono gli acquisti di una casa proibitivi per i nuovi acquirenti.

Figurarsi cosa accadrà al mercato immobiliare, se la Fed continua ad aumentare i tassi, ma questa è un’altra storia, restate sintonizzati e godetevi l’incontro di oggi a Bruxelles e la svolta di breve del sentiment dei mercati sul nostro Paese.

Lampioni stradali a LED: deleteri per gli insetti?

Scritto da: Elena Carbotti
Fonte: https://www.soloecologia.it/27082018/lampioni-stradali-a-led-deleteri-per-gli-insetti/11574

Da tempo sappiamo che i LED sono più economici e duraturi delle lampade tradizionali. I lampioni da giardino a LED ad energia solare sono ormai presenti in quasi tutti i giardini e hanno un loro perché: i moduli fotovoltaici caricano le batterie durante il giorno e i sensori integrati accendono automaticamente le luci quando scende il buio. Tuttavia queste fonti di illuminazione emanano una luce molto intensa che per certi versi trasforma la notte in giorno. La loro luce bianca con un alto contenuto di blu è particolarmente attraente per gli insetti. Alcuni studiosi dell’università tedesca di Potsdam, guidati dalla professoressa Jana Eccard hanno effettuato degli esperimenti per per scoprire in che misura l’illuminazione a LED sta cambiando le proporzioni della fauna.

Nel regno animale gli insetti sono le specie più spiccatamente influenzate dall’illuminazione a LED. Negli occhi di molti insetti sono presenti delle proteine ​​sensibili alla luce. Sappiamo bene che la popolazione di api e farfalle è diminuita drasticamente negli ultimi decenni. Spesso si dà la colpa all’agricoltura intensiva, maanche l’aumento dell’inquinamento luminoso è una causa di questa moria. Nel loro studio, i sopracitati biologi hanno dimostrato che vi sono fondamentalmente due diverse reazioni alla luce: le specie diurne sono attratte dalle lampade e tendono ad accumularsi nell’area illuminata – diventando più facile preda di ragni, formiche, anfibi, pipistrelli e uccelli. Le specie notturne, invece, cessano tutte le loro attività quando è presente l’illuminazione (non cercano il cibo e non procreano, bensì restano immobili), diventando così facili prede per altri animali. La luce artificiale può quindi favorire le specie in grado di estendere la loro attività nella notte, mentre le specie strettamente notturne tendono a perdere la loro nicchia temporale di attività.

La raccomandazione è dunque: utilizzare i LED con cautela per evitare danni agli animali notturni, ad esempio spegnendo quelli da giardino prima di andare a letto . Gli studiosi raccomandano anche ai produttori di LED di iniziare cambiare la temperatura di colore dei diodi emettitori di luce portandoli su valori bianchi caldi, che sono più gradevoli per gli esseri umani e meno attraenti per gli insetti.

Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, prima donna laureata al mondo

Scritto da: Pietro Greco
Fonte: https://ilbolive.unipd.it/it/news/elena-lucrezia-cornaro-piscopia-prima-donna

Dal verbale di laurea di Elena Lucrezia Cornaro Piscopio, prima donna al mondo a conseguire una laurea.

Sabato 25 giugno 1678,

            Convocato il Sacro collegio per l’esame di filosofia dell’illustrissima Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, per la moltitudine di gente e per l’angustia del solito luogo fu necessario portarsi nella cattedrale e riconvocare il collegio nel sacello della beatissima Vergine Maria davanti agli illustrissimi ed eccellentissimi rettori della città, il podestà Girolamo Basadonna e il capitano Alvise Mocenigo, il reverendissimo vicario Alessandro Mantovano e al generosissimo vicesindaco, nel quale erano presenti …

E giù, una caterva di nomi, tra i più accreditati della nobiltà e della cultura patavina e veneziana, accorsi a Padova per assistere e benedire l’evento. Cosicché la discussione della tesi può iniziare, come da verbale:

E nel predetto sacello e in pieno collegio la suddetta illustrissima Elena Lucrezia Cornaro Piscopia recitò, more nobilium, i due punti di filosofia ieri mattina assegnatele per estrazione a sorte, nella spiegazione dei quali si condusse in maniera tanto egregia ed eccellente che, concluso l’esame della nobile giovane, che rappresentò una prova rara e ammirevole, furono portate come di consueto le urne al …

Elena Lucrezia ha discusso i due puncta che le sono stati assegnati dopo un’estrazione a sorte tra diversi temi. Si tratta di due tesi di Aristotele, che la ragazza discute in maniera così magistrale da meritare per acclamazione il titolo di magistra et doctrix in philosophia. È la prima volta che questo titolo viene assegnato a una donna nella storia vecchia ormai di mezzo millennio delle università europee.

Le furono pertanto consegnate le insegne del suo grado, del tutto simili a quelle dei colleghi maschi: il libro, simbolo della dottrina; l’anello per rappresentare le nozze con la scienza; il manto di ermellino, a indicare la dignità dottorale, e la corona d’alloro, contrassegno del trionfo.

