Narcoguerra

Fonte: http://it.peacereporter.net

Eroina afgana sui voli militari britannici di ritorno dal fronte. La notizia rafforza i sospetti sui reali interessi economici che si nascondono dietro la guerra in Afghanistan

La notizia, diffusa lunedì dalla Bbc, dei militari britannici e canadesi accusati di trasportare eroina in Europa sfruttando l’assenza di controllo sui voli militari di ritorno dal fronte, non fa che rafforzare i sospetti sui reali interessi economici che si nascondono dietro la guerra in Afghanistan.

Il traffico ‘militare’ di eroina scoperto tra le basi Nato nel sud dell’Afghanistan (Helmand e Kandahar) e l’aeroporto militare di Brize Norton, nell’Oxfordshire, verrà liquidato con la solita spiegazione delle ‘mele marce’, del caso isolato che riguarda solo alcuni individui.

Più probabilmente si tratta invece della punta dell’iceberg, o meglio delle briciole di un traffico ben più grande e strutturato che i suoi principali gestori – militari e servizi segreti Usa – lasciano ai loro alleati, evidentemente meno bravi di loro nel non farsi scoprire.

Solo pochi mesi fa sulla stampa tedesca era venuto fuori che una delle principali agenzie private di contractors addette alla logistica delle basi Nato in Afghanistan – la Ecolog, sospettata di legami con la mafia albanese – era coinvolta in traffici di eroina afgana verso il Kosovo e la Germania.

L’anno scorso fece molto scalpore la rivelazione, del New York Times, che Walid Karzai, fratello del presidente afgano e principale trafficante di droga della provincia di Kandahar, fosse da anni sul libro paga della Cia.

“I militari americani non contrastano la produzione di droga in Afghanistan perché questa frutta loro almeno 50 miliardi di dollari all’anno: sono loro a trasportare la droga all’estero con i loro aerei militari, non è un mistero”, dichiarava nell’estate 2009 a Russia Today il generale russo Mahmut Gareev.

Già nel 2008 la stampa russa, sulla base di informazioni di intelligence non smentite dall’allora ambasciatore di Mosca a Kabul, Zamir Kabulov, rivelava che l’eroina viene portata fuori dall’Afghanistan a bordo dei cargo militari Usa diretti nelle basi di Ganci, in Kirghizistan, e di Inchirlik, in Turchia.

Nello stesso periodo, un articolo apparso sul quotidiano britannico Guardian riferiva delle crescenti voci riguardanti la pratica dei militari Usa in Afghanistan di nascondere la droga nelle bare dei caduti aviotrasportate all’estero, riempite di eroina al posto dei cadaveri dei soldati.

“Le esperienze passate in Indocina e Centroamerica – si leggeva, sempre nel 2008, sull’americano Huffington Post – suggeriscono che la Cia potrebbe essere coinvolta nel traffico di droga afgana in maniera più pesante di quello che già sappiamo. In entrambi quei casi gli aerei Cia trasportavano all’estero la droga per conto dei loro alleati locali: lo stesso potrebbe avvenire in Afghanistan. Quando la storia della guerra sarà stata scritta, il sordido coinvolgimento di Washington nel traffico di eroina afgana sarà uno dei capitoli più vergognosi”.

Nel 2002 il giornalista ameriano Dave Gibson di Newsmax ha citava una fonte anonima dell’intelligence Usa secondo la quale “la Cia è sempre stata implicata nel traffico mondiale di droga e in Afghanistan sta semplicemente portando avanti quello che è il suo affare preferito, come aveva già fatto durante la guerra in Vietnam“.

Secondo lo storico Usa Alfred McCoy, principale studioso del coinvolgimento della Cia nel narcotraffico in tutti i teatri di guerra americani degli ultimi cinquant’anni (fino alla resistenza antisovietica afgana degli anni ’80), il principale obiettivo dell’occupazione americana dell’Afghanistan era il ripristino della produzione di oppio, inaspettatamente vietata l’anno prima dal Mullah Omar nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.

I fatti, e il buon senso, sembrano confermare la tesi di McCoy: dopo l’invasione del 2001, la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana, mentre le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere i locali signori della droga.

Rimane una domanda di fondo: perché mai gli apparati militari e d’intelligence americani, in teoria dediti alla sicurezza nazionale e internazionale, mirano da decenni al controllo del narcotraffico? Per la venalità dei loro vertici corrotti? Per garantirsi fondi neri per operazioni coperte? O forse dietro c’è qualcosa di più strategico e sistemico che, alla fine, riguarda realmente il mantenimento della la sicurezza?

Il direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa, ha implicitamente risposto a questa domanda, dichiarando che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale nei momenti di crisi.

”La maggior parte dei proventi del traffico di droga, un volume impressionante di denaro, viene immesso nell’economia legale con il riciclaggio”, affermava Maria Costa nel gennaio 2009. ”Ciò significa introdurre capitale da investimento, fondi che sono finiti anche nel settore finanziario, che si trova sotto ovvia pressione (a causa della crisi finanziaria globale, ndr)”.

”Il denaro proveniente dal narcotraffico attualmente è l’unico capitale liquido da investimento disponibile”, proseguiva il direttore dell’Unodc. ”Nel 2008 la liquidità era il problema principale per il sistema bancario e quindi tale capitale liquido è diventato un fattore importante. Sembra che i crediti interbancari siano stati finanziati da denaro che proviene dal traffico della droga e da altre attività illecite. E’ ovviamente arduo dimostrarlo, ma ci sono indicazioni che un certo numero di banche sia stato salvato con questi mezzi”.

Il Congresso Usa decreta: Palladio “decisivo” per la Nazione americana

Scritto da: Guido Beltramini direttore del Cisa Palladio
Fonte:  Il Giornale di Vicenza 

ARCHITETTURA. Decisione senza precedenti, una tappa nella storia del palladianesimo. Una storia iniziata nel ‘700: il modo di pensare le abitazioni incarnava anche politicamente lo spirito democratico del Grande Paese