Dell’evento si parlò a lungo a Padova, a Venezia e in tutto il continente. E conviene ricostruirlo più in dettaglio, perché dovranno passare molti e molti decenni perché si possa ripetere. E dovranno passare quasi due secoli perché la laurea di una donna diventi un fatto normale,

Elena Lucrezia ha 32 anni quando entra nel «sacello della beatissima Vergine Maria» per discutere la sua tesi di laurea. Figlia di Giovanni Battista Cornaro e di Zanetta Boni, era infatti nata nel 1646. Fin da piccola aveva mostrato un’inclinazione per lo studio, che la madre non aveva ostacolato e il padre decisamente incoraggiato. Superati i trent’anni, è nota ormai per la sua profonda conoscenza del greco, delle scienze, della filosofia e della teologia. Tra i suoi maestri c’è Carlo Rinaldini: autore di un apprezzatoDe resolutione et compositione matematicae, soprattutto docente di filosofia presso l’Università di Padova. Rinaldini ha servito due papi, ha insegnato a Pisa, reso edotto Cosimo III, Granduca di Toscana, e ha scritto un libro, Philosophia rationalis, atque entità naturalis, che lo ha reso oltremodo degno di salire sulla prestigiosa cattedra patavina.

È lui, Carlo Rinaldini, che frequentando casa Cornaro a Venezia si convince prima e più di ogni altro, che è ora di farlo il gran passo e chiedere che Elena Lucrezia possa infrangere la tradizione e laurearsi a buon diritto in teologia.

Rinaldini avanza dunque l’inedita proposta al Sacro Collegio dell’Università di Padova. Non è il solo. Concorda con lui un altro maestro che insegna – in realtà, che discute da pari a pari – con Elena Lucrezia: padre Felice Rotondi, che a Padova è docente di teologia. È lui, un teologo, l’unico che può tecnicamente presentare la domanda di laurea da parte di Lucrezia ai Riformatori. Ed è quello che padre Rotondi fa.

Non sono certo la norma, Felice Rotondi e Carlo Rinaldini, tra i docenti delle università di Padova, d’Italia e d’Europa. Mostrano di avere un coraggio intellettuale non da poco proponendo, per la prima volta in quasi mezzo millennio, la laurea per una donna. Addirittura in teologia.

Ma, anche loro, non sono fulmini in un cielo sereno. La cultura europea nel Seicento si sta rapidamente modificando e i due docenti ne rappresentano un’avanguardia. Certo, poi hanno incontrato una donna di eccezionale cultura e il loro coraggio è stato, per così dire, facilitato a esprimersi. Di qui l’inedita proposta.

Ma, come scrive Patrizia Carrano, autrice di un libro, Illuminata, che è una biografia, a tratti romanzata, ma fedele nelle componenti essenziali della Cornaro Piscopia, l’iniziativa suscita «molto scalpore e alcune perplessità: mai alcuna donna era stata laureata in qualsivoglia università d’Europa, dunque del mondo. In più la richiesta riguarda il dottorato in teologia, considerata materia di esclusivo appannaggio del genere maschile. E questo ha «ulteriormente sorpreso i Riformatori dello Studio di Padova».

Ma Rinaldini è ottimista. Lui conosce bene la macchina e i macchinisti dell’università di Padova. Compreso il cancelliere vicario dell’ateneo, Alessandro Mantovani. Confida che ogni ostacolo possa essere superato. E, infatti, i Riformatori nulla oppongono alla richiesta. L’iter per il conferimento della laurea procede spedito.  Nessuno si oppone, neppure Mantovani. Che però, prima di dare il suo assenso definitivo, intende chiedere l’autorizzazione esplicita del cardinale Gregorio Giovanni Gaspare Barbarigo, che di Padova è il vescovo. E, dunque, la massima autorità religiosa.

Il diniego del cardinale giunge come una doccia fredda, più per Carlo Rinaldini e Giovanni Battista Cornaro, che per Elena Lucrezia, la quale più che ai titoli formali è interessata ai contenuti culturali. No, nessuna donna può diventare teologo.

Elena Lucrezia – concede il vescovo di Padova – può, però, laurearsi in filosofia. Così la ragazza modifica la sua domanda: ora chiede di laurearsi in filosofia. Questa volta la domanda ai Riformatori è proposta da Carlo Rinaldini. Ed è accettata senza ulteriori intoppi.

Il cambio di laurea non fa diminuire, anzi fa aumentare lo stupore per l’inedito evento. Così a Padova, per quel 25 giugno 1678, accorrono per assistere da ogni parte e da ogni strato sociale. Sono in tanti che bisogna cambiare sede per l’esame.

Elena Lucrezia discute i due punti di filosofia che le sono stati assegnati. Riguardano entrambi la dottrina di Aristotele. La dissertazione è brillante. Dopo averla pronunciata, la candidata avrebbe dovuto ritirarsi, per consentire alla commissione esaminatrice di discutere se e come approvarla. Ma, dopo una breve verifica con gli altri docenti, il presidente della commissione, Domenico Tessari, vicepriore del sacro Collegio, annuncia che la dissertazione di Elena Lucrezia è stata così chiara e completa e dotta da rendere del tutto superflua la discussione segreta tra i commissari. Alla candidata può essere conferita la laurea per acclamazione.