El Greco, Ritratto di Palladio
Perché Palladio? Potevano scegliere Michelangelo, l’architetto della basilica di San Pietro a Roma. O Brunelleschi, il progettista della cupola di Santa Maria del Fiore. O Leon Battista Alberti, l’autore del De Re Aedificatoria. In altre parole: perché quando la nuova nazione degli Stati Uniti d’America deve costruire i luoghi simbolo della propria democrazia sceglie Palladio? In realtà, avevano cominciato a farlo anche prima della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776: la Redwood Library di Newport è del 1747. Prima libreria pubblica d’America, è ispirata alle facciate delle chiese veneziane di Palladio, un tempio laico del Sapere. Un amore secolare, comunque, confermato in questi giorni dalla sorprendente “dichiarazione di discendenza” approvata da Congresso.
Le risposte sono molte e intrecciate. Innanzitutto, rispetto a Michelangelo, Brunelleschi o Alberti, Palladio è soprattutto un architetto civile. Nessun architetto del Rinascimento ha progettato tante residenze: più di cinquanta palazzi e ville, fra quelli progettati e quelli rimasti sulla carta. Palladio ha dato una nuova dignità alla architettura domestica e – come ha scritto Howard Burns – i suoi edifici cambiavano il modo con cui i suoi clienti vivevano, e vedevano, se stessi, contribuendo alla nascita di una nuova figura di “gentiluomo”, così diversa dal magnate del mondo feudale. Gli abitanti degli edifici palladiani potevano leggere Virgilio e Orazio e insieme governare i propri affari, in un edificio razionale, funzionale ed elegante, ispirato alla magnificenza degli antichi Romani. Un modello perfetto per i gentleman farmer americani della Virginia e della Louisiana che producono tabacco e cotone in Via col Vento.
Ma esiste anche una ragione “politica” nel successo del modello palladiano in America. In una Europa dominata dalle grandi monarchie, a Venezia non è mai esistita una corte, la Serenissima era una Repubblica. Palladio non si guadagnava da vivere servendo un Signore assoluto, a cui costruire un enorme palazzo che domina la città, ma lavorava per più famiglie aristocratiche che condividevano il potere. Anzi, i cantori del mito di Venezia, già nel Cinquecento, riconoscevano nella sua forma di governo quella idealizzata da Platone, perché nella Serenissima convivono la monarchia nella figura del Doge, l’oligarchia nel Consiglio dei Dieci e la democrazia nel Senato.
È chiaro, allora, che quando i neonati Stati Uniti d’America devono scegliere la propria architettura, non sceglieranno l’architettura barocca della Roma dei Papi, o quella dei Re assoluti francesi, ma l’architettura della Repubblica di Venezia. Per questo la residenza del Presidente degli Stati Uniti è una villa veneta, e non un château o un palazzo romano. Non a caso il padre del palladianesimo USA non è un architetto professionista, ma un politico: Thomas Jefferson (1743-1826).
Autore della Dichiarazione d’Indipendenza, ambasciatore nella Parigi pre-rivoluzionaria, Segretario di Stato, Vicepresidente e infine terzo Presidente degli USA nel 1801 per due mandati, Jefferson è una figura centrale della storia americana. Egli vedeva in Palladio un modello civile prima ancora che artistico, una architettura razionale, sobria, fatta per migliorare la vita degli uomini. La sua villa di campagna, che chiamò Monticello ispirandosi a come Palladio definisce la collina su cui sorge la Rotonda, è una icona della architettura americana impressa sulla moneta da cinque cents e sulla banconota da due dollari. Ma il suo edificio più innovativo e sinceramente “palladiano” nello spirito è il campus dell’University of Virginia, fondato nel 1819.
Jefferson scardina il modello allora dominante degli edifici universitari di Oxford e Cambridge, costruiti come un grande palazzo, a favore di un insieme di padiglioni organizzati intorno ad un vasto spazio aperto, come in una villa palladiana. Nei padiglioni trovano posto le aule (a pianterreno) e le stanze di abitazione dei professori (al primo piano). Nelle “barchesse” che collegano i padiglioni sono alloggiati (ancora oggi) gli studenti. Il complesso è dominato da un grande edificio centrale, ispirato al Pantheon, che è la biblioteca comune. Con Jefferson nasce così il “campus” universitario che avrà una enorme fortuna in America.
Chiudo con una notazione leggera e amara insieme, scherzando sulla rassomiglianza che – come fra i cani e i propri padroni – così gli studiosi sembrano sviluppare nei confronti dei propri amati soggetti di studio. È conclamata la mia con Palladio, ma io trovo che Thomas Jefferson assomigli moltissimo ad uno studioso che lo ha molto amato, studiato, e reso familiare a generazioni di studenti americani: Mario Valmarana. Per quasi trent’anni docente all’University of Virginia, Valmarana ha costruito un ponte fra le due sponde dell’Atlantico nel nome di Palladio e Jefferson, curando mostre e convegni, scrivendo, organizzando viaggi di studio e soggiorni per studenti nel Veneto. Fondatore del Center for Palladian Studies in America ha contribuito in modo decisivo a sviluppare quella conoscenza profonda del Palladianesimo americano che traspare dalla stessa Risoluzione del Congresso. Morto il 13 ottobre scorso, non ha potuto vederla approvata, anche se il suo magistero ha contribuito a renderla possibile e credo che, idealmente, debba essergli dedicata.

Tagikistan-Uzbekistan, lotta per l’acqua

Fonte: http://it.peacereporter.net

Il gas da una parte, l’acqua dall’altra. Uzbekistan e Tagikistan si fronteggiano e si provocano sulla questione energetica e dell’approvvigionamento idrico.

Dushambe sta inseguendo da tempo – finora con buoni risultati – una certa autonomia idro-energetica. I progressi tagiki creano, però, più di un malumore nel vicino Uzbekistan: il 28 novembre, il presidente tagiko Imomali Rahmon e il ministro iraniano dell’Energia Majid Namjou hanno presenziato alla cerimonia di inizi lavori per la costruzione della centrale idroelettrica Sangtuda 2, finanziata, in parte, da Teheran. Insieme, simbolicamente, hanno fatto detonare l’esplosivo che ha temporaneamente interrotto la corsa del fiume Vakhsh. La nuova centrale arricchisce il programma idroelettrico che ha visto la sua nascita con la centrale Sangtuda 1, già operativa dal luglio del 2009. Il Tagikistan vuole sfruttare al meglio le immense riserve d’acqua di cui dispone – anche grazie ai maestosi ghiacciai che per tutti i mesi invernali, di fatto, isolano il paese dal resto del mondo. L’Uzbekistan, a valle del fiume Vakhsh, vede minacciato il suo fabbisogno idrico dipendendo esso in gran parte dalle acque tagike tanto per le coltivazioni di cotone, quanto, soprattutto, per le esigenze alimentari.

Ma il problema non si ferma al progetto Santguda: il governo di Tashkent teme, ancor di più, la diga di Rogun – in fase di costruzione – che, se realizzata, con i suoi 335 metri di altezza sarebbe la più grande del pianeta. La diga di Rogun è un vecchio sogno che nasce quando il Tagikistan era ancora una repubblica sovietica; il crollo dell’Urss diede la spinta necessaria alla neo indipendente repubblica per aspirare a un’autosufficienza energetica. La costruzione cominciò negli anni immediatamente successivi alla dichiarazione d’indipendenza, ma una grande inondazione nel 1997 distrusse totalmente la struttura parziale di sessanta metri. Dushambe, però, non ha mai abbandonato l’idea di Rogun e i tempi sembrano essere adesso maturi. Per il presidente uzbeko, Islam Karimov, la costruzione della diga – oltre che “una grande sciocchezza” – sarebbe una catastrofe, non solo ambientale, per i paesi della regione.

Le forniture di gas del Tagikistan dipendono per il 95 per cento dall’azienda di stato uzbeka che, due giorni dopo la cerimonia di Sangtuda, ha inviato a Dushambe la richiesta di pagamento immediato di un debito pari a 1,8 miliardi di dollari, pena l’interruzione immediata delle forniture. Ma se questo potrebbe rientrare nella normalità e non essere considerato un atto di ritorsione, il Tagikistan punta, invece, il dito contro il blocco ferroviario imposto da Tashkent che avrebbe causato, nell’anno in corso, un calo degli scambi commerciali pari al 65 per cento rispetto al 2009. Inoltre, l’Uzbekistan tarda a riaprire il confine a ridosso della valle di Zarafshan (unico valico praticabile nei mesi invernali) con il conseguente isolamento del Tagikistan.

La scontro in atto – anticamera di una guerra per l’acqua – sta mettendo in serio pericolo le relazioni tra i due paesi e la debolissima economia del Tagikistan

CHI DA I SOLDI ALL’EROE

di LikiWeaks dal sito Indybay
Fonte:  http://blogghete.blog.dada.net/
Traduzione di Gianluca Freda

Ieri mi chiedevo chi finanziasse tutto l’apparato organizzativo che ha portato alla ribalta Wikileaks e il suo fondatore e portavoce, Julian Assange. Ora sembra che qualcosa inizi a trapelare.  (GF)

WIKILEAKS STIPULO’ UN ACCORDO CON ISRAELE RIGUARDO AI DISPACCI DIPLOMATICI

Tutti noi vorremmo ovviamente sostenere Wikileaks e il suo fondatore e portavoce, Julian Assange, recentemente arrestato in Inghilterra in questa lurida guerra condotta dagli stati del globo contro la trasparenza e la libertà. Ma, tristemente, nel mondo della politica le cose non sono mai innocenti come sembrano. Secondo recenti rivelazioni, Assange avrebbe stretto un accordo con Israele prima del recente “cable gate” [il rilascio di documenti d’ambasciata di cui si parla da qualche tempo, NdT], il che spiegherebbe il motivo per cui le rivelazioni di Wikileaks “sono favorevoli ad Israele”, come ha dichiarato il Primo Ministro israeliano.

Diversi commentatori, soprattutto in Turchia e Russia, si sono domandati per quale motivo le centinaia di migliaia di documenti segreti americani rilasciati sul sito lo scorso mese non contengano nulla che possa mettere in imbarazzo il governo israeliano, quando gli stessi documenti contengono riferimenti a quasi ogni altro stato del mondo. La risposta sembra essere un accordo segreto stipulato tra l’uomo che è “il cuore e l’anima” di Wikileaks, come Assange una volta descrisse umilmente se stesso [1], ed alcuni funzionari israeliani, con cui ci si assicurava che tutti i documenti di questo tipo venissero “rimossi” prima che il resto fosse reso pubblico.

Secondo un sito arabo di giornalismo investigativo [2], Assange avrebbe ricevuto denaro da fonti israeliane semi-ufficiali e avrebbe loro promesso, in base “ad un accordo segreto e videoregistrato”, di non pubblicare alcun documento che potesse danneggiare la sicurezza di Israele o i suoi interessi diplomatici.

Le fonti del rapporto di Al-Haqiqa sarebbero ex volontari di Wikileaks che hanno abbandonato l’organizzazione negli ultimi mesi a causa della “leadership da autocrate” di Assange e della sua “mancanza di trasparenza”.

In una recente intervista al quotidiano tedesco Die Tageszeitung, l’ex portavoce di Wikileaks, Daniel Domscheit-Berg, ha detto che lui e altri dissidenti dell’organizzazione intendono lanciare la propria piattaforma di conroinformazione per portare a compimento l’obiettivo originario di Wikileaks, che era quello di una “condivisione senza limiti dei file”. [3]

Domscheit-Berg, che sta per pubblicare un libro sul periodo trascorso “all’interno di Wikileaks”, accusa Assange di comportarsi come un “sovrano” all’interno dell’organizzazione e di andare contro la volontà degli altri membri, “stringendo accordi” con i mezzi d’informazione allo scopo di creare un effetto esplosivo, tutte cose di cui gli altri membri di Wikileaks sanno poco o nulla. [4]

Inoltre, la brama di scoop con cui Assange mirava a conquistare le prime pagine dei giornali avrebbe impedito a Wikileaks di “ristrutturarsi” per far fronte alla crescita d’interesse verso la piattaforma, hanno aggiunto i testimoni. Ciò significa che le rivelazioni minori, che avrebbero potuto interessare la gente a livello locale, sono state lasciate in disparte per dare spazio alle storie più grosse. [5]

Secondo le fonti di Al-Haqiqa, Assange si sarebbe incontrato con i funzionari israeliani a Ginevra, all’inizio di quest’anno, e lì avrebbe stipulato l’accordo segreto. Il governo israeliano, a quanto sembra, aveva scoperto o sospettava che i documenti in fase di rilascio contenevano un gran numero di informazioni relative agli attacchi israeliani contro il Libano e contro Gaza, lanciati rispettivamente nel 2006 e nel 2008/9. Questi documenti, che si dice provenissero principalmente dalle ambasciate israeliane di Tel Aviv e Beirut, sarebbero stati rimossi e forse distrutti dallo stesso Assange, il quale è l’unica persona a conoscere le password per aprire tali documenti, hanno aggiunto le fonti.

In effetti, i documenti pubblicati presentano un “gap” che si estende su tutto il periodo di luglio-settembre 2006, durante il quale ebbe luogo la guerra di 33 giorni contro il Libano. E’ davvero possibile che i diplomatici e i funzionari americani non avessero commenti o informazioni da scambiarsi riguardo a questo evento cruciale e perdessero invece il tempo a “spettegolare” su ogni altra insignificante questione mediorientale?

Dopo il rilascio dei documenti (e anche prima), il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato in una conferenza stampa che Israele aveva “giocato d’anticipo” per limitare i danni provocati dalle rivelazioni, aggiungendo che “nessun documento segreto d’Israele è stato reso pubblico da Wikileaks”. [6] In un’intervista alla rivista Time, rilasciata nello stesso periodo, Assange incensava Netanyahu come un eroe di trasparenza e liberalità! [7]

Secondo un altro rapporto [8], gli esponenti di un giornale libanese di sinistra si sarebbero incontrati due volte con Assange per negoziare un accordo, offrendogli una “grossa quantità di denaro” per ottenere alcuni documenti relativi alla guerra del Libano del 2006, in particolare le trascrizioni dell’incontro tenutosi nell’ambasciata americana a Beirut il 26 luglio 2006, che è considerato un “consiglio di guerra” tra gli americani, gli israeliani e quei partiti libanesi che giocarono un ruolo nella guerra contro Hezbollah e i suoi alleati. Tuttavia, i documenti che gli editori di Al-Akhbar ricevettero in seguito partivano dal 2008 e non contenevano “niente di rilevante”, affermano le fonti. Ciò non fa altro che supportare le accuse relative all’accordo stipulato da Assange.