Elena Lucrezia dissente. Non accetto deroghe alla prassi. Io mi accomodo fuori, dice. E fende la folla per andar via. Per nulla indispettito, Domenico Tessari non fa passare che pochi minuti. Poi la richiama e le annuncia che la prova è stata superata come meglio non si potesse aspettare. A quel punto, recita il verbale, Carlo Rinaldini

si alzò prontamente e davanti a tutte le persone suddette con un’elegante ed erudita orazione lodò la nobiltà e la virtù della predetta valorosa giovane con sommo plauso degli uditori, e alla fine le cinse il capo della corona d’alloro, le porse i libri, le infilò l’anello e le coprì le spalle con un mantello di pelliccia.

            E il collegio fu sciolto.

E così a Padova il 25 giugno 1678, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, prima donna al mondo, è diventata dottore.

Guerrieri adottati? Una tomba di Alemanni con degli stranieri

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/09/16/guerrieri-adottati-una-tomba-di-alemanni-con-degli-stranieri/

Elmo bizantino trovato nella sepoltura 12 (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Uno studio sulla rivista Science ha scoperto che una tomba di nobili Alemanni, in Germania, era composta da persone di origine sorprendentemente diversa. Dei tredici individui sepolti, solo cinque erano parenti di primo o secondo grado. Addirittura all’interno di una stessa tomba vi erano i corpi di tre persone cresciute in luoghi lontani. Gli scienziati ipotizzano che alcuni di loro potessero essere ostaggi, scambiati da bambini e adottati dalle nuove famiglie.

Guerrieri medievali Alemanni

(Landesamt für Denkmalpflege im RP Stuttgart)

Il cimitero era stato scoperto nel 1962 nei pressi della città di Niederstotzingen. Conteneva i corpi di 10 adulti e 3 bambini, e preziosi oggetti funerari. Ma nonostante decenni di studio, nessuno sapeva come fossero morti o da dove venissero. Ora una nuova analisi del DNA e di altre tracce chimiche rivela che alcuni nacquero qui, mentre altri arrivarono da regioni lontane dell’Europa. «È uno studio convincente», afferma Alexander Mörseburg, antropologo biologico dell’Università di Cambridge (non coinvolto nella ricerca). Ma poiché i morti erano chiaramente nobili, dice, il loro stile di vita potrebbe non essere un buon riferimento per il resto della popolazione locale.

I defunti erano dei guerrieri Alemanni, una confederazione di tribù germaniche. Lontanamente imparentate con i Goti, vissero nell’Europa centrale tra il III e l’VIII secolo d.C. e si scontrarono spesso con l’Impero romano. I preziosi corredi funerari – elmi con rivestimenti in cuoio, spade, fibbie di bronzo e pettini finemente intagliati – hanno permesso la datazione delle tombe allemaniche (le adelsgrablege) all’inizio del VII secolo d.C., tra il 580 e il 630.

Bambini adottati?

Pettini decorati, tagliati dai palchi di cervi (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Il gruppo di ricerca diretto dall’archeologo Niall O’Sullivan (Istituto per lo Studio delle Mummie di Eurac a Bolzano) ha utilizzato i più avanzati metodi di sequenziamento per estrarre il DNA dalle ossa dai 13 individui. Si è scoperto che undici di loro erano maschi, e su otto persone analizzate, cinque erano parenti di primo o secondo grado, ovvero con gli stessi nonni. Dai denti sappiamo che nacquero in Germania, eppure quattro di loro avevano dei corredi funerari di origine franca, longobarda e bizantina. Dunque i membri di una stessa famiglia potevano entrare in contatto con culture diverse. Curiosamente, altre tre persone sepolte in un’unica tomba – di solito riservata a una famiglia – non erano parenti. Uno proveniva dall’Europa settentrionale, orientale o centrale, mentre gli altri due venivano dall’Europa meridionale, forse dal Mediterraneo. E di questi due probabilmente solo uno crebbe nella regione di Niederstotzingen.

Com’è possibile che i guerrieri Alemanni accolsero degli stranieri nelle loro case? Una spiegazione è che fossero ostaggi. «Il folklore dell’epoca racconta di tribù che si scambiano ostaggi bambini, poi cresciuti come figli», spiega O’Sullivan. Forse alcuni di loro furono portati a nord come ostaggi, e cresciuti come guerrieri dalle loro tribù adottive. Potevano tornare ad essere delle pedine durante le trattative tra le tribù. Secondo Mörseburg, l’ipotesi è plausibile ma non si può generalizzare un singolo caso. È anche difficile capire quanto il resto degli Alemanni fossero aperti agli stranieri, dato che la maggior parte di questi individui era di discendenza nobile. Sarebbe interessante, dice, studiare anche il DNA della popolazione comune. Non sono infine chiare le cause dei decessi, visto che i corpi non recano tracce di traumi fatali o malattie. Era stata ipotizzata la peste di Giustiniano, ma i ricercatori non hanno trovato tracce del batterio, lo Yersinia pestis.

Armi e finimenti longobardi nella sepoltura 6 (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Finimenti con ornamenti franchi nella sepoltura 9 (Landesmuseum Württemberg, P. Frankenstein/H. Zwietasch)

Solo due sepolture, la 3 e la 12, sono multiple (Science)

 

La Grecia esce dai programmi della Troika in pessime condizioni economiche

Fonte: http://movisol.org/la-grecia-esce-dai-programmi-della-troika-in-pessime-condizioni-economiche/

Grecia, Bandiera, Blu, Bandiera Greca

Con grande fanfara è stato annunciato in agosto che la Grecia è uscita dai programmi di aiuto della Troika. Ma non è stato detto che l’infame programma dell’UE ha lasciato l’economia greca in uno stato di collasso. Il PIL è crollato di un terzo dal 2008, il debito estero supera i 337 miliardi di Euro, contro un PIL di 161,7 miliardi, mentre gli interessi sui debito ammontano a 18,6 miliardi all’anno o il 20% del bilancio nazionale. Inoltre la Grecia continuerà a sottostare alla sorveglianza dei creditori fino al 2060 e in tutto questo tempo dovrà mantenere un surplus primario del 3,5% per ripagare il debito, cosa assurda visto che perfino il Fondo Monetario Internazionale riconosce che il debito diventerà insostenibile molto prima di essere ripagato. In altre parole, il Paese non sarà mai in grado di riprendersi, e ancor meno di crescere. I fatti parlano da soli. Nella classifica Eurostat della ricchezza nazionale, la Grecia è scesa dal 14° posto di dieci anni fa al 24° posto attuale. Nel 2007 il PIL pro capite della Grecia era il 95,1% della media dell’UE, ma nel 2017 era crollato al 69,7%. I prezzi di beni e servizi, invece, erano all’82,2% della media dell’UE tranne che nel cibo e nelle bevande analcoliche, dove erano del 3,3% più alti della media europea.

Se la disoccupazione ufficiale è diminuita dal 28% al 20%, il motivo è semplice. In otto anni, dai 350.000 ai 400.000 greci, in larga parte giovani laureati, hanno lasciato il Paese e non vengono quindi calcolati nelle statistiche ufficiali tra i disoccupati. La disoccupazione reale è al di sopra del 30%, con quasi tutti i nuovi posti di lavoro nel precariato.

Quanto al rapporto tra tasse e PIL, la Grecia è in cima alla lista dell’UE, dal 13° posto del 2008 al 27° di oggi. Nel 2008 le tasse sulla produzione e sulle importazioni erano il 12,6% del PIL, mentre nel 2017 questo dato è schizzato al 17,5%, stando all’ente statistico greco (ELSTAT). L’imposta sul reddito è aumentata dall’8,1% del 2008 al 10,2% del 2017. I contributi per la previdenza sociale sono saliti dal 12,7% del 2008 al 14.6% nel 2017. La situazione della sanità è catastrofica. Stando a una dichiarazione rilasciata il mese scorso dal sindacato dei lavoratori ospedalieri (POEDIN), dal 2010 il numero di dipendenti permanenti negli ospedali è stato ridotto drasticamente di venticinquemila unità, mentre i fondi per gli ospedali sono stati dimezzati tra il 2015 e quest’anno. La metà delle forniture mediche negli ospedali statali ha superato l’aspettativa di vita, mentre nelle isole persiste la carenza acuta di medici. Inoltre, medici e personale qualificato cercano occupazione all’estero. L’unico aspetto positivo dell’economia è il porto del Pireo, che la Cina ha ampliato per farne un collegamento strategico per l’Iniziativa Belt and Road. Sono stati modernizzati non solo il porto per i container e quello per i passeggeri, ma anche gli impianti per la riparazione delle navi, creando nuovi posti di lavoro.

24Bottles, l’alternativa sostenibile alle bottiglie di plastica. Intervista ai fondatori Matteo Melotti e Giovanni Randazzo

Scritto da: Lucia Lenci
Fonte: http://www.green.it/24bottles-lalternativa-sostenibile-alle-bottiglie-plastica-intervista-ai-fondatori-matteo-melotti-giovanni-randazzo/

Secondo le stime, ogni anno più del 30% della plastica prodotta viene dispersa nell’ambiente, impattando gravemente sull’habitat naturale e sulla biodiversità. In questo scenario, il consumo di bottiglie di plastica è in crescita e, numeri alla mano, l’Italia detiene il primato del più alto consumo di acqua in bottiglia, con 208 litri di acqua bevuti. Produrre, trasportare e riciclare le bottiglie di plastica è costoso, sia in termini economici che ambientali. La situazione ha spinto anche la Commissione Europea a ridefinire la direttiva sulle acque potabili, stilando un programma per garantire maggiori informazioni e puntando alla sensibilizzazione dei cittadini. L’obiettivo a lungo termine è ridurre, entro il 2030, i 25 milioni di tonnellate di plastica consumati annualmente nel territorio dell’Unione, fissando al 30% la percentuale del riciclo. Ma com’è possibile risolvere il problema? Ne abbiamo parlato con Matteo Melotti e Giovanni Randazzo, fondatori di 24Bottles, brand italiano di design che contribuisce alla diminuzione del consumo di plastica con una bottiglia alla moda, leggera e sostenibile in acciaio 18/8.

Da dove nasce l’idea di creare 24Bottles?

Ci siamo incontrati lavorando in banca e siamo diventati amici da subito. In uno dei nostri viaggi insieme, abbiamo visitato una meravigliosa baia siciliana il cui paesaggio era stato rovinato da sacchi di immondizia e  rifiuti abbandonati sia lungo i sentieri che sulla spiaggia. Da lì è nato il desiderio di impattare positivamente nella vita delle persone, contribuendo alla risoluzione del problema ambientale che affligge il Pianeta.