Infine, vale la pena di rilevare che Assange potrebbe aver fatto davvero ciò di cui è accusato al solo scopo di proteggere se stesso e di garantire che i documenti filtrati ottenessero la pubblicazione, in modo da svelare l’ipocrisia americana, che si dice sia la sua ossessione, “a scapito di obiettivi più fondamentali”.

Note:

[1] http://www.wired.com/threatlevel/2010/09/wikileaks-revolt/

[2] http://www.syriatruth.info/content/view/977/36/

[3] http://www.taz.de/1/netz/netzpolitik/artikel/1/vom-hacker-zum-popstar/

[4] http://www.spiegel.de/international/germany/0,1518,732212,00.html

[5] http://www.spiegel.de/international/germany/0,1518,719619,00.html

[6] http://www.haaretz.com/print-edition/news/netanyahu-wikileaks-revelations-were-good-for-

israel-1.327773

[7] http://www.time.com/time/world/article/0,8599,2034040-2,00.html

[8] http://www.syriatruth.info/content/view/986/36/

Dossier Satanismo

Fonte: www.associazioneprometeo.org

Fedina penale pulita. Nessun problema apparente. Famiglia tranquilla”. E’ l’identikit fornito del ragazzo di Seriate ricomparso a Vercelli e nel cui monolocale sono stati trovati chiari segni di riti satanici.
Non entro nei meriti di un’inchiesta ancora aperta, e per la quale quindi la pista satanica resta una tra le tante da seguire, ma partendo proprio da queste caratteristiche tipiche del “classico bravo ragazzo”, decido, paradossalmente,  di seguirla quella pista. Convinto che mi porterà nel giusto posto sbagliato.

In Italia sono aumentati negli ultimi anni, in maniera impressionante le Sette ed i Movimenti pseudoreligiosi. Centinaia di questi sono addirittura registrati legalmente, con tanto di statuto e direttivo, ma la maggior parte vivono nella necessaria clandestinità, specialmente quando la stessa è garanzia primaria per l’accesso di nuovi adepti.

L’occultismo è forse la dottrina più praticata all’interno di questi circuiti che hanno sempre a capo di tutto una figura carismatica, un leader abile e forte, che il più delle volte nasconde i propri traffici ed i propri interessi, illegali, dietro pratiche che spaziano dallo spiritismo alla new age, dalle filosofie orientali al cattolicesimo, e riuscendo così ad intrufolarsi anche in quel mondo che simili realtà dovrebbe tenere ben lontane.

Basti pensare a certi movimenti pseudoreligiosi inseriti nella Chiesa ufficiale, spesso tollerati a fatica dalla stessa, ma mai ufficialmente repressi, che uniscono in pericolosi mix i dettami di Madre Teresa con quelli di Wanna Marchi, per avere un’idea precisa di quanto dico.

Ma dentro questo mondo di impostori e guaritori, preghiere e cornetti antimalocchio, levitazione del corpo e cervelli lievitati troppo, la forma più pericolosa, quella che ci riguarda molto da vicino, più di quanto non crediamo, è il Satanismo.

Di tipo Religioso, se scelto per andare contro la morale sociale e religiosa normalmente diffusa, o di tipo Acido, all’interno del quale l’uso massiccio di sostanze stupefacenti e lo stupro di donne e bambini diventa uno dei “riti” più praticati, anzi addirittura necessari per meglio aderire a tale follia.

Tanti, troppi i giovani che vengono agganciati da queste realtà. Giovani normali che davanti ai messaggi, sempre meno subliminali ma assai evidenti, che propongono solo ideali di ricchezza, successo, bellezza, nell’ordine del tutto e subito, si illudono, o vengono illusi, che solo nella distruzione di tutto quello che hanno e nella totale adesione al Male, potranno raggiungere simili obbiettivi.

Famiglia, Scuola, Chiesa, saranno realtà con cui tagliare i legami, in modo più o meno drastico ma sempre definitivo, seguendo un nichilismo votato all’autodistruzione.

Una generazione di deboli, manichini abilmente manipolati, rifugge il proprio mondo e si getta in questa dimensione, la cui lontananza da noi è sottile come sottile è il confine tra il bene ed il male.

casi più eclatanti ce li ritroviamo in prima pagina sui giornali. Ma sono questi i casi limite, quelli il cui ingranaggio, inceppatosi per puro sbaglio, ha svelato la parte più oscura e malata di questa società.

Allora e solo allora scopriamo che tre ragazzine di Chiavenna, amanti del nero, dopo aver deciso di rapire ed uccidere un bambino, indirizzano le proprie attenzioni verso una suora, suor Maria Laura Mainetti, massacrandola a colpi di pietra e dopo il crimine andando tranquille a mangiarsi un gelato. Tanto c’è Satana che le protegge.

Oppure, avendolo nominato, quando scopriamo i delitti delle sue Bestie, le bestie di Satana appunto, balordi nemmeno ventenni in grado di sotterrare una ragazza viva o di spingere i loro coetanei a suicidi ancora non ben quantificati. Né chiariti.

Ma non sono solo i ragazzi a trovare in questo mondo una risposta, benché sbagliata, al vuoto che li attanaglia.

Tanti anche gli adulti, che spesso, per motivi “importanti”, come la perdita improvvisa del lavoro o un grave lutto famigliare, cercano in queste realtà deviate una risposta, un po’ di conforto, quell’aiuto che, forse, altrove non trovano più.

Internet ha permesso negli ultimi anni di facilitare i contatti con questi movimenti ma anche il reclutamento di nuovi praticanti, da sedurre ed agganciare con facile esche, gettate loro da finti venditori di felicità, che li condurranno dentro sette sempre più numericamente grandi.
Mentre le forze dell’ordine al fronte di crimini sempre più elevati e spesso “poco comprensibili” corrono ai ripari creando la Squadra Anti Sette, che si occupa di quei compiti una volta seguiti esclusivamente dalla Digos.

E mentre aprono quotidianamente pratiche sempre più in odore di zolfo, si trovano anche a fare i conti con una legge insufficiente. E facilmente manipolabile. D’altro canto un Avvocato del Diavolo sarà sempre disponibile a prestare i propri servizi. E sa benissimo, riuscendo a dimostrarlo in Tribunale, che anche il confine tra la libertà di pensiero ed il plagio è molto ma molto sottile.

Quanto basta per convincere vostro figlio che gli basta veramente poco per diventare subito bravo, bello e ricco.
Basta un sacrificio. Meglio se umano.