L’insoddisfazione sul posto di lavoro ci ha dato la spinta finale per fare il grande passo. Abbiamo iniziato informandoci per capire quale fosse il prodotto ideale che combinasse i nostri obiettivi: eco-sostenibilità, rispetto dell’ambiente e influenzare le abitudini della comunità sociale.

24Bottles

Le bottiglie 24Bottles coniugano la sostenibilità ambientale al design, cosa volete comunicare?

Le bottiglie sono il veicolo attraverso il quale esprimiamo i nostri valori e quelli della nostra community. Da subito abbiamo fatto in modo di coniugare il lato estetico al principio etico, facendo leva sul primo per raggiungere dei risultati in termini di buone abitudini e rispetto dell’ambiente. L’idea della bottiglia riutilizzabile ovviamente non è originale, ma originali sono il design e la qualità dei nostri prodotti. Abbiamo cercato di portare la borraccia fuori dall’immaginario “outdoor”, creando delle bottiglie dal design elegante che si adattassero alle esigenze della vita e allo stile della città. Per questo, per esempio, abbiamo fatto in modo di ridurre al minimo il peso delle bottiglie, in modo che siano davvero comode e facili da portare sempre con sé.

La ricerca dei materiali rende il vostro prodotto unico e ricercato, raccontateci come nascono le bottiglie 24Bottles e il loro impatto sull’ambiente.

I nostri originali design nascono principalmente da lunghi brainstorming in cui ci confrontiamo per cercare di rispondere ad una specifica necessità. L’impatto dei rifiuti plastici, in particolare degli oggetti e imballaggi usa e getta, è grave ed allarmante. Il nostro obiettivo è contribuire a diminuire lo spreco e il consumo di bottiglie di plastica, innescando abitudini responsabili che tengano conto dell’ambiente. Siamo partiti dalla produzione, spesso sottovalutata, che invece ha un ruolo predominante in termini di impatto ambientale. Basti pensare che la produzione di una singola bottiglia di plastica da 500ml genera 80 grammi di CO2 nell’atmosfera. Per questo sulle nostre Urban Bottle si trova il numero -0,08: sta a indicare la CO2 che si evita di disperdere nell’ambiente ogni volta che si riempie la nostra bottiglia.

24Bottles

A questo proposito, in che modo bilanciate l’impatto ambientale dei vostri processi produttivi?

Abbiamo coinvolto un ente certificatore indipendente per valutare l’impatto ambientale dei nostri prodotti. Una volta avuto il risultato in mano abbiamo considerato diverse opzioni per compensare la CO2. Ad oggi ci siamo appoggiati a Treedom, società attraverso la quale abbiamo creato una foresta di 1500 alberi su 5 diversi paesi. Oxygen, questo il nome della nostra foresta, azzera l’impatto ambientale dei nostri prodotti. Inoltre, Treedom coinvolge la comunità locale, creando lavoro nei paesi in cui sono presenti i nostri alberi.  La gestione è infatti affidata ai contadini che ovviamente possono sfruttare e godersi i frutti, veri e propri, del loro lavoro per avviare le proprie attività commerciali dove c’è più bisogno.

In che modo 24Bottles fa la differenza?

A livello pratico cerchiamo di proporre sempre la soluzione più semplice e comoda per risolvere un problema. Le nostre bottiglie in acciaio sono le più leggere sul mercato: tutti possono portarsela dietro senza sentirne il peso. Inoltre, siamo gli unici a proporre prodotti completamente a impatto zero grazie alla compensazione della CO2. E soprattutto, a differenza di altri brand, i nostri design sono originali, studiati e realizzati da noi dalla A alla Z in modo da poter perfezionare i nostri prodotti in qualsiasi momento per venire incontro alle esigenze del nostro pubblico.

24Bottles

Quali sono gli ostacoli principali che un’azienda come la vostra, attenta alla sostenibilità ambientale, incontra?

Entrambi proveniamo da settori lontani dal mondo del design industriale e della moda. Inizialmente non avevamo nessun tipo di conoscenza del settore retail e di cosa significasse fare impresa. Ciò che ci ha consentito di crescere sono state una vision molto limpida e una grande passione. Tuttavia, il vero ostacolo è stato riuscire a entrare nel mercato italiano, essendoci dovuti creare uno nostro spazio da zero. L’Italia è stato infatti un paese ostico da coinvolgere perché, dati alla mano, è da sempre uno dei maggiori consumatori di acqua in bottiglia. Nel nord Europa, ad esempio in Germania, siamo riusciti a farci notare permettendoci di crescere da subito. Oggi abbiamo un ottimo riscontro anche nel nostro paese, grazie alla qualità, al passaparola e alla comunicazione sui social.

Quali sono le vostre prospettive future?