Costa d’Avorio, di nuovo nel caos

Scritto da: Alberto Tundo   
Fonte: .peacereporter.net

Un presidente nuovo e un popolo ostaggio di un incubo vecchio. E’ questa la paradossale situazione in cui si trova la Costa d’Avorio. Da ieri pomeriggio, è ufficiale la vittoria del candidato dell’opposizione Alassane Ouattara, con il 54,1 per cento dei voti. Nessun festeggiamento, però, perché il Paese si trova di nuovo ad un passo dalla guerra civile.

L’ennesimo stallo. Lo scenario è quello di un conflitto alle porte. Ieri l’esercito ha chiuso “le frontiere terrestri, aeree e marittime”mentre le trasmissioni dei canali stranieri venivano soppresse. Questo l’epilogo di quattro giorni di tensione, durante i quali si erano succedute speculazioni sul risultato del ballottaggio di domanica 28 novembre tra il presidente uscente Laurent Gbagbo e il leader del Rassemblement des Republicans. Si sapeva che ogni minuto di ritardo nella comunicazione dei voti avrebbe esasperato gli animi e il quadro peggiore si è materializzato quando la Commissione elettorale indipendente (Cei) ha lasciato passare i tre giorni a disposizione per annunciare i risultati, senza ufficializzare nulla, a causa delle divisioni che la paralizzavano; segno che il regime aveva perso alle urne e la battaglia sulla validità del voto era già iniziata. E infatti, subito dopo l’annuncio tardivo della vittoria di Ouattara, è arrivata la dichiarazione choc del presidente del Consiglio costituzionale, Paul Yao ‘Ndrè – cui spetta la proclamazione finale – secondo il quale “i risultati diffusi dalla Commissione non sono validi”. ‘Ndrè è un uomo di Gbagbo, che ha in mano anche esercito e gendarmeria. Se il presidente non deciderà di riconoscere la sconfitta e farsi da parte, è difficile che qualcuno lo possa disarcionare, pacificamente. L’Onu lo sa e per questo ha fatto partire un intenso pressing diplomatico: le Nazioni Unite, che hanno monitorato il processo elettorale e che schierano in Costa d’Avorio circa novemila elementi (7500 soldati), hanno subito salutato la vittoria di Ouattara, cercando di blindarla. Un monito è arrivato anche dal National Security Council americano, che attraverso il portavoce Mike Hammer ha ribadito “la condanna degli Stati Uniti di ogni atto di violenza e di intimidazione diretto a far deragliare il processo democratico”.

Il gioco di Gbagbo. Parole pesate una ad una. Perché proprio questo sembrerebbe essere il vero piano di Gbagbo, una strategia che il presidente uscente ha già usato con successo diverse volte. Il suo mandato infatti è scaduto nel 2005 ma, giocando sull’impossibilità di tenere elezioni pacifiche, è riuscito a restare in sella per altri cinque anni. E adesso ci starebbe riprovando. Mercoledì notte la sede del partito di Ouattara, nella parte ovest di Abdjan, è stato attaccata da un commando di una cinquantina di uomini che, a volto coperto, sono riusciti a penetrare nell’edificio e a fare fuoco sui presenti. Il bilancio è di otto vittime e 14 feriti. Lascia pensare il fatto che alcuni dei killer indossassero divise militari, della Gendarmeria più precisamente, secondo quanto riferito dai testimoni. Così come è strano che cinquanta persone siano riuscite ad avvicinarsi ad un obiettivo a rischio, che avrebbe dovuto godere di una protezione particolare, nonostante fosse in vigore il coprifuoco. Ouattara, da parte sua, sa che queste sono ore decisive e ha scelto di non intervenire direttamente: se lo scontro dovesse degenerare, avrebbe tutto da perdere. Gbagbo può contare sulla fedeltà dell’esercito, che al momento è padrone del gioco. L’unica sua speranza è tenere sotto controllo i suoi sostenitori, anche i gruppi armati che potrebbero rispondere all’aggressione di mercoledì. Quelli fedeli al presidente, i Jeunes Patriotes, da tempo venivano segnalati come una fonte di pericolo e destabilizzazione, soprattutto nel sud e nel sud-ovest del Paese, dove il presidente ha i suoi feudi elettorali e dove a ridosso del ballottaggio erano comparsi volantini che incitavano alla cacciata dei non ivoriani. Che poi sono, in prevalenza, sostenitori di Ouattara, musulmani come lui, arrivati dai Paesi limitrofi in cerca di fortuna e stabilitisi nel nord. La zona i cui voti, secondo Gbagbo, vanno annullati. Divisioni religiose ma soprattutto etniche che nascondono una lotta feroce per l’accesso alle risorse. Il presidente uscente è alla guida di un regime che rappresenta le elites storiche, le quali non vogliono spartire la torta con i nuovi arrivati. Queste le ragioni di un conflitto che è esploso nella forma di una guerra civile nel 2002 e che ha lasciato il Paese diviso in due. Se nel partito di Gbagbo prevarranno i falchi, allora c’è da attendersi il peggio. Soffieranno sul fuoco. Lo hanno già fatto, lo rifaranno.

Il controllo della politica italiana in mano ai Rothschild!