La nostra priorità è diventare sempre più efficienti e specializzati: vogliamo consolidare la nostra esperienza e diventare un punto di riferimento nel mondo per quanto riguarda le bottiglie in acciaio. Attualmente stiamo lavorando a nuove linee di bottiglie, nuovi colori, nuove fantasie e nuovi accessori. Cerchiamo di proporre qualcosa di nuovo almeno ogni 6 mesi in corrispondenza delle stagioni della moda, perché prima di tutto noi ci consideriamo tali. Inoltre a livello di mercato, abbiamo cominciato a distribuire i nostri prodotti in Asia e in Australia. Per il prossimo futuro il grande salto sarà entrare nel competitivo mercato Usa.

Chi ha costruito Stonehenge?

Fonte: https://ilfattostorico.com/2018/09/02/chi-ha-costruito-stonehenge/

Università di Oxford

The Guardian

Nature

La squadra dei ricercatori intorno alla buca di Aubrey 7, dopo gli scavi del 2008 (Adam Stanford, Aerial-Cam Ltd)

Un nuovo studio scientifico ha dimostrato che almeno 10 delle persone sepolte a Stonehenge (Inghilterra) provenivano da un luogo molto particolare. Come le grosse ‘pietre blu’ che compongono il famoso cerchio, anch’essi venivano probabilmente dal Galles occidentale, a 240 km di distanza. Si tratta di un grande successo per la ricerca scientifica, che è riuscita ad analizzare delle fragili ossa carbonizzate di 5.000 anni fa.

La fossa Aubrey 7 (Christie Willis, UCL)

Le buche di Aubrey

Molto è stato detto circa l’origine delle pietre di Stonehenge, le fasi di costruzione e lo scopo religioso o astronomico, ma poco è stato detto sui costruttori e sulle persone sepolte nel sito. Stonehenge è uno dei più grandi cimiteri neolitici della Gran Bretagna. Gli scavi condotti tra il 1919 e il 1926 avevano recuperato i resti scheletrici di fino a 58 individui, all’interno delle cosiddette buche di Aubrey (un anello di 56 buche) e altrove nel sito. Seppelliti nuovamente dal loro scopritore, sono stati dissotterrati nel 2008. Le analisi osteoarcheologiche hanno identificato frammenti di ossa del cranio di almeno 25 individui. L’analisi al radiocarbonio li ha datati tra il 3180-2965 e il 2565-2380 a.C., quindi durante le fasi iniziali della costruzione del monumento. Finora non se ne poteva sapere di più: lo smalto dei denti, solitamente usato per l’analisi degli isotopi, era stato distrutto o alterato dalla cremazione.

(Christie Willis, UCL)

Ossa cristallizzate dal fuoco

La squadra di scienziati diretta da Christophe Snoeck (Vrije Universiteit Brussel) ha scoperto che una parte delle informazioni biologiche sopravvive alle alte temperature della cremazione, anche a 1.000°C. «Da ingegnere chimico innamorato dell’archeologia, questa sembrava la sfida perfetta», ha raccontato Snoeck al Guardian. «La cremazione distrugge davvero tutta la materia organica incluso il DNA, ma la materia inorganica sopravvive. Chiaramente, quando si tratta di elementi chimici leggeri come carbonio e ossigeno, questi sono pesantemente alterati, ma per elementi più pesanti come lo stronzio – circa sette volte più pesante del carbonio – non è stata osservata alcuna alterazione. Al contrario, grazie alle alte temperature raggiunte, la struttura dell’osso viene modificata, rendendolo resistente agli scambi post-mortem con il terreno di sepoltura».

Tre dei resti di cranio studiati (Christie Willis, UCL)

Costruttori dal Galles

I risultati dello studio mostrano che almeno 10 dei 25 individui studiati non vissero vicino a Stonehenge durante l’ultimo decennio della loro vita: probabilmente arrivarono dalla parte occidentale della Gran Bretagna, una regione che include l’ovest del Galles, il luogo di estrazione delle famose ‘pietre blu’ di Stonehenge. E proprio in quel periodo (3100 a.C. circa) Stonehenge passò dall’essere un terrapieno a un cerchio di grosse pietre. «I resti cremati delle enigmatiche buche di Aubrey e la mappatura aggiornata della biosfera suggeriscono che gli abitanti delle montagne Preseli [Galles occidentale] non solo fornirono le pietre blu utilizzate per costruire Stonehenge, ma si trasferirono insieme alle pietre e qui furono sepolti», dice John Pouncett (Università di Oxford), co-autore dello studio, pubblicato il 2 agosto su Nature Scientific Reports.

L’affioramento roccioso di Carn Goedog, il luogo di origine delle pietre blu in Galles. Alcuni dei resti scheletrici trovati a Stonehenge mostrano segnali isotopici di stronzio coerenti con il Galles occidentale (Adam Stanford, Aerial-Cam Ltd)

 

Il Fluoro (Ovvero: come trasformare un rifiuto tossico in un toccasana indispensabile per l’uomo)

Fonte: http://ilporticodipinto.it/content/il-fluoro-ovvero-come-trasformare-un-rifiuto-tossico-un-toccasana-indispensabile-l%E2%80%99uomo

Parecchi anni fa un pediatra mi allungò due tavolette di fluoro per il “bene” di mio figlio; non soltanto erano indispensabili per prevenire la carie, disse (il fatto che non avesse ancora i denti e che avrebbe dovuto cambiare completamente i primi che sarebbero spuntati non intaccò minimamente la sua logica), ma aggiunse che erano vitali anche per le ossa.

Lo guardai in faccia con attenzione e il suo sguardo rispose a qualsiasi tentazione potesse venirmi di intavolare una discussione. Lo ringraziai, uscii e le pasticche volarono nel primo cestino di rifiuti che mi capitò a tiro. Ero certo della sua buona fede ma lo ero altrettanto della sua ignoranza.

Oggi il fluoro si trova nell’acqua potabile, in quella minerale, in tutti i dentifrici più comunemente utilizzati, nelle gomme americane e continua ad essere raccomandato dai pediatri (solo per fare alcuni esempi); è tutt’ora considerato un importante aiuto per la salute di ossa e denti e questa leggenda metropolitana (o fake news, fate voi) persiste nonostante non sia certo un mistero il fatto che fin dalla sua scoperta è stato catalogato come: rifiuto tossico estremamente pericoloso.

Il Dott. Giorgio Petrucci, chimico e insegnante di diritto industriale e sicurezza nei laboratori dell’Università di Firenze, ci aiuta a capire di cosa si tratta:

…Il fluoro è l’ultimo elemento (escludendo i radioattivi e i transuranici) che viene isolato e studiato; la ragione è dovuta alla sua altissima reattività chimica che lo porta a interagire, anche violentemente, con quasi tutti gli altri elementi. E’ un gas giallo verdastro altamente tossico che non esiste in forma libera. Nonostante la sua abbondanza relativa nei composti della crosta terrestre sia maggiore di elementi come rame o piombo, la difficoltà di ottenerlo allo stato puro rende la sintesi dei suoi composti molto costosa…

I sali di fluoro sono molto stabili, spesso poco o affatto solubili e presentano un’altissima fitotossicità per molte specie di piante. Essi possono essere assorbiti dal suolo mediante le radici ma la maggior parte degli inquinanti fluorurati di origine industriale vengono assorbiti per via aerea. In questo caso l’introduzione delle sostanze fluorurate avviene attraverso gli stomi (sistema respiratorio sito sulle foglie)… 1

Sempre Petrucci ci spiega che il primo composto importante del fluoro dal punto di vista industriale è l’acido fluoridrico; una sostanza molto tossica e aggressiva che attacca pure il vetro e deve essere trasportato attraverso contenitori o tubature costruite con materiali adeguati. Questo composto assieme al fluoro sta alla base di tutta una serie di processi industriali.

Il fluoro infatti viene utilizzato nella lavorazione dell’alluminio (prodotto quindi in enormi quantità durante il periodo bellico), è ampiamente utilizzato anche nell’industria nucleare e uno dei suoi impieghi più importanti è stato quello per la produzione della bomba atomica (arricchimento dell’uranio) nel famoso “Progetto Manhattan”. E’ stato inoltre prodotto anche come gas nervino e insetticida (Sarin – Soman. Ibidem)

A questo punto uno potrebbe chiedersi: “Ma allora? Si sa che è tossico?” Certo che si; ad esempio, il fluoro sta nell’elenco dei composti da smaltire per proteggere l’ambiente e la salute umana secondo la legge italiana.2

In uno studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche americano viene caldamente consigliata una riconsiderazione immediata relativa al rischio-beneficio della supplementazione di fluoro nella dieta umana.3

Nella tabella sottostante si può vedere la tossicità della sostanza dove, ad esempio, LD50 sta per: dose singola considerata letale per il 50% delle cavie (ratto o coniglio) sottoposte a esperimento dopo l’ingestione, LD Uomo è la dose letale per l’uomo e via dicendo. E’ espressa in milligrammi di sostanza per chilo su peso dell’animale. 4

Un’altra considerazione importante che fa notare Petrucci riguarda i valori medi utilizzati negli Stati Uniti per cui un lavoratore può essere esposto per otto ore lavorative al giorno senza che ne ricavi un danno permanente. E’ strano che i valori siano pari a 2,5mg/m³, esattamente identici a quelli inglesi e tedeschi che però sono espressi in valori di dose massima da non superare nemmeno per un secondo.

…Essendo improbabile che i lavoratori statunitensi siano più immuni all’effetto dei fluoruri rispetto a quelli europei, sorge il dubbio che questi parametri siano stati creati ad arte per le esigenze dell’industria americana… 5

Ci sarebbe molto, moltissimo da aggiungere, ma per il momento fermiamoci qui, il quadro è abbastanza inequivocabile. Come si fa allora a trasformare una potente sostanza tossica conosciuta fin dall’800 in una medicina miracolosa? Ci vuole un po’ di magia, una faccia come il culo e una riserva di stronzate gigantesche; insomma servono soldi, tattiche per manipolare l’opinione pubblica e l’istinto di Zio Paperone.

Smaltire il fluoro infatti è tutt’altro che economico ma ciò che rappresenta un costo e una perdita per l’industria, può facilmente trasformarsi in una risorsa e in un’ulteriore guadagno grazie alla parola: “riciclaggio”.