Scritto da:Renzo Minari  
Fonte: InformArmy

Da una parte Berlusca che ha fatto parte della P2 organizzata dai Servizi Segreti e gestita da Andreotti (tramite l’assistente Gelli) per conto di Kissinger il quale è un abitudinario di casa Rothschild. Questa fazione è direttamente collegata ai Cavalieri di Malta (Berlusca accompagna il figlio alle riunioni) i quali gestiscono il FMI. La mafia e alcune Multinazionali chiudono il cerchio. Dall’altra parte la finta opposizione è stata pian piano creata attraverso i finanziamenti del Consigliere (CdA) di Banca Rothschild Carlo De Benedetti (il quale ha Colaninno come braccio destro – Colaninno ha il figlio nel PD e gestisce gente come Casaleggio [manager e gestore di Grillo] ), alcune Corporation e la Massoneria deviata hanno un ruolo molto importante anche in questo caso dato che i leader di tale schieramento hanno TUTTI avuto a che fare con indagini massoniche: Prodi durante il rapimento Moro, Veltroni ed i Cavalieri di Malta, Napolitano con le onorificenze massoniche acquisite, la famiglia della Bonino serva dei banchieri da generazioni, la Casaleggio che “unisce” la massoneria con Di Pietro e Grillo, Pannella tramite il fidanzato e moltissimi altri casi.
Paola Ferrari, per esempio, è una famosa giornalista sportiva (immortale) sposata con Marco De Benedetti (Presidente del Carlyle Italia e figlio di Carlo il quale, come ho riportato sopra, finanzia il centrosinistra in Italia) si è candidata con La Destra assieme a Storace ed alla Santanchè. Fini si arruolò tra le fila dei Rothschild quando fù finanziato da loro stessi a metà anni novanta (durante un tour europeo) tramite un dipendente della Banca Rothschild di nome Sir Derek Thomas.
Di Pietro dal ’90 al ’92 passò quasi 2 anni ad apprendere tecniche politiche da Michael Leeden (un Neocon con strettissimi collegamenti con i vertici della CIA che fù indagato per la strage del 9/11), quest ultimo è l’ideatore delle rivoluzioni colorate come quella arancione in Ucraina, la verde in Iran, la Viola in Italia (il popolo viola è collegato al magnate George Soros) e tantissime altre…
Berlusca fà i propri interessi, a lui interessa non andare in galera e farsi le ragazzine.. intanto persone come Tremonti (collaboratore di grandi banchieri, Bilderberg e Aspen Institue), Frattini (pro Sion), Letta e altri continuano ad attuare politiche a favore dei Rothschild. Prodi (BCE) aveva come braccio destro l’ex cestista Angelo Rovati il quale si è da poco dimesso da dipendente della Banca Rothschild affermando che comunque resterà sempre un fedelissimo. Casini segue le ideologie del suocero Caltagirone (azionista BdI come lo sono Berlusca e De Benedetti) il quale ha entrambi i piedi nel Vaticano (Vaticano di proprietà dei Rothschild da almeno 150 anni).
Bertinotti sottostava agli ordini dei D’Urso ed in particolare a Mario D’urso (uno dei migliori amici di Jacob de Rothschild), ora al vertice dell’estrema sinistra c’è il suo pupillo Vendola. Bossi aveva le prove che Berlusca fosse mafioso ma dopo un incontro con Silvio liquidò le prove e abbandonò i testimoni come il poliziotto svizzero Cattaneo, fù condannato per una tangente e si alleò con Berlusca.
La Lega Nord si è unita in campo europeo in un gruppo che è presieduto da Francesco Speroni (Lega Nord) e da Nigel Farage (UKIP) – Nigel Farage fà parte del UKIP (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) voluto e fondato dai Rothschild attraverso James Goldsmith (discendente della dinastia dei Banchieri Goldsmith è cugino di jacob de Rothschild ed era considerato uno della Famiglia).
Henry Kissinger (amico e stretto collaboratore di Andreotti) è un assiduo frequentatore delle ville dei Rothschild, è stato condannato per genocidio da un Tribunale Europeo e non può entrare in europa altrimenti verrebbe arrestato, è stato il mandante dell’assassinio di Aldo Moro secondo la moglie di Moro stesso (Moro non era un santo ma fece stampare le 500 lire di carta esenti da signoraggio, non sottostava ad ordini precisi inviati dagli USA e stava per creare un potente Movimento di Centrosinistra non controllabile) e lo fece infiltrando agenti CIA nelle brigate rosse, Kissinger ebbe come assistente Lapo Elkann mentre il fratello John è l’erede di Gianni Agnelli (Nobiltà Nera che ha tra le fila anche Montezemolo ed è controllata dai Rothschild) ed inoltre Vice Presidente dell’Italian Aspen Institute, Bilderberg e frequenta i Rothschild, sposato con la sorella di Beatrice Borromeo, Lavinia, la quale Beatrice collabora da tempo con Travaglio e si reputa una del Popolo Viola.
La Famiglia Borromeo è una famiglia nobile ed importante: Beatrice (anche ex collaboratrice di Santoro ad Anno Zero) è fidanzata con l’erede del principato di Monaco e figlio di Carolina di Monaco (l’attuale erede al trono Pierre Casiraghi), Lavinia è sposata con John Elkann e l’altra sorella, Isabella, è la moglie del Proprietario del Gruppo API (API, IP, etc..) Ugo Maria Brachetti Peretti.
Nel 2002 Rutelli s’incontrò con Blair, Clinton ed altri sul tema «Building new coalitions», costruire nuove coalizioni. Un ritiro blindato, tre giorni di seminario alla Hartwell House. Anfitrione della cena il barone e banchiere Evelyn de Rothschild. La moglie di Rutelli è Barbara Palombelli, la giornalista onnipresente in tv. Saviano, co-conduttore del programma Vieni Via Con Me (prodotto dalla Endemol di Berlusconi), si dichiara apertamente a favore del Movimento Sionista Israeliano genocida! L’Israele che conosciamo ora è una creazione (in tutti i sensi) dei Rothschild.
Su Confindustria non penso che ci sia bisogno di scrivere qualcosa. A questo punto chiedo: c’è bisogno che aggiunga altro? Jürg Heer dovrebbe avere grande spazio negli Istituti Scolastici. Due strade che portano in cima alla piramide entrambe ai Rothschild. Ci vogliono studi, ci vuole tempo ma… scoprirlo non è poi tanto difficile!

Mafia nel Veneto. Dalla mala del Brenta ai boss di Cosa Nostra

Scritto da: Alessandro Ambrosin  
Fonte: DazebaoNews   

Nel Veneto nel rapporto stilato dall’agenzia del Demanio sono state 72 le aziende confiscate nel Veneto al 31 marzo del 2010, mentre circa 8milioni di euro in beni confiscati all’attività criminale.

Sono finiti i tempi in cui la mala del Brenta terrorizzava il Veneto. Tuttavia la sua nascita si può considerare come una sorta di apripista per altre organizzazioni di stampo mafioso che si sono insinuate in questo territorio grazie ad un fitto rapporto collaborativo tra diverse realtà del crimine.

Dopo la cattura definitiva di Felice Maniero, avvenuta a Torino nel novembre del 1994, c’è stata una sorta di frammentazione criminale, durante la quale le cosche hanno avuto la possibilità di radicare maggiormente la loro presenza sul territorio, agendo senza dover più rendere conto ai propri affiliati veneti, ormai finiti tutti in manette, molti dei quali successivamente diventarono -come lo stesso Maniero – collaboratori di giustizia.

Insomma si può parlare di un cambio di consegne, in cui le cosche, questa volta provenienti dal sud prendono il sopravvento, si sostituiscono lentamente a quella rete che Maniero e il suo clan avevano creato in vent’anni di attività criminale, ma che non sono mai riusciti a controllare in assoluta autonomia.

D’altra parte alla banda di “Felicetto” come lo chiamavano gli amici, era già stato riconosciuto lo status di associazione mafiosa, nonostante i suoi componenti fossero tutti veneti e non delle regioni del sud, come un luogo comune vorrebbe far credere. Fu proprio la Corte d’Assise di Venezia a stabilirlo, tanto che la definì “un complesso di affari tra persone legate tra di loro da un vincolo associativo di carattere mafioso.” Regole ferree, ordine gerarchico stabilito, compiti differenziati, insomma Maniero tra omicidi, rapine, e il redditizio traffico di droga aveva creato una vera e propria holding del crimine con divisione dei ruoli e ripartizione di aree d’influenza fra i consociati, almeno così la definisce uno studio del Consiglio Superiore della Magistratura. Ma tutto questo non sarebbe avvenuto se Maniero per allargare i suoi confini illeciti non fosse sceso a patti, siglando alleanze con altre cosche mafiose.

Totuccio Contorno

Infatti, i primi approcci tra la banda del Brenta e i boss di cosa nostra risalgono ai primi anni ’80 quando Totuccio Contorno e Gaetano Fidanzati, si trovavano nel Veneto in soggiorno obbligato. La Questura di Venezia, nella sua relazione del 2003 scrive che “Il vero e proprio salto di qualità della mala del Brenta avvenne in seguito agli incontri con esponenti di primo piano della mafia siciliana”. Incontri che plasmarono la struttura della banda del Brenta, tanto da fargli acquisire tutte le caratteristiche tipiche delle attività mafiose, in primis il traffico delle sostanze stupefacenti. Tuttavia, nonostante la grande mole di atti giudiziari prodotti in quegli anni restano meno noti i percorsi del denaro illegale proveniente dalle attività mafiose. Transazioni nebulose, investimenti sull’immobiliare e sulle attività economiche sono da sempre l’obiettivo delle organizzazioni, che con questa strategia non solo riescono a ripulire i capitali sporchi, ma riescono ad inserirsi nel tessuto economico del territorio, spesso con appoggi politici e prestanomi scelti ad hoc per non destare sospetti.
D’altra parte il Veneto, specie dopo il periodo del cosiddetto “boom del nord est”, è diventata una ricca piazza che fa gola alla criminalità organizzata. Sempre nel rapporto della Dia del 2008 si parla di un “indissolubile legame tra criminalità organizzata e tessuto economico”. La stessa Prefettura di Venezia fece notare che “il contesto economico regionale appare permeabile alla penetrazione di capitali provenienti da attività illecite per il loro riciclaggio e reimpiego in attività legali.”
Un particolare che viene accompagnato da strane anomalie sul territorio veneto, tra il proliferare di nuove imprese che aumentano in maniera spropositata il loro volume d’affari, – spesso gestiti da imprenditori che nonostante siano apparentemente sprovvisti di un’adeguata esperienza imprenditoriale dispongono di finanziamenti quasi illimitati.

Gaetano Fidanzati

All’inizio degli anni 2000 appaiono alcune cosche criminali, questa volta legata ai clan camorristici campani, che tentano d’investire in attività legate al commercio del pellame specialmente nelle cittadine balneari di Caorle e Bibione e altre tentano di estorcere denaro agli imprenditori del turismo a Cavallino Treporti, dove fu coinvolto anche un consigliere comunale di maggioranza.
Poi ci sono le minacce nel sandonatese fatte pervenire al professor Gianni Corradini, il commercialista che nel 1998 fu chiamato dal sindaco di Venezia Massimo Cacciari per rimettere in sesto i conti del Casinò. Intimidazioni che secondo la prefettura lagunare erano indirizzate dalle cosche mafiose della Sicilia per prendere il controllo della succursale del Casinò a Malta e di conseguenza permettere il riciclaggio del denaro sporco. Tant’è che nel 2002 venne a galla il tentativo da parte di una cosca del ragusano di produrre un danno economico al casinò di Cà Vendramin, tale da indurre l’amministrazione a vendere la sede maltese.

Ad avvalorare l’ipotesi dell’infiltrazione mafiosa nel Veneto esiste anche un copioso rapporto stilato nel 2003 dalla Guardia di Finanza, inviata successivamente alla Commissione Antimafia, nel quale s’intravede il pericolo delle organizzazioni criminali attraverso gli investimenti immobiliari, specie nelle zone turistiche come Cortina D’Ampezzo. Le Fiamme Gialle, infatti, scoprirono che ad opera di soggetti riconducibili alla sacra corona unita le imprese edili nel bellunese e gli stessi operai erano costretti a versare il pizzo sotto la minaccia di eventuali ripercussioni sui familiari. L’operazione della GdF denominata “Doppio passo” riuscì a sgominare questa organizzazione portando in carcere 14 persone, tra le quali anche tre albergatori della provincia montana. Ed è proprio nel settore turistico che la mafia punta gli occhi, dove c’è più movimento di denaro e dove gli investimenti sono più cospicui, sempre ammesso e concesso che il territorio in questione possa garantirgli coperture e l’adeguato sostegno politico, perchè le mafie spesso riescono abilmente ad adattarsi al territorio e al contesto sociale.

Vito Roberto Palazzolo

A Vicenza, Treviso e Padova fu scoperta una truffa a livello internazionale nel settore produttivo dell’argento pari a 28 milioni di euro. 142 persone sono state rinviate a giudizio con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata al contrabbando, bancarotta fraudolenta, truffa ai danni dello Stato e frode fiscale. La base operativa – secondo gli investigatori – era un’azienda svizzera di Lugano gestita direttamente da Vito Roberto Palazzolo, ritenuto il cassiere del clan siciliano di Corleone e inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi al mondo.
Insomma nemmeno il Veneto è indenne all’infiltrazione delle attività criminali. D’altra parte – come fa notare la Guardia di Finanza – è noto che fin dai tempi della mafia del Brenta ingenti quantità di denaro sporco furono convogliate nel Veneto. Anche il Consiglio Superiore della Magistratura ha rivelato la permeabilità nel territorio veneto. In pratica sussistono varie ipotesi che fanno pensare a innumerevoli possibilità di infiltrazioni criminali, sempre tramite prestanomi e in determinati settori economici. D’altronde è risaputo che il Veneto è una delle regioni più ricche d’Italia per quanto concerne la circolazione di liquidità e quindi si presta perfettamente agli scopi illeciti del riciclaggio.
Ci sono state indagini su vari investimenti di persone collegate al clan siciliano dei Madonia. In un’indagine denominata Las vegas, fu aperta un’inchiesta sul fallimento del tour operator Clipper, nel quale affiorarono legami tra gli indagati. Molti erano noti bancarottieri, altri esponenti della ‘ndrangheta.

Nel Veneto nel rapporto stilato dall’agenzia del Demanio sono state 72 le aziende confiscate nel Veneto al 31 marzo del 2010, mentre circa 8milioni di euro in beni confiscati all’attività criminale.

Recentemente dall’incontro sulle infiltrazioni nel Veneto tenutosi nel veronese è emerso che questa regione non è affatto esente dal fenomeno della criminalità organizzata. Si è parlato di Verona epicentro del traffico di sostanze stupefacenti, di operazioni finanziarie sospette, delle mille transazioni che numericamente fanno schizzare questa regione al quarto posto della classifica nazionale. Come ha detto il Procuratore capo di Torino, Gian Carlo Caselli: “I mafiosi non sono quelli di una volta con coppola e lupara. Oggi le mafie comprano i migliori cervelli su piazza per architettare strutture societarie occulte dietro imprese legali di copertura. In questo modo l’impresa criminale diventa impresa economica”.