Strane cose iniziano ad accadere… Nel 1931 il dentista Henry Trendley Dean sta indagando su un fenomeno che colpisce popolazioni isolate degli Stati Uniti le cui fonti idriche mostrano un’alta concentrazione di fluoruro. Per la prima volta Dean può verificare i danni dell’acqua sottoposta a fluorizzazione; il dentista infatti rileva tutti i sintomi della fluorosi (intossicazione da fluoro): smalto macchiato, perdita di colore e forte corrosione. Curiosamente però, i dati allarmanti che emergono dalle analisi vengono tralasciati a favore di una teoria accarezzata da Dean: dato che gli abitanti sembrano non avere carie, è possibile che riducendo la quantità di fluoro nelle acque si possa giovare alla salute dentale. Il fatto che il dentista fosse alle dipendenze del ministero del tesoro che aveva come segretario Andrew Mellon, tra i fondatori e principali azionisti della “Alcoa” (alluminium company of America) non fa storcere il naso a nessuno.

Nel 1939 è la volta del biochimico Gerald Judy Cox che dopo aver somministrato fluoro ai topi, arriva alla conclusione che il fluoro può diminuire la carie arrivando al punto di suggerire la fluorizzazione delle acque come misura preventiva di sanità pubblica. Il fatto che il biochimico stesse lavorando per il “Mellon Institute”, il laboratorio di ricerca della “Alcoa”, ancora una volta non interessò a nessuno.

Arriviamo così alla seconda guerra mondiale, dove entra in campo l’industria militare e il progetto Manhattan; nelle industrie di fluoruri i vetri sono incrinati dai vapori di fluoro; tra i lavoratori si riscontrano lesioni cutanee, la perdita di tutti i denti e altre patologie. Tutte queste realtà sono raccontate da documenti all’epoca classificati segreti e declassificati di recente. Un completo resoconto con estese fonti bibliografiche può essere rintracciato nel libro di Lorenzo Acerra: Fluoro, pericolo per i denti, veleno per l’organismo.6

Davanti alla prospettiva di vedersi piovere addosso e da ogni parte denunce per intossicazione di fluoruro che avrebbero potuto mettere in pericolo la segretezza del progetto Manhattan, le autorità militari fanno quello che gli riesce meglio: insabbiano tutta la faccenda.

Iniziano così a spuntare medici e ricercatori che asseriscono che il fluoro in piccole dosi fa bene alla salute.

In questo articolo7 leggiamo: “Uno degli esempi più eclatanti della manipolazione dei dati è la pubblicazione di uno studio sugli effetti del fluoruro apparsa sul “Journal of the American Dental Association8, datato Agosto 1948; in questo che è considerato uno degli “articoli chiave” nella storia della fluorizzazione dell’acqua, Peter P. Dale e H. B. McCauley, entrambi coinvolti nel “Progetto Manhattan”, evidenziano come gli operai che prestano servizio presso le fabbriche in cui viene prodotto fluoruro destinato alla realizzazione di armi nucleari, hanno meno carie rispetto ai loro colleghi che lavorano in fabbriche che nulla hanno a che fare con il fluoruro. Lo studio si basa su dati reali, ma ciò che Peter P. Dale e H. B. McCauley omettono di dire è che, la maggior parte degli operai presi in considerazione, non ha più denti, evento che, di per sé, fra crollare drasticamente la possibilità di avere delle carie.”

Inizia quindi una vera e propria campagna pubblicitaria a favore della fluorizzazione delle acque e soltanto molti anni dopo si scoprirà che per dirigere l’opera di manipolazione fu ingaggiato, fin dal 1930, niente meno che il padre della persuasione: Edward Bernays che lavorava in quegli anni proprio per l’Alcoa.9

Per chi ancora non lo conoscesse, può farsi un’idea del personaggio da questo articolo:10

Bernays promosse la fluorizzazione dell’acqua, consultando la strategia per l’Istituto Nazionale di Ricerca Dentale.”Vendere il fluoruro era un gioco da ragazzi”, spiegò Bernays [in un’intervista del 1993]. Il mago delle relazioni pubbliche comprese che i cittadini avevano una fiducia spesso inconscia nell’autorità medica. «Puoi praticamente far accettare qualsiasi idea», disse Bernays ridacchiando. “Se i medici sono favorevoli, il pubblico è disposto ad accettarlo, perché un medico è un’autorità per la maggior parte delle persone, indipendentemente da quanto lui sappia o non sappia … Per la legge della media, di solito è possibile trovare un individuo in qualsiasi campo che sarà disposto ad accettare nuove idee, e le nuove idee si infiltreranno poi nelle altre persone che non l’hanno accettata “.11

Per concludere, quali sono i danni collegati e gli effetti collaterali legati al fluoro?

Fluorosi ossea, osteoporosi ed artrite
Disfunzioni della tiroide
Danni ai reni
Effetti negativi sulle funzioni cerebrali
Cancro

Maggiori approfondimenti sugli studi degli effetti collaterali li trovate nei libri citati.

La considerazione inquietante che emerge da questa storia è che nonostante tutta la voluminosa documentazione scientifica in materia comprese le prove sugli studi manipolati, le leggi, la letteratura etc. sia di dominio pubblico, resiste ancora, a distanza di anni, la leggenda metropolitana dell’innocuo fluoro che fa bene ai denti e alle ossa.

Questo è forse il segnale più importante del potere della propaganda nel manipolare il cervello della gente trasformando una palese falsità in una verità durevole nel tempo e profondamente radicata nell’opinione comune.

Buon dentifricio a tutti.