Aveva ragione un noto magistrato che per stanare i clan consigliava una semplice strategia: “Seguite i soldi…”. Si chiamava Giovanni Falcone.

Il traffico di droga in Italia e la ‘mafia transnazionale’

Scritto da: Michele Altamura
Fonte: www.osservatorioitaliano.org

Gli arresti di massa in Lombardia hanno così portato alla luce l’esistenza di una nuova forma di criminalità organizzata, che va oltre i confini geografici, criminali e finanziari, una “mafia transnazionale”. Sui media cominciano a circolare i primi stralci delle indagini dell’Anti-mafia, secondo i quali la droga viene stoccata nel porto di Bar, in Montenegro, utilizzando la stessa infrastruttura adoperata in passato per invadere l’Italia con le sigarette di contrabbando. Viene così spiegato che nei Paesi consumatori la droga l’Alleanza mafiosa (così definita) ha realizzato una rete di cellule: piccoli clan di una decina di persone, separati tra loro. Come regista del nuovo cartello della droga ci sarebbe il montenegrino Darko Saric, sul quale pende un mandato di cattura internazionale dell’Interpol emesso dalla Serbia. Secondo altri, il clan di Darko Saric è riuscito a superare la mafia calabrese della ‘Ndrangheta nella gestione del traffico della cocaina dal Sud America in Europa che in due anni, nel 2008 e 2009, c è riuscito ad assicurare una migliore qualità ed un prezzo più basso, portando così fuori mercato la ‘Ndrangheta, e prendendo così il contro dell’intero mercato italiano
C’è da dire, tuttavia, che quello della mafia transnazionale è un concetto introdotto per la prima volta dall’Osservatorio Italiano, nell’ambito di un inchiesta sull’eredità lasciata dagli ex contrabbandieri di sigarette per la gestione del traffico della cocaina. Di fatti, mentre lo Stato ha decimato le fila di Mafia e Camorra, nasceva la “Santa alleanza Balcanica”, l’unione della mafia serba con quella italiana. Arrestando e mettendo da parte i mafiosi e gli uomini d’onore, per fare posto alle nuove organizzazioni. Il patto d’onore con la Colombia e stato siglato. Grazie ai calabresi della ‘Ndrangheta la mafia serba è entrata di prepotenza nei traffici del Mediterraneo, verso i mercati europei. La nuova mafia ha senz’altro ereditato la grande esperienza maturata in passato con il contrabbando di sigarette che, a distanza di anni, resta ancora un mistero nelle sue molteplici sfumature logistiche e finanziarie. Albania, Montenegro, Bosnia e Croazia sono le mete preferite, ma con 25.000 euro può essere consegnata direttamente a Bari. Si tagliano così i rapporti con i Paesi fornitori, e a fare il lavoro per così dire ‘sporco’, si ricorre alla mafia balcanica, che si estende in tutta la regione sino all’America Meridionale, grazie a fortuiti contatti. Questo quanto evidenziato da l rapporto sul narco-traffico nei Balcani gestito dalla mafia transnazionale a cura dell’Osservatorio Italiano:
Le connessioni della criminalità organizzata tra Nord e Sud, tra Italia e Balcani, tra finanza e contrabbando, costituiscono in realtà una storia nota che pochi tuttavia hanno cercato di spiegare con serietà e cognizione di causa. Molte sono invece le storie che sembrano avvicinarsi alla verità, ma senza fatti e documenti valgono ben poco, e sono solo invettive da dare in pasto ai media e alla propaganda politica ma non alla giustizia. Roberto Saviano dice di lottare contro la mafia, ma è pur sempre un giornalista che gioca sull’onda della massa. Dalle sue parole non traspaio fatti ben circostanziati, e credo che sia per lui difficile avere delle info visto, visto che è sempre sotto scorta. Sicuramente fa via internet le sue ricerche, e la gente non sa neanche di che cosa parla. A tal proposito ricordiamo l’intervista per il media albanese Top-Channel , durante la quale dette prova di non conoscere le connessioni tra la mafia italiana e quella albanese. Connessioni su cui, più tardi, cercò delle informazioni contattando la nostra redazione, in occasione della pubblicazione dell’articolo “Il traffico di armi tra il Sigurimi e la Camorra”. Da Saviano ci aspettiamo documenti, come abbiamo fatto noi pubblicando documenti inediti, senza tuttavia riuscire a scuotere i mass media, che restano pur sempre delle società per azioni con dei padroni. Lei Signor Saviano dovrebbe parlare della Svizzera, della Ubs, dei collaterali, e non di chi l’ha reso famoso. Mostri i documenti e smetta di offendere la gente che lavora e rischia la vita per combattere davvero la mafia . Milano, in particolarela Lombardia, è la capitale della droga colombiana perché in 50 minuti si possono riciclare i soldi: ecco la connessione, che non ha nulla a che fare con la politica. Fare la vittima paga, partecipare allo scontro politico mentre cade un Governo ancora di più, ma l’imbroglio prima o poi viene a galla.

Centrale teleriscaldamento a biomasse ad Asiago

Fonte: www.howtobegreen.eu

La Provincia di Vicenza ha realizzato una centrale di cogenerazione e teleriscaldamento con produzione di calore ed energia elettrica da biomasse legnose in prossimità di una grande falegnameria nell’abitato di Asiago, in zona montana a elevata valenza ambientale e turistica. Obiettivi del Progetto Demetra sono il risparmio economico e l’abbattimento dell’impatto ambientale rispetto all’uso di combustibili fossili: in particolare -15% sul costo dei combustibili fossili da parte degli utenti pubblici e privati dell’impianto di teleriscaldamento e abbattimento di anidride carbonica e polveri sottili derivante dal mancato utilizzo stimato di 1,3 milioni di litri annui equivalenti di gasolio.

L’impianto, che serve ospedali, scuole, municipio, impianti sportivi e parte degli insediamenti civili, comporta positive ricadute territoriali sia sotto il profilo socio-economico (tariffe energetiche incentivanti per il riscaldamento rispetto ai combustibili tradizionali) sia ambientale (riduzione dei gas serra derivanti dagli impianti di riscaldamento e produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile). Si viene infatti a determinare una filiera cortissima tra la produzione del combustibile e la sua utilizzazione.

A oggi la centrale è stata costruita, e la messa in esercizio definitiva della rete di teleriscaldamento, avviata a livello sperimentale nell’inverno 2008-2009, ha interessato la stagione invernale 2009-2010. Con la completa estensione della rete di distribuzione la centrale potrà coprire il fabbisogno di calore termico di quasi il 50% della popolazione residente (30% degli edifici di Asiago) con ulteriori possibilità future di potenziamento.La centrale si presenta maestosa,ma come progetto green è veramente grande,perchè oltre a ridurre l’inquinamento,riduce anche il costo singolo e totale per gli abitanti della zona,cosa da non sottovalutare,specialmente in questi periodi